Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II

Part 43

Chapter 433,581 wordsPublic domain

[313] Si confrontino: Ibn-Sahib-es-Selât; Ibn-el-Athir; Marrekosci; il _Baiân_; Tigiani; il _Kartâs_; Abulfeda; Ibn-Khaldûn; Zerkesci; Ibn-abi-Dinâr, nella _Bibl. ar. sicula_, testo, pag. 197, 303-308, 319-320, 374, 401-402, 403-404, 417, 504-506, 523, 540, e l’_Holâl-el-Mauscîah_ ec. (il Pallio variopinto che ricorda gli avvenimenti di Marocco) compendio anonimo, scritto l’anno 783 dell’egira (1381-2) Ms. della Bibl. imp. di Parigi. _Ancien fonds_, 825, pag. 116. Non cito il Nowairi perch’egli copia letteralmente Ibn-el-Athir in questi capitoli. Di cotesti scrittori ho notate alcune differenze. L’_Holâl_ inoltre attribuisce agli ambasciatori del presidio cristiano appo Abd-el-Mumen, l’adulazione di avergli detto ch’egli era appunto il predestinato alla monarchia universale di che parlavano i loro libri. Del racconto di Tigiani abbiam anco una traduzione francese di M. Alph. Rousseau, nel _Journal Asiatique_ di febbraio 1853, pag. 209 segg. I capitoli più importanti d’Ibn-el-Athir sono stati tradotti in francese dal baron De Slane, nella _Histoire des Berbères_ d’Ibn-Khaldûn, tomo II, Appendice, pag. 585 segg. Similmente i luoghi d’Ibn-Khaldûn, che abbiam citati nel presente Capitolo, si trovano nella citata versione di M. De Slane, tomo II, pag. 38, 39, 193. Il Conde, _Dominacion de los Arabes en España_, Parte III, cap. xliv, narra distesamente questa impresa di Mehdia, con alcuni de’ particolari notati da noi ed altri che non troviamo ne’ nostri testi. Ma la compilazione del Conde non può tener luogo de’ testi che ci mancano.

Degli autori cristiani son da vedere il Falcando e Romualdo Salernitano, sì discrepanti l’un dall’altro, il primo nel Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 420, 421, il secondo in Muratori, _Rer. Italic._, VI, 199, e presso Pertz, _Scriptores_, XIX, 429.

[314] Si confrontino il Falcando e Romualdo Salernitano, presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 412 segg., 419, 421, 865, 866.

[315] Di questa sola ragione d’economia fa parola il Falcando, op. cit., pag. 421.

[316] Questo rimprovero l’ho aggiunto io. Pietro era forse caduto in disgrazia o tenuto com’oggi diremmo “in disponibilità.” Ma tornò ben in favore a capo di due anni.

[317] Falcando, op. cit., pag. 135.

[318] Si confrontino sempre Falcando e Romualdo Salernitano.

[319] Si confrontino Falcando e Romualdo Salernitano, op. cit., pag. 434 segg., ed 866.

[320] Imâd-ed-dîn, nella _Kharida_, testo nella _Bibl. ar. sicula,_ pag. 599, dice che “l’ammazzarono i Franchi di Sicilia dopo l’anno 550 (1155-6) nella carnificina ch’ei fecero dei Musulmani.” Mi pare da riferir questo caso alla sedizion di Palermo, piuttosto che alla proscrizione che fecero non guari dopo i Lombardi nell’interno dell’isola.

[321] Ibn-Bescrûn, citato da Reinaud, _Géographie d’Aboulfeda_, Introduzione, pag. CXXI. Il titolo era: _Rudh-el-Uns wa Nozhat-en-Nofs_, ossia “Giardini dell’Umanità e diletto dell’anima.”

[322] Si confrontino sempre il Falcando e Romualdo.

[323] Falcando, op. cit., pag. 440. Ne fa cenno appena Romualdo, op. cit., pag. 868. Si ricordi ciò che abbiam detto di Ruggiero Schiavo e delle popolazioni lombarde nel libro V, cap. viij, pag. 222 seg., 226 segg., di questo volume.

Si noti che Butera fu sempre feudale, e che Piazza era stata tenuta, come qui dice il Falcando, dal padre di Ruggiero Schiavo, cioè il conte Simone, figlio di Arrigo, dei marchesi Aleramidi.

[324] Falcando, op. cit., pag. 442.

[325] Op. cit., pag. 444-445.

[326] Nei principii del regno di Guglielmo il Buono, quand’egli arbitro dello Stato se n’era fuggito in Affrica per paura de’ baroni nemici suoi, il Conte di Gravina lo chiamò dinanzi la regina “servum saracenum qui stolium dudum prodiderat.” Falcando, op. cit., pag. 454.

[327] Falcando, op. cit., pag. 448.

[328] Abd-el-Mumen fu dei più grandi uomini di Stato de’ suoi tempi; dotto anco nelle scienze filosofiche e nelle matematiche, come il prova una sua compilazione delle vere o supposte lezioni del Mehedi, che fondò primo la potenza almohade; la quale opera si trova manoscritta nella Biblioteca imperiale di Parigi, _Supplément arabe_, n. 238. Abd-el-Mumen, presa Mehdia, fece fare un catasto dell’Affrica settentrionale, misurar la superficie in parasanghe quadrate, dedurre un terzo pei monti, i fiumi e le paludi, e impose, in ragione della superficie rimanente, una tassa che le tribù dovean pagare in grano o in moneta. Ei cominciò a tramutare in Spagna i feroci Arabi d’Affrica. Fece allestire, dicono, 700 navi; fabbricare 10,000 quintali di saette ogni dì; scrivere 500,000 uomini, ec. Su questi preparamenti si vegga Ibn-el-Athîr, anni 555, 558, edizione del Tornberg, tomo XI, pag. 162 segg., 191 segg. del testo; Marrekosci, testo, pag. 168; _Kartâs_, edizione del Tornberg, testo pag. 129, 131, 132, e versione, 174, 176, 177; e Ibn-Abi-Dinâr (El-Kairouani) versione francese, pag. 196.

[329] Si confrontino: il _Baiân_, anno 558, e Tigiani, entrambi nella _Bibl. ar. sicula_, testo, pag. 374 e 378, 379.

Il primo pone la data, dice d’uno sbarco di Rûm in generale, del novello “caso,” com’ei lo chiama, di Mehdia e dell’occupazione di Susa; il secondo fa menzione del governatore che avean messo gli Almohadi a Susa dopo che s’impadronirono di Mehdia, e poi accenna alle stragi, rapine e cattività di que’ di Susa ed a’ prigioni riportati in Sicilia dall’armata. Indi non è dubbia la identità del fatto.

[330] Falcando non dà il nome del palagio. Il testo di Romualdo ha _Lisam_, nelle edizioni antiche; ma quella di Pertz, _Scriptores_, XIX, 434, dà più correttamente _Sisam_, con l’avvertenza in nota “Hodie Cisa,” la quale lezione rende forse la pronunzia all’orecchio di qualche straniero, ma io non l’ho mai vista in alcuna scrittura nostrale. Al contrario, i diplomi latini del XIII e XIV secolo ed una cronaca anch’essa del XIV, hanno _Zisa_, e _Asisia_, ed un diploma del 1238, presso Mongitore, _Sacrae domus Mansionis_.... Monumenta, contien la concessione d’un terreno _in regione Assisii_, al mascolino. Finalmente avverto che l’aggettivo _El-’Azîz_, anche al mascolino, poichè si sottintende _El-Kasr_ (il palagio), occorre in fin della iscrizione arabica della sala terrena, pubblicata dal Morso, _Palermo Antico_, 2ª edizione, pag. 184. Ma di ciò mi propongo di trattar più lungamente nel Cap. xj del presente libro. Notisi intanto che la lezione Sisa, risponde precisamente alla trascrizione del nome Abd-el-’Azîz, il quale in un diploma del 1239, nel registro dell’imperator Federigo II, ediz. del Carcani, pag. 398, è scritto Abdellasis.

[331] Si confrontino sempre Falcando e Romualdo, nell’op. cit., pag. 448, 449 e 870, 871. Anche nelle piccole cose si dimostra la nimistà dell’uno e lo studio cortigiano dell’altro. Falcando, per esempio, si compiace a notare che Guglielmo non arrivò a veder finita l’opera della Zisa; Romualdo la fa credere compiuta, e parla più largamente delle acque e de’ giardini di quel sito reale, de’ mosaici aggiunti da Guglielmo nella Cappella palatina, ec.

[332] Ho corretto il giorno della morte secondo la Cronica Cassinese e il libro mortuario dello stesso monastero, presso Caruso, op. cit., pag. 512 e 522.

[333] La parte presa dalle donne, secondo il Falcando, nelle esequie di Guglielmo I, somiglia perfettamente a quella che è attribuita loro nei funerali di Malek Salih al Cairo (1249) in un luogo d’Abu-l-Mehasin, del quale M. Quatremère ha dato testo e traduzione nella _Histoire des Sultans Mamlouks_, tomo I, parte II, pag. 164. Per parecchi giorni le schiave andavano per le strade battendo i cembali, e le gentil donne le seguian senza velo, piangendo e picchiandosi il volto.

[334] Si veggano i fatti nel Falcando, presso Caruso, _Bibl. sic._, pag. 451 a 453.

Non mi pare inverosimile che alcuno di cotesti provvedimenti sia stato comandato nel testamento di Guglielmo I. Almeno un passo del Falcando, op. cit., pag. 454, prova che l’eunuco Pietro era stato emancipato nel testamento e che fu confermata la manomissione dai reggenti.

[335] Si vegga il cap. III di questo medesimo libro, pag. 432, 433, 439 del volume.

[336] I diplomi arabi e greci di Sicilia che stamperà il prof. Cusa di Palermo, daranno larga materia ad osservazioni di questa natura. Intanto io voglio notare un esempio, tolto dal diploma arabico di Morreale del 1182, del quale mandommi copia il lodato professore, e la traduzione latina si trova nel Lello (Michele del Giudice) _Descrizione del real Tempio.... di Morreale_, Appendice dei _Privilegii e Bolle_, pag. 8 e segg. In questo diploma la voce _hârik_, ordinariamente usata in Sicilia col significato di collina, è tradotta “terterum”, voce francese latinizzata; il nome di luogo _Descîsc_ è trascritto “Dichichi”; _el-Andalusin_ (gli Spagnuoli) “Hendulcini”; _Giabkalîn_, “Chapkalinos”, ec.

[337] Quello che or si dice dell’Albergaria.

[338] Presso Caruso, _Bibl. sicula_, pag. 454 e 872. L’arcivescovo, ch’era partigiano dell’eunuco, confessa che costui insieme con altri, fuggì “et ad regem de Maroccho veniens, multam secum pecuniam transportavit.” Si vede dal Falcando che l’accusavan anco di aver portato seco le insegne reali, ma la regina affermò non essere stato tocco il tesoro regio.

[339] Ibn-Khaldûn, _Prolegomeni_, testo arabico di Parigi, parte II, pag. 37, 38 e nella _Bibl. arabo-sicula_, pag. 462, e versione francese del baron De Slane, parte II, pag. 43. Lo stesso autore, nella Storia dei Berberi, testo arabico di Algeri, tom. I, pag. 326 e versione del baron De Slane, II, 208, dice che il 581 (1185-6) il califo almohade Jakûb, sapendo la mossa d’Ibn-Ghania sopra Costantina, mandò contro di lui l’armata capitanata da Mohammed-ibn-Abi-Ishak-ibn-Giâmi’, insieme con Abu-Mohammed-ibn-’Atusc, e con Ahmed-Sikilli, e che quest’ultimo _kaid_, con la sua squadra prese Bugia.

[340] Applicato il diritto de’ tempi al racconto d’Ibn-Khaldûn, ognun vede che il giovanetto Ahmed era venuto schiavo in Sicilia. Ora il Falcando attesta precisamente ch’egli fosse tenuto tale a corte, dicendo che il conte di Gravina, saputa la sua fuga, rimproverò alla regina vedova la stoltezza d’avere innalzato a tanta potenza un servo saraceno che aveva già tradita l’armata; ed aggiunse esser anzi maraviglia ch’ei non avesse fatti entrare occultamente i Masmudi nella reggia, per portar via il re con tutto il tesoro. Il conte di Molise partigiano di Pietro, negava che costui fosse servo, quando Guglielmo I l’aveva emancipato nel testamento e il nuovo re e la regina aveano confermata l’emancipazione. Presso Caruso, _Bibl. sic._, pag. 454.

[341] Si vegga su questa nobile famiglia, Gilles Bry, _Histoire du pays et comté du Perche_, Paris, 1620, in-4. Il territorio della contea di Perche rispondea quasi a quello degli odierni dipartimenti di Orne ed Eure et Loir.

[342] Si leggano: Petri Blesensis _Epistolæ_;, n^i 10, 46, 66, 90, 93, alcune delle quali ristampò il Caruso, op. cit., pag. 489, 501; Thomæ Canterburiensis _Epistolæ_, lib. I, ep. 56, 57, 58, della edizione di Bruxelles, 1682; Epistole di Giovanni da Salisbury, dal Codice Vaticano, lib. II, epistola 61 e lib. III, ep. 80, presso Baronio, Annales, anno 1168, §62, e si confronti anno 1169, §2; Epistola nº 2 di Lodovico VII di Francia a Guglielmo II di Sicilia, anno 1169, nella _Collection de Documents inédits sur l’histoire de France_, Série 1. _Lettres des Rois_, etc., tomo I, Paris, 1839, pag. 3. Questa lettera fu mandata alla corte di Palermo per un Teobaldo priore di Crépy, _procuratore_ del _monistero di Cluny_, al quale dovea servire di credenziale presso Guglielmo II.

[343] «Panormitani.... multos apud eum accusaverunt apostates de Christianis Saracenos effectos, qui sub eunuchorum protectione diu latuerant.» Così il Falcando, op. cit., pag. 461. Mi par si debba intendere de’ Musulmani già fatti Cristiani, non già di Cristiani nati, dei quali se alcuno mai si fece musulmano, il caso doveva essere rarissimo in quel tempo.

[344] Op. cit., pag. 463.

[345] _Gaytum Sedictum_, nelle edizioni del Falcando. I buoni mss. della Biblioteca imperiale di Parigi, _Mss. latins_, 5150 e 6262, e _Saint-Victor_, 164, hanno “Se dictum.” Mi sembra migliore la prima lezione che si avvicinerebbe ai nomi di _Siddik_ ovvero _Sadâka_, non venendomi alla memoria alcuno che si potesse pronunziare _Se_.

[346] La via Marmorea è quasi la stessa ch’or si chiama il Cassaro; ma nel XII secolo la parte più alta di quella tornava al tratto che corre dal Collegio Nuovo all’odierno palagio arcivescovile, poichè la Piazza della reggia era allora in gran parte occupata dall’_Halka_, della quale si è detto nel lib. V, cap. V, pag. 136, 137, di questo volume.

La Via Coperta, che conducea dall’antica reggia all’antico duomo, rispondeva alla contrada che or giace sotto il piano del Papireto.

[347] I fatti si ritraggono confrontando il Falcando, partigiano, non cieco però, di Stefano, e Romualdo Salernitano che fu de’ congiurati. Si vegga anco Guglielmo di Tiro, lib. XX, cap. 3.

[348] Op. cit., pag. 486.

[349] Romualdo Salernitano, presso Caruso, op. cit., pag. 898-899.

[350] Abu-Sciama-el-Mokaddesi, nella _Biblioteca arabo-sicula_, testo, pag. 336. Si riscontri Reinaud, _Extraits.... relatifs aux Croisades_, pag. 184, secondo il quale la epistola fu scritta il 1182.

[351] Confrontisi: Ibn-el-Athîr, anno 565, testo del Tornberg, tomo XI, pag. 231 e Makrizi, _Mowa’iz_, testo di Bulâk, tomo I, pagina 214-215. Compendiò entrambi il Reinaud, _Extraits.... relatifs aux Croisades_, pag. 143-144.

[352] Questa impresa del Jemen è narrata da Ibn-el-Athîr, anno 569, testo del Tornberg, XI, 260 segg.

[353] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 569, testo, nella _Biblioteca arabo-sicula_, pag. 308 segg. e nell’edizione del Tornberg, tomo XI, 292; Ibn-Khaldûn, op. cit., pag. 506 segg.; Ibn-Khallikân nella vita di questo Omâra, versione inglese del baron De Slane, tomo II, pag. 367. M. Reinaud, negli _Extraits.... relatifs aux Croisades_, pag. 172, dà la traduzione francese di uno squarcio d’Ibn-el-Athîr.

[354] Si vegga, per questa data, la nota che ponghiamo in fine del racconto.

[355] Questa particolarità è aggiunta da Ibn-el-Athîr. Secondo Ducange, quel vocabolo, composto del nome etnico e di ποῦλος che in greco de’ bassi tempi significò “figlio”, par abbia designato in origine i figli de’ mercenarii turchi dell’impero bizantino. Poi si addimandarono così i soldati palatini di Alessio Comneno; e i Cristiani di Siria dettero tal nome a’ cavalleggieri. L’appellazione pareva appropriata, per tutti i versi, a’ Musulmani che militavano sotto le bandiere della Sicilia.

[356] Lo stato delle forze si ritrae dalla lettera di Saladino. Ibn-el-Athîr quasi la copia; Ibn-Khaldûn accresce i cavalli a 2500; Makrizi dice le galee 260; il qual numero io accetto, per la grande accuratezza di quello scrittore nelle cose dell’Egitto e perchè meglio corrisponde ai 50.000 uomini.

[357] Behâ-ed-din, narrando l’assedio di San Giovanni d’Acri per Barbarossa, descrive la _debbâba_ de’ Cristiani: grande struttura di legno, vestita di lamine di ferro, mobile su ruote, montata da molti combattenti, armata di una trave che terminava in un collo con capo di ferro, e chiamavasi “montone”, la quale, mossa da molti uomini, percotea le mura. Dice egli anco d’una macchina simile che consisteva in una tettoia, sotto la quale gli uomini moveano una trave armata d’un ferro in forma d’aratro; e questa chiamavasi “gatto.” _Vita Saladini_, pag. 141, 143.

_Debbâba_ è traduzione di “testuggine.”

Si vegga anco Reinaud, _Extraits_, etc., pag. 291-292. Nell’impresa de’ Siciliani sopra Alessandria occorrono simili denominazioni. La somma della lettera di Saladino, distinguendo i varii corpi dell’esercito siciliano, nomina “gli artefici delle torri e delle _debbâba_.” Poi nella narrazione dell’assedio leggiamo: “e rizzarono tre _debbâba_ coi loro _kebasc_ (che vuol dir “montone”).... le quali _debbâba_ somigliavano a torri, sì grosso era il legname, sì maravigliosa l’altezza e la larghezza, e sì grande il numero degli uomini che le montavano.”

[358] Nella somma della lettera di Saladino che ci dà Abu-Sciama-el-Mokaddesi, leggiamo d’un Ibn-el-Bessâr ucciso nel primo assalto da un dardo di _gerkh_. Op. cit., pag. 333-334. Nella vita di Saladino occorre il plurale _giurûkh_.

[359] Ai tempi di Edrîsi, il faro sorgeva a un miglio dalla città per mare e tre per terra. Versione de’ signori Dozy e De Goeje, pag. 166.

[360] La saldezza delle mura di Alessandria è attestata da Edrîsi, l. c.

[361] Le lasciaron chiuse, dice il sunto della lettera di Saladino, coi _kosciûr_. Il singolare _kiscr_ significa “scorza, corteccia” e però ho messo il significalo di “imposte” che non trovo ne’ dizionarii. Par che abbiano alzate quelle che noi diciamo saracinesche, le quali si poneano a varie distanze dentro la lunga volta d’una porta di città o fortezza, ed abbian lasciata socchiusa la porta esteriore.

[362] Dalla somma della lettera di Saladino parrebbe ciò avvenuto il secondo giorno di combattimento; ma di certo v’ha errore, poichè nello stesso squarcio si dice che lo spaccio _era arrivato_ a Saladino il _martedì_ che fu il _terzo_ giorno dello sbarco (e secondo di combattimento) e il corriere di Saladino ad Alessandria il _quarto_ dello sbarco (e terzo di combattimento) che fu il _mercoledì_. Ibn-el-Athîr dice espressamente fatta la sortita il terzo giorno di combattimento.

[363] Ibn-el-Athîr, dal quale sappiamo la spedizione di questo corriere, dice che arrivò “lo stesso giorno della partenza.”

Fâkûs giace sull’estremo braccio del Nilo verso levante, ai confini del deserto di Suez, poco lungi dal lago Menzaleh.

[364] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 570, nella _Biblioteca arabo-sicula_, testo, pag. 310 segg. e nella edizione del Tornberg, XI, 272 seg.; Abu-Sciama-el-Mokaddesi, nella stessa _Biblioteca_, pag. 332 segg., il quale dà la somma di una lettera scritta da Saladino ad un suo emir in Siria; Ibn-Khaldûn, op. cit., pag. 508; Makrizi nella stessa _Biblioteca_, pag. 518 dove la prima data si corregga 569. Nel _Mesciâri-el-Ascwâk_, ediz. di Bulâk 1242 (1826-7) pag. 196, 197, è un compendio dello stesso racconto di Abu-Sciama e d’Ibn-el-Athîr. Ne fa anche parola un contemporaneo, nell’opera geografica posseduta dalla _Bibl._ imperiale di Parigi, _Suppl. Arabe_, 966 bis, foglio 47 verso. Behâ-ed-din, _Vita Saladini_, edizione di Schultens, cap. XII, pag. 41, dà un cenno di questa impresa de’ Franchi, senza dir ch’e’ fossero que’ di Sicilia. Aggiunge ch’essi ritiraronsi dopo tre giorni con gravi perdite; dà loro 600 legni e trasporta la data al mese di sefer 570 (settembre 1174). Oltre le teride e le galee, l’autore qui nomina le _botse_, ch’è alterazione della nostra voce “buzzo.”

Per lieve che sia, non è da passare sotto silenzio uno sbaglio di cronologia de’ compilatori musulmani. Abu-Sciama, il quale trascrive il testo perduto di ’Imâd-ed-din, dice in principio sbarcati i Siciliani la domenica, 26 dsu-l-higgia 569 e rotti il 1º di moharrem 570. Lo stesso scrive Ibn-el-Athîr; di modo che gli assedianti, escluso il giorno dello sbarco, sarebbero stati sotto le mura di Alessandria per cinque giorni interi, poichè, sendo il 569 dell’egira quel che noi diremmo anno bisestile, il mese di dsu-l-higgia ebbe allora 30 giorni invece di 29. Da un’altra mano, sendo incominciato quell’anno di domenica e il mese di dsu-l-higgia, di mercoledì, il giorno 26 cadde in sabato e non in domenica.

Ma la somma della lettera di Saladino come l’abbiamo da Abu-Sciama, nota i soli giorni della settimana: cioè, sbarco la domenica, assalti il lunedì e il martedì, sortita e rotta il mercoledì, ritirata dell’armata il giovedì. Il giovedì appunto, 1º agosto 1174, principiò il mese di moharrem e l’anno 570 secondo il conto astronomico dell’egira, che muove dal mezzodì del 15 luglio 622, anzichè dal 16 come lo si conta più comunemente, comprendendovi la notte che precede. Onde si vede che il giorno assegnato dai compilatori alla _sconfitta_ de’ Cristiani, fu quello in cui l’armata si allontanò d’Alessandria, non quello dell’ultima battaglia, e ch’essi per errore posero lo sbarco il 26 invece del 27. Gli imperfetti metodi di cronologia usati in Oriente e la superstizione di contare il primo del mese quando proprio si vede la luna, spiegano cotesti errori. Le giornate di quella infelice impresa van così notate:

Domenica 27 dsu-l-higgia 569 28 luglio 1174, sbarco 28 29 » » 29 30 » assalti 30 » » 31 » sortita; rotta de’ Siciliani Giovedì 1º moharrem 570 1º agosto 1174 ritirata dell’armata. — Strage dei 300 cavalieri.

M. Reinaud ha dati alcuni squarci de’ citati autori arabi, ne’ suoi _Extraits, etc._, pag. 173. Debbo avvertire che la nota n. 1, del mio dotto maestro non è esatta. I Veneziani, i Pisani e i Genovesi, non sono già nominati nel testo come ausiliari di Guglielmo II in questa impresa, ma soltanto noverati tra i Cristiani che soleano molestar l’Egitto.

Degli autori cristiani, Marangone, nell’_Archivio storico italiano_, tomo VII, parte 2ª, pag. 71, sotto l’anno pisano 1175, dice partita l’armata siciliana il 1º luglio; forte di 150 galee e 50 dromoni pei cavalli, con 1000 cavalieri, molti arcieri e balestrieri e molte macchine (_ædificia_) e che l’armata, appena arrivata in Alessandria, prese una nave pisana proveniente da Venezia: e qui finisce il racconto e la cronica. Veggansi inoltre: Guglielmo di Tiro, lib. XXI, cap. 3; la _Chronica pisana_, presso Muratori, _Rer. Italic._, VII, 191, la quale qui copia il Marangone; infine la _Cronica anonima nella Historia diplomatica Friderici II_, dell’Huillard-Bréholles, tomo I, pag. 890. È da notare che il Caruso, _Memorie storiche_, parte II, vol. I, pag. 186, 192, suppose due spedizioni d’Alessandria, nel 1174, cioè e nel 1178, togliendo l’una da Guglielmo di Tiro e l’altra dalla cronica Pisana.

[365] Palmieri, _Somma della Storia di Sicilia_, vol. II, pag. 285. Il buon Di Biasi suppone che que’ tesori fossero stati spesi nella fabbrica del Duomo di Morreale. Merita tanta maggior lode, dopo ciò, il mio amico Isidoro La Lumia, il quale, invaghito com’ei sembra di Guglielmo II, ha riconosciuto, pag. 146-147, l’errore del Caruso e degli altri, e dato un cenno di questo fatto di Alessandria, secondo gli scrittori contemporanei cristiani e le poche notizie de’ musulmani che gli fornisce il compendio del Renaudot, _Hist. Patr. Alexandriæ_, Parigi, 1713 in-4, pag. 540.

[366] Makrizi, _Mowa’iz_, testo di Bulâk, tomo I, pag. 180. A coteste frequenti molestie si allude nello squarcio anzi citato della relazione di Saladino al califo di Bagdad, dove leggiamo (_Biblioteca arabo-sicula_, testo, pag. 336), “che del navilio del re di Sicilia si era parlato sovente e del suo esercito non si ignoravano i casi.”

[367] _Baiân-el-Moghrib_, testo, nella _Biblioteca arabo-sicula_, pag. 374. Si veggano i capitoli ij e iv del presente libro, pag. 418 e 490 del volume.

[368] A rigore si potrebbero supporre anco due imprese estive nello stesso anno 573, che cominciò in fine di giugno 1177 e terminò il 18 giugno 1178.

[369] Ibn-el-Athîr, anni 568 e 576, testo, nella edizione del Tornberg, tomo XI, pag. 256, 309.

L’epistola di Saladino al califo di Bagdad, inserita nell’opera di Abu-Sciama-el-Mokaddesi, della quale ho dati alcuni squarci nella _Biblioteca arabo-sicula_, dice occupate a nome del Sultano, Barca, Kafsa, Kastilia e Tauzer, ms. arabo della Biblioteca imperiale di Parigi, _Ancien Fonds_, 707 A, fog. 128 verso.

[370] Ibn-el-Athîr, anno 576, loc. cit. Si confronti il _Kârtas_, edizione del Tornberg, testo, pag. 139 e traduzione pag. 186; e Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, traduzione, di M. De Slane, II, 34, 203.