Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 23
Verosimil cosa è, ma punto provata, che nel periodo, del quale trattiamo, si fosse lavorata in Sicilia della carta da scrivere. Furon gli Arabi, come ognun sa, que’ che recarono in Occidente la carta di cotone, fabbricata nel Khorasân ad imitazione di quella della Cina, ch’era fatta di seta o d’erbe;[1131] nè cade in dubbio che opificii di carta siano surti in Spagna e particolarmente a Xativa, donde, nella prima metà del duodecimo secolo, se ne mandava in Levante e in Ponente, al dir di Edrîsi.[1132] Il silenzio del quale, nella descrizione della Sicilia, sarebbe grave argomento contro il mio supposto, se in questo medesimo capitolo non avessimo trovate più volte fallaci le prove negative fondate su quel libro. Ritraggiam noi che, allo scorcio dell’undecimo secolo, i diplomi normanni di Sicilia, perfino que’ che portavano concessioni territoriali, furono scritti in carta di cotone; onde, in men di mezzo secolo, re Ruggiero volle rinnovare tutti i titoli di proprietà, con l’occasione o il pretesto che molti originali fossero logori, cancellati o corrosi dalle tarme.[1133] Continuossi, ciò nonostante, a copiare in carta di cotone gli atti privati ed anco i pubblici, finchè, a capo d’un secolo, l’imperator Federigo dichiarò nulli que’ di certe classi che non fossero scritti in cartapecora;[1134] ma la sua cancelleria, in Sicilia e nella terraferma d’Italia, usò tuttavia la carta negli atti che parea non dovessero passare alla posterità.[1135] Il basso prezzo della materia, provato da cotesti fatti, fa credere più tosto a fabbricazione indigena che ad importazione dalla Spagna o dall’Oriente.[1136] S’aggiunga che la denominazione di carta di papiro, occorrendo per la prima volta nelle Costituzioni di Federigo, sembra nata in Sicilia, per essere questo il solo paese d’Europa che produce quella pianta, e che l’usò comunemente nella cancelleria dello Stato fino alla seconda metà del decimo secolo;[1137] quando egli è probabile che la carta di cotone a poco a poco sia stata surrogata al papiro, e con l’ufizio ne abbia preso anco il nome.[1138]
La narrazione de’ fatti politici in questo e nel precedente libro, e la rassegna delle produzioni del suolo nel presente capitolo, ci ha condotti a toccare le notizie commerciali, in guisa che, volendo or trattarne appositamente, basterà di accennare alle cose già dette, le quali sono confermate da’ trattati di commercio[1139] dalle generalità che affermano alcuni scrittori.[1140] Hanno avuta i lettori occasione di riflettere che i principi della Sicilia, massime re Ruggiero e Federigo, indirizzarono spesso le pratiche e imprese loro a scopo di utilità mercantile; e che poservi zelo tanto maggiore, quanto eran essi i primi mercatanti del paese. E veramente le vaste possessioni demaniali, la riscossione delle gabelle in derrate, l’esempio degli Ziriti di Mehdia, e da un’altra mano la forma del principato feudale, sospingeano a quell’errore economico, il quale pur fruttava gran parte dell’entrata dello Stato, o della Corte che dir si voglia.
Principalissimo capo del commercio siciliano furono i grani, nel duodecimo secolo,[1141] al par che ne’ seguenti infino al decimottavo, e continuo sbocco di quelli fino al secolo decimosesto, fu la costiera di Barbaria, travagliata sempre dalla fame.[1142] Mandava la Sicilia in Venezia de’ grani ed altre vittuaglie e, con rammarico d’un uomo di Stato di que’ tempi, ne traeva gran copia di merci e poco denaro.[1143] Si è già detto delle paste lavorate della Trabia, imbarcate per varii paesi cristiani e musulmani.[1144] Dopo le granaglie, erano capi d’esportazione, importanti nel duodecimo secolo, ed, a quanto parrebbe, assai più nel seguente, le frutte secche e il cotone;[1145] il quale ritraggiamo che sino ai principii del decimosesto secolo si mandava perfino in Inghilterra grezzo e filato:[1146] ed è anco da mettere in conto il corallo, il mastice di Pantellaria e lo storace odorifero.[1147] Nè possiam supporre scarso a’ tempi normanni il traffico dello zucchero, poichè quello di prima coltura e le frutte giulebbate andarono sino al decimoquinto secolo dalla Sicilia in Costantinopoli, Alessandria d’Egitto e Inghilterra, non che ne’ mercati della nostra Penisola[1148]. Da un’altra mano esportavansi dei drappi di seta per le regioni occidentali d’Europa.[1149] Documenti del duodecimo secolo attestano l’associazione di mercatanti genovesi e siciliani per intraprese commerciali in varii paesi.[1150] Sappiamo delle navi siciliane ancorate ne’ porti di Barcellona e di Alessandria d’Egitto:[1151] e ritraggiamo da altre sorgenti il traffico della Sicilia in que’ due grandi emporii[1152] e in quelli di Pisa,[1153] Marsiglia[1154] Amalfi,[1155] Calabria e Malta.[1156] Di certo le navi genovesi conduceano gran parte di que’ commerci in Sicilia come in tutto il Mediterraneo;[1157] pure gli altri navigatori italiani rivaleggiavano sempre con essi, ed anco i Siciliani; poichè sappiamo delle costruzioni navali di San Marco e del gran traffico di legname che faceasi a Randazzo, per trasportarlo, com’e’ sembra verosimile, nel porto di Messina.[1158] Il quale ritolse a Palermo il primato della navigazione, in quel gran movimento che per tutto il duodecimo secolo spinse l’Occidente, a traverso il Faro, in Palestina e in Siria: onde Messina nella seconda metà del secolo divenne la stazione principale del navilio da guerra, in vece di Palermo.[1159] Nè son pochi gli emporii minori nominati da Edrîsi: Termini, Cefalù, _Kala’t-el-Kewâreb_ (Santo Stefano), Milazzo, Taormina (ossia Giardini), Aci, Catania, Siracusa, Scicli, Ragusa, _Olimpiade_ (Licata), Girgenti, Sciacca, Mazara, Marsala, Trapani, _Kala’t-el-Hamma_, _Calatubo_, Carini, San Marco.[1160]
Continuando a ciò che abbiam detto intorno le monete del primo conte di Sicilia,[1161] è da notare che sotto Ruggiero e i due Guglielmi furono coniati in grandissima copia dei quartigli d’oro, volgarmente detti Tarì, e citati con tal denominazione negli atti pubblici di quel tempo. De’ quali son pieni i musei pubblici e privati d’Europa, e se ne trova sempre qualcuno presso gli orafi e i rivenduglioli in Sicilia ed anche fuori; oltrechè sappiamo come e’ corsero per le contrade in due grandi rapine, una volta in Palermo e una volta in Roma.[1162]
L’ampia collezione pubblicata dal principe di San Giorgio Spinelli ci aiuta a conoscere le monete normanne di cotesto periodo, meglio che la non abbia fatto per quelle dell’undecimo secolo; quantunque non ci spiri, nè anche qui, piena fiducia per le date ed altri amminicoli.[1163] Userò io, dunque, cotesto libro per quel ch’e’ vale, col sussidio di altre opere e delle monete che ho vedute con gli occhi miei.[1164]
Lascio addietro, perchè non battuta in Sicilia, nè, a quanto parmi, col fine di soddisfare a bisogno economico, la moneta di rame, che ha da una faccia la protome di San Niccolò con iscrizione greca e dall’altra, in caratteri cufici, la data di Bari, anno cinquecenquarantaquattro dell’egira (1149).[1165] Le altre monete arabiche de’ Normanni di Sicilia coniavansi in Palermo e in Messina, talvolta con leggende bilingui, cioè arabico e latino, ovvero arabico e greco. Quelle di Ruggiero secondo hanno, la più parte, nel rovescio un segno, che altri ha creduto figura della croce tronca in cima, altri iniziale del classico nome di Trinacria. E per vero l’è sigla, secondo l’uso dei tempi e delle dinastie normanne d’Italia; ma compendia, a creder mio, il nome di Tancredi, padre di Roberto Guiscardo e del primo conte Ruggiero: Tancredi di Hauteville, ceppo della dinastia, della quale i due rami sovrani regnarono insieme in Palermo dal millenovantuno al millecenventitrè, e governarono la città con unica amministrazione.[1166] Ognuno intende che non vi tenean essi al certo due zecche, nè poteano trovare miglior simbolo, per l’unica moneta loro, che la sigla di Tancredi. Ciò non togliea che il vecchio conte Ruggiero e i due successori immediati battessero moneta per conto proprio loro in Messina, nè che Ruggiero duca di Puglia tenesse in opera la zecca di Salerno.[1167] E si ricordi che la _T_ di varie forme, e variamente rabescata e ornata di puntini, comparisce più sovente nelle monete d’oro, quelle cioè che doveano avere corso più largo ne’ dominii normanni e fuori.[1168] Noi sappiam che allo scorcio dell’undecimo secolo i grandi della corte di Sicilia invocarono talvolta la buona fortuna della progenie di Tancredi,[1169] e che re Ruggiero si vantò sempre erede non men del padre che dello zio; ond’e’ par ch’abbia potuto usare molto volentieri la sigla di Tancredi. Mi conferma in tal concetto l’ornato bizzarro, dato ai due rami della _T_ in alcune monete e nel gran pallio di Nuremberg: il quale è diviso in due quadranti dalla medesima lettera, se non che l’asta perpendicolare, grossa e rabescata, rassomiglia ad un tronco di palma.
Afferma lo Spinelli[1170] che Ruggiero, assunto il titol di re, abbia mutato cotesto tipo monetario, prendendo quello che fu serbato da’ due Guglielmi, nel quale rimase da una faccia il nome del principe, ma fu sostituito nell’altra alla formola musulmana il noto motto greco “Gesù Cristo vince.” Ma l’autore stesso ci fa veder pure l’antico tipo dopo il millecentrenta:[1171] e il vero è che un fatto di sì gran momento non si potrà accertare se pria non saranno rivedute da occhi più pratici tutte le date e le leggende. Aggiungo aver osservata io stesso nel Museo di Napoli una moneta che ha da una faccia la formola musulmana e dall’altra la _T_ rabescata, con la leggenda arabica “Per comando — del re — Ruggiero.” Io ritengo che la formola musulmana era già disusata negli ultimi anni di Ruggiero; ma che l’aveano abbandonata a poco a poco, e adoperata per molti anni promiscuamente col tipo che portava la croce e il motto bizantino. Chi voglia, poi, applicarsi all’iconografia delle varie monete arabiche dell’epoca normanna e sveva, e soprattutto di quelle figurate con immagini sacre, o d’animali e di piante, troverà campo larghissimo nell’opera dello Spinelli.
Non si alterò sotto i tre primi re normanni la forma, nè, a quel che parmi, il valore intrinseco de’ tarì o _robâ’i_ fatemiti. Di raro par si fossero coniati de’ dînâr o mezzi dinar,[1172] nè ci avanza gran copia di monete d’argento con iscrizioni arabe o bilingui; ma si rinvengono spesso delle monete di rame. Per cagion del breve regno e delle popolazioni musulmane, che sempre più si dileguavano, coniò poche monete arabiche Tancredi, poche Arrigo VI; e scarseggiano similmente quelle di Federigo, il quale mutò il sistema monetario, surrogando coll’agostale le frazioni del dinar. Ma ancorchè sieno estranee al nostro argomento le monete latine dei re di Sicilia, non vogliam passare sotto silenzio che i Guelfi, tra le altre singolarità attribuite all’imperator Federigo, narrarono ch’egli avesse data fuori della moneta di cuoio,[1173] come la tradizione popolare di Sicilia dice di Guglielmo il Malo. Ed ancorchè nessuno antiquario n’abbia vista fin qui la prova materiale, non ripugna al vero la imitazione di tal trovato, quando noi sappiam che i Cinesi, precorrendoci anche nelle teorie del credito, adoperaron moneta di cartone fin dal settimo secolo dell’èra volgare. La corte di Roma, nella gran salmeria de’ motivi che accompagnavano la scomunica del milledugentrentanove, chiamò Federigo “falsario di nuovo genere,” apponendogli d’aver fatto coniare del rame coperto di sottile foglia d’argento:[1174] e io debbo dire che, non ostante la nota audacia di tali accusatori, mi sembra anco verosimile questo fatto, perchè n’abbiamo esempii nella numismatica antica ed anco nella musulmana,[1175] e perchè l’imputazione è di quelle che niun osa fare quando manca il corpo del delitto.
CAPITOLO XIII.
Ho differito fin qui il ragionamento su l’architettura e le arti ausiliari, perchè mi è parso bene toccarne in quest’ultimo capitolo, ordinato a notare i vestigii che le colonie musulmane lasciarono in Sicilia; de’ quali nessun altro è più splendido e più certo di que’ che scorgonsi ne’ monumenti del duodecimo secolo. Io non dico de’ secoli precedenti, non sapendo, in vero, se in tutta l’isola rimanga oggi in piè alcun edifizio surto nella dominazione musulmana. Que’ che i padri nostri le riferivano con piena fede, ormai scendono ai tempi normanni. Sognarono alcuni eruditi del secento che l’Annunziata de’ Catalani in Messina fosse stata, in origine, mausoleo d’un supposto Messala, re di supposti Alamidi; del quale essi leggean proprio l’epitaffio nelle tavole di marmo bianco, spezzate in parte e capovolte, onde sono rivestiti gli stipiti della porta maggiore di quella chiesa.[1176] Ed ecco che, deciferando senza tanta fatica l’elegante scrittura _neskhi_ intarsiata in quelle tavole a caratteri di serpentino e rabeschi di porfido, se ne raccapezza de’ versi, pei quali re Ruggiero invitava i grandi della corte ad entrar nel suo paradiso terrestre: senza dubbio la reggia di Messina, dove l’iscrizione adornò qualche vestibolo o corse su le pareti di qualche sala.[1177] Per errore meno indegno di scusa furon credute, e da taluno credonsi ancora, opera saracenica i palagi della Zisa e della Cuba e le rovine di Mimnerno, o meglio direbbesi Menâni, presso Palermo. Ma la Cuba mal nascose l’età sua agli occhi di Girault de Prangey; e infine è stata tradita da quella medesima iscrizione arabica che parea documento dell’origine musulmana, poich’evvi intagliato a caratteri cubitali il nome di Guglielmo II e l’anno millecentottanta del Messia.[1178] La Zisa anch’essa dopo averci tenuti tutti in rispetto con quel suo sembiante arcaico, giudicata or che abbiamo migliori lezioni d’una cronica e d’una epigrafe e che sappiam l’età della Cuba, torna a Guglielmo il Malo e in parte anco al figliuolo.[1179] Menâni poi è attribuito da una cronica a re Ruggiero; nè le sue rovine danno indizio che ci porti a mettere in forse quell’attestato.[1180]
Si può assegnare, sì, origine più antica al castello di Maredolce[1181] ed ai Bagni di Cefalà;[1182] se non che la forma primitiva di que’ due monumenti è mutata, tra pei guasti del tempo e per fabbriche sovrapposte. Diciam lo stesso della Porta della Vittoria[1183] e dell’edifizio di San Giovanni de’ Lebbrosi.[1184] Poco poi è da sperare in certi castelli d’aspetto saracinesco, abbandonati, anzi mezzo distrutti, come que’ del monte Bonifato,[1185] d’Entella e di Calatamauro in val di Mazara[1186] e qualche altro in val di Noto,[1187] non parendo che dalle ruine di fortilizii si possa ritrarre un compiuto sistema d’architettura. Io non ho fatta menzione delle chiese che chiamiamo normanne, perchè le son tutte evidentemente del duodecimo secolo, e se in una o due si potesse scoprire qualche lavoro degli ultimi lustri dell’undecimo, non porterebbe divario nell’epoca.
Del rimanente bastano gli edifizii del duodecimo secolo per determinare l’indole dell’arte che fiorì in Sicilia in tutto il periodo delle colonie musulmane. Gli autori moderni, ai quali è occorso quest’argomento, notan tutti nell’architettura siciliana de’ tempi normanni uno stile peculiare, molto diverso da quello delle nazioni europee contemporanee e perfin della Spagna musulmana;[1188] onde lo dicono misto di varii elementi, bizantino, normanno, moresco, e che so io; ai quali ogni scrittore pur attribuisce proporzioni diverse. Altri sostiene che l’architettura volgarmente chiamata gotica, della quale par che i Goti non abbian saputo mai nulla, venne dal Levante e pria di passare nel Settentrione, dov’era destinata a produrre tanti miracoli d’immaginazione, fe’ sosta in Sicilia. Allargandosi per tal modo la quistione, io sono costretto ad entrarvi, male armato com’io mi sento: onde chiederò aiuto ai maestri dell’arte, innanzi tutti al Coste, il quale studiò lungamente gli edifizii del Cairo e si valse dell’erudizione musulmana. A questa fonte attingerò anch’io qualche notizia su l’origine e i progressi dell’architettura appo gli Arabi: e sarà gran fatica, poichè non è trattato quest’argomento da nessun de’ loro scrittori ch’io m’abbia letti. Ibn-Khaldûn, nei Prolegomeni, lo tocca con alte considerazioni di filosofia storica; egli scende fino alle pratiche de’ muratori e de’ legnaioli; ma, proprio su l’origine, dice una volta che gli Arabi appresero l’architettura da’ Persiani e par lo neghi in un altro capitolo.[1189]
Gli Arabi, come ognun sa, non aveano altra parte d’incivilimento da recar seco loro fuor della Penisola, se non che un linguaggio copiosissimo, rigoglioso e ben coltivato. Meno che ogni altr’arte avea potuto svilupparsi l’architettura in quella nazione, il cui corpo era nomade e le estremità, se possedeano edifizii, li doveano a’ popoli finitimi: a settentrione Petra e Palmira piene di monumenti romani; a levante Hira con le fabbriche de’ tempi sassanidi e il famoso castello di Khawarnak, edificato ne’ principii del quinto secolo dall’architetto greco Sinimmar per comando del re arabo Nomân;[1190] a mezzogiorno il Iemen, con quell’architettura che gli potean recare i Persiani, ovvero i Cristiani d’Abissinia imitatori de’ Bizantini. La ragione storica, dunque, portava che, emigrando gli Arabi nella Mesopotamia, nella Persia, in Siria, in Egitto, nell’Affrica propria e nella Spagna, ed occorrendo loro di fondare cittadi, edificare moschee, castella, palagi, e adattare agli usi proprii gli edifizii sacri e profani de’ popoli vinti, dovessero cercare architetti nelle schiatte straniere; sia tra i vinti medesimi, schiavi, liberti, tributarii, ovvero fatti musulmani e concittadini; sia tra i sudditi dell’impero romano o degli usurpatori delle sue province. E le memorie musulmane provano che l’architettura penetrò appunto per coteste vie nella nazione arabica, ringiovanita e ingrandita prodigiosamente per numero e territorio. Le medesime vie, diciamo, per le quali i Musulmani appresero gli ordini di pubblica amministrazione de’ Sassanidi e de’ Bizantini e la medicina, le matematiche, la geografia, la chimica, la logica, la metafisica; le quali scienze tutte essi tolsero in prestito dall’antichità e le tramandarono alla rozza Europa del medio evo, più sollecitamente che non abbian fatto i Greci, eredi del gran nome romano. Pur sembra che, tra gli abitatori dell’impero musulmano, que’ di schiatta ariana abbian tanto superati i padroni loro nell’esercizio dell’architettura, quanto nelle scienze e nella pratica della pubblica amministrazione; nelle quali discipline gli uomini più notevoli erano d’origine straniera, ancorchè la lode di tutte lor fatiche fosse stata usurpata dagli Arabi, che loro aveano imposta la religione e donata la propria lingua.
Fin da’ primissimi conquisti, i Musulmani adoperarono nella costruzione l’ingegno e la mano dei nuovi sudditi. Arde, entro un anno forse dalla fondazione (638), il misero aggregato di baracche che era allor Cufa, ed ecco i coloni arabi pensano a fabbricar case di mattoni e calce; il califo Omar assente, a condizione che non le faccian tanto alte;[1191] ma commette a un gentiluomo di Hamdân (Ecbatane), per nome Ruzabeh, di disegnare un grande edifizio da porvi insieme la moschea e il tesoro pubblico: e per la moschea si tolgono colonne da’ tempii sassanidi[1192] e altri materiali dai palagi di Hira.[1193] Ruzabeh costruiva anco i mercati di Cufa a mo’ di portici;[1194] ed a capo di un secolo furono fabbricate in quella gran città delle botteghe con vòlte di mattoni e gesso, per comando di Khaled-ibn-Abd-Allah-el-Kasri,[1195] governatore dell’Irâk (725-739), celebre pei canali, i ponti ed altri pubblici lavori, di cui arricchì la provincia, per le grosse entrate che ne cavò, e pel favore che dette agl’Infedeli.[1196] Ma già a quel tempo l’architettura era progredita appo i Musulmani. Sappiamo che, occorrendo rifare più spaziosa la moschea cattedrale di Cufa, Ziad, ufiziale del califo Moawia (661-680), consultossene con architetti persiani, ai quali sforzossi di significare il concetto ch’egli avea in mente, ma non lo sapea spiegare. Pure un vecchio ingegnere dei re sassanidi lo capì; gli rispose che si doveano alzare colonne di trenta braccia, tutte di pietra di Ahwaz, assicurata con arpioni di ferro e saldature di piombo; che poi s’avea a costruire il tetto, murar le navi laterali e l’abside in fine. “Ecco per l’appunto ciò ch’io pensava,” ripigliò Ziad: e così fu fatta l’opera.[1197]
Più audace e maestosa comparisce l’arte sotto il califato di Walîd (705-715), il quale rizzò di pianta molti edifizii e molti ingrandì e decorò. Era già surta a Wâset di Mesopotamia (703) una fabbrica detta _El-Kubbet-el-Khadrâ_, ossia la Cupola Verde.[1198] Walîd ne fece innalzare un’altra nel maggior tempio di Damasco; della quale si narra che quando il severo Omar-ibn-Abd-el-’Azîz (717-720) si proponea di rimuovere dalla moschea tutti i vani ornamenti accumulati con molta spesa dal predecessore, venne a Damasco un ambasciatore bizantino, il quale, entrato nella moschea con parecchi mercatanti di sua nazione, alzando gli occhi alla cupola si turbò fieramente, e richiesto del perchè, rispose avere già sperato che la fortuna degli Arabi durasse poco, ma or che vedea quali edifizii sapessero fabbricare, si aspettava diuturna la possanza loro.[1199] Grande opera sembra anch’essa, alla metà dell’ottavo secolo, la cupola che edificò sul palagio di Khawarnâk, testè ricordato, un partigiano degli Abbasidi, persiano d’origine, quand’egli ebbe in dono il palagio, all’esaltazione della nuova dinastia.[1200] Nella prima metà del nono secolo, l’emir aghlabita Ziadet-Allah, sotto il cui regno fu conquistata la Sicilia, rifabbricando tutta di mattoni e di pietra la vecchia moschea cattedrale del Kairewân, fece innalzare una cupola sul _mihrâb_, ossia nicchia che designa la dirittura della Mecca.[1201] Allo scorcio del medesimo secolo se ne vide sorger anco nelle loggette dei giardini, dove posavano mollemente gli emiri d’Egitto;[1202] mentre il feroce Ibrahim-ibn-Ahmed alzava nella moschea del Kairewân un’altra bella e maestosa cupola, sostenuta da trentasei eleganti colonne di marmo.[1203]
Ma ritornando a Walîd, è da notare che in particolar modo ei promosse l’ornato. L’anno ottantotto dell’egira (707), quand’egli volle ampliare la moschea del Profeta a Medina, Giustiniano secondo gli mandò centomila dinar, cento artefici e quaranta some di materiali da mosaico; le quali non bastando, il bizantino ne fe’ cercare, terribile accusa della Storia, per tutte le città abbandonate dell’impero.[1204] Walîd fu anco il primo che ornasse la moschea di Damasco con mosaico a ramoscelli e fogliame, disegnati in varii colori su fondo d’oro.[1205] In quella della Kaaba alla Mecca egli aggiunse degli archi con iscrizioni a mosaico bianco e nero, e rivestì i pilastri di marmi a due colori alternati, e talvolta anco a tre, bianco, rosso e verde.[1206] Due secoli appresso, la corte di Costantinopoli donava similmente del materiale da mosaico al califo omeiade di Spagna, Abd-er-Rahman, quand’egli diè l’ultima mano alla moschea cattedrale di Cordova. Tra gli altri ce l’attesta Edrîsi, dicendo che gli archi del _mihrâb_ «eran tutti vestiti di mosaico, da parere smaltati come tanti orecchini, e che ci si ammirava un lavorìo, sì pari, sì elegante e sì fine, che nè Musulmani nè Rûm arrivarono mai a tanta perfezione.»[1207] Notevoli parole in uno scrittore che avea forse sotto gli occhi i mosaici della Cappella Palatina di Palermo!