Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 26
Meno male possiam noi discorrere della pronunzia, della quale ci fanno testimonianza, fin dall’undecimo e duodecimo secolo, moltissimi nomi proprii trascritti in greco o in latino, e la sentiamo ancora nei nomi topografici e ne’ vocaboli siciliani derivati dall’arabico; se non che nel primo caso avvien talvolta che il mal noto s’abbia a spiegare con l’ignoto, e nelle parole viventi il suono può essere alterato. Aggiungasi che in uno de’ diplomi di maggior momento, dico la gran pergamena arabo-latina di Morreale, la versione è opera di un chierico francese, di que’ che trassero a corte di Palermo ne’ primi anni di Guglielmo il Buono; onde alcune lettere latine notan suono diverso da quel che rendono in bocca nostra.[1316] Contuttociò la materia non manca. Uscito che sia alla luce l’egregio lavoro del professor Cusa intorno i diplomi arabi e greci di Sicilia, si ricaveranno con maggiore certezza le leggi che i suoni del parlare arabico seguivano passando nel greco e nel volgare della Sicilia: il quale studio renderà più agevole il gran lavoro d’un glossario di vocaboli siciliani derivati dall’arabico. Intanto ecco quanto ritraggo dalle ricerche fatte fin qui intorno l’influenza che quell’idioma esercitò sul volgare siciliano.
Com’io ho detto a suo luogo,[1317] la Sicilia, al punto del conquisto musulmano, era bilingue, parlandovisi il greco e il latino, o per dir meglio un idioma italico, il quale negli atti pubblici vestiva i panni del latino e pur non gli riusciva di celare al tutto le umili sembianze native. A provar ciò mancano per vero in Sicilia delle scritture del settecento, ottocento e novecento, come quelle che abbiamo in varii luoghi della Penisola;[1318] ma nei primi diplomi latini, greci ed arabi di Sicilia che tornano allo scorcio dell’undecimo secolo, è manifesta la forma volgare di alcuni nomi proprii o topografici, che non erano nati al certo in quella medesima generazione. Tra i primi abbiam già notati Bambace, Diosallo, Mesciti, Notari, La Luce, Saputi, Caru, Francu, Fartutto, Pacione, Pitittu, Strambo ed altri di antichi abitatori.[1319] De’ secondi, un diploma greco del milleottantotto ricorda il fiume _dei Torti_;[1320] uno del millenovantaquattro conduce i confini d’un podere _ad serram dello Conte_ e quindi _ad petram serratam quae vocatur La Castellana_;[1321] uno del millecento cita _La Schala di Lampheri_ e il _monte de Cavallo_, ed accenna al corso di una valle per _ostro sive Xirocco_.[1322] Il latino notarile del medio evo, che torna ordinariamente a traduzione mentale dal volgare, comparisce già in un diploma del conte Ruggiero dato il millenovantuno, nel quale, oltre il fraseggiare tutto italiano, ci occorre verbo _accrescere_:[1323] e più apertamente si mostra in un altro diploma dello stesso principe, datato del millenovantatrè e contrassegnato dal suo notaio, o, diremmo noi, segretario, Antonio della Mensa, il quale se fosse siciliano o calabrese io non so, ma di certo scriveva in una lingua ch’egli credea latina in grazia delle sole desinenze e di qualche preposizione.[1324]
A cotesti avanzi del siciliano anteriore al conquisto, ne aggiugnerò altri del duodecimo secolo. Non dimenticando che in quella età la Sicilia s’empiva a poco a poco di colonie della Terraferma, io metto da canto l’attestato del bando latino di Patti (1133) spiegato in volgare,[1325] e lascio indietro molti altri esempii di vocaboli che si potrebbero riferire tanto al siciliano, quanto al pugliese, al toscano, al genovese, al monferrino o che so io,[1326] e noto in un diploma del millecentrentatrè il campo _Lu Marge_,[1327] ch’è bello e buono vocabolo arabico, vivente oggidì in Sicilia. Ci occorrono in un’altra carta i nomi topografici _Luhrostico_ e _Tremula_,[1328] de’ quali il secondo è certamente siciliano; in un’altra del cencinquantasei, il sostantivo _Olivastro_;[1329] nel centottantadue _Scuteri_;[1330] nel dugenventisei _Gabbaturi_;[1331] nel dugenquaranta _Ienchi_ e _Ceramiti_.[1332] E qui fo sosta, poichè non mette conto a spigolare qua e là dei vocaboli nel decimoterzo secolo, che ci ha lasciati degli scritti interi in siciliano. Anzi mi sarei già fermato alla metà del duodecimo, se avessi potuto credere contemporanei all’originale i transunti di due carte greche pubblicate per lo primo dal Morso;[1333] delle quali l’una è data il millecencinquantatrè, e l’altra, che ha soltanto la indizione, è stata ben collocata nel millecenquarantatrè.[1334] Ma non avendo esaminati i testi, e sorgendo gravi difficoltà su l’epoca de’ transunti, mi convien rinunziare a prova sì comoda e lesta.[1335] In ogni modo son persuaso che il volgare siciliano avea già presa nel duodecimo secolo una forma assai somigliante all’attuale: e che già aspirasse a divenir lingua cortigiana lo provano le prime poesie italiane dettate in Sicilia. Le leggende della maggiore porta del Duomo di Morreale, gittata in bronzo da Bonanno pisano, sendo latine con abbreviature e con qualche parola prettamente toscana, non danno esempio, a creder mio, del linguaggio parlato in Sicilia allo scorcio del duodecimo secolo;[1336] dimostrano piuttosto, che l’uso della corte di Palermo rincorava gl’Italiani delle altre province a farsi innanzi con lor volgari, somiglianti l’uno all’altro e tutti al latino. E mi pare molto verosimile che in quel primo assetto delle colonie continentali in Sicilia fossero stati più disformi l’un dell’altro i dialetti di varie regioni dell’isola, i quali ritengono fino ai nostri giorni tanti vocaboli e modi di dire diversi.
La robusta pianta del parlare italico resistè meglio che ogni altra lingua all’invasione dell’arabico. Dalla Siria, dalla Mesopotamia, dall’Egitto, scomparvero gli antichi idiomi entro breve tempo dal conquisto degli Arabi, rimanendo nella sola liturgia cristiana; dileguaronsi in un baleno nell’Affrica settentrionale, insieme con la religione, gli idiomi trapiantati ne’ tempi istorici; perfin l’aspro berbero autoctono fu respinto dal parlare arabico verso mezzodì e verso ponente. Ma in Spagna l’esotico latino cedè poco terreno e ripigliò tosto il perduto, serbando inviolata la grammatica. La qual diversa fortuna, se va apposta precipuamente ad altre cagioni, come sarebbero la distanza dall’Arabia, il numero de’ conquistatori stanziali e la durata del dominio loro, pure è da riferire in parte all’indole della lingua e al gran tesoro di civiltà che Roma avea profuso in Occidente insieme con quella. Le cagioni della corruzione dovean operare in Sicilia più debolmente assai che in Spagna; ed a quelle dovean anco resistere i Siciliani per la remotissima antichità di lor idioma italico e per la parentela di esso col greco, che gli avea disputata l’isola fin dall’ottavo secolo avanti l’èra volgare.
L’arabico pertanto ha lasciati nel parlare siciliano minori vestigi che non si creda comunemente: veruno nella grammatica,[1337] un’ombra nella pronunzia, poche centinaia di vocaboli nel dizionario, e qualche modo di dire. Io non posso entrare ne’ particolari, poichè richiederebbero il glossario accennato dianzi, il quale alla sua volta dovrebbe fondarsi sopra un dizionario etimologico, che niuno fin qui ha compilato con gli aiuti della linguistica moderna. Dirò dunque per sommi capi, che ne’ derivati siciliani l’accento rimane quasi sempre al posto dov’è ne’ vocaboli arabi corrispondenti, sia che la vocale si prolunghi nella lettera analoga, sia che le s’attacchi la consonante che segue. Delle tre vocali arabiche, la prima suona in siciliano or _a_, or _e_; la seconda sempre _i_; e la terza quasi sempre _u_. Delle consonanti la =b= (2ª lettera dell’alfabeto arabico) rimane per lo più inalterata come in “balata, burgiu, burnìa;” talvolta, soggiacendo alla legge della pronunzia greca, si muta in v come nelle voci “vava, vattali.” La =th= (4ª lettera) divien sempre _t_ come in “Butera, tumminu.” La =g= (5ª lettera) serba il suono, come in “giarra, giubba,” o l’addolcisce in _c_, come Muncibeddu, e raddoppiata nel vocabolo _hâggem_, suona alla greca _ng_ nel casato “Cangemi:” ma la voce “zubbiu” (fosso profondo) è esempio della permutazione in _z_, che il Dozy ha notata in molte voci spagnuole. L’=h= (6ª lettera) si aggrava in _c_, come nel detto nome Cangemi e in “coma, camiari,” o sparisce, per esempio nel nome topografico _Mars-el-Hamâm_, divenuto Marzamemi. Similmente la =kha= (7ª lettera) si muta in _g_, per esempio “Gausa, gasena,” e può quasi scomparire come in “maasenu” (magazzino). La =d= araba (8ª lettera), ch’era molto vicina al _t_, come si vede in tanti esempii di vocaboli tolti dal greco, s’identificò alcuna volta con la _d_ nostra come in “darbu, Dittainu” (_Wadi-t-Tîn_), o mutossi in _t_ come in “Targia, tarzanà (_Dar-es-sena’h_, darsena, arzanà, arsenale). La =ds= (9ª lettera) non occorre in derivati certi; la =z= (11ª lettera) ha il suono italiano in “Zisa, zizzu,” o prende quello della _s_, come in “magasenu” citato dianzi. Al contrario, la =s= (12ª lettera) inalterata in “Sutera, senia,” si muta in _z_ nelle voci “zicca, zuccu (_suk_, tronco d’albero), zotta” (frusta). Frequentissima nei derivati dell’arabico, la =sc= (13ª lettera) rende il suono arabico in “Sciacca, sciabica,” che un tempo si scriveano con la _x_. L’altra =s= (14ª lettera), che c’è già occorsa in “darsena,” fa ora _s_, ora _z_, e suona aspra di molto in “zabara” e “zurriari” (stridere de’ denti). Come la =d=, la =dh= (15ª lettera) fa _d_ nel siciliano “dagala, dica” (ambascia), e diviene _t_ in “reticu,” derivato da _radhi’_ (bambino lattante). La =z= (17ª lettera), che altri trascrive =dh=, par abbia preso l’uno e l’altro suono in Sicilia, rimanendo l’attestato del secondo nell’antico vocabolo “annadarari” (invigilare su i pesi e le misure) e argomentandosi il primo dal nome topografico “Zaèra,” del quale diremo più innanzi. L’=ain= (18ª lettera dell’alfabeto), sola tra le arabe che non si possa rendere con l’alfabeto romano e però notata dagli orientalisti con un’apostrofe, mi par si pronunzii arabicamente da’ Siciliani in un verbo d’uso frequentissimo.[1338] E suona cotesta lettera nell’accento di “tarzanà,”[1339] citato or ora; ovvero si muta in consonante italiana, come nello allegato esempio di _reticu_; al che risponde la trascrizione dell’_ain_ seguita ne’ diplomi arabo-greci di Sicilia, ne’ quali quella consonante, o si perde nella vocale, come in Ὀθουμέν e in Ἄβδ (_’Othman, ’Abd)_, o la si muta in γ, per esempio in Νίγμε, Σεγίτ, (_Ni’ma, Sa’îd_); ed altri nel duodecimo secolo tentò di notarla con l’_h_, come poi fece nel decimosesto Leone affricano, poichè leggiamo in un diploma il nome di Habes, invece di (_Wed-_)_’Abbâs_, ch’era l’Oreto. Il =gh= (19ª lettera) o rimane _g_ forte come in “gana,” o si muta anche in c come in “Cutranu,” che si scrive, e forse un tempo si pronunziò, “Godrano.” La =k =(21ª lettera) suona in Sicilia _c_, come in “Calata, cammisa, coffa;” ma par abbia avuto un tempo anco il suono della _g_ che le danno gli Egiziani, poichè leggiamo “caitus,” e “gaitus” negli scritti latini del duodecimo. Nè altrimenti l’altra =k= (22ª lettera) che ricorre in “gaffa, mingara, cuscusu” e nell’avverbio “a cuncumeddu.” E quando il parlare arabico si sparse in Sicilia, la pertinace _d_ che i Sardi e i Siciliani sostituiscono alla _l_ della nostra Terraferma, si trovava radicata sì profondamente, che trasformò anco la =l= (23ª lettera arabica) in alcuni vocaboli tolti dall’arabico, come _gebel_ in Mongibello, pronunziato “Muncibeddu” e il verbo “sciddicari” (sdrucciolare), che viene da _zeleg_ e _zelek_. L’ultima =h= (26ª lettera), al par che le sue sorelle, si rende talvolta con una _g_, come in “zagara;” talvolta svanisce, poichè altri pronunzia lo stesso vocabolo “zaara:” ed abbiamo in Zaèra, nome d’un sobborgo di Messina, un altro esempio di questa attenuazion di suono; ma l’origine arabica non si può dimostrare, se non con l’omonimo palagio degli Omeiadi in Cordova. Il =w= (27ª lettera) suona _v_ come in “Favara;” ma, se iniziale, par sia stato pronunziato _u_, ovvero _o_, come “Odesuer” (_Wadi-es-Sewâri_), ed anche sia scomparso al tutto come supposto articolo, il che si argomenta da Dittaino (_Wadi-el-Tîn_), che un tempo suonò di certo “Udittain.” Le altre lettere =t, r, t, f, m, n, j= (3, 10, 16, 20, 24, 25, 28 dell’alfabeto) non hanno suono diverso dall’italiano, nè mutan mai.
Chi compilerà il glossario delle voci arabiche passate nella nostra lingua illustre e nei dialetti,[1340] dovrà resistere a tentazioni frequenti; poichè i suoni dell’arabo sono sì svariati e il dizionario sì prodigiosamente ricco, che col metodo de’ vecchi etimologisti, la cui schiatta non è spenta del tutto, si potrebbe rannodare all’arabo ogni vocabolo dell’italiano e di altre lingue ancora. Da un’altra mano, le leggi fonetiche ricavate fin qui non imperano assolutamente in tutti i tempi e i luoghi; e chi non ammettesse eccezioni e talvolta non osasse scostarsi dal fil della sinopia, non avanzerebbe mai in un lavoro etimologico. Ho voluto dir questo per iscusarmi se non presento qui una lista de’ vocaboli siciliani che sono evidentemente, o mi sembrano, derivati dall’arabico; e se differisco ad altro tempo, o rimetto a’ posteri, un lavoro che richiede anzi tutto più diligente ricerca de’ vocaboli siciliani per ogni luogo dell’isola e, in quanto si possa, per ogni tempo. Perocchè leggendo nel dizionario del Pasqualino le voci disusate al suo tempo, le quali ei prese da antichi glossarii, ne veggo bandite di tempo in tempo molte di vero conio arabico. Ed è ben ragione che l’elemento straniero si elimini a poco a poco: ma questo fatto per lo appunto va notato in una esamina storica della lingua.
Rimanendo sempre su i generali, dirò che i vocaboli siciliani di origine arabica si riferiscono la più parte alle cose rurali, alle industrie cittadinesche, alle vestimenta, ai cibi, ed a qualche istituzione di polizia urbana. Come nello spagnuolo e nel portoghese che ne son ricchi, così nel siciliano che n’è povero, occorrono voci arabiche, assai più sovente ne’ sostantivi che negli aggettivi: ed al contrario i verbi, scarsi in quelle due lingue al segno che si è dubitato se alcuno se ne trovasse,[1341] non mancano nel siciliano.[1342] Sono da notar anco de’ traslati o modi di dire tradotti litteralmente dall’arabico;[1343] e come per contrapposto i proverbi arabi si contano a dito nelle raccolte de’ siciliani.
Non voglio pretermettere che buon numero dei vocaboli arabi passati nel siciliano si trova anco nella lingua illustre; anzi che occorrono in questa e in qualche altro dialetto delle voci arabiche ignote in Sicilia, per esempio nel genovese, _camâlo, mésaro, macrama_; in Arezzo _cáida_;[1344] a Pisa un tempo _calega_;[1345] in Liguria e in Toscana, _maona_ o _magona_[1346] e nella lingua illustre _acciacco, azzurro, butteri, carciofo, collare_ (per salpare), _petronciana, scialbo, tarsia_. Altri son comuni al siciliano: _ammiraglio, barda_ (siciliano _varda_), _camicia_ (siciliano più correttamente _cammisa_), _canfora, cifra_ e _zero_ (trascrizioni diverse dello stesso vocabolo), _dogana, gabella, garbo, gelsomino, fondaco, liuto, magazzino, sensale, tariffa, vasca_: oltrechè i termini scientifici, come _alambicco, alcali, almanacco, giulebbe, taccuino, zenit_, corrono nella più parte delle lingue viventi d’Europa. La Terraferma d’Italia, di certo, li ebbe or dalla Sicilia, or dalla Spagna, or direttamente dalle costiere meridionali del Mediteraneo.
Senza disputare altrimenti delle origini del parlare siciliano, su le quali hanno lavorato e lavorano ancora i letterati dell’isola,[1347] e senza gittarmi nella mischia che ferve intorno a Ciullo d’Alcamo,[1348] io ammetto che verso la metà del duodecimo secolo il siciliano parlavasi tanto o quanto in tutta l’isola e tendeva alla forma attuale, senza essere giunto però, non dico già alla mèta, chè le lingue vive non si congelano, ma a quel tratto del corso che soglion varcare quetamente senza notabili alterazioni. Così dovea succedere per la presenza delle colonie testè venute da varie parti della Terraferma, unite da commerci tra loro e molto più strettamente col grosso dell’antica popolazione di linguaggio italico, o, per dir meglio, siciliano. Nella quale condizione di cose dovea nascere un idioma cortigiano o legionario che chiamar si voglia, non altrimenti che quello che s’ode da dieci anni in qua nel nostro esercito; e quel parlare dovea, con l’andar del tempo, sempre più accostarsi al dialetto indigeno, prendendone molto più che non gli desse.
Da cotesta vena di linguaggio, torbida ancora per la sospensione delle parti che duravano fatica a compenetrarvisi, emerse la poesia italiana propriamente detta. Se ciò sia avvenuto alla metà del duodecimo secolo o nei principii del seguente non si potrà sapere per l’appunto, se il caso non ci farà trovar prove più chiare di quelle allegate fin qui. Ma parendo assai verosimile che il linguaggio più comune a corte di Federigo imperatore, de’ Guglielmi e fors’anco di re Ruggiero, sia stato un dialetto italiano, e concorrendovi la espressa testimonianza di Dante, per non citare tutti gli altri, possiamo tener certo il fatto. E per vero nessun altro luogo d’Italia si può immaginare più adatto che la Sicilia al nascimento delle muse italiane. Lo studio della poesia araba, approfondito da mezzo secolo in qua, ha dissipati gli errori di chi la credea madre della poesia spagnuola, provenzale ed italiana. Nè la ragion poetica, nè la macchina, nè la rima delle poesie neolatine può riferirsi in alcun modo alle arabiche. La moda sola, credo io, delle splendide corti musulmane della Spagna fece entrare ne’ castelli cristiani dell’Occidente, insieme con altri argomenti di lusso, il sollazzo di ascoltare poesie in lingua volgare del paese: i premii e gli onori incoraggiarono i poeti nazionali a recitare nelle brigate principesche i versi che si sentiano per lo innanzi negli oscuri crocchi delle città e delle campagne; talchè la poesia volgare, meglio che nata, si dee dir emancipata e nobilitata in quel tempo. Lo stesso è da supporre nella corte musulmana dei re normanni e svevi di Sicilia; a’ quali forse avvenne d’ascoltare lo stesso giorno de’ poeti arabi e de’ poeti siciliani e di largire agli uni come agli altri una manata di tarì d’oro. Solo legame tra le poesie neolatine e le arabiche mi sembrano i metri delle _mowascehe_ e de’ _zegel_, dei quali ho fatta parola nel capitolo undecimo di questo libro.[1349] Io spero che nuove ricerche in tal campo riescano a rischiarare quel periodo della nostra storia letteraria: ma si può ritenere fin d’ora che la Sicilia debba agli Arabi, e la Terraferma italiana debba alla Sicilia, chè del primato dell’altra grande isola io dubito forte, la inaugurazione della poesia nazionale.
Si possono spigolare qua e là altri bricioli del patrimonio che la popolazione musulmana legò alla Sicilia. Il nome arabico di _Sciorta_ o _Xurta_, com’è scritto nei Capitoli de re Aragonesi di Sicilia,[1350] prova come l’istituzione d’una guardia cittadina, che vegliasse alla pubblica sicurezza nelle città, risaliva fino alla dominazione musulmana. Venìa da quella parimente il sistema metrico che fu in uso nell’isola fino alla fondazione del reame d’Italia; chè non solo alcuni nomi delle misure d’acque correnti, da noi citati già in questo capitolo, e il verbo stesso testè ricordato che significa la vigilanza della pubblica autorità su’ pesi e le misure di piazza, derivano manifestamente dall’arabico, ma altresì alcune denominazioni in varie parti del sistema: la canna nelle misure lineari;[1351] la salma e il tumolo nelle misure di superficie e nelle cubiche per gli aridi;[1352] il cafiso in quelle de’ liquidi;[1353] il rotolo e il cantaro ne’ pesi.[1354] Che se ne’ multipli e nelle suddivisioni troviamo vocaboli latini, gli è naturale effetto della mescolanza dei popoli e si può supporre che que’ nomi fossero entrati dopo la dominazione musulmana o durante quella. Le denominazioni metriche della Sicilia passarono, com’e’ sembra, nella Bassa Italia quando soggiacque alla dominazione de’ Normanni in Sicilia; e forse alcuna v’era stata recata prima dal commercio, come abbiam provato per le monete.[1355] Il _rubbio_ di Roma, Lombardia, Piemonte e Genova, anch’esso d’origine arabica; il _rotolo_, ch’era in uso a Genova, sì come a Napoli; il _carato_, peso usato dagli orafi anche nelle altre province che non ebber colonie musulmane, furono evidentemente recati dal commercio.[1356]
Quando si riflette su la catastrofe delle popolazioni musulmane di Sicilia, seguìta più tosto per fatto delle genti cristiane che del governo, si noterà con minore maraviglia che non sia durata nell’isola alcuna foggia di vestire de’ Musulmani. De’ nomi stessi di quelle fogge pochi sono arabi e questi comuni alla Sicilia ed alla Terraferma.[1357] Altri ha riferito a’ Musulmani i manti neri, di che nel secolo passato e ne’ principii del corrente soleano avvolgersi le donne siciliane andando a messa, ed anche a diporto, i quali non sono scomparsi del tutto in alcuni paesi di Sicilia; ma tal supposto mi sembra fondato piuttosto su l’analogia de’ costumi gelosi, che su la rassomiglianza di quella foggia siciliana a’ camicioni ed a’ veli delle donne musulmane.
Direbbesi che all’incontro i Cristiani di Sicilia avessero prese volentieri da’ loro concittadini circoncisi quelle usanze che soddisfacean meglio alla gola. Più che le vivande, sono rimasi arabi di nome e di fatto in Sicilia i camangiari,[1358] massime i dolciumi, antica manifattura del paese; poichè ritroviamo in Affrica, fin dallo scorcio del nono secolo, delle torte condite con lo zucchero di Sicilia.[1359] Un Ducange arabo, se mai l’avremo, ci spiegherà molti vocaboli di tal fatta che or leggiamo inutilmente nelle istorie e nei racconti; e per tal modo ci svelerà tutte le rassomiglianze de’ buon gustai siciliani con que’ dell’Egitto: gli uni e gli altri grandi consumatori dello zucchero prodotto ne’ due paesi e scambiato assiduamente tra loro infino al decimoquinto secolo, in grazia forse della qualità diversa o delle raffinerie, mantenute in Egitto, mancate presto in Sicilia.[1360] Perocchè nelle descrizioni del prodigioso lusso della corte fatemita, serbateci dal Makrizi, le feste del ramadhan al Cairo, per la quantità e qualità della roba che si mangiava, somigliano perfettamente alla novena del Natale, al Carnovale e alla Pasqua in Palermo. A casa de’ grandi officiali dello Stato, e con maggiore profusione a corte, solean imbandirsi delle figurine e de’ castelli di zucchero e panforti finissimi e varie maniere di paste dolci, delle quali e d’altre vivande più sostanziali, acconciate con vaghi colori, ed ammonticchiate in vassoi d’argento, d’oro e di porcellana della Cina, si facea come una cuccagna.[1361] Allo scorcio del medio evo, e infino a’ nostri tempi, si veggon usati in Egitto de’ canditi simili alla zuccata di Sicilia[1362] ed una specie di gelatina dolce estratta dal pollo pesto:[1363] e la _cuccìa_ di Sicilia, pasta di grano immollato, mescolato con latte, si mangiava e si mangia in Egitto e si chiama ancora _kesc_.[1364] Perfin si rassomigliano le frasi, con le quali vanno gridando per le strade i venditori di frutte del Cairo e que’ di Palermo.[1365]