Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II

Part 54

Chapter 543,697 wordsPublic domain

[1093] Il primo di cotesti frammenti fu donato dalla Casa reale al Museo regio di Palermo; gli altri sono incastrati, tutti capovolti o di traverso, negli stipiti della porta maggiore della chiesa dell’Annunziata de’ Catalani in Messina e in una finestra di quel duomo. Io ho pubblicati i detti frammenti nella _Rivista Sicula_ di agosto 1869, vol. II, pag. 93 segg., 99, 100.

[1094] Non occorrono citazioni per le prime due parti. Nell’inventario della Cappella Palatina, dato il 1309 (_Tabularium_, etc. n. LXIII), si legge a pagina 102: “Item cannatam unam de porfido cum manicis, munitam in ore de argento deaurato.” Un altro inventario, citato nella nota 20 dello stesso documento, ha: “Phiala de porfido cum manicis vacua.” _Cannata_, in siciliano vuol dir gran boccale di terra cotta, con manico e con una scanalatura dal lato opposto, per la quale si versa il vino.

[1095] La narrazione particolareggiata del ritrovamento sarà data alle stampe dall’ingegnere Giuseppe Patricola, il quale indefessamente lavora a ristorare l’antica chiesa di Giorgio Antiocheno, liberandola dalle goffe appendici dei tempi successivi.

Il motto arabico che si volle imitare parmi: _Lillahi-l-molk_, “La possanza in Dio è,” frequentissimo negli arnesi musulmani; lo stesso che si legge ne’ vasi di Mazara, di cui nella seguente nota 3.

[1096] Si vegga Marryat, _A history of pottery_, etc., London, 1857, 2ª ediz., in-8º, pag. 14 segg; Demmin, _Guide de l’amateur des faïences_, etc., 2ª ediz., Parigi, 1863, pag. 208 segg.; e lo stesso autore, _Histoire de la céramique en planches phototypiques_, Paris, 1869, in fol., in corso di pubblicazione.

In quest’ultima opera, molto notevole per le figure, il Demmin (Livraison XIII, pl. 25), tratta della scuola “Siculo-musulmana.” Sventuratamente il preziosissimo vaso di speziale, che, secondo l’autore, risalisce “audelà de la conquete de Roger le Normand (1058)” (sic) ed ha intorno il collo una iscrizione “en vieil arabe, qui veut dire Gloire au Victorieux,” non è de’ tempi normanni; e la supposta iscrizione, nitidissima nella figura, non dice nulla. Essa non è altro che una seguenza di _elif_ e _lam_ e altre lettere arabiche sfigurate, le quali provano, più tosto che la vecchiaia, la morte o l’assenza della lingua araba nel paese ove fu fatto il lavoro. Forse è del XV secolo, come l’altro della stessa tavola e come un altro della tavola 26.

[1097] Vidi questi due vasi in Mazara, nel 1868, l’uno in casa del nobile uomo e cortese, il signor Giovanni Burgio de’ Conti Palatini; l’altro nella sagrestia della Madonna del Paradiso, piccola chiesa alle porte della città. Sono entrambi di terra cotta, smaltata a foggia di maiolica, alti più di un metro ciascuno, forniti di anse e terminati in punta come le anfore antiche. Somigliano molto, per la forma e per l’opera, l’uno all’altro, ed entrambi per la sola forma, al celebre vaso detto dell’Alhambra. Nella pancia si legge, in grandi e be’ caratteri cufici, _lillahi-l-molk_; e intorno il collo del vaso Burgio son replicati indefinitamente i due vocaboli “prosperità e compimento:” solito augurio che leggesi nelle iscrizioni ornamentali, sì di Sicilia e sì d’altri paesi musulmani, e che campeggia esclusivamente, con piccola variante, nel vaso dell’Alhambra. Questo per altro ha caratteri neskhi, non cufici: differisce ancora per la distribuzione degli ornati e pel colore dello smalto, ch’è verde, bianco e oro; mentre ne’ vasi di Mazara risaltano sul campo bianco i caratteri e i disegni d’un bel bruno di terra d’ocria, luccicante come se fosse metallo.

[1098] Ho avuto alle mani quasi un centinaio di coteste stoviglie, nelle collezioni del museo regio di Palermo, museo dell’abolito monastero di San Martino, casa Trabia, professore Salinas, museo Biscari in Catania, casa Pepoli in Trapani. Non ostante la varietà delle forme, de’ punti del colore che in fondo è sempre bianco, e degli ornamenti, tutti graziosi e di gusto arabico purissimo, coteste stoviglie fanno una classe distinta da ogni altra manifattura ceramica antica, medievale e moderna, per la estrema sottigliezza e leggerezza che le fa parere, per dir così, di carta. Del gran numero che n’ho viste, poche avean perduto il marchio di fabbrica; nelle altre ho trovato otto maniere di marchi, la più parte con la data un po’ frusta e col nome dell’artefice o la qualità, ch’è chiamata _’aml tin_ “opera di terra,” _tin mohtawa_ “terra ritenente” o diremmo noi impermeabile, e _tin ’amali_ “terra plastica.” In altri è il nome d’Ibrahim; in altri quel di Bâlmi, non so se proprio o topografico. Ancorchè Palma, tra il Capo di Scaletta e quel di Sant’Alessio, sia scritta ne’ codici di Edrîsi in modo da doversi leggere Bâlmi, parmi non si possa pensare a questo luogo, sì per la data recente delle stoviglie, e sì perchè l’argilla che vi si trova, come ritraggo dal dotto ed operoso professore G. G. Gemmellaro, non può dare affatto vasi impermeabili, rassomigliando a quella di Sciacca e di Girgenti, che serve a far le stoviglie porose da rinfrescare l’acqua, come la _dorrak_ di Egitto. Debbo avvertire che M. Demmin ha pubblicato uno di questi orcioletti nella citata _Histoire_, etc., tavola XII, figura 23, tra varie stoviglie egiziane di remota antichità, e senza assegnar data, l’ha attribuito a dirittura alla manifattura di Keneh (Alto Egitto). Aggiungo, a scusa dell’autore, che il vaso, come scorgo dalla nitidissima figura in fototipia, non ha marchio, forse perchè, essendosi spezzato, era stato rattoppato lo sdrucito, come io ho visto in parecchi di cotesti vasi in Sicilia.

[1099] Fino al 1860 erano comunissime in Firenze le ciotole di rame con iscrizioni arabiche: molti bottegai se ne servivano per tenere gli spiccioli, e i rivenduglioli di antichità le davano a basso prezzo.

L’uso di queste ciotole sembra molto antico in Toscana. Nella vita di San Ranieri, _Acta Sanctorum_, III, 448 (17 giugno), si legge che una Adaleta da Pisa recò a Ranieri un “urceolum opere saracenico factum,” pregando il brav’uomo di benedir l’acqua che v’era dentro. San Ranieri morì il 1160.

[1100] _Vase arabo-sicilien de l’œuvre Sulèmon_, par M. A. De Longpérier, nella _Revue Archéologique_ del 1865.

[1101] Chabouillet, _Catalogue général des Camées, etc., exposés dans le Cabinet des médailles et antiques_, Paris, 1858, in-8º, n. 3194, pag. 548. Lo stemma è di Paolo da Roma, arcivescovo di Morreale (1379-1393); onde la coppa si può credere fabbricata in Palermo.

[1102] Nel capitolo iij di questo libro, a pag. 417 segg. del volume.

[1103] Presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 407: “Nec vero nobiles illas palatio adhaerentes silentio praeteriri convenit officinas, ubi, in fila variis distincta coloribus, serum vellera tenuantur, et sibi invicem multiplici taxendi genere coaptantur.... in quibus et sericis aurum intexitur et multiformis picturae varietas, gemmis interlucentibus, illustratur.” Come ognun vede, non ci manca altro che la denominazione arabica di _tirâz_.

[1104] Boch (Dott. Franz), _Die Kleinodien des heil. romischen Reiches deutschen Nation_, etc. Vienna, 1864, grandiss. in fog.

[1105] In appendice all’op. cit., pag. 191 segg., e tavola XLI, fig. 64.

[1106] Leggesi in giù, a caratteri minuti e con abbreviature: _Descriptio totius orbis † pax ismaheli qui hoc ordinavit_; e intorno intorno il pallio semicircolare, a caratteri grandi molto ornati: _O Deus Europae cesar Heinrice beare, Angeat_ (augeat) _impreium_ (imperium) _ibti_ (tibi), _rex qrenwine_ (qui regnat in aevum).

Tra le altre leggende, v’ha sotto il Cancro: _Hoc sidus_ CAUCBI _fert nociva mundi_. Il dotto editore ha corretto facilmente cancri; ma io cancellerei volentieri la correzione e leggerei in questo luogo il vocabolo arabo _kaukab_, (abbreviato _kaukb_) “stella,” scritto in caratteri latini. Il ricamatore arabo, m’immagino io, vedeva una stella, non capiva il nome, e quindi lo lesse a dirittura in arabo come, per esempio, i nostri marinai fecero Negroponte da Εύριπος.

[1107] Certamente si ricamava in tutte le parti d’Italia pria che i Musulmani venissero in Sicilia; ma la voce _ricamare_, derivata senza dubbio dall’arabo, dà luogo a supporre che quest’arte sia stata, nel resto d’Italia, perfezionata ed estesa da’ Siciliani dopo l’undecimo secolo. Non v’ha ragione di attribuire agli Spagnuoli il vocabolo nuovo e il miglioramento dell’arte ch’esso attesta. D’altronde nel _tirâz_ musulmano si tessevano anco i drappi di seta: e noi non abbiamo alcun ricordo di tali drappi fabbricati in terraferma d’Italia avanti il XIII secolo.

[1108] Si vegga il nostro libro IV, cap. vij, pag. 342, del II volume. Il nome di Ismahel, ricamato nel pallio, tronca ora la quistione.

[1109] Si vegga il cap. iij del presente libro, pag. 448, nota 3.

[1110] Boch, op. cit., tavola VII, fig. 9, testo pag. 32, 35. Avverto che in questa tavola e nella XXIV veggo molto confusa la iscrizione che io lessi chiaramente, fuorchè due vocaboli all’ultimo, sopra un bellissimo lucido che mi mostrò il signor Boch, l’anno 1858, in Parigi. E su que’ vocaboli e qualche altro io dissento dalla trascrizione e versione del dottor Behrnauer, pubblicata nell’opera del Boch.

[1111] Op. cit., tavola XII, fig. 15, 16, e pag. 56 segg.

[1112] Op. cit., tavola IV, fig. 6; VIII, fig. 10; X, fig. 13; XII, fig. 15, 16, e pagine 36 segg., 49 segg., 56 segg., 60, 61, 65 del testo.

Si guardi anco, nelle tavole III e XXX, ed a pag. 153, una tunica azzurra con fimbria e paramani rossi ricamati in oro, opera del XII secolo, al dir dell’erudito autore, la quale parmi anche siciliana.

[1113] Si veggano le citazioni di Niceta Coniate, Cinnamo e Ottone di Frisingen, nel cap. iij di questo libro, pag. 433, nota 2.

[1114] Daniele, _I regali sepolcri del Duomo di Palermo_, tavole C. F. R.; Gregorio, _Discorsi_ VI, VII, VIII, nella edizione del 1853, pag. 698 segg., e _Rerum Arabicar._, pag. 178 segg. Si vegga anche il Lanci, _Simboliche rappresentanze_, tomo II, pag. 479, tavola L, n. 4. Dell’erronea lezione che die’ il Gregorio in questo luogo, ho trattato nella Introduzione alle iscrizioni arabiche di Sicilia, _Rivista sicula_ di febbraio 1869, pag. 93, 94.

[1115] Boch, op. cit., pag. 149, 150, 207.

[1116] Si veggano le citazioni testè fatte nella nota 4 a pag. 800, e in particolare le _Dissertazioni_ VII ed VIII del Gregorio.

[1117] Presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 267.

[1118] Presso Caruso, op. cit., pag. 407.

[1119] _Journ. Asiatique_, di gennaio 1846, pag. 82.

[1120] _Gesta regis Henrici_, etc., edizione di Stubbs, Londra, 1867, vol. II. pag. 132; e Ruggiero De Hoveden, ediz. Stubbs, Londra, 1870, voi. III, pagina 61: il quale si vegga anche presso il Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 960.

[1121] Francisque Michel, _Recherches sur.... étoffes de soie_, etc., Paris, 1852, I, 172, cita i versi del _Romans d’Alixandre_, tra i quali si legge:

_D’un semit de Palerme vermeil ou vermenus._

A pag. 210 dello stesso volume si leggono, cavati anche dal romanzo d’Alessandro, i versi ne’ quali si descrive un colpo di lancia sì gagliardo che la punta, passando la corazza, entrò con tutto il pennone, e

_Parmi le cors li met l’ensegne de Palierne._

[1122] _Tabularium_ della Cappella Palatina di Palermo, 1835, nell’inventario della Sagrestia della chiesa di Africa (ossia Mehdia, 1160), pag. 34 segg.; e nell’altro della Cappella palermitana, dato il 1309, pag. 101 segg. Chi volesse ripigliare le orme dell’erudito francese citato nella nota precedente, troverebbe in que’ due diplomi la descrizione e la denominazione di molti drappi, la più parte de’ quali intessuti con figure di animali, e v’ha perfino delle aquile a due teste. V’ha anco dei pallii “con lettere saraceniche;” de’ pallii vergati; altri di “opera di Spagna;” altri cangianti, o con frange, ec.

[1123] Si veggano i diplomi che abbiamo citati nel libro V, cap. x, pag. 330, di questo volume, nota 1. La _domus setae_ era ben de’ dritti antichi, cioè dell’epoca normanna, e similmente la _dohana paliariorum_.

[1124] In arabico si chiaman così i lavoranti o mercatanti di seta. Oggi trascriviamo _hariri_; ma si può provare con molti esempii che nel medio evo si rendea più volentieri la _h_ arabica con la _c_ nostra.

Anche la voce _filugello_ vien d’Oriente. V. _Journ. Asiat._, di aprile e maggio 1857, pag. 547.

[1125] Si veggano i particolari, per l’origine delle manifatture francesi, e per la parte che v’ebbero gli Italiani, in Francisque Michel, op. cit., II, 270 segg. a 278; ed anco pel commercio di seta tra l’Italia e la Francia, nello stesso volume, pag. 261 segg.

L’erudito autore cita, tra le altre autorità, un’antica traduzione francese del _Rerum Memorabilium_ di Guido Pancirolo; ma sbaglia in due punti, poichè attribuisce alla Calabria un fatto raccontato di Reggio dell’Emilia, ed all’erario di Venezia la somma che, secondo il Pancirolo, guadagnava il paese. Ecco la traduzione latina di Enrico Salmuth, che tien luogo del testo italiano, non mai pubblicato. Tolgo il passo dalla edizione di Amberg, 1608, vol. II, pag. 729. Nel capitolo “De textis sericis” il Pancirolo dice: “Annis abhinc 50 in tantum excrevit textura ista, ut Veneta duntaxat regio, singulis annis, 500 millia et vel sola mea patria, quae Rhegium est, 10,000 aureorum, plus vero etiam multo Sicilia inde lucratur: ac uno verbo dicam artificium hoc tamquam unicus jam mercatoribus nervus sit lucri et certissimum laborantium fulcimantum.”

Il Pancirolo, eminente giureconsulto, segnalatosi anco per sana critica nella storia, nacque in Reggio dell’Emilia il 1523; morì professore a Padova il 1599; e scrisse, oltre tanti altri, quel trattato di erudizione per un principe della Casa di Savoia, dalla quale egli era stato chiamato all’Università di Torino.

[1126] Presso Gregorio, _Considerazioni_, libro I, cap. 4, nota 21, squarci di parecchi diplomi del 1266, 1270, 1274, 1280, 1309. La lezione “artis cuthonis,” ch’è nel diploma del 1309, troncherebbe ogni dubbio; ma contuttociò mi par migliore la prima. Secondo il diploma si pagavano in Palermo due dritti diversi, _arca_ (arcus?) _cuctonis_ e _caha cuctonis_. La voce _kâ’ah_ era ed è usata in Egitto per significare sala, aula e “loggia” a terreno. Il Makrizi, _Mowâ’iz_, ediz. di B’ulâk, II, 48, dice della _kâ’ah_ dell’oro al Cairo, quella cioè dove si tirava il metallo per lavorare i drappi di seta e d’oro.

[1127] Gregorio, nota citata or ora, diploma del 1274.

[1128] Ibn-Giobair dice degli stivaletti dorati delle donne palermitane; e la _cabella auripellium_ si legge nel diploma del 1274, citato poc’anzi.

[1129] Gregorio, _Discorsi_ VI e IX, a pag. 708 e 734, della citata edizione del 1853. Si confronti Boch, _Kleinodien_, citato dianzi, tavola VIII, fig. 10, pag. 37, 38.

[1130] Boch, _Kleinodien_, pag. 153; conf. pag. 144. Si confronti il Gregorio, _Discorsi_ VI, VIII, pag. 710, 711, 718, della citata edizione del 1853. Si avverta che gli ornamenti trovati sul teschio dell’imperatrice Costanza sono serbati adesso nel tesoro della Cattedrale. Il motto inciso nella gemma principale della corona, letto erroneamente dal Tychsen, ripetuto dal Gregorio e poi con poco divario dal Mortillaro, _Opere_, tomo IV, pag. 10, 11, va tradotto, secondo il Reinaud, “In Dio == ’Isa-ibn-Giâber == confida.” Onde ognun vede che quel gioiello fu fatto, in origine, per un musulmano.

[1131] Su questo argomento il _Kitâb-el-Fihrist_, testo, Lipsia, 1871, pag. 21, e nelle _Mémoires de l’Acad. des Inscript._, 1ª serie, tomo L, pag. 434 segg.; i Prolegomeni d’Ibn-Khaldûn, ediz. di Parigi, II, 350; e il _Mowâ’iz_ di Makrizi, ediz. di Bulak, I, 91, danno ampii ragguagli, ma incerti ed anche contradittorii. Tra le altre cose ritraggiamo che la carta della Cina si facea d’erbe (_hascisc_); che fu imitata in Samarkand con lino o, secondo altri, bambagia; e che il _kaghed_, ossia carta di cotone, fu fabbricato nel Khorasân, ma non si adoperò nei registri dell’azienda musulmana, se non che al tempo di Harûn Rascid. Sembra che allora siasi incominciata a vedere in Europa questa maniera di fogli.

Merita d’esser letta la dissertazione popolare che M. Louis Viardot pubblicò a Parigi, una ventina d’anni addietro, nella _Liberté de penser_, sotto il titolo: _L’Europe doit aux Arabes le papier, la boussole et la poudre à canon_.

[1132] Edrîsi, _Description de l’Afrique et de l’Espagne_, pag. 492 del testo, de’ signori Dozy e De Goeje, e pag. 235 della traduzione. Si vegga inoltre nel Casiri, _Bibl. arabo-hispanica_, la descrizione di molti codici arabi di Spagna scritti in carta bombicina.

[1133] Si tenne a quest’effetto un parlamento in Palermo di marzo 1145, come si vede da un diploma pubblicato dal Mongitore, _Bulla Privilegia_, etc., pag. 32, del quale il testo greco leggesi presso il Mortillaro, _Tabulario_ della Chiesa di Palermo, pag. 26. Parecchi diplomi del vecchio conte Ruggiero e della Adelaide, reggente di Simone e poi di Ruggiero secondo, furono rinnovati “de carta cuttunea in pergamenum,” come si vede da’ nuovi diplomi, presso il Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1027. Il testo greco d’uno di cotesti diplomi, dato il 1099 e rinnovato, com’e’ pare, il 1114, si legge presso Spata, _Pergamene_, pag. 237. Un altro diploma greco del 1097, rinnovato il 1110, fu pubblicato nel _Giornale ecclesiastico di Sicilia_, pag. 116.

Da tre diplomi arabi, di settembre 1144, 3 febbraio e 24 marzo 1145, appartenenti alle Chiese di Catania, Cefalù e Morreale e gli ultimi due serbati in oggi nell’Archivio regio di Palermo, si scorge il medesimo fatto del rinnovamento dei diplomi di concessione “per essere logori e dileguatane la scrittura.” Spero che tra non guari i testi escano alla luce nella raccolta del professor Cusa.

[1134] Nel _Tabularium_ della Cappella Palatina di Palermo si legge, a pag. 60, un testamento del 1213, transuntato il 1232, perchè si trovava scritto in _carta bumbiana_ che _jam camulari inceperat_.

Il provvedimento di Federigo (1224) si legge nelle Costituzioni, lib. I, titolo 80, presso Bréholles, _Hist. diplom._, etc., II, 445, dove si adoperano come sinonimi le denominazioni di _papiri chartae_ e _chartae bombycinae_. L’uso grande che si faceva in Sicilia di questa maniera di carta, è attestato dal diploma del 3 gennaio 1329, presso De Vio, _Privilegia urbis Panormi_, pel quale è approvata la spesa di due once d’oro, già erogate per copiare in pergamena, secondo le leggi del regno, il volume delle Consuetudini della città, le quali “cum scriptae sint in cartis de papiro.... erant quodammodo quasi deletae et minus honorifice factae.”

L’inventario della Cappella Palatina di Palermo, dato il 1309 e pubblicato nel _Tabularium_, etc., n LXIII, fa menzione, a pag. 100, lin. 7, 27, 30 e pag. 103, lin. 11, di parecchi titoli di concessione, non che d’altre scritture in _carta de papiro_, dal XII al XIV secolo. E tralascio i due celebri diplomi della medesima Cappella, scritti a lettere d’oro, in carta bombicina: il primo dei quali, dato il 1139, fu pubblicato dal Montfaucon, _Paleographia graeca_, pag. 380, 408; poi, su le orme sue, dal Morso, _Palermo antico_, 2ª edizione, pag. 301, 397; e in ultimo ristampato nel detto Tabulario, n. IV, pag. 10. Noi n’abbiamo già fatta menzione nel cap. i di questo libro, pag. 354. L’altro, in carta bombicina azzurra, è dato dal 1140 e citato nello stesso Tabulario, n. V, pag. 11, nota 1.

[1135] Le prove di questo fatto si veggono nella erudita Dissertazione dell’Huillard-Bréholles, che uscì nelle _Mémoires de la Société impériale des Antiquaires de France_, tomo XXIII, col titolo _Sur l’emploi du papier de coton_, etc., Paris, 1856, in 8º pag. 13 segg., dell’estratto.

[1136] Il Bréholles, op cit., pag. 28, nota A, dicendo non aver trovate prove della esistenza di opificii di carta in Sicilia, ricorda, per mostrarne la probabilità, che il cotone si coltivava negli Stati italiani di Federigo.

[1137] Ibn-Haukal, nel _Journal asiatique_, di gennaio 1843, pag. 98.

[1138] Debbo qui correggere un errore corso nella traduzione del trattato che stipulò, il 1290, Kelaun, sultano d’Egitto, coi re di Sicilia e di Aragona. La versione italiana, che io ho pubblicata nella _Guerra del Vespro siciliano_, ediz., del 1866, vol. II, pag. 335 segg., ha all’art. XI, che fosse lecito al sultano di trarre dagli Stati de’ principi contraenti “ferro, carta e legname.” Io seguii la rispettabile autorità di M. De Sacy, rendendo “carta” la voce arabica _biiâdh_, ossia “bianco,” alla quale veramente i dizionarii arabi dan questo, tra molti altri significati. Ma, riflettendoci meglio, or mi pare che in questo patto i principi di Casa d’Aragona prometteano di contravvenire al divieto generale dell’esportazione del ferro, armi e legname ne’ paesi musulmani, divieto prescritto, come ognun sa, nel Concilio Laterano del 1179, e replicato da varii papi. Non è dubbio, dunque, che _biiâdh_ qui significhi armi o acciaio: e forse v’ha qualche relazione tra questo traslato e quello di “armi bianche,” che noi usiamo per opposizione ad “armi da fuoco.” Può servire d’interpretazione autentica a cotesto articolo del trattato del 1200, il provvedimento che di fatto lo abrogò, cioè il capitolo LXXXII di Federigo l’Aragonese re di Sicilia, promulgato dopo i noti accordi col papa e con Casa d’Angiò, per lo quale fu vietato di portar “armi, ferro e legname” nei paesi musulmani.

[1139] Si vegga il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. ix e lib. III, cap. viij, e si riscontrino le relazioni con Venezia nelle _Fontes rerum Austriacarum_, vol. XII, n. xxj seg.

[1140] Pietro il Venerabile abate di Cluny, tra le lodi che fa a re Ruggiero per la sicurezza di cui godeasi viaggiando e dimorando ne’ suoi dominii, cita gli “onustos pecuniis et diversibus mercibus mercatores,” presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 977, 978.

[1141] Capitolo ij del presente libro, pag. 402, 403, 406, 410, 418; cap. iij, pag. 466; cap. ix, pag. 624, 629, 632, 640, 649, 651, 655. Si vegga anco il libro V, cap, vij, a pag. 189, di questo medesimo volume.

[1142] Leone Affricano, presso Ramusio, _Navigationi et Viaggi_, Venezia, 1563, vol. I, fog. 7, dice che gli Arabi della Barbaria occidentale davano i loro figliuoli in pegno a’ Siciliani per averne in credito del grano, e che que’ giovani, non soddisfatto a tempo il prezzo, diveniano schiavi.

[1143] Romualdo Salernitano, presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 890, 891.

[1144] Edrîsi, citato qui sopra a pag. 790.

[1145] Edrîsi, citato qui sopra a pag. 784. Si veggan anco i trattati geografici di Ibn-Sa’id e di Zohri, nella _Bibl. arabo-sicula_, testo pag. 137, 159, e la nota 5, a pag. 787 di questo capitolo.

[1146] Bartolomeo De Pasi, _Tariffa de’ pesi e misure_, ec. Venezia, 1510, fog. 187 recto.

[1147] Si confronti il Zohri, testo citato nella pag. 787, nota 5, con Ibn-Sa’id, _Bibl. arabo-sicula_, pag. 134, capitolo di Pantellaria, dove la voce _kitrân_ si corregga _kutûn_.

[1148] De Pasi, op. cit., fog. 42 verso, 60 verso, 187 recto.

[1149] Si veggano le citazioni fatte qui innanzi a pag. 803, nota 1.

[1150] _Liber Jurium_, diplomi del 1155, 1156, 1261, n^i. 266, 304, 1167, nel tomo I, pag. 303, 326, 962, e per tutti i due volumi; Marangone, anni 1166, 1167, nell’_Archivio storico italiano_, tomo VI, parte II, pag. 42, 44.

[1151] Beniamino di Tudela, traduzione inglese di Asher. Londra, 1840, pag. 32 segg., 157.

Si vegga anco, pel commercio della Sicilia con Barcellona ne’ principii del XIV secolo, Capmany, _Memorias Historicas_, etc., parte I, tomo I; parte II, pag. 34.

[1152] Si riscontrino i fatti citati in questo sesto libro, cap. iij, pag. 458, nota 3; cap. ix, pag. 651, 652.

[1153] Si veggano gli _Statuti Pisani_, vol. III, pag. 105, 373, 416, 423, 574, 577, 590.

[1154] Diploma di Tommaso conte di Savoia, del 1226, citato da Pouqueville, _Mémoires.... sur le Commerce_, etc., nelle _Mémoires de l’Acad. des Inscriptions_, X, 538.

[1155] Basta citare il vico degli Amalfitani in Palermo, nel XII secolo.

[1156] Edrîsi, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 37.