Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 49
Ricercati e trovati i mss. nella Biblioteca Nazionale di Parigi, io ho visto che dànno, con poco divario, il nome e l’ufizio d’Eugenio e la misteriosa provenienza di quell’opera. Son essi notati: Mss. Latins, Ancien Fonds, 3595, 6362, 7329, e Sorbonne 316, dei quali il primo e il terzo sembrano del XIV secolo, il secondo del XV, e il quarto è del XVI. Il libro è intitolato anche: _Vasilographi, idest imperialis_, nel 6362. L’uficio poi d’Eugenio è scritto _admiratus_ in questo, nel 3595. (fol. 37 segg.) e nel 316 Sorbonne, ed _ammiratus_ nel 7329, (fol. 98 recto), il qual ms. comincia con l’_Astrologia Guidonis Bonati de Forlivio_. Il traduttore greco è detto, dove _toxapater_, dove _Dox pater_ dove _daxopetri_ e lasciato in bianco nel 7329.
[703] Si vegga Walz, _Rhetores Græci_, nei Prolegomeni del vol. II, pag. 11, e nel vol. VI, pag. 11. Tolgo questa citazione dalla _Nouvelle Biographie_ etc. del Dott. Hoefer, articolo _Doxipater_, non avendo alle mani, mentre io scrivo, l’opera del Walz.
[704] Si vegga il Cap. iij di questo libro, a pag. 452 segg. del volume.
[705] Libro V, Cap. vj, pag. 173 segg. di questo volume.
[706] Ibn-Khaldûn, ne’ Prolegomeni, espressamente lo dice hammudita e capitato in Sicilia dopo la espulsione de’ suoi progenitori da Malaga, della quale eran signori. Questo passo fu citato pel primo dal baron De Slane, in un importantissimo articolo ch’ei pubblicò su la geografia di Edrîsi, nel _Journal Asiatique_, 3^me série, tomo XI (1841) pag. 362 segg.
[707] Il baron De Slane, ch’è de’ più assidui e dotti ricercatori di manoscritti arabi, die’ nel citato articolo, pag. 574 segg., una lunga lista di opere ch’egli avea percorse senza alcun frutto, per trovare notizie biografiche d’Edrîsi.
[708] Il trattato _De Viris illustribus apud Arabes_, dove Leone Affricano dà a cap. XIV la biografia dello “Eseriph Essachali,” com’ei lo chiama, fu scritto o pensato in arabico, tradotto dall’autore stesso in quella specie d’italiano ch’ei possedeva, e pubblicato in latino dall’Hottinger, poi dal Fabricius, _Bibl. Græca_, tomo XIII (1726), pag. 278, e infine dal Gregorio, _Rerum Arab._, pag. 238. Al dir di Leone, l’autore del _Nushat alabsar_ nacque in Mazara, fu mandato da’ suoi concittadini a re Ruggiero conquistatore della Sicilia e gli presentò quel libro. Il re, fattoselo tradurre in latino, fu preso della bellezza dell’opera sì fattamente, ch’ei donò ad Eseriph non so qual castello e lo invitò a stare a corte: ma quegli, non amando tal soggiorno, vendè il castello per un milione di ducati e se ne andò in Affrica dove morì il 1122. Questo pasticcio non farà alcuna maraviglia a chi abbia lette le nostre osservazioni su le opere di Leone Affricano, nel Cap. x del I libro, pag. 234 segg.
Il Gregorio, l. c. notando la confusione de’ due Ruggieri, corresse conte il titolo di re; trasportò l’opera alla seconda metà dell’XI secolo; fece quindi due Edrîsi e due geografie, ed arrivò a biasimare il Casiri, perchè non si era accorto della diversità delle opere dei supposti due geografi.
[709] Questo nome si legge nel ms. della Bodlejana, n. 887 del catalogo di Uri, mediocre codice del XV secolo. Il capitolo della _Kharida_, del quale io ho pubblicato il testo nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 610, dà soltanto il nome di Mohammed, figlio di Mohammed e aggiunge il nome etnico Kortobi e il soprannome d’Ibn-et-Theiri, secondo un ms., e d’Ibn-et-Th..ri secondo un altro; ma amendue le lezioni mi sembrano erronee. Anche Hagi-Khalfa, ediz. Fluegel, VI, 333 e _Bibl. arabo-sicula_, p. 706 del testo, dà i soli due nomi di Mohammed figlio di Mohammed, lo Sceriffo Edrîsi siciliano. Il Dozy, nella prefazione alla _Description de l’Afrique et de l’Espagne_, pag. III, ammette la tradizione di parentela che risulta dal ms. bodlejano, alla quale in vero, io non veggo alcun ostacolo.
[710] Così il Casiri, _Bibl. arabo-hisp._, II, 13, senza citare le sorgenti; ma i dati suoi stanno bene con quelli che abbiamo d’altre parti, e lo studio a Cordova è anche provato dal soprannome di Kortobi, dato all’Edrîsi nella _Kharida_. Si confrontino lo Slane e il Dozy ll. cc.
[711] Dice egli stesso, nella geografia, che fu a Lisbona (traduzione francese, tomo II, 26); che vide la marea dell’Atlantico (I, 95), e le miniere di mercurio ad Abal (II, 66); che aveva notato parecchie volte il ghiaccio nelle strade di Aghmat (I, 212) e ammirato il ponte di Costantina (I, 243); che era disceso nella grotta de’ Dormienti, non già presso Efeso, ma in una montagna tra Amorinm e Nicea (II, 300). Conf. Reinaud, _Aboulfeda_, Introduction, pag. CXIII, CXIV.
[712] Pagine 453 segg., 486 segg. di questo volume.
[713] Leone Affricano lo dice morto il 516, che torna al 1122-3 e però è sbagliato di certo. Il baron de Slane, nel lavoro critico che testè lodammo, propone la plausibile conghiettura che Leone o il suo traduttore, abbia scritto l’anno dell’egira 516, in luogo di 560, con che la morte di Edrîsi tornerebbe al 1164-5.
[714] Il testo delle notizie biografiche si legge nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 610, 611. Quivi non pubblicai i versi di Edrîsi, ch’io già avea copiati dai due mss. parigini della _Kharida_, cioè Anciens Fonds, 1376, fog. 49 recto, segg. e Asselin, 369, fog. 12, verso, segg.
Il primo componimento, nel quale si narra il solito sogno erotico dei poeti arabi, incomincia con questo verso:
“Ella venne a trovarmi al buio, quand’io, fatta la vigilia, m’era buttato a dormire, ed anima vivente non ci sentiva.”
Or il sostantivo _rakib_, al quale ho dato il significato generico di “vigilante” si dice di chi fa la scolta, di chi aspetta, di chi fa un’osservazione astronomica, ec. Edrîsi doveva essere un po’ astronomo o astrologo anch’egli. Ma ne’ versi seguenti non v’ha nulla che porti all’un di que’ significati, più tosto che all’altro.
Nel secondo squarcio, il geografo confessa “aver passate di molte notti a bere in nobili ed elette brigate, nelle quali il vino, ammantato di giallo e ornato d’una collana di schiuma, avea sì ben lavorato, che l’aurora trovò i commensali distesi a terra, tra fiumi, rigagnoli e prati; donde e’ si levavano tutti sbalorditi, ma ricominciavano a far girare le coppe infino a sera.”
Par che Edrîsi, quand’ei comunicò le sue poesie a Ibn-Bescirûn, avesse già varcata quella felice età; poichè nell’ultimo madrigale, pesante anzi che no, ei non pensa che alla morte, ai proprii peccati ed alla misericordia di Dio.
[715] Mi riferisco pei particolari ai capitoli 5 ed 11 dell’opera di Lelewel, intitolata: _Géographie du Moyen-âge_, monumento di erudizione, amor della scienza e volontà ostinata contro gli oltraggi della fortuna. Sventuratamente il libro non è ben ordinato, ed è scritto in un tal francese, che spesso non si capisce, e sempre stanca il lettore.
[716] Si veggano: Reinaud, _Géographie d’Aboulfeda_, Introduction, § II; Lelewel, op. cit. _Epilogue_, cap. 87 a 61; Sédillot _Prolégomènes des Tables d’Oloug Beg._, pag. viij segg. e Sprenger, _Die Post-und Reiserouten des Orients_, Leipzig, 1864.
[717] Su la cartografia presso gli Arabi, si vegga Reinaud, op. cit., pagine xliv, xlv, ccliii, e Lelewel, op. cit. _passim_.
[718] Nel cap. iij del presente libro, pag. 453 segg.
[719] Il testo ha in tutti i mss. ..r..sios-el-Antaki, senza vocale dopo la _r_, e senza alcun segno che determini la prima lettera, se sia _a_, _i_, ovvero _o_. Paolo Orosio da Tarragona, potea forse venir chiamato Antiocheno da qualche traduttore siro o arabo, per cagion del suo viaggio in Oriente. Egli è d’altronde il solo storico latino di cui facciano menzione gli Arabi; sul quale si vegga Hagi-Khalfa, ediz. Fluegel, V, 171, num. 10,626. Intorno le nozioni geografiche contenute nella Storia di Paolo Orosio, si confronti Lelewel, op. cit., cap. 28 del volume intitolato _Epilogue_, pag. 35.
[720] Si vegga su questi autori, Reinaud, op. cit. Introduction, § II, pag. lvij, lx, lxj, lxiij, lxii, lxxxj.
[721] I nomi proprii, al par che l’etnico, dànno a vedere che quest’autore era di schiatta tartara.
[722] Le ricerche del Reinaud, del Lelewel, dello Sprenger, del Sédillot, e di M. Barbier de Meynard, non ci dànno alcuna notizia su cotesti autori.
[723] Reinaud, vol. cit., Introduction § II, pag. lxij, xciij, xcv, cij; Barbier de Meynard, _Le Livre d’Ibn-Khordadbeh_, nel _Journal Asiatique_, di gennaio 1865; Sprenger, op. cit. prefazione.
[724] Sprenger, op. cit., p. XVIII segg.
[725] Su l’importantissima opera geografica di Bekri si vegga la nostra Introduzione, nel primo vol., pag. XLII, XIV. Il baron De Slane ha pubblicato poi il testo arabico ed una nuova traduzione francese.
[726] Venticinque parasanghe da tre miglia ciascuna. A questa misura s’appiglia l’autore, traduzione francese, I, 2, il quale cita quelle degli Indiani e d’Erastotene e tace la misura di Tolomeo. Si veggano a questo proposito le osservazioni di Lelewel, op. cit., cap. 60, tomo I, pag. 100.
[727] Lelewel, op. cit. cap. 247 e 60, tomo I, pag. LIX e 101. Si vegga anche la mia _Carte comparée de la Sicile_, Notice, pag. 13, 14. Il miglio romano è valutato, secondo le ultime ricerche, a metri 1481, e il siciliano, secondo il sistema del 1809, torna quasi allo stesso, cioè 1487 metri. Si avverta che Edrîsi, ne’ diversi itinerarii, e perfino in que’ della Sicilia, adopera talvolta altre specie di miglia; il che or dovea produrre errori ed or no, sembrando che gli autori dell’opera siciliana abbiano conosciuto i rapporti di alcune di quelle specie di miglia.
Il Lelewel conchiude che la misura di 75 miglia al grado era “positiva, siciliana, tradizionale in Sicilia....” quella appunto di Pytheas da Marsiglia, trapiantata in Sicilia da Timeo di Taormina.
Si ricordi inoltre che il sistema metrico siciliano del 1809 innovò poco le antiche misure, le quali non erano, per altro, uniformi in tutta l’isola.
[728] Per esempio _Gaud..s_-Gaulos (Gozzo); _Nabbudi_-Anapus; _Marsa-el-Julis_-Odyssæum portus.
Non metto in lista qualche altro nome il quale si può supporre mantenuto fino al XII secolo, come _Libniados_, ch’Edrîsi dà a Licata e che si trova scritto Limpiados e Ολυμπίαδος, in un diploma bilingue del 1144.
Non mi pare impossibile che i geografi di Palermo abbiano trascritto da carte greche alcuni nomi che non si trovavano nelle arabiche. Noi sappiamo dal Masûdi, _Les Prairies d’or_, testo e traduzione, Paris, 1861, I, 185, che gli Arabi non sapeano leggere alcuni nomi nelle carte di Tolomeo, perchè erano scritti in greco. Il che non si deve intendere di tutti i nomi, ma di quelli de’ quali i traduttori arabi non avean saputo trovare il riscontro, o non l’aveano cercato per la poca importanza del luogo.
[729] Si veggano nel vol. II della traduzione di M. Jaubert:
_N..b..kta_, p. 121, Naupactos (Lepanto). †_sck..la_, p. 125, Scyllaeum. _Ellak..d..mona_, p. 125, Lacedemona. †_ghr..b..s_, p. 296, Euripos (Negroponte). †_blakhonia_, o †flakhonia, p. 299, Paphlagonia. _M.diolân_, p. 240, Mediolanum. _Arinminis_, p. 247, Ariminum. _Badi_, p. 253, Padum. _Ang..l..zma_, p. 227, Aequolesima (Angoulême). _Albernia_, p. 368, Alvernia (Auvergne).
E da un altro lato:
_L..g_, p. 116, Lecce. _B.rzâna_, p. 417, Bruzzano. †_nbria_, p. 240, Umbria. _S..gona_, p. 249, Savona. _G..b..t B.ka_, p. 250, Civitavecchia.
Di Nardò si dànno due nomi, p. 119. _Nudrus_ (correggasi Nardros)e _Neritos_; proprio il nuovo e l’antico.
È certo poi che i geografi di Palermo ebbero sotto gli occhi qualche carta o relazione araba della costiera d’Italia, poichè non poteano trovare altrove il porto di _Khinziria_ che suona “cinghialeria” (forse Porto Ferraio) pag. 250, nè il secondo nome di _Keitûna-el-Arab_ “Cala degli Arabi” che si dava al Monte _G..rgio_ (Capo Circeo), pag. 256. Il vocabolo _Keitûn_, del quale Edrîsi dà qui la forma femminile, è preso manifestamente da Κοιθὠν, che dall’antico significato di letto e camera da letto, passò nel greco bizantino a quello di “cala” o di “scalo.” Si vegga l’annotazione che fa M^r Hase a questa voce, nella nuova edizione del _Thesaurus_.
_B..lonia_, p. 240, Bologna. _B..ri_, pag. 241, Berry. †_kl..rm..nt_, pag. 241, Clermont. _Auzb..rg._. p. 246, Augsbourg. †_nk..rt..ra_, p. 356, Inghilterra. †_nkl..sin_, p. 356, Inglesi. _K..mrâi_, p. 366, Cambray. †_strik_, p. 367, Utrecht. _H..stings_, p. 374. Hastings. _R..ng B..rg e Rinscb..rg_, p. 570, Regensburg.
Centinaia di nomi si potrebbero aggiugnere all’una o all’altra classe, ma i nuovi abbondan più ne’ paesi di lingue germaniche.
Si avverta che abbiamo segnate con puntini (..) le vocali brevi che mancano quasi sempre nel ms. e con una crocetta (†) l’_elif_ arabica, la quale, secondo le vocali aggiuntevi, può suonare _a, i, o, e_ talvolta è premessa meramente per eufonia innanzi due consonanti, come noi usiamo l’_i_ avanti la _s_ impura.
[730] Si vegga il cap. iij del presente libro, pag. 454, nota 2.
[731] Edrîsi parla di soli compatriotti di Ruggiero; ma non si può supporre esclusi i Musulmani, quando lo scrittore, e forse molti altri collaboratori, professavan quella religione. Tutte le memorie del XII secolo, e particolarmente il viaggio d’Ibn-Giobair, provano il frequente passaggio di viaggiatori musulmani in Sicilia.
[732] Come ho avvertito a pag. 455, nota 2, Edrîsi dice che, per fare tal confronto, si prese la tavola del _tarsîm_. Quest’ultimo vocabolo significa “fare il _rasm_” e vale, secondo i dizionarii, “vergare, segnare per bene” e specialmente “tirar linee, listare.” Così avremmo tavola lineata, o in altri termini, graduata.
Ma la voce _rasm_, qual che si fosse il suo valore primitivo nella lingua arabica, fu dal tempo di Mamûn in giù, adoperata da’ geografi per indicare i contorni del mondo conosciuto; onde agli eruditi è parsa mera trascrizione di όρισμας. (Cf. Lelewel, op. cit., cap. 15, tomo I, pag. 21, e Reinaud, op. cit., Introduzione, pag. xlv.) Abbiamo in fatti varii _Rasm el rob’ el ma’mûr_ ossia “Figura del quarto (di superficie terrestre) abitato.” Ora egli è perfettamente conforme all’uso della lingua arabica che si cavi da un sostantivo la seconda forma del verbo analogo a quella radice, e gli si dia il significato di fare o produrre la cosa designata dal nome; in guisa che _tarsîm_ vorrebbe dire precisamente, l’atto di delineare il _rasm_, cioè la supposta figura della terra abitata.
Ognun vede, finalmente, che nel nostro caso i due lavori designati da que’ due vocaboli tornavano allo stesso effetto. La tavola graduata (sia a gradi di latitudine e longitudine, sia coi sette climi che faceano da paralelli e con dieci suddivisioni per ciascun clima che supplivano a’ meridiani) serviva a delinearvi il mappamondo secondo le tavole di latitudine e longitudine compilate dagli astronomi; e il _rasm_ era il mappamondo copiato da un esemplare ch’era stato precedentemente costruito o corretto secondo le medesime tavole.
[733] Che mi sia permesso questo neologismo per significare con un sol vocabolo la linea itineraria accompagnata dalla sua direzione rispetto ai punti cardinali. Si vegga l’errata, nel quale ho corretto così la espressione ch’io tradussi vagamente “distanze” nella pag. 455, spiegandola bensì nella nota 1 della pagina stessa.
[734] Si vegga la pag. 455, nota 3.
[735] Ho citati i codici e le loro carte geografiche, nella Introduzione, vol. I, pag. XLIII seg. num. XX, e poi nella _Carte comparée de la Sicile_, pag. 10.
Il mappamondo del codice della Bodlejana (Grav. 3837-42) è delineato in un gran foglio, e quello del ms. di Parigi (Suppl. arabe 892) sopra uno più piccolo. Da coteste due copie manoscritte M^r Jomard trasse il disegno, pubblicato poi da M^r Reinaud, _Géographie d’Aboulfeda_, pag. cxx. Il Lelewel, dopo averne fatto un diligentissimo studio nel cap. 57 della sua opera ed aver copiata nella tavola Xª (n. XX, 39) del suo atlante la figura del mappamondo, ricostruì questo in un rame ch’è il secondo tra quelli annessi ai suoi Prolegomeni. Ei nota (op. cit., cap. 62 nel tomo I, pagina 103), tra gli altri errori di coteste immagini, la lunghezza del Mediterraneo, molto diversa da quella che risulta dal testo.
[736] Lelewel, capp. 8, 9, 10 e 50, e nell’Atlante, tavole VII e IX, figure xj e xvij. È da notare che nel mappamondo di Torino sono raffigurati i quattro venti cardinali, i quali mancano nelle precedenti immagini del mondo di origine latina. Del resto, la figura del Mediterraneo e dell’Adriatico toglie ogni sospetto che questo mappamondo possa essere stato mai cavato da carte nautiche.
Il sagace Lelewel lo ha supposto delineato, o almeno ricopiato, nella contea di Maurienne, poichè vi ha scoperto, non ostante gli errori, il nome di quel piccolo paese. Si vegga la descrizione del codice e la incisione della carta, presso Pasini, _Codices mss. Bibl. reg. Taurinensis Athenaei_, II, 26, segg. Ritraggo di più da una lettera del dotto bibliotecario Gaspare Gorresio, che il codice va riferito alla fine del XII secolo, se non al principio del XIII, e che la carta fu fatta, o per lo meno scrittovi i nomi, dalla stessa mano che copiò il codice.
[737] Versione francese, II, 421.
[738] Si veggano i fac-simile, in fin del primo volume della versione francese. Il Lelewel, op. cit., cap. 60, 246, pag. liv e 99, del 1º volume, trascrive le cifre delle latitudini e longitudini che si trovano soltanto per 26 posizioni, una delle quali appartiene al secondo clima e tutte le altre al primo.
[739] Mi sembra che il Lelewei, tomo I, pag. 99, abbia compresa l’operazione in questo stesso modo, quantunque egli fosse incatenato dalla traduzione francese di M. Jaubert, la quale rendea così il passo di Edrîsi: “il voulut savoir d’une manière positive les longitudes et les latitudes et les distances respectives des points.” Ma veramente questo passo, che si riferisce a Ruggiero, significa “volle vedere se tornassero precisamente le linee itinerarie orientate,” come ho detto poc’anzi nella nota 3, pagina 673 seg.
Delle carte nautiche del medio evo ha trattato il Lelewei, op. cit., cap. 256, tomo I, pag. lxxxij, e cap. 108, tomo II, pag. 16 seg. Egli attribuisce ai perfezionamenti successivi di quelle, la nuova èra delle scienze geografiche. Si vegga anche il discorso letto da M^r D’Avezac alla Società Geografica di Parigi, intorno la proiezione delle carte. Paris, 1863, § XI.
Si ricordi che la prima carta conosciuta fin oggi, è quella genovese di Pietro Visconti (1318). Ma la prima menzione dell’ago calamitato si legge in Pietro d’Ailly e in Guyot de Provins, cioè a dire verso il 1190.
[740] Asselin, console francese al Cairo ne’ principii del nostro secolo, riportò una bella collezione di Mss. comperata poi dalla Biblioteca parigina. Vien da cotesta collezione il prezioso codice denotato con la lettera B nella versione di M^r Jaubert, in questa mia storia e nella _Biblioteca arabo-sicula_.
M^r Jomard, che creò poi la magnifica collezione di carte posseduta dalla Biblioteca Parigina, fece copiare queste di Edrîsi, come si scorge dal Reinaud, op. cit., pag. CXIX. L’industre Lelewei ne incise egli stesso nell’op. cit., una riduzione alla decima parte (da 0,32 × 0,18 a 0,03 × 0,02).
[741] Nella _Carte comparée_ citata dianzi, io ho messa a riscontro la Sicilia del ms. Asselin con quella cavata da un bel ms. greco di Tolomeo, posseduto dalla stessa Biblioteca Parigina.
[742] Si vegga il nostro libro IV, cap. xiv, pag. 446 del 2º vol.
[743] Mi fa pensar questo la posizione rispettiva di Messina e di Palermo. Nella periferia dell’isola, veggiamo troppo alterata la parte che guarda l’Affrica. Ma si rammenti che la copia è fatta ad occhio.
[744] Si vegga Lelewel, op. cit., vol. III pag. 71 e 220, dove l’autore esamina la descrizione con critica da maestro, ma sbaglia talvolta per poca pratica della lingua e scrittura arabica.
[745] Il baron de Slane, nell’articolo sopra Edrîsi, pag. 388 del citato volume del _Journal. asiat._, riferisce il giudizio di M. Hase ed accenna al confronto de’ nomi geografici di quelle regioni, sul quale l’illustre ellenista faceva un lavoro, di cui v’ha qualche saggio nella traduzione del Jaubert, II, 286 segg.
[746] Reinaud, _Géographie d’Aboulfeda_, II, 263 segg.
[747] Tomo II, 250 segg. della traduzione francese. Edrîsi le tolse in parte da Ibn-Khordadbeh, il quale alla sua volta le avea raccolte da autori più antichi. Si vegga la citata traduzione d’Ibn-Khordadbeh, nel _Journal asiatique_ di giugno 1865, pag. 482 segg. con le note di M. Barbier de Meynard, il quale attribuisce a mercatanti musulmani ed ebrei questa descrizione di Roma, degna delle _Mille ed una notte_, come ben dice l’erudito traduttore. Edrîsi lasciò indietro alcune favole più grosse. Ma ripetè quella del Tevere foderato di rame; l’origine della quale è un equivoco sul _flavus Tiber_, come lo nota M. Reinaud, _Géogr. d’Aboulfeda_, pag. 310, 311 nota, poichè _sofrah_ in arabico significa ad un tempo “giallo” ed “ottone.”
[748] A foglio 10, recto, lin. 5 del testo mediceo. Non posso citare altrimenti, poichè le pagine non sono numerate. I traduttori, nella prefazione, dissero cristiano l’autore perchè nomina G. C. “il signor Messia.” Ma una lettura alquanto più estesa delle opere di Arabi musulmani avrebbe fatto cader subito così fatto argomento; e in ogni modo quella espressione, usata nella corte di Ruggiero, non dovea far maraviglia, nè potea provar punto nè poco la professione di fede dello scrittore.
L’errore da me citato è di copia, non di stampa, leggendosi anco nel ms. di Parigi, Suppl. arabe 894, ch’è lo stesso sul quale fu fatta la edizione di Roma, e pervenne, non si sa come, nelle mani dell’Abate Renaudot e indi nella Biblioteca di Saint Germain des Près. V’ha l’_imprimatur_ della censura di Roma e la nota di qualche passo tolto da’ censori: per esempio, il racconto che nell’isola di Ceylan rimanea l’orma del pie’ di Adamo. Sempre gli stessi!
Secondo il catalogo di Assemani, n. CXI, pag. 162, la Laurenziana possederebbe un codice del _Nozhat_, o per lo meno del compendio. Ma il manoscritto CXI, oggi rilegato con un altro e segnato di n. 49, non è altro che la seconda metà dell’_Agidib-el-Mekhlûkat_ di Kazwini. Di due cose, dunque, l’una: o il catalogo di Assemani è sbagliato in questo, come in tanti altri luoghi, o il codice fu barattato dopo la compilazione del catalogo; cioè che lo Edrîsi scomparve e che per surrogarlo si spezzò in due il Kazwini. Non si può metter da parte tal sospetto, quando abbiamo certissimi i due fatti: 1º che il Suppl. 894 di Parigi è quel desso che servì a stampar l’opera nella tipografia medicea; e 2º che il codice passò per la biblioteca del Renaudot, sì gradito a corte dei Gran Duchi di Toscana al suo tempo. Ognuno intende ch’io non accuso con ciò quello illustre trapassato. Si può dare che la corte di Toscana gli avesse regalato il codice; che gli fosse stato prestato dal bibliotecario, ec.
[749] Il signor Reay lavorava a così fatta edizione, come si scorge dal rapporto di M. Mohl, nel _Journ. asiatique_ di luglio 1840, pag. 124. Ma non se n’è più parlato.
[750] _Description de l’Afrique_ etc, par R. Dozy et M. J. de Goeje. Leyde, 1866, in 8º.
[751] Si veggano gli Atti della Società geografica di Parigi in quel tempo, e il citato articolo del baron De Slane, nel Journal Asiatique.
[752] Reinaud, op. cit. Introduction, pag. CXX.
[753] Sprenger, _Die Post- und Reiserouten_, già citato, pag. xvij.