Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 56
[1204] Tabari, ms. della Biblioteca di Parigi, _Suppl. Arabe_, n. 744, pag. 132, 133. Si confronti Ibn-el-Athîr, anno 88, testo di Tornberg, IV, 422. Si confronti anco lo scrittore anonimo del califato di Walîd, ec., pubblicato dall’Anspach, op. cit., pag. 4, nel quale, per errore di copia, com’e’ sembra, si dà il numero di 100,000 artefici, allegando l’autorità del Wakîdi.
[1205] Mohammed-ibn-Sciakir, nell’opera citata dell’Anspach, pag. 5, nota, scrive che Walîd domandò all’imperatore di Costantinopoli dodicimila artefici del suo paese, venuti i quali, fece rivestir le mura della moschea “delle pietruzze d’oro che addimandansi _fesifisâ_ (ψῆφος), frammiste a varie maniere di peregrini colori in figura di piante, ec.” Si confrontino i luoghi d’Ibn-Khaldûn, testè citati, pag. 824 in nota.
[1206] Azraki, testo pubblicato dal Wüstenfeld, nelle _Chroniken der Stadt Mekka_, tomo I, pag. 309, 323 segg.
[1207] Dozy e De Goeje, _Description de l’Afrique et de l’Espagne_, par Edrîsi, Leida, 1866, testo pag. 209. Si vegga a pag. 269 la versione, dalla quale ho creduto dovermi scostare un pochino.
[1208] Ibn-el-Abbâr, _Hollet-es-Siarâ_, ms. della Società asiatica di Parigi, fog. 30 verso. Si confronti Bekri, citato nella nota 2, pag. 839; il quale aggiugne che le colonne, alzate a sostegno della cupola che costruì Ibrahim-ibn-Ahmed, erano tutte ornate di intagli (o mosaici).
Questa moschea, sì vicina al nostro mare, si può dire inesplorata fin oggi, perchè i Cristiani assai difficilmente entrano nella città santa dell’Affrica, ed a nessuno è venuto fatto fin qui di penetrare nella moschea. Dopo Shaw e Desfontaines, lo tentarono invano Girault de Prangey (op. cit., pag. 63, 64) e Sir Grenville Temple; e, pochi anni addietro, l’intraprendente barone di Maltzan non potè notar altro che gli avanzi di colonne e altri lavori dell’antichità, che si vedean di fuori, ed un’alta cupola e un minaretto con iscrizioni cufiche (_Reise in den Regentschaften Tunis und Tripolis_, Leipzig, 1870, vol. II, pag. 70).
[1209] Makrizi, _Mowâ’iz_, testo di Bulâk, vol. II, pag. 248.
[1210] Makrizi, vol. cit., pag. 246 a 256.
[1211] Makrizi, op. cit., vol. II, pag. 248. Si confronti il Coste.
[1212] Argomento ciò dal Beladsori, op. cit, pag. 309. I Beni ’Amir-ibn-Liwa, gentiluomini della Mecca, combatterono nelle prime guerre dell’islam e un di loro si trovò alla presa di Hamadan (643). Indi è molto verosimile che la famiglia abbia fatta stanza in quella città e che il suo liberto fosse stato di schiatta indigena.
[1213] Veggansi i disegni nell’opera egregia del Coste, _Architecture arabe, ou monuments du Kaire_, Parigi, 1837, gr. in foglio, tavole I, II, III, e si confronti il testo, pag. 30 segg.
[1214] Makrizi, op. cit., vol. II, pag. 265 segg.
[1215] _Univers pittoresque; Egypte moderne_, par M. Marcel, 1848, pag. 72 e seguenti.
Sanno gli eruditi che parecchi volumi di quest’ampia raccolta non son mere compilazioni fatte a tanto il foglio. Il Marcel, orientalista, visse a lungo in Egitto, studiò seriamente le antichità di quel paese nel medio evo, e pubblicò varie altre opere importanti. Chi ha letti i testi del Makrizi e d’altri autori arabi, s’accorge subito che il Marcel li studiò e ne diè sovente una traduzione fedele.
[1216] Owen-Jones, _Grammaire de l’Ornement_, Londra e Parigi (senza data), ediz. in-4º, nella descrizione della tavola XXXI.
[1217] Coste, op. cit., pag. 32 segg.
[1218] Coste, op. cit., tavola LXX, e il testo a pag. 45.
[1219] Makrizi, op. cit., II, 185.
[1220] Si vegga il Makrizi, op. cit., I, 384, e in molti altri luoghi.
[1221] Makrizi, op. cit., I, 318. Le tre porte si addimandavano Bab-Zawila, Bab-en-Nasr, e Bab-el-Fotûh.
[1222] Si vegga il Coste, op. cit., pag. 34.
[1223] Makrizi, op. cit., I, 315.
[1224] Makrizi, op. cit., I, 316, 317.
[1225] Makrizi, op. cit., II, 273.
[1226] Si veggano, nel Coste, op. cit., le tavole VII, VIII, e il testo, pag. 33 e seguenti.
[1227] Coste, op. cit., pag. 32.
[1228] Azraki, testo arabico pubblicato dal Wüstenfeld, nelle _Chroniken der Stadt Mekka_, Leipzig, 1858, I, 396.
[1229] Flandin et Coste, _Voyage en Perse_ (1840-1841), Parigi, senza data. Si veggano le tavole 24 (Sarbistan), 42 (Firuzabad), 216 (rovine sassanide dette Taki-Kesra a Ctesifone), e il testo pag. 43, 173. Si notino le cupole molto frequenti e per lo più ovoidi, ossia generate da un’ellisse che gira perpendicolarmente su l’asse maggiore. Nel Taki-Kesra il grande arco, che arriva al colmo della gran sala, è a sesto acuto con la punta arrotondata, come que’ della moschea d’Amr al Cairo vecchio.
[1230] Il Gally-Knight, _The Normans in Sicily_, pag. 351, mette innanzi due conghietture, delle quali la prima mi pare molto plausibile e la seconda molto strana: cioè che l’arco acuto sia passato in Sicilia dal Kairewân, e che ve l’abbia recato un architetto bizantino. A sostegno di questa seconda opinione, l’autore allega l’arco acuto che si vede nel menologio dell’imperatore Basilio Macedone alla Vaticana.
Questo preziosissimo codice greco in carta pecora, ch’è segnato nella detta Biblioteca col n. 1613, contiene le agiografie de’ primi sei mesi dell’anno, cominciando dal settembre; ed è illustrato in ogni pagina con una bella miniatura, che ne prende almeno la terza parte e che rappresenta spesso degli edifizii.
Il testo greco con traduzione latina, stampato in Urbino il 1727 in tre volumi in foglio, col nome del cardinale Annibale Albano del titolo di San Clemente, nei primi due volumi riproduce in rami quelle miniature.
Ora esaminata la splendida edizione d’Urbino e visto anco il codice originale, debbo dir che l’erudito inglese cadde in errore. Arco acuto propriamente detto non si vede mai nel menologio dell’imperatore Basilio. V’ha soltanto (edizione di Urbino, II, 67, 69, 78, 90, 107, 121, 127, ec.) intorno alcune figure di santi, una specie di trittico formato da quattro colonne o pilastri e terminato nella parte superiore da un angolo rettilineo tra due archi di circolo, o, al contrario, da un arco circolare tra due angoli rettilinei. Ma, come ognun vede, queste tornano a mère cornici, non son veri membri di architettura: e d’altronde l’angolo rettilineo, adoperato sovente come ornato in architettura, non si è chiamato mai arco, nè può farne l’ufizio.
In un sol posto, a pag. 102, cioè, del I volume, si rappresenta propriamente un portico, formato di colonne che sostengono, invece di archi tondi o aguzzi, degli angoli rettilinei della fattura che abbiamo testè descritta. Di due cose dunque l’una: o il dipintore delineò il portico per ghiribizzo, mettendo un ornato in vece di un arco; ovvero ei volle imitare rozzamente gli archi a sesto acuto, che al suo tempo, cioè nella seconda metà del IX secolo, erano in uso appo i Musulmani. La scena di questa miniatura è per l’appunto in Antiochia, occupata allora da Musulmani. E così il dipinto prova che i Bizantini, non che costruire archi acuti nei loro edifizii, non li sapeano nemmeno, o non li voleano, imitare col pennello.
[1231] Burckhardt, _Travels in Arabia_, Londra, 1829, vol. I, pag. 284; e Burton, _Personal narrative of a pilgrimage_, etc., Londra, 1855, vol. I, cap. vj, pag. 138. Si veggano a pag. 131 segg. le idee del Burton su l’architettura sacra dell’Oriente.
[1232] Azraki, op. cit., pag. 323 segg.
Questo lavoro, fondato su le tradizioni d’un erudito meccano che visse al principio del IX secolo, fu scritto alla metà dello stesso secolo e vi furon fatte aggiunte nel X. Noi vi leggiamo l’altezza e la larghezza di ciascuno dei 43 archi, i quali, scempii, ovvero uniti a due, a tre ed a cinque, formavano le 23 porte (nel 1814 erano 19) della gran moschea quadrilatera della Mecca, com’essa era dopo le costruzioni de’ califi Walîd (705-715), Mansûr (754-755) e Mahdi (775-785), descritte nell’opera stessa, pag. 300 segg. Alla più parte di cotesti archi si dà l’altezza di 10 o 13 _dsira’_ (ossia braccia, che supponghiamo da metri 0,54) su la larghezza di 7 _dsira’_ poco più o poco meno. Un solo è molto basso, cioè 10 di altezza per 9 di larghezza; altri, al contrario, molto allungati, cioè di 9 sopra 5 e di 10 sopra 5, intere o scarse.
[1233] Burckhardt, op. cit., vol. I, pag. 243, 277 segg.
[1234] Libro II, cap. v e ix nel vol. I, pag. 294, 407.
[1235] Bekri, _Description de l’Afrique_, testo di Parigi, pag. 25, e traduzione nel _Journal Asiatique_ di ottobre 1858, pag. 475-476.
[1236] Libro III, cap. ix, vol. II, pag. 190.
[1237] Libro IV, cap. iv, vol. II, pag. 274.
[1238] Dissi di cotesta iscrizione nel libro IV, cap. iv, vol. II, pag. 274, e poi l’ho letta io stesso e pubblicata, nelle _Iscrizioni arabiche di Sicilia_, classe I, n. 1, _Rivista sicula_ di marzo 1869.
[1239] Nello stesso libro IV, cap v, vol. II, pag. 303.
[1240] Libro IV, cap. v, vol. II, pag. 294 segg.
[1241] Libro IV, cap. xiij, vol. II, pag. 450, nota 4.
[1242] Edrîsi, testo, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 28, 29. Pur mi rimane il dubbio di qualche lacuna in questo luogo del testo. La descrizione si adatta perfettamente alla Cappella Palatina. Come supporre che Edrîsi non abbia fatta menzione di questa splendida opera del suo mecenate; e come immaginare che i Normanni abbiano lasciate nel Duomo le iscrizioni, le quali doveano esser tratte dal Corano?
[1243] _Fosûs_, plurale di _fass_, ch’è tolto di peso, come notò il Fleischer, da πεσσός “pietruzza,” ed è usato per designare il materiale da mosaico dorato, nel luogo di Ibn-Sciâkir che abbiam testè citato a pag. 828, nota 2. Si confronti una nota del Dozy, nella _Description de l’Afrique, par Edrîsi_, pag. 360. Parrebbe dunque a prima vista che Edrîsi avesse voluto alludere a’ mosaici della Cappella Palatina e della sala del palagio. Ma come adattare alle pietruzze da mosaico l’aggettivo che segue, _giâfiah_, cioè “ruvide” o “pesanti,” sul quale si vegga il Dozy, op. cit., pag. 278, dove è ricordato per l’appunto il presente luogo di Edrîsi? Convien dunque prendere _fosûs_ nel significato primitivo e persuaderci che l’autore volle fare al solito suo l’antitesi dei grossi o grezzi ciottoli co’ massi di pietra da taglio. D’altronde non si fabbrica col mosaico, nè Edrîsi stesso avrebbe osato di arrivare ad una metafora di tal calibro.
[1244] Edrîsi, testo, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 29, da correggere secondo il Dozy, op. cit., pag. 308, avvertendo che ne’ Diplomi arabi di Sicilia si trova la voce _r..kkah_ col significato italiano di rôcca, e talvolta è tradotto “castellum.”
[1245] Così chiamano volgarmente le rovine del monastero di Santa Maria della Valle o della Scala, fondato nel XII secolo. Io lo cito soltanto per la parte che rimane dell’edifizio primitivo, essendo il rimanente del secolo XIV. Si vegga Gally-Knight, op. cit., pag. 126; e meglio Geo. Dennis, nel _Murray handbook... Sicily_, Londra, 1864, pag. 513.
[1246] Sugli avanzi di questo monastero fondato nel 1174 si vegga il Gally-Knight, op. cit., pag. 168 segg.
[1247] _Sebîl_, ossia “Via (di Dio),” chiamano gli Arabi alcuni lasciti pii, e quelli specialmente che sono addetti a dar da bere a’ viandanti.
Questa fonte, alla quale riman finoggi il nome arabico di Cuba, non è stata descritta da altri, per quanto me ne sovvenga. Essa è molto piccola in vero. L’incontra a man destra chi, andando da Villabate a Misilmeri lungo lo stradale, ha oltrepassato il villaggio detto Portella di Mare ed è arrivato al sommo dell’erta, dal quale poi si scende nella valle del fiume detto de’ Ficarazzi. Sorge quivi a sinistra la collina della Cannita, ov’era di certo il Kasr-Sa’d, ricordato da Ibn-Giobair. E forse questa cupoletta è proprio su la sorgente detta _Ain-el-Meginûna_, ossia “Fonte della pazza,” di cui il viaggiatore spagnuolo, nella descrizione di Kasr-Sa’d, _Biblioteca arabo-sicula_, testo pag. 88, e _Journal Asiatique_ di dicembre 1845, pag. 516, e di gennaio 1846, pag. 76.
La cupoletta oggi è sepolta in parte sotto una frana, che mi parve recente quand’io vidi per la prima volta questo monumentino nel maggio 1870. È fabbricata, come quella molto più grande di casa Napoli tra Palermo e Monreale, sopra un dado, nel quale si entra dalla parte dello stradale per un arco molto aguzzo e pur sì picciolo che un uomo dee chinarsi per passarvi. L’acqua, in oggi assai scarsa, scaturisce in fondo ed è condotta per un canale artificiale in una pila di sasso, al margine dello stradale. Questo poi è più basso e discosto da otto metri.
[1248] Il prof. Saverio Cavallari, ricordato più volte nel presente lavoro, ha notata la costruzione delle cupole de’ monumenti normanni di Sicilia diversa da quella di stile bizantino, nel quale la superficie della sfera concava si adatta alle pareti interne del prisma quadrilatero per mezzo di una muratura in forma di vela. Egli ha osservate nella “Badiazza” presso Messina le radici di una cupola normanna che ora è cascata. Si vegga il suo confronto nel fascicolo di saggio della splendida opera cromolitografica testè intrapresa in Palermo col titolo di _Cappella del real palazzo di Palermo, disegnata e dipinta da Andrea Terzi_, ec.
[1249] Si vegga Girault de Prangey, op. cit., pag. 91, e tavola X, n. 2.
[1250] Girault de Prangey, op. cit., pag. 89, 96 segg., 100, 119. Si osservino anco gli ornati della Zisa e di Cordova, messi a riscontro nella stessa opera, tavola IV.
[1251] Dozy e De Goeje, _Description de l’Afrique et de l’Espagne, par Edrîsi_, pag. 209 del testo e 258 della traduzione.
[1252] Si tratta in generale di questo argomento nell’opera di Owen-Jones, intitolata _Grammaire de l’ornement_, Londra e Parigi, senza data, edizione in-4º, illustrata con cromolitografie. Si vegga la descrizione della tavola XX, lavoro del signor Waring, il quale ha fatto lungo studio su i monumenti bizantini, e nota l’influenza del disegno bizantino sugli Arabi, come si vede, dice egli, al Cairo, in Alessandria, in Gerusalemme, in Cordova e in Sicilia.
[1253] Questo è quello che il professor Basile definì Arco persiano, nel citato articolo del giornale “_La Ricerca_.”
[1254] Veggansi le tavole XVII, XXVII, XXVIII, della lodata opera dei signori Flandin e Coste.
[1255] _Mowâ’iz_, edizione citata, I, 384.
[1256] Nella _Bibl. arabo-sicula_, testo pag. 91, e nel _Journal Asiatique_ di gennaio 1846, pag. 80.
[1257] Si vegga la figura in Lane, _Modern Egyptians_, vol. I, cap. 1, o in ogni altra raccolta di disegni architettonici dell’Oriente.
[1258] Leandro Alberti, _Isole appartenenti all’Italia_, Venezia, 1581, fog. 49, recto e verso.
[1259] Si confronti Fazzello, _Deca_ I, libro viij, cap. 1, e Girault de Prangey, op. cit, pag. 88. Ecco le parole del Fazzello: “Piscina erat ingens in medio, in qua vivi pisces coercebantur, antiquo, quadrato, ingentique lapide, mira crassitudine instructa. Quae hodie (1558) incorrupta est, aquasque solum et pisces requirit.”
[1260] L’afferma il professor Basile, negli articoli della “Ricerca” citati qui sopra a pag. 819, nota 2.
[1261] Diploma del 28 giugno 1307, citato dal Fazzello, _Deca_ I, libro viij, cap. 1.
[1262] Si vegga il cap. vj di questo libro, a pag. 552 del volume.
[1263] _Benjamin of Tudela_, versione inglese di A. Asher, vol. I, pag. 160.
[1264] L’ho visto io medesimo ne’ primi giorni di quest’anno 1872, in compagnia del professore Giuseppe Patricolo. Ho cagione di sperare che questo valente architetto studii profondamente l’edifizio di Maredolce, del quale hanno trattato sì il Gally-Knight e il Girault de Prangey, ma i lavori loro non mi sembrano soddisfacenti.
[1265] Si vegga il cap. xj di questo libro, pag. 755 segg.
[1266] Amato, citato nel libro V. cap. v, pag. 119, di questo volume.
[1267] _Bibl. arabo-sicula_, testo pag. 89, e traduzione nel _Journal Asiatique_ di gennaio 1846, pag. 76.
[1268] Si vegga nel presente libro, cap. xij, la pag. 785, note 1, 3.
[1269] _Bibl. arabo-sicula_, testo pag. 10, e traduzione nel _Journal Asiatique_ di gennaio 1845, pag. 93.
[1270] Si vegga il libro V, cap. iij, pag. 103, di questo volume.
[1271] Si è mostrato in principio di questo capitolo, pag. 819, nota 2, che tra le due lezioni del Falcando è da preferir quella di _Minenium_, la quale torna al nome della fonte _El-Menâni_, citata nel diploma arabico del 1132.
A me par che lo stesso nome siasi dato a tutto il chiuso, e che questo, movendo dalle mura della città, abbia oltrepassata la costa dove il nome di Parco, dato al comune moderno, attesta l’antica qualità del luogo; e similmente chiamasi Parco vecchio un monte vicino. E che il chiuso incominciasse proprio dalla città, si vede dal Fazzello, il quale dice che al suo tempo chiamavan Parco il giardino regio dov’era la Cuba e la loggetta del giardino Napoli, sormontata di cupola. La quale, giacendo tra la Cuba e l’Altarello di Baida, ci fa parer molto verosimile che nel XVI secolo il giardino regio arrivasse infino al castello di Menâni. Nel XII v’era compresa al certo la Zisa. Ciò dalla parte della città, ch’è a dire a levante. A ponente prendea, senza dubbio, il monte Caputo e tutta la costa ove poi sorse Morreale.
Da libeccio poi e mezzogiorno il chiuso abbracciava il territorio di Rebuttone e correva in mezzo agli odierni comuni di Parco e di San Giuseppe Iato. Rebuttone è nome di un gorgo d’acqua (nella carta dello Stato Maggiore pubblicata il 1870, per erronea trascrizione, in vece di _Gorgo_, in siciliano _gurgu_, fu messo _Urvo_ di Rebuttone). Rebuttone s’addimanda parimente una vecchia torre, lontana parecchie miglia dal gorgo, e così anco i luoghi di mezzo, i quali giacciono a levante dello stradale che mena dal Parco alla Piana dei Greci, dieci o dodici miglia lungi da Palermo. Or questo Rebuttone è corruzione di Rahl-Butont, casale appartenente nel XII secolo allo Spedale di San Giovanni de’ Lebbrosi, come si scorge da un diploma di Guglielmo I, dato di maggio 1156, pubblicato dal Mongitore, _Sacrae Domus Mansionis.... Monumenta_ cap. xiij; citato altresì dall’Amico nelle note alla _Sicilia Sacra_ del Pirro, fog. 1345 recto dell’edizione del 1733. Leggiamo in questo diploma “Casale Butont in contrata Mennani.” Da un’altra mano, il diploma arabo-latino del 1182, il cui testo latino fu pubblicato dal Lello, _Monastero di Morreale_, appendice di _Privilegii e Bolle_, ed è stato ristampato, insieme col testo arabico, del professor Cusa ne’ Diplomi arabi e greci, volume I (non ancora uscito alla luce), nella descrizione dei confini del territorio di Giato con quel di Palermo, ha che il territorio di Giato salisce alla torre detta Elfersi “et pervenit _ad murum parci_ et vadit per murum murum usque ad portam putei, etc.” (Lello, pag. 9; Cusa, pag. 180, lin. 23). Ma il testo arabico, dal quale senza dubbio fu cavato il latino nel XII secolo, ha in riscontro del luogo latino che abbiamo stampato in corsivo (Cusa, pag. 203, lin. 12) le parole _ila haiti hauzi l mebâni_, che suonerebbe “al muro del chiuso degli edifizii:” e ciò mi par si accordi assai male con l’”ad murum parci;” oltrechè non sembra punto verosimile che una foresta cinta di mura si chiamasse “Chiuso degli edifizii.” Ma trasponendo nello stampato un punto diacritico, il quale non si trova nell’originale, e se si trovasse turberebbe poco assai chi ha pratica di manoscritti arabici, trasponendo io dico un punto, si leggerà in luogo di _mebâni_ la voce _menâni_, la stessa del diploma arabico già citato del 1132, la stessa che si legge in latino nel diploma del 1156: e si comprenderà come il parco ampliato da re Ruggiero abbia preso il nome dalla sua villa, o castello che dir si voglia; poichè la Zisa e la Cuba non erano ancor fabbricate e Maredolce giacea lungi a levante.
Ecco finalmente, per dare un’idea precisa di quel gran barco, le parole di Romualdo Salernitano, presso Muratori, _Rer. Italicar._, tomo VII, pag. 194, anno 1149: “Interea Rex Rogerius.... Et ne tanto viro aquarum et terræ deliciæ tempore ullo deessent, in loco qui Fabara dicitur, terra multa fossa pariter et effossa, pulchrum fecit vivarium, in quo pisces diversorum generum de variis regionibus adductos jussit immitti. Fecit etiam juxta ipsum vivarium pulchrum satis et spaciosuin ædificari palatium. Quosdam autem montes et nemora quæ sunt circa Panormum, muro fecit lapideo circumcludi, et parchum deliciosum satis et amœnum, diversis arboribus insitum et plantatum construi jussit, et in eo damas, capreolos, porcos sylvestres jussit includi. Fecit et in hoc parcho palatium, ad quod aquam de fonte lucidissimo per conductos subterraneos jussit adduci.” E sembra questa per l’appunto l’acqua della fonte _El-Menâni_.
[1272] Si ricordi il luogo del Makrizi, citato in principio del presente capitolo, pag. 829, nota 3.
[1273] Si vegga il libro IV, capitoli iv, vij, a pagine 270 e 330 del secondo volume.
[1274] Si veggano i capitoli ij, ix, xij del presente libro, pag. 426, 649 segg., 652, 654, 809 del volume.
[1275] Si vegga il noto passo di Leone d’Ostia, con le osservazioni che v’ha fatte di recente il Caravita, _I Codici e le Arti a Monte Cassino_, vol. I, pag. 488 segg., sostenendo che le arti del mosaico e del bronzo non erano spente in Italia, e che gli artisti, che chiamò di Costantinopoli l’abate Desiderio per lavorare a Monte Cassino, non fecero risuscitare quelle arti, ma soltanto contribuirono a perfezionarle.
[1276] Il Gally-Knight, non ostante l’opinione preconcetta del miscuglio d’arte arabica, bizantina e normanna, dice nell’opera citata, pag. 327, che i Normanni usarono in Sicilia uno stile d’architettura diverso al tutto da quello che avevano seguito in Francia e in Inghilterra, ed ugualmente lontano da quello degli edifizii innalzati da loro in Calabria. E rincalza nella pagina seguente, che l’arco acuto di Sicilia non passò il Faro che ai tempi dell’imperator Federigo II. Ei replica questa osservazione nella _Ecclesiastical architecture of Italy_, Londra, 1842-44, pag. viij e ix.
Pur v’ha una eccezione, ch’io ritrovo nell’opera postuma di Schultz, _Denkmaeler der Kunst des Mittelalters in Unteritalien_, Dresda, 1860, tomo II, pag. 183 segg., e tavola LXXII. Nella cattedrale di Caserta Vecchia, che si dice incominciata nei primi anni del XII secolo e finita il 1158, l’acuto osservatore notò lo stile normanno di Sicilia. Tuttavia non evvi che qualche arco acuto, e il resto sono tondi. La cupola somiglia a quella piccina di Maredolce presso Palermo, nascendo sopra un cilindro, non già sul solito prisma quadrilatero, ridotto prima ad ottagono per mezzo di archetti pensili che riempiano i quattro canti.
[1277] Si vegga il libro V, cap. v ed viij, e il cap. j del presente libro, a pagina 130, 132, 232, 351 di questo volume.
[1278] Su la forma particolare delle chiese normanne di Sicilia disputò dottamente il duca di Serradifalco nell’opera citata, pag. 42 segg., e il Di Marzo, op. cit., pag. 108, 109.
[1279] Si veggano le mie _Epigrafi arabiche di Sicilia_, classe I, n^i. 6, 7, 9, 10, 11, nella _Rivista sicula_ di ottobre e novembre 1869, febbraio e settembre 1870.
[1280] La ristorazione dell’antico edifizio, alla quale si lavora per cura dell’architetto professor Giuseppe Patricolo, ha messo in luce la più parte della iscrizione greca, la quale per la sua postura rimase pressochè ignota, mentre durò il monastero di donne. Il professore A. Salinas ha dato nella _Rassegna archeologica di Sicilia_ del gennaio 1872 (_Rivista sicula_ di febbraio 1872) un bel ragguaglio dello stato dell’edifizio e de’ lavori intrapresi per ristorarlo.
[1281] Si veggano le iscrizioni citate in principio del presente capitolo a pag. 818, nota 2, e 819, nota 1.