Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 52
Che è questo che gli uomini sanno bene ch’e’ s’ha a morire, e poi, mettendosi in viaggio, non pensano a provvedersi del vitto?”
[940] Ms. citato, fog. 17 recto.
“Lo piangono i destrieri di battaglia e spezzano il morso, non sentendo più i suoi sproni.
Vanno di passo, ancorch’e’ siano purissimi di sangue tra tutti i cavalli, valentissimi al corso e smilzi sopra ogni altro.
Per poco le spade indiane non si torcono dal dolore, sì che i foderi si spezzino allo sguainarle.”
[941] Ms. citato, fog. 16 recto.
“Guancia lussureggiante di gelsomino e di rosa; bocca rivale della camomilla e del vino,
Per Dio, io t’amo, sì che lungi da te non reggo alla passione dell’animo:
La mia vita sta nella (speranza di) trovarmi un giorno con te; la mia morte nel (timor) che duri questa nostra lontananza.”
I poeti arabi usano spesso cotesto paragone della camomilla per significare la bianchezza dei denti.
Nel ms. citato, fog. 14 recto, si legge una kasida nella quale il poeta si lagna della:
“Smilza, che l’antelope del deserto le invidia tanto il collo; e l’aurora al par che il tramonto, desidera il (colorito del) suo volto.”
E conchiude con questi versi:
“Messi tutto l’animo mio nell’amore e inghiottii (anche) il disprezzo. Ed or mi son rivolto alle bellezze dello stile; mi son gettato a briglia sciolta nell’ippodromo loro.
Accortomi del buon sentiero e del tempo perduto dietro gli errori,
Ho abbandonato l’amore, ho cacciate via le (male) usanze, mi sono scostato dall’amor volgare ed egli s’è scostato da me.”
[942] Ms. citato, fog. 15 recto. Questa poesia sembra fatta per cantarsi da qualche donna di un harem.
“O mio padrone, luce del mio cuore, anzi luce di tutti i cuori, Non vedi tu come il mio corpo è dimagrato e smunto (il viso); Quanta arsura m’è entrata nel cuore e qual bàttito? E tu sempre mi respingi, senza mia colpa! Chè, se colpa ho io, tu puoi cancellarla: Ma ch’io ti offenda, è molto lungi dalla mente di chi ha fior di senno! Al mio male non v’ha medicina e non v’ha medico, Per me non v’ha farmaco che di abbracciare chi amo. O mio padrone, s’io mi struggo d’amore, non è maraviglia! Spegni tu la sete del mio cuore con una visita, e tosto: Chè nel nocciolo del mio cuore arde la gehenna!”
[943] Così egli descrive la lettera dell’amico, nello squarcio di versi tramezzato alla prosa d’una epistola, ms. di Parigi, fog. 17 verso.
“N’esalò, quand’io ruppi il sigillo, un’auretta impregnata di muschio, di legno d’aloe e d’ambra.
L’occhio mio sollazzossi in giardini, dove biancheggiava il giglio, il mirto e la rosa:
Una pagina (nitida come) splendore diurno, su la quale spiccavano righi di tenebre nerissimi;
E lessi parole di rubini infilzati nella collana con (altre) pietre preziose e con perle;
(Parole che) se le sentisse l’egro, gli cesserebbero ogni dolore; anzi desterebbero un cadavere dal sonno della tomba. “
[944] Si leggono questi versi nel ms. di Parigi, fog. 20 recto.
“Lo stuolo delle virtù si ferma (nel cammino) per cagion del dolore; l’eccelso monte della nobiltà rovina e precipita.
Oh qual seguito di mali s’appressa, mentre (da un altro lato) s’allontana ogni prospetto di gioia!
Che avverrà mai della luce del Sole e di quella che gli dà lo scambio, se questo faro di laude e di gloria è demolito?
(Soprattutto) ci accora che, mentr’egli pur alberga in uno degli elementi, la scellerata (morte) toglie alla sua mano di strignere (la spada) e d’allargarsi (donando).
Come colomba alle colombe, così ei s’accomuna con le anime de’ generosi che va incontrando.
O trafittura crudele! O rammarico che (strappa) le lagrime (dagli occhi)! O sorte nemica! O morte fiera!”
Pazienza, pazienza! La morte pria d’oggi ha cancellati tanti re, come si cancella la scrittura ne’ libri!
[945] Questa bella iscrizione è stata pubblicata tante volte e l’ultima da M. Fresnel, con la versione inglese di Farès Schidiâk, nel _Journal Asiatique_ di novembre 1847, pag. 439. La scrittura, e, con certezza non minore, l’uso della lingua, vogliono che il passo, reso dal sig. Schidiâk “an attendant of Ibn-es-Soosee” si legga, “ch’era chiamato Ibn-es-Susi.” L’epitaffio è dato il 569 (1174). Si vegga il Cap. viij del libro V, a pag. 213 di questo volume, nota 3.
[946] La frase comunissima che traduco così, suona letteralmente “il luogo dove cadde la sua testa (nascendo).”
[947] _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 588, 589.
[948] Op. cit., pag. 600 segg.
[949] Diploma arabico di settembre 1161, appartenente alla Commenda della Magione, serbato oggidì nell’Archivio regio di Palermo. Il cadì si chiamava Abu-l-Fadhl-Regiâ, figlio di Abu-l-Hasan-Ali, figlio d’Abu-l-Kasim-Abd-er-Rahman-ibn-Regiâ. Tra i testimonii si legge anco Mohammed-ibn-Ali-ibn Abd-er-Rahman-ibn-Regiâ.
[950] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 600 segg., del qual testo il baron De Schack ha data nella sua Poesie und Kunst, ec. II, 44 segg., una traduzione in versi tedeschi, talvolta libera, ma sempre elegante.
Ecco gli squarci dell’elegia.
“Si piange! Oh come scorrono le lagrime dagli occhi e dalle palpebre stanche! Oh come struggonsi i cuori e i petti!
La luna più splendida s’è occultata e s’è oscurato il mondo; crollan le pietre angolari della magnanimità e della gloria.
Ahi, quand’egli fu perfetto in sua bellezza e maestà, onde superbivano di lui tutte le regioni della possanza,
Lo rapì allora di furto il crudel fato: la morte traditora, infesta alla sua gloria.
Così anche accade alle lune nel meglio: quando le son piene, la vicenda del tempo vuol ch’esse manchino!
Ben è ragion che si pianga per lui, con lagrime sparse sopra guance di perle e di coralli;
Che petti ardano, animi ammalino, affanni aggravinsi, cordogli ingrossino,
Sgorghino doglienze, occhi abbondino di pianto: sì che il flusso delle onde vada a incontrarsi co’ fuochi!
Lo piangono le sue tende e i suoi palagi; le lance e le spade gli recitan l’elogio funebre;
Il nitrito si fa gemito nelle gole de’ cavalli, quantunque costretti dai morsi e dalle testiere.
E per chi piangono, se non per lui, le bigie de’ boschetti? Se comprendessero, anche i rami piangerebbero insieme con le colombe.
Oh gran perdita! Oh sventura, maggior d’ogni costanza, rifuggente da ogni conforto!
Oh giorno d’orribile spavento, di terrore che fe’ incanutire i fanciulli!
Come se l’(angiolo) banditor del Giudizio fosse venuto a convocare le creature, e tutte lì lì fossero surte;
Così bastava appena il terreno alla gente (uscita di casa all’annunzio) e trassero a stuoli in un prato, uomini e donne.
E cuori si squarciarono, non che i vestiti, e usignuoli ripeteano il verso, e animi (forti) sbigottirono ed (alti) intelletti.
Eran vestiti a festa come candide colombe, e ritornarono che parean corbi, con le gramaglie del dolore.”
Ho tradotto “bigie” il plurale _wurk_, che ha in origine tal significato, e indi vuol dir “colombe:” ma non si può rendere in italiano il bisticcio che fa questo vocabolo con _werek_ “fronde,” in guisa che permette al poeta di ripigliare la figura nell’altro verso, dicendo che piangerebbero anche i rami, ec. Nel penultimo verso il verbo che ho tradotto “ripetere,” nasconde un’altra malizietta del poeta, significando al tempo stesso “gorgheggiare” e “recitare il motto: Noi appartenghiamo a Dio ed a lui ritorneremo.” Cotesta sentenza, tolta dalla sura II, v. 151, del Corano, sogliono borbottare i Musulmani ne’ maggiori pericoli o calamità. Come si fa a riportare in italiano gioielli di tal pasta?
[951] _Bibl._, pag. 582. Questo e i due squarci di Abd-er-Rahman da Trapani e d’Ibn Bescrûn, che daremo or ora a pag. 756 e 759, furono pubblicati per la prima volta, con traduzione francese, dal baron De Slane nell’articolo del _Journal Asiatique_, II serie, tomo XI, pag. 362 segg. (1841), nel quale ei die’ ragguaglio della traduzione della Geografia di Edrîsi, per M. Jaubert.
Io ho confrontato il testo col Ms. del British Museum e l’ho ristampato nella _Bibl. arabo-sicula_, con le varianti e con le lezioni ch’io presceglieva e quelle anco che m’erano gentilmente proposte dal dotto professore Fleischer. Il barone De Schack, op. cit., II, 41, 42, 261, ha data di questi squarci una buona traduzione tedesca, in versi, fondata sul testo della _Biblioteca_.
[952] Il baron De Slane ha letto _’Akîk_ “corniola.” Ma _’Atîk_ “vecchio” significa specialmente vino; e mi conferma in questa lezione la desinenza femminile dell’aggettivo che segue.
[953] Ma’bed fu celebre cantatore della corte omeiade in Damasco.
[954] Ho seguite in questo verso due lezioni diverse da quelle dello Slane.
[955] Evidentemente allude a quella che un tempo fu chiamata “la Sala verde;” su la quale si vegga una erudita dissertazione del barone Raffaele Starrabba, nelle _Nuove Effemeridi Siciliane_ del 1870.
[956] Altrimenti detti della Favara. Una delle due sorgenti d’acqua del parco regio che racchiudea la villa alla quale fu dato tal nome, si chiamava della Rupe; come l’attesta Ibn-Haukal, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 9 e nel _Journal Asiatique_, serie IV, tomo V (1845), pag. 99. Il nome veniva dalla rupe ora detta di Santo Ciro, sotto la quale sgorga quell’acqua, che si addimanda ancora di Maredolce, dal lago che faceva un tempo.
[957] _Bibl._, pag. 581 segg.
[958] Io veramente non son certo che la voce “_bahrein_” s’abbia qui a tradurre due mari, più tosto che due laghi. Nel primo caso, l’un de’ mari sarebbe il golfo di Palermo e l’altro il lago d’acqua dolce, doppio o scempio che si voglia supporre. Nel secondo caso, il poeta potrebbe alludere a’ due laghetti formati dalle sorgenti di Maredolce e della Favara propriamente detta, le quali sono distanti quattro chilometri l’una dall’altra. La prima alimentava certamente un lago; ma che questo si estendesse fino alla seconda non è provato, per quanto io sappia, da scritture, nè dalla topografia.
[959] Ancorchè il lago di Maredolce sia prosciugato fin dai principii di questo secolo, il letto della parte superiore si scorge benissimo, e non v’ha dubbio che il castello o villa regia sporgea dentro il lago, ma rimanea congiunto alla riva.
[960] Seguo le lezioni proposte dal Fleischer, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 585.
[961] Leggo il secondo emistichio in modo da mutare affatto il significato supposto dal baron De Slane.
[962] _Corano_, sura LXXXI, verso 12.
[963] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 587 seg. e 616, dove si legge una breve notizia che ne dà il Dsehebi, nelle _Biografie de’ Grammatici_.
[964] Così anche il suo prototipo, Ka’b-ibn-Zoheir, nel celebre poema che gli valse il perdono di Maometto, incomincia piangendo per l’allontanamento della bella So’àd e passa d’un salto alle lodi del Profeta.
[965] “Cercando sollievo, ei volea porre altra (bella) in vece di So’àd nel nocciolo del suo cuore;
E sperava che, per principio, l’immagine di lei venisse a visitarlo (in sogno): ma il gran dolore gli negò la dolcezza del sonno.
Oh se vi fosse stato il re Ruggiero, quel che fa conoscere agli amici la magnificenza del suo affetto,
Non avrebbe (il poeta) ricusato di bere nella tazza preziosa, il giorno che (So’âd) allontanossi; ma avrebbe visto nell’oroscopo del re la faccia della gloria.
. . . . . . .
Pronto a’ doni, com’è pronta l’indica spada ch’ei brandisce a due mani il giorno della mischia,
Rifulge nelle tenebre l’aurora della sua fronte, talchè diresti che la luce del Sole invidia anch’essa questo (eroe).
Egli ha piantata la tenda là dove spuntano i Gemini: le Plejadi e i due grandi luminari gli fan da piuoli;
E quando s’arruffano le cose, allora il suo brando affilato scrive coll’inchiostro suo, in guisa da far tornare bianchi que’ che parean più neri.
. . . . . . .
O monarca, roccia di granito su la quale la fierezza tien saldi i pie’;
Tu che, provocato dagli spiriti dei nemici, li disperdi scherzando, percossi dai tagli delle tue spade.”
[966] Dozy, _Catalogus_ CC. OO., _Bibl. Acad. Lugduno Batavae_, tomo II, pag. 263, tra i titoli de’ capitoli e i nomi de’ poeti che leggonsi nella _Kharîda_ d’Imâd-ed-dîn. Si confronti la _Bibl. arabo-sicula_, pag. 599, 601.
Il _Mokhtar_ è registrato da Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, IV, 146, n. 7901 e V, 438, n. 11590 e nella _Bibl_. cit., pag. 704, 705. Notasi inoltre in Hagi-Khalfa, III, 593, n. 7146, un _Sirr-el-Kimia_ (Segreti dell’Alchimia) dello stesso Ibn-Bescrûn.
[967] _Bibl._, pag. 583. Si riscontrino le spiegazioni che abbiam date per alcuni vocaboli, trattando di quell’altro componimento qui innanzi a pag. 755 segg.
Anche qui ho preferita qualche lezione diversa da quella che seguì il baron De Slane nella sua prima pubblicazione.
[968] La voce _ghoraf_, plurale di _ghorfah_, è stata dal baron De Slane tradotta un po’ vagamente _étages_. Il significato di “loggia, belvedere,” si scorge preciso ne’ passi di Makrizi, _Kitâb-el-Mowâ’iz_, testo di Bulâk, tomo II, pag. 250, lin. 19, e di Ibn-Giobair, ediz. Wright, pag. 271: e così lo dà anche il Cuche, nel Dizionario Arabo-Francese, Beirut, 1862. Intorno gli altri significati, si vegga la voce “Algorfa” nel _Glossaire des Mots espagnols_, etc. per Dozy ed Engelmann.
[969] Ho amato meglio lasciar questo vocabolo indeterminato com’esso è nel testo. Pur sembra che il poeta, più tosto che alla cacciagione del parco reale, abbia voluto alludere a’ lioni di marmo notati dal poeta di Butera, al quale ei risponde, seguendo non solamente il metro e le rime, ma facendo anco la parafrasi di ciascuna idea, come in un indirizzo parlamentare con cui l’uso vuol che si riscontri per filo e per segno il discorso del trono.
[970] Il testo ha la voce _dibag_ e la mette al plurale. Di questa voce abbiam già fatta menzione e la traduciamo _broccato_, perchè dinota ricco e grave tessuto di seta.
[971] Mi par che in questo verso il verbo s’abbia a supporre all’optativo, che in arabico è il passato. Mi discosto in ciò dal baron De Slane che ha tradotto “Il est là” etc. Intendo poi in modo affatto diverso gli ultimi due vocaboli, ch’egli ha resi “admirables monuments.” _Mesched_, di cui abbiamo qui il plurale, significa luogo di adunanza, luogo dove si fa testimonianza, e indi “martirio, santuario;” ma non so che gli Arabi abbian mai chiamato così un sontuoso edifizio in generale. Seguendo questo pensiero, che non è arabo, nè del XII secolo, il dotto traduttore ha dovuto usare forza all’ultimo vocabolo e farne uno degli aggettivi che oggidì si accoppiano inevitabilmente con “monumento.”
[972] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 586. I versi leggonsi nel Ms. di Parigi, fog. 10 verso. Ed ecco que’ della kasida:
“Quanti uomini eccelsi la fortuna ha messi giù, in condizione inferiore, dopo aver sorriso ad essi!
Quanti uomini da nulla si sono rimpannucciati: han salito ogni monte, arrampicandosi fino alla cima!
Maledetta la fortuna che ha depressa l’altezza del mio grado; m’ha scemati i fratelli e moltiplicate le ingiurie!
Quand’ella oscura la riputazione d’un uomo, eccotelo stecchito: a chi lo guardi, par ch’ei dorma (l’ultimo sonno).”
[973] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 581.
Il primo epigramma è scritto ad “un certo capo” che non si era lasciato veder da lui. Il professore Fleischer, rivedendo le stampe della _Biblioteca_, propose di leggere “tempo” in vece di “capo,” la quale lezione avrebbe riportato a Ruggiero il fatto del ributtare il poeta. Ma non ostante il gran rispetto che io ho per quel sommo maestro, non veggo ragione di mutare la mia traduzione. E i versi mi sembrano sì impertinenti, da non potersi credere che il poeta li abbia indirizzati a Ruggiero.
[974] Ms. di Parigi, fog. 8 recto. Il primo epigramma è questo:
“Superbì colui ch’io andai a visitare e si chiuse, lasciandomi fuori, mentre egli non si ascondeva a questo nè a quell’altro.
Pria di conoscermi egli avea fatti stendere drappi del Sind e della Cina (per farmi onore).
La mia sventura vien tutta da lui. Così foss’io morto pria di questo (affronto).”
Ecco l’altro epigramma:
“Gli amici della tua fortuna, fa di accoglierli come nemici, con l’arme in mano.
Nè ti illuda (se loro spunti in volto) il sorriso, chè la spada ti ammazza luccicando.”
[975] Si vegga il Capitolo precedente, pag. 684, di questo volume.
[976] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 582. Questi due versi portano a credere che l’autore sia vissuto nella seconda metà dell’XI secolo, ancorchè la raccolta, in cui Imâd-ed-dîn dice averli trovati, si riferisca alla seconda metà del XII. Pure un musulmano che avesse vista la Sicilia verso il 1150 e poi verso il 1162, avrebbe potuto pensare anche così.
[977] Nel Ms. di Parigi, fog. 8 verso e 9 recto.
Sono tre squarci, dei quali traduciamo quel che ci sembra il migliore.
“Mi lamentai, ed ella disse: Tutto questo mi dà noia! Che Dio sollevi il tuo cuore dall’amor che senti per me!
Ma quand’io nascosi la passione, eccola a tentarmi: Troppo hai sofferto (in silenzio). Non fa così chi è afflitto profondamente.
Dunque s’io mi appresso, ella mi respinge, e s’io mi allontano per farle piacere, me l’ascrive a colpa.
Le querele divengon fallo; la pazienza la fa andare in collera; s’affanna quand’io sto lungi, e fugge quando son presso.
Oh vicini, se sapete qualche artifizio (che mi tolga da quest’impaccio) consigliatemelo e che Dio ve ne rimeriti!”
[978] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 599. Imâd-ed-dîn dice ch’egli “arrivò al tempo di Nûr-ed-dîn e morì, ec.” Dunque era già in Damasco quando se ne impadronì Norandino.
“Ve’ l’accinto, che tien la croce appesa al collo e s’avvolge l’evangelo attorno il farsetto!
Ei spegne il fuoco a notte inoltrata e in vece di candela adopra la fragranza del fiasco.
Il suo bicchiere comparisce al viaggiatore notturno come stella che lo conduce infino all’aurora.”
Ho tradotto “accinto” l’aggettivo _mozanner_, ossia “cinto di zonar,” cioè quella cintura che, secondo le leggi musulmane, dovean portare gli “_dsimmi_” ossia Cristiani, Giudei e Sabii, per distinguersi dal popolo dominante. Qui vuol dir meramente, cristiano. Non so se i Cristiani di Palermo nel XII secolo usassero una fascia al cinto; ma dicerto non v’erano obbligati.
Ho reso “farsetto” la voce _wisciâh_, della quale si è detto poc’anzi. Il poeta, senza dubbio, adopera la voce vangelo per significare qualche preghiera cristiana scritta su striscia di pergamena, qualche “Postiglione di San Francesco di Paola” usato in quei tempi.
Il secondo verso allude evidentemente al notissimo statuto normanno del coprifuoco.
[979] Si vegga la _Rivista sicula_ di novembre 1869, pag. 378 segg.
[980] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 581. I versi nel Ms. di Parigi, fog. 6 verso.
“Costei che t’ammalia con gli occhi e sembra una huri fuggita dal Paradiso,
Sorridendo ti fa vedere perle e gragnuola, sparse in mezzo all’acceso color della corniola.
La sua bellezza ecclissa la luna del Cielo; e quando tu affisi le sue pupille, ti senti inebriare.
Il viso splende com’oro al par del Sole; il petto e il grembo sono un mucchio di gioielli.
Io le dissi, fuor di me pel dolore, accecato ch’io era da’ raggi della sua luce,
O superba, tu mi respingi perchè ne gioisca il mio detrattore!
Ed ella a me: Io ho un cuor duro, da far malo augurio allo spasimante che prende a gioco l’amore.
E andò via, come la luna nella sua altezza, con superbo incesso, senza voltarsi.”
[981] Ms. citato, fog. 7 recto.
“Io ti racconto, o signor mio, cose che uomo non ha mai patite;
Calamità che m’erano scritte su la divisa dei capelli, con le quali or compio il mio destino.
Fui preso, ahimè, e (lo giuro) per la tua vita, io non me ne accorsi:
La vidi che stava sopra un _talmik_ (?) come se il ramo avesse portata (per frutto) la luna.
Ed avventommisi addosso fieramente. Che opera così l’uom generoso quand’ei può?”
[982] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 582. I versi leggonsi nel Ms. di Parigi, fog. 7 verso, seg. Lasciando la proposta e risposta, alla quale ho accennato, tradurrò alcuni altri di simile argomento.
“Smettono le ingiurie e scansano la collera. Capisco e lor concedo favori,
E perdono il mal che mi han fatto; (perdono) di tutto cuore, pienamente.
Volentieri sentirei, e valuterei molto, una parola di rincrescimento: essa porterebbe via, tondo, ogni mal fatto.
Mi seppe salmastra l’acqua del vostro affetto e pure la bevvi, e volli mescere (in cambio) dell’acqua dolce!”
[983] Come Aghlabita egli apparteneva alla tribù di Sa’d. Tuttavia questo nome etnico si potrebbe riferire al Kasr-Sa’d presso Palermo, di cui Ibn-Giobair, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 88 e nel _Journal Asiatique_ di gennaio 1864, pag. 75, 76.
[984] I versi e il cenno biografico si leggono nel Fewât-el-Wafiâl, di Mohammed-ibn-Sciakir-el-Kotobi, stampato al Cairo il 1283 (1866), pagina 354 segg.
Troviamo a pag. 355:
“Bianche (donzelle) con uno sguardo sfoderano spade affilate, le (cui) guaine sono le palpebre.
E (indi nelle nostre) gote le lagrime scavano solchi e gli occhi abbondano come fonti.”
[985] “Hai neglette le faccende tutte quante, senza adoprarti perchè andasser bene, nè affliggerti (del contrario).
Pur l’uno e l’altro, ancorchè contrarii, tornano allo stesso effetto, cioè far andare a male ogni cosa.
Ecco che noi si scrive questo, si ordina quest’altro, e poi si ritorna com’eravam prima.”
[986] “Ed io con ogni aura gli mandava un saluto, per tutto il tempo che soffiavan l’aure, mattina e sera!”
[987] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 599. Si vegga il capitolo iv di questo libro, pag. 485 del volume.
[988] Cap. v di questo libro, pag. 541.
[989] _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 107, 109, 111, 112, 124, 126, con le varianti date nella mia Prefazione, pag. 42.
[990] _Bibl. arabo-sicula_, pag. 152, 153. La tribù dei Beni-Rowaha stanziava ne’ dintorni di Barka.
[991] Secondo alcuni Panaria è l’Evonymos degli antichi e secondo altri l’Hicesia; ed altri dà il primo o il secondo di cotesti antichi nomi ad altra delle isole Eolie. Non è facile decidere simili dubbii, essendo le Eolie vicinissime tra loro, ed alcune sì piccole, che nella descrizione talvolta si trascurano come scogli. Pure le latitudini e longitudini delle varie isole Eolie, secondo Tolomeo, aggiungon fede alla opinione che identifica Hicesia con Panaria.
[992] _Bibl_., testo, pag. 22, 23.
[993] Op. cit., pag. 24. M. Jaubert ha tradotto poco esattamente questo luogo nel vol. II, pag. 73, lin. 2, 3.
[994] Op. cit., pag. 24. Traduco “antilope” il vocabolo _zabia, tzabia, dhabia, thabia_, ec., che gli Arabi forse apposer vagamente a novella specie del genere _cervus_, o del genere _capra_, forse il camoscio o il capriolo, quando la videro per la prima volta ne’ paesi occidentali. Il _Vocabulista in arabico_ dà i due significati diversissimi di “capra” e “damma.”
[995] Amico, _Dizionario topografico della Sicilia_, nel capitolo di Favignana.
[996] Lib. IV, cap. xiij, pag. 443 del II volume.
[997] _Bibl._, pag. 36. Il testo ha precisamente _merkeb_; voce generica, usata per le navi con ponte.
[998] Op. cit., pag. 38.
[999] Op. cit., pag. 40, 41. L’autore si serve dei vocabolo _merkeb_ nel primo caso, e di _kârib_ nel secondo. Credo che i _merkeb_ siano stati, in generale, più grandi che i “lautelli” e altri legnetti ai quali or dà ricovero quel porto.
[1000] Op. cit., pag. 35, 39.
[1001] Op. cit., pag. 41.
[1002] Op. cit., pag. 36.
[1003] Op. cit., pag. 38. Il nome arabico, or corrotto in quella strana forma, è _’Ain-el-aukât_. “La fonte (che sgorga) a momenti.”
[1004] _Bibl._, pag. 35.
[1005] Op. cit., capitolo VII, sotto i nomi citati.