Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 53
[1006] Ho toccato quest’argomento nel libro II, cap, vj, xij; lib. IV, cap. iv; lib. V, cap. x: vol. 1, pag. 326 segg., 465 segg.; vol. II, pag. 275 segg.; vol. III, pag. 309 segg. Tre volte par di afferrare il bandolo nella descrizione d’Edrîsi, e subito lo si perde. L’_iklim_ di Demona non può rispondere al _valle_, perchè ve n’ha tanti e tanti altri nell’isola; e non può significar territorio di comune, perchè Edrîsi non descrive Demona, nè la nomina in altro luogo che questo. Sembra poco appresso di trovare il riscontro in _’aml_, che vuol dir governo e territorio sul quale si estende; tanto più che questo vocabolo occorre in Noto (pag. 37 dei testo), la quale ha “un _’aml_ di larga superficie ed un _iklim_ di eccellente condizione:” e il dubbio par divenga certezza in Castrogiovanni, col suo “_’aml_ di larga superficie e i suoi _iklîm_ di larghe condizioni;” il qual bisticcio mostrerebbe almeno che un _’aml_ potea contenere parecchi _iklîm_. Ma ecco l’_’aml_ e lo _iklîm_, al singolare, anche in Marsala; i vasti _iklîm_ di Mazara e di Trapani, alle quali non si dà _’aml_ (pag. 40); e gli _iklîm_ di Cefalù, Calatamauro, Calatubo e Licata, e Sciacca, ch’era «come la città capitale degli _iklîm_ e degli _’aml_ dei dintorni.» Da ciò si potrebbe conchiudere che que’ due vocaboli non avessero significato tecnico in Sicilia, come l’avevano in Egitto (cf. vol. II, 275, nota 4), o che Edrîsi li adoperasse a capriccio, o infine che gli _iklîm_ fossero due soli nella Sicilia orientale, e assai numerosi nella regione a ponente di Castrogiovanni.
A quest’ultimo supposto mi par che conduca l’ordine seguìto da Edrîsi nella descrizione de’ paesi posti dentro terra. Ciò ch’io dico, si capirà meglio quando si legga la descrizione di Edrîsi con una carta alle mani, e si pongano su i paesi de’ segni di colore diverso, cambiandolo ogni volta che l’autore torna addietro. Così il Valdemone, ch’è l’ultimo nella descrizione, si vedrebbe ben distinto dal Val di Noto, ch’è il penultimo. Ma a ponente del Salso e di Fiume Torto i colori si moltiplicherebbero. Quivi l’autore si va aggirando con uno scopo, che non mi par quello di seguire le vie di comunicazione. Perocchè movendo da Palermo, com’ei dice, alla volta di Castrogiovanni, cioè dell’E.S.E., s’arresta quivi ad un terzo del cammino su la sponda sinistra del fiume Torto, donde salta a Giato, una cinquantina di chilometri a ponente, nè ripiglia la via di Castrogiovanni pria d’avere percorso in varie direzioni la più parte del Val di Mazara. Ma nemmeno ei compie la descrizione di tutti i paesi e de’ fiumi che appartennero a quello nella nota tripartizione dell’isola. Dico sempre dei paesi dentro terra; poichè quei della marina sono descritti in fila, movendo da Palermo per levante e ritornando dal lato opposto, senz’altro cenno d’_iklîm_ che quel di Demona, il quale d’altronde si dice dove principii, ma non dove finisca.
Ora l’ordine de’ paesi dentro terra dà indizio che la descrizione sia stata fatta su carte parziali, ovvero relazioni parziali, le quali non sappiamo con quale ragione fossero state distese. L’antica divisione de’ due Imera, rinnovata dall’imperator Federigo, non fu osservata di certo al tempo di re Ruggiero; poichè l’autore si ferma la prima volta al fiume Torto, non già al fiume Grande, ossia Imera settentrionale. Egli poi passa e ripassa l’Imera meridionale, ossia fiume Salso, in guisa da far credere che pria del Val di Noto voglia descrivere quel che veggiamo al principio del secolo XV col titolo Val di Girgenti e di Castrogiovanni, o piuttosto che percorra l’una dopo l’altra le due province riunite sotto tale denominazione nel XV secolo. La circoscrizione in quattro valli, cioè i tre notissimi e quello di Girgenti e Castrogiovanni, si scorge dal censo del 1408, pubblicato dal Gregorio nella Biblioteca aragonese, II, pag. 490 segg.
[1007] Ritraggo dal mio dotto amico Isidoro La Lumìa, direttore dell’Archivio Regio di Sicilia, che, tra i documenti trovati infino al settembre 1871, il primo che portasse la circoscrizione dei tre valli torna al 1477.
[1008] Palermo, Termini, Cefalù, San Marco, Oliveri, Catania, Siracusa, Mazara, Marsala, Carini, Adernò.
[1009] Il testo ha qui il plurale della voce _hanût_, ma la spiega meglio con quel che segue. Ho tradotto _magazzini_ per avvicinarmi al significato nostro attuale, ancorchè questa voce, araba anch’essa, abbia in origine un significato diverso.
[1010] Si ha ad intendere i magazzini e alberghi de’ mercatanti stranieri, grandi stabilimenti come que’ de’ Pisani, Genovesi e Veneziani ne’ paesi musulmani. Ognun sa che la voce italiana _fondaco_ viene da quella, ma non ha lo stesso significato. All’incontro in Sicilia, come in Tunis, denota adesso gli alberghi d’infima classe per gli uomini e per le bestie da soma.
[1011] Sono questi in Oriente gli alberghi pei viaggiatori di carovana. Mi par che Edrîsi adoperi un po’ a capriccio le denominazioni delle varie specie di alberghi e botteghe.
[1012] Edrîsi nella descrizione di quelle città.
[1013] _Bibl._, pag. 23.
[1014] Op. cit., pag. 22 a 25.
[1015] Op. cit., pag. 42.
[1016] Op. cit., pag. 93.
[1017] Op. cit., pag. 45. Il testo ha “prigione _motabbak_,” cioè coperta. Coperta senza dubbio di vòlta e probabilmente sotterranea.
[1018] Op. cit., pag. 40.
[1019] Op. cit., pag. 63.
[1020] Mancano oggidì in provincia di Palermo: Burkâd (Broccato castello), Sakhrat-el-Harîr (Roccella, ossia Campofelice, presso Cefalù), Khazân, Pitirrana, Giato, Calatrasi, Kala’t-et-Tarîk, Raia, Margana, Khassu, Menzil-Sindi, Calatamauro, Harraka, Makara, Rekka-Basili, che fan 15; in provincia di Trapani, El-Asnâm (ossia gli Idoli, Selinunte), Kalatubi, Rahl-el-Mara, Miragia, Rahl-el-Kaid, Rahl-el-Armel, Kasr-ibn-Menkud, che son 7; in provincia di Girgenti, Platano, Gardsuta, Kerkudi, 3; in provincia di Caltanissetta, Tavi, 1; in provincia di Catania, Sceliata, Kala’t-el-Fâr e Melgia-Khallî, 3; in provincia di Siracusa, Cassibari, 1: e in provincia di Messina Kaisi, Maniaci, Mengiaba e Mikosc, 4. Ma quest’ultimo torna forse a Mandanici o Fiumedinisi, e Mengiaba a Floresta o Tortorici. Similmente a Kerkudi sembra sostituita Sommatino; Partanna a Gardsuta; Castelbuono o Santo Mauro a Rekka-Basili; e nel sito di Kassn, o non lungi, è sorta Ciminna. Il numero dunque si può ridurre da 34 a 28, cioè 22 in val di Mazara e 6 nella Sicilia orientale.
[1021] Si vegga la Introduzione alla mia _Carte comparée de la Sicile_, Paris, 1859, pag. 21 segg., ed a pag. 27 segg., l’Indice topografico cavato dagli scrittori e da’ diplomi. Mi son venuti poi alle mani molti altri nomi di luoghi abitati nel medio evo; e un grandissimo numero se ne dee tenere perduto o non ancora scoperto. Se ne può già raccogliere buon numero ne’ pochi lavori usciti alla luce dopo quel mio scritto; tra i quali citerò solo le _Mem. stor. Agrigentine_ del sig. avvocato Giuseppe Picone, 1866-1870, e la bellissima carta della Sicilia, pubblicata non è guari dal nostro Stato Maggiore. In questa, non ostante i molti errori che son corsi nella trascrizione de’ nomi topografici, si riconoscono bene quei dell’età musulmana, dati evidentemente a casali, villaggi o castella, essendo costruiti coi vocaboli _rahl, menzil, kala’t_. Da un’altra mano, il numero de’ comuni e villaggi moderni si cava da notizie officiali, nelle quali sarà forse qualche errore; ma di unità, non già di diecine. Al principio di questo secolo la Sicilia avea da 354 tra città, terre e casali, come si legge nella Prefazione al _Nuovo dizionario geografico_, ec. della Sicilia, per Giuseppe Emmanuele Ortolani, Palermo, 1819, in-8º. Lo _Stato generale delle Poste_, Palermo, 1839, correttivi i raddoppiamenti di nomi e gli errori di villaggi segnati come comuni, ha 357 comuni e 204 villaggi. Secondo il censimento del 1861, il numero de’ comuni era di 361: ed ora se ne contano 359, per la solita vicenda della piccole popolazioni che si uniscono a’ comuni maggiori o se ne spiccano.
[1022] I comuni odierni son questi: Borgetto, secolo XIV; Parco, XVI (?), Santa Cristina, XVII; Godrano, XIV; Corleone; Campofiorito, XVII; Contessa, XV; Roccamena, XIX; Camporeale, XVIII; San Giuseppe Jato (o dei Mortilli), XVIII; Piana de’ Greci, XV; Valguarnera, XVI. I tempi della istituzione in comuni o villaggi son tolti dal _Dizionario topografico_ dell’Amico, con le aggiunte del traduttore signor Di Marzo.
Su la misura del territorio si vegga, nell’errata, la correzione alla pag. 536 del presente volume.
[1023] Si potrebbe dir per avventura che se 3 de’ 130 grossi paesi del XII secolo suddivideansi in 50 luoghi minori abitati, questi ultimi doveano tornare in tutta l’isola a 2166; e se il territorio di 42 comuni odierni contenea nel XII secolo 50 di que’ luoghi minori, il territorio de’ 361 comuni del 1861 doveva essere, nel XII secolo, occupato da più di 1500 luoghi. Io non intendo già applicare la regola del tre alla topografia comparata; ma ognun vede come le proporzioni confermano il numero dedotto dalla lista dei nomi che ci è venuto fatto di raccogliere. Aggiungo che il divario delle condizioni etnografiche e topografiche, il quale esclude nel presente caso ogni rigor di proporzione, porta anco de’ compensi. Per esempio, le terre, la più parte frumentarie, dei tre paesi nominati, non ammetteano tanti agricoltori quanto i giardini presso le grandi città; e da un’altra mano, quelle colline coltivate da Musulmani erano suscettive di maggiori spostamenti di popolazione, che le montagne boschive del Valdemone, abitate sempre da Cristiani. Perciò gli elementi del calcolo tornano meno fallaci, che non parrebbe a prima giunta.
[1024] _Bibl._, pag. 34.
[1025] Op. cit., pag. 41.
[1026] Op. cit., pag. 42. Edrîsi distingue due sorte di pietra molare; l’una delle quali detta da acqua, e l’altra _fârisi_, ossia _persiana_. Non trovo cotesta varietà nel Kazwini. Il mio dotto amico, il professor G. G. Gemmellaro, benemerito per importanti ricerche geologiche su la Sicilia, ha osservata nelle vicinanze di Calatubo, Alcamo e Calatafimi, una estesa formazione di arenaria, che in certi punti diviene eccellente pietra molare.
[1027] Si vegga il libro IV, cap. xiij, pag. 442, 443, del II volume.
[1028] Nessuna memoria ci attesta che i Normanni di Sicilia abbiano adoperato il fuoco greco. Tuttavia si potrebbe supporre senza tanta inverosimiglianza, quando si sa che l’armata degli Ziriti di Mehdia conosceva quel segreto, e v’ha ragion di credere che non lo avessero ignorato i Musulmani di Siracusa. Si vegga il nostro libro V, cap. vj, e il libro VI, cap. j, e pag. 165 e 367 del presente volume.
[1029] Si vegga il cap. x di questo libro, pag. 669 del volume, con la correzione fatta nell’errata.
[1030] Questi ragguagli, dati largamente da Ibn-Scebbât e in poche parole da Kazwini, sono attribuiti dal primo ad Abu-l-Hokm-ibn-Ghalanda, e dal secondo ad Ahmed-ibn-Omar. Di questi due autori noi non abbiamo opere nè notizie biografiche, se non che Ibn-Scebbât annunzia il suo Abu-l-Hokm come continuatore del Bekri, e dichiara darne estratti compendiati; e che Edrîsi novera il secondo tra gli autori delle opere geografiche studiate da re Ruggiero. All’incontro la notizia su la estrazione del petrolio è più compiuta ed anche più corretta in Kazwini, il quale dà sempre i passi di Ahmed, senza dir ch’ei li scorci. Dalla identità de’ fatti e di molte parole argomento che il testo sia un solo. E poichè d’Ibn-Ghalanda non sappiamo quante generazioni sia vissuto dopo il Bekri, ma di Ahmed egli è certo che abbia scritto avanti il 1154, dobbiamo attribuire a lui le due descrizioni, finchè non ci occorra prova in contrario. Così il fatto narrato risale alla prima metà del duodecimo secolo.
[1031] Questo mese siriaco risponde al febbraio.
[1032] Si confrontino le due compilazioni nella _Bibl._, pag. 142 e 210. Secondo il Kazwini, che dà il testo di Ahmed-ibn-Omar, il petrolio si separava in vasi chiamati _iggiana_ e si riponeva nelle _kârûra._ Ibn-Ghalanda, o il suo compendiatore, usa, per indicare i primi, un vocabolo che par s’abbia a leggere, col Fleischer, _kasa’h_.
[1033] _Bibl._, pag. 210.
[1034] Op. cit., pag. 12. Sorgeva allora presso i bagni un castello che prendeva da quelli il nome di _Kala’t-el-Hamma_, trascritto Calathammeth in un diploma del 1100.
[1035] Op. cit., pag. 30.
[1036] _Bibl_., pag. 35. Parmi che, allora com’oggi, varii paesi delle falde orientali dell’Etna portassero il nome di Aci, poichè il paese è designato nel testo arabico con le lettere _Liâg_, che par bell’e buono Aci, preceduto dal nostro articolo maschile plurale. Si confronti il libro III, cap. iv, nel II vol., pag. 85, nota 4.
[1037] Op. cit., pag. 32, 49, 59, 62. Si confronti il lib. IV, cap. xiij, a pag. 445, del II vol.
[1038] Op. cit., pag. 24. Certamente la Sicilia non producea molto olio nel medio evo. Si vegga il cenno che abbiam fatto di questa vicenda economica, nel libro II, cap. x, pag. 415, del I volume; si riscontri il libro IV, capitolo xiij, pag. 443, del II volume, e si ricordi particolarmente il diploma del 1134, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 975, nel quale è conceduto al Monastero del Salvatore in Messina di esportare per l’Affrica 200 salme di frumento “ad emendum oleum et reliqua necessaria eis, quae in Africa sunt.” In un diploma del 1249, presso Mongitore, _Sacrae Domus Mansionis.... monumenta_, è nominato l’uliveto di San Giovanni de’ Leprosi, presso Palermo, contiguo alla piantagione delle palme.
[1039] Presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 408.
[1040] Presso Caruso, loc. cit.
[1041] Ibidem. Negli orti i cetriuoli, i cocomeri, i poponi; ne’ giardini melegrane, arance, cedrati, lime, noci, mandorle, fichi, carrube.
[1042] _Bibl._, pag. 43.
[1043] Op. cit., pag. 32.
[1044] Op. cit., pag. 33.
[1045] Op. cit., pag. 65.
[1046] Diploma di Silvestro conte di Marsico, dato del 1140, presso De Grossis, _Decacordum_, Catania, 1642, I, pag. 77.
[1047] _Bibl._, pag. 43. Gli Arabi chiamano _katniah_, al plurale _katâni_, le piante leguminose; come si conferma con Lane, _Lexicon_, lib. I, pag. 440, colonna 2ª, alla voce _giullugiân_, e col _Vocabulista in arabico_, pag. 523, al vocabolo _vicia_. Il Ms. arabico di Parigi, _Ancien Fonds_, 78, fog. 696 verso, chiama anche così i legumi di che si cibavano ne’ giorni di magro i frati del monistero del Monte Negro, presso Antiochia. Si vegga infine il _Riadh-en-Nofûs_, Ms. di Parigi, _Ancien Fonds_, num. 752, fog. 50 recto.
[1048] Diploma del 1140, che abbiam citato nel libro IV, cap. xiij, a pag. 448 del II volume, nota 2. Il cotone era coltivato in Puglia e in Sicilia ne’ principii del XIV secolo, come attesta Marino Sanuto, _Secreta Fidelium Crucis_, lib. I, parte I, cap. 2.
[1049] Diploma del 15 dicembre 1249, presso Bréholles, _Hist. Diplom. Friderici II_, tom. V, pag. 571 segg.
[1050] Falcando, presso Caruso, op. cit., pag. 408.
[1051] Diploma del 1249, citato poc’anzi.
[1052] Niccolò Speciale, libro VII, cap. ix, ed _Anonymi Chronicon Siculum_, cap. lxxxvj, nella Biblioteca aragonese del Gregorio, tomo I, pag. 475, e tomo II, pag. 207. Del dattileto della Favara si fa menzione in parecchi diplomi della Commenda della Magione dal 1258 al 1267, delle cui date ci informa il Mortillaro nell’_Elenco delle pergamene della Magione_, pag. 37 segg., 41, 42 segg., 53, 54, 57. Si noti che sono concessioni di terreno nel dattileto, fatte la più parte a fine di piantar vigne. Un altro diploma del 1316, pubblicato nello stesso volume, pag. 214, 216, fa menzione dello stesso dattileto che arrivava al Ponte detto dell’Ammiraglio.
[1053] La conghiettura ch’io già feci nel libro IV, cap. xiij, pag. 445 del secondo volume, nota 3, è confermata da un aneddoto che si legge nel _Riadh-en-Nofûs_, Ms. di Parigi, _Ancien Fond_s, n. 752; il qual luogo, sfuggitomi quand’io percorsi quel prezioso codice, mi è stato non è guari trascritto dal dotto amico il professor Dozy. Un Abu-l-Fadhl, celebre tra’ giuristi ortodossi del Kairewân che aborrivano sì forte dalla novella dominazione fatemita, ricusò un pezzo di torta mandatogli in dono da un amico, perch’egli supponea fatta la torta con lo zucchero di Sicilia, il quale, cavandosi da poderi che avea conceduti l’usurpatore, i più scrupolosi lo teneano derrata di origine illegale, da non potersi comperare nè accettare in dono.
[1054] Presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 408.
[1055] Diploma dell’agosto 1176, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 453.
[1056] Diplomi del 28 novembre e 15 dicembre 1239, citati in questo libro, cap. viij, pag. 618, del volume.
[1057] Il Gregorio trattò quest’argomento in un opuscolo ristampato a pag. 753 segg. della edizione del 1853, dal quale si vede che la coltivazione dello zucchero si mantenne importante in Sicilia fino allo scorcio del XV secolo; decadde nel XVI, quando passava nel Nuovo Mondo la cannamela, trapiantata, come si dice, dalla Sicilia nelle Canarie; ed era al tutto mancata nei principii del nostro secolo. La produzione dello zucchero in Sicilia ne’ principii del XVI secolo è attestata da Marino Sanuto, _Secreta Fidelium Crucis_, lib. I, parte I, cap. 2. Più ampii ragguagli si trovano in Bartolomeo De Pasi, _Tariffa de’ pesi e misure_, ec., Venezia, 1540, fog. 60 verso, 152 verso, 187 recto et passim, e nella _Pratica della Mercatura_ di Niccolò da Uzano (1442), presso Pagnini, _Della Decima_, ec., volume IV, pag. 162, 195. Queste due preziose opere sul commercio dell’Italia, le quali provano la parte che vi prese la Sicilia, rimasero ignote, come parmi, al Gregorio.
[1058] _Bibl._, pag. 57.
[1059] Op. cit., pag. 35.
[1060] Op. cit., pag. 64.
[1061] Op. cit., pag. 32.
[1062] Zohri e Ibn-Said, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 159, 134. Il primo di questi autori attesta che si esportavano dalla Sicilia per l’Affrica noci e castagne, e inoltre per varii paesi molto cotone, storace e corallo. Coteste notizie vanno riferite al XII secolo, ritraendosi dal manoscritto di Zohri, fog. 45 verso e 46 recto, che l’autore si trovava presso Granata il 532 dell’egira (1137). E pertanto si corregga la notizia ch’io dètti su lo Zohri nella Introduzione, a pag. LIV, del primo volume.
[1063] Si vegga il Capitolo precedente a pag. 757 di questo volume, e il libro IV. cap. xiij, a pag. 445 del secondo volume.
[1064] _Bibl._, pag. 24.
[1065] Op. cit., pag. 46. Secondo le distanze che leggiamo in Edrîsi, questa terra, or distrutta, giacea di mezzo a’ due moderni comuni di Vita e Roccamena, nel centro del Val di Mazara.
[1066] Op. cit., pag. 57.
[1067] _Bibl_., pag. 63.
[1068] Op. cit., pag. 65. Si vegga la nota 1, a pag. 776 del presente capitolo, su questa terra che forse non ha mutato se non che il nome.
[1069] Op. cit., pag. 65.
[1070] Diploma del 25 dicembre 1239, già citato nel cap. viij di questo libro, a pag. 611 del volume, nota 2. Si vegga presso Bréholles, _Historia Diplomatica_, ec., tomo V, 504, un’altra lettera del 17 novembre 1239, su le greggi del demanio date in fitto a’ Saraceni.
[1071] Si vegga la citazione di Pietro d’Eboli, nel cap. vj di questo libro, pag. 552 del volume, nota 4.
[1072] Si vegga il libro IV, cap. 13, a pag. 446 del II volume, nota 1-2.
[1073] Diploma del 17 novembre 1239, presso Bréholles, Hist. Diplomatica, ec., tomo V, 524. Questa lettera è indirizzata a un Paolino da Malta, il quale, per ordine dell’imperatore, avea mandati otto cameli in Capitanata e ne ritenea tre in Malta per continuare la razza.
[1074] _Bibl_., pag. 24, 55, 65.
[1075] _Bibl._, pag. 44.
[1076] Op. cit., pag. 42.
[1077] Op. cit., pag. 33.
[1078] Loc. cit.
[1079] Op. cit., pag. 32, 65.
[1080] Op. cit., pag. 30. Il testo, dopo la descrizione di Trabìa, ch’era _mehall_, o diremo noi “borgo,” conservandogli il genere mascolino, nota che si pescava il tonno nel porto “di essa;” onde si dovrebbe riferire a Termini, di cui ha trattato poco prima, chiamandola, al femminile, _kala’t_, ossia “rocca”. Ma il tonno si pesca in oggi a Trabìa e non a Termini, ond’è da supporre piuttosto sbagliato nel testo il genere d’un pronome, che mutato il passaggio di quei pesci.
[1081] Op. cit., pag. 30. M. De Sacy, nella traduzione d’Abdallatif, pag. 285 segg., ha fatta una lunghissima nota sul rei d’Egitto, dalla quale si può conchiudere che questo non somiglia ad alcun pesce de’ fiumi d’Europa. E M. Geoffroi De Saint-Hilaire, nella _Histoire naturelle des poissons de l’Egypte_ (Description de l’Egypte, Hist. Naturelle, I, 50), non gli dà nè anco nome europeo. Se poi il signor De Goeje, nella traduzione del capitolo di Edrîsi su l’Affrica, lo traduce _saumon_, citando anche il passo qui dianzi notato della _Bibl. arabo-sicula_, s’ha a intendere del genere e non della specie: dico il genere _salmo_, ch’è sì vasto nel sistema di Linneo ed anco in quel di Cuvier; non già la specie _salmo vulgaris_, ec. notissima in Europa co’ nomi di salmone, o sermone, saumon, salmon, lachs, ec. Qui si tratta forse di qualche specie di trota, non rara nei fiumi di Sicilia. È da notar che il vocabolo _Salmûn_, col quale è designato il salmone in Egitto (v. Bochtor alla voce “saumon” e il _Dizionario arabo e italiano_, Bulâk, 1822, pag. 171 e 213), si trova per l’appunto in Edrîsi, qual nome del fiume or chiamato Gavarrello, che scende da Menfi di Sicilia e mette foce a levante di Porto Palo (_Bibl. arabo-sicula_, pag. 51).
[1082] _Bibl._, pag. 35.
[1083] Op. cit., pag. 36. Edrîsi dice espressamente nel fiume e non fa mai menzione del lago; il quale allora forse non esistea, e di certo non fu ingrandito che in tempi più vicini a noi.
[1084] Op. cit., pag. 39.
[1085] Diploma del 12 marzo 1240, presso Bréholles, _Historia Diplom. Federici II_, tomo V, 820.
[1086] In Palermo le paste lunghe e non bucate, dette vermicelli _di tria_, sono assai sottili. Quel vocabolo è passato anche nello spagnuolo _eletria_, che si vegga in Dozy ed Engelman, _Glossaire_, etc. Il _Kamus_ spiega il vocabolo _itria_ “cibo di farina in forma di fili.” La gabella su l’itria facea parte de’ diritti fiscali ne’ tempi normanni. V. Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. 4, nota 21.
[1087] _Bibl._, pag. 30.
[1088] Si vegga qui sopra a pag. 774.
[1089] La radice di questo vocabolo è _sana’_, donde i vocaboli “darsena, arsenale, ec.,” e implica sempre l’idea di arte, non men che di lavoro materiale.
Edrîsi dice di que’ _sani’_, artefici o artisti, nella descrizione de’ citati paesi a pag. 39, 40, 49, 52, 64.
[1090] Diploma del 21 febbraio 1240, presso Bréholles, _Hist. Dipl. Frederici II_, tomo V, pag. 764. Dopo la lonza si legge _et Tabaccorum_; il qual vocabolo, ignoto nella latinità del medio evo, fe’ pensare all’erudito Bréholles, che si trattasse di altri animali, i quali fossero chiamati così per avventura con voce arabica o persiana. Mi sembra assai più naturale correggere: _et trabuccorum_. Abbiam detto a suo luogo de’ trabucchi, ossia mangani, maneggiati da’ Saraceni di Lucera infino allo scorcio del XIII secolo.
[1091] Diploma del 15 aprile 1240, presso Bréholles, vol. cit., pag. 905. I _tarrasiatores_ sono: maestro Giovanni, maestro Greco e Abdallah servo. È nominato con loro un maestro Wiccardo _tappetarius_. Questo tedesco par cameriere più tosto che fabbricante di tappeti, poichè l’ufizio che gli si attribuisce è traduzione letterale dall’arabico _ferrâsc_, che ci è occorso nel cap. iij di questo libro, pag. 447 del volume, nota 4.
[1092] Per esempio, il bellissimo scrigno della Cappella Palatina di Palermo e varie scatole di avorio intagliato, una delle quali, proveniente dallo abolito monastero di San Martino De Scalis, è conservata ora nel regio Museo di Palermo. Il dotto M. De Longpérier (_Revue archéologique_ del 1865, articolo intitolato: _Vase arabo-sicilien de l’œuvre Salémon_), crede anche opera siciliana lo scrigno d’avorio della cattedrale di Bayeux, ornato di borchie d’argento con dorature e lavoro a niello, e segnato d’una iscrizione arabica.