Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II

Part 51

Chapter 513,727 wordsPublic domain

[844] ’Imâd-ed-dîn, nella _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 603; Ibn-Khallikân, op. cit., pag. 630 e nella edizione del baron De Slane, I, 724 e III, 106 della versione inglese; Abulfeda, _Annali_, op. cit., pag. 418 e III, 628 della edizione di Reiske; Taki-ed-dîn-el-Fasi, op. cit., pag. 659; Makrizi, op. cit., 665; Soiuti, op. cit., 671.

Si confrontino coi testi le notizie ch’io, prima di stamparli, avea date nella versione italiana del _Solwân-el-Motâ’_, Firenze, 1851, Introduzione, pag. XVIII segg. e nella versione inglese, Londra, 1852, vol. I, 20 segg.

[845] Imâd-ed-dîn lo chiama Abu-Abd-Allah, e il Soiuti, Abu-Gia’far.

Non giova notare le varianti de’ titoli onorifici, che son molte.

Io non ho argomenti da credere che il disparere su la patria sia nato dalla diversità di coteste appellazioni secondarie, anzi tengo fuor di dubbio che l’autore di tutte le opere sia stato un solo. E ciò si vedrà chiaramente nel seguito del presente capitolo.

[846] Si vegga il Capitolo precedente, pag. 665 di questo volume.

[847] Codice arabico, n. MDXXX, del British Museum, nel catalogo di M. Riew, pag. 695. II Ms. porta la data del 759 dell’egira (1358), appartiene alla prima edizione e contiene il catalogo delle opere dell’autore.

[848] _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 660, 661.

[849] _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 692. Lascio in dubbio la città, perchè non ho trovato il nome di questo Sefi-ed-dîn nelle biografie degli uomini notevoli di Aleppo, il _Kheir-el-biscer_ è stato autografato al Cairo dal Castelli, con la data del primo dell’anno 1280 (18 giugno 1863). Il testo, comunicato dall’autore il 566 ad un primo _rawi_, comparisce trasmesso da questi il 588. Vi manca affatto la dedica a Sefi-ed-dîn.

[850] Chiamano gli Arabi così la più oscura stella dell’Orsa Maggiore.

[851] _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 688.

[852] _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 671. Il Soiuti dice positivamente che Ibn-Zafer compose il contento in quella medresa. L’autore lo chiama: “Il primo e più eccellente de’ suoi libri.”

[853] Op. cit., pag. 686, segg. Si confronti la versione italiana del Solwân, pag. 216, 217 e l’inglese, I, 115, segg.

[854] Valga per tutte le autorità Ibn-el-Athîr, anno 549, ediz. Tornberg, XI, 130, segg.

[855] Si vegga il testo nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 681, segg. e nella edizione di Tunisi, pag. 1, segg. Si riscontri la versione italiana, pag. 1, segg.

L’anno della dedica ad Abu-l-Kâsim è notato da Ibn-Khallikân.

[856] Testo di Tunis, pag. 2, linea 7.

[857] Nelle biblioteche d’Europa, per quanto io ne abbia ritratto, abbiamo cinque codici della prima e circa diciassette della seconda edizione, ed anco in uno di quei cinque, il principio, supplito d’altra mano, appartiene alla seconda edizione.

Il Makrizi, _Bibl_., pag. 667, fa menzione d’una copia del Solwân legata dall’autore stesso al ribât del califo alla Mecca, la quale, dalla descrizione che se ne fa, apparteneva alla prima edizione. Par che v’accenni anco Hagi-Khalfa, là dove ei dice che l’autore aggiunse poi due quaderni al Solwân. Io credo, al contrario, ch’ei ne tolse nella seconda edizione, la cui prefazione è molto più breve; talchè il bibliografo ha scambiato il posto delle due edizioni.

[858] Nel testo d’Ibn-Khallikân seguito dal Wüstenfeld, e in Makrizi, in vece di “nè bello in viso,” si legge “se non che era bello in viso.”

[859] Così l’autore, _Bibl. arabo-sicula_, pag. 688.

[860] Soiuti, pag. 671, lo chiama Gran Comento, senza il titolo speciale di Sorgente. Così anco Hagi-Khalfa, pag. 701, della _Bibl. arabo-sicula_.

[861] Questo codice è serbato nella Biblioteca di Parigi, _Ancien Fonds_, 248. È il secondo volume dell’opera, e corre dalla sura III, v. 86, alla fine della sura VI. Il comento non è fatto a verso a verso, ma prende un tratto del testo e indica le varianti; spiega poi le voci o modi di dire che lo richieggano. Seguono le osservazioni filologiche e grammaticali; indi la erudizione storica, tolta dalle tradizioni del Profeta e dalle leggende degli antichi Arabi, e infine i corollarii legali, ove occorrono.

[862] _Bibl_., pag. 688 e più correttamente secondo il Makrizi, nella pag. 668, linea 3.

[863] _Bibl_., pag. 684, 666, 671.

[864] _Bibl_., pag. 666, 671.

[865] _Bibl_., pag. 666.

[866] Taki-ed-dîn, _Bibl_., pag. 659, 660 e Makrizi, pag. 667.

[867] Così nel catalogo autentico, _Bibl_., pag. 689, 666. Si confronti coll’altro _Mosanni_, notato nella prefazione alla seconda edizione del Solwân, _Bibl_., pag. 684. Ma avvertasi che i primi due vocaboli del titolo son diversi in alcuni Mss. ed anco nella edizione tunisina del Solwân, pag. 3, ultima linea.

Il titolo confronta in entrambe al par che il subbietto. Si vegga la mia versione italiana, _Introduzione_, pag. XXXIV, XXXVI e 3, 4. Correggendo gli or citati luoghi della Introduzione, io ritengo unica Opera le due quivi notate ai n^i 3 e 21 del catalogo. La _Ma’ona_, citata a pag. 684 del testo e 3, 4, della versione, è senza dubbio la compilazione di dritto malekita del celebre dottore, il cadi ’Jiâdh, notata nella continuazione di Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, tomo VI, pag. 651, n. 149, e più correttamente nell’abbozzo di catalogo de’ Mss. arabi della Lucchesiana di Girgenti, ch’io detti in litografia nel 1869, n. XV. Circa l’_Iscraf_, io credo che tra le varie opere designate con questo titolo da Hagi-Khalfa, Ibn-Zafer volle dir di quella d’Ibn-Mondsir-en-Nisaburi, edizione Fluegel, I, 318, n. 783.

[868] _Bibl_., pag. 690, 671.

[869] Questa notizia è riferita da Katifi, pag. 660. Il Fasi a pag. 661 dice parergli verosimile che sia accaduto qualche scambio di nome.

[870] _Bibl_., pag 689, dove si vegga una variante ed a pag. 666, dov’è l’altra che ho preferita.

[871] _Bibl_., pag. 689.

[872] _Bibl_., pag. 689, 671, 705 e soprattutto a pag. 666, dov’è il testo di Makrizi.

[873] _Bibl._, pag. 690 e 666, dove è da trasporre nella linea 17 i cinque vocaboli intermedii della linea 15.

[874] _Bibl._, pag. 666.

[875] _Bibl._, pag. 690, 666.

[876] _Bibl._, pag. 690, 666.

[877] _Bibl._, pag. 690, 666.

[878] _Bibl._, pag. 690, e meglio a pag. 666. Quest’opera manca nel catalogo autentico del Ms. 1530 del British Museum, come si legge nel catalogo di M. Riew, pag. 695.

[879] _Bibl._, pag. 689, 630, 666, 671, 701; ed a pag. 692 il principio del testo, secondo il Ms. di Parigi, _Suppl. arab._, 586, del codice del 724 dell’egira. Si vegga anco la nota del baron De Slane, nella versione inglese d’Ibn-Khallikân, tomo III, pag. 107, nota 2.

[880] Mi sovviene, tra le altre, una citazione d’Ibn-Abi-Dinâr.

[881] Citata qui innanzi a pag. 718, nota 1.

[882] _Bibl._, pag. 700.

[883] _Bibl._, pag. 630, 666, 671, 700, 706; ed a pag. 690, il principio del libro secondo i due Mss. di Parigi. _Suppl. Arabe_, n^i 678, 679.

Si vegga anco la citata versione inglese d’Ibn-Khallikân, pel baron De Slane, tomo III, pag. 107, nota 3.

[884] _Bibl._, pag. 680, 605. Si vegga anche Casiri, _Bibl. arabo-hisp._, II, pag. 156, n. 1697. La biblioteca di Gotha ha un esemplare del _Dorer-el-Karer_, come ha letto il dott. Moeller, nel catalogo, pag. 14, n. 72, traducendo il titolo: _Margaritæ Frigidæ_.

[885] _Bibl._, pag. 690, 666, 671.

[886] Ibn-Khallikân e Makrizi, ne’ luoghi citati.

[887] _Bibl._, pag. 667.

[888] _Bibl._, pag. 666. Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, I, 307, n. 760, attribuisce ad altri un libro che porta il medesimo titolo.

[889] Libro IV, cap. xiv, a pag. 495 del secondo volume.

[890] _Bibl._, pag. 689.

[891] Ibid. ed a pag. 666. Il Soiuti, pag. 671, scrive il titolo _Et-tankib_, che vale lo stesso e dà col titolo di _El-Mitwal_ (Le redini) un altro comento che tornerebbe al precedente. Si legge anche _Et-tankib_ in Hagi-Khalfa, pag. 706. Ibn-Khallikân fa menzione di un “Comento delle Tornate” e di glose marginali della _Dorret-el-Ghawwâs_, i quali due libri, al suo dire, compongono due Comenti, grande e piccolo. Accenna anco a due comenti il Makrizi. Qual che sia la forma, il comento d’Ibn-Zafer fu adoperato dallo Scerisci, come si legge nella prefazione di M. De Sacy, Hariri, seconda edizione, Parigi, 1847, tomo I, pag. 5.

[892] _Bibl._, pag. 689, 630, 666, 671, 702. Il testo della _Dorret_ è stato pubblicato dal sig. Thorbecke, Lipsia, 1871.

[893] _Bibl._, pag. 689, 666, 671.

[894] _Bibl._, pag. 666, 671, 699.

[895] Freytag, _Proverbia Arabum_, vol. III, parte 2ª, pag. 188, n. 26, dove si corregga il nome dell’autore.

[896] Nel cap. IV, § ix, del Solwân. È la novella del Mugnaio e l’Asino, Notti 387, 388, nella edizione di Bulak, I, 569, 570, e nella versione inglese del Lane, 1ª edizione, II, 582.

[897] Si veggano le due prefazioni nella _Bibl. arabo-sicula_, a pag. 681, segg., e 686, segg. e nelle versioni italiana ed inglese, II ec.

[898] _Kitâb-el-Fihrist_, testo, Lipsia, 1871, pag. 304.

[899] Hagi-Khalfa, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 703, e nella edizione di Fluegel, III, 611, n. 7227, cita la parafrasi in versi che ne compilò nel XIV secolo Tag-ed-dîn-Abu-Abd-Allah-es-Singiâri; e dice esserne state fatte varie traduzioni, delle quali poi cita soltanto una molto libera in persiano, intitolata “Giardini dei re” ec. Nella copia stampata dal Fluegel si aggiugne una traduzione turca di Khalil-Zadeh, scritta nella prima metà del XVIII secolo.

La bibliografia de’ Mss. che abbiamo in Europa, si vegga nella versione italiana, Introduzione, pag. LXV, segg. e nell’inglese, I, 93, segg. Si aggiungano: il Ms. parigino, _Ancien Fonds_, 374, che parmi del XVI o XVII secolo ed appartiene alla prima edizione; il Ms. di Monaco, n. 608, del catalogo del sig. Aumer, pag. 266; e i due Mss. del British Museum, n^i 1444 e 1330, del catalogo di M. Riew, che son l’uno della seconda e l’altro della prima edizione.

[900] Si vegga la raccolta di Mohammed-ibn-Ali, Ms. MC del British Museum, nel catalogo di M. Riew, pag. 302.

[901] Tra gli altri, l’autore del _Giâmi’-el-Fonûn_, compilazione enciclopedica, Ms. di Parigi, _Ancien Fonds_, pag. 377.

[902] _Bibl._, pag. 605.

[903] Ossia “figliuolo di quel da Begia.” Si ricordano cinque luoghi di tal nome, due de’ quali in Affrica ed un altro in Portogallo (Beja).

[904] Dsehebi, Ms. di Parigi, _Ancien Fonds_, 753, fog. 100 verso.

[905] Soiuti, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 623.

[906] Si confronti Dsehebi, op. cit., fog. 171 recto, con Hagi-Khalfa, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 702 e nella edizione di Fluegel, III, 498, n. 6633, dove il nome è intervertito: Abu-Iehia-Zakaria.

[907] Biografia di tradizionisti, per Iehia-ibn-Ahmed-en-Nefzi-el-Himiari, detto Es-serrâg, Ms. della Biblioteca di Parigi, _Ancien Fonds_, 382, fog. 77 verso, nella vita di Omar-el-’Abderi, che nacque il 694. Stanno due tradizionisti tra lui e il siciliano, e però par che questi sia vivuto al principio del decimoterzo secolo.

[908] Makrizi, nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 663.

[909] Makrizi, op. cit., pag. 668.

[910] Makrizi, loc. cit.

[911] Makrizi, op. cit., pag. 665. Nel Dizionario di Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, II, 440, n. 3655, e conseguentemente nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 701, la parte del nome che si legge Ibn-Mohammed-es-Sikilli va corretta, Ibn-es-Sikilli, secondo il Ms. di Parigi, _Ancien Fonds_, 875.

[912] Dsehebi, _Anbâ-en-nohat_, nell’op. cit., pag 645.

[913] Non voglio tradurre “in quinta rima,” perchè il confronto di cotesti nuovi metri degli Arabi occidentali con que’ delle lingue neo-latine e soprattutto della nostra, va fatto con lungo studio e sopra moltissimi esempii dell’una e dell’altra parte. Avverto intanto che la voce _wazn_, “peso, modo,” trattandosi di versificazione, è usata col significato di “misura;” il quale credo relativamente moderno, e forse nato in Spagna insieme con cotesti novelli metri.

Le cinque “misure” invero non si trovano, per diritto nè per rovescio, in questo componimento, dove le rime son tre; i versi di otto sillabe ciascuno, a modo nostro di scandere, e a modo dei grammatici arabi, di due piedi o di sei, se vogliasi considerare come verso l’intera stanza; e le stanze, infine, son sei. Potrebbero forse contarsi in ciascun verso cinque di quelle misure elementari che gli Arabi chiamarono “corde, piuoli e tramezzi” (si vegga Sacy, _Grammaire arabe_, 2ª ediz., II, pag. 619) come parti del verso, il quale appellano _beit_, ossia “tenda, casa” e in generale _stanza_. Ma coteste misure elementari non so che siano state mai dette _wazn_. Ho ragione piuttosto di credere che nelle nuove poesie il metro più comune sia stato di stanze da cinque versi e che perciò Imâd-ed-dîn, facendo un fascio di tutti i metri occidentali, li abbia battezzati “Quinte rime.” Si badi bene ch’ei non dice che questo componimento abbia cinque _wazn_, ma “che sia di que’ che recitansi con cinque _wazn_.” Mi conferma, nel mio supposto, il codice della Riccardiana di Firenze segnato col n. 194 e intitolato _Megmû’-Kâmil_, ossia “Raccolta compiuta” di Abu-l-Abbâs-el-Bekri. Tra le poesie della nuova maniera che il raccoglitore trascrive, scompartite per generi e specie, occorrono non pochi componimenti in cui le stanze, distinte sempre col titolo di _beit_ ad inchiostro rosso e caratteri grandi, si compongono di cinque versi ciascuna. Lo stesso codice Riccardiano ha varii esempii di _tekhmis_ o diremmo noi “quintuplicazione” di poesie altrui, che facevasi aggiugnendo quattro altri versi a ciascuno del testo; ma questo uso notissimo non ha che fare nel caso nostro.

Debbo avvertire infine che lo squarcio di poesia trascritto nella _Kharida_, mi sembra mutilato e mutatovi l’ordine de’ versi. In fatti il primo verso della terza stanza esce di rima, e la metafora obbligata della luna piena che spunti sopra un sottile tralcio di _ben_, vuol che segua immediatamente a quello il primo verso della quarta stanza. Similmente il senso richiederebbe che l’ultimo verso della seconda stanza seguisse immediatamente all’ultimo della prima. Si capisce bene che i copisti orientali del XII e XIII secolo si doveano imbrogliare spesso, avendo dinanzi agli occhi quell’insolito intreccio di rime e di versi, scritti con altre divisioni che non son quelle degli antichi emistichii.

Aggiungo che, anche in Ponente, i letterati teneano in non cale le _mowascehe_. Abd-el-Wahid da Marocco (testo del Dozy, pag. 63) che scrivea nel 1224 dell’èra cristiana, si vergogna di far parola delle eccellenti poesie dettate in tal metro da Abu-Bekr-ibn-Zohr.

[914] Dopo il Freytag, _Darstellung_, ec. (1831) il barone De Hammer chiamò l’attenzione de’ dotti, su questa nuova maniera di poesia, nel _Journal Asiatique_ di agosto 1839 (pag. 153 segg.) e di agosto 1849 (pag. 249 segg.); ma, al solito suo, trattò il subietto con leggerezza. Or l’hanno rischiarato orientalisti di vaglia, come il baron De Slane, il professore Dozy e il barone De Schack. Si vegga, dello Slane, la versione francese de’ Prolegomeni d’Ibn-Khaldûn, parte III, pag. 422 e segg.; del Dozy, le osservazioni critiche su questo lavoro dello Slane, nel _Journal Asiatique_ di agosto 1869, pag. 186 segg., e dello Schack la _Poesie und Kunst_, ec. vol. II, § xiij, pag. 47 segg.

Ibn-Khaldûn, nella parte or or citata de’ Prolegomeni, dà ampii ragguagli sul nuovo genere di poesia, ch’ei non spregiava come Imâd-ed-dîn, e ne aggiugne moltissimi squarci ed anco interi componimenti.

Tocca un poco la _mowascehe_ e i _zegel_ Averroes, nel Contento medio su la poetica di Aristotile, a pag. 3 del testo arabico, che si stampa per le cure del dotto professore Fausto Lasinio, sul codice unico della Laurenziana, insieme con l’antica versione ebraica e con versione italiana e note. I luoghi d’Ibn-Bassâm ai quali accenna il Dozy, op cit., pag. 186, 187, rischiarano anco il subietto; e chi volesse studiarlo profondamente, troverebbe una vasta e sistematica raccolta nel codice della Riccardiana, del quale ho fatta menzione nella nota precedente.

[915] Questo dubbio, che ognuno avrebbe _a priori_, è degno di ricerche positive. Il citato codice 191 della Riccardiana ci dà due serie di “Cantilene (_neghm_) dell’Irâk,” con versi brevi e mutazione di rime. Nell’Irâk si può supporre, al par che l’araba, l’influenza persiana.

[916] Dozy, op. cit., pag. 187, 188; De Schack, vol. cit., pag. 52. Quantunque i versi di alcune _mowascehe_ e _zegel_, ammettendo molte licenze poetiche, si possano ridurre a’ metri ordinarii degli Arabi, pure la misura per sillabe e accenti mi par che torni più costantemente esatta.

[917] Prolegomènes, III, 441. Si confronti lo Schack, vol. cit., pag. 52.

[918] Per evitare quattro consonanti di fila, scrivo _mowasceha_ e non _mowascsceha_, come si dovrebbe. Il _Vocabulista in Arabico_, pubblicato non è guari a Firenze, dà, invece di quel vocabolo, il maschile _mowascsceh_, col riscontro latino “versus” e _zegel_, col riscontro “Cantilena vel versus,” pag. 111, 199, 279, 624.

[919] Il barone De Hammer (_Journal Asiatique_, agosto 1839, pag. 153) non esitò a definire le ottave rime, invenzione degli Arabi, e dopo dieci anni, rincalzando (op. cit., agosto 1849, pag. 249) identificò il sonetto col _zegel_. Ma questo articolo è quello appunto in cui egli fa derivare dall’arabo la voce _cancan_!

[920] Si legge il testo nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 580, dove si intendan fatte le correzioni che furon proposte dall’illustre prof. Feischer.

Eccone la traduzione verso per verso:

1.

“Cotesta gazzella adorna d’orecchini Mi canta le nenie quand’io son lungi E quando vede ciò che m’è avvenuto.

2.

Come (s’io fossi in un) giardino variopinto, Quand’ella è meco, non mi cale (d’altro) Poichè per l’amor suo mi consumo.

3.

Il suo volto è luna che spunta: Superbisce quand’ha occupati tutti gli affetti miei, Dond’io mi travaglio.

4.

Sur un tralcio sottile, Si sollazza nel mio lungo dolore, Allontanasi ed io sto per morire.

5.

Sdegnosa, inaccessa a pietà, Non rifugge dal romper la fede, Non ha (per me) che il silenzio.

6.

Tiranna, ingiusta, Mutata da quella che fu una volta; Sì ch’è felicità rarissima a trovarsi con lei!”

Trascrivo tre stanze del testo per dare un’idea del metro:

1.

Wa ghazalin musciannefi Kad retha li ba’da bu’di Lamma rea ma lakeitu.

2.

Mithlu raudhin mufawwefl La obâli wahwa ’indi Fi hubbibi ids dhâneitu.

3.

Waghuhu l-bedru tâli’an. Taha lemma haza wuddi Fainnani kad sciakeitu Fi kadhlbin mohfahefi, ec.

Si ricordino le osservazioni che abbiam fatte nella nota 2 della pag. 738, intorno la scorrezione del testo.

[921] Stesso Ms, fog. 3 recto, 6 verso.

“Scritto è nel Codice degli innamorati: morire o fuggir pria (che si sentano) le ripulse e i tormenti.

Se mi è parsa lunga una notte, ecco che l’aurora spunta con la dolorosa (rimembranza) di colei ch’è nascosa agli occhi miei.

Chi me ne dà contezza? Per la sua assenza i solchi delle lagrime mi rigan le guance.

S’io penso a lei, le palpebre degli occhi miei sembran ramo di tamarisco molle di pioggia, quando il vento lo scuote.”

[922] Ms. di Parigi, _Ancien Fonds_, 1375, fog. 3 recto.

“M’incresce di rimanere in vita finchè non ritorni certa persona assente, che non lascia prender sonno agli occhi miei.

Come bramar la vita lungi da costei, tanto amata, che avrei data tutta la eternità per un sol giorno goduto con lei!

Io mi querelava quando non la vedeva, e pur l’era presso; ed ora conosco che cosa sia la lontananza!

Io bramo di potere svelare il tuo nome a tutto il mondo: ed ecco i malevoli a dir che non mi curi di te!”

[923] Stesso Ms., fog. 2 recto.

“Dal tramonto del Sole infino all’aurora, bevemmo temperato un (vino biondo come il) Sole,

Quando i raggi del Sole battean sul Nilo, come punte di lance su le corazze.”

[924] Ibid.

“Una smilza che quando balla dinanzi la brigata, fa ballare il cuore a chi guarda: tanto eccelle nell’arte!

Sì leggiera al passo, che quand’ella gira e atteggiasi dinanzi a chi ha gli occhi infiammati, questi non si duole del mal di capo.”

Stesso Ms., fog. 4 recto.

“O gazzella che il Creatore plasmò tutta di bellezza e leggiadria,

Ch’io mi sollazzi in questi giardini, senza trascorrere, nè cogliervi frutto:

Io non vengo mica a far male; ma soltanto a rallegrare lo sguardo.”

[925] Ms. citato, fog. 2 recto.

“Ne’ contrattempi e ne’ frangenti, noi tenghìamo consiglio coi segreti degli animi nostri;

Ciascun fa sue querele, e così comprendiamo a che siam giunti, senza timor di spie, nè di scolte.”

Si riscontri il cap. xiv del libro IV, vol. 2º, pag. 520, 524, dove si fa menzione d’un Abu-l-Hasan, che ha gli stessi nomi di costui, fuorchè l’ultimo “ibn-abi-l-Biscir,” invece del quale si legge “ibn-el-Biscir:” e potrebbe essere errore di copia ed anche variante d’uso. Anche l’età coinciderebbe. Ma da un lato mi farebbe maraviglia che fossero sfuggiti a Imâd-ed-dîn i versi a lode de’ ministri egiziani; e dall’altro è da notare che nella _Kharîda_ il nome è anche scritto una volta ibn-abi-l-Besciâir.

[926] _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 581.

[927] _Kharîda_, op. cit., pag. 586.

“O Beni-l-Asfar (gente bionda) voi dovete il prezzo del mio sangue: de’ vostri è il mio uccisore, il ladrone che m’ha spogliato.

È bello dunque il fuggir chi t’ama? È lecito ciò nella religione del Messia?

O tu dall’occhio languente senza malattia, quando tu alluci un (ferito in) cuore, eccol già sano!

Ogni sorta di bellezza, dacchè io vi ho visti (o gente bionda), par brutta agli occhi miei.”

Si ricordi che gli Arabi chiamavan Beni-l-Asfar i Romani e i Bizantini.

[928] Ms. di Parigi, fog. 11 verso.

“Le mie lagrime già scopron l’amore: non reggo più alla passione che m’ispira questa verginella, guardandomi con due occhi d’antelope. La bionda che ama il vestito bianco e tinge il velo nel rosso del cartamo.

Oh quel camiciotto e quel velo riflettono il colore su chi la guarda; ond’egli (a vicenda) si fa bianco e arrossisce!

Crisolito ella è, legato in lamina d’argento e coronato di vermiglia corniola.”

[929] “Una fanciulla mi ha rapito il cuore di mezzo il costato: l’adesca assiduamente co’ suoi vezzi!

Donzella dalla guancia (porporina) come il suo camiciotto; dal velo bruno come le sue ciocche:

Le pietre preziose del suo monile tondeggiano come il suo seno; le minuterie ond’ella s’adorna, hanno il colore dell’afflitto mio viso.

Ella, col suo _wisciâh_, col velo e con gli ornamenti, sembra a chi la affisi, un Sole vestito di splendore, coronato di fitte tenebre e circondato di stelle.”

[930] _Kharîda_, op. cit., pag. 601. I versi ai quali s’accenna, leggonsi nel citato Ms. di Parigi, fog. 116 recto e verso. Il poeta siciliano ne scrisse tre, per chiedere il libro: ed Abu-s-Salt gliene mandò con sette versi su la stessa rima.

[931] Ms. di Parigi, fog. 11 verso, 12 recto.

[932] Fog. 12 recto.

[933] Fog. 12 recto a 13 recto.

[934] Fog. 13 recto.

[935] Fog. 13 recto e verso.

[936] Si confronti la notizia di Imâd-ed-dîn, _Bibl. arabo-sicula_, pag. 587, con quella di Zuzêni, op. cit., pag. 619. Questa seconda notizia fu già pubblicata, non senza errori, dal Casiri, _Bibl. arabo-hisp._, I, 434, e quindi dal Gregorio, _Rer. Arab._, pag. 237, e citata dal Wenric, _Rerum ab Arabibus_, ec. pag. 305.

[937] Anonimo, presso Imâd-ed-dîn, loco citato.

[938] Imâd-ed-dîn, nel Ms. parigino della _Kharîda_, fog. 16 recto.

[939] Ms. citato, fog. 16 recto segg. L’elegia principia:

“Difficile è il conforto; immensa la separazione e la perdita; e ne piomba nell’anima più dolore ch’ella non cape.

Piangete, occhi, lagrime schiette e sangue; poichè a questo colpo non v’ha schermo!

. . . . . . .

Non bastava la Terra a’ suoi benefizii, ed or basta al suo corpo la fossa che gli hanno scavata.

Chi rimane agli orfani ed a’ viandanti, che le sue mani soleano dissetare e saziare?

. . . . . . .

Vengono gli Angeli della Grazia ad annunziare ch’egli è asceso agli eterni giardini.

Chè già le sue azioni gli aveano apparecchiato l’albergo ne’ luoghi dove posano le anime generose.