Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 46
Anselmo, scrivendo al papa, vuol dare tutto il merito della giornata a Jacopo congiunto di quello e maresciallo di Santa Chiesa, e lascia addietro quant’ei può il conte Gentile, fratello del cancelliere, ch’era sì poco gradito al papa fin da que’ primi tempi. Ma la verità trapela nell’epistola stessa, là dove si dice che fin dal principio della battaglia. Gentile e Malgerio alla testa de’ fanti, “potenter ascenderunt, transcenderunt et obtinuerunt montana, et omnes fere quot ibi inventi sunt in ore gladii posuerunt.” Or se Gentile fin dal mattino avea rotta sì fieramente la sinistra di Marcualdo, egli ebbe, per lo meno, tanto merito nella vittoria, quanto il maresciallo “qui in extremo locatus, castellum tenebat, immo ipse castellum erat exercitus.” Anzi l’è verosimile che, verso le tre, quando fu preso il campo nemico, i fanti scendendo da Morreale sul fianco sinistro o alle spalle del nemico, cooperassero efficacemente alla vittoria. Aggiungasi che l’Anonimo or citato dice rotto Marcualdo in Morreale; onde parrebbe che lì fossero state decise le sorti della battaglia.
Il castello del quale fa menzione Anselmo nel passo or or trascritto, non può esser altro che la Cuba, se pur non si voglia supporre un altro castello o palagio vicino, del quale non fosse rimasa vestigia nè memoria. Marcualdo conduceva un grosso di cavalli ed appoggiavasi co’ fanti a Morreale. Quale fianco appoggiava egli dunque? Il sinistro di certo; perchè delle due valli che sboccano nella pianura d’ambo i lati di Morreale, quella dell’Oreto è piana ed aperta; quella di Boccadifalco stretta e tortuosa; l’una è continuazione delle falde di Morreale, l’altra è disgiunta da quel luogo per gli aspri gioghi del Caputo. Però mi sembra non resti alcun dubbio sul campo della battaglia, nè su la posizione de’ due eserciti.
Il testo di Riccardo di San Germano, del quale d’altronde non si ricava alcun particolare, è evidentemente guasto in questo luogo, come notò il Muratori negli Annali. Si vegga nel Caruso, op. cit., p. 556, dal quale non si allontana qui l’ottima e recente edizione del Pertz.
[503] Questo fatto è riferito dal solo Anonimo, presso Breholles, op. cit., I, 893.
[504] L’Anonimo, op. cit., I, 893, il quale dice di Marcualdo vinto due volte: “Et nihilominus omnes Siculi a sua fidelitate non discedebant.”
[505] Un diploma, presso Breholles, op. cit., I, 53, prova che Federigo era di nuovo in Palermo nel mese di agosto.
[506] Si veggano presso Breholles, op. cit., i diplomi a favor di città o Chiese di Sicilia negli anni 1200, 1201, 1207, 1209, 1210, 1211, vol. I, 45 segg., 85 segg., 128, 913, 180, 182 segg. e specialmente a p. 194.
[507] Questi due importanti fatti sono narrati nella continuazione di Guglielmo di Tiro, lib. XXIV, cap. 59, 60, presso Martene e Durand, _Amplissima collectio_, V, 676, 677.
[508] Nelle _Gesta Innocentii III_, presso Caruso, op. cit., pag. 649 e presso Bréholles, op. cit., I, 57, è una epistola senza data, indirizzata, com’e’ pare, ai reggenti, da riferirsi di certo a’ primi tempi dopo la sconfitta di Marcualdo, nella quale il papa replica il divieto di far pace con costui; ma permette di perdonare a’ Saraceni, quantevolte dessero sicurtà. Innocenzo conchiudea con la solita minaccia di mandare contro essi e gli altri traditori, i principi cristiani già bell’e armati per la Crociata. E nel 1202, Innocenzo, scrivendo all’arcivescovo eletto di Palermo per raccomandargli Brienne, ch’egli allora volea far passare in Sicilia, significa al suo fidato di avere indirizzate a’ Saraceni le lettere ch’ei gli aveva chieste. Presso Bréquigny, _Diplomata_, etc. tomo II, p. 98, ep. 39 del libro V.
[509] Epistola del 17 giugno 1203, presso Bréholles, op. cit., I, 102. Tra le altre cose, il papa rinfaccia a que’ monaci di avere propalato un segreto ch’essi dovean celare gelosamente; ond’erano nati tanti mali in Palermo e per tutta la Sicilia. Li accusa poi di appropriazione delle entrate, violazione di sepolture, sevizie agli uomini del loro arcivescovo, assalto contro quel prelato e corruzione del Capparrone; al quale avean dato danaro, ed alla sua moglie de’ grandi nappi d’argento ed una dalmatica de hulla (è voce arabica) che valea più di mille tarì.
Si noti bene che la epistola del settembre 1206, è indirizzata, tra gli altri, ai capi musulmani di Giato, della quale fortezza il papa avea chiamati occupatori, tre anni innanzi, i monaci di Morreale. Or egli è evidente che i Musulmani non avean data di certo a que’ frati la principale fortezza loro; onde la così detta occupazione non poteva essere che il soggiorno in qualche fattoria sotto la protezione del Capparrone, il quale col titolo di capitano generale teneva Palermo e rappresentava la legittima autorità.
Egli è probabile che, dopo l’accordo del cancelliere con Marcualdo, fosse ritornato qualche musulmano in Palermo. Noi veggiamo in un diploma del 1202, presso Mongitore _Sacrae Domus mansionis.... Panormi Monumenta historica_, cap. IV, la soscrizione d’un _’Amineddal_, olim magister regii stabuli.” È manifestamente il titolo onorifico di _Amîn-ed-daula_ (il fidato della dinastia) dato a qualche gaito de’ primarii della corte. Del resto non si può supporre allontanati assolutamente di Palermo tutti i Musulmani, convertiti o no; nè è inverosimile che quel vecchio servitore di corte, come parecchi altri non sospetti o dimenticati, fossero anco rimasi in città nel principio del 1200, quando la popolazione cristiana doveva essere più concitata contro gli altri Musulmani.
[510] Epistola di settembre 1206, presso Bréholles, op. cit., I, 148.
[511] Presso Caruso, op. cit., p. 658. Si vegga anco un diploma di Federigo, dato di luglio 1208, per lo quale fu approvato un accordo tra i monaci di Morreale e l’arcivescovo, partigiani i primi di Diopoldo, e l’altro di papa Innocenzo. Presso Bréholles, op. cit., I, 135.
[512] Diploma d’ottobre 1211, presso Bréholles, op. cit., pag. 191 segg. Conferma questo mio supposto il diploma del 15 gennaio del medesimo anno, citato nella stessa opera p. 184, per lo quale Federigo die’ all’arcivescovo di Morreale autorità di prendere i beni e le persone dei Saraceni che non adempissero gli obblighi loro verso quella Chiesa.
[513] Quest’ultimo fatto si legge negli _Annales Colon. Maximi_, presso Pertz, XVII, 825.
È da avvertire qui uno sbaglio nel quale cadde il Tychsen e dietro lui il Gregorio. Aperto nel 1781 il sepolcro di Federigo in Palermo, si trovò ricamata nelle maniche della sua veste una iscrizione arabica, della quale fu mandato un disegno al Tychsen. Questi credette leggervi il nome di Ottone; onde il Gregorio lo lesse anco, e stampò nel _Rerum Arabicarum_, pag. 179, segg., una dotta dissertazione per dimostrare come i Musulmani di Sicilia avessero ricamata quella veste per farne dono ad Ottone, e come questo, con altri vestimenti imperiali, fosse venuto in potere di Federigo. Nè sol quivi, ma in parecchi vasi di bronzo, il Gregorio credè trovare il nome di Ottone (op. cit., p. 183-185). Sventuratamente, altro non v’ha che la voce _sultan_, la quale fu letta in quel modo, per poca pratica della calligrafia arabica: onde casca tutto lo edifizio de’ doni inviati da’ Musulmani di Sicilia all’imperatore guelfo. Notò primo quello errore il De Fraehn, indi il Lanci, ed anch’io ne ho detta qualche parola nella _Rivista Sicula, fasc. 2º _(Palermo, febbraio 1869), in un Discorso preliminare su le epigrafi arabiche di Sicilia.
[514] Albertus Bohemus, citato dal Bréholles, _Historia Diplomatica_, etc. Introduction, pag. XCLXXXI.
[515] Quest’ultimo soprannome si legge nella _Continuatio Bergensis_, presso Pertz, _Scriptores_, VI, 440.
[516] Si veggano i capitoli iij, v, viij di questo libro, pag. 439 segg., 534 segg., 573 segg. Quantunque l’antagonismo nazionale e religioso sia trascorso talvolta al sangue nel regno di Guglielmo I, come si legge nel Cap. iv, pag. 485, 488 e nel Cap. vi, pag. 543, pure que’ tumulti non sembrano opera immediata del clero, nè effetto di passioni religiose, ma piuttosto di rapacità e ferocia.
[517] Cap. viij, pag. 573 segg.
[518] Presso Bréholles, op. cit., I, 800.
[519] Op. cit., II, 150, 152.
[520] Diplomi di aprile 1206 e febbraio 1219, presso Mongitore, _Sacrae domus mansionis.... Panormi, Monumenta_. Dalle annotazioni si scorge che Miserella giacea presso Misilmeri, e Hartilgidia fuor delle mura di Palermo. L’ultimo di questi diplomi si vegga anco presso Brébolles, op. cit., I, 586. Una parte dei beni era stata già conceduta in dicembre 1202, vol. cit., pag. 96.
[521] Diploma del 15 agosto 1221, citato dal Fazzello, Deca I, cap. 1, e indi dal Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1359. Temo che questa, con le altre pergamene del monastero della Martorana, sia stata trafugata nell’infausto mese di settembre 1866, quando si mandò ad effetto lo sgombero di quel monastero, senza guardare ciò che portavan seco le suore e i preti.
[522] Diploma di novembre 1221, presso Pirro, op. cit. pag. 703, ristampato dal Bréholles, op. cit., II, 222.
Evidentemente cotesti due casali sono gli stessi ch’erano stati conceduti al vescovo di Girgenti nell’aprile del 1200, secondo un altro luogo del Pirro (pag. 703, prima colonna) citato da noi nel capitolo precedente, pag. 573. Ma s’intende bene che in quei tempi la concessione era rimasta nella pergamena. In questo diploma del 1221 l’atto è formulato con le parole _concedimus.... et perpetuo robore confirmamus_.
[523] Si vegga il capitolo precedente, pag. 587.
[524] Diplomi di febbraio 1219 ed aprile 1221, presso Mongitore _Sacrae Domus mansionis_ etc. e il secondo anche presso Bréholles, op. cit., II, 197.
[525] Cotesti particolari si ricavano da un atto del 20 giugno 1250 (correggasi 1255), IIIª indizione, secondo anno del regno di Manfredi, del quale serbasi una copia tra’ Mss. della Biblioteca comunale di Palermo, Q. q. H. 6, donde l’ha ricopiato, non è guari, per farmi cosa grata, il sig. Isidoro Carini, addetto all’Archivio regio di Palermo, giovane conosciuto per ottimi studii su la Storia di Sicilia. E spero ch’egli possa un giorno pubblicare questo curioso documento, e che anco se ne trovi l’originale nel prezioso e negletto tabulario della Chiesa agrigentina.
L’atto, rogato in Palermo da un giudice regio, ad istanza di un procuratore del vescovo di Girgenti, racchiude la risposta di quarantacinque testimoni interrogati intorno il possedimento della chiesa di Santa Maria di Rifesi, che la Chiesa agrigentina volea rivendicare sopra l’abate di San Giovanni degli Eremiti di Palermo, fondandosi sopra un titolo di concessione, che era stato perduto al tempo delle guerre. Alcuni testimoni affermavano dei fatti di sessant’anni addietro, altri di 50 altri di 40 e via scendendo. Il decimoterzo tra i testimoni uditi, si chiamava Luciano de Bonaparte.
Lasciando gli avvenimenti che non fanno al nostro subbietto, vi si legge che il vescovo Orso era stato cacciato dalla sede ben tre volte: la prima da Arrigo VI che lo supponea figliuolo di re Tancredi; la seconda da Guglielmo Capparone, mentre ei signoreggiava Girgenti, al quale il vescovo Orso non volle prestare giuramento di fedeltà; la terza al tempo dell’imperatore Federigo. Questa fiata egli _fuit captus a Saracenis et detenctus in Castro Guastanelle per XIV menses_; ed allora la Chiesa perdè i suoi privilegii e i beni, et _Saraceni etiam tenebant ecclesiam, campanile, et domos ecclesie_, etc. Un altro testimonio, contadino, ricordando cose avvenute da sessanta anni, diceva essere stata, dopo la morte di re Guglielmo, mossa guerra in Val di Mazara, da Cristiani e da Saraceni; sì che _non audebant homines de contrata exire de terris in quibus habitabant, usque ad labores_ (i seminati fin oggi si chiamano lavori in Sicilia) _vel vineas eorum_, per timor de’ Saraceni e di alcuni Cristiani; e che Orso non sarebbe stato liberato in Guastanella, _nisi se ipsum per pecuniam redimisset_. Un altro narrava che, dopo la morte di Guglielmo, Orso era stato cacciato, e la Chiesa occupata da’ Saraceni e dalla moglie del conte Bernardino. Un altro finalmente attestava aver militato nell’esercito, col quale il vescovo eletto Raimondo, o altro, dovea muovere contro la detta contessa.
Ognun vede ch’è questo appunto il supposto diploma di Manfredi, del quale il Gregorio pubblicò un estratto, _Considerazioni_, lib. III, cap. 1º, nota 5, ec. Il Pirro avea letto quel documento e forse qualche altro, poichè cita i medesimi fatti a pag. 704 ed aggiugne che Orso era stato riscattato dalle mani de’ Saraceni per cinquemila tarì.
La distrutta rôcca di Guastanella, sorgea non lungi da Raffadali, ad una diecina di miglia a settentrione di Girgenti.
[526] Diplomi di dicembre 1224 e 28 ottobre 1238. presso Bréholles, op. cit., II. 918 segg. e V, 251; nel primo de’ quali si tratta soltanto de’ richiami della corte di Roma per torti fatti al vescovo di Cefalù, e il secondo risguarda Cefalù, Morreale, Catania.
Per Morreale si ritrasse che i Saraceni aveano fatte prede fino alle mura della Chiesa e cacciati tutti i Cristiani da’ luoghi vicini. Ma alle lagnanze l’imperatore rispondea che que’ Saraceni non ubbidivano lui nè il papa, e ch’egli avea durati tanti travagli e tante spese per costringerli, e gli era venuto fatto.
[527] Alla metà del XII secolo, il vescovo di Cefalù possedea molti villani musulmani, come si scorge dalla platea che noi abbiam citata nel libro V, cap. viij, pag 205, 211 del presente volume.
[528] Si vegga il lib. V, pag. 546 di questo volume.
[529] Giovanni Villani, lib. VI, cap. 14.
[530] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 613.
[531] L’inquisizione riferita nel diploma del 28 ottobre 1238, presso Bréholles, op. cit., V, 251, ci fa sapere che “al tempo della guerra” molti uomini del demanio s’erano rifuggiti ne’ possedimenti del vescovo di Catania, allettati dal “luogo sicuro e fertile,” e che il demanio, secondo il diritto de’ tempi, li avea richiamati alle loro sedi. In vero non si dice che fossero stati musulmani.
[532] Le citazioni si vedranno nel seguito del racconto.
[533] Appunto è l’Appendice al cronista Malaterra, il quale raccontava tanti fatti di Benavert, presso Caruso, op. cit., pagina 250.
[534] Si vegga il cap. primo del presente libro, pag. 374 del volume.
[535] Nella _Bibl. arabo-sicula_, testo, pag. 491 segg. e nella _Histoire des Berbères_, traduzione del baron De Slane, II, 335; il quale, avendo seguita una lezione che lasciava in bianco il nome del luogo, e non ricordandosi di Lucera, ha supplito tra parentesi Melfi.
L’errore del nome proprio sarebbe stato facilissimo, se Riccardo da San Germano avesse scritto “Mirabs”, ed il copista avesse supposta un’abbreviatura nelle ultime sillabe.
L’anacronismo d’Ibn-Khaldûn non dee far maraviglia. Oltre ch’egli scrivea di memoria, la tendenza sistematica del suo ingegno lo portava ad accomodare almeno le date alle cagioni da lui supposte. Fors’anco furono estese per errore alla Sicilia, da lui o dagli autori de’ ricordi ch’egli usava, quelle condizioni che il governo hafsita avea pattuite con Federigo per l’isola di Pantellaria, delle quali noi tratteremo nel capitolo seguente.
[536] Bekri, _Description de l’Afrique_, testo arabico pag. 45 e versione di Quatremère, nelle _Notices et Extraits_, tomo XII, pag. 499-500, afferma che la penisola di Scerîk prese il nome da Scerîk-Ibn-’Abs, che fu uno dei governatori musulmani. Chiunque sappia l’importanza del legame di tribù nei primi secoli dell’islamismo, terrà molto verosimile il soggiorno della tribù in que’ luoghi. Non è meno probabile il passaggio loro in Sicilia, poichè questa famiglia era stata una delle ribelli a Ibrahim-ibn-Aghleb; e dopo quel tempo occorse più volte di prendere da quel territorio le milizie che si mandavano in Sicilia. Di questa penisola abbiamo trattato più distesamente nel cap. iv, di questo libro, pag. 474.
[537] Il testo d’Ibn-Khaldûn ha _thâir_, che vuol dir vendicatore e può significar anco sollevatore, demagogo, capo-banda, ec. Il baron de Slane, con felice infedeltà, ha tradotto “aventurier.”
Egli è da ricordare che l’Affrica propria, negli ultimi venticinque anni del XII secolo e ne’ primi del XIII, era stata agitata dalla reazione degli Arabi e de’ Berberi almoravidi contro la dominazione almohade; onde l’assalto dell’almoravide Ibn-Ghania, una lunga guerra guerreggiata e infine la fondazione del principato Hafsita di Tunis.
[538] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 169. Le leggi promulgate, al dir del cronista, in questo parlamento, son di quelle che or chiamiamo regolamenti di polizia municipale.
[539] I diplomi pubblicati dal Bréholles, op. cit., II. 181 a 224, provano che Federigo in questo tempo fu a Messina, Catania, Caltagirone, Palermo, Trapani, Palermo di nuovo, Girgenti e Catania. La data di Girgenti non mi par tanto certa: e le parole del Bréholles, op. cit., II, 223, nota 1, mi fanno credere che ne abbia dubitato egli stesso.
[540] De’ diplomi di questo periodo risguardanti la Sicilia, un solo è notevole, cioè la conferma de’ privilegi singolari che erano stati conceduti alla città di Palermo il 1200 e 1210, nella infanzia di Federigo, o piuttosto, durante l’anarchia.
[541] Riccardo da San Germano, op. cit., pag. 571.
[542] Si veggano i diplomi dati “in castris in obsidione Jati,” dal 17 luglio al 18 agosto 1222, presso Bréholles, op. cit., II, 255 a 265.
[543] Si confrontino Riccardo da San Germano, loc. cit. e l’Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 250. Del quali il primo dà soltanto il nome di Mirabetto; la seconda lo sbaglia, ma il nome del luogo che vi si aggiugne (erroneamente stampato _Jacis_), non lascia dubbio su l’identità della persona.
L’Anonimo pubblicato dal Bréholles, op, cit., I, 895, nota in questo tempo che Federigo vinse tutti i ribelli, fuorchè qualche castello dei Saraceni, posto in _arridis montibus_.
Dicono brevemente l’esito di tutte le guerre di Federigo contro i Saraceni di Sicilia l’Anonimo Vaticano (Niccolò de Jamsilla), il Monaco Padovano, e l’Abate di Usperga, ossia Corrado de Liechtenaw, presso Caruso, op. cit., pag. 677, 939, 971, e l’Anonimo Sassone, negli _Scriptores Rer. Germ._ Lipsia, 1730, tomo III, 121.
L’episodio de’ rubati fanciulli è riferito nella cronica d’Alberico Trium fontium, Hannover 1698, pag. 459, 460, nella quale quel tradimento è apposto “come diceasi” ad Ugo Fer e Guglielmo Porco, mercatanti marsigliesi. Tolto il caso di una coincidenza di nome che sembra assai poco verosimile, noi possiamo correggere ciò che la voce pubblica, ripetuta dal cronista tedesco, dicea di Guglielmo Porco. Questo valente uom di mare, di nobile famiglia genovese, nel 1205 vinse prima i Pisani in un combattimento navale; e poi insieme con Arrigo conte di Malta, liberò Siracusa, stretta dall’armata pisana. Nel 1211 ei prese e menò in Sicilia due navi marsigliesi. (_Annali Genovesi_, presso Muratori, _Rer. Italic._, VI, 391, 401.)
Nel 1216 egli accompagnò di Sicilia in Germania la imperatrice Costanza col figliuolo Arrigo, come si argomenta da due diplomi presso Bréholles, op. cit., I, 485, 489; nel primo dei quali si accenna a lui con le parole “ammiraglio di Messina”, e nel secondo egli è soscritto da testimonio, tra i grandi della corte imperiale, col titolo d’ammiraglio del regno. Ma nel 1221, voltosi Federigo contro i Genovesi che teneano Siracusa e godeano possessioni e privilegi in tutto il reame, comandò, tra le altre cose, di catturare costui, ond’ei salvossi con la fuga. (_Annali Genovesi_, presso Muratori, vol. cit., pag. 423.) Or egli è molto verosimile che Guglielmo Porco, il quale, come tutti gli uomini di mare in quel tempo, doveva essere un po’ corsaro se non pirata, abbia cercato di favorire i ribelli di Sicilia e siasi unito senza scrupolo con quel ribaldo venditore dei fanciulli. Bastava ciò perchè i Ghibellini lo spacciassero complice di quel misfatto, come riferisce il cronista Alberico; nel qual caso non sappiam se lo calunniasse o s’apponesse al vero. Del resto io credo che Guglielmo Porco sia stato in Sicilia ammiraglio, ma non grande ammiraglio, la quale dignità sembra tenuta in quel tempo da Arrigo conte di Malta. Si confrontino il Bréholles, op. cit. _Introduction_, pag. cxliij, e il sig. Ed. Winkelman, _De Regni Siculi administratione_, etc. Berlino, 1859, pag. 40 e 41, i quali non si accordan tra loro.
[544] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 572.
Gli Annali Di San Rudberto di Saltzburg, presso Pertz, _Scriptores_, IX, pag. 782, attestano che l’imperatore, trattenuto da affari in Sicilia, non potè andare alla mostra di baroni tedeschi e italiani, bandita in Verona pel dì di San Martino del 1222.
[545] Ancorchè il Muratori, negli _Annali_, porti la emigrazione a Lucera il 1224, parmi sia da riferire all’anno precedente.
Si confrontino a questo proposito: Riccardo di San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 572, dove si aggiunga la data del 1223; e i cronisti citati nell’ultimo paragrafo della nota 3 della pag. 600. L’Appendice al Malaterra, op. cit., pag. 251 (sotto la indizione XIII, e l’anno che si legge per errore di stampa 1232 e che il Muratori corresse 1224) nota che l’imperatore mandò grande esercito contro i Musulmani di Sicilia; che essi rimasero nelle montagne; che l’imperatore _ogni anno_ facea gran guasto sopra di loro, e che infine “scesero con gran vergogna, ed ei li fece dimorare nelle pianure di Sicilia, ne’ casali.” Nella edizione del Pertz, _Scriptores_, XIX, 495, è aggiunta la data del 1224.
Ognun vede che qui non si fa parola del tramutamento di là dallo Stretto, e che le operazioni dell’esercito regio si fanno durare parecchi anni. Parmi che a questo paragrafo si debba assegnare la data del 1225, che risponde appunto alla XIII indizione, notata nel testo della cronica, e s’accorda con la testimonianza di due altri scrittori che citeremo più innanzi.
[546] Ciò si ritrae da un diploma del 1254, presso Pirro, op. cit., pag. 704. Un diploma di Federigo, dato il 17 novembre 1239, pubblicato prima dal Carcani e poi dal Bréholles, op. cit., V, 504, contiene, tra gli altri, il provvedimento di far un casale nelle terre del demanio a Burgimilluso (Menfi), un altro tra Girgenti e Sciacca, ed un terzo tra Girgenti e Licata: il che dà a credere che i luoghi fossero rimasti senza abitatori.
[547] Presso Bréholles, op. cit.; II, 393. La data che manca si supplisce con poco divario, perchè Federigo fa menzione della cattura di Wadelmaro re di Danimarca, la quale si sa essere avvenuta il 9 maggio 1223.
[548] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 573, 574.
[549] Op. cit., pag. 572.
[550] Presso Bréholles, op. cit., II, 409, seg.
[551] _Annales Colonienses Maximi_, presso Pertz, _Scriptores_, XVII, 837. Il Bréholles avea già dato, in calce al diploma di cui nella nota precedente, lo stesso squarcio col nome di Goffredo di Colonia, secondo la citazione del Boehmer, _Fontes_, II, 355.