Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II

Part 45

Chapter 453,589 wordsPublic domain

[449] _Annales Januenses_, presso Muratori, _Rer. italic._, VI, 370.

[450] Ottone di San Biagio, presso Pertz, _Script._, XX, 325 e presso Caruso, _Bibl. sic._, pag. 935.

Io non veggo perchè il Toeche nel citato lavoro, sì pregevole per diligenza e critica, metta in forse l’autorità della Continuazione Sanblasiana, ch’è pure molto particolareggiata in questi eventi, nè ripugna alle testimonianze degli altri contemporanei. Il signor Cohn, al contrario, ha mostrato degno di fede quello scrittore contemporaneo, op. cit., pag. 447, 450. Quanto ad Ottobono, autore degli Annali genovesi di questo tempo, il dotto Toeche dubita della esattezza del suo racconto, perchè gli pare inverosimile che la Regina di Sicilia avesse raccolto un esercito e che in questo militassero dei _Musulmani_. Il primo fatto, attestato dal cronista genovese al par che dal tedesco, è naturalissimo; nè si vede ragione di negarlo. Il secondo, se non al Burigny citato dal signor Toeche, si creda alle autorità che io ho allegate in varii luoghi del presente libro. Che se a lui non parve probabile che i Musulmani avessero prese le armi a favor della dinastia cadente, si potrebbe domandare all’incontro per qual ragione gli stanziali, o anco la milizia, di quella classe dei sudditi avrebbero disubbidito al comando di combattere gli stranieri. Tanto debbo far osservare sul giudizio del Toeche, pag. 54, nota 148. Erroneo parmi quello del signor Hartwig, (op. cit. pag. 189) il quale, convinto dalla magnanimità di Arrigo VI e della scelleratezza dei Siciliani, trasporta di peso al 1197 la narrazione di Ottone di San Biagio intorno questo combattimento di Catania. Per vero il buon cronista avea messo il fatto a suo luogo, innanzi la resa di Palermo; nè può supporsi anacronismo, quand’egli, dopo lo imprigionamento dei grandi che aveano combattuto, accenna alla sorte incontrata finalmente da loro, la quale noi abbiamo buone ragioni di protrarre infino al 1196 o 1197.

[451] Ho avuta alle mani, parecchi anni addietro la edizione di Engel, Bâle, 1744, ma mentre riscrivo questo capitolo non posso citare se non che la ristampa del signor Giuseppe del Re (_Cronisti e Scrittori sincroni napoletani_, Napoli, 1845, in-8 grande, pag. 401, segg.) ove è la traduzione italiana del signor Emmanuele Rocco e le note di entrambi. Debbo avvertire che l’Engel non pubblicò tutte le figure del prezioso ms. di Bâle e che perciò si può dir manchi una parte dell’opera, poichè le figure di quel codice rischiarano talvolta i fatti e danno de’ nomi. Si vegga anco Cherrier, _Lutte des papes_, etc., lib. II, ij, pag. 232 della 2ª ediz. et passim.

[452] Ottone di San Biagio.

[453] Pietro d’Eboli.

[454] Pietro d’Eboli.

[455] Ottone di San Biagio. “Trinacriis pars, fertur equis, etc.”, dice Pietro d’Eboli descrivendo l’entrata dell’imperatrice Costanza in Salerno, il 1191.

[456] Ottone di San Biagio.

[457] In questo passo di Pietro d’Eboli, si legge tra le altre cose:

_Haec_ (apodixa) _quantum Calaber, seu quantum debeat_ ater _Apulus, aut Siculus debeat orbis, habet._

Cotesti versi ricordarono ai due eruditi editori napoletani, quell’altro notissimo della spada di re Ruggiero, onde l’uno e l’altro lessero _Afer_ in luogo di _ater_. Di certo il poeta pugliese non avea ragione di chiamare negri i suoi compatriotti; e il credito acceso nella Tesoreria di Sicilia contro l’Affrica, si spiega benissimo col tributo di Tunis. Fors’anco si può riferire a quello di Malta e di Pantellaria, popolate allora di Musulmani, come si vede nel capitolo precedente pag. 536 di questo volume. Ho detto positivamente del tributo di Tunis, perchè l’autore degli _Annales Colonienses Maximi_, (presso Pertz, _Scriptores_, XVII, 803) benissimo informato de’ casi di questa impresa di Sicilia, scrive sotto l’anno 1195: “Marroch rex Africæ 25 summarios, auro et lapide precioso, multisque donis oneratis imperatori mittit.” Si è già detto che Tunis ubbidiva in questo tempo alla dinastia degli Almohadi, residente in Marocco, che il cronista qui prende per nome proprio d’uomo.

[458] Ottone di San Biagio alla divisione della preda accenna anco Pietro d’Eboli.

[459] Si vegga il cap. iij di questo libro, pag. 448 del volume. Chi voglia giudicare la quantità e qualità della preda, convien che legga, da capo a fondo, l’opera dell’abate Bock, e guardi non solamente le figure cromolitografiche, ma ancora le incisioni in legno, intercalate nel testo dalla pag. 129 in giù.

L’autore degli _Annales Marbacenses_ (presso Pertz, _Scriptores_, XVII, pag. 166) dicendo, come tutti gli altri cronisti tedeschi, dell’oro e dell’argento riportato dalla Sicilia il 1195, aggiunge particolarmente “cum multis pannis pretiosis de serico.”

[460] _Annales Januenses_, presso Muratori, _Rer. italic._, VI, 370, dove si legge _Gruloardus_. Nell’edizione del Pertz, _Mon Germ._, XVIII, 109, è preferita la lezione _Gilolo Ardus_, la quale, come ognun vede, non differisce da _Gennolardus_ che per la permutazione dell’_n_ in _l_, e per lo scambio, facile al paro, dell’_i_ in _e_.

[461] Anonymi Fuxensis _Gesta Innoc. III_, cap. xxvj, nella edizione di Baluzio, tomo I, pag. 40. Il nome è sbagliato nella edizione di Caruso, _Bibl. sic._, pag. 645. La descrizione della battaglia, che ci occorrerà nel capitolo seguente, mostra bene il sito del campo, nel borgo ch’oggi si chiama Mezzo-Morreale, fuor la porta “Nuova.”

[462] Anonymi _Chronicon Siculum_, cap. xxj, presso Gregorio. _Rerum Aragonens._, II, 129. _Fecit quidem dictus imperator Henricus comburi in plano Genoardi_, quod est _extra mœnia palatii Panormi juxta jardinum Cubbæ versus Aynisindi, omnes episcopos qui fuerant in coronatione regis Trankedi_. La favola di tutti i vescovi bruciati nascea certo da non falsa tradizione di supplizî dati in quel luogo per comando di Arrigo. In ogni modo il sito non è dubbio e risponde a quello ov’è in oggi l’Albergo de’ poveri. Dietro questo a N. O. scaturisce la fonte _Ainsindi_, in oggi detta _Dannisinni_.

[463] _Gennet-ed-dûnia_, nell’ultimo verso della iscrizione ch’io ho pubblicata nella _Rivista Sicula_ di febbraio 1870. Il divario è come se in italiano si dicesse “il paradiso del Mondo” invece di “il paradiso della Terra.”

[464] Ruggiero De Hoveden, ediz. di Francfort, 1601, pag. 746.

[465] “Insuper insulas maris vectigales faciens, imperium admodum dilatavit, etc.” Così Ottone di San Biagio, cap. xliij presso Muratori, _Rer. italic._, VI, 901.

[466] _Carmen._ Si vegga qui sopra la nota 1 della pag. 553.

[467] Si vegga il citato opuscolo del Dottor Toeche, pag. 61, 62, nota 164, 166, 168.

[468] Hartwig, op. cit., pag. 188, 189.

[469] Cioè, Ottone di San Biagio e Arnoldo di Lübeck. Non dò i nomi degli altri, perchè li ha citati il Toeche, pag. 59, nota 160. Ai quali è da aggiugnere:

_Cont. Weingart._, Perz, XXI, 474, che accenna alla congiura del 1196, con un “si dice:”

_Annales Marbacenses_, Pertz, XVII, 166, anno 1195, dove, senza far menzione di congiura, si dice imprigionata la vedova di Tancredi, il di lui figliuolo e tre figliuole, l’arcivescovo di Salerno e dieci magnati, tra i quali Margarito.

_Annales Colonienses Maximi_, Pertz, XVII, 803, dove non è supposta congiura nel 1195, ma sì bene nel 1197.

_Annales Stadenses_, Pertz, XVI, 352, dove si fa un cenno, sotto l’anno 1195, della cattura e accecamento del solo Margarito, il quale voleva uccider l’imperatore a tradigione.

_Annales Piacentini Guelphi_, Pertz, XVIII, 419, anno 1194.

_Chronologia_ di Roberto di Auxerre, nel _Recueil des historiens des Gaules_, etc., tomo XVIII, 261, 262. Questo scrittore francese contemporaneo, nota nel 1193, che Arrigo, ritornando in Germania, riportò seco la moglie e il figliuolo di Tancredi e alcuni ottimati che aveano cospirato contro di lui; e nel 1196 fa parola di un’altra congiura, dalla quale Arrigo scampò appena e poi “conspirationis auctores horrendo discerpit supplicio.”

[470] Radulphi De Diceto, _Imagines historiarum_, negli _Hist. Angl. Script._, Londra, 1632, pag. 678. La breve epistola è data il 20 gennaio (1195) “apud S. Marcum,” com’e’ pare, quel della provincia di Messina.

[471] Carmen, libro II. “At Deus impatiens, etc.

[472] Anonimo Cassinese, anno 1194, presso Muratori, _Rer. italic._, V, 143. Si confronti con le parole d’un altro codice nello stesso volume, pag. 73, e presso Caruso, _Bibl. sic._, pag. 517. Parecchi anni appresso, Corrado di Liechtenaw vide a Roma gli accecati.

[473] _Chronicon Fossenovæ_, presso Caruso, op. cit., pag. 74.

[474] Presso Caruso, op. cit., pag. 636.

[475] Presso Caruso, op. cit., pag. 552, sotto l’anno 1194, che, secondo il calendario seguito da Riccardo, finiva in marzo 1195.

[476] “Se et omnia sua, potestati ejus contradiderunt.”

[477] Presso Muratori, _Rer. ital._, VI, 896, e Pertz, XX, 325, 326.

Anche il dottor Toeche, sì imparziale in altri luoghi, vuol negare, pag. 60, cotesti supplizii e indebolire l’autorità di Ottone di San Biagio, difesa, com’abbiam detto, dal Cohn.

[478] Corrado di Liechtenaw, _Chronicon_, ediz. cit., pag. 238, anno 1198, nota le origini di cotesti racconti e i dubbii che ispiravano. Così anco Gotfredo monaco, nella raccolta del Freher, tomo I, pag. 361; e così altri cronisti tedeschi.

[479] Arnoldo abate di Lübeck, lib. V, cap. xxv, xxvj, secondo l’edizione di Pertz, XXI, 203.

[480] Arnoldo, op. cit., pag. 201.

Si confrontino _Annales Stadenses_, Pertz, XVI, 352, anno 1196; _Annales Marbacenses_, Pertz, XVII, 167 segg., anno 1197; Corrado di Liechtenaw, ediz. cit., pag. 232, anno 1198; _Annales Colonienses Maximi_, Pertz, XVII, 804, anno 1197, dove anche questa congiura è riferita con un “conspirasse dicebantur” e la connivenza dell’imperatrice con un “rumor.... varia seminat” e con un “vulgabatur.”

L’ira di Arrigo contro la moglie è attestata da Riccardo da San Germano, il quale, narrando l’ultima andata dell’imperatore in Sicilia, (cioè a Messina) continua “ubi ad se duci imperatricem iubet. Qua in Panormi, palatio constituta, quidam Guilielmus, etc.,” presso Caruso, _Bibl. sic._, pag. 553. Or il comando di _menargli_ l’imperatrice, somiglia molto ad una nobile cattura. Le reticenze stesse dei contemporanei tedeschi, fan supporre assai gravi i fatti politici che si apponeano alla Costanza; ma erano ciarle de’ cortigiani e de’ condottieri, com’abbiam detto, e i cronisti naturalmente le aggravarono, scrivendo dopo la morte d’Arrigo, quando Costanza avea cacciati tutti i Tedeschi dal Regno.

[481] Si vegga l’edizione del Baluzio, lib. II, n. 221 e si confrontino le epistole, lib. I, n. 26, 557, ec.

[482] _Annales Stadenses_, presso Pertz, XVI, 352; Arnoldo abate di Lübeck, Pertz, XXI, 201; Niceta Choniate, _Annales_, Parigi, 1647, pag. 310. _Annales Marbacenses_, l. c. al dir de’ quali Arrigo fece eseguire il supplizio in presenza della moglie. Si riscontri inoltre il passo di Roberto di Auxerre, citato dinanzi, pag. 558 nota 1.

[483] Riccardo da San Germano, presso Caruso, _Bibl. sic._, pag. 553. Secondo lui, Arrigo venuto in Sicilia (di certo a Messina) comanda che menino a lui l’imperatrice. Guglielmo Monaco s’era ribellato. Andando Arrigo ad assediarlo, ammalatosi, partì (dall’assedio) e morì.

Si fa menzione d’un Guglielmo Monaco nel diploma di giugno 1198, per lo quale Costanza concedette alla Chiesa di Palermo la casa del fu Guglielmo Orfanino, castellano di Castello a mare di Palermo, venduta un tempo al Monaco dall’Arcivescovo di Palermo. Indi pare che l’Orfanino avesse acquistato quello stabile dal Monaco: ma non v’ha indizio che faccia supporre l’identità della persona.

[484] _Annales Marbacenses_, presso Pertz, XVII, 167. Secondo questi, Arrigo partì di Germania per la Puglia il 24 giugno 1196. Nel 1197 si trovò in Sicilia, dove la moglie malcontenta avea suscitate per tutte le città e castella congiure contro di lui. Delle quali erano consapevoli i Toscani, i Romani e diceasi il papa stesso (Celestino nonagenario e timidissimo). I congiurati voleano uccidere l’imperatore in una selva, mentre egli andasse a caccia; ed aveano raccolti 30,000 uomini! Avvertito, ei si chiuse in Messina e mandò Marqualdo de Anweiler con una mano di pretoriani e di Crociati; i quali uccidono o pigliano tutti i congiurati. Il personaggio che i congiurati voleano far re, è punito in presenza della imperatrice, inchiodatagli in capo una corona e gli altri affogati in mare, ec. Una notte freddissima poi (6 agosto) Arrigo, trovandosi in un luogo a due giornate da Messina, fu preso dalla dissenteria. Verso la festa di San Michele, si sentì meglio e volle andare in Palermo; ed era già partita la sua famiglia per mare a quella volta, quand’egli peggiorò e venne a morte. Del qual racconto minuto e partigiano si vede chiaramente l’origine. Erano i cortigiani e i condottieri che tornando in Germania dopo l’esaltazione di Costanza e d’Innocenzo III, narravano le gesta loro e del padrone, e i monaci le scriveano. E non è difficile discernervi il vero dal falso.

Roberto d’Auxerre l. c. fa supporre molto gravi i casi della tentata rivoluzione, dicendo l’imperatore “per fugam elapsus.”

Gli _Annales Colonienses maximi_, Pertz, XVII, 804, 805, hanno meno particolari e meno fiducia in que’ racconti. E dicono Arrigo sepolto a Napoli.

Secondo la _Cronica di Sessa_, ei sarebbe morto a Randazzo, che ben s’accorderebbe con gli _Annali_ di Marbach; poichè Randazzo è su la via da Messina a Palermo.

[485] Il dottor Toeche non vuol credere a cotesta violazione di sepoltura, perchè la racconta De Hoveden, (ediz. di Francforte, 1601, pag. 746), inglese e però nemico di Arrigo VI. Ma la s’accorda benissimo con gli altri atti di avarizia, rabbia e crudeltà, che non si possono revocare in dubbio.

Io ho abbozzati questi ultimi movimenti nel modo che mi pare risulti da’ due racconti, non incompatibili, di Riccardo da San Germano e degli _Annali_ di Marbach. Così mi discosto da M^r De Cherrier, op. cit., lib II, cap. 5, pag. 323 segg., e molto più dal signor Hartwig il quale segue il racconto degli _Annali_ di Marbach, senza citarli, nè mettere in forse nessun “si dice” del cronista. Anzi il sig. Hartwig suppone una vera congiura del papa coi baroni normanni, com’ei li chiama ancora, di Sicilia. Ei fa notare che Arrigo andò in furore vedendo tanti tradimenti: ed è la sola scusa data per quelle crudeltà, le quali d’altronde il signor Hartwig non nega, nè biasima.

[486] Questa data precisa non si ritrova se non che nell’Anonimo, pubblicato dal Bréholles, _Hist. dipl. Friderici Secundi_, I, 892.

[487] Oltre gli attestati de’ cronisti contemporanei, si vegga la bolla del 20 ottobre 1198 per la quale Innocenzo, contro il notissimo privilegio di Urbano II, mandò in Sicilia un legato con pien potere, presso Breholles, op. cit., I, 14. Avverto che io citerò sempre l’opera del Breholles, anche per quelle epistole d’Innocenzo III che sono state ristampate nella sua raccolta sopra le edizioni del Baluzio e del Brequigny.

[488] L’Anonimo pubblicato nell’op. cit., I, 892, dice che Matteo arcivescovo di Capua, morì poco appresso l’imperatrice. E il documento citato dal De Meo, _Annali di Napoli_, IX, 143, prova ch’ei non era più in vita il 10 giugno 1201.

[489] Si leggano attentamente i fatti nelle _Gesta Innocentii III_, presso Caruso, _Bibl. sic._, p. 642 e segg., e si badi alle date. Fu ne’ principii del 1200 che il papa propose ai ministri reggenti di concedere que’ feudi a Brienne, facendo gran ressa a scolparsi del sospetto ch’ei favorisse un pretendente al trono del suo proprio pupillo. Il primo ministro Gualtiero de Palearia, ch’era stato fin allora di accordo con Innocenzo, risaputa quella proposta in Messina, die’ in un gran furore, sparlò pubblicamente del papa, e si cominciò a guardare da’ suoi consigli e dagli uomini suoi. Questa è la chiave di tutta la storia dell’infanzia di Federigo; nel qual tempo il papa a volta a volta scomunicò ed accarezzò il cancelliere, e conchiuse sgridando Federigo adulto, perchè l’aveva allontanato dalla corte. Nelle vicende di questa lite accadde un tratto che abbandonato il cancelliere da’ suoi partigiani, carico di scomuniche e ridotto allo stremo, il papa gli profferse di ribenedirlo, sol ch’ei si rappacificasse con Brienne: al che egli rispose nol farebbe, se pure S. Pietro scendesse a bella posta dal cielo, inviato da Gesù Cristo per comandarglielo.

Sì gravi parole in bocca d’un vescovo, sembrano dettate da lealtà verso il suo principe, anzi che dalla rabbia dell’ambizione.

[490] Giuseppe La Farina, mancato immaturamente alla patria e alle lettere, dimostrò questo fatto contro Hurler, negli _Studii sul secolo XIII_, Firenze, 1842, p. 786. Riscontrando gli avvenimenti di tutto il periodo della reggenza, dei quali io non posso far che un cenno, si vedrà che nel corso di quegli otto anni, gli uomini del papa non ebbero adito appo Federigo che per cinque o sei mesi e che non comandarono mai nella reggia e molto meno nel paese. D’altronde il medesimo Innocenzo confessa questo fatto tanto nelle epistole con che ei si lagna del cancelliere (1200-1202), quanto in quella del 29 gennaio 1207 per la quale ei si rallegra col pupillo della sua liberazione e lo conforta a seguire i consigli di “coloro che la madre avea deputati a educarlo e de’ succeduti _in loco eorum qui ex ipsis decesserant_,” presso Breholles, op. cit, I, 124. Or in quel tempo stava allato al giovanetto il cancelliere Gualtiero, riconciliato col papa, il quale nel 1210 scrivendo a Federigo, come abbiam accennato nella nota precedente, affinchè lo reintregrasse nell’ufizio dal quale avevalo rimosso, dice chiaramente che questa era una ragazzata e un atto d’ingratitudine contro colui che lo avea fin allora custodito e nutrito ed avea durato molte fatiche e sollecitudini e strette di danari per difendere lui e il reame. Presso Breholles, op. cit., I, 170. Dunque è stata esagerata stranamente la parte ch’ebbero i cardinali di Sant’Adriano e di San Teodoro nella educazione di Federigo. Si veggano anco le epistole del papa date in novembre 1200 e luglio 1201, presso Breholles, op. cit., I, 60, 82.

[491] Questa donazione, che va riferita al 1198, è ricordata in un atto di aprile 1209, per lo quale il cancelliere Gualtiero de Palearia ridonava il giardino al Capitolo della cattedrale. Presso Amato, _De principe templo panormitano_, p. 127.

[492] Diploma di settembre 1200, pubblicato dal signor Mortillaro nel _Catalogo del.... Tabulario della cattedrale di Palermo_, pag. 49, ristampato dal Breholles, op. cit., I, 54.

È da avvertire che l’altra metà del podere apparteneva attualmente ad un Ibrahim, figliuolo del notaio.

[493] L’imperatore o la imperatrice donò alla chiesa di Palermo Rakal Stephani nel territorio di Vicari e tutto il tenimento di Platani e di Captedi; la quale concessione è citata nel diploma del 1211, che la confermò, presso Breholles, op. cit., I, 194. Torniamo dunque al 1195-97, ovvero al 1198 ed ai territorii dove arse la ribellione musulmana.

Per un altro diploma di aprile 1200, citato dal Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 703, la reggenza concedette al vescovo di Girgenti i casali di Minsciar e Minzeclo; onde non ci discostiamo dal tempo, nè dalla regione.

[494] La commissione di bandire la Crociata in Sicilia fu data al vescovo di Siracusa e ad un abate di Sambucino dell’ordine de’ Cisterciensi, quello stesso cioè del ricco monastero di Morreale che possedea tante terre e persone di Musulmani. Si veggano le epistole d’Innocenzo nella edizione di Baluzio, lib. I, n. 302, 343, 358, 508: dall’ultima delle quali, data il 5 gennaio 1199, si ritrae che in Sicilia alcuni laici avean presa la croce, altri avean profferto contribuzioni di vittuaglie o arnesi, ma che gli arcivescovi, i vescovi e gli altri ecclesiastici non voleano dar nulla. Indi i due commissarii proposero e il papa assentì, di prendere per la Crociata tutte le entrate ecclesiastiche, fuorchè le somme strettamente bisognevoli al mantenimento ed al culto; e di gittar anco la mano su le entrate delle sedi vacanti e sul danaro de’ monaci che vivessero fuor dal chiostro.

Ci possiamo immaginare lo scompiglio che portò questo provvedimento in Sicilia, dove tanta parte della proprietà fondiaria, forse un terzo o più, era posseduta dalle Chiese. I titolari necessariamente mugneano i vassalli e i villani. E nelle cento miglia quadrate coltivate da’ Musulmani per conto del monastero di Morreale, possiam supporre venuto proprio il finimondo. Que’ “monaci che viveano fuor del chiostro” eran forse i fattori del monastero: e ch’e’ prendessero tutto per sè e parteggiassero contro l’arcivescovo e contro il papa, lo sappiamo da una terribile epistola d’Innocenzo, data il 17 giugno 1203 che citeremo più innanzi.

[495] Epistola n. 509, del libro I, nell’edizione di Baluzio.

[496] La fuga de’ villani e il guasto delle ville si confermano coi diplomi seguenti:

1201. Federigo, nel mese di aprile, concede al monastero di donne, detto di S. Michele in Mazara, le terre del distrutto casale Ramella, nel territorio di Salemi. E ciò per avere sofferti molti danni, _intervasionis tempore_, e avere perdute tutte le entrate. Ms. della Bibl. comunale di Palermo, Q. q. r. 171.

1202. Nel territorio di Carini, casale di Zarchante, una Sorbina possedea già sei villani per sentenze del giustiziere e del cadì dei Saraceni; ed erano andati via come tutti gli altri villani, Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. vij, nota 7.

Verso lo stesso tempo si erano liberati i villani della chiesa di Cefalù, ibid.

1205 aprile. Federigo conferma agli Spedalieri le concessioni precedenti, alle quali egli aggiugne due poderetti in Palermo e tutti i villani del casale di Polizzi, _ubicumque sunt_. Presso Breholles, op. cit., I, 113.

[497] Il luogo dello sbarco, riferito dal solo Anonimo che ha pubblicato il Breholles, op. cit., I, 893, si adatta benissimo a tutti gli altri ragguagli che abbiamo di questa impresa.

Oltrechè una schiera di Pisani combattè per Marcualdo nella battaglia di Morreale (1200), essi continuarono a dargli aiuti. Si vegga l’epistola 4 del libro V, data di Laterano il 4 marzo 1202, per la quale Innocenzo sollecita il Potestà e il Comune di Pisa a richiamare dalla Sicilia i cittadini loro, partigiani di Marcualdo.

[498] Presso Breholles, op. cit., I, 34.

[499] Op. cit., I, 37.

[500] Si vegga il capitolo precedente, pag. 554, del volume.

[501] Il Caruso, _Bibl. sicula_, 647, ha “Magadeo.” Io seguo più volentieri la lezione del Breholles, op. cit., I, 48, la quale rappresenta il noto vocabolo Mogêhid, ch’è talvolta nome proprio e talvolta soprannome. Si vegga il libro V, cap. 1, pag. 4 segg. di questo volume. Un Ibn-Mogêhid possedeva una casa in Palermo, secondo il diploma arabico del 1190, del quale il Gregorio ha dato uno squarcio. _De supputandis_, etc. pag. 40.

[502] Questa battaglia è raccontata da Anselmo arcivescovo di Napoli testimonio oculare, nella epistola ch’ei scrisse a Innocenzo, com’e’ pare, il giorno appresso; la quale si legge in tutte le edizioni delle _Gesta Innocentii III_, cap. xxvj. Fa cenno della vittoria, l’Anonimo pubblicato dal Breholles, op. cit., I, 893 e Riccardo di San Germano. L’occupazione di Morreale pria dell’assedio di Palermo è attestata, inoltre, da una epistola d’Innocenzo, libro III, n. 23, edizione di Bréquigny, II, 27 e Raynaldi Annales, 1200, § 3, 8.