Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II

Part 48

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[619] Questo mosaico vedeasi al tempo del Pirro, com’egli dice espressamente nella Sicilia Sacra, pag. 805, ma in oggi non ne rimane vestigia, essendo stato rifatto in gran parte quel portico. Se ne fa menzione in una notizia manoscritta su la chiesa di Cefalù, opera del XIV secolo, serbata in oggi nel regio archivio di Palermo, come ritraggo da’ signori Isidoro la Lumìa e Isidoro Carini, che l’hanno presa in esame per farmi cosa grata. Gli stessi eruditi amici mi hanno significato trovarsi nel detto archivio un ultimo diploma del vescovo Giovanni, dato del settembre 1213, ed un atto del 14 marzo 1218, nel quale è nominato Alduino vescovo di Cefalù. Si aggiunga ciò alle notizie che dà il Pirro, loc. cit., su quei due vescovi.

Le parole che, al dire del Pirro, leggeansi sotto le due figure erano: “Vade in Babyloniam et Damascum et filios Paladini quaere et verba mea audacter loquere ut statum ipsius valeas melius reformare.” Poco dubbio v’ha nel correggere la voce Paladini, che dee dire Saladini o meglio Safadini. Con questo titolo, che risponde a Seif-ed-dîn, i Cristiani solean chiamare Malek-Adel; e mi par migliore lezione che quella di Saladini, la quale farebbe supporre che la precedente parola _filios_ fosse stata adoperata per errore, in vece di nipoti. Ma suppongo una lacuna nell’ultimo inciso, non potendosi ragionevolmente riferire l’_ipsius_ a Malek-Adel, ma più tosto a Gerusalemme, o alla Terra Santa in generale. Forse il pezzo di mosaico che contenea l’iscrizione era già guasto, quando furon copiate quelle parole dal Pirro o da altri.

Che Malek-Adel avea, pria della sua morte, divisi gli Stati a’ figliuoli e datone loro anco il governo, si legge negli Annali d’Ibn-el-Athîr, testo del Tornberg, XII, 230, sotto l’anno 615. Si vegga anche Reinaud, _Extraits_, etc., pag. 393.

[620] Le sorgenti arabiche, inedite avanti il 1857, si trovano quasi tutte nella _Bibl. arabo-sicula_; cioè: la _Storia de’ Patriarchi d’Alessandria_, cronaca diligentissima e contemporanea di un cristiano copto, a pag. 322 segg. e gli scrittori musulmani: Ibn-el-Athîr, pag. 314, segg.; Abulfeda, pag. 418 segg.; la raccolta falsamente attribuita a Jafei, pag. 510 segg. la quale contiene preziosi frammenti d’Ibn-Kethîr, Abu-Sciâma, Bibars, Nowairi, Ibn-el-’Amîd, e Ibn-el-Giuzi; e in fine, Makrizi, pag. 518, segg. Ho avuto anco sotto gli occhi il quinto volume della _Storia universale_ d’Ibn-Khaldûn, stampata non è guari in Egitto, nel quale è un compendio delle Crociate e giova, non ostante la troppa brevità. Si veggano le pag. 350 seg. di quel volume.

Il mio maestro M. Reinaud, del quale serbo sempre gratissima la memoria, compilò su questi medesimi testi i §§ 78, 79, 80, dei suoi _Extraits_ etc., _relatifs aux Croisades_. Piacemi anche dover citare intorno a cotesti avvenimenti, due altri miei carissimi amici francesi, l’autore, cioè, della _Lutte des papes et des empereurs de la Maison de Souabe_, lib. V, cap. iij, e l’Huillard-Bréholles, nella Introduzione alla sua _Hist. Diplom_., etc. Chi voglia considerare la tradizione ghibellina, com’ella raffazzonò cotesti avvenimenti a capo di mezzo secolo, legga Bartolommeo de Neocastro, presso il Gregorio, _Bibl. Arag_., I, 199 segg., al quale si può contrapporre uno scrittore francese de’ tempi nostri. Dico M. De Mas Latrie, da me citato per altri suoi dotti lavori, il quale nella diligentissima _Histoire de Chypre_, Paris, 1852-61, narra la Crociata di Federigo e le pratiche precedenti e contemporanee, come l’avrebbe fatto un guelfo sfegatato del XIII secolo, s’egli fosse stato armato dalla erudizione del XIX.

Citerò via via le sorgenti arabiche, con la pagina che prende il testo nella Bibl. arabo-sicula.

[621] Ibn-Kethîr e Abu-Sciâma, pag. 510; il secondo de’ quali aggiugne alla risposta: “Dì... che io non somiglio a certi altri e che non ho, ec.” Cotesti frizzi postumi, sono rivolti manifestamente contro il fratello Malek-Kâmil.

[622] Ibn-Kethîr, Abu-Sciâma, Bibars, Abulfeda, Ibn-Khaldûn e Makrizi; dei quali altri dice promessa Gerusalemme, altri tutti i conquisti di Saladino, in Terrasanta s’intende, e altri una parte de’ conquisti.

Ibn-el Athîr, arrivato allora all’età di 69 anni e morto il 1233, o non seppe, o tacque a disegno, le pratiche di Mo’azzam col Kharezmio e di Kâmil con l’imperatore. Può darsi benissimo l’uno o l’altro caso; il primo perchè quelle pratiche doveano tenersi molto segrete, e il secondo perchè il vecchio compagno di Saladino volea dissimulare le vergogne de’ discendenti. Soltanto ei narra nell’anno 623 (Tornberg, XII, 302, 303) che Mo’azzam, dopo aver cooperato efficacemente alla vittoria di Damiata, rimase malcontento di Kâmil e ch’egli era anco sospinto contro costui dal califo di Bagdad: onde si rappacificò con Ascraf, a fine di resistere verso ponente a Kâmil e dall’altro lato a’ Kharezmii.

[623] Pseudo Jalei.

[624] _St. de’ Patr._, anno 944, dell’èra dei Martiri (29 agosto 1227 a 28 agosto 1228.) Quivi non si dà, in vero, il nome dell’ambasciatore siciliano, ma si dice essere lo stesso ch’era venuto in Egitto l’anno innanzi. Or noi sappiamo da Riccardo da San Germano, che il 1228 fu mandato ambasciatore al Cairo l’arcivescovo di Palermo. Il nome dell’ambasciatore musulmano è dato da Bibars, Abulfeda, Nowairi, Makrizi.

[625] Questo fatto è raccontato da Joinville, testimonio oculare al tempo della Crociata di San Luigi. Si vegga la edizione di M. Francisque Michel, Paris, 1859 in-12, pag. 62-63. “L’on disoit que l’emperiere Ferris l’avoit fait chevalier.... En ses bannieres portoit les armes de l’empereur etc.”

[626] _Storia de’ Patr._, ec.

[627] Makrizi.

[628] _Storia de’ Patriar._ Parmi vada reso meglio “minuterie d’oro” il vocabolo _mesâgh_, che M. Reinaud, negli _Extraits_ ec., pag. 247, ha tradotto “objets de fonte.” Con questa espressione di “minuterie” il cronista de’ Patriarchi d’Alessandria volle significare forse la sella d’oro, ec. del Makrizi.

[629] _Storia de’ Patr._ e Makrizi.

[630] Makrizi.

[631] Ibn-el-Athîr dice di scewâl del 625, che risponde al settembre; la _St. de’ Patr. d’Alessandria_, il 29 abîb del 994 (4 agosto 1228).

[632] Tutti gli scrittori arabi.

[633] Ibn-el-Athîr, anno 624, ediz. del Tornberg, XII, 308.

[634] Abulfeda e Ibn-Kethir.

[635] Ibn-el Athîr, anno 625, senza fare menzione del patto precedente coi Kharezmii.

[636] Ibn-el-Athir, nell’anno 623, narrate le pratiche di Dawûd con Ascraf, e le negoziazioni de’ due fratelli, trascrive un pezzo della supposta lettera di Kâmil, il quale, secondo il cronista, minacciò di andarsene e lasciare il fratello solo a fronte de’ Crociati. Questo capitolo che manca nella _Bibl. ar. sic._, si legga nella edizione del Tornberg, XII, 313.

[637] Cf. la _St. de’ Patr. d’Aless._ e Ibn-el-Athîr. Abulfeda attesta la partizione tra i due fratelli.

[638] Questo fatto risulta chiarissimo da tutte le narrazioni arabiche. Gli scrittori arabi affermano che Ascraf rimase al campo del fratello, mentre si negoziava con l’imperatore.

[639] Makrizi.

[640] Il testo dice proprio “si trovò addosso.” Il vocabolo, tolto al certo da una cronaca contemporanea, è replicato da Abulfeda e da Bibars.

[641] Bibars.

[642] Tutti gli scrittori arabi.

[643] _St. de’ Patr._ ec.

[644] Tutti gli scrittori arabi.

[645] _St. de’ Patr._ Aggiungo il nome del primo e il titolo del secondo, su la fede degli scrittori occidentali.

[646] Tutti gli scrittori arabi.

[647] Ibn-el-’Amîd, pag. 511; Bibars, pag. 514; Makrizi, pag. 519.

[648] Ibn-el-’Amîd, pag. 511.

[649] Makrizi, pag. 520.

[650] _St. de’ Patr._ Matteo Paris, _Historia Anglorum_, ediz. di Londra, 1866, in-8, tom. II, 303, nota in questa occasione le “xenia multa et pretiosa in auro et argento et olosericis et gemmis et bestiis mirabilibus, quas Occidens non vidit aut cognovit.”

[651] _Stor. dei Patr._ ec. Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 580, nota nell’anno 1228 questi curiosi doni dello elefante, e de’ muli, mandati dal sultano per mezzo dell’arcivescovo di Palermo. Potrebbe esser questo il medesimo elefante che il 1237, all’assedio di Pontevico, portava sul dosso una torricciuola con le bandiere imperiali, scortato da molti Saraceni, come dice il Salimbene, Parma, 1857, pag. 48.

[652] Conf. Bibars, pag, 514 e Makrizi, pag. 522.

[653] Bibars, pag. 514; Makrizi, pag. 521.

[654] Abulfeda e Nowairi.

[655] Makrizi, pag. 520.

[656] Bibars, pag. 514.

[657] Ibn-Khallikân, testo, edizione del baron De Slane, I, 88; di Wüstenfeld, fascicolo I, pag. 103, Vita N. 75; e nella _Bibl. ar. sic._, pag. 624.

[658] Ibn-el-’Amîd, op. cit., pag. 511. Il nome del padre è scritto _h n f r i_ e, mettendovi le vocali, tornerebbe a Hunfroi, o meglio Humfroi. Nella nota 5 di quella pagina, io proposi di leggerlo _Henri_, parendomi si accennasse ad una principessa parteggiante per Federigo II: Alice, vedova d’Ugo re di Cipro, e reggente per lo figliuolo Arrigo, la quale, allontanata dalla reggenza per opera dei principi d’Ibelin che furono nemici di Federigo, vivea in Siria quand’ei vi passò. Alice era figliuola di Arrigo, de’ conti di Champagne e di quell’Isabella di Lusignano ch’ebbe per primo marito Umfredo signore di Thoron; ma, separata da lui per intrighi politici ed ecclesiastici, sposò successivamente Corrado di Monferrato, Arrigo di Champagne ed Amerigo di Lusignano, dal quale ebbe Ugo I, re di Cipro e marito d’Alice.

Riflettendo meglio, mi accorgo che Alice non potè ereditare la signoria di Thoron, la quale non so d’altronde che le sia stata mai conceduta da Federigo. Potrebbe darsi dunque che si trattasse nel testo di una figliuola di Umfredo di Thoron, nata d’altra madre, dopo il suo divorzio da Isabella; nel qual caso starebbe bene la lezione del testo. E qui mi rimango, non avendo alle mani i documenti che occorrerebbero per verificare questo dubbio di genealogia feudale del regno di Gerusalemme.

Della terra di Thoron compresa nella pace, fa anche menzione Marin Sanudo, _Secretorum fidelium Crucis_, lib. III, parte xj, cap. 10, 11, 12, presso Bongars, _Gesta Dei par Francos_, II, 210 segg. il quale è benissimo informato de’ particolari di questa Crociata, ed ebbe alle mani qualche scrittore arabo, s’io mal non mi appongo.

[659] Bibars, pag. 513-514.

[660] Così il Makrizi, che vide al certo qualche documento. Gli altri scrittori arabi, al par che i latini, notano gli anni soltanto.

[661] Si confrontino i citati scrittori arabi e i documenti latini di parte imperiale e di parte papale, raccolti dal Bréholles, op. cit., III, 86 a 110, tra i quali è la supposta traduzione francese del testo arabico del trattato, mandata dal patriarca di Gerusalemme al papa, con le sue proprie osservazioni in latino. Questo fiore di diplomazia ecclesiastica è stato ristampato dal Mas-Latrie, _Histoire de l’île de Chypre_, III, 626 segg. Ma di certo non risponde al trattato originale, mancandovi i nomi de’ paesi ceduti all’imperatore. Così il miglior documento rimane sempre la costui circolare, come or si chiamerebbe, data di Gerusalemme il 18 marzo, nella quale si dice stipulato il trattato a 18 febbraio. La data del 24 che recano gli Arabi, potrebbe esser quella in cui Malek-Kâmil ratificò.

Ludd è nominata ne’ soli scritti musulmani; Ramla nella sola _St. de’ Patr._ Secondo Ibn-el-’Amid, pag. 511, furono ceduti a Federigo tutti i villaggi tra Gerusalemme e Jaffa.

[662] Così nel citato diploma del 18 marzo; nè il patriarca di Gerusalemme osò affermare il contrario nel suo scritto sì capzioso e sì violento.

[663] Ibn-el-Athîr, pag. 316; Nowairi, pag. 513; Bibars, pag. 514; Ibn-el-’Amîd, ibid. Si veggano gli aneddoti narrati e le poesie scritte in questa occasione, presso Reinaud, _Extraits_, pag. 433 segg. Gli aneddoti si leggono anco nel testo d’Ibn-el-Giuzi, pag. 515.

[664] Reinaud, _Extraits_, pag. 433.

[665] Bibars, pag. 514.

[666] _Dahri_ litteralmente “eternista,” cioè negante la creazione.

[667] Ibn-el-Giuzi, pag. 515.

[668] L. c.

[669] Così mi pare, non ostante ciò che dice la Continuazione di Guglielmo di Tiro, nello squarcio che trascrive il Bréholles, op. cit., III, 85.

[670] M. Reinaud, _Extraits_, pag. 429, su l’autorità di Dsehebi, narra che alcuni Crociati proffersero a Kâmil d’uccidere Federigo, e che il Sultano mandò a lui stesso la lettera originale. Non mi venne fatto di ritrovare questo testo a Parigi, quand’io raccolsi gli altri per la _Biblioteca arabo-sicula_; ma senza meno, lo avremo ne’ volumi della _Bibliothèque des Croisades_, che si stampano a cura dell’Accademia delle Iscrizioni.

Matteo Paris, nella _Hist. Anglorum_, ediz. citata, II, 313, riferisce la voce che i Templari e gli Spedalieri avessero avvisato Kâmil della prossima andata di Federigo da Gerusalemme al Giordano, e che Kâmil avesse mandata la lettera loro all’imperatore. Ma nella _Abbreviatio Chronicorum_, ediz. citata, III, 259, l’autore messe la postilla ch’eran calunnie dei nemici di que’ religiosi.

[671] Makrizi, pag. 522, dice l’ultimo di giumadi secondo del 625 (25 maggio 1229). La _St. dei Patr._ ch’egli entrò in Gerusalemme nei primi di quaresima del 945 (1229), che stettevi altri due giorni e che, andato ad Acri, ripartì per l’Italia dopo la Pasqua.

Nowairi pone anco la consegna di Gerusalemme in rebi’ secondo del 626 (marzo 1229.)

[672] Ormai è certo che gli Ismaeliani erano chiamati _hasciscin_, dalle note preparazioni d’_hascisc_, ossia _cannabis indica_, e che, divenuti celebri pur troppo nel tempo delle Crociate, il loro nome volgare, pronunziato _assassin_, diè questo brutto vocabolo ad alcune lingue europee.

[673] Ibn-Khaldûn, _Storia univ._ ed. del Cairo, tomo V, pag. 352, segg.; Reinaud, _Extraits_, ec. §§. LXXIX ed LXXX, pag. 436. segg.

[674] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit. pag. 603.

[675] Ibn-Khaldûn, vol cit., pag. 433.

[676] Reinaud, op. cit., pag. 435, citando pel primo fatto lo Pseudo Jafei e per l’altro Abu-l-Mehâsin.

[677] _Annales Colon. Maximi_, presso Pertz, _Script._, XVII, 843.

[678] Op. cit., pag. 842.

[679] Novella xcviij delle antiche edizioni. Questa favola era stata pria raccontata più volte in tempi diversi, mutando sempre i personaggi. Nel IX e X secolo fu attribuita agli Ismaeliani di Persia; nel XII a que’ di Siria, quando Saladino andò a trovare Sinan. Un continuatore di Guglielmo di Tiro, copiato da Marin Sanudo, fece spettatore del suicidio Arrigo, conte di Champagne, poi re di Gerusalemme. Si veggano le citazioni nel diligente lavoro di M. De Frémery, _Nouvelles Recherches sur les Ismaeliens._ Paris, 1855, estratto dal _Journal Asiatique_ del 1854.

[680] Bibars, op. cit., pag. 515.

[681] Epistole del 1245 e 1246, presso Bréholles, op. cit., II, 325, 427.

[682] Si vegga il principio del § III della Cronica di Kelaûn, nella _Bibl. ar. sicula_, testo, pag. 341, e la traduzione che io ne ho data nella _Guerra del Vespro Siciliano_, tomo II, pag. 333 segg. della edizione del 1866.

[683] Si vegga l’attestato del Makrizi, qui sopra a pag. 640.

[684] _Annales Colon. Maximi_, presso Pertz, _Scriptores_, XVII, 812.

[685] Bartolommeo de Neocastro, cap. L, presso Gregorio, _Rerum Aragon_., I, 73. Il nome proprio si legge Malbalusus. Il nome topografico, che vive ancora, significa, in arabo, luogo di preghiera, e propriamente il piano aperto dove si fa la preghiera solenne.

[686] _Chronicon De Rebus in Italia Gestis_, edizione Bréholles, pag. 174. Non assento al Bréholles, _Historia Diplom_., etc. Introduction, pag. ccclv, nota 2, che fossero venturieri arabi, e molto meno che Federigo ne abbia fatti venire d’Affrica. Il mio dotto amico prestava troppa fede a Matteo Spinelli.

[687] _Nusf-ed-dunia_. Si ricordi la nave di Mehdia così denominata, della quale abbiam detto nel presente libro, cap. ij, pag. 406 del volume.

[688] Nell’Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit,. pag. 252, si legge sotto l’anno 1240, XV, indiz. “Rogerius de Amicis ivit ad Soldanum Babiloniae” e nel 1241, Iª indiz. “Soldanus de.... et.... insiluerunt (in) christianos qui habitabant Jerusalem et ceperunt illos, occiderunt et captivos duxerunt.... Et in illis diebus Dominus Rogerius de Amicis manebat (in) Babiloniam et in Cayrum cum Soldano.” La data e questa circostanza del soggiorno lungo, provano la identità della persona dell’ambasciatore principale con quella designata dalla _Storia de’ Patriarchi d’Alessandria_. In questa poi si legge: “E del maggiore di questi due ambasciatori dicono ch’ei porti su le carni una veste di lana.” Abbiamo dunque la flanella nel XIII secolo: o l’uso delle camicie di lino e di cotone non era sparso per anco in Sicilia?

[689] _Storia de’ Patr. d’Aless_., nella _Bibl. ar. sicula_, pag. 324, 325. Cf. Reinaud, _Extraits_, ec., pag. 441, 442.

[690] _Storia de’ Patr. d’Aless_., op. cit., pag. 326.

[691] Raynald., _Annales Eccles_., 1246. Si confronti, per la data, il Bréholles, op. cit., Introduction, pag. ccclxvij.

[692] Pseudo-Jafei, nella _Bibl. ar. sicula_, testo, pag. 516, 517.

[693] Op. cit., pag. 517.

[694] Testo, nell’op. cit., pag. 346; e traduzione nella mia _Storia del Vespro siciliano_, II, 341 dell’edizione del 1866.

[695] Ibn-Giuzi, trascritto dallo Pseudo-Jafei, nella _Bibl. ar. sic_., testo, pag. 517.

[696] Pseudo-Jafei, citato da Reinaud, _Extraits_, ec. pag. 436. nota 1. Alberto Magno, _Opera_, tomo VI, Lione, 1651, _De Animalibus_, tract. II, cap. I, § _De Anabula_, descrive questo animale chiamato dagli “Arabi e dagli Italiani” _Seraph_, e continua: “Unam harum secum, temporibus nostris, habuit Federicus imperator, in partibus nostris.”

[697] Abulfeda, _Annali_, 698, nel quale anno morì questo Gemâl-ed-dîn. Nella edizione di Reiske, V, 144, e nella _Bibl. ar. sic._, testo, pag, 420.

Cotesta novella simboleggia pure l’arrisicato viaggio del 1212, dicendo che appena fatta la elezione, Federigo si pose in capo la corona e scappò via con uno squadrone di cavalieri tedeschi ch’egli aveva appostati, e così fece ritorno al suo paese.

[698] Si vegga il Cap. viij del libro V, pag. 259 di questo terzo volume.

[699] Diploma greco del 1143, citato nel Cap. iij del presente libro, pag. 449, del volume, dove ho corretto il testo dello _’alâma_ arabico di questo diploma, pubblicato dal Morso e dal prof. Caruso. La clausola arabica del diploma non fu letta meglio che lo _’alâma_. Il Morso la tradusse a suo modo: “Mense maii; indictione sexta, rogatus fuit Dominus noster Rex augustus, sanctus, cujus regnum Deus perpetuet, ut imprimeret suum nobile signum in hoc diplomate, ut sciatur quod ejus potentia, ordinatione divina constituta, hoc etiam concessit annuitque responsione, et se contentum declaravit, impressitque suum sublime signum. Sufficiens est Deus et propitius ei qui confidit in illo.” E segue immediatamente la soscrizione di Giorgio.

Parendomi che la formola della omologazione regia di somiglianti atti, dia molta luce alla diplomatica ed alla legislazione del tempo e che la lezione del Morso in parte sia sbagliata, do qui una nuova versione del testo arabico, com’io l’ho letto nell’originale molto chiaramente: _Del mese di maggio, sesta indizione, io ho chiesto al nostro padrone il re venerato e santo, il cui regno Iddio eterni, di far porre il suo eccelso_ ’alâma _in questo diploma, affinchè si sappia ch’Egli, la cui possanza Iddio mantenga, abbia permesso e ratificato questo (atto). Ed Egli ha impartita l’approvazione, omologato (l’atto) e fatto porre in testa di quello il sublime_ ’alâma _suo. Facciamo assegnamento in Dio, che ben provvede._

[700] _Cosmos_, edizione francese del 1848, tomo II, 233, 519. Veggansi inoltre Venturi, _Commentarii sopra la Storia e le teorie dell’Ottica_, Bologna, 1814, in fol., tomo I, pag. 34 a 59; Caussin, nelle _Mémoires de l’Institut de France, Acad. des Inscriptions_, tomo VI (1822). N’avea trattato lo stesso Humboldt nella _Raccolta di Osservazioni astronomiche_, tomo I (1811), pag. lxv a lxx, e poi il Delambre nella _Storia dell’Astronomia_ etc.

L’Humboldt studiò il ms. di Parigi, Ancien Fonds, 7310; il Caussin questo e un altro della medesima biblioteca, del quale ei non dà il numero, nè io ho potuto rinvenirlo: finalmente ei cita con dubbio un altro codice della Bodlejana. In Italia, poi, abbiamo i due codici dell’Ambrosiana che citerò nella nota seguente; uno della Vaticana nº 2975; due della Bibl. nazionale di Firenze (Raccolta Magliabechiana) segnati XI, D. 64 e II, II, 35; cd uno del principe Baldassare Boncompagni di Roma, descritto nel catalogo di Enrico Narducci, Roma, 1862, pag. 136, seg., nº 314.

Mentr’io correggo queste pagine, so che si prepara appo noi la pubblicazione di questo libro che avea già intrapresa il Venturi allo scorcio del secol passato, e poi dovette abbandonarla. Spero che i dotti editori odierni, da me ben conosciuti, trovino Mss. più antichi di quelli che ho visti io, i quali tornano alla fine del XVI, e principii del XVII secolo, e, s’io ben mi appongo, son tutti italiani ed anco stretti parenti l’un dell’altro. L’età e il paese ben rispondono al movimento scientifico rivelato dall’accelerata propagazione delle copie.

[701] Ecco questo proemio che ho copiato sul ms. 7310 di Parigi (XVII secolo) e confrontato e corretto con una copia dello stesso squarcio, mandatami nel 1856 dal dotto e cortese Antonio Ceriani, in oggi prefetto dell’Ambrosiana. Questa copia fu fatta sul codice Ambrosiano T. 100, con le varianti del Codice D. 451. Inf. (XVII secolo). Non fo il confronto con gli altri codici delle nostre biblioteche, perchè appartiene ai novelli editori; e sol dirò che i codici magliabechiani e i romani, hanno anch’essi _ammiraco_ in luogo di _ammirato_. Tralascio gli errori manifesti e le varianti di minore importanza e seguo l’ortografia attuale.

“Incipit liber Ptolomæi de Opticis, sive aspectibus, translatus ab amirato (cod. par. _ammiraco_) Eugenio Siculo, de Arabico in latinum.”

“Cum considerarem Optica Ptolomæi necessaria utique fore scientiam diligentibus et rerum perscrutantibus naturam, laboris onus subire et illa in presenti libro interpretare non recusavi. Verumtamen, quia universa linguarum genera proprium habent idioma, et alterius in alterum translatio, fideli maxime interpreti, non est facilis; et præsertim arabicam in græcam aut latinam transferre volenti, tanto difficilius est, quanto major diversitas inter illas, tam in verbis et nominibus quam in litterali compositione reperitur, unde, quia in hoc opere quaedam forte non manifesta apparent, dignum duxi intentionem auctoris ab arabico libro evidentius intellectam, breviter exponere, ut lectoribus via levior efficiatur. In primo quidem sermone, quamvis non sit inventus, tamen sicut in principio secundi exprimitur, continetur quo visus et lumen comunicant et ad invicem assimilantur, et quo differunt in virtutibus et motibus, nec non differentiae eorum et accidentia. In secundo etc.”

Così il traduttore continua l’indice de’ capitoli e poi ripiglia:

“Incipit sermo secundus Opticorum Ptolomæi, olim de græca lingua in arabicam, nunc autem de arabica in latinam, translatorum ab amirato (cod. par. _ammiraco_) Eugenio Siculo, ex duobus exemplaribus, quorum novissimum, unde presens translatio facta fuit, veratius est: primus tamen sermo non est inventus.”

Gli argomenti dei cinque discorsi, o libri come si vogliano chiamare, son questi: 1º Ipotesi su la visione per raggi lucidi emanati dall’occhio; 2º Correzione degli errori ottici per mezzo degli altri sensi; 3º Catottrica; 4º Degli specchi concavi in particolare; 5º Diottrica.

[702] Primo di tutti il Caussin citò queste profezie nella sua Memoria su l’Ottica di Tolomeo, per determinare l’età in cui visse l’ammiraglio Eugenio, del quale ei non aveva altre notizie.