Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 38
[20] Il Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1016-17, pubblicò due diplomi risguardanti questo Eugenio. Nel primo, dato del 1093, egli è chiamato notaio, che allor significava segretario. Il conte Ruggiero, a sua domanda, gli concedette un monastero fuor la città di Traina, a fin di riedificarlo, e gli conferì il patronato e il governo di quello. Ciò condusse il Pirro a vestir Eugenio monaco basiliano e crearlo abate. L’altro diploma di re Guglielmo, dato il 1169, trascrivendo il precedente ed accordando anco altri beni al monastero, intitolò Ammiraglio quell’Eugenio. Sembra dunque che il segretario del 1093, in vece di chiudersi nel suo monastero, fosse stato mandato dal conte a governare la città di Palermo. Non è inverosimile che questo Eugenio sia il gran personaggio nominato senz’altro titolo che di Arconte nel diploma del maggio 1105, presso Spata, _Pergamene_, pag. 263. Più certa vestigia ne troviamo in un diploma greco del 1142, presso Morso, _Palermo antico_, pag. 313 segg. e nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo stessa, pag. 20 segg., donde si scorge come alcuni discendenti di Eugenio ammiraglio, abbiano venduti alla Chiesa detta in oggi della Martorana, degli stabili che la famiglia possedeva in Palermo. Furono venduti da Niccolò ed Agnese monaca, figliuoli dell’Ammiraglio Eugenio, Niceta moglie di Niccolò, e Giovanni, Teodoro, Stefano ed Elena loro figliuoli; dichiarando tutti costoro che fosse ricaduta a lor pro la parte di Teodicio figliuolo di Eugenio, ereditata da Zoe figliuola di Teodicio la quale era morta anch’essa. Togliendo dunque dal 1142 il corso ordinario di due generazioni, si torna allo scorcio dell’XI secolo e si può supporre con fondamento che quell’ammiraglio Eugenio fosse il medesimo del diploma del 1093.
Notisi che in due altri diplomi greci, pubblicati dal Morso, op. cit., pag. 345 e 353, il primo de’ quali senza data va riferito al 1143 (Cf. Mortillaro, _Catalogo del Tabulario_ della Cattedrale di Palermo, pag. 23) e l’altro è dato del 1204, si trova il nome di un Giovanni, figliuolo dell’ammiraglio Eugenio. Cotesti due ammiragli Eugenii mi sembrano diversi. Il primo si può supporre contemporaneo del gran conte Ruggiero, ma il secondo torna alla metà del XII secolo. A lui credo sia da attribuire, più tosto che all’altro, la traduzione latina dell’Ottica di Tolomeo e delle profezie della Sibilla Eritrea, di che diremo nel seguito del presente libro.
[21] Abbiam testò citato questo diploma a pag. 346, nota 2, e avvertito come presso il Gregorio porti una data erronea.
[22] Si vegga qui innanzi a pag. 351.
[23] Diploma del 1159, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 98, e presso De Vio, _Privilegia Panormi_, pag. 6. Cristoforo allor era morto.
[24] Si fa parola di una precedente donazione dell’_Admiratus domino Christodulos_, nei diploma di Ruggiero conte, che l’Ughelli pubblicò con la data del 1104 e che, supponendo esatta l’indizione XIII che v’è scritta, va riferito al 1119; come abbiamo avvertito in principio di questo capitolo, pag. 340, nota 1.
Cristodulo è detto protonobilissimo in un diploma del 1123, presso Spata, _Pergamene_, pag. 410. Se il sig. Spata ha ben letta la sigla del titolo onorifico e del nome, e se non v’ha errore nella data, convien pur supporre che quel titolo fosse stato accordato pria del notissimo diploma del 1139. In un diploma del 1126, tradotto dal greco, pubblicato con molte varianti, o piuttosto in tenore assai diverso, prima dal Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 326, e quindi dal De Grossis, _Catana Sacra_, pag. 79, 80, si vede soscritto, pria di “Georgius de Antiochia amiratus” e di “Admirati filius Gentilis (_sic_) Joannes,” un “Chrisiodorus,” e secondo il De Grossis “Christodorus, amiratus et Riodotus.” Quest’ultima lezione, sbagliata al certo, par che venga da una sigla non capita dall’ignoto traduttore latino, e potrebbe per avventura essere la medesima che fu letta Rozius in altro diploma; onde il Pirro die’ tal casato a Cristodulo. Il Chrisiodorus o Christodorus va corretto, secondo me, Christodulus; e il Rozius potrebbe essere, nè più nè meno, che il notissimo nome di Ruggiero, poichè i Greci di Sicilia soleano trascrivere la _g_ latina o arabica con le due lettere τζ. Cristodulo, ammiraglio e protonotaro, è citato in un diploma greco del 1130, presso Trinchera, _Syllabus_, pag. 138. Un altro diploma greco del 1136, presso Spata, op. cit., pag. 266, fa menzione di Cristodulo _già_ ammiraglio. In ultimo è da noverar quello del 1139, che accorda il titolo di Protonobiiissimo, pubblicato dal Montfaucon e poi dal Morso, e nel Tabulario della Cappella palatina di Palermo, pag. 10. È superfluo di avvertire, dopo ciò ch’io ho detto, come non si debba fare assegnamento su la lista delli ammiragli di Sicilia ne’ tempi Normanni, data dal Pirro, _Chronologia Regum Siciliæ_, pag. XXV.
[25] Si vegga il seguito del presente capitolo, a pag. 362, nota 3.
[26] Giorgio ha titolo di ammiraglio nel diploma del 1126 citato nella nota 2, della pag. 351. In un diploma latino del 1132 presso Spata, op. cit., pag. 426 segg. egli è detto dal re “amiratus amiratorum qui praeerat toto regno meo”. In uno del 1133, tradotto dal greco, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 774, egli è detto Ammiraglio delli ammiragli; è sottoscritto αμήρας in due diplomi del 1140 e 1143 nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 13 e 16; è intitolato ammiraglio in un diploma tradotto dal greco, di maggio 1142, presso Pirro, op. cit., pag. 390, e ammiraglio delli ammiragli in uno latino della stessa data, op. cit., pag. 698. Nel mosaico della Martorana ei prese il titolo di αμήρ soltanto, come ognun può vedere, e leggesi in Morso, _Palermo Antico_, pag. 78. Pare che Giorgio, per modestia o per amor di brevità, si contentasse ordinariamente di questo. Di rado ei solea aggiugnere quello di Arconte degli Arconti; ma un suo figliuolo lo nominava sempre con questo attributo.
È da ricordare la iscrizione greca che leggevasi a’ tempi del Pirro in una Chiesa di Santa Maria _de Crypta_ in Palermo, nel sito dove surse la “Casa Professa” de’ Gesuiti, della quale iscrizione il Pirro, op. cit., pag. 300, 301, dà una traduzione latina. Era inciso il testo su la sepoltura di Ninfa, madre di Giorgio, _primum principum universorum_, (Ἀρχοντῶν ἄρχον) morta il 6648 (1140). Quivi non si fa parola del padre dell’ammiraglio; ma il Pirro e con lui il Morso, op. cit., pag. 108, 109, non hanno lasciata questa occasione di nominare Cristodulo e di farlo marito della Ninfa.
[27] Così Giovanni ammiraglio, figliuolo, com’e’ pare, di Giorgio, nel citato diploma del 1126 e nell’altro del 1142, presso Pirro, pag. 698. Secondo un diploma del 1133, presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. v, nota 4, l’ammiraglio Teodoro fu incaricato di decidere, insieme con Guarino Cancelliere del re, una lite sorta tra il vescovo di Lipari e i cittadini di Patti, suoi vassalli. Il citato diploma del 1126, secondo il testo di De Grossis, fa menzione di un ammiraglio Niccolò, il quale nel tempo che esercitava l’ufficio di Stratego, com’e’ pare, di Mascali, era stato incaricato dal principe di descrivere i confini di quel territorio.
[28] Lib. V, cap. ix, pag. 262-5.
[29] Abate di Telese, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, pag. 267 et passim.
[30] Majone è soscritto in latino _Ammiratus Ammiratorum_, in un diploma arabico del 1154, presso Gregorio, _De Supputandis_, pag. 38. Ordinariamente lo chiamavano il grande ammiraglio, come si vede dal Falcando e dagli altri cronisti; e questo titolo modificato era ormai sì comune, che Giovanni figlio di Giorgio d’Antiochia lo riferì al proprio padre soscrivendosi μεγάλου αμήραδος ὐίος, in un diploma del 1172, Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 29. In un diploma latino del 1157, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 98, messo fuori a nome del re da Majone “grande ammiraglio degli ammiragli” si leggono, tra i testimonii dell’atto, Stefano ammiraglio figliuolo del grande ammiraglio, un altro Stefano ammiraglio, che si sa dal Falcando essere stato fratello di Majone, ed un Salernitano ammiraglio. Visse inoltre in que’ tempi l’altro ammiraglio Eugenio, del quale si è fatta menzione poc’anzi, pag. 353, nota. 1.
[31] È noto il diploma di febbraio 1177, per lo quale Guglielmo II di Sicilia costituì il dotario alla sua sposa Giovanna d’Inghilterra. Tra i grandi del regno soscritti in questo diploma secondo l’ordine di loro dignità, si legge 25^mo, _Ego Walterus de Moac Regni_ (sic) _fortunati stolii admiratus_; prima del quale vengono gli arcivescovi, i vescovi, il vicecancelliere, i conti, e dopo Gualtieri si leggono i nomi del siniscalco, del conestabile, del logoteta, di due maestri giustizieri e d’un giustiziere. Seguiamo l’edizione di Rymer, _Foedera, etc._, tomo I, pag. 17 (London, 1816).
Margaritone, celebre capitano navale di Sicilia alla fine del XII secolo, è intitolato, senz’altro, ammiraglio del re di Sicilia, nella Cronica di Sicardo vescovo di Cremona, anno 1188, presso Muratori, _Rer. Italic. Script._, tomo VII, pag. 605.
[32] Par che i Genovesi l’abbiano usato i primi dopo la Sicilia. Negli Annali del Caffaro e nelle continuazioni di quelli, si trova un _admiratus_ di Genova il 1211 e quindi due _armiragii_ il 1263 etc. presso Muratori, _Rer. Ital. Scr._, tomo VI, colonne 486, 530, ec. È notevole che la prima nominazione d’ammiraglio fu fatta in Genova del 1241, quando Federigo II surrogò Ansaldo de Mari, genovese, al suo ammiraglio Niccolò Spinola ch’era venuto a morte.
[33] Il Nowairi, citato da M. Reinaud, _Invasions des Sarrazins_, pag. 69, nota 1, dice d’un _emir-el-ma’_ (emir dell’acqua) in Spagna. Ma non posso assentire al mio maestro di arabico che sia questa l’origine della voce ammiraglio, quando ne vediamo sì chiaramente le successive mutazioni negli scrittori e ne’ diplomi europei. Per la medesima ragione è da respingere la etimologia ammessa dal Dizionario della Crusca, cioè da _emir-el-bachar_ (meglio bahr) ossia emir del mare. Questa dignità non mi è occorsa mai negli scritti arabi. Ibn-Khaldûn, nei _Prolegomeni_, testo di Parigi Parte II, pag. 32 e traduzione francese del baron de Slane parte II, pag. 37, ignorando l’etimologia della voce _almeland_, la suppone franca; e nella Storia de’ Berberi par ch’ei prenda per nome proprio il titolo dell’ammiraglio Ruggier Loria (leggasi _El miralia_ in luogo di _El-murakia_ che non ha significato), testo di Algeri, tomo I, pag. 423, _Biblioteca arabo-sicula_, pag. 492, e traduzione del Baron de Slane, tomo II, pag. 397. Non posso seguir l’opinione del dotto traduttore, il quale crede Merakia alterazione di Marchese. Ruggier Loria non ebbe mai questo titolo.
[34] Confermano questo fatto, nelle imprese di re Ruggiero in Affrica, il Nowairi e Ibn-Abi-Dinar, nella _Biblioteca arabo-sicula_, pag. 534, 537.
[35] Edrîsi citato poc’anzi a pag. 350, nota 1.
[36] Credo si possa affermare la giurisdizione civile e penale del grande Ammiraglio nella prima metà del XII secolo, ancorchè la non si ritragga da documenti se non che a capo di cento anni. Ognun sa che in generale l’Imperatore Federigo ristorò l’ordinamento dei re normanni, anzichè rifarlo: e non v’ha ragione di supporre ch’egli abbia innovato alcun che nella istituzione del grande ammiraglio. Or il suo diploma, pubblicato per lo primo dal Tutini e ristampato dallo Huillard-Bréholles nella _Historia Diplomatica Friderici secundi_, tomo V, pag. 577 segg., anno 1239, per lo quale fu nominato, vita durante, ammiraglio di Sicilia, Niccolò Spinola da Genova, dà a costui ampia autorità: 1º di costruire e racconciare le navi dell’armata regia; 2º dar patenti di corsari e fare ristorare i danni recati da loro a sudditi di nazioni amiche; 3º giudicare sommariamente, _secundum statum_ (statutum?) _et consuetudinem armate_, le cause civili e criminali delle persone appartenenti all’armata, agli arsenali regii ed a’ legni corsari, e ciò con autorità di delegare altrui i giudizii; 4º dare in feudo gli ufici di comiti nell’armata quando venissero a vacare; 5º prender danaro dalle casse regie pei bisogni dell’armata: e seguono i diversi e grandissimi lucri accordati all’ammiraglio, in guerra come in pace, su lo Stato e sui marinai e naviganti. Intorno i tribunali dipendenti dall’ammiraglio e la legislazione eccezionale di quelli, si vegga il Giannone, _Storia Civile del Regno di Napoli_, libro XI, cap. vi, § 2, e le opere citate da lui.
[37] Si vegga la nota 3 della pag. 354. Questo casato non comparisce in alcuno de’ diplomi dati dal Pirro ne’ quali sia nominato Cristodulo o Giorgio; neppure nella iscrizione sepolcrale della madre di Giorgio di che abbiam fatta parola poc’anzi nella pag. 352, nota 2. Romualdo Salernitano, che forse lo conobbe di persona, non dice altro che: _Georgium virum utique maturum, sapientem et discretum, ab Antiochia abductum_. Presso Muratori, _Rer. Ital. Scr._ tomo VII, pag. 195.
[38] Il _Baiân_, testo di Leyde, pag. 322, e nella _Bibl. ar. sicula,_ pag. 373, dice che il padre di Giorgio era uno degli _òlûg_ (stranieri o barbari) di Temîm.
[39] _Hisâb_.
[40] I testi dicono con Ruggiero; ma il seguito della narrazione mostra che il principe non l’adoperò a prima giunta in affari gravi.
[41] Ibn-Khaldûn, nella Storia de’ Berberi, testo di Algeri, tomo I, pag. 208, _Biblioteca arabo-sicula_, pag. 487, e versione francese del baron de Slane, tomo II, pag. 26, aggiungeva il nome patronimico d’Ibn-Abd-el’Azîz, all’Abd-er-Rahman che insieme con Giorgio capitanò l’armata Siciliana, nell’impresa del 1126 contro l’Affrica. Io credo che costui fosse quel medesimo che il Tigiani, dicendo de’ principii di Giorgio l’Antiocheno, chiama Abd-er-Rahman-en-Nasrani, ossia il Cristiano. Ma rifletto che il Tigiani, d’ordinario molto diligente, non avrebbe qui omesso il nome patronimico onde cadea sul ministro siciliano una macchia d’apostasia; e che al contrario Ibn-Khaldûn bada alle cose più tosto che ai nomi, oltrechè i suoi scritti, copiati e ricopiati per quattro secoli, ci sono pervenuti assai malconci. Non vorrei che, saltando qualche rigo, com’avvien sovente là dove è ripetuta la stessa voce, si fosse attribuito al ministro di finanze di Ruggiero il nome patronimico di Abd-er-Rahman-ibn-Abd-el-Aziz, il quale scrisse appunto di questa impresa del 1126, ed è citato da Abu-s-Salt, e questi dal _Baiân_, pag. 317 del testo di Leyde e 372, della _Bibl. ar. sicula_. L’ufizio attribuito dal Tigiani ad Abd-er-Rahman-en-Nasrani è di _Sâhib-el-Ascghal_, che nell’Affrica propria e nel XII secolo, al quale luogo e tempo è da riferire la cronica qui copiata o compendiata dal Tigiani, era il tesorier generale o ministro di finanze che dir si voglia. Veggasi Ibn-Khaldûn, _Prolegomènes_, traduzione del baron de Slane, Parte II, pag. 14-15.
[42] Si confrontino nella _Bibl. ar. sicula_: il Baiân, anno 543, pag. 373; Tigiani, pag. 392; Ibn-Khaldûn, pag. 487, 501. I particolari più minuti si hanno dal Tigiani.
[43] Si vegga il lib. V, cap. v, pag. 332 di questo volume, e ciò che diremo in appresso de’ traffichi di re Ruggiero in Affrica. Sono poi noti quei dell’imperatore Federigo II.
[44] Diploma latino del 1133, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 773-4. Il nome proprio è scritto una volta per sbaglio _Gregorius_, e il topografico in luogo di _Catinae_ va letto _Jatinae_, come abbiamo avvertito nel lib. V, cap. x, pag. 317 nota 2. Da questo atto non si vede appunto in qual tempo Giorgio abbia preso quell’ufizio in Giattini; ma fu di certo avanti il 1111, perchè egli nella detta qualità descrisse i limiti di un podere donato quell’anno da Rinaldo Avenel all’Abate di Lipari. Cf. Pirro, op. cit., pag. 772-3.
[45] Tigiani e Ibn-Khaldûn, nella _Bibl. ar. sicula_, testo, pag. 394, 487, e il primo anco nella traduzione francese di M. Rousseau, pag. 246, il secondo in quella del baron de Slane, _Histoire des Berbères_, tomo II, pag. 26.
[46] Abbiamo citati poc’anzi questi due diplomi a pag. 354, nota 2, e pag. 355, nota 2.
[47] L’uno è “Schiavo di Cristo” e l’altro “Schiavo del Misericordioso.”
[48] Il Gregorio, nel descrivere l’ordinamento del governo sotto re Ruggiero e i sette grandi ufizii della Corona, si riferisce assai di rado a documenti contemporanei. Prende quei della fine del XII secolo ed anco del XIII; o argomenta su i detti del Falcando, che scrisse allo scorcio del XII; e talvolta non allega altro che l’analogia col suo favorito sistema di Guglielmo I, d’Inghilterra. Si veggano le _Considerazioni_, lib. II, cap. ij, e particolarmente le note 37 segg.
[49] Abate di Telese.
[50] Romualdo Salernitano, presso Muratori, _Rer. Ital. Script._, tomo VII, pag. 183, anni 1121-2.
[51] Si vegga il lib. IV, cap. viij e xv, pag. 355 segg. 364, 547 del secondo volume, e lib. V, cap. iij e vj pag. 80, 158, 169 segg. di questo terzo volume.
[52] Ibn-el-Athîr, anni 476, 482, 488, 489, 491, 493, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 85, 119, 164, 175 191 e 202. Si confronti Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, traduzione del baron de Slane, tomo II, pag. 22 segg.
[53] _Baiân-el-Moghrib_, ediz. Dozy, tomo I, pag. 311 ed estratto nella _Bibl. ar. sicula_, pag. 370. Il compilatore, che avea chiamati _Rûm_ gli assalitori del 1087, dà a quelli del 1105, il nome di _Rumâniûn_. Se fossero stati Bizantini?
[54] Ibn-el-Athir, anni 501, 509 e 510, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 315, 359, 365, e Ibn-Khaldûn, vol. citato della traduzione, pag. 24, 25.
Secondo Ibn-el-Athir, anno 503, vol. citato, pag. 336, Iehia mandò quell’anno quindici galee contro i Rûm, l’armata de’ quali le combattè e ne prese ben sei. Secondo il _Baiân_, nella _Bibl. ar. sicula_, luogo citato, e nella edizione del Dozy, vol. I, pag. 314, l’armata zirita, di rebi’ secondo del 507 (mezz’ottobre a mezzo novembre 1113) riportò in Mehdia gran numero di cattivi, presi nel paese di Rûm. E torna forse alle scorrerie nel Salernitano, delle quali dicono gli annali della Cava, an. 1113, presso Muratori, _Rer. Ital. Scr._, tomo VIII, pag. 923. Ibn-Khaldûn, op. cit., tomo II, pag. 25 della traduzione di Slane, dice che l’armata, della quale Iehia prendea cura particolare, fece molte scorrerie contro i Cristiani francesi, genovesi e sardi, sì che furono costretti a pagargli tributo. Il testo arabico pubblicato dallo stesso dotto orientalista, tomo I, pag. 207 sembra guasto nella voce che significherebbe tributo. In ogni modo, il nome di _Farangia_ (franchi) può significare i paesi cristiani della Spagna e quelli anco d’Italia, e il tributo può essere stato pattuito temporaneamente con qualche giudicato della Sardegna, più tosto che con Genova o Pisa. Ibn-Khaldûn non bada alle minuzie.
[55] Questa è la prima volta, per quanto io sappia, che si fa menzione appo i Musulmani d’Affrica del fuoco greco, o, come lo chiamano gli Arabi, la _nafta_. I Musulmani di Sicilia l’adoprarono nella guerra contro i Normanni, se ad un episodio di quella si riferiscono i versi d’Ibn-Hamdis, ch’io ho citati nel lib. IV, cap. xiv, pag. 532 del secondo volume, e lib. V, cap. vj, pag. 165, nota 3, del presente. In Egitto era conosciuto di certo, poichè Makrizi nel _Kitâb-el-Mowâ’iz_, testo di Bulâk, tomo I, pag. 424, raccontando l’incendio che consumò una delle armerie del Cairo il 461 (1068-9), dice che v’arsero diecimila _Kirbe_ (otri o vasi) di nafta e altrettante _zarrake_, o vogliam dire tubi da lanciare quel combustibile. Nondimeno parmi che l’effetto della nafta de’ Musulmani non fosse terribile quanto quello del fuoco greco. Gli scrittori normanni non ne fanno mai parola nella guerra di Sicilia, nè in quelle d’Affrica che noi trattiamo nel presente capitolo; nè la vittoria arrise mai in quella età al navilio zirita contro gli Italiani.
Ibn-Hamdis medesimo e qualche altro poeta che cantava nella povera corte di Mehdia in sul tramonto della dinastia zirita, ricordano la nafta, come orribile strumento di distruzione: “una maraviglia” sclamava Ibn-Hamdis, senza aver letta la relazione della battaglia di Mentana. Al dir di que’ poeti, la nafta: 1º galleggiava su l’acqua e non si spegnea; 2º dava baleno, fumo, tuono e puzzo d’inferno; 3º era lanciata in lingua di fiamma da tubi di rame o bronzo che fossero; ovvero, 4º con dardi; e 5º cotesta nafta, o una specie di essa, era bianca com’acqua. Ciò nei regni di Iehia, Alì, Hasan, ch’è a dire nella prima metà del XII secolo. Si veggano i versi pubblicati nella _Biblioteca arabo-sicula_, pag, 393 e 565 e altri inediti del Diwano d’Ibn-Hamdis, nella copia del Ms. della Vaticana, fatta dal prof. Sciahuan per uso del conte Miniscalchi, pagg. 75, 77, 118, 213, 241, 271, rime in _di, di, ri, mi, na_ e _sa_. Il Nowairi accenna anco alla nafta dell’armata zirita, _Bibl. ar. sic._, pag. 456. Ho fatte queste citazioni in aggiunta a’ fatti pubblicati nella dotta opera _Du feu grégeois_, etc. par MM. Reinaud et Favé, Paris, 1845, in-8.
[56] Questo fatto, del quale non danno alcun cenno gli annali bizantini nè i musulmani, si ritrae precisamente dal diwano d’Ibn-Hamdîs, nella citata pag. 213, della copia del prof. Sciahuan, dove si legge che una delle ragioni che mossero “il reggitore di Costantinopoli la maggiore a schermirsi col calam dal taglio della spada zirita” fu il timore “di quel dardo incendiario, che con maraviglioso effetto lanciava il fuoco nell’onda agitata e ardeavi.”
Ibn-Hamdîs, oltre questa, scrisse a lode di Iehia altre otto lunghe kaside, che leggonsi nella copia dello Sciahuan a pagg. 24, 49, 116, 169, 204, 208, 210, 267, rime in _ab, ah, ru, li, mi, im, ma, ka_, e la prima, la sesta e l’ottava anco nel Ms. di Pietroburgo, fog. 62 recto e verso e 63 recto. Della prima ho dati due versi nella _Bibl. ar. sicula_, pag. 572, e sette versi della terza leggonsi in Ibn-el-Athîr, anno 509, op. cit., pag. 280, e nella edizione del Tornberg, tomo X, pag. 359.
[57] Si vegga il lib. V, cap. vj e x, pagg. 158, 168 e 332 di questo volume.
[58] Lib. IV, cap. 50, presso Muratori, _Rer. Ital. Scr._, tomo IV, p. 523. I Beni-Hammâd erano chiamati comunemente i signori della Cala (kalà’t) dal nome della prima loro capitale, ancorchè avessero verso il 1090 tramutata la sede in Bugia. Veggasi Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, traduzione de Slane, tomo II, pag. 43 segg.
[59] Il fatto è bene espresso dalle parole di Ibn-el-Athîr che, prima del favore dato da Ruggiero a Rafi’-ibn-Makkan, era tra lui ed Alì amistà e inganno. Cotesta disposizione d’animi si dee tirar su infino al tempo di Iehia.
[60] È bene riferire testualmente l’affermazione degli scrittori musulmani, che rischiara un punto importante del diritto pubblico del tempo, in Affrica e fors’anco in Sicilia. Secondo Ibn-el-Athîr, Alì dichiarò “Non abbia alcuno nell’Affrica (propria) a competer meco nella spedizione di navi con mercanzie;” e secondo Tigiani, quel principe mal soffriva che alcuno nell’Affrica (propria) rivaleggiasse con lui nella spedizione di navi.
[61] Traduco “galea” secondo l’uso comune, la voce arabica sciana e scenîa, e serbo l’altra nella forma arabica, non sapendo appunto a quale specie di navi la risponda. Per ragione etimologica, _harbiia_ significherebbe “guerresca.” Il legno di Rafi’ è detto _Merkeb_, ossia “nave” genericamente e in particolare “grossa nave” da Ibn-el-Athîr e da Nowairi; ma il Tigiani la chiama _safina_, che vuol dir nave in generale, e specialmente da corso.
[62] Questo diligente scrittore dice che i Siciliani, già seduti a mensa, sapendo l’arrivo dell’armata affricana corsero a lor galee; ma alla più parte fu tagliata la via del mare, e molti rimasero uccisi. “E salvossi di costoro,” continua il Tigiani citando testualmente il contemporaneo Abu-s-Salt, “chi si potè salvare, avendo volato nella sua fuga, per paura della morte, non già per leggerezza di gamba.” Il Tigiani infine dà alcuni versi scritti in questo incontro a lode di Alì, da un Mohammed-ibn-Abd-Allah.