Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 44
[371] Anno 1180, presso Pertz, _Script._, VII, 528. M. De Mas-Latrie, nella Introduzione ai _Traités de Paix_, ec., pag. 51, accetta ed amplifica il racconto dell’abate Roberto e dà alla restituzione delle due città il significato plausibile, che il principe almohade abbia permesso ai Siciliani di tenervi loro fondachi. E accomoda anco la differenza della data tra Roberto e l’anonimo Cassinese, affermando che le negoziazioni furono cominciate il 1180 e terminate in agosto 1181.
[372] Marrekosci, nella edizione del Dozy, pag. 181 e nella _Biblioteca arabo-sicula_, pag. 320. Si corregga in questo modo la traduzione del Marrekosci, ch’io detti già in nota a Ibn-Giobair, nel _Journal Asiatique_ di marzo 1846, pag. 234 e nello _Archivio storico italiano_, appendice nº 16, pag. 71.
[373] Si confronti Ibn-el-Athîr, loc. cit. con l’anonimo Cassinese, presso Caruso, _Biblioteca sicula_, pag. 543. L’uno dice che Kafsa fu presa il primo giorno del 576 (28 maggio 1180) e che Abu-Iakûb dopo ciò andò a Mehdia, dove trovò gli ambasciatori e fermata la tregua se ne tornò _in fretta_ a Marocco; l’altro che Guglielmo fece la tregua in Palermo d’agosto 1181. Indi suppongo la stipulazione a Mehdia e la ratificazione a Palermo. Ma quanto all’anno, sto alla data de’ cronisti arabi i quali non sogliono scrivere i numeri in cifre e sono in generale molto più esatti. Non mi par verosimile poi che la ratificazione sia stata differita per più di un anno fino all’agosto 1181.
[374] Si vegga qui appresso la nota 1, alla pag. 521.
[375] Ibn-el-Athîr, l. c. Si direbbe quasi ch’egli accennasse al motivo, continuando, immediatamente dopo aver fatta menzione della tregua: “L’Ifrikia era straziata allora, ec.”
[376] Testo del Dozy, pag. 193 segg. Si confronti Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione del baron De Slane, II, 188, 207, il quale differisce in alcuni fatti secondarii.
[377] Presso Muratori, _Rerum Italic._, VI, 355-356. Vi si legge l’anno della natività 1181, indizione XIII, la quale all’uso di Genova risponde alla XIV del conto più comune, e però l’anno torna appunto al 1181 del calendario romano.
[378] Par che Pisa in questo tempo rinnovasse ogni dieci anni la tregua con Majorca; poichè abbiamo notizie delle pratiche del 1161 e del 1173, dal Marangone, nell’_Archivio storico italiano_, tomo VI, parte 2ª, pag. 25 e 68. Il trattato originale del giugno 1184 è stato pubblicato da me ne’ _Diplomi Arabi del Regio Archivio fiorentino_, parte I, n. IV, pag. 14, seg. nella quale opera, Introduzione, pag. XXXVI, è da correggere la citazione del Caffaro e la data della spedizione di Guglielmo II, della quale ci ragguaglia la cronica anonima, pubblicata nella _Historia Diplomatica Friderici II_, etc.
[379] Testo arabico del regio Archivio di Torino, pubblicato dal Sacy, nelle _Notices et extraits des mss._, XI, 7, segg.
[380] Si confrontino: Guglielmo di Tiro, lib. XXII, cap. viij, nel _Recueil des Historiens des Croisades, Historiens Occidentaux_, tomo I, parte I, p. 1076, e la cronaca anonima del XIII secolo, pubblicata da M. Huillard-Bréholles nella _Historia Diplomatica Friderici secundi_, etc., tomo I, pag. 890. Questa non mette data e dice che Guglielmo II abbia voluto ajutare un principe musulmano scacciato da Majorca; il qual fatto ci condurrebbe al 1183, ed agli anni seguenti. Guglielmo di Tiro, dal Cap. v. al vij dello stesso libro, dice di avvenimenti del 1180 e della state del 1181, e incomincia il cap. viij con la morte di Malek-Sciah figliuolo di Norandino, la quale sappiamo d’altronde che avvenne di novembre 1181. Per questo dobbiam supporre il naufragio seguito nell’inverno 1181-1182 e non già nella prima spedizione, della quale abbiamo la data precisa dal Caffaro.
[381] Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione del baron De Slane, II, 208 a 210.
[382] Di queste orribili condizioni dell’Affrica propria troviamo il racconto in Ibn-el-Athîr, anni 580 e 581, nella edizione del Tornberg, tomo XI, p. 334, 342 segg.
[383] Ibn-Giobair, testo e traduzione francese, nel _Journal Asiatique_ di dicembre 1845, pag. 526 segg. e di gennaio 1846, p. 88 segg. Il testo si legge anco nella edizione del Wright e nella _Bibl. arabo-sicula_; e la versione italiana, nell’_Archivio storico_, Appendice n. 16, pag. 35 segg.
[384] Fan cenno di questa impresa Niceta Coniate, Guglielmo di Tiro, Sicardi vescovo di Cremona ed altri cronisti del tempo; ma quei che più largamente la narra, anzi con infiniti particolari e troppa rettorica, è un testimonio oculare che soffrì i disagi dell’assedio e tutte le onte della occupazione straniera: l’arcivescovo di Tessalonica stessa, Eustazio, dotto commentator di Omero. Il suo testo su l’eccidio di Tessalonica, fu pubblicato per la prima volta a Francoforte il 1832, e ristampato con versione latina, nella collezione bizantina di Bonn, il 1842. Isidoro La Lumia è tra gli scrittori italiani il primo che abbia fatto uso del testo di Eustazio nella sua Storia di Guglielmo il Buono. L’anonimo dianzi citato (_Historia Diplomatica Friderici secundi_, tomo I, parte 2, p. 890) dice anch’esso di questa infelicissima impresa; e il contemporaneo Rodolfo De Diceto, decano di San Paolo in Londra, la riferisce con grande esagerazione delle forze siciliane, nientedimeno che 85,000 fanti e 30,000 cavalli! Nell’_Historiæ Anglic. Scriptores_, Londra, 1652, pag. 628.
[385] Conradi a Liechtenaw, _Chronicon_, Argentorati, 1609, in fol. pag. 228.
[386] Epistola di Saladino al califo di Bagdad. Non ostante l’ampollosità dello stile, questo documento è importantissimo. Saladino volea mostrare all’universale de’ Musulmani, più tosto che al povero e negletto pontefice, come la usurpazione sua, anzi lo spogliamento di tanti piccoli usurpatori, non escludendo que’ della casa di Norandino, fosse necessario a ristorare l’impero musulmano e cacciare gli Infedeli dal territorio. Questa epistola fu mandata verso il principio del 1182. Si vegga Reinaud, _Extraits.... des Croisades_, pag. 184. Io ho dato nella _Biblioteca arabo-sicula_, pag. 336-7 il testo dello squarcio dove si dice del re di Sicilia e delle repubbliche di Venezia, Pisa e Genova.
[387] Si confrontino: l’anonima _Historia Hierosolimitana_, presso Bongars _Gesta Dei_, ec., vol. I, pag. 1155 segg.; Marino Sanudo, lib. III, parte ix, cap. 9, op. cit. tomo II, pag. 194; Sicardi vescovo di Cremona, presso Muratori, _Rer. Italic._, VII, 530; Francesco Pipino, _Chronicon_, lib. I, cap. xij, op. cit., IX; Bernardi Thesaur. cap. clxix, clxx, op. cit., VII; _Chronica Anonima _presso Huillard-Breholles, _Hist. Diplom. Friderici secundi_, ec., tom. I, pag. 890, 894; _Continuazione francese di Guglielmo di Tiro_, lib. XXIV, cap 5, 7, 11, nel _Reçueil des Historiens des Croisades — Historiens Occidentaux_, tomo II, pag. 114, 115, 119 e segg.
Le prime imprese di Margarito fecero tanto romore in Levante, che gli ambasciatori di Filippo Augusto a Costantinopoli, ragguagliando il re delle notizie della guerra, diceano presa Giaffa da Margarito, uccisivi 500 Turchi, fatti prigioni otto emiri e presa anco Gebala e trucidati quanti uomini vi si trovarono. Questa lettera è trascritta da Rodolfo De Diceto, op. cit., pag. 641 ed anco dall’autore della _Gesta regis Henrici II_, attribuita a Benedetto abate di Petersborough, ediz. Stubbs, Londra, 1867, vol. II, pag. 51. Pipino e Bernardo accrescono infino a 200 il numero delle galee siciliane; Sanudo dice 70 galee, 500 uomini d’arme e 300 turcopoli.
[388] Gli Arabi musulmani chiamano _taghiat_ indistintamente i principi stranieri. Quella voce significa in origine, violento, ingiusto, prevaricatore, ec.
[389] Traduzione litterale del bisticcio arabo _kala’t_ e _tala’t._
[390] ’Imâd-ed-dîn, nella _Biblioteca arabo-sicula_, testo, pag. 206, 207. Si confronti Abu-Sciamâ, nella stessa raccolta, pag. 337.
[391] _Secreta Crucis_, presso Bongars, Gesta Dei, ec., II, 194.
[392] Niceta Choniate, _De Isaaco Angelo_, lib. I, § 5, pag. 483, 484; Sicardi presso Muratori, Rer. Italic., VII, 615; Conradi a Liechtenaw, pag. 232, dell’edizione citata; _Continuatio Cremifanentis_, presso Pertz, _Scriptores_, IX, 548; _S. Rudberti Salisburgensis Chron._, vol. cit. pag. 778. Continuazione di Otone di Frisingen, op. cit., XX, 325; _Annales Aquenses_, op. cit, XVI, 687; _Contin. Weingart._, op. cit, XXI, 474 e molti altri cronisti tedeschi. Margarito stesso confessava i tristi principii della sua vita, nel 1194 quand’egli, grande Ammiraglio di Sicilia, conte di Malta, ricchissimo e potentissimo, donava all’Archimandrita di Messina un suo casale “per espiazione dei suoi misfatti.” Chi non ne avea su le spalle di grossi e conosciuti, li solea chiamar peccati. Si vegga presso il Pirro, Sicilia Sacra, pag. 980, questo diploma il quale attesta la patria dell’Ammiraglio: “Nos Margaritus de Brundusio, etc.”
[393] Si confrontino Niceta Choniate, _De Isaaco_, lib. I, § 5, e la cronica intitolata _Magni Presbyteri_, presso Pertz, _Scriptores_, XVII, 511, la quale inserisce una relazione contemporanea.
[394] _Gesta regis Henrici II_, attribuite a Benedetto abate di Petersborough, edizione di Stubbs, Londra, 1867, tomo II, p. 199. Si vegga la pag. xlvij della Prefazione, nella quale il dotto editore dimostra che questa parte fu scritta verso il 1192. Lo squarcio era stato pubblicato prima, sotto il nome di Brompton, nell’_Historiæ Anglic. Script._, Londra, 1652, I, 1218.
[395] Eustazio di Tessalonica, Opuscula, Francoforte, 1832, pag. 292, 294, e nella edizione di Bonn, 1842, pag. 457, 464, 466.
[396] Nel testo d’Imâd-ed-dîn leggiamo “che i Cristiani messero su le gerkh” e “spianarono le _zambûrek_.” Della prima di coteste armi si è fatta menzione nell’assedio di Alessandria. La seconda è citata da Behâ-ed-dîn, edizione di Schultens, pag. 150 e da Reinaud, _Extraits_, etc. pag. 416.
[397] Paolo Santini da Duccio, nel bel ms. della Biblioteca imperiale di Parigi, pubblicato in parte da MM. Reinaud et Favé (_Du feu gregeois_, etc., Paris 1849 in -8) dà la figura del _mantellectus_ del XIV secolo, un asse cioè, inclinata a 45° e sostenuta da due fiancate triangolari, in forma di leggìo, dietro la quale riparavasi il soldato. Traduco mantelletti la voce _giafati_ che si legge in Imâd-ed-dîn e con lieve variante in Ibn-el-Athîr. Questi nomina inoltre le _târakîa_, che M. Reinaud, con l’approvazione di M. De Sacy (_Chréstomathie Arabe_, tomo I, pag. 273, della 2ª edizione) credette analogo a θώραξ. Ma qui evidentemente non si tratta di corazze, e se pure quel vocabolo greco diè origine all’arabico, variò in questo il significato, vedendosi nel _Vocabulista Arabico_ della Riccardiana resa “scutum” la voce _Derak_ o _Tarak_. Credo sia appunto la nostra “targa”, ossia scudo grande del medio evo. E questo si adatta molto meglio che corazza, nel luogo di Makrizi, citato da M. De Sacy. Si riscontri Quatremère, _Histoire des Mongols de la Perse_, tomo I, pag. 289. Imâd-ed-dîn, in luogo di questa voce, ne mette due, cioè _tirds_ “scudi” e _satâir_, che mi par usato genericamente per significare “ripari”.
[398] Si confrontino: ’Imâd-ed-dîn da Ispahan e il suo compendiatore Abu-Sciama-el-Mokaddesi, nella _Biblioteca arabo-sicula_, testo, pag. 205 segg. 337 segg. e Ibn-el-Athîr, anno 584, op. cit., pag. 312 segg. e nella ediz. del Tornberg, tomo, XII, pag. 2 segg. M. Reinaud ha dato un cenno di cotesto racconto ne’ suoi _Extraits.... relatifs aux Croisades_, pag. 226-227.
[399] _Gesta regis_, etc. attribuita a Benedetto di Petersborough, dianzi citata, tomo II, pag. 175, 180. Si confronti quel testo con Ruggiero de Hoveden.
[400] Si confrontino: la continuazione francese di Guglielmo di Tiro, lib. XXIV, cap. 7, nel _Recueil des historiens des Crosaides_, _Historiens Occidentaux_, tomo II, pag. 114-115 e la citata _Gesta regis Henrici II_, attribuita a Benedetto abate di Petersborough, tomo II, pag. 133, alla quale corrisponde Ruggiero de Hoveden, presso Caruso,_ Bib. Sic._, pag. 960.
[401] _Gesta regis Henrici II_, or or citata, II, 54. Come si ritrae dalla prefazione dello Stubbs, l’autore anonimo era informatissimo degli affari della corte inglese, negli ultimi tempi di Arrigo II e ne’ primi di Riccardo. Il qual principe avendo passato l’inverno del 1190-1 in Messina, dove ei conobbe Margarito, e la state seguente all’assedio d’Acri, i suoi intimi doveano sapere benissimo que’ fatti recenti dell’armata siciliana ne’ mari di Palestina. Ecco le parole del cronista: “Eodem vero anno, quidam vir potens et terra et mari, natione Sigulus (siculus), nomine Margaritus, per auxilium domini sui Willelmi regis Siciliæ, profectus cum quingentis galeis bene munitis, et viris bellicosis et victu et armis, in auxilium Cristianorum, et vias maris tanta calliditate obstruxit, quod Sarracenis qui Acram civitatem et cæteras terræ Jerusalem civitates et munitiones circa maritima occupaverant, nullus securus patebat egressus. Contigit autem quadam die, quod dum milites et servientes Saladini veherent arma per mare, et victualia ad subventionem filii Saladini et familiæ suæ qui erant apud Acram, occurrit eis predictus Margaritus cum suis; et commisso cum eis prœlio, illos devicit et omnes interfecit.” Il numero di 500 galee è sbagliato evidentemente dal copista, che dovea scrivere 50.
Il compendio delle Crociate per Ahmed-ibn-Alì-el-Harîri, ms. della Bibl. imp. di Parigi, _Suppl. Arabe_, 1905 attesta che le forze siciliane si trovavano all’assedio d’Acri il 585 (1189) insieme con quelle di Costantinopoli, Roma, Genova, Pisa, Majorca, Rodi, Venezia, Creta, Cipro e Lombardia.
[402] Eustazio, _De Excidio Thessalon._, edizione di Francoforte, pag. 282, e di Bonn, pag. 421.
[403] Riccardo da S. Germano in principio della Cronica.
[404] Ibn-Giobair, testo e traduzione francese, nel _Journal Asiatique_ di dicembre 1845 e gennaio 1846 e traduzione italiana nell’_Archivio Storico_, Appendice, nº 16.
[405] Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 531.
[406] _Constitutiones Regni Siciliæ_, lib. I, titolo 45, 68, lib. III, tit. 83.
[407] _Decretales Gregorii_, libro V, titolo xvij, cap. 4. “De raptoribus”, pag. 1728 della edizione di Roma, 1632.
[408] Ibn-Giobair, op. cit.
[409] La prova di ciò è in tutti i fatti narrati ne’ capitoli di questo libro V.
[410] Ibn-Giobair, op. cit.
[411] Si vegga qui appresso a pag. 541, il cenno sopra Ibn-Kalakis.
[412] Ibn-Giobair, op. cit.
[413] Ibn-Giobair, op. cit.
[414] Si vegga il Cap. vj del V libro, pag. 159 di questo volume.
[415] Ibn-Giobair, op. cit.
[416] Si vegga la nota 2 della pag. 532.
[417] Epistola detta _Itinerario di Gherardo_, inserita nella _Chronica Slavorum_ di Arnoldo di Lübeck, lib. VII, cap. 10 della edizione del 1659. Nella raccolta del Pertz, _Scriptores_, XXI, 103, e 235, nota 77, il dotto editore Sig. Lappenberg, corregge il nome dell’autore dell’epistola, e pone l’ambasceria nel 1175.
[418] Lib. V, cap. ix, pag. 262 segg. di questo volume.
[419] Edizione di Francoforte, pag. 283, e di Bonn, pag. 422.
[420] Pag. 304 dell’una e 504 dell’altra ediz. Il testo ha uomini τοῦ ρὶζικου. Si vegga questa voce nel dizionario greco del Ducange, secondo il quale la significazione primitiva sarebbe stata “gitto del dado,” indi “sorte, fortuna.” Parmi che il sig. Tafel nel suo _Komnenen und Normannen_, Stuttgard, 1870, pag. 196, abbia ristretto troppo il significato traducendo _Freibeuter_ e corsari.
[421] Ἀμερᾶς. Si aggiunga alle citazioni che ho date nel cap. primo del presente libro, pag 351 del volume.
[422] Pag. 296 dell’una e 472, 473 dell’altra edizione.
[423] Op. cit., pag. 301 e 492.
[424] Orazione inaugurale, tra gli opuscoli della citata edizione di Francoforte, pag. 157.
[425] Op. cit., pag. 285, della prima edizione e 430 dell’altra.
[426] In questo medesimo capitolo, pag. 508.
[427] Diplomi del 23 aprile e 6 maggio 1284, citati nella mia _Guerra del Vespro Siciliano_, cap. X, edizione del 1866, tomo I, pag. 383 in nota.
[428] Eustazio, op. cit. p. 285 della prima ediz. e 431 dell’altra. Il traduttore latino qui ha reso “zolfo” la voce συρφετὸς, piuttosto, com’io credo, per conghiettura, che per l’autorità di altri esempii. Il vocabolo ch’io uso, corrisponde in Toscana al “pulvis stercoribus permixtus” che danno i lessici greci, insieme con quello di spazzature e di polvere delle strade; la quale in Sicilia si chiama appunto così (_pruvulazzu_).
Debbo avvertire che, consultato su quel vocabolo il dotto professore Comparetti dell’Università di Pisa, ei mi conferma nell’opinione che non s’abbia a intendere zolfo; ma crede che qui significhi _spazzature di combustibili_, come sarebbero trucioli di legno e simili: quelle materie appunto che si adoperavano nelle mine, secondo gli antichi poliorcetici greci. Tuttavia mi resta il dubbio che, appo i Greci del XII secolo, le _spazzature_, tecnicamente dette, fossero di qualche sostanza incendiaria, di quelle note nel medio evo sotto il nome generico di fuoco greco. Ed ho voluto accennare a tal supposto, perchè ulteriori ricerche o nuovi testi, possano rischiarare questo punto di erudizione tecnica.
Su l’antico uso delle composizioni incendiarle di salnitro e zolfo, o vogliam dire polvere da sparo imperfetta, si vegga l’opera di MM. Reinaud et Favé, intitolata _Du Feu Gregeois_, etc., e il cap. ij di questo medesimo nostro libro, pag. 367 del volume, nota 1.
[429] Si vegga il lib. V, cap. vj e ix, pag. 173 e 263 di questo volume.
Il divario tra i nomi di Abu-l-Kâsim e Ibn-abi-l-Kâsim non fa alcuna difficoltà, perchè gli Arabi soleano scorciare così fatte appellazioni. Ne abbiamo un esempio vicino nei Beni Khorasân di Tunis, il qual casato correttamente si addomandava de’ Beni-abi-Korasân. Si vegga il capitolo ij di questo libro, pag. 429 del volume, nota 1.
[430] Si vegga nel principio di questo stesso capitolo la pag. 500.
[431] Ibn-Giobair, op. cit.
[432] “Il figlio della rupe”, ossia l’acqua, simbolo di beneficenza. Si confrontino: Ibn-Khallikân, _Biografia degli illustri Musulmani_, testo, nella edizione del Wüstenfeld, IX, 67, vita, nº 772, e X, 64, vita nº 815; ed Hagi-Khalfa, _Dizionario bibliografico_, III, 545, nº 6680. Ho ristampati i testi nella _Biblioteca arabo-sicula_, pag. 631, 643, 702.
[433] Si vegga la mia prefazione al _Solwân-el-Motâ’_ d’Ibn-Zafer, pag. XXIV segg.
[434] Op. cit., pag. 2, 3.
[435] _Liber Jurium Reipub. Januens._, tomo I, pag. 463, n. CCCCXXXVII, nei _Monumenta hist. patriæ_.
Il testo ha _domum_ ed io traduco “palazzo” perchè la “casa” donata in Messina per lo stesso diploma, era stata quella di Margarito, cioè il palagio dove soggiornò Riccardo Cuor di Leone il 1190-91; la casa donata in Siracusa era quella di Gualtiero di Modica già grande ammiraglio; il fabbricato donato in Napoli, era il fondaco regio _in porta Morizini_, etc. Questo importante documento uscì alla luce la prima volta nella _Hist. Dipl. Friderici II,_ tomo I, 66.
[436] Si vegga la citazione a pag. 173, del presente volume, nota. 1.
[437] Presso Caruso, _Bibl. sic._, pag. 404, 405. Questa e le altre edizioni mettono a capo della Storia la citata epistola, la quale evidentemente fu scritta molto tempo dopo quella. E si legge dopo la Storia nel bel ms. della _Bibl. imp. di Parigi_, S. Victor, nº 164.
[438] L’autore non solamente dice e replica ch’egli scrivea “quando le tepid’aure” sottentravano alla neve ed al gelo, ec. Egli accenna anco alla occupazione della Puglia, di che gli duole un tantino, ma la sopporta purchè i Tedeschi non passino nell’isola. E continua: “Atque utinam Constantia cum rege Teuthonico, Siciliæ fines ingressa, perseverandi constantiam non haberet, nec ei detur copia Messanensium agros aut Aetnæi montis confinia transeundi!” Eccoci dunque al giugno 1190; poichè egli è noto che Arrigo mandò l’Arcivescovo di Magonza allo scorcio d’aprile e che il maresciallo imperiale di Toscana passò i confini del regno di Puglia in maggio. Nè Costanza, nè Arrigo erano con quell’esercito; ma si capisce che potea correrne la nuova o potea l’autore supporre la presenza dei due principi o anche fingerla tra le sue favorite ipotiposi; se pur non lo strascinò il bisticcio che gli veniva tra’ piedi col nome di Costanza.
Nè si dica che l’autore vivendo in qualche monastero di Francia o d’Inghilterra, dovesse sapere le notizie di Sicilia da una stagione all’altra. Nel medio evo i monasteri erano appunto gli emporii del mondo, e i frati ne andavano in traccia come i giornalisti d’oggidì.
[439] Si vegga il cap. iv di questo libro, pag. 485 segg. del volume.
[440] “Panormi oritur inter Christianos et Sarracenos dissentio. Sarraceni, multa suorum strage facta, exeunt et inhabitant montana.” Così l’Anonimo cassinese, anno 1189 presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 514. Similmente Riccardo da S. Germano scrisse.... “quinque Sarracenorum regulos, qui ob metum Christianorum ad montana confugerant.” Pietro d’Eboli, dopo aver chiamata Palermo città trilingue, dice de’ tumulti che scoppiarono:
_Scismatis exoritur semen in urbe Ducum:_ _In sua versa manus præcordia, sanguinis hausit_ _Urbs tantum, quantum nemo referre potest._
[441] Si vegga il cap. iv di questo libro, pag. 488 del volume. Credo che M^r De Cherrier sbagli supponendo che i Musulmani minacciarono Catania, _Lutte des papes_, etc., lib. I, cap. V, pag. 216 della 2ª edizione. Il fatto di Catania fu ben diverso e seguì nel 1194, come si vedrà più innanzi.
[442] _Gesta Regis Henrici_, etc., edizione Stubbs, Londra, 1867, vol. II, pag. 141. Cotesta cronica, attribuita a Benedetto abate di Peterborough che la fece copiare, fu scritta, come pensano gli eruditi, a corte di Riccardo Cuor di Leone; e però ha autorità, non solamente di contemporanea, ma ancora di conterranea pei fatti siciliani del 1190, quando Riccardo passò parecchi mesi in Sicilia. Leggonsi a un dipresso le medesime parole in Ruggiero de Hoveden (presso Caruso _Bibl. sicula_, pag. 965) il quale inserì quella cronica nella sua, con parafrasi, mutazioni ed aggiunte, e, sendo contemporaneo anch’egli, rafforza la testimonianza col fatto stesso del plagio.
[443] Anno 1190, presso Caruso, op. cit., pag. 547.
[444] _Gesta Regis Henrici_ e Ruggiero de Hoveden ll. cc.
[445] Si confrontino Riccardo da San Germano e le _Gesta_ II. ec.
[446] Presso Pirro, _Sicilia sacra_, pag. 1132, il quale afferma aver copiato l’autentico diploma. Questo è citato in un altro della imperatrice Costanza dato d’ottobre 1198 o 1199, nella _Historia Diplomatica Friderici Secundi_, I, 12.
[447] Si vegga il gran lavoro di M^r De Cherrier, _Histoire de la lutte des papes et des empereurs de la Maison de Souabe_, lib. I, cap. 5 segg.; la monografia del dottor Teodoro Toeche, _De Henrico VI. Romanorum imperatore. Normannorum regno sibi vindicante_, Berlino 1860; e le critiche di questo dotto opuscolo fatte dal Sig. Adolfo Cohn nel _Forschungen zur deutsche Geschichte_, tomo I, pag. 437 segg. e dal Sig. Otto Hartwig, nel _Selzer’s Monats’blätter_ di Marzo 1862.
Quanto agli scrittori contemporanei, oltre le antiche edizioni, si possono ora confrontare quelle del Pertz (fino al tomo XXII) e le recenti edizioni delle _Gesta Regis Henrici_ e dello Hoveden (tomo I) pubblicate a Londra del professore Stubbs. La raccolta del Pertz, inoltre, schiude alcune sorgenti che furono ignote ai compilatori della storia di Sicilia.
[448] Non è superfluo avvertire che il prof. Stubbs, dando nella edizione delle _Gesta_, ec., II, 133, il capitolo sulle negoziazioni di Riccardo Cuor di Leone con Tancredi, ha ben corretto _salmas_ la voce _salines_ e spiegata _tari_ nel glossario, (II, 257) la voce _terrins_, ch’era stata variamente alterata e perfino ridotta a _terris_; le quali voci il Caruso (_Bibl. sic._, pag. 960) avea lasciate tal quali, ancorchè la prima indicasse evidentemente una misura di frumento, e la seconda non potesse denotare altro che piccole monete, poichè 1,000,000 di quelle tornava, secondo lo stesso luogo del cronista, a 20,000 once d’oro.