Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 22
Venendo in particolare alle sorgenti della pubblica ricchezza, e prima ai minerali, ci accorgiamo di non pochi mancamenti nel libro di Ruggiero. Il quale accenna al ferro cavato dalle montagne di Messina ed esportato ne’ paesi vicini,[1024] alle saline di Trapani,[1025] alle pietre molari del territorio di Calatubo;[1026] ma dimentica molti altri simili capi di commercio, che noi abbiamo ricordati nel periodo precedente, nè egli è verosimile, fossero mancati:[1027] e, quel ch’è più, tace dello zolfo e del petrolio. E qui si potrebbe credere studiato il silenzio della relazione ufiziale, per celare quanto più si potesse gli ingredienti del fuoco greco;[1028] perchè l’estrazione di quelle due produzioni minerali era stata descritta da Ahmed-ibn-Omar-el-’Odsri, o el-’Adsari, uno appunto degli autori di geografia citati nella Prefazione di Edrîsi.[1029]
Secondo il luogo di Ahmed, che raccattiamo dalle citazioni di due autori più moderni, lo zolfo giallo di Sicilia, miglior di quello di tutt’altro paese, trovavasi nell’Etna, ovvero, se preferiamo un’altra lezione, nell’isola di Vulcano; lo cavavano picconieri pratici in così fatto lavoro, ai quali talvolta accadea che lo zolfo scorresse liquefatto, onde lor bastava scavare de’ fossatelli, e quand’era rappreso lo tagliavano con le accette. A’ picconieri, aggiugne Ahmed, che solean cascare i capelli e le unghie, per la natura calda e secca di quel minerale, dice egli, con le idee fisiche del suo tempo.[1030] Più precise notizie dava Ahmed dell’”olio di nafta:” che questo sgorgava nel mese di scebbât[1031] e ne’ due seguenti, entro certi pozzi vicini a Siracusa; che scendeasi in quei pozzi per gradini; che l’uomo si cammuffava il volto e turava ben le narici, perchè se mai avesse respirato laggiù sarebbe morto all’istante; che raccolto da costui il liquido, lo si metteva a riposare in truogoli, e poscia l’olio che rimaneva a galla era riposto in fiaschi e quindi adoperato.[1032] E parmi stia bene tal descrizione. Ma nel cavamento dello zolfo manca forse il principio, e si confonde la liquefazione col caso d’incendio d’alcuna miniera; oltrechè è corso, a creder mio, qualche errore nel designare la regione solforifera. Accenna Ibn-Ghalanda generalmente alle acque minerali della Sicilia;[1033] Edrîsi dice soltanto delle termali di Segesta[1034] e di Termini.[1035]
Alla scarsa industria delle miniere, possiamo contrapporre la grande prosperità dell’agricoltura, attestata da tutti gli scrittori e, meglio di loro, dal gran commercio che la Sicilia esercitò nel duodecimo e decimoterzo secolo. Nè Edrîsi è parco di frasi quand’ei tocca la fertilità dell’isola; nè sdegna i particolari, poichè, in ottanta dei centrenta contadi ch’ei rassegna, fa menzione espressamente degli estesi terreni da seminare. Vero egli è che non distingue la specie del raccolto, se frumento, o altre granaglie, o civaie; e che in alcuni luoghi rimane al tutto ne’ generali, ed usa, tra gli altri, un vocabolo tanto vago, quanto sarebbe appo noi a dir derrate. Ei nota che nelle campagne di Aci “il caldo temperamento del terreno” portava a mieter, pria che nel rimanente della Sicilia.[1036] In più di trenta luoghi sparsi per tutta l’isola ei dice di orti, o giardini, e dell’abbondanza delle frutte. Fa menzione di vigne in cinque soli, Caronia, Oliveri, Hisn-el-Medârig (Castellamare), Paternò e Capizzi; il che mi par confermi che le piantagioni di vite fossero scarse anzi che no in Sicilia nel corso di quel secolo; ma non mi farà mai credere che si limitassero a’ luoghi nominati.[1037] Forse il compilatore intese dir anco della vite, quand’e’ ricordava genericamente i giardini: e lo stesso parmi dell’ulivo, poich’Edrîsi non ne fa ricordo se non che nella descrizione di Pantellaria.[1038]
D’altronde la coltura della vite e dell’ulivo, ricordata espressamente dal Falcando,[1039] si può ben supporre accresciuta, ma non incominciata appena nel mezzo secolo che separò quei due scrittori. Il Falcando ricorda anco gli ortaggi dell’agro palermitano e le macchine da adacquarli;[1040] e non contento al dir che i giardini “davano ogni maniera di frutte,” nomina singolarmente quelle che pareano più rare a un transalpino[1041] e non l’erano punto agli occhi di Edrîsi. Il quale, rimanendosi, com’io penso, a particoleggiare le specie preferite dal commercio, fa ricordo soltanto di Carini, dalla quale si esportavano per tanti paesi delle frutta secche: mandorle, fichi, carrube.[1042] Il territorio di San Marco producea della seta in abbondanza;[1043] s’imbarcava da Milazzo gran copia d’ottimo lino,[1044] e assai se ne coltivava in terre irrigue a Galati,[1045] al qual territorio noi possiamo aggiugnere quel di Ragusa.[1046] Frequentissime, dice Edrîsi, in quel di Partinico le piantagioni del cotone, della _henna_, pianta tintoria molto usata dagli Arabi, e di altre leguminose:[1047] e da un diploma si argomenta che il cotone sia stato coltivato anco nelle vicinanze di Catania al tempo di re Ruggiero.[1048] Della henna e dell’indago poi sappiamo che al tempo dell’imperator Federigo si pensava di piantarne alla Favara presso Palermo.[1049] E forse Edrîsi, avvezzo a’ viaggi d’Affrica e di Levante, sdegnò di ricordare le palme dell’agro palermitano; ma supplisce al suo silenzio Ugo Falcando:[1050] e noi ben sappiamo che nel secolo decimoterzo si diè opera a far fruttare il palmeto, il quale dalla Favara stendeasi fino alla sponda dell’Oreto,[1051] e che il milletrecentosedici i soldati angioini venuti all’assedio della città tagliaron quel bosco,[1052] del quale avanza tuttora qua e là qualche pianta.
A dimenticanza manifesta è da apporre il silenzio del compilatore su le piantagioni di cannamele e sull’opificio dello zucchero. Perchè lo zucchero di Sicilia si consumava nella capitale dell’Affrica propria fin dalla prima metà del decimo secolo;[1053] e, nella seconda del duodecimo, il Falcando fa menzione non sol delle cannamele, ma anche della cottura del melazzo e del raffinamento dello zucchero.[1054] Un diploma del secolo duodecimo fa ricordo dei frantoi o strettoi da cannamele;[1055] uno del decimoterzo mostra la sollecitudine che si prendea l’imperator Federigo per ristorare le raffinerie di zucchero in Palermo.[1056] La coltivazione poi delle cannamele e la manipolazione dello zucchero continuarono in Sicilia fino alle età più malaugurate della sua storia economica;[1057] e non è punto verosimile che così fatte industrie sieno state intermesse al tempo di Ruggiero. Poco dice Edrîsi de’ boschi: nomina la _binît_ di Buccheri, e spiega come torni in arabico a pineta;[1058] fa menzione del catrame e della pece che si esportava da Aci,[1059] del gran traffico di legname che faceasi a Randazzo,[1060] delle navi che costruivansi a San Marco con gli alberi tagliati in quei monti.[1061] Vi si può aggiungere, secondo un geografo del duodecimo secolo ed uno del decimoterzo, il mastice di Pantellaria cavato da’ lentischi e lo storace odorifero.[1062] La coltura degli aranci e altri agrumi, della quale non fa motto Edrîsi, è attestata ampiamente dal Falcando, da un diploma dell’undecimo secolo e dai poeti arabi che cantarono le lodi di re Ruggiero.[1063]
Della pastorizia, come dell’agricoltura, è forza confessare che quel compilatore, o trascurò le notizie, o gli bastò accennarvi da lungi; poichè non fa menzione di pascoli nè di greggi nè d’armenti, se non che nei capitoli di Malta,[1064] Rahl-el-Merat,[1065] Mineo,[1066] Golesano,[1067] Montalbano, Mangiaba[1068] e Galati.[1069] Ma parmi superfluo dimostrare che questo ramo d’industria agraria sia stato importante in Sicilia nel duodecimo secolo: basti ricordare il diploma dell’imperator Federigo che attesta come, ai tempi di Guglielmo II, il fisco dava in fitto a’ Musulmani grandissimo numero di buoi, tra indomiti e mansi.[1070] Da un’altra mano supplisce Pietro d’Eboli al libro di Ruggiero, lodando nel suo carme i cavalli trinacrii, montati in una grande solennità da’ nobili di Salerno:[1071] onde veggiamo nel duodecimo secolo la continuazione delle razze lodate già nell’undecimo.[1072] E la cura che prendea l’imperator Federigo per mantenere de’ cameli in Malta, ci conduce a supporre che quegli animali v’attecchissero ancora.[1073] Si facea del miele, a detta di Edrîsi, in Malta, Caltagirone e Montalbano.[1074]
Tra i prodotti del mare primeggiava l’ottimo corallo di Trapani, e notavasi l’abbondante, anzi, dice Edrîsi, “strabocchevole copia di pesci che si prendeano in quelle acque,” non escluso il tonno grande, così lo chiama, al quale si tendean ampie reti.[1075] E similmente ei fa ricordo delle reti da tonno nella marina dei Bagni Segestani;[1076] delli ordegni con che lo si pescava a Milazzo;[1077] della quantità grande che se ne prendea ad Oliveri;[1078] della rete messa in mare dinanzi Caronia,[1079] e del tonno che si pescava anco nel porto, non so se di Termini o di Trabìa.[1080] Ei non fa menzione di tonnare su la costiera di Levante nè di mezzogiorno, nè della pescagione minuta in altri mari che di Trapani e Catania. Dice pur del _rei_, il quale compariva in primavera nel fiume di Termini;[1081] de’ pesci grossi e squisiti che dava il Simeto;[1082] degli svariati e copiosissimi che si prendeano nel fiume di Lentini e si mandavano per ogni luogo,[1083] e di quei del fiume Salso, pingui e saporosi.[1084] Il povero Oreto anch’esso par sia stato più pescoso che in oggi, quando l’imperator Federigo rivendicava al demanio regio una pescaia che v’avean fatta, cheti cheti, i monaci della Trinità di Palermo.[1085]
_Tarbi’a_, che suona la “quadrangolare” e noi n’abbiam fatto _Trabìa_, era amena villa, al dire di Edrîsi: le grosse polle d’acqua, che sgorgan quivi a piè della roccia, movean di molti molini; e vasti casamenti erano addetti a lavorare l’_itria_, o vogliam dir le paste e particolarmente i vermicelli,[1086] de’ quali si caricavano bastimenti e spedivansi in Calabria e in tanti altri paesi di Cristiani e di Musulmani:[1087] onde si vede come l’industria cittadina raddoppiava il valore prodotto dall’industria agraria, e apprestava materia di nuovi guadagni alla navigazione e al commercio.
Pochi altri ragguagli possiam cavare da Edrîsi intorno l’industria cittadina, appartenendo tanto agli artigiani quanto a’ bottegai, i mercati ch’egli va notando in varie città e terre.[1088] Fa menzione poi, in Girgenti, Mazara, Alcamo, Naro, Castrogiovanni e Randazzo, d’altri artefici, tra i quali credo sian di quelli che in oggi chiameremmo artisti:[1089] e ognuno intende che se il compilatore non ne parla nella descrizione delle città primarie, è forse che gli parea superfluo; nè dobbiamo dimenticare ch’egli non bramava già di tirar con regola e compasso degli specchietti statistici a modo nostro, ma volea soprattutto fare sfoggio d’eleganza nella lingua e nello stile. Donde noi cercheremo i particolari in altri scritti, o in qualche avanzo di manifatture che è pervenuto per buona ventura infino all’età nostra. Al punto stesso in cui i Musulmani sgombravano dalla Sicilia, noi veggiamo in Melfi, Canosa e Lucera, legnaioli, intarsiatori, armaiuoli, magnani ed “altri maestri” saraceni, salariati dall’imperator Federigo, insieme col fattore d’un suo vivaio, e co’ famigli addetti ai cameli, alla lonza da caccia ed ai mangani, s’io ben leggo.[1090] Di cotesti o altri intarsiatori abbiamo anco i nomi proprii e sembran tutti siciliani.[1091] Il vocabolo stesso di _tarsîa_, arabico puro, sembra passato di Sicilia nella Terraferma italiana, e prova meglio che il dir di qualunque scrittore come quell’arte sia fiorita dapprima nell’isola. S’altro attestato occorresse, avremmo delli scrigni intarsiati con epigrafi arabiche che si conservano tuttavia in Sicilia;[1092] e se dubbio rimanesse ancora, mostrar potremmo gli avanzi di due grandi e magnifiche iscrizioni, intarsiate su marmo bianco, in pietre dure di colore, a quel modo che in oggi si chiama mosaico fiorentino,[1093] tra il quale e l’intarsiatura in legno o avorio non è altra differenza che la materia. Si ritrova in Sicilia nel duodecimo secolo, come ognun sa, l’arte di lavorare il porfido, attestata non solamente dagli avelli regii del duomo di Palermo, ma altresì dagli ornati sì frequenti nelle chiese normanne, ai quali si deve aggiungere un lavorìo minuto e difficilissimo: una profonda coppa da bere, fornita di anse, che serbavasi nella Cappella Palatina di Palermo infino a’ principii del decimoquarto secolo.[1094]
Chi sa quanto sia moderno il gusto di far collezioni delle stoviglie del medio evo, mi condonerà se in questo capitolo dell’industria siciliana io tocco, semino dubbii e passo. Palermitani e senza alcun dubbio siciliani sono gli orci e le brocche di terra cotta, varii per la grandezza e per la forma, grossolani di fattura, e alcuni con tappo fisso, bucherato, e la più parte sciupati al forno, dei quali si trovò, com’io ritraggo, un piccol numero nel demolire la chiesa di San Giacomo la Marina in Palermo (1864), e poi se n’è cavato parecchie centinaia sopra le vòlte della Martorana, ponendo mano (1870) alla ristorazione di questo prezioso edifizio, che torna alla prima metà del secolo duodecimo. Credono i periti che questo insolito materiale s’abbia a tenere contemporaneo delle prime fabbriche. Che che ne sia, si scorge in quel vasellame una grossiera imitazione di motti e ornati arabi; onde non andrebbe riferito a’ tempi in cui le colonie musulmane serbavan la lingua loro, e potrebbe scendere alla seconda metà del duodecimo o fors’anco del decimoterzo secolo.[1095]
Ammetto io volentieri, coi trattatisti di ceramica medievale e moderna, che sia stata in Sicilia, fin dai tempi musulmani, una scuola di maioliche; ancorchè io non mi affidi del tutto alla pratica di quegli antiquarii che battezzano, con data e patria, questo o quell’altro lavoro.[1096] Pur oso dir che i più preziosi ch’io abbia mai visti, i due stupendi vasi di Mazara, mi sembrano spagnuoli, sia delle isole o della terraferma.[1097] È forza poi che io ricusi la cittadinanza di certi elegantissimi orcioletti arabi da armadio e da salotto, i quali a prima giunta si potrebbero dir siciliani, essendo frequentissimi nelle collezioni della Sicilia e rari nelle altre d’Europa. Ma la data segnata nella più parte di siffatte stoviglie par che torni a’ principii del decimoquarto secolo, quando gli ultimi residui de’ Musulmani erano usciti di Sicilia fin da tre o quattro generazioni, e se rimaneano le tradizioni delle industrie ed arti loro, la lingua era perduta e dimentica o celata la origine.[1098]
Si veggono ne’ musei di Sicilia, come in tutti gli altri d’Europa, delle ciotole di bronzo o rame, di quelle che i Musulmani usano per bere, e alcune grandi catinelle o dischi degli stessi metalli, ma nessuno indizio ci porta a rivendicarli all’industria siciliana; anzi, tornando comunemente così fatti lavori al decimoterzo, decimoquarto o decimoquinto secolo, e somigliando perfettamente a quei notissimi di Siria e di Egitto, è da supporre che li abbia recati in Sicilia il commercio, sì come fece in altre parti d’Italia, e più che ogni altra in Toscana.[1099] Pur si ritrae che i Musulmani di Sicilia lavoravano egregiamente i metalli. Il museo del Louvre possiede un piccolo mesciacqua di rame, in forma d’un pavone, in petto al quale si legge, preceduto da una croce, il motto _Opus Salomonis erat_, e sotto quello in arabico, _Fattura di Abd-el-Melik-en Nasrâni_, ossia il Cristiano. Il dotto archeologo, che ha illustrato cotesto vaso, lo riferisce al duodecimo secolo ed alla Sicilia, sì per la forma de’ caratteri, per la coincidenza de’ due idiomi e per l’apostasia dell’artefice musulmano, e sì per la somiglianza di quest’opera con altre dell’arte arabo-sicula. Dimostra inoltre l’autore con molti esempii, che “opera di Salomone” significava allora “sottil congegno;” e sostiene che un cannellino, del quale rimane ancora vestigia, era adattato sul dorso del pavone affinchè, mescendosi l’acqua dal becco, l’aria entrata dal cannellino rendesse un sibilo.[1100] Nel gabinetto poi delle antichità in Parigi è esposta una coppa di bronzo, ageminata in argento con figure d’animali e rabeschi di stile arabico, la quale, ne’ tre soliti cartelli tondi, invece di motti arabi, porta lo stemma d’un arcivescovo di Morreale del decimoquarto secolo; onde l’erudito autore del catalogo ha ben’aggiudicata quest’altra opera alla scuola arabica di Sicilia.[1101] Abbiamo in cotesti bronzi parigini il simbolo de’ due ultimi stadii dell’industria arabo-siciliana: l’uno, cioè, quando i Musulmani si convertirono alla religione de’ vincitori e appresero la loro lingua oficiale, senza smettere la propria; e l’altro quando, mutata lingua e religione, ritenner pure le tradizioni di lor arte: finchè nel decimosesto secolo furono attirati dal maggior astro che risorgea nella terraferma d’Italia.
Abbiam già fatta menzione del _tirâz_ regio di Palermo,[1102] nel quale, si tesseano e ricamavansi i drappi di seta, come afferma precisamente il Falcando.[1103] E però non ne daremmo or che un cenno, se non fosse uscita alla luce, dopo il secondo volume della presente istoria, una erudita e sontuosa illustrazione delle insegne dell’antico Impero germanico, serbate in Vienna; la qual collezione è composta in gran parte di ricami e drappi siciliani.[1104] L’abbondante materia vuol che si tratti separatamente di quelle due manifatture, e si torni anco addietro al periodo al quale arrivammo nel quarto libro.
Poichè ci sembra con molta verosimiglianza lavoro del _tirâz_ di Palermo, il pallio che il gran ribelle di Puglia donò all’imperatore Arrigo II; il qual cimelio si ammira oggidì nel duomo di Bamberg.[1105] E veramente il disegno somiglia in generale a quello del manto di re Ruggiero; e il planisfero celeste, ch’evvi raffigurato con qualche nota astrologica, torna per l’appunto agli studii ed a’ gusti musulmani di quel secolo, non ostante le figure di santi, tramezzati alle costellazioni in grazia del pio personaggio pel quale era fatto il pallio. Si scorge anco la mano straniera nelle iscrizioni latine con lettere trasposte e alcuna capovolta.[1106] Oltre a ciò manca ogni fondamento a supporre un _tirâz_ in altra città d’Italia;[1107] nè è mestieri andarlo a cercare in Affrica o Spagna, quando l’abbiamo in Sicilia e sappiam la lega di que’ Musulmani (1011) con Melo o Ismaele, come or non si può esitare a chiamarlo, leggendo il nome nel pallio.[1108] Seguono nell’ordine de’ tempi il notissimo pallio di re Ruggiero,[1109] con la data del cinquecenventotto dell’egira (1133); il camice di seta bianca, ornato con larga fimbria di porpora e d’oro e con lunga iscrizione bilingue, che porta in latino e in arabico i titoli di Guglielmo II e l’anno millecentottantuno;[1110] le gambiere col nome e i titoli dello stesso principe ricamati in lettere arabiche.[1111] L’editore, il quale ha studiati, meglio che niun altro erudito europeo, i paramenti ecclesiastici del medio evo, attribuisce anco agli artefici musulmani di Sicilia i guanti di seta rossa trapunti in oro; due cinti da spada; un paio di ricchi sandali; il manto chiamato d’Ottone IV, e altri lavori che non hanno data nè lettere arabiche, ma gli ornamenti e lo stile di essi confrontano con que’ del _tirâz_ palermitano[1112]. Contro il qual giudizio non abbiam che dire: se non che il merito del lavoro va scompartito tra’ Musulmani di Sicilia e i Greci, quando si sa dalle croniche il fatto de’ lavoranti di Tebe e Corinto, uomini e donne, menati prigioni in Palermo; i quali di certo non dettero principio a quell’opificio, ma non si può ammettere neanco che non abbiano giovato nulla a perfezionare i lavori.[1113] Vanno ricordati infine i ricami in lettere e disegni arabici della veste con la quale fu sepolto l’imperator Federigo: onde le prove materiali di quell’arte arrivano infino alla metà del decimoterzo secolo.[1114]
Circa i drappi fabbricati in Palermo, le prove materiali e gli attestati scritti forniscono particolari sì copiosi da convenire più tosto ad apposito e tecnico trattato, che alla presente rassegna. Basti dunque citare i drappi de’ pallii ricamati, de’ quali testè abbiamo discorso e i soppanni di quelli, tutti opera siciliana, a giudizio dell’autore della descrizione; i quali sono tessuti con bell’artifizio a figure di animali e di piante, rilevati ad oro ed a colori diversi; e rassomigliano per la fattura agli scampoli rimasi nelle cattedrali di Palermo e di Cefalù, dei quali l’autore pubblica qualche disegno.[1115] Vengon poi i vestiti che si osservarono nelle tombe regie del duomo di Palermo, quando la ristorazione del monumento die’ occasione ad aprirle.[1116] Leggiamo nella cronica dell’Abate di Telese che, nelle feste dell’incoronazione di re Ruggiero, le mura del palagio eran parate di pallii e per fino gli infimi servitori vestiti di seta.[1117] Nella seconda metà del medesimo secolo, il Falcando attesta la varietà de’ drappi di seta tessuti nel palazzo reale e ricamati ad oro e perle, e la copia altresì de’ drappi stranieri e de’ pannilani che vendeansi nel vico degli Amalfitani entro il Cassaro di Palermo;[1118] e Ibn-Giobair nota il lusso di vestimenta delle dame cristiane di quella capitale ed anco delle musulmane che davano, com’or direbbesi, il figurino.[1119] V’ha memoria d’un gran padiglione di seta da sedervi a mensa dugento persone, che Riccardo Cuor di Leone pretese da re Tancredi, insieme con altri tesori, dopo la baruffa di Messina.[1120] Le antiche poesie francesi ricordano lo sciamito e il zendado di Palermo.[1121] I diplomi siciliani, citando quelle e tante altre maniere di drappi operati o ricamati, mostrano la grande attività del commercio e dell’industria indigena.[1122] Danno simile testimonianza le denominazioni de’ dazii ordinati dai re normanni e svevi;[1123] e perfino il dialetto siciliano attesta l’origine e la importanza di quella industria, chiamando i tessitori in generale col vocabolo arabico _careri._[1124] Gli opificii della seta decaddero in Sicilia, al par che tante altre sorgenti di pubblica ricchezza, nella seconda metà del decimoterzo secolo, per le varie cagioni a che abbiamo accennato; tra le quali non è da dimenticare la emigrazione de’ Musulmani. Delle città di Terraferma, Lucca fu la prima a raccogliere la eredità della Sicilia. Rivaleggiarono poi con quella città, Firenze, Venezia, Genova: e artisti italiani recarono tal ricca industria a Lione, a Tours e in altre città della Francia. Pur la esportazione de’ drappi di seta rimase bel capo di commercio in Sicilia infino al decimosesto secolo.[1125]
E nessuna maniera d’opificii, necessarii al vestire ed anco al lusso, potea mancare in Sicilia nel duodecimo e decimoterzo secolo, s’egli è vero che le industrie si rannodan tra loro, e che una ne favorisce un’altra e sovente la porta con seco necessariamente. Così, in un paese celebrato pe’ drappi di seta, la gabella su l’arco del cotone,[1126] che parmi voglia dire la battitura de’ bocciuoli per cavar la bambagia, fa supporre i telai da tesserne il filo. Abbiamo precise testimonianze per le tintorie[1127] e per gli opificii di pelli dorate, che si adopravano in varie manifatture e segnatamente negli stivaletti da donna.[1128] I guanti di seta tessuti a maglia, che si rinvennero nell’avello di Arrigo VI, sono da riferire anch’essi all’industria siciliana.[1129] Nè può dubitarsi che i fermagli smaltati e gli ornamenti gittati in oro, che furon cuciti in alcune delle vestimenta imperiali, non siano opera degli orefici palermitani; que’ medesimi a’ quali sono da attribuir le corone dell’imperator Federigo e della sua prima moglie Costanza d’Aragona.[1130]