Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 55
[1157] Non occorrono citazioni per questi fatti notissimi. Dirò soltanto che i pellegrini musulmani di Spagna e d’Affrica, nella seconda metà del XII secolo, toccavano per lo più la Sicilia. Si vegga il viaggio di Ibn-Giobair, edizione Wright, e particolarmente a pag. 62.
[1158] Edrîsi, citato qui innanzi a pag. 787, note 3, 4.
[1159] Edrîsi (1154) attesta che l’arsenale regio era allor, come prima, in Palermo. Ibn-Giobair (1185) lo trovò in Messina; e Falcando, presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 405, afferma, con un po’ forse d’anacronismo, lo stesso fatto, dicendo che i Messinesi avean fiaccati i Greci, depredata l’Affrica e la Spagna e riportatone tanta preda.
[1160] Edrîsi, nella _Bibl. arabo-sicula_, testo, sotto que’ nomi.
[1161] Lib. V, cap. x, pag. 342 segg., e si riscontri il libro IV, cap. xiij, pag. 458 segg., del II volume.
[1162] Si vegga il capitolo iv del presente libro, a pag. 468 e 485 del volume.
[1163] In molti casi bastano a chiarir l’errore le stesse incisioni dello Spinelli: per esempio, nel n. 223, pag. 46, tavola VIII, 21, dove l’autore lesse l’anno 547, supponendo scritto il 40 senza la lettera ain, mentre si vede chiaro e corretto il numero 30. Nella stessa pagina, n. 212, tavola VI, 28, il nome di Messina è trascritto erroneamente _msânâ_, in vece di _msîni_ che si legge nell’incisione, secondo la ortografia usata dagli Arabi: quest’errore torna in molti altri luoghi. Mi sembra poi molto dubbia, al n. 155, pag. 35, tavola V, 5 e altrove, la doppia data di zecca, cioè “Capitale della Sicilia” (Palermo) in una faccia, e “Messina” nell’altra. Così molte altre leggende o non possono stare, o si trovano diverse nell’incisione.
[1164] Le citazioni di altri trattati di numismatica si veggano nell’indice del Mortillaro, intitolato _Il Medagliere arabo-siculo_, Palermo, 1861, pagina 39 segg. Io ho studiate nel gabinetto numismatico di Parigi da venti monete arabo-normanne e altrettante qua e là, e molte più ne ho viste senza aver tempo di studiarle. Debbo notare soprattutto due di Parigi, che hanno da una faccia il simbolo musulmano e dall’altra la T con un puntino sopra ed uno da ciascun lato, e portan le date, l’una del 503 e l’altra del 506 (1109, 1112), confermate dall’autorevole giudizio di M. De Longpérier, il quale con ospital premura m’iniziò nella numismatica arabica, correndo il 1843.
[1165] San Giorgio Spinelli, op. cit., pag. 41, 42, n. 183 a 191, tavola VIII.
[1166] Si vegga il libro V, cap. vij, e il cap. ij del presente libro, a pag. 185 e 392.
[1167] Lo Spinelli, senza trattare di proposito la permanenza della Zecca in Salerno sotto la signoria di Ruggiero II conte di Sicilia, l’ammette implicitamente, ed ha ragione. Si veggano i numeri 36 a 63, a pag. 15 e segg. del suo libro, e le note a pag. 251.
[1168] Le monete di rame latine, evidentemente battute in Terraferma, con la croce da una faccia, la _T_ dall’altra e il nome di Ruggiero conte di Calabria e di Sicilia, si veggono nella vignetta a pag. 15 dello Spinelli, il quale giustamente le attribuisce a Ruggiero II.
[1169] Si vegga in Malaterra, lib. IV, cap. xxv, presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 244, l’aneddoto di Arrigo vescovo di Leocastro, assalito dai pirati.
[1170] _Monete cufiche_, pag. 255, nota al n. 73.
[1171] Si veggano nell’op. cit. i numeri 226, 227.
[1172] Lo deduco dal peso delle monete d’oro che ho avute alle mani, e da quello costantemente notato nell’opera dello Spinelli. È da sapere che parecchi diplomi greci o latini di Sicilia del XII secolo contano i valsenti in tarì d’oro da un acino (κόκκος), ovvero “ad granum unum” e talvolta da due grani. Ma si tratta forse del peso, del quale si tollerava la mancanza in ciascun tarì. Altrimenti cotesto acino non risponderebbe affatto al peso chiamato oggi con lo stesso nome di grano o _cocciu_, il quale, secondo il sistema metrico osservato in Sicilia fino al 1860, e poco diverso dall’antico sistema di Palermo, torna alla sedicesima parte d’un grammo. I tarì pesano sempre un grammo, scarso o traboccante.
[1173] Giovanni Villani, lib. VI, cap. 21, dice che Federigo, all’assedio di Faenza (1240), scarseggiando di danari fece fare “una stampa di cuoio di sua figura, stimandola in luogo di moneta siccome la valuta di uno agostaro,” ec. e che poi questa specie di cartamoneta fu cambiata in oro.
[1174] Presso Raynaldi, _Annales Ecclesiastici_ (Lucca, 1747), anno 1239, § xij, tomo II, 213. Si confronti la Vita di Gregorio IX, pel Cardinal d’Aragona, presso Muratori, _Rerum Italic._, III, parte prima, pag. 584.
[1175] Ho avute alle mani due monete musulmane di rame, ricoperte, l’una di foglia d’oro e l’altra d’argento. La prima, ch’io vidi nel 1868 presso il sig. Salvatore Struppa in Marsala, porta, con qualche interruzione, la stessa leggenda che il dinar di Harun Rascid del 177, presso Marsden, n. 37: e vi si legge il nome di Gia’far, come nell’incisione del Marsden, il quale poi lo tralasciò, non so perchè, nella descrizione. Ma notisi che il Marsden nella descrizione del n. 36, ch’egli dice simile al 37, fa menzione di un dinar di bronzo del medesimo lavoro. La moneta foderata di argento fu comperata da me in una vendita pubblica a Firenze, nel marzo 1869, per conto della Biblioteca comunale di Palermo, che or la possiede. Ha il nome del califo Mahdi, la data di Bagdad, anno 160, e la leggenda dei dirhem abbasidi, intera e in caratteri molto nitidi.
Si ricordi che Ottone di San Biagio, cap. 42, presso Muratori, _Rerum Italic._, VI, pag. 899, narra che il 1195 i Musulmani comperarono il castello di Torolts da’ Cristiani che lo difendeano, dando loro “corruptum aurum metallo sophistico, auro in superficie colorato.”
[1176] Samperi, _Iconografia della gloriosa Vergine_, ec., Messina, 1644, pag. 615-622, dove è data la trascrizione e traduzione del Padre Kirker, corretta, a modo suo, dal Padre Magri da Malta. Il Gregorio ristampò l’epigrafe nel _Rerum Arabicarum_, pag. 190, dopo aver dato a pag. 189 altri frammenti che sono murati in una finestra del Duomo di Messina stessa: ed avvertì che in quella città se ne trovava parecchi della medesima fattura. Il Gregorio non era uomo da ripetere la favola del Messala; ma nè egli nè il Tychsen indovinarono una parola de’ frammenti, sia dell’Annunziata o sia del Duomo.
[1177] Io ho letti alcuni squarci di cotesti versi nel 1868, e li ho pubblicati nelle _Iscrizioni arabiche di Sicilia_, classe I, n^i. 3, 4 (_Rivista sicula_ di agosto 1869), aggiungendovi le fotografie. Si vegga nella stessa opera, classe I, n. 5, un frammento di tavola di marmo trovato nel palazzo regio di Palermo, nel quale era intarsiata, a caratteri neskhi di stile diverso, una iscrizione in versi, che somiglia molto, pel concetto e per l’andamento, a quella di Messina.
Cotesta iscrizione dell’Annunziata de’ Catalani, messa lì per caso, ha tratti fuori di via alcuni scrittori di cose architettoniche, come il Gally-Knight, _The Normans in Sicily_, Londra, 1838, pag. 120 segg. Il Padre Gravina, _Duomo di Morreale_, pag. 33, ci ha applicato subito il suo supposto delle costruzioni siciliane del VI secolo: onde ha fatta sorgere l’Annunziata de’ Catalani a’ tempi di S. Gregorio e poi l’ha mutata in moschea e nuovamente in chiesa. Qual che sia stata l’origine, la forma attuale torna evidentemente al XIV secolo.
[1178] _Iscrizioni arabiche di Sicilia_, classe I, n. 11, nella _Rivista sicula_ di ottobre 1870. Io lessi per lo primo cotesta iscrizione nell’aprile 1849 e la pubblicai nella _Revue Archéologique_, Paris, 1851, pag. 669 segg.
Essendo tutto l’edifizio della stessa pietra e fattura del coronamento, nel quale è intagliata la iscrizione, non mi metterò a combattere il supposto di alcuni eruditi palermitani, al quale si acconcia il dotto barone De Schack (_Poesie und Kunst_, etc., II, 269), cioè che il palagio fosse edificato assai prima, e che Guglielmo II l’avesse ristorato. Tal supposto non ha fondamento storico nè artistico. Debbo qui attestare che il Girault de Prangey, pochi anni dopo aver assentita dubbiamente la comune opinione dell’origine musulmana (_Essai_, etc., pag. 87 segg.), e due anni prima ch’io leggessi la iscrizione, pensò che la Cuba fosse opera del XII secolo. Trovandomi un giorno a Parigi con lui e col duca di Serradifalco nel 1847, cadde il discorso su la Cuba. Il Serradifalco sostenea con molto calore l’origine musulmana e tra le altre cose allegava l’iscrizione; e il Girault de Prangey, dopo che gli ebbe dette le sue ragioni in contrario, si messe a replicargli ogni volta “Oui, mais c’est normand!”
[1179] Ho toccato quest’argomento nel cap. iv del presente libro, pag. 491 del volume e più largamente nelle _Iscrizioni_, ec., classe I, n^i. 9, 10 (_Rivista sicula_ di febbraio 1870). Si corregga dunque il supposto ch’io avea messo innanzi, nel libro IV, cap. xij, vol. II, pag. 451.
Tra i molti autori che hanno scritto della Zisa, merita particolare menzione Leandro Alberti, _Isole appartenenti all’Italia_, Venezia, 1581, fog. 47 verso segg. Il Girault de Prangey, _Essai_, etc., dicendo a pag. 86 della sala terrena, aveva anche qui indovinata l’età, poich’egli accenna a Guglielmo II.
[1180] Si vegga il cap. iv del presente libro, pag. 463 del volume. Leandro Alberti, nell’opera citata, fog. 47 verso, ricordò per lo primo questo palagio senza scriverne il nome. “Sono oltre di ciò, egli dice, lunge un miglio da Palermo le ruine di due illustri palagi, col terzo pure in piedi, ma mal condotto per esser hora (prima metà del XVI secolo) habitatione di animali.” I due illustri palagi sono la Zisa e la Cuba, dei quali l’Alberti non descrive che il primo.
Dopo questo viaggiatore, n’ha trattato il professore G. B. Basile dell’Università di Palermo, in due articoli del giornale palermitano _La Ricerca_, n^i. 1, 2 (30 aprile e 9 maggio 1856), e il D. Marzo, op. cit., I, 269.
Io credo s’abbia a dare a questo palagio il nome di Menâni più tosto che quello di Mimnernum, col quale l’hanno designato fin qui gli eruditi siciliani. Questo si legge per vero in alcuni codici, e nelle edizioni del Falcando (veggasi Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 448), ma sembra un po’ strano a sentir presso Palermo un vocabolo che non ha altro significato se non che il nome proprio d’un antico poeta. Il vocabolo, all’incontro, di _Minenium_ è scritto chiaramente nel vetusto e bel codice del Falcando, posseduto dalla Biblioteca di Parigi (Saint-Victor, 1604, fog. 45 recto) e si riconosce anco in un diploma arabico di aprile 1132, serbato nel tabulario del Duomo di Palermo, del quale il Gregorio pubblicò uno squarcio nel suo opuscolo _De supputandis apud Arabes siculos temporibus_, pag. 44, ed ora l’intero testo è stampato correttamente dal professor Cusa, ne’ suoi diplomi greci ed arabi di Sicilia, vol. I (non ancor pubblicato), pag. 6 segg. Per cotesto atto un musulmano di Palermo permutava una parte dell’acqua dell’_Ain-el-Menâni_ con le acque dell’_Ain-el-Farkh_ e dell’_Ain-el-Bottiah_, possedute da un altro musulmano; le quali sorgenti eran tutte “nelle regioni occidentali di Palermo” e la prima irrigava la campagna detta _Burg-el-Battâi_, della quale sappiamo altresì il sito da Ibn-Haukal, nella _Biblioteca arabo-sicula_, testo pag. 9, e nel _Journal Asiatique_ di gennaio 1845, pag. 29.
È da notare che questo castello non comparisce tra’ siti reali dell’agro Palermitano, notati ne’ diplomi di Federigo imperatore, nè di Carlo d’Angiò. Direbbesi che fosse stato distrutto innanzi il XIII secolo: e forse nella battaglia del 21 luglio 1200, la quale cominciò per l’appunto in quei luoghi, come si vede dal cap. vij di questo libro, pag. 580.
[1181] V’ha buona ragione di credere che questo castello, col suo bagno, di cui rimangono gli avanzi, col suo parco e col lago artificiale or disseccato, sieno opera dell’emir kelbita Gia’far (997-1019). Si vegga il nostro libro IV, cap. vij, a pag. 350 del vol. 2, e il lib. V, cap. iv, a pag. 120 del presente volume. Eran proprio questi “il palagio e i deliziosi giardini irrigati d’acque e ricchi di frutta,” i quali, al dir dell’Amato, furono occupati dal conte Ruggiero, quando sboccò nell’agro Palermitano il 1071.
Degli avanzi di Maredolce han trattato, nelle opere citate, il Gally-Knight, a pag. 305; l’Hittorf, a pag. 6 (tavola LXXIV, fig. 2); il Girault de Prangey, pag. 92; il Di Marzo, vol. I, pag. 270 e segg.
[1182] Il Gregorio, _Rerum Arabicarum_, pag. 188, pubblicò un pessimo disegno della iscrizione cufica che si vedeva al sommo delle mura e ch’ei non si provò a tradurre; nè io lo tenterò senz’altro aiuto che quella incisione. Il Gregorio aggiugne esser molto belli i caratteri ed aver l’edifizio l’apparenza di molta antichità; ma non dice che l’abbia veduto egli stesso. Il Girault de Prangey, op. cit., pag. 93, e tavole VII e XIII, n. 4, diè l’interno de’ bagni e una bella copia d’un brano della iscrizione, i cui caratteri direi molto antichi, se la paleografia cufica desse prove certe de’ tempi. Ma poichè mi si dice sia cascata giù, fin da molti anni, l’iscrizione, non possiamo sperare per ora, nè forse mai, di arrivare all’origine di quel monumento. Si vegga anco il Gally-Knight, op. cit., pagina 324. Del resto il disegno della sala principale del bagno somiglia molto a quello del bagno di Palma in Maiorca, che ci dà il Girault de Prangey, op. cit., tavola II: e le differenze sono gli archi, acuti a Cefalà ed a ferro di cavallo in Palma, e il lavoro assai più delicato nel primo che nel secondo di quegli edifizi.
[1183] Si è discorso degli avanzi di questa porta nel libro V, cap. iv, pagina 128 del presente volume, nota 2. Dopo avere scritto quel capitolo, mi è occorso di visitare io stesso nel 1868 la chiesa della Vittoria, in compagnia dell’architetto dottor Cavallari, e vi sono ritornato nel 1871. Io ho riconosciuta la esattezza delle notizie che me ne diè dapprima il dotto professore Salinas, le quali io usai nella nota. Ho veduta di più, mostratami dal Cavallari, la faccia esteriore di questa porta dal lato del vecchio muro della città, al quale è ora addossata una casuccia che risponde sulla piazzetta chiamata della Vittoria a’ Bianchi, e vi si distingue benissimo l’arco acuto, ora tutto ripieno e ragguagliato alla faccia della parete. Dall’altra parte del vecchio muro sta la chiesa della Vittoria; nella quale la prima cappella, a destra di chi entri dall’ingresso maggiore in piazza dello Spasimo, risponde per lo appunto all’antica porta. La metà superiore della qual cappella è occupata dall’affresco ch’io già descrissi, moderno e ritoccato in tempo ancor più recente. Ma nella metà inferiore, e per l’appunto dietro l’altare ch’ora è congegnato in guisa da scostarlo quando si voglia, veggiamo la metà inferiore d’una antica e robusta porta di legno, la quale è da supporre conservata fin dall’XI secolo; e tanto più lo dobbiam credere dell’arco acuto, il quale potrebbe anco risalire alla fondazione della Khalesa, cioè al X secolo. Avvertasi che rimangono avanzi robustissimi ed antichi di costruzione, tanto in altra parte della chiesa, quanto in una casipola attigua su la piazza dello Spasimo.
[1184] Ho riferite nel cap. iv del libro V, pag. 118 del presente volume, nota 3, le proprie parole di Amato, le quali fanno credere che il sito di San Giovanni de’ Lebbrosi sia lo stesso del Castello di Iehia, ossia Giovanni, preso dal conte Ruggiero dopo quello di Maredolce. Ma la chiesa attuale non v’era al certo; nè alcun documento prova che i Normanni l’abbiano fabbricata immediatamente.
[1185] Una veduta di questo castello rovinato, che sovrasta ad Alcamo, si trova nell’opera del Duca di Serradifalco, _Del Duomo di Monreale e di altre chiese normanne_, pag. 43, in vignetta. Vi si scorgono parecchie finestre ad arco acuto.
[1186] D’Entella si è fatta menzione nel libro V, cap. ij, pag. 86 di questo volume, nota 1. Era al certo castello fortissimo pria della guerra normanna. Un amico mio, che visitò quelle rovine quattordici anni addietro e n’abbozzò anco una pianta, vi osservò una cisterna con vòlta a sesto acuto, il quale nell’abbozzo ha le medesime proporzioni che negli edifizii normanni del XII secolo.
Calatamauro non è nominato negli annali normanni; ma Edrîsi ne fa menzione e ne indica il sito. Andrebbe dunque riferito ai tempi musulmani, quando anche non attestasse quella origine il nome, composto di due notissimi vocaboli, arabico il primo e latino o greco il secondo, il quale fors’anco ci condurrebbe ai primi tempi del conquisto musulmano. Un documento ch’io allegai nella Guerra del Vespro Siciliano, cap. VI, edizione del 1866, tomo I, pag. 139, nota 2, prova l’importanza di questa fortezza nel XIII secolo. L’amico mio, che visitò Entella, esaminò anco Calatamauro, che giace in quelle stesse montagne ed era assai più vasto: nelle cui rovine egli osservò una gran cisterna, anch’essa con vòlta a sesto acuto, intonacata di cemento idraulico e molto ben conservata.
[1187] Il barone di Mandralisca da Cefalù, tolto immaturamente all’Italia ed agli studii, mi affermava nel 1861 aver vista, più di venti anni innanzi, una iscrizione arabica nella torre detta Li Gresti, che facea parte d’una masseria ed occorrea nel sentiero che mena da Piazza a Lentini, il quale allor si chiamava strada. L’iscrizione si vedeva in una scala della torre, parte fabbricata e parte tagliata nel sasso.
Sarebbe da ricercare questa torre ed anco i due monumenti citati da Houel, _Voyage pittoresque_, etc., vol. III, pag. 69 e 122, l’un de’ quali sorgea nella via da Militello a Vizzini; e l’altro nel feudo della Falconara, a tre miglia da Noto.
[1188] Si veggano: Hittorf, _Architecture moderne de la Sicile_, Parigi, 1835, gr. in foglio, con rami.
Gally-Knight, _The Normans in Sicily_, Londra, 1858, in-8º, con atlante in foglio.
Serradifalco (Domenico Lo Faso, duca di) _Del Duomo di Monreale e di altre chiese normanne_, ec., Palermo, 1838, in foglio, con rami, e _Il Castello della Zisa_, nella raccolta intitolata: _L’Olivuzza, ricordo del soggiorno della Corte imperiale russa_, ec., Palermo, 1866, in 4º, con litografie.
Girault de Prangey, _Essai sur l’architecture des Arabes et des Mores_, Parigi, 1841, in-8º gr., con litografie.
Di Marzo, _Delle Belle Arti in Sicilia_, ec., Palermo, 1858, due vol. in-8º gr., con litografie.
Buscemi, _Notizie della basilica di San Pietro, detta la Cappella regia di Palermo_, Palermo, 1840, in-4º, con litografie.
Schack (A. F. von) _Poesie und Kunst der Araber in Spanien und Sicilien_, Berlino, 1865, due vol. in-12º.
Springer, _Die mittelalterische Kunst in Palermo_, Bonn, 1869, in-4º.
Gravina (Dom. Benedet. cassinese), _Il Duomo di Monreale illustrato_, Palermo, con la falsa data del 1859, da correggere 1871, gr. in foglio, con tavole cromolitografiche e fotografie.
Si vegga ancora gli articoli critici sull’opera del Serradifalco, scritti dall’abate Niccolò Maggiore, nelle _Effemeridi Siciliane_, n^i. 64, 65, 66 (Palermo, 1839) e da Giambattista Castiglia nel _Giornale Letterario_, n. CXCV, (Palermo, 1839).
[1189] _Prolégomènes_, traduzione francese del baron De Slane, parte II, 274. Nel testo, parte II, pag. 231, 239, della edizione di Parigi, leggesi il nome etnico di Fars, cioè popoli della Persia propriamente detta, escluse le province settentrionali ed orientali del reame attuale. Si veggano anco tutte le pag. 241 segg. e 365 segg.
Nella stessa opera, traduzione francese, II, 375, l’autore scrive che il califo Walid-ibn-Abd-el-Melik fece venire architetti da Costantinopoli per costruire le moschee di Medina, Gerusalemme e Damasco. Par ch’egli contraddica così ciò che avea detto della origine persiana: e pure i due fatti stanno benissimo insieme. Come vedremo or ora, gli artisti bizantini furon chiamati pei lavori di mosaico e forse per altri ornamenti; e i persiani fabbricarono i primi edifizii. In ogni modo il racconto è manifestamente erroneo, poichè quelle moschee esistevano di già; onde non si trattava di fabbricarle di pianta. A me pare che Ibn-Khaldûn, al solito suo, abbia messi qui a fascio varii fatti. E così talvolta ei dava nel segno e talvolta lo sbagliava netto.
[1190] Caussin de Perceval, _Essai sur l’Histoire des Arabes_, II, 55.
[1191] Ibn-el-Athir, anno 17, testo del Tornberg, vol. II, pag. 411, 412.
[1192] Kela’i, _El-Ikitfâ_, ms. di Parigi, _Ancien Fonds_, n. 653, fog. 94 verso. Si confronti con Ibn-el-Athir, loc. cit.
[1193] Beladsori, _Liber Expugnationis_, etc., testo del De Goeje, pag. 286, e Ibn-el-Athîr, loc. cit.
Notisi che la più parte de’ monumenti musulmani surti ne’ primi secoli dell’egira dallo Stretto di Gibilterra al Golfo Persico ed all’Oxus, furono costruiti con le spoglie degli antichi edifizii. Non occorrono citazioni per questo. Leggiamo anco in Beladsori, op. cit., pag. 290, che furon messe nella moschea cattedrale di Waset, in Mesopotamia, delle porte tolte da Zandewend e da altre città di quella regione; gli abitatori delle quali si querelarono di cotest’atto di violenza, contrario ai patti ch’essi aveano stipulati coi Musulmani.
[1194] Ibn-el-Athîr, loc. cit.
[1195] Beladsori, op. cit., pag. 286. Il vocabolo che traduco “vòlta” è _azeg_. Parmi sia da porvi mente nel ricercare la recondita radice del francese “ogive,” poichè gli Spagnuoli confondeano la pronunzia delle due lettere _g_ _z_ (gim, za) che sono le ultime di quel vocabolo arabico. Avremmo così le prime due sillabe di “ogive,” e l’ultima si potrebbe riferire alla nota desinenza dell’aggettivo derivativo in lingua arabica.
[1196] Ibn-el-Athîr, anni 105, 121, edizione del Tornberg, V. 93, 163 segg.
Il Beladsori, op. cit., 286, 287, fa un cenno de’ lavori pubblici dovuti a Khaled e cita, tra gli altri, una chiesa ch’egli edificò, come dicesi, in Cufa, in grazia della sua madre cristiana. Questo fatto non è stato dimenticato dal Weil, _Geschichte der Chalifen_, I, 621.
[1197] Kela’i, loc. cit. È notevole che questa pianta somigli a quella delle chiese cristiane. Traduco “abside” il vocabolo arabico, che significa letteralmente parti posteriori. Traduco “braccio” il vocabolo _dsira’_, che vi corrisponde ne’ due significati di membro del corpo e di misura lineare. La _dsira’_ variò di lunghezza secondo i luoghi e i tempi. Quella dell’antico Nilometro di Rauda, misurata dal Coste, op. cit., pag. 45, è di metro 0,5415.
[1198] Beladsori, op. cit., pag. 290.
[1199] Frammenti del testo d’Ibn-Sciakir, pubblicati dal professore Anspach, in nota al suo _Specimen e literis orientalibus_, etc., Leida, 1853, in-8º, pag. 8 e 9. Si vegga nello stesso opuscolo, a pag. 9, il testo della cronica anonima di Walîd, la quale dà all’ambasciatore il titolo di patrizio e narra lo stesso fatto con altre parole.
Dal canto mio, temperando una iperbole troppo grossa, ho tradotto: “si turbò fieramente” il luogo del testo, che dice propriamente “cadde svenuto.”
Su la moschea di Damasco si consulti Edrîsi, versione francese di M. Jaubert, I, 351, dove si fa menzione di un’altra cupola detta La Verde e di varie maniere di ornamenti.
[1200] Beladsori, op. cit., pag. 287, 288. Costui si chiamava Ibrahim-ibn-Selâma; era liberto della tribù di Rebâb, ed era stato uno degli emissarii che prepararono la sollevazione del Khorasân a favore degli Abbasidi. I Rebâb si veggono tra i primi conquistatori del Khorasân, secondo un passo del Beladsori, op. cit., pag. 404.
[1201] Bekri, _Description de l’Afrique_, testo di Parigi, pag. 23, e traduzione nel _Journal Asiatique_ di ottobre 1858, pag. 471.
[1202] Makrizi, _Mowâ’iz_, testo di Bulâk, tomo I, pag. 317, dice che l’emiro tolunida Khamaruweih fabbricò di faccia alla _Kubbet-el Hawâ_, ossia “Cupola dell’Aria,” un’altra cupola chiamata _Dekka_, ossia “Belvedere,” ch’era aperta da’ lati (ossia da’ quattro archi, com’e’ parmi, che sosteneano la cupola), ma questi si chiudeano, quando si volea, con cortine. Dalla _Dekka_ si scoprivano tutti i giardini e i palagi dell’emiro, il deserto, il Nilo, e i monti.
[1203] Bekri, op. cit, pag. 24 del testo e 472 della traduzione.