Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II

Part 21

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“Su, fa girare il (vin) vecchio[952] di color d’oro; e attacca la bevuta mattutina con quella della sera.

Bevi al suon della lira bicorne e de’ canti ma’bediani.[953]

Non si vive davvero, se non che nel beato soggiorno di Sicilia,

(All’ombra) d’un principato che s’innalza sopra quello de’ Cesari.[954]

(Vedi) i palagi vittoriosi, dinanzi a’ quali la gioia arresta il ronzino:

Ammira questo soggiorno che Iddio ha colmo d’abbondanza,

Il circo che superbisce sopra tutti gli edifizii (innalzati) dall’arte;[955]

I giardini della Rupe,[956] ne’ quali torna ridente il mondo,

E i lioni della fonte che buttan acque di paradiso.

La primavera con le sue bellezze veste quei giardini di splendidi ammanti;

Il mattino li incorona con colori di gemme.

E imbalsaman essi le aurette de’ zefiri, dall’alba ed al tramonto.”

Descrisse più particolarmente i giardini della Favara Abd-er-Rahman-ibn-Abi-l-’Abbâs, da Trapani, il Segretario:[957]

“Favara da due mari[958] tu contenti ogni brama di vita dilettosa e di magnifica apparenza.

Le tue acque diramansi in nove ruscelli: oh bello il corso delle acque così spartito!

Là dove si congiungono i due mari, là s’affollano le delizie.

E sul canal maggiore s’accampa l’ardente desiderio.

Oh quanto è bello il mare dalle due palme e la (pen)isola[959] nella quale s’estolle il gran palagio!

L’acqua limpidissima delle due polle somiglia a liquide perle e il bacino a un pelago.[960]

Par che i rami degli alberi si allunghino per contemplare il pesce nell’acqua e gli sorridano.

Nuota il grosso pesce in quelle chiare onde, e gli uccelli tra que’ giardini modulano il canto;

Le arance mature dell’isola sembran fuoco che arda su rami di smeraldo;

Il limone giallo rassomiglia all’amante che abbia passata la notte piangendo per l’assenza (della sua bella);

Le due palme hanno l’aspetto di due amanti che siansi riparati in asilo inaccessibile, per guardarsi da’ nemici,

Ovvero, sentendosi caduti in sospetto, s’ergan lì ritti per confondere i susurroni e lor ma’ pensieri.

O palme de’ due mari di Palermo! che vi rinfreschino continue, non interrotte mai, copiose rugiade!

Godete la presente fortuna, conseguite ogni desio: e che dorman sempre le avversità!

Prosperate con l’aiuto di Dio; date asilo a’ cuori teneri e che nella fida ombra vostra l’amor viva in pace!

Quest’è genuina (descrizione) da non mettere in dubbio. Ma s’io sentissi (raccontare) cose simili, mi parrebbero proprio favole.”[961]

Abu-Hafs-Omar-ibn-Hasan, il grammatico Siciliano, al dir dell’anonimo citato nella _Kharîda_, “fu principe in lessicografia e in grammatica; rinomato per le sane e sobrie dottrine filologiche; lodato per l’orditura giusta e l’andamento scorrevole e ben ordinato de’ suoi versi. Messo in carcere da’ Franchi di Sicilia, continua l’autore, e travagliato con ogni maniera di angherìe, dalla sua prigione ei dettò una kasida a lode di re Ruggiero.” Della quale Imâd-ed-dîn dà il principio e due squarci, ma poi tronca netto la citazione, mormorando che quantunque gli piaccia la poesia, quelli augurii gli danno noia, nè vuol ratificare le lodi degli Infedeli, che Iddio si affretti a precipitarli nel più cocente ardore del suo fuoco.[962] Pur ei conchiude che il poeta è scusabile, come prigione.[963] Il quale, quasi a smentire il critico che dovea lodarlo del felice disegno, sbalza con transizione spropositata dal classico amante di So’àd[964] al magnifico re di Sicilia; ma, tra le esagerazioni, sbozza pur qualche bella immagine e sempre esprime i concetti con rara eleganza.[965]

Per incontinenza poetica, o perchè volle anch’egli adular il vincitore dell’Affrica, ripetea le lodi di Ruggiero un letterato di Mehdia, il cui nome ci è già occorso: Othman-ibn-Abd-er-Rahîm-ibn-Abd-er-Rezzâk-ibn-Gia’far-ibn-Bescrûn-ibn-Scebîb, della tribù di Azd, il quale par abbia fatta lunga dimora in Sicilia, poichè porta anche il nome di Sikilli. Dà notizia di lui Imâd-ed-dîn, trascrivendo nella _Kharîda_ molte poesie, tolte dal libro che die’ fuori questo Ibn-Bescrûn nel cinquecensessantuno (1165-6) col titolo di El Mokhtar, ec. ossia “Scelta di poesie e di prose rimate degli egregii contemporanei.”[966] Quivi dice l’autore che, avendogli Abd-er-Rahman da Butera mostrata la kasida a lode di Ruggiero e avendolo richiesto di un componimento compagno di metro e rima, ei cantò:[967]

“Evviva la Mansuria, tutta splendente di bellezza;

Col suo castello saldissimo di struttura, elegante di forma; con le eccelse logge;[968]

Con le sue belve,[969] con le acque copiose e le fonti che potrebbero stare nel Paradiso.

Quivi i giardini lussureggianti veston ricchi drappi,

Chè tutto il suolo è coperto di broccato[970] del Sind.

Il zeffiro (che vi passa) ti arreca la fragranza dell’ambra.

Qui vedi gli alberi carichi d’ogni più squisita sorta di frutta;

Qui gli uccelli, senza posa, dalla mattina alla sera si ricambiano (il canto).

Che qui s’innalzi (sempre) in sua gloria Ruggiero, re de’ re cesarei,

E (goda) lungamente le dolcezze della vita, ne’ ritrovi che fan suo diletto.”[971]

Dopo i poeti cesarei, Imâd-ed-dîn registra _El Gâun-es-Sikilli_, ossia il “Ribelle siciliano,” come fu chiamato Abu-Ali-Hasan-ibn-Wadd: e nulla ci dice su l’origine di quel terribil nome, ma sol nota aver trovati di molti sbagli ne’ versi. E dà uno squarcio di kasida; poi de’ versi d’amore, accozzati di luoghi comuni, senza alcuno di que’ bizzarri concetti ed espressioni ricercate ch’eran tanto in pregio. I quattro versi che ci rimangono della kasida, odorano di apologia; poichè l’autore si lagna delle vicende della fortuna e de’ partigiani che l’hanno abbandonato. Ingenuo lo stile anche qui, non vela il dispetto nè l’orgoglio, e mostra che il Ribelle non verseggiava per far versi, ma per isfogare la passione dell’animo.[972]

Visse sotto re Ruggiero Abd-er-Rahman-ibn-Ramadhan da Malta, detto il cadi, ancorchè non si fosse mai dato alla giurisprudenza, ma solo alla poesia; nella quale i critici del tempo in loro stile sentenziavano che “egli ebbe un mar di pensieri ed una scaturigine bollente d’estro,” e aggiugneano che moltissimi versi ei scrisse a lode di Ruggiero, chiedendo licenza di ritornare in Malta, ma non ne cavò altro che aspre ripulse.[973] Imâd-ed-dîn non trascrive pur un di que’ versi e mal ce ne compensa con due epigrammi, l’uno fredduccio, l’altro bello ma amaro.[974] La coincidenza del nome patronimico, della patria e della età, mi fa credere sia questi il medesimo Abu-l-Kasim-ibn-Ramadhan, del quale il cosmografo Kazwini ci ha serbato l’emistichio ch’egli improvvisò vedendo una clepsidra. E starebbe bene, del resto, che Imâd l’avesse notato col nome proprio Abd-er-Rahman, e il Kazwini col soprannome familiare Abu-l-Kâsim. In ogni modo va aggiunto ai poeti siciliani Ibn-es-Sementi, che compiè il verso e il madrigale, sì come abbiam detto.[975]

E così venuti alle poesie minori, ci occorre Abd-el-Halîm-ibn-Abd-el-Wâhid, il quale, educato nell’Affrica propria, Siciliano, dice Imâd-ed-dîn, per soggiorno, come quegli che stanziò in Palermo, “apprese ogni bel sapere da’ letterati di quella città, e dettò versi che rassembrano a’ grappoli dell’uva ed orazioni che sembran collane.” Affettuoso il suo distico su la terra che gli die’ ospizio:

“Amai la Sicilia nella prima gioventù. Essa parea giardino d’eterna felicità.

E non m’incomincian per anco a biancheggiare i capelli, che eccola, già divenuta gehenna ardente!”[976]

Anche i suoi versi d’amore son eleganti ed arguti.[977]

Un altro musulmano di Mehdia, venuto in Sicilia qualche mezzo secolo dopo Abd-el-Halîm, dettò alcuni versi sopra un giovanetto cristiano, garzon di bettola in Palermo, i quali vo’ tradurre come ricordo dei costumi, non che io ci vegga tante bellezze. Il poeta si addimandò lo sceikh Abu-l-Hosein-ibn-es-Sebân; e sappiamo ch’ei passò di Sicilia in Damasco, dove morì il cinquecensessanta (1164-5), dopo il soggiorno di più di dieci anni.[978]

Credo nato in Sicilia Abu-l-Fadhl-Gia’far-ibn-el-Barûn, non solo perch’egli è detto Siciliano nell’antologia, ma altresì perchè una iscrizione arabica di Termini ricorda un Barûn, paggio della corte siciliana, fondatore di non so qual monumento.[979] Forse Barûn fu soprannome e divenne casato in persona de’ figli. Tra quali si può noverare questo Gia’far “uno degli unici nell’arte di far ottimi versi,” scrive Imâd-ed-dîn, e accenna particolarmente ad alcuni in lode del vino, ma non li dà. I versi d’amore, dei quali ci rimangono quattro squarci, sembrano eleganti e non senza originalità.[980] Que’ di metro più breve corrono sopra unica rima come gli altri.[981] Gareggiano i due antologisti nelle lodi del giureconsulto siciliano Abu-Mohammed-ibn-Semna; del quale l’anonimo dice ch’ei seppe unire l’arte poetica alla scienza del diritto; ch’ebbe indole vivace, pronta e arguta risposta, conversazione amena e scherzevole. Imâd-ed-dîn rincalza: parergli le costui poesie, lavoro sublime e frutto maturo. Ma si avverta che la critica è scritta in prosa rimata, con vocaboli contrapposti, assonanze e bisticci, che l’è una maraviglia. Piacque soprattutto un battibecco tra questo Ibn-Semna e ’Isa-ibn-Abd-el-Mo’nim, e la cortese risposta, fatta in otto versi, ai rimbrotti, che ’Isa, punto da parole riportategli, avea scritti in tre versi[982] dello stesso metro e rima.

Visse in Egitto, uscito di Sicilia non sappiam quando, e fu primo segretario del califo fatemita Fâiz-billah (1155-60), un Abd-el-Aziz-ibn-el-Hosein, di sangue aghlabita, detto Sikilli e Sa’di,[983] e soprannominato _El-kadhi-el-Gialîs_ (Il cadi compagnevole); il quale morì d’oltre settant’anni, il cinquecensessantuno (1165-6). Parecchi squarci delle sue poesie, serbati da un biografo del secolo decimoquarto, cel mostrano poco diverso da’ poeti minori contemporanei; chè al par d’ogni altro ei sciorina le pupille omicide, le fonti di lagrime e tutto il resto.[984] Pur v’ha di lui qualche grazioso epigramma,[985] e il principio dell’elegia dettata per un suo figliuolo, che morì per naufragio, ci sembra pien d’affetto.[986] L’era forse tutta la kasida e per questo appunto parve sì scipita al biografo; il quale ne dà un solo verso, confermando con ciò che, da ’Imad-ed-din a lui, il gusto de’ letterati arabi di cattivo era fatto pessimo.

Son questi gli ultimi poeti arabi che verseggiarono in Sicilia. Agli stranieri è da aggiugnere Jehia-ibn-et-Teifasci da Kâbes, ucciso in Sicilia da’ Franchi, dice Imad-ed-dîn, dopo il cinquecencinquanta (1155) quand’e’ fecero la carnificina de’ Musulmani:[987] ch’è da riferirsi, secondo me, alla rivoluzione del millecensessantuno. Scrittore e poeta di maggior fama, venne in Sicilia (1168), com’abbiamo detto,[988] il cadi Ibn-Kalâkis d’Alessandria, il quale ripartì con un ambasciatore egiziano che di Palermo tornavasi al Cairo. Par che Ibn-Kalâkis abbia soggiornato parecchi mesi nell’isola, poich’egli vide Palermo, Termini, Cefalù, Patti, Lipari, Caronia, Messina, Siracusa. Oltre il libro dedicato ad Abu-l-Kasim e i versi che gli scrisse quand’ebbe a toccar l’isola di nuovo per fortuna di mare, sappiam ch’ei lodò re Guglielmo in una kasida e abbiamo i versi ch’ei dettò, a proposito delle mentovate città di Sicilia, trovando sempre a ridire: qua sul nome, là sul clima o su le acque; ed or lamentando i disagi della navigazione, or le molestie degli uomini, or l’uggia del veder cavalieri cristiani serrati in fila con le spade sguainate, come i denti di qualche belva che stèsse per avventarsi addosso a’ Musulmani.[989] Al contrario lodava l’umanità della corte siciliana un de’ Beni-Rowaha, il quale, preso dall’armata mentr’ei navigava, chiese grazia con versi non tanto studiati, dicendo aver lasciati a casa una madre vecchia e de’ figliuoli piccini in grandi strettezze, i quali, volesse Iddio, conchiuse il poeta, che fossero qui prigioni, “poichè appo voi non ci manca vitto nè vestito.” E si narra che il re liberò costui, gli donò mille dirhem, e lo rimandò appo i suoi, spesato di tutto. Ma non sappiamo a chi si debba riferire il beneficio, poichè Scehâb-ed-dîn-’Omari, che trascrive cotesti versi, non dà il nome del re, nè il tempo, nè altro particolare che il casato del poeta.[990]

CAPITOLO XII.

Ormai tra il libro di re Ruggiero e i diplomi suoi e de’ successori; tra Falcando, Ibn-Giobair e gli altri cronisti e geografi, si può delineare un prospetto delle condizioni topografiche ed economiche della Sicilia nell’ultimo periodo delle colonie Musulmane. Si posson anco particolareggiare alcuni compartimenti del quadro. A chi abbia sotto gli occhi la descrizione dell’Edrîsi, accurata com’essa è in alcune parti, viene in mente la prima cosa di cercare quali mutamenti siano accaduti nella geografia fisica dell’isola. E la curiosità delusa ci ricorda qual breve spazio siano sette secoli nella cronologia del globo. All’infuori di Panaria, la quale manca di certo per dimenticanza,[991] noi troviamo intorno la Sicilia le stesse isolette; delle quali, allora appunto com’oggi, ardean sole Stromboli e Vulcano, e quest’ultima con rarissimi intervalli.[992] Sarebbe sì da notare, come vestigia d’antichi fatti geologici, la diversità di certi quadrupedi in diverse isolette; poichè Edrîsi dice che viveano in Pantellaria capre domestiche rinsalvatichite,[993] in Vulcano, capre selvatiche, e in Marettimo, capre e antilopi.[994] Ma non sappiamo quanta fede meritino così fatte distinzioni, nè se meglio sarebbe aggiugnere a quegli animali i cervi di Favignana che ricordansi nel decimottavo secolo,[995] e raccoglierli tutti quanti in unica specie, quella per lo appunto onde par sia venuto il nome di Egadi alle isole vicine a Trapani e quello di Capri, Caprera, Capraia ad altre più settentrionali.

Abbiam toccato in uno dei precedenti libri la quistione del menomato volume delle acque fluviali in Sicilia.[996] A quella or si rannoda la deteriorazione che parrebbe avvenuta in alcuni porti: ma è da ricordare che Edrîsi estende l’appellazione di marsa, ossia porto, a’ piccoli scali; e che in quella età, ancorchè non mancassero navi capaci al par delle nostre fregate, pure si adoperavano ordinariamente piccoli legni e soprattutto men cavi che i nostri. Contuttociò non è da negare assolutamente la differenza di profondità che comparisce nel fiume di Lentini e nelle foci di que’ che prendono il nome da Mazara e da Ragusa, quando Edrîsi scrive che le navi arrivavano con tutto il carico entro la prima di quelle città, posta a sei miglia dentro terra;[997] che legni addetti al traffico con Calabria, Affrica ed altri paesi, caricavano e scaricavano alla imboccatura del fiume di Ragusa;[998] e che navi salpavano e barche svernavano presso la città, nel fiume Mazaro.[999] Indi possiamo supporre avvenuto in cotesti luoghi un interrimento o un sollevamento del suolo, di che abbiamo tanti esempii in Sicilia e fuori. Possiamo creder anco rimpiccioliti per simili cagioni i porti di Catania, Girgenti e Trapani, i quali or si lavora a ristorare, quando sappiam che al tempo di re Ruggiero erano i due primi gremiti sempre di navi;[1000] il terzo sicurissimo da tutti i venti e immune della risacca, onde vi si svernava.[1001] Dei due porti di Siracusa leggiamo che il piccolo fosse più frequentato che l’altro.[1002]

Edrîsi fa menzione della fonte intermittente, detta Donna Lucata,[1003] presso Scicli e dell’Amenano che scorre sotterraneo in Catania e talvolta irrompe nelle strade.[1004] Dobbiam altresì, a chi raccolse le notizie topografiche, un abbozzo di statistica archeologica dell’isola, leggendosi col predicato di _azali_, che appo noi suonerebbe “aborigene,” le castella di Termini, Tusa, Kala’t-el-Kewârib (Santo Stefano), Caronia, Taormina, Noto, Ragusa, Girgenti, Marsala, Trapani, Kala’t-et-Tirâzi (Calatrasi presso Corleone), Battelari (presso Bisacquino) e Calatafimi; oltrechè son chiamati _kadîm_, ossia «antico» il castel di San Marco e Noto or or nominata: e si dice a Termini del teatro e de’ bagni; a Girgenti degli antichi avanzi che dimostrano la possanza alla quale arrivò un tempo il paese; a Taormina del ponte, del teatro romano, testimone della grandezza di chi edificollo, e di un colle che addimandavasi Tûr, celeberrimo per miracoli e pratiche di devozione.[1005]

Passando alla geografia politica, novello studio sul testo di Edrîsi e su le altre memorie di quei tempi, mi sforza a confessare che mancano ne’ documenti del duodecimo secolo le prove della tripartizione amministrativa della Sicilia, ch’io, seguendo il Gregorio, supponea ristorata da re Ruggiero.[1006] Se altre carte non ci daranno ragguagli più precisi, è da ritenere che sotto i Normanni la Sicilia sia stata divisa in varie province o distretti, di estensione assai disuguale e fors’anco mutabile.[1007]

Con maggiore certezza ritraggiamo da Edrîsi la distribuzione degli abitatori sul territorio dell’isola. Noveravansi in questa centrenta grossi paesi, escluse, com’espressamente ci avverte il compilatore, le ville, i casali e le terre minori. Percorrendo i centrenta, veggiamo che trentuno, posti la più parte su la marina, aveano de’ mercati, ossia, secondo l’uso dell’Oriente e dell’Europa del medio evo, delle contrade abitate da artigiani dello stesso mestiere o venditori della stessa merce. Undici paesi, de’ quali un solo dentro terra, vanta van de’ bagni;[1008] Palermo avea de’ magazzini di grandi mercatanti;[1009] Palermo stessa, Lentini e Marsala, de’ fondachi;[1010] Catania, Siracusa, Mazara e Marsala, de’ _khân_:[1011] ed oltre Palermo, Messina, Catania e Siracusa, segnalavansi, per palagi e grandi edifizii, Castrogiovanni, Noto, Butera, Girgenti, Carini: e notavansi le larghe vie di Mazara, e le villette di delizia intorno i bagni Segestani.[1012] Delle isolette adjacenti, erano abitate per tutto l’anno Malta e Pantellaria; Lipari soltanto in certe stagioni, ma avea pure un castello:[1013] disabitate sembrano le altre, non facendovisi ricordo di popolazione nè di agricoltura, ancorchè quelle isolette fossero state esplorate diligentemente, come si argomenta dalla descrizione dei porti loro, delle acque dolci, della legna che vi si trovava, e della frequenza de’ navigli che soleano cercarvi asilo nelle fortune di mare.[1014] Leggiamo con maraviglia essere abbandonata, senza guardia d’armati nè pur d’un custode, la inespugnabile fortezza dell’Erice, chiamato allora Gebel-Hâmid;[1015] quando Ibn-Giobair, trent’anni appresso, la dicea vegliata sì gelosamente.[1016] Il libro di Ruggiero pone entro la fortezza di Giato una segreta pe’ rei di maestà;[1017] dice tramutata in Sciacca la popolazione di Caltabellotta, fuorchè un piccol presidio;[1018] e ci fa saper che la ròcca di Kala’t-es-Sirût, che torna al Golisano del medio evo, o Collesano, com’è piaciuto poi di scrivere, era stata spiantata, per comando del re, e tramutati i terrazzani in sito men difendevole.[1019] Del qual episodio non fanno menzione le croniche; ma sta bene nella tragedia che si travagliò per tanti anni tra re Ruggiero e Rainolfo conte d’Avellino, marito d’una sua sorella e nemico implacabile del cognato. De’ centrenta grossi paesi, poi, una trentina sono scomparsi oggidì dal novero de’ comuni, e ne riman appena il nome in qualche villa o in qualche castello abbandonato e sovente rovinoso. Giacciono, la più parte, nelle province di Palermo, Trapani, Girgenti, o vogliam dire in quello che fu val di Mazara.[1020] Guardando una carta geografica, si vede ancora la cicatrice della gran piaga che vi fu aperta alla fine del duodecimo e prima metà del secolo seguente.

Il qual fatto mi conduce a chiarirne un altro, assai più grande e funesto. Raccogliendo tutti i nomi de’ luoghi abitati che occorrono negli scritti geografici o storici e ne’ diplomi, dal principio dell’ottavo al principio del decimoquinto secolo, si notano in Sicilia più di mille nodi di popolazione, tra piccoli e grandi; dal qual numero si può togliere forse una dozzina per nomi raddoppiati, ma vanno aggiunte parecchie centinaia di nomi ignoti finadesso, o perduti del tutto con tanti diplomi pubblici e privati. A fronte dei mille luoghi e più, che si debbono supporre abitati nel tempo più florido della Sicilia del medio evo, ossia nel regno di Guglielmo il Buono, mettiamo le cinquecensessanta abitazioni che si contavano, tra comuni e villaggi, alla fine della dinastia borbonica, e si vedrà la enorme mancanza d’una metà per lo meno.[1021] Or supponendo l’attuale popolazione della Sicilia uguale a quella del duodecimo secolo, e tale io la credo senza timor di grosso sbaglio, perchè il numero è cresciuto rapidamente da cento anni in qua, egli è evidente che gli uomini sparsi una volta nelle campagne si sono raccolti nelle grosse terre; il che vuol dir che l’agricoltura è andata a male. Notissima cosa ella è veramente che in Sicilia la più parte de’ contadini abita lungi dal suolo da coltivare, ossia che si sciupano molte ore della giornata o molti giorni della stagione propizia, e che la più parte delle terre di Sicilia rende assai meno di quel che potrebbe, serbate d’altronde tutte le altre condizioni attuali, che non sono al certo le migliori. Cotesta rovina economica principiò, a creder mio, con le molestie suscitate contro i Musulmani fin dagli ultimi anni di Guglielmo II; si accrebbe a volta a volta nelle vicende successive, e Federigo II, filosofo e buon massaio quant’ei si fosse, dievvi pure una dura spinta. Le guerre del Vespro siciliano non eran fatte al certo per guarir quella piaga; la quale squarciossi vieppiù nell’anarchia feudale del decimoquarto secolo, e gangrenì sotto la dominazione spagnuola, sotto le giurisdizioni baronali e la possessione di tante manimorte. Giova sperare che i cresciuti commerci dell’età nostra, lo aumentato valor delle terre, e con ciò il vigor di novella vita nazionale, l’aria libera che respiriamo, le savie leggi civili, gli studii promossi, e la sicurezza pubblica, s’e’ verrà fatto di ristorarla, riconducano a’ campi le popolazioni che ora stentan la vita nelle città.

La mutata proporzione tra cittadini e contadini che, certissima in fondo, ma senza particolari, abbiamo ritratta dal riscontro de’ nomi topografici, comparisce molto precisa ne’ territorii di Giato, Corleone e Calatrasi, che noveransi tra le centrenta città e castella descritte nel libro di Ruggiero. I quali essendo stati donati da Guglielmo II al monastero di Morreale (1182), ne abbiam noi ne’ diplomi di concessione le note catastali, onde si scorge che que’ tre territorii contigui conteneano cinquanta tra castella e casali. La superficie, la quale su per giù prende mille chilometri quadrati, è in oggi suddivisa ne’ territorii di dodici comuni, de’ quali il solo Corleone serba l’antico nome:[1022] il che basti a mostrare i rivolgimenti sociali di quelle parti dell’isola. La proporzione, poi, di tre grossi paesi a cinquanta piccoli nel duodecimo secolo, e de’ cinquanta castelli o casali d’allora, a’ dodici comuni della nostra età, non si può di certo applicare a tutte le altre regioni dell’isola: contuttociò si badi che, a quella stregua, tornerebbe scarso il numero de’ mille paesi abitati che abbiam trovati nelle memorie del medio evo, e dovrebbe raddoppiarsi, o accrescere almeno d’una metà.[1023]