Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II

Part 47

Chapter 473,693 wordsPublic domain

[552] Secondo Edrîsi, la grossa terra di Platano, forte di sito e fertile di territorio, giacea su la riva sinistra del fiume dello stesso nome a sette miglia dalla foce (_Bibl. ar. Sicula_, pag. 48, 51). Il Fazzello, similmente, pon su la destra riva del Platani il monte chiamato allora Platanello, ingombro di ruine d’antica città (Deca I, libro X, cap. 3). Per tal modo il sito risponderebbe a quello che or s’addimanda il monte Sara, tra gli odierni comuni di Cattolica e Ribera, fondati entrambi nel XVII secolo (Amico, _Dizion. topogr._). Ma i ragguagli che ho richiesti, non avendo mai visitati que’ luoghi e non bastandomi le carte topografiche, mi portano a dubitare. Il signor barone Spoto, sindaco di Cattolica (1870), al quale io mi rivolsi, mi ha mandata con molta cortesia una pianta del perito agrimensore sig. Dionisio Miceli, corredata di note topografiche; dalla quale veggo che il monte Sara, accessibile da tutti i lati, è privo di antiche ruine; e che all’incontro, su la riva sinistra del fiume, a poca distanza da Cattolica, v’ha altri colli scoscesi, pieni degli avanzi di muraglie, di cisterne, di sepolcri e di tutti i segni di vetusta e grossa abitazione. Avverte anco il signor Miceli che il Platani ha mutato alveo più volte e inghiottiti di molti ponti. E da un’altra mano la carta del nostro Stato maggiore, mi mostra un poco più su verso Cianciana, il monte Millaga (_Melga_ ossia Rifugio?) con un “Castellazzo” quello forse che nella carta del 1826 è nominato “La Calata.” Convien dunque differire il giudizio su la identità del luogo. Ma pur si dee ritrovare in un quadrilatero descritto tra Cattolica e Cianciana al S. E. e il fiume Macasoli al N. O.

[553] Riccardo da San Germano, op. cit., pag. 573, anno 1224.

[554] Appendice al Malaterra, sotto l’anno 1223, presso Caruso, op. cit., pag. 251. Il fatto è replicato nella lettera di fra Corrado, op. cit., pag. 49. Questi squarci si veggono senza varianti di importanza nel Pertz, _Scriptores_, XIX, 495.

[555] Ibn-Khaldûn citato di sopra a pag. 598, nota 1 e l’_Anonimo Sassone_, negli _Scriptores Rerum German._ Lipsia, 1730, III, 121.

[556] La prima di coteste opinioni è riferita da Riccardo da San Germano, anno 1221, presso Caruso, op. cit., pag. 569; la seconda negli Annali genovesi, anno 1223, presso Muratori, _Rer. ital. script._, VI, 432. Tra due scrittori contemporanei tanto autorevoli, parmi che il genovese abbia detta la cagione, e il regnicolo il pretesto spacciato da Federigo per prender due colombi a un favo: liberarsi, cioè, dall’ammiraglio e presentare un’altra nobile vittima al papa, il quale aveva apposta a Federigo la perdita di Damiata e dell’esercito crociato, innoltratosi pazzamente verso Mansura.

Ei par certo che l’armata siciliana, di quarantacinque galee, arrivò a Damiata dopo la resa dell’esercito crociato e, saputala, ripartì immediatamente. L’attesta la Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, testo nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 322. Da quella autorevole cronica ha preso il fatto M^r. Reinaud, _Extraits.... relatifs aux Croisades_, pag. 417. Ma un documento prova che i capi dell’armata siciliana voleano anzi difendere Damiata. È lo squarcio d’una epistola del gran maestro dei Templari, stampato da Bréholles, op. cit., II, pag. 201, nota 1; col quale si confronti l’altro documento nello stesso volume, pag. 355, nota 1.

[557] Veggasi nel _Liber Jurium reip. Januensis_ Nº. D. col. 553 segg., un trattato di questo conte di Malta con la repubblica di Genova (25 luglio 1210) per l’acquisto dell’Isola di Cipro. Il conte fa menzione appena della fedeltà dovuta a Federigo per Malta; e del resto tratta come s’ei fosse principe sovrano. Si confronti ciò che dice delli ammiragli di Federigo, il Bréholles, op. cit. Introduction, pag. cxliij segg., e si vegga anco il Winkelmann, op. cit., pag. 40, seg. Il titolo di conte di Malta usato in questo diploma, mi fa supporre che Arrigo fosse stato fin d’allora grande ammiraglio; poichè quel feudo era stato conceduto successivamente ai due grandi ammiragli Margaritone da Brindisi e Guglielmo il Grosso, suocero di Arrigo. Arrigo, per casato o per soprannome Pescatore, sembra genovese di nascita. Durante la fanciullezza di Federigo, egli aiutò sempre con forze navali i Genovesi, nelle frequenti baruffe ch’ebbero co’ Pisani nelle acque di Sicilia. Si veggano coteste fazioni negli annali Genovesi, 1204, 1205, ec., presso il Muratori, _Rerum Italic._, VI, 389, 391, etc.

Pertanto io non credo col Bréholles che Arrigo Pescatore sia stato eletto grande ammiraglio di Sicilia dopo la persecuzione di Guglielmo Porco, della quale si è detto nella nota 3, pag. 600, seg. Parmi più tosto che Guglielmo, nel 1216, avesse il titolo di semplice ammiraglio, come se n’era visti nel 1126, 1132, 1142 e 1157, sotto i grandi ammiragli Giorgio d’Antiochia e Majone da Bari (libro V, cap. 1, pag. 355, 356 di questo volume). D’altronde la fuga di Guglielmo e la disgrazia di Arrigo, imprigionato e spogliato del feudo di Malta, successero quasi al medesimo tempo. Genovesi entrambi o partigiani ardenti di Genova, andaron giù a corte di Federigo, insieme col credito di quella repubblica: se non che Arrigo, chinato alquanto il capo, si rialzò e Guglielmo venne all’aperta violenza e ci lasciò la pelle.

[558] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 574.

[559] Alberici Trium Fontium _Chronicon_, Hanovre 1698, pag. 518.

[560] Appendice al Malaterra, citata poc’anzi nella pag. 602, nota 2.

[561] Così penso, perchè nella ribellione del 1245 non ricompariscono Musulmani in quella regione, e perchè tutti i villani della Chiesa agrigentina erano andati a Lucera, come si è visto a pag. 602, nota 3.

[562] Raynaldi, _Ann. eccl._, 1220, § xxj, pag. 474, della ediz. di Lucca. Riccardo da San Germano, anno 1215, presso Caruso, op. cit., pag. 564.

[563] Si vegga il diploma del 1224, testè citato a pag. 604, nota 1.

[564] Si veggano le date de’ suoi diplomi dal febbraio 1224 al marzo 1225, presso Bréholles, op. cit., II, 398 a 477.

[565] Riccardo da San Germano, anni 1232, 1233, ed Appendice al Malaterra, anni 1231, 1232, presso Caruso, op. cit., pag. 605, 606 e 251.

[566] Appendice al Malaterra, l. cit.

[567] Riccardo da San Germano, op. cit., anno 1233, pag. 607, lo dice di Centorbi soltanto. L’Anonimo vaticano, (Niccolò de Jamsilla) op. cit., pag. 678, aggiunge al nome di Centorbi quegli altri due, ma non nota per nessuno il tempo della distruzione.

Par sia stato lo stesso, leggendosi in un diploma del 1239, (Carcani pag. 297 e Bréholles, op. cit., V, 596) il comando dell’imperatore che gli uomini _già_ abitatori di Centorbi e di Capizzi soggiornassero in Palermo e che fosse punito chiunque volesse ritenerli in altro luogo di Sicilia. Lo stesso provvedimento è citato nel diploma del 27 febbraio 1240, presso Carcani, pagina 352 e presso Bréholles, V, 770. L’Anonimo, presso Bréholles, op. cit., I, 905, dice distrutte dalle fondamenta Centorbi, Traina, Montalbano ed altre terre di Sicilia. Da’ nomi delle città argomento le schiatte.

[568] Si vegga il Gregorio, _Considerazioni_, lib. III.

[569] Diploma del 16 dicembre 1239, presso Carcani, pag. 294 e presso Bréholles, V, 590.

[570] Per diploma del 25 dicembre 1239, presso Carcani pag. 307, e presso Bréholles, op. cit., V, 627, 628, Federigo comandava si dessero ad partem (e poi è detto _ad laborem_) mille buoi a’ Saraceni di Lucera, com’essi li aveano avuti in Sicilia, a’ tempi di Guglielmo il Buono.

[571] Dipl. del 16 dicembre, citato poc’anzi.

[572] Dipl. del 25 dicembre 1239, pubblicato dal Carcani pag. 307 presso Bréholles, op. cit., V, 626, 627.

[573] Per la munificenza del fu duca di Luynes (Honoré Théodoric), le ruine della cittadella di Lucera sono state illustrate col testo di M^r Huillard-Bréholles e co’ disegni di M^r Victor Baltard, nell’opera intitolata _Recherches sur les Monuments etc., dans l’Italie Méridionale_. Paris, 1844, gr. in folio. Si vegga anche ciò che ne ha scritto più recentemente lo stesso Bréholles, nella _Historia Diplomatica_ etc. Introduction, pag. CCCLXXV seg.

[574] L’errore sembra contemporaneo, poichè in una epistola che scrisse Gregorio IX a Federigo (presso Bréholles, op. cit., IV, 452) richiedendolo di far ascoltare pazientemente i frati Predicatori da que’ Saraceni “che si dicea capisser bene l’italiano,” la città è chiamata _Nuceria Capitanatae_; il qual nome di provincia non lascia alcun dubbio su la città della quale si trattasse. Ma in Riccardo da San Germano, ne’ diplomi di Federigo e in molti altri della Curia romana, si legge correttamente Lucera.

Lo scambio del nome fu notato ben da Giovanni Villani, Lib. VI, cap. xiv, là dove ei disse de’ Saraceni di “Licera, oggi Nocera in Puglia”; ma i compilatori, dimenticando questa avvertenza, hanno trasmesso di generazione in generazione quell’errore, il quale rimarrà, forse per lungo tempo, nelle bocche e nelle scritture di chi studia la storia ne’ compendii frettolosi.

Ed errore anco è che a Nocera di Principato sia stato mutato il soprannome a’ tempi di Carlo II d’Angiò, come si crede comunemente. Un diploma del 1221, tolto dal Bullario Cassinese e ricordato dal Bréholles nell’op. cit., II, 119, ha il predicato di “Nuceria Christianorum.” Sembra verosimile che quello di “Paganorum” sia stato dato per cagione de’ molti villaggi (pagi) de’ dintorni, o della tarda conversione di quegli abitatori. Si vegga Pacichelli, _Il Regno di Napoli in prospettiva_. Napoli, 1703 in-4, parte I, 195; e parte III, 106, ne’ capitoli di Nocera e Lucera.

[575] Introduzione, pag. XXXI, XXXII.

[576] Sapendo che un erudito napoletano si apparecchia a confutar l’opinione del Bernhardi che tien falsa la cronica di Spinelli, aspetto la difesa pria di dar giudizio sopra sì grave quistione.

[577] Diploma del 17 novembre 1239. Carcani, pag. 270; Bréholles, V, 509.

[578] Frammento inedito del registro di Federigo, dato alla luce dal Bréholles, op. cit., V, 426, 427.

[579] Diploma del 16 dicembre 1239. Carcani, pag. 297; Bréholles, V, 595, 596.

[580] Diploma del novembre 1239, poc’anzi citato, presso Bréholles, V, 505.

[581] Il Pirro die’ parte della spedizione latina di questo diploma, nell’op. cit., pag. 764, senza fare menzione del testo arabico, ch’è scritto in capo della pergamena originale. Io ho copiato il testo in Girgenti, nel maggio 1868, quando mi richiese d’interpretarlo il sig. avvocato Giuseppe Picone, zelante cultore della storia del suo paese. La data è del 10 gennaio del 675, come appunto la riferisce il Pirro. La scrittura arabica, brutta e intralciata, è ben diversa da quella de’ diplomi dell’epoca normanna, e mostra anch’essa la decadenza dei Musulmani di Sicilia in quel tempo; contuttociò le regole della grammatica e dell’ortografia sono osservate con pochissime eccezioni.

I notabili richiesti di fare testimonianza, sono chiamati nel testo arabico “uomini illustri” e _sceikh_; la prima delle quali denominazioni è traduzione dei “Buoni uomini” delle municipalità latine e la seconda è propriamente arabica; ma sembra qui adoperata come traduzione di Anziani e non prova, secondo me, che soggiornassero tuttavia in Vicari de’ notabili musulmani.

Il suggello in cera verde ha, intorno l’effigie, la leggenda _Ubertus Fallamonaca_, che serve a dar correttamente questo casato, alterato dalle desinenze latine nei diplomi, e serve a mostrare il buon conio italiano de’ vocaboli che lo compongono.

[582] Presso Carcani, pag. 268, e presso Bréholles, V, 504-505.

[583] Diplomi del 12 marzo 1240, presso Carcani, pag. 370-372, e presso Bréholles, V, 822 segg.

[584] Nella cronica dell’Anonimo (Niccolò de Jamsilla), presso Caruso, op. cit. pag 678, si nota ch’ei fondò in Sicilia Augusta ed Eraclea (s’intende parlare di Terranuova); in Calabria Monteleone ed Alitea; Dordona e Lucera in Puglia; e Flagella in Terra di Lavoro e che spiantò in Sicilia Centorbi, Capizzi e Traina; nella provincia di Benevento la città di tal nome e in Puglia San Severo.

[585] Diploma dell’11 gennaio, presso Carcani, op. cit., pag. 318, e presso Bréholles, op. cit., V, 668.

[586] Diploma del 13 dicembre 1249, presso Carcani, op. cit., pag. 290 e presso Bréholles op. cit., V, 574, seg. Un altro diploma del 28 novembre, Carcani, 279, dà il ragguaglio che i Giudei i quali avean promesso di far fruttare quel palmeto della Favara, erano arrivali di recente in Palermo.

[587] Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 252.

[588] Lib. V, cap. iij e vj, pag 86 e 159 segg. di questo volume.

[589] Diploma del 17 novembre 1239. Carcani, pag. 268, e Bréholles, V, 504. In questo diploma, pag. 505 della edizione del Bréholles, si legge “et eos per opera maran [_orum_] curie nostre facias applicari.” Sostituirei la voce _maram_ [_me_] che significava “la fabbrica.” Oltre che la nostra voce “marrani” non ha che far qui, abbiam visto poc’anzi che Federigo in quel tempo adoperava de’ Saraceni ne’ suoi castelli di Siracusa e di Lentini.

[590] Presso Bréholles, op. cit., V, 456.

[591] Op. cit., V, 471. Manca la data in questo diploma.

[592] Appendice al Malaterra, op. cit., pag. 252.

Nell’epistola di fra Corrado, presso Caruso, op cit., pag. 49, è copiato, come tanti altri, questo capitolo dell’Appendice, ma vi si legge Lucera in vece di Nocera.

Niccolò de Jamsilla, presso Caruso, op. cit., pag. 677 segg., dà in principio questo bel compendio della guerra: «che Federigo voltosi in Sicilia contro i Saraceni, i quali nella sua infanzia, ribellatisi, stanziavano in alte montagne, ne li cacciò al piano, con le armi della sua potenza e saviezza; e prima una parte, e con l’andar del tempo quasi tutti, mandolli a soggiornare in Puglia, sotto giusto vincolo di servitù, nel luogo che si chiama Lucera.»

[593] Si vegga il libro V, cap. vj e x, e il presente libro, cap. j, ij e v, pag. 158, 168, 332, 368, 401 e 517.

[594] Si vegga il capitolo precedente, pag. 645.

[595] Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 252.

[596] Si vegga la vera e la falsa genealogia, in Ibn-Khaldûn, op. cit., II, 281 della versione francese.

[597] Ibn-Khaldûn, _Berbères_, II, 280 a 298, descrive i primordii degli Hafsiti infino all’usurpazione d’Abu-Zakaria.

[598] “Senior” nella versione latina.

[599] In primo luogo avverto non potersi ammettere il supposto dell’erudito amico mio Huillard-Bréholles, cioè che l’_Abbuissac_ della traduzione sia da leggere _Abou-Zak_, e che questo sia abbreviazione di Abou-Zakaria. Oltrechè non v’ha esempli di cotesta contrazione, nè le lettere corrisponderebbero, non torna il nome del padre, il quale qui è Abu-Ibrahim, quando il padre di Abu-Zakaria si chiamava Abu-Mohammed.

Il nome d’Abu-Ishak non sarebbe nuovo nella famiglia hafsita. Si chiamava così un figlio dello stesso Abu-Zakaria, secondo Ibn-Khaldûn, op. cit., II, 341, 355.

Abu-Ibrahim, padre dì colui che soscrive il trattato, figliuolo di Abu-Hafs e però cugino di Abu-Zakaria, comparisce nel 1223 governatore di Castilia in Affrica per l’altro fratello Abu-Mohammed (Secondo) ch’era allor prefetto d’Affrica. Questo leggiamo in Ibn-Khaldûn, op cit., II, 297; ond’egli è verosimile che Abu-Zakaria abbia adoperato in alto ufizio questo figliuolo del cugino.

[600] Ibn-Khaldûn op. cit., II, 301 narra che Abu-Zakaria, appena insignoritosi dell’Affrica propria, si messe a perseguitare Ibn-Ghania. Di questo capo almoravide abbiamo fatta menzione nel presente libro, cap. v, pag. 520 del volume.

[601] “Cum declaratum sit quod isti populi pro personis et statu jam pacem inierint cum domino nostro califa, sacerdote, imperatore Fidelium”. Così la traduzione. La voce resa _sacerdote_ è senza dubbio _imam_; tutti e tre i titoli messi insieme corrispondono appunto a que’ che presero i principi almohadi.

[602] Questo trattato, tradotto dall’arabico in latino per un Marco Dobelio Citeron, fu pubblicato dapprima da Leibnitz, _Codex jur. gent. dipl._, II, 13; poi da Lünig, Codex Ital. dipl., II, 878; dal Dumont, Corps dipl., I, 168; dal Bréholles, op. cit.. III, 276, con buone varianti tolte da un ms. di Parigi; e infine dal Mas-Latrie, _Traités de paix et de commerce_ etc. Paris, 1866, pag. 153 segg. Temo che l’originale sia perito nello incendio dell’Escuriale, poichè il dotto prof. Gayangos, che ne interrogai molti anni addietro, mi rispose non trovarsi più in Ispagna, per quante ricerche ei n’avesse fatte.

Parmi che il Citeron abbia letti male parecchi vocaboli nel capitolo che risguarda Pantellaria, il quale incomincia “Et etiam detur illis dimidium tributi insule C.... signatum et ordinarium tempore messis solite.” Ho creduto al contrario, accettare la versione “sint navigantes et iter facientes cum caravalis euntibus ad Africam” ond’io ho scritto “sì in nave e sì in caravana.” Ancorchè la voce caravana si legga sovente ne’ diplomi latini di Federigo, col significato di compagnia di barche, o come or dicesi, “convoglio”, il senso del periodo porta più tosto a carovana di terra; nè so che al tempo di Citeron si dicesse ancora de’ convogli di barche. D’altronde non mancano esempli di scorrerie de’ marinai cristiani sbarcati in Affrica. Nel 1284, cioè mezzo secolo dopo il trattato di Federigo II, un galeone catalano dell’armata di Sicilia prese Margam-ibn-Sabir, capo della tribù araba di Gewara, mentr’egli cavalcava alla volta di Tunis e recollo a Messina, dove fu compagno di prigionìa di Carlo lo Zoppo.

Avvertasi che il Gregorio, discorrendo di questo trattato nelle _Considerazioni_, lib III, cap. viij, ritenne la erronea lezione di Corsica.

[603] Si vegga il capitolo precedente, pag. 597 del volume.

[604] Si legge nella traduzione “neque habeant christiani.... jurisdictionem super ullum mahometanum, preter prefecium mahometanum, missum... ad regendum tantummodo populos unitatis.” Non potendosi ammettere, per le ragioni dette nel testo, che questi Unitarii sieno gli Almohadi, nè che “populos unitatis” qui significhi in generale i Musulmani, suppongo che Citeron abbia letto Wahabiti, e che ignorando questo nome di setta, nato da quello del fondatore Abd-al-Wahhâb, abbia tradotto a caso “Unitarii”, ricordando che Wahhâb si novera tra’ novantanove titoli di Dio. S’egli non è così, il traduttore saltò di certo un periodo, secondo il quale il governatore degli Almohadi o de’ Musulmani acconciatisi con loro, doveva essere destinato da Tunis.

[605] Si vegga il cap. v del presente libro, pag. 536 del volume.

[606] Jakût, nel _Mo’gem-el-Baldân_, di cui ho dato l’estratto nella _Bibl. ar. sicula_, testo, pag. 124. Sul dominio che esercitava il re di Sicilia lo Pantellaria, veggansi Ibn-Sa’ld e Scebab-ed-dîn Omari, nell’op. cit., pag. 134, 150.

[607] Si veggano Tigiani e Ibn-Khaldûn, citati nel cap. ij del presente libro, pag. 400, nota 2.

[608] _Mudeggian_, pronunziato anco _Mudegiar_ (Mudejar) e _Mudeggial_. Si confronti il citato luogo di Scebab-ed-dîn Omari, con Dozy, _Glossaire des mots espagnols_, ec. nel supplemento delle aggiunte, pag. 322.

[609] Si vegga il capitolo precedente a pag. 605, 606, di questo volume.

[610] Diplomi del 24 giugno e 20 settembre 1236, e 28 ottobre 1238, presso Bréholles, op. cit., IV, 872, 912, V, 255.

A pag. 626 e 907 son due altri diplomi del 25 dicembre 1239 e 17 aprile 1240, per le spese necessarie a quel principe.

[611] Diplomi del 23 gennaio e 6 febbraio 1240, presso Carcani, op. cit., pag. 324, 339, e presso Bréholles, V, 687, 726.

[612] I diplomi leggonsi nelle due raccolte citate, a pag. 356, 360 della prima, e V, 782, 793 della seconda.

[613] Saba Malaspina presso Caruso, op. cit., pag. 806. Guglielmo di Nangis, _Gesta Phil. III_, nella collezione di Dom Bouquet, XX, 476, lo dice “tributo;” la _Cron. de rebus in Italia gestis_, etc., edizione di Bréholles, pag. 322, lo chiama censo, che solea pagarsi all’imperatore Federigo.

[614] Saba Malaspina, loc. cit., dice che il re di Tunis, al tempo dell’impresa di San Luigi, avea sospeso da tre anni il pagamento di questo tributo. Io ho dati i particolari e le citazioni nella _Storia del Vespro siciliano_, cap. v e xij, edizione di Firenze, 1866, tomo I, pag. 82 segg. e 350. Si vegga anche il Gregorio, _Considerazioni_, lib. III, cap. viij; la raccolta del Mas-Latrie poc’anzi citata, pag. 52 dell’Introduzione, e i documenti a pag. 156 segg.; ed Alphonse Rousseau, _Annales tunisiennes_, Alger, 1864, in-8, pag. 422 segg. Ma io non assento la correzione che fa M^r Rousseau nel testo di Marrekosci, nè la sua opinione intorno al tributo.

Aggiungasi che, del 1300, il grande ammiraglio Ruggier Loria, passato al servigio di Carlo II di Napoli, fu inviato dal novello suo signore a Tunis per cavar quant’ei potesse del tributo che gli Angioini pretendeano, prima di far la pace con Federigo l’Aragonese. Ciò si ritrae da un diploma del regio Archivio di Napoli, registro 1299-1300. C. fog. 224. L’ultimo documento poi in cui si parli di quel tributo, sembra un lodo del re di Aragona che, nel 1309, lo dichiarò appartenente a Napoli, salvo alla Sicilia di far valere i suoi diritti con le armi. Surita, _Annali di Aragona_, lib. V, cap. lxxv, citato dal Gregorio, _Considerazioni_, lib. IV, cap. vij.

Prima di lasciare questo argomento, avverto che non si può supporre alcuna analogia tra il tributo di Tunis e la metà della entrata pubblica in Pantellaria. Oltrechè questa si dovea pagare dalla Sicilia a Tunis e non da questo a quella, poichè la Pantellaria era amministrata da un governatore siciliano, si incontrerebbe la inverosimiglianza della somma annuale pattuita. La Pantellaria non potea produrre pur la decima parte della somma del tributo, il quale tornava ad un peso d’oro che in oggi varrebbe 325,000 lire italiane. Secondo il catasto più recente, che fu terminato nel 1853, la rendita annuale di tutte le proprietà urbane e rurali della Pantellaria montava appena a 100,000 lire. Or quell’isola, dopo le aspre vicende dell’XI secolo, non era di certo meglio coltivata che al tempo nostro, nè più ricca.

[615] Presso Bréholles, op. cit., V, 577 segg. Si vegga, quanto alla data, la nota del diligentissimo editore.

[616] _Annali di Colonia_, citati qui innanzi nel cap. vj, pag. 553.

[617] Così ho io detto nella Introduzione a’ _Diplomi arabici del Reale Archivio fiorentino_, pag. V, VI, LXXII, secondo l’autorità di M. De Sacy e le mie proprie osservazioni. M. De Mas-Latrie ha contrastato il fatto nella pregevole opera citata, Introduction, pag. 290 segg., ma non ha potuto negare alcune differenze, ch’ei chiama lievi e veramente nol sono.

[618] I documenti citati, per questa immaginaria legazione, dal Gregorio, _Considerazioni_, lib. III, cap. viij, nota 5, portano tutti il titolo di sultano di Babilonia.

Non occorre esaminare chi sia il Nazardino o Zefedino delle due epistole pubblicate tra quelle di Pietro Della Vigna, lib. II, cap. xviij, xix, fattura di qualche frate dilettante di politica in que’ tempi. Evidentemente i nomi rispondono ai titoli notissimi di Nasir-ed-dîn e Seit-ed-dîn; ma non credo col mio amico Bréholles, op. cit., V, 397, nota 3, che il falsario abbia voluto indicare col primo un figliuolo di Malek-Kâmil. Piuttosto penserei al suo nipote Dawud, Malek-Nâsir il quale possedea Damasco e Gerusalemme innanzi il partaggio del 1228. Gli scrittori cristiani dicono che questi si oppose fieramente alla cessione di Gerusalemme e si sa ch’egli riprese la città nel 1239. Si vegga qui appresso, a pag. 637, la risposta attribuita al suo padre, da alcuni scrittori musulmani.