Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 5
Coteste frequenti scorrerie a ponente del capo Bon e la procellosa anarchia nella quale vissero per molti anni que’ popoli, abbandonati dai Beni Hammâd, divisi tra loro, e minacciati a un tempo dagli Arabi, da’ Siciliani e dagli Almohadi, m’inducono a creder vera una pratica di Ruggiero con Tunis, della quale troviamo vestigie molto incerte nelle memorie cristiane, al par che nelle musulmane. Dei contemporanei, il solo Roberto, abate del Monte di San Michele, registrò nella cronica essere stata quella città occupata dalle armi del re di Sicilia, il millecencinquantadue: e potrebbe essere un altro sbaglio del nome di Tenes.[191] Abd-el-Wahid da Marocco scrivea il milledugenventiquattro, nella storia degli Almohadi, che quand’essi presero Tunis (1159) vi regnava Ruggiero, il quale aveala affidata a un _’âmil_, per nome Abd-Allah-ibn-Khorasân.[192] Un secolo appresso, il Dandolo, nell’accennare a’ conquisti affricani del millecenquarantotto, aggiungea che Ruggiero si fe’ tributario il re di Tunis.[193] E ciò mi sembra che più s’accosti al vero. Tunis non fu mai occupata dall’armata siciliana. Secondo le notizie ben connesse e precise che ne dà l’autore del _Baiân_ e Ibn-Khaldûn, quella città, popolosa, ricca e piena d’alti spiriti, ma torbidi e parteggianti, avea disdetta da lungo tempo la sovranità zirita, e riconosciuta di nome quella degli Hammaditi, e di fatto il governo di uno sceikh del paese, il quale chiamerei volentieri presidente della _gemâ’_. Rimase per molti anni cotesta autorità nella casa de’ Beni-abi-Khorasân; poi cadde in altre mani, e del tutto dileguossi in que’ frangenti di carestia e vicin romore di Cristiani. Il popolo che s’apparecchiava con molto ardore a respingerli, tumultuò un giorno, vedendo caricar del grano sur una barca che si sospettò partisse per luoghi occupati da Giorgio d’Antiochia; ond’e’ si venne a pretta anarchia ed a guerra civile, tra la fazione della _Soweika_ (il mercatino) e quella della _Gezîra_ (l’isola), che mi sembrerebbero popolani e nobili: alfine la plebe richiamò i Beni-abi-Khorasân, pria che fosse corso un anno dal conquisto di Mehdia. Abd-Allah-ibn Abd-el-Azîz, che si può dire l’ultimo di quella famiglia, regnò per dieci anni da tiranno; respinse gli Almohadi in un primo assedio (1157); e la città, poco appresso la sua morte, cadde sotto il pondo dell’oste d’Abd-el-Mumen.[194] Come ognun vede, tra questi fatti che si ritraggono con certezza storica, non entra la supposta signoria del re di Sicilia. Ma poichè il tiranno di Tunis, nelle ricordate condizioni di quei paesi, non potea sperar aiuto da altra banda, mi par verosimile ch’egli abbia segretamente fermato con Ruggiero qualche accordo non dissimile da quello dell’ultimo Zirita di Mehdia, promettendo di spesare forze ausiliari o di pagar la tratta de’ grani di Sicilia. Se le passioni umane allora non operavan diverso da ciò che veggiamo nella storia prima e poi e fin oggi, la corte di Palermo per vanità, il popol di Tunisi per sospetto geloso, quando trapelò quel trattato, gridarono a una voce che l’Ibn-abi-Khorasân s’inginocchiava, tributario e vassallo, a’ piè di Ruggiero; non altrimenti di quel che dissero di Hasan gli scrittori seguiti da Ibn-abi-Dinâr. E più incerta dovea rimanere la memoria del fatto, dopo il mutamento di regno, che di lì a poco spezzò tutte le fila ordite in Palermo e dopo la terribile reazione che seguì in Affrica contro i Cristiani e lor fautori, della quale noi diremo nel regno di Guglielmo il Malo.
CAPITOLO III.
Ritornando un po’ addietro ne’ tempi, egli è da ricordare che il riconoscimento del novello reame non tolse a Ruggiero l’ambizione, nè alla corte di Roma la voglia di molestarlo; donde or il papa ricusò di consacrare i vescovi[195] e cavillò su le prerogative della corona;[196] ora il re mandò eserciti ad occupare i dominii papali. Ma quando Corrado III, imperatore eletto, parlò di calare in Italia, e Arnaldo da Brescia infiammò i Romani a ristorare il Senato sotto il trono d’un Cesare tedesco, allora, quell’altalena fatale che tolse per mille anni ogni assetto e riposo alla patria nostra, spinse il papato ad accostarsi al regno, guelfo per sua natura. Udiasi allora per la prima volta cotesto nome di parte, sendosi levato in arme contro l’imperatore il duca Welf: al quale il papa e Ruggiero dettero aiuto per alimentar la guerra civile in Germania. Le ricchezze guadagnate sopra i Musulmani d’Affrica, l’industria della Sicilia, l’ubertà della Puglia, fornirono i danari che Ruggiero somministrava ai ribelli:[197] e porgeane anco al papa, per corrompere o combattere i Romani, promettendogli inoltre rinforzi di gente. E tra quelle tenerezze il papa a confermare il privilegio della Legazione apostolica di Sicilia;[198] a favorir le pratiche di Ruggiero in Germania. Nel corso delle quali avvenne che i partigiani del papa in Roma ricettassero occultamente i messaggi del re e che il Senato li catturasse con le lettere ch’e’ recavano e con loro famigli saraceni; ma poi lasciolli andare.[199] Possedendo in grazia di Ruggiero il nervo della guerra, il papa e i cardinali si vantavano di serrare in un canile “come veltri e mastini, gli imperiali e i Greci di Venezia, sì che non potessero mordere il Siciliano, ausiliare di Santa Chiesa.”[200]
Intanto i veri capi della Chiesa annidati, come già abbiam detto, ne’ monasteri di Francia, aiutavano con lo ingegno e co’ raggiri la fuggitiva corte di Roma e favorivano di rimbalzo il re di Sicilia. San Bernardo, barattando le carte, come soglion far sempre, e mutando in caso di teologia la quistione politica, si messe a fulminare Arnaldo per tutte le scuole e le corti d’Europa; tanto che l’imperatore Corrado non osò accostarglisi. La crociata, poi, predicata dall’apostolo cattolico, venìa sì bene in acconcio alla corte di Roma, da far credere ch’egli avesse voluto a un tempo stender la mano a’ travagliati Cristiani di Siria e mandare Corrado a coglier allori, e fors’anco la palma del martirio, lì verso l’Eufrate, in vece di calare in Italia a’ danni del papa. Dopo la rotta e il ritorno de’ Crociati, s’interpose tra Corrado e Ruggiero un altro prelato francese di gran fama, Pietro, detto il Venerabile, Abate di Cluny, negoziatore volontario di faccende politiche in tutta Europa, assiduo viaggiatore in Italia e Spagna, scrittore di polemica contro l’islamismo ed auspice della prima traduzion latina del Corano.[201] Costui, ragguagliando di sue pratiche il re e domandandogli intanto qualche larghezza a prò de’ monaci, gli sciorinava quante lodi ei sapesse accozzare in suo latino e diceagli bramar “che fosse unita al felice reame di Sicilia la misera Toscana e qualche provincia finitima.”[202] Così Ruggiero usava gli amici ecclesiastici ed essi lui. Che se adoperolli invano nelle trame contro Ramondo principe d’Antiochia, il cui stato ei pretendea com’erede del cugino Boemondo,[203] conseguì pure l’intento suo principale, ch’era di trattener Corrado di là dalle Alpi. La costui morte, succeduta a tempo (1152) fu attribuita a veleno ed apposta a Ruggiero[204] dai Ghibellini più ardenti; i quali sel trovavano sempre in mezzo a’ piedi, col suo danaro, con le sue arti di regno, con la sua fama di adetto in ogni scienza umana o infernale.
Giovò l’impedimento di Corrado a render vani gli sforzi di Manuele Comneno, che s’era collegato con lui contro la nuova potenza surta nell’Italia meridionale. Ruggiero non aspettò l’assalto de’ Bizantini. Affidato, com’e’ pare, nei novelli amici ch’eran sì possenti in Francia, ei volle tirar Lodovico VII a una lega contro Manuele: e pensando che cosa fatta capo ha, ruppe la guerra appunto quando i Crociati passavano nell’Asia minore; onde il bizantino si trovava impacciato; il francese vicino, adirato e disposto a punire la perfidia di quello. Mandò Ruggiero dunque in Levante Giorgio d’Antiochia; il quale, salpando da Brindisi (settembre 1147?) occupava Corfù; correa fino alla punta meridionale del Peloponneso; dava il guasto a Monembasia. Ma non assentendo Lodovico alla lega contro il Comneno, tornò addietro d’un subito l’armata siciliana, in guisa da fare scorger nella ritirata il dispetto dell’occasione fallita. Giorgio si messe a depredar le costiere dell’Etolia e dell’Acarnania; entrò nel golfo di Corinto; mandò le gualdane infino a Tebe; prese Corinto stessa e la sua rôcca; per ogni luogo frugò i ricchi con piglio da masnadiere, fece fardello d’ogni roba preziosa, menò cattivi gli Ebrei e i benestanti, uomini e donne; rapì anco l’industria, portando via gli operai della seta. Quindi altri opinò che i prigioni di Tebe e di Corinto avessero primi recato il setificio in Palermo, non sapendo che quivi da molto tempo l’esercitavano i Musulmani.
Correndo la state del quarantotto, l’armata siciliana andò all’impresa d’ Affrica. Ma allo scorcio dell’anno, Manuele, libero dalla paura de’ Crociati, s’apparecchiava alla vendetta. Acconciatosi co’ Veneziani, sì che gli fornirono possente navilio; vinti i Patzinaci, Manuele assediava Corfù, difesa da mille uomini dello esercito siciliano; respingea l’armata vegnente all’aiuto, e dopo due anni riducea per fame l’inespugnabile fortezza (1150). Seguì durante l’assedio quell’arrisicata fazione delle quaranta galee siciliane ch’entrarono nel porto di Costantinopoli, sbarcarono ne’ giardini imperiali e tirarono saette affocate nelle finestre della reggia; di che la fama giunse ne’ paesi musulmani.[205] In uno degli scontri del navilio siciliano col bizantino trovossi avvolto il re di Francia che mesto ritornava dalla crociata; il quale fu preso da’ Greci, liberato da’ Siciliani e condotto a Ruggiero, che gli fece grandissimo onore (agosto 1149). Le guerre poi sul Danubio, le fortune di mare, la dappocaggine delli ammiragli e la morte di Corrado, ritardarono la impresa di Manuele Comneno fino alla morte di Ruggiero.[206]
Il quale terminò il glorioso regno con un _auto da fe’_. Qual che fosse l’origine di Filippo di Mehdia, sia musulmano dell’isola detto Mehdiano dalla patria de’ suoi maggiori, o sia nato veramente nella capitale zirita, era egli battezzato, come gli altri paggi del re, nè cristiani nè musulmani, nè uomini nè donne. Cresciuto a corte, mostratosi buon massaio, il re l’avea preposto all’azienda del palagio, indi creato ammiraglio alla morte di Giorgio e mandato all’impresa di Bona; il che mi conduce a crederlo creatura dell’Antiocheno e suo compagno nelle guerre d’Affrica. Leggiamo il caso negli annali d’Ibn-el-Athîr, che forse il togliea dagli scritti del contemporaneo Ibn-Sceddâd; e più largamente ne tratta un luogo di Romualdo Salernitano, interpolato com’è parso ad autorevoli critici, ma contemporaneo in ogni modo, e degno di fede. L’un racconto come l’altro fa scoppiare improvvisa la collera del re contro Filippo, al suo ritorno da Bona: non ostante il trionfo e la riportata preda, al dire del latino; e al dire dell’arabo, appunto per aver chiusi gli occhi tanto che i notabili musulmani si messero in salvo. Fu accusato di simular la fede; e davano gli amminicoli: che entrasse in chiesa per apparenza, ma frequentasse occulto le moschee, fornissevi l’olio alle lampadi, inviasse offerte al sepolcro di Maometto, si raccomandasse ai sacerdoti del luogo e non rifuggisse dal cibarsi di carne il venerdì e ne’ giorni della quaresima. Così il narratore latino. L’arabo compendia l’accusa in questo che Filippo e gli altri paggi convertiti mangiassero lietamente quando il re digiunava. E non occorre dire che testimonii provarono il delitto, ancorchè l’accusato negasse ostinatamente. Fu tradotto, secondo il narratore musulmano, dinanzi i vescovi, i preti e i cavalieri; secondo il cristiano, dinanzi i conti, i giustizieri, i baroni e i giudici. Abbiam dalla stessa fonte cristiana ch’egli implorò grazia, e che Ruggiero, tanto più adirato, piangendo di collera, esortò il tribunale a severissima giustizia, dicendo: aver allevato in corte questo ribaldo, amatolo come fedel servitore; il quale se avesse offeso lui medesimo, se avesse rubato mezzo il tesoro regio, ei gli perdonerebbe; ma volea vendicare l’oltraggiata religione; sapesse bene il mondo che per questa santa causa egli farebbe pur cascare il capo del suo proprio figliuolo. Trattisi in disparte, dopo lunga deliberazione, dettarono questa sentenza: “che Filippo, delusore del nome cristiano, dedito all’opera della infedeltà sotto il velame della fede, sia arso da ultrici fiamme; affinchè, non avendo eletto il fuoco della carità, senta quello del rogo; nè rimanga alcuno avanzo di cotesto scellerato, ma, fatto cenere, ei passi dal fuoco temporale all’eterno, dove per sempre arderà.” Ho tradotte le parole della cronica, la quale par abbia copiata la sentenza del magistrato laico, passando sotto silenzio il giudizio ecclesiastico che dovea precedere. Di questo riman vestigia nella narrazione musulmana la quale nomina insieme i due ordini di giudici, quasi avessero composto un sol tribunale. Il Gregorio riconobbe nel caso di Filippo la giurisdizione dell’alta corte de’ Pari;[207] ma non volle rimestare di troppo quella prima gesta del Tribunal della Santa Inquisizione, il quale, quando scrisse il gran pubblicista, dava ancora i brividi all’onesta gente in Palermo, essendovi stato abbattuto appena da venti anni.
Alzarono il rogo di faccia al palagio stesso del re; presedette al supplizio il giustiziere. L’eunuco, legato a un cavallo indomito, fu strascinato infino al rogo, e quivi disciolto e gittato semivivo nelle fiamme. I complici e consorti, puniti anco di morte, aggiugne laconicamente la narrazione cristiana e finisce esclamando, con la stesse parole con che principia: ecco quant’era cristiano il buon re Ruggiero! Porta la narrazione arabica che Filippo fu arso del mese di ramadhan, il qual mese sacro dei Musulmani tornava nel 1153 tra il novembre e il dicembre; che Iddio non fece sopravvivere Ruggiero a lungo e che questo supplizio fu il primo tracollo de’ Musulmani di Sicilia.[208] S’io ben m’appongo, questo detto, confermando le altre condannagioni alle quali accenna la narrazione cristiana, prova esser seguita in Sicilia, allo scorcio del millecencinquantatrè, una vera e grave persecuzione religiosa.
Perchè la mosse Ruggiero? Di certo le vittorie degli Almohadi in Affrica, gli armamenti di Manuele Comneno nell’Adriatico, la morte di tre figliuoli e di due mogli entro nove anni, la malattia che consumava la sua propria persona in quell’inverno, non poteano non agitar profondamente il suo spirito, nudrito di credenze soprannaturali, tra ortodosse, astrologiche e musulmane. Ci si dice inoltre che in quegli ultimi tempi, allontanatosi alquanto dalle cure mondane, egli s’adoprò “in tutti i modi” a convertire musulmani e giudei e profuse più che mai danari nel culto.[209] Potremmo supporlo dunque diventato bacchettone per indebolimento di cervello, siccom’è avvenuto a tanti altri dotti e forti uomini. Ma più verosimile è che Ruggiero abbia voluto dar uno esempio e riformare a suo modo la corte, dove i vinti guadagnavan la mano a’ Cristiani. Egli mandò al rogo Filippo un mese dopo quell’impresa di Bona sciupata, come parve, per contemplazione verso i Credenti: onde non occorre ch’altri ci narri le querele che ne sursero nell’armata, nel baronaggio, nel clero, contro i favoriti musulmani del re. E questi era avvolto oramai nelle fila della diplomazia ecclesiastica, niente amica, al certo, di ministri così fatti. Un monarca d’oggi li avrebbe congedati; un del secolo decimosettimo, gittati in fondo d’un carcere; Ruggiero, che visse nel duodecimo e ch’era tenuto crudelissimo anche allora, arse il principale, mozzò il capo agli altri e si rallegrò forse di avere assettata la corte, soddisfatto al popolo, a’ grandi, a’ potentati amici e guadagnato, chi sa? il paradiso.
Morì a capo di due mesi, il ventisette febbraio millecencinquantaquattro, all’età di cinquantotto anni,[210] sospinto alla tomba dalle voluttà, come notarono i prelati della corte. Delle sue virtù, de’ vizii e delle cose operate al di fuori abbiam già detto quanto basta al nostro argomento. Ci riman ora a trattar con la stessa misura l’interno reggimento del paese e la tempra e coltura dell’ingegno di questo gran principe; di che noi caverem le notizie dagli scrittori musulmani al par che da’ cristiani; poich’egli lasciò orma di sè in ambo le civiltà del tempo suo. Ed entrambe lo dipinsero in loro stile. L’una per man dello Abate di Telese, di Romualdo arcivescovo di Salerno, d’Ugo Falcando, di Pietro il Venerabile: prelati italiani e francesi, nutriti di letteratura latina. L’altra, or con l’asiatico lusso delle immagini, nella Prefazione dell’Edrîsi, letterato, scienziato e rampollo di principi; or con le secche note di cronaca raccolte da Ibn-el-Athîr negli Annali, e dal Sefedi nell’articolo biografico, intitolato appunto a Ruggiero.[211]
Il Falcando loda in lui l’abbondanza degli spiriti vitali, il pronto ingegno, l’operosità, la vigilanza, la maturità di consiglio nelle faccende pubbliche.[212] Edrîsi, dopo lunga parafrasi di queste medesime idee, le stringe nell’epigramma che Ruggiero fea più dormendo che ogni altr’uomo vegghiando.[213] Parco allo spendere, fuorchè nelle cose della guerra, nelle scienze e ne’ monumenti, studiosissimo ei fu di accrescere le entrate dello erario[214] e sì diligente nell’amministrarle, che ne’ ritagli di tempo metteasi a frugare i conti.[215] La sicurezza, la pace e la prosperità di che si godea ne’ suoi dominii, recarono stupore all’Europa in quell’età di violenze feudali:[216] onde non esagera Edrîsi, là dov’ei dice, che Ruggiero fe’ piegare il collo ai tiranni[217] e che, inalberando il vessillo della giustizia e dando al popolo quiete e buon governo, ei costrinse i regoli a ubbidirlo, a vestire la sua divisa, a consegnargli le chiavi di ciascun paese.[218] Riformò gli ordini giudiziali; fece osservare le leggi con rigore, anzi crudeltà, di che il Falcando lo scusa con la necessità del regno nuovo. Nell’opera di perfezionare il civil governo in Sicilia e d’assuefar a quello i baroni e le città di Terraferma, egli studiò gli esempii di fuori e chiamò in aiuto valenti uomini d’ogni linguaggio e d’ogni setta.[219] Donde un francese vanta la predilezione del re pei Francesi;[220] un musulmano gli dà lode di proteggere ed amare particolarmente i Musulmani;[221] similmente un bizantino avrebbe potuto affermare il privilegio della schiatta greca, nominando Giorgio d’Antiochia; ed un italiano avrebbe forse vinta la gara, ricordando che Arrigo de’ marchesi Aleramidi fu quel desso che fabbricò la corona al nipote.[222]
Abbozzato già nel quinto libro il reggimento normanno, io vo’ ricordar qui di volo quelle istituzioni che riferisconsi con certezza a re Ruggiero, anzi che al padre. Delle quali gravissima parmi l’ordinamento de’ magistrati provinciali, ignoto sotto il primo conte, necessario a far sentire da presso una mano assai più forte ch’esser non potea quella degli ufiziali del principe in ciascun comune, sopraffatti per avventura da’ vicini feudatarii e da’ prelati. Seguendo l’uso di tenere unita l’autorità che noi distinguiamo in amministrativa e giudiziale, Ruggiero sostituì ai vicecomiti i baiuli, delegati generali del governo nella città e primi giudici in materia civile e correzionale.[223] Egli istituì primo i camerarii e i giustizieri, magistrati provinciali: preposti gli uni all’azienda, con giurisdizione d’appello nelle cause civili e di prima istanza in quelle concernenti i feudi secondarii e in ciò ch’or diciamo il contenzioso amministrativo; giudici gli altri delle liti civili relative ai feudi principali e delle cause criminali ch’eccedessero la competenza dei baiuli e delle curie baronali.[224] Certo al pari e’ mi sembra che re Ruggiero abbia data migliore forma ad un tribunale supremo preseduto dal principe, simile a quello de’ Bizantini nelle materie civili[225] e de’ Musulmani pei delitti di maestà.[226] E veramente la tradizione arabica afferma che Ruggiero, succeduto al padre, imitò i principi musulmani con creare i _giânib_, gli _hâgib_, i _selâhia_, i _giandâr_ e altri simili ufiziali; ch’egli scostossi dagli usi de’ Franchi, i quali non aveano idea d’ordini così fatti; e che pose il _Diwân-el-mozâlim_, (noi diremmo, la Corte de Soprusi) al quale si recavano le querele degli offesi; e il re facea giustizia a costoro, foss’anco contro il proprio suo figlio.”[227] Degli altri ufizii diremo or ora. Ravvisò il Gregorio in questa Corte de’ Soprusi la _Magna Curia_, che i pubblicisti siciliani solean prima di lui riferire a Federigo imperatore; ed ei tirolla su ai tempi di Ruggiero, la distinse dall’alta corte de’ Pari, la paragonò alla corte del Banco del re, ch’ei suppose istituita in Inghilterra da Guglielmo il conquistatore.[228] Ma i pubblicisti inglesi confessano in oggi non veder chiaro nell’XI secolo quel sistema di giurisdizione suprema che comparisce appo loro al principio del XIII; ond’essi pensano che, ne’ primi tempi de’ re normanni, l’Inghilterra non abbia avuta altra corte di giustizia che quella de’ Pari, talvolta piena e più sovente ristretta; non essendo stato in quella età agevol cosa ragunare i feudatarii ad ogni uopo della giustizia ordinaria. Nè più di questo parmi si possa affermare della Sicilia nel XII secolo; se non che aggiugnerei avere Ruggiero composta regolarmente la corte de’ Pari ristretta, facendovi sedere i giustizieri ed anco de’ giudici, e adoperandola come magistrato ordinario e supremo, senza restringere la sua giurisdizione ai grandi feudatarii. E parmi sia stata questa in Sicilia la corte che condannò al fuoco Filippo di Mehdia: innanzi alla quale dicea Ruggiero, secondo la narrazione cristiana, che non gli sarebbe rifuggito l’animo dal punire il proprio figlio:[229] le medesime parole per l’appunto, con che la tradizione musulmana esprime l’alto impero e severa giustizia del _Diwân-el-mozâlim_, preseduto dal re.
Lascio indietro gli ordinamenti proprii della popolazione cristiana, sempre più cresciuta nell’isola al tempo di Ruggiero; la colonia e il vescovado ch’ei fondava in Cefalù; l’archimandritato istituito in Messina per ordinare i monasteri greci e forse le popolazioni; le sue leggi che ci venga fatto di spigolare;[230] i grandi ufizii della corona ch’egli imitò dalle corti occidentali: cancelliere, giustiziere, camerario, protonotaio, connestabile; qualificati di grandi per significar l’autorità superiore.[231] Delli ammiragli ho discorso a lungo.[232] Ho toccato anco dei servigi della corte affidati la più parte a’ paggi.[233] Secondo uno scrittore che allegammo poc’anzi,[234] Ruggiero ordinò ad esempio delle corti musulmane quegli ufizii domestici, le cui denominazioni, arabiche o persiane, attestano la origine, che torna sovente ai Fatemiti d’Egitto. Erano gli _hâgib_, propriamente uscieri, spogli bensì del gran potere ch’ebbero a Cordova e altrove;[235] i _giânib_, come sarebbe a dire aiutanti di campo;[236] i _selâhia_ che torna a scudieri;[237] i _giandâr_ o forse _giamdâr_, vestiarii;[238] ed altri, dice il testo, alludendo a note denominazioni:[239] a quella gerarchia di servitori intrecciata con le dignità dello Stato, la quale i Bizantini tolsero da’ despoti persiani e detterla ai Musulmani ed ai re dell’Occidente. Il più delle volte non era divario che nel nome. Il gran siniscalco non potea mancare in Sicilia; ancorchè si vegga al tempo stesso di quello il _magister_ latino, che risponde all’uficio e sembra testo o traduzione dell’orientale _ostadâr_.[240] Son qui da ricordare i _kâid_ de’ quali si è trattato a lungo, or capitani propriamente detti di pretoriani, or segretarii, computisti e per fin camerieri,[241] come un _ferrâsc_ che appo noi suona “rifa’ letti.”[242] V’era anco un paggio musulmano ispettore della cucina,[243] ed uno preposto al _tirâz_.