Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II

Part 57

Chapter 573,623 wordsPublic domain

[1282] Delle 16 assi che conteneano l’iscrizione, 5 sono state rinnovate e 4 son sì guaste da non potervisi raccapezzare altro che qualche lettera. Dopo una croce con le solite lettere greche IC XP NI KA a’ quattro canti, l’iscrizione arabica incomincia in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo e finisce con l’invocazione dell’_Agnus Dei_. Ricercando pertanto le formole di cotesta invocazione usate da’ Cristiani di linguaggio arabico, e richiesto tra gli altri quel dotto giovane ch’è il signor Ignazio Guidi da Roma, egli mi ha mostrato l’Inno mattutino pubblicato a pag. 38 dell’_Anthologia graeca carminum Christianorum_, per W. Christ e M. Paranikas, Lipsia, 1874, nel quale Inno leggonsi alcuni versi che troviamo letteralmente tradotti in arabico nell’ultima parte della iscrizione della Martorana. Mi propongo di trattare più particolarmente questo subietto in altra occasione.

[1283] L’erudito signor Dennis, autore della _Guida di Sicilia_, nella collezione del Murray, e in oggi console generale britannico in Palermo, mi fe’ conoscere per lo primo coteste iscrizioni e mi menò a vederle nel maggio 1871.

Le travi maggiori son piene di varii stemmi dipinti, alcuni de’ quali sembrano più moderni.

[1284] Rénan, nella _Histoire littéraire de la France au XIV siécle_, tomo II, pag. 223 segg. Tuttavia l’eruditissimo autore confessa, a pag. 231, che l’Oriente usò l’arco acuto pria dell’Occidente, e crede anche che il vocabolo _ogive_, o _augive_, possa avere origine arabica, ancorchè non sia stato usato anticamente a designare l’arco acuto. Ogive potrebbe venire dal vocabolo _’augiâ_ “arco,” ovvero da _azag_, che abbiam citato nel presente capitolo a pag. 827, nota 2. Ma non va fatto assegnamento su coteste somiglianze di suoni e di significati, quando l’etimologia non abbia prove più sode.

[1285] Hittorf, op. cit., pag. 12, 15; Coste, op. cit., pag. 26, il quale attribuisce il nuovo stile alle società di muratori, i capi delle quali erano stati alla Crociata e ritornavano in Francia e in Germania, meravigliati della bellezza dell’architettura orientale.

[1286] A pag. 830.

[1287] Su i mosaici di Sicilia si vegga una lettera del signor Francesco Sabatier, pubblicata nel _Giornale officiale di Sicilia_, del 21 giugno 1858; Di Marzo, op. cit., I, 32; Hittorf, op. cit., pag. 22; Springer, op. cit., pag. 33, 34.

[1288] Il palco attuale è descritto precisamente nella Storia del Falcando e in una omelia greca attribuita per errore a Teofane Cerameo, la quale sembra opera del monaco Filagato e fu recitata nella inaugurazione della Cappella stessa, il 1139 o 1140. Io n’ho trattato nelle _Epigrafi arabiche di Sicilia_, classe I, n. 6, Rivista sicula, fascicolo di ottobre 1869, nel quale furono pubblicate le fotografie dei cassettoni.

[1289] Springer, op. cit., pag. 29, 30.

[1290] Si confrontino: Gravina, op. cit., pag. 70, 71; Caravita, op. cit, I, 191 segg.; Springer, op. cit., 27 segg., ed un articolo scritto dal signor Fr. W. Unger sul lavoro dello Springer, nelle _Göttingische gelehrte Anzeigen_, del 1869, pag. 1592 segg.

Il Gravina suppone che la maggior porta di Morreale sia opera di tre artisti, uno de’ quali musulmano: e in vero non sembra impossibile che i modelli di legno adoperati nella forma del getto fossero opera in parte di Bonanno e in parte d’altri artisti innominati. Lo Springer muove il dubbio, se Bonanno fosse nato veramente a Pisa, poichè gli pare di scorger il dialetto siciliano nelle iscrizioni; il quale argomento ribatte l’Unger, ma a spiegare lo stile diverso delle due porte di Morreale mette innanzi la conghiettura d’un’arte che, nata nelle isole Britanniche, sia passata successivamente in Francia, in Germania e nell’Alta Italia, e arrivata finalmente in Puglia.

[1291] Schultz, _Denkmaeler_, etc., tomo I, pag. 55, e tavola X. La chiesa di Santa Sabina in Canosa, dov’è questa camera sepolcrale, fu dedicata il 1401: nè sembra verosimile che le porte siano state gittate molti anni appresso. I tre cerchi, de’ quali ho fatta menzione, sono formati da un gruppo di caratteri che si replica dal principio alla fine; caratteri di quella scrittura capricciosa di cento forme diverse che mal si è addimandata Carmatica, ed io la chiamerei piuttosto cufica barbara. Ciascun gruppo è composto di cinque lettere, delle quali le due prime sono identiche alle due ultime, ma messe in senso inverso, per far simmetria. E ci si potrebbe scorgere il noto motto _l l h_ (da leggere _lillah_, cioè “a Dio”), scritto da sinistra a destra e da destra a sinistra, rimanendo comune la prima lettera, come si vede spesso nelle epigrafi dell’Alhambra.

Traduco Amalfi la patria del fonditore ch’è scritta _Melfie_, perchè ognun sa che in quel tempo si confondeano i nomi di Melfi e di Amalfi; ma egli è verosimile che Ruggiero fosse nato in Amalfi, come i fonditori di varie altre porte di chiese della Bassa Italia, principiando da Pantaleone che gittò il 1076 in Costantinopoli quella della Grotta di Monte Santangelo, pubblicata dallo Schultz, op. cit., tomo I, 242, e tavola XXXIX.

[1292] Bekri, testo di Parigi, pag. 29, e versione francese del baron De Slane, nel _Journal Asiatique_ di ottobre 1858, pag. 485. Si confronti la versione del Quatremère, nelle _Notices et Extraits,_ XII, 480; e l’altro testo arabico, _Description de l’Afrique_, etc., del prof. A. De Kremer, Vienna, 1852, pag. 8.

[1293] Si veggano le citazioni nel V libro, cap. v, a pag. 140 di questo volume.

[1294] Edrîsi descrive questo congegno nell’articolo di Merida, edizione de’ signori Dozy e De Goeje, pag. 182 del testo, e 221 della versione; dov’è citato in nota l’uso che se ne fa a Costantinopoli e nell’Affrica settentrionale.

Il verbo _giarr_ in Arabico vuol dire “trarre,” e forse da ciò venne il nome in Sicilia; poichè in Spagna i pilastri si chiamavano altrimenti. Occorre nella storia della Mecca di Azraki, edizione del Wüstenfeld, _Stadt Mekka_, I, 478, il nome El-Giarr o El-Giorr, dato a un ricettacolo d’acqua piovana sul monte Ahmar, dal quale ricettacolo l’acqua scorreva in un secondo detto _mizâb_, che significa canale o gronda.

Oltre a questo la voce arabica _giarra_ s’applica in Sicilia a’ grandi vasi di terra cotta usati ordinariamente a serbare l’olio; si dice anco del vasellino da prendere sorbetti: e in questo significato di vaso piccolo o grande con bocca larga l’abbiamo in italiano con le varianti _giara_ e _giarro_, e s’è fatta strada in tutte le lingue d’Europa.

[1295] Si vegga l’articolo _Alcaduz_ nel _Glossaire dee mots espagnols_, etc., de’ signori Dozy e Engelmann. Il significato di “doccia” è cavato dal Bekri, celebre scrittore spagnuolo dell’XI secolo, e quel di “secchia” è comune all’arabo orientale. Aggiungo l’autorità del “Vocabulista in arabico,” Firenze, 1871, nel quale _Kaidûs_ è reso “canalis.” I Siciliani han serbato il κάδος e “cadus” in _catu_, ossia secchia; ond’è più certa la provenienza arabica di “catusu.” Nell’uno come nell’altro vocabolo, la _d_ è mutata in _t_, come per altro è avvenuto ne’ derivati toscani “catino, catinella, ec.”

[1296] Diploma di aprile 1132, pubblicato in parte dal Gregorio e per intero dal professor Cusa nei Diplomi arabi e greci (non ancora uscito alla luce), pag. 7, lin. 7 ed 11. _Darb_ in origine significa porta, o sportello. Delle altre misure d’acqua corrente usate in oggi, non direi che fosser tutte derivate dall’arabo. E son queste: _Zappa_ = 4 _darbi_, = 16 _aquile_ o _tarì_ = 48 _dinari_ = 336 _penne_. Ma _zappa_ si potrebbe riferire alla radice arabica _sabba; tari_ e _dinar_ sembrano venuti dal greco e dal latino per mezzo della lingua arabica. In due diplomi della Magione, dati del 1197 e del 1219 presso Mongitore, _Sacrae Domus_, etc., Panormi, cap. iv, si trova una misura d’acqua corrente detta _palma_, che sembra rispondere alla zappa.

[1297] Il dotto professore Carlo Maggiorani ha letta nella Accademia dei Lincei il 10 dicembre 1871 una memoria su l’antropologia della Sicilia, dalla quale duolmi non poter trarre insegnamento sul nostro subietto, perchè risguarda più particolarmente il periodo anteriore al conquisto romano.

[1298] Epistola di Gregorio IX a Federigo II, data di Anagni il 27 agosto 1233, e risposta del 3 dicembre dello stesso anno, presso Bréholles, _Cod. Dipl. Friderici II_, tomo IV, pag. 452 e 457, de’ quali documenti il primo è stato già citato da noi nel cap. viij del presente libro, pag. 612 nota. Il papa avea scritto de’ Saraceni di Lucera: “italicum idioma non mediocriter, ut fertur, intelligunt;” e Federigo rispose positivamente: “qui intelligunt italicum idioma.”

[1299] Libro V, cap. viij, pag. 205 a 210 di questo volume.

[1300] Si vegga il cap. viij del presente libro, pag. 620, e si riscontri con la pag. 614 segg.

[1301] Si ricordino i nomi di Scerf-ed-dîn e di Fakr-ed-dîn, che abbiamo notati nel cap. xj del presente libro, pag. 736 e 737.

È da notare altresì che Ibn-Khaldûn, nella _Storia de’ Berberi_, traduzione francese, IV, 276, fa menzione di un Abu-l-’Abbas-Ahmed-ibn-Mohammed-ibn-Rafi’, di schiatta alìda e della famiglia degli Abu-Scerîf, la quale avea abitata la Sicilia. Cotesta menzione occorre verso il 1348, nella rivolta del principe merinita Abu-Einan contro il proprio padre; ma non sappiamo in qual tempo gli Abu-Scerîf avessero fatto dimora nell’isola.

[1302] Mortillaro, _Elenco delle Pergamene della Magione_, Palermo, 1859, pag 53. L’atto è dato in Palermo il 16 gennaio 1265.

[1303] Diploma degli 11 febbraio 1258, pubblicato dal Mongitore e ristampato in parte dal Gregorio, _De Supputandis_, etc., pag. 30. Simonide Filippo, giudice, e Benedetto, pubblico tabellione in Palermo, transuntavano in latino un atto pubblico dell’anno 549 dell’egira e 6663 dell’èra costantinopolitana (1154), tradotto da’ cittadini palermitani Giudice Dionisio, notaio Raimondo Fichi, maestro Michele medico, e notaio Leone di Biondo.

Diploma del 5 agosto 1286, pubblicato dal Gregorio, op. cit., pag. 52 segg., e dal signor Giuseppe Spata, _Pergamene greche_, pag. 451 segg., pel quale Tommaso Grillo, giudice, e il notaio Benedetto, pubblico tabellione in Palermo, transuntavano in latino un atto greco ed arabico del 26 agosto 571 (1175), del quale il testo arabico era stato interpretato da due notai, Luca de Maramma e Giorgio di Giovanni Bono, e da due medici giudei, maestro Mosè e maestro Samuele.

Ho citata nel capitolo X del presente libro, a pag. 698 segg. del volume, la traduzione latina della grande opera medica di Razi, che Farag, figlio di Salem, giudeo di Girgenti, compilava per comando di Carlo d’Angiò e terminavala nel 1279.

[1304] Delle quarantatrè iscrizioni sepolcrali di Sicilia e Napoli ch’io ho preso a pubblicare nella _Rivista Sicula_, due sole tornano al XIII secolo. L’una edita dal Gregorio, _Rerum Arabicarum_, pag. 156, con l’erronea data del 539 dell’egira, è in vece del 636 (1238). L’altra, op. cit., pag. 162, porta veramente la data del 674 (1276), ma non è provato punto che la sepoltura fosse stata in Sicilia. Entrambe le lapidi serbansi nel Museo nazionale di Palermo, dopo l’abolizione del Monastero di San Martino e della Casa dell’Olivella, che le possedeano ai tempi del Gregorio.

Un’altra iscrizione dell’859 (1454) pubblicata dal Gregorio, pag. 154, con l’erronea data del 359 e serbata ora al Museo, e prima nella Università di Palermo, o non fu trovata in Sicilia o fu messa, il che mi par meno verosimile in quel tempo, su la tomba di un musulmano morto di passaggio in Sicilia. Su l’altra faccia è intagliato uno stemma gentilizio, fattura del XVI o XVII secolo, il quale era sostenuto su la facciata d’una casa per mezzo d’un anello di bronzo, incastrato proprio nel centro dalla iscrizione.

[1305] In varii diplomi del XII e XIII secolo, che sarebbe troppo lungo a notare, leggiamo in lettere greche o latine i seguenti nomi arabici di luoghi in Palermo:

Γαδήρ ελκοῦκ, sobborgo (_Ghadîr_, etc., ossia Stagno _del Kuk_, sorta d’uccello aquatico).

̔Ρύμνη ἒῶεν Χάλφουν (via d’Ibn-Khalfûn).

Ἄκῶε ετ Τοὐρους (_’Acabat et-Tûr_. La salita del colle).

̔Ράχαῶ (_Rahba, rahaba o rahab_, nome generico di “piazza o cortile”).

Hartilgidia, e altrove Χαριτελτζητητε (_El Hârit el Giadida_, ossia “il quartiere nuovo”).

Αγρὸν Μαρὶας che si legge anco in un diploma arabico d’aprile 1132, _Fahs Maria_ (“il Campo di Maria”).

Ruga Keleb (.... _el kelb_, ossia “del Cane”).

Contrata Hasserinorum (strada de’ lavoranti di _Hasir_, ossia stuoie, donde forse il siciliano _Gassina_).

Fahssimeria, ch’è “Fausumeli,” come dice il Mongitore, notissima campagna presso Palermo (_Fahs-el-emîr_).

Bebelagerin (_Bab-el-Haggeriin_, “Porta de’ tagliapietre”).

Vicus qui dicitur Zucac germes (_Zokâk-el-Kirmiz?_ ossia “Vicolo del Chermisì”).

Garbuymara (_Gar bu ’imâra_, col volgare _bu_ in luogo di _abu_. “Grotta di Abu ’Imâra”).

Zucao elmucassem (_Zokâk el-Mokassem_, ossia “Vicolo di Mocassem” o “del Bello”).

Cantariddoheb (_Kantarat-ed-Dseheb_, “Ponte d’oro”).

A questi si aggiungano i nomi di Halka, Genuardo ed altri che ci sono occorsi altre volte.

La piazza oggi detta Ballarò e ricordata da Fazzello, secondo le antiche scritture, col nome di Segeballarat, si addimandava di certo Suk-el-Balharà, “mercato di Balhara,” dal nome del villaggio che sorgea presso l’odierna Morreale.

[1306] Kalsa negli scritti, e Gausa a viva voce, è il noto quartiere Khalesa. Si ricordino inoltre Cuba, Zisa, Favara, ec. La contrada detta finoggi Lattarini era di certo _Suk-el-’Attariin_, “il mercato de’ droghieri;” chè così chiamansi alcune contrade di Tunis e d’altri paesi musulmani.

È da notare che le sorgenti d’acqua hanno serbato quasi tutte i nomi arabi, con poco guasto: Gabriele, Sciarabbu, Danisinni (’Ain-es-Sîndi?), Sicchiaria, Garraffu, ec. Mi occorre qui un nome arabico nato nella seconda metà del duodecimo secolo. Un vicoletto dietro il Duomo di Morreale si appella del _Raccamo_, scritto così a caratteri cubitali nella lapida; nè sembra verosimile che tal forma volgare del vocabolo “ricamo” sia stata solennemente ammessa lì, allato al Seminario arcivescovile ch’ebbe fino alla metà del nostro secolo un’ottima scuola di lettere latine e italiane e dove l’arcivescovo fu signore feudale della città fino a’ principii del secolo. D’altronde non so che sia stato mai in quel posto un opificio di ricamo, nè, se vi fosse stato, la lingua siciliana l’avrebbe chiamato così. Ma _rakkâm_ in arabico suona “marmoraio, scarpellino, segatore di marmo” ed è cosa naturalissima che di cosiffatti artigiani fossero dimorati presso il luogo, dove surse quel labirinto di preziosi marmi ch’è il Duomo di Morreale, e che da loro fosse nato il nome del vicolo.

[1307] I capitoli 69 a 72 di Federigo l’Aragonese trattano della conversione de’ Saraceni liberi o servi; il cap. 65 vieta a’ Saraceni di comperare servi cristiani; il 66 loro comanda di portare un nastro rosso di traverso sul petto, affinchè non si confondessero co’ Cristiani. Ma egli è da riflettere che altri capitoli pubblicati nello stesso giorno stabiliscono somiglianti restrizioni alla libertà de’ Giudei e che il cap. 72 tratta de’ Greci di Romania fatti schiavi e convertiti all’ortodossia romana. Indi è probabile che i Saraceni, a’ quali si riferiscono queste leggi, sieno i mercatanti che ancora affluivano in Sicilia, o i novelli schiavi. Ricordisi che le leggi siciliane chiamavano “villani,” non “servi,” i contadini musulmani vincolati alla gleba.

[1308] Si vegga la mia _Guerra del Vespro Siciliano_, edizione del 1866, vol. I, pag. 309 segg., e vol. II, pag. 397 segg.

[1309] Iakût, Ibn-Sa’id, Scehâb-ed-dîn-’Omari, nella _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 124, 134, 150. Abbiamo riferito nel capitolo v del presente libro, a pag. 536 del volume, ciò che ne scrisse nel XII secolo il vescovo _Burchardo_. Si vegga anco il trattato dell’imperatore Federigo II col principe hafsita di Tunis, di che nel cap. ix di questo stesso libro, pag. 626.

[1310] _Deca I_, lib. I, cap. i.

[1311] Si ricordi il fatto che noi abbiamo riferito sull’autorità del Kazwini, nel lib. IV, cap. xij, a pag. 422 del secondo volume.

[1312] Si vegga il libro V, cap. vj, e il presente libro, capitoli j, vj, viij, a pag. 178, 388, 555, 603.

La testimonianza del vescovo Burchard, testè citata, dee cedere il luogo alla prova contraria, ch’è la fondazione del vescovado e la successione non interrotta de’ vescovi fin dal principio del XII secolo.

[1313] Gian Francesco Abela notò il primo l’indole di cotesto idioma, nella _Descrizione di Malta_, ec., Malta, 1647, la quale fu tradotta in latino nel tomo XV del Thesaurus di Graevio e Burmanno, e ripubblicata con aggiunte da Giovanni Antonio Ciantar, Malta, 1772-80, due vol. in foglio.

Son comparsi poi glossarii, grammatiche e proverbii maltesi, di Vassallo, Panzavecchia, Falzon, Taylor ed altri: ma quegli che con maggiore autorità ha trattato questo subietto è il baron De Slane, nel _Journal Asiatique _del 1846 (Serie IV, vol. 7, pag. 471 segg.).

[1314] Questi tre diplomi, appartenenti tutti e tre alla Chiesa di Cefalù e serbati in oggi nel Regio Archivio di Palermo, van riferiti alla prima metà del XII secolo, ancorchè un solo, ch’è scritto in lettere rabbiniche, abbia data, e questa scritta in cifre alfabetiche che non sembrano esatte. Lo stile volgare di coteste carte comparisce talvolta dal verbo “essere” pleonastico, talvolta da’ casi costruiti con la preposizione _mta’_, e sempre dalle lungaggini e ripetizioni. È da notare anco in uno di cotesti diplomi il _iâ_, ossia _elif_ breve, mutato in _elif_, all’affricana.

[1315] Anche l’ultimo de’ diplomi arabi di Sicilia ch’io m’abbia visti, cioè l’arabo-latino del 1242, appartenente alla Chiesa di Girgenti, è scritto correttamente, se si eccettui lo stile pesante e le voci straniere _civis_ e _judex _scritte in carattere arabico, alle quali pur è data, quando occorre, quella forma di plurale che la grammatica araba prescrive per le voci di tale origine.

[1316] Si vegga il cap. v di questo libro, a pag. 494, nota 3.

Avverto che quand’io scrissi quella nota si cominciava appena la stampa dei diplomi arabi e greci del professor Cosa, la quale oggi è condotta fino alla pagina 448 e già comprende poco men che cento diplomi.

[1317] Lib. I, cap. ix, pag 196 segg., del primo volume.

[1318] Mi basta citare la dissertazione XXXIIª del Muratori e gli atti pubblicati ne’ _Regii neapolitani Archivii monumenta_, Napoli, 1845-1861, sei volumi.

[1319] Libro V, cap. viij, pag. 205, 206, di questo volume.

[1320] Spata, Diplomi greci, Torino, 1870, pag. 90, dove si legge dei confini che arrivano εἰς τὸν ῶοτ αμὸν τῶν τόρτων. Si confronti la versione latina, credo contemporanea, pubblicata dal Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 382 segg., dove si legge “usque ad flumen Tortum.”

[1321] Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1012, traduzione dal greco in latino.

[1322] Pirro, op. cit., pag. 1046, traduzione dal greco in latino.

[1323] Pirro, op. cit., pag. 521. Questo Diploma par sia stato scritto originalmente in latino.

[1324] Pirro, op. cit., pag. 1034 seg. Vi si legge, per esempio, “cum bono proponimento.... cum plena deliberatione absque aliquo tardamento et pentimento.... cum augmento plenario de victu.... arbores domesticas.... quod persona aliqua de mundo non habeat aliquam potestatem in hujusmodi bonis.... _donandi_ impedimentum nec controversiam.... cannatam unam plenam vino” e simili. Il Pirro, che suole avvertir sempre quand’ei dà traduzioni, qui non ne fa parola, anzi dice il diploma “transuntato,” negli atti di un notaio di Messina, il 1379. A fronte di questi fatti e del nome italiano del segretario di Ruggiero, non monta che il diploma porti la data dell’èra costantinopolitana che solea notarsi nelle carte greche. Trattandosi di un monastero basiliano in Itala, o Gitala, comune presso Messina, è naturalissimo l’uso dell’èra greca, ancorchè il diploma fosse scritto in latino. D’altronde questo nome d’Itala, che, se mal non mi appongo, comparisce qui per la prima volta nella geografia della Sicilia, accenna ad origine continentale. E lo stesso nome di Roberto de Auceto, genero del conte Ruggiero, che d’ordine di lui soscrive il diploma insieme col notaio Lamensa, ci ricorda l’odierno villaggio di Aceto in provincia d’Alessandria o Diacceto in provincia di Firenze.

[1325] Si vegga il libro V, cap. viij, pag. 221, del presente volume.

[1326] Tal mi sembra nel diploma arabo-latino di Morreale, dato il 1182, il nome di monte _Kâlbu_, “mons qui vocatur Calvus,” onde non sappiamo se si pronunziasse allora _calvu_ o _calvo_, presso Lello, op. cit., appendice de’ privilegi a pag. 20 e nella raccolta del professor Cusa (non pubblicata per anco) a pag. 198 e 236. V’ha inoltre _l»b_, “lupo,” a pag. 9 del Lello, e 181 e 205 del Cusa; e La Camuca, presso Lello, pag. 14, e presso Cusa, pag. 188 e 217, dove l’articolo femminile può appartenere al siciliano come ad ogni altro dialetto italico. Ometto, per la medesima ragione, in un diploma del 1156, presso Pirro, op. cil., pag. 1157, la voce _bosco_, la doppia denominazione di Monte Gibello che comparisce qui per lo primo, e il nome topografico Terroneto de Cretaccio; e nel diploma del 1142, citato qui appresso, la espressione _mizano vallone_.

[1327] Pirro, op. cit., pag. 774, diploma latino con la data dell’èra volgare “et inde dividit per medium _Lumarge_, quod pantanum, vel terra sylvestris latine nuncupatur.” E notisi che il vocabolo _marg_, il quale in Sicilia ha preso il significalo di padule, ha in arabico quello di prateria.

[1328] Il Pirro, op. cit., pag. 390, 391, nel dar questo diploma secondo una copia fattane in Messina il 1335, avverte essersi astenuto, al suo solito, di correggere gli errori dell’esemplare ch’egli ebbe alle mani. Molti in vero ve n’ha, e la più parte, a creder mio, debbono riferirsi non al copista del XVI secolo, ma allo scrittore del XII, il quale par non sapesse il latino. Forse egli era di linguaggio greco, come il mostra l’h messa innanzi la r di Luhrostico, in vece dello spirito aspro del greco. Tra le altre cose vi si accenna il confine “allo mizano vallone,” del quale abbiam detto poco fa. Cotesto diploma, contro l’uso costante, porta la doppia data del 6650 e 1142, la quale anomalia, insieme con altre circostanze, mi conduce a supporre che la pergamena latina non sia l’originale, ma un’antica e forse contemporanea versione dal greco.

[1329] Diploma del 1156, citato nella pagina precedente, nota 3.

[1330] Diploma del 1182, citato qui innanzi, presso Lello, pag. 22, lin. 18, e presso Cusa, il testo arabo, pag. 238, lin. 12 e il latino, pag. 199, lin. 10.

Il latino ha _Spelunca Scutiferorum_, e il testo arabico _Es-Sakâtirah_, plurale arabo d’un singolare che non appartiene a quella lingua e che dovea suonare _scuteri_; il qual vocabolo in siciliano è lo stesso al singolare e al plurale.

[1331] In un diploma greco di Messina, dato di quell’anno, presso Trinchera, _Syllabus græcarum membranarum_, etc., Napoli, 1865, pag. 378, si dice di una casa posta nella ρρουγαν τοῦ γαῶατούρι, in Messina.

[1332] Presso Bréholles, _Historia diplomatica Friderici II_, tomo V, pag. 869.

[1333] _Palermo antico_, seconda edizione, pag. 334 segg., e 344 segg. Li ha citati poi il sig. Leonardo Vigo, ne’ _Canti popolari siciliani_, Prefazione, pag. 19. I due transunti sono stati ristampati dal professor Vincenzo Di Giovanni, in una epistola a Vincenzo Zambrini, data del 1865, e inserita nella _Filologia e letteratura siciliana_ del medesimo professore, vol. I, pag. 255 segg. I testi greci, infine, il secondo de’ quali ha ancora quattro righi in arabico, si leggeranno nella lodata raccolta del professor Cusa, pag. 99 segg, e 31 segg.

[1334] Mortillaro, _Catalogo dei Diplomi.... della Cattedrale di Palermo_, pag. 23.