Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II

Part 20

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Lasciato da canto _El Gewd-el-wasib_ (La pioggia continua),[887] al quale non sapremmo assegnar classe e il _Kitab-el-isciarât_, ec. (Cenni su la scienza dell’interpretazione) che par tratti d’oneirocritica,[888] entriamo nella filologia, che dopo la filosofia morale, fu in vero la disciplina prediletta del nostro autore. Come già dicemmo,[889] spirava allora nella letteratura arabica il secento e lucea, stella polare de’ filologi, l’arguto e vivacissimo Harîri. Ibn-Zafer lo comentò, sforzato dal genio de’ tempi; ma lo combattè anco. Nel _Sefr_ (Il sentiero) ei dichiarò le voci insolite e rare e i proverbii che occorrono nelle _Mekamet_ o “Tornate” di Harîri, come suona in italiano;[890] la stessa cosa par abbia fatto, su per giù, nel _Nakîb_, ec. (Lo scrutatore delle espressioni peregrine delle Tornate) e non sappiamo se il comento di Harîri, attribuito a Ibn-Zafer, sia copia di quelle due opere messe insieme, ovvero nuova compilazione.[891] Con l’_Awhâm-el-Ghawwâs_, ec. (Errori del Marangone che taccia d’errore i Sommi) ei rifà il verso all’Harîri, il quale nella _Dorret-el-Ghawwâs_, ossia “Perla del Marangone,” avea sindacati i più celebri scrittori.[892] Fuor dall’agone della critica, ci occorre il _Mulah-el-loghat_ (Sali di filologia), glossario alfabetico de’ vocaboli suscettivi di parecchi significati;[893] l’_Isctirak-el-loghewi_, ec. (Consorzio filologico e genesi de’ significati)[894] e il _Nogiob-el-amthâl_ (Proverbii eletti).[895]

Assai brevemente dirò del Solwân, ch’è pur il capo lavoro d’Ibn-Zafer ed ha mantenuta per sette secoli, e manterrà ancora per lungo tempo, la fama dell’autore presso i popoli musulmani. Venti anni or sono, io tradussi questo libro in italiano, rividi una bella versione inglese fatta su quella mia, e nella Introduzione trattai le sorgenti istoriche e letterarie alle quali l’autore avea attinto. Detti altresì tutte le notizie bibliografiche venutemi fin allora alle mani e v’aggiunsi molti, forse troppi, schiarimenti, per far comprender meglio il libro a’ lettori che non avessero studiate di proposito le cose dell’Oriente. Mi basti, dunque, di ricapitolare quella Introduzione, della quale confermo tuttociò che non correggerò espressamente.

_Solwân-el-Motâ fi ’odwân-el-etbâ_ vuol dire “Rimedii del principe, quand’egli è nimicato da’ suoi seguaci.” Propone l’autore cinque rimedii, che danno argomento ad altrettanti capitoli: e son l’Abbandono in Dio, ossia l’affidarsi alla giustizia della causa; il Conforto, ossia non sbigottire nei pericoli; la Costanza, ossia perseverare; il Contentamento nella propria sorte; e l’Abnegazione, o piuttosto il disprezzo delle cose del mondo. Ciascun rimedio è esposto per sintesi e per analisi: da una mano i precetti del Corano, le tradizioni di Maometto, le sentenze de’ savii ed alcune massime dell’autore in prosa e in verso; dall’altra mano, squarci di storia, novelle fabbricate su fatti storici e prette favole ed apologhi. Gli argomenti storici son tolti per lo più da’ tempi classici dell’Arabia, da’ primi secoli dell’islamismo, dalla Persia sassanida e talvolta dalle agiografie cristiane dell’Oriente; le narrazioni favolose sono imitate, copiate non già, da’ modelli indiani. Troviamo testualmente una novella delle _Mille ed una Notte_:[896] ond’è da supporre che alcuno degli ultimi compilatori di quel dilettevolissimo libro, l’abbia tolta dal Solwân, non già il contrario. Del resto, non pochi altri squarci sembrano parafrasi o forse traduzioni di testi pehlewi, ch’è a dire, frammenti tolti dal naufragio della letteratura persiana nell’epoca de’ Sassanidi. Nelle massime morali s’alterna, come nella più parte de’ libri pervenutici dall’Oriente, la fierezza dello stoicismo e la pieghevolezza cristiana: savii sono del resto i consigli politici; ingenuo e vivace il dettato e la lingua arabica pura e scorrevole, se non che a volte s’inciampa in un pezzo di secento. Le due edizioni citate dianzi, le quali chiamerem l’una di Siria e l’altra di Sicilia, si distinguono non meno per le prefazioni diverse, che per la pulitura. Nella seconda son tolte via quelle citazioni continue, è semplificato l’intreccio; ma qualche bel racconto è soppresso e v’è passata, s’io non erro, la lima di una censura volontaria.[897]

Pregio principale del Solwân mi sembra la via nuova che l’autore tentò, nuova pei Musulmani, cioè d’inculcare massime morali con l’esempio di fatti immaginarii. Perchè pria di lui la letteratura arabica possedea sì delle versioni e delle imitazioni di favole persiane e indiane, ma non si ritrae che alcuno scrittore le abbia usate in opera di serio e grave argomento:[898] ond’è che Ibn-Zafer si sforza nella prima edizione a mostrar come i santi dell’islam non rifuggivano da arte oratoria così fatta, e nella seconda replica che legge non vieta il suo dettato, nè orecchio dee rifuggir da quello. E per vero, non ostante gli scrupoli del tetro genio semitico, parecchi orientali hanno tradotto questo libro, imitatolo o fattone parafrasi,[899] o presone squarci,[900] ed altri scrittori il citano.[901] In somma, il Solwân è stato sempre in voga appo i Musulmani, come lo provan anco le molte copie che n’abbiamo nelle biblioteche europee e la recente edizione di Tunis.

Tra i lavori d’Ibn-Zafer io non ho notate le poesie, perchè poche ne conosciamo oltre i versi intessuti nel Solwân; i quali d’altronde non differiscono dalle sue prose rimate, se non che per la misura e per la rima più rigorosa. Ciò non ha ritenuti i biografi dal chiamar belle le poesie d’Ibn-Zafer, giudicandole sopra un tipo di bellezza diverso dal nostro. Imâd-ed-dîn, ch’era penetrato infino all’osso del gusto letterario di quel secolo, dice che Ibn-Zafer, “passando in Siria gli ultimi anni della sua vita, irrigò con la eloquenza le Accademie de’ bramosi di sapere. Ei fu principe, al suo tempo, nell’esegesi del Corano e nella erudizione. Lo vidi io in Hama, che gli amatori della Scienza pendevano attoniti dal suo labbro. Lasciò eleganti composizioni e ben ordinate compilazioni: tra le altre opere il Solwân, ch’io ho percorso e trovatolo utile libro, come quello che unisce le due bellezze, delle idee e della lingua, e ti ammaestra or accennando, or esortando; il quale libro fu composto da lui in Sicilia, ec.” Arriva il biografo a dire che questo uom valentissimo sorpassò nella scienza tutti i dotti suoi contemporanei.[902] Che se non vogliamo fidarci di Imâd, ampolloso scrittore, facile a lasciarsi trasportar dalle antitesi e dalle consonanze, staremo al giudizio di Ibn-Khallikân, il quale, educato com’egli era in una scuola storica aridissima, pur novera Ibn-Zafer tra i principali eruditi e i più valenti uomini del tempo, e lo dice autore di pregevoli compilazioni.

Il doppio nome etnico non ha cagionati dispareri su la patria del tradizionista Abu-Ali-Hasan-ibn-Abd-el-Bâki, droghiere e dottore malekita, noto sotto nome d’Ibn-el-Bâgi,[903] detto Siciliano e Medinese, e morto il cinquecennovantotto (1201-2).[904] Al quale va aggiunto un Abd-el-Kerîm-ibn-Iehia-ibn-Othman, soprannominato “L’onor de’ Grammatici,” perch’ei fu maestro del precedente e discepolo di Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Mosallem, da Mazara; onde sembra anch’egli nato, o domiciliato in Sicilia.[905] Siciliano per nascita l’altro emigrato e tradizionista Abu-Zakaria-Jehia-ibn-Abd-er-Rahman-ibn Abd-el-Mo’nim, oriundo di Fez, discendente della tribù araba di Kais; il quale chiamossi anco Dimiski e Isfahani, dalle due città ov’ebbe soggiorno, e nella seconda delle quali morì, il secentotto (1211-12). Sappiamo ch’ei vagò per molti paesi, che seguì la scuola sciafeita, lasciando, com’e’ pare, la malekita, perchè non prevaleva in quelle regioni di levante. Si conosce di lui l’_Er-raudat-el-anîkah_ (Il dilettoso giardino), che sembra raccolta di tradizioni; ma egli non passava per fedel raccontatore.[906] Visse nel medesimo tempo e fu maestro di tradizione, il giurista Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Abi-l-Kasim, siciliano, della tribù di Koreisc.[907] Il cieco Abu-Abd-Allah Mohammed-ibn-Abi-Bekr-ibn-Abd-er-Rezzâk, soprannominato _Scerf-ed-dîn_ (Gloria della religione), par sia uscito di Sicilia con le ultime famiglie ch’emigravano; leggendosi ch’ei nacque il secenventuno (1224), che studiò e insegnò in Egitto e morì al Cairo. Uomo di molta dottrina, carità e religione, venuto in fama di santo che portasse benedizione altrui con le preghiere, ei professò tradizioni e lettura del Corano.[908] Parmi che Mohammed-ibn-Mekki-ibn-Abi-d-dsikr abbia preso il nome di Siciliano dal villaggio presso Damasco che si addomandava Le Siciliane; poichè lo dicono nato in Damasco, di regeb secenquattordici (ottobre 1217): il quale fu noto come lettor del Corano e tradizionista, ancorchè addetto al mestier di ricamatore a Damasco e poi nell’opificio del _tirâz_ al Cairo, dove morì il secennovantanove (gennaio 1300).[909] Furon poi detti entrambi Ibn-es-Sikilli, come egli è probabile dalla nazione dei padri loro rifuggiti in Egitto, due giureconsulti egiziani di scuola sciafeita; il primo de’ quali, Mohammed-ibn-abî-l-Fadhl, della tribù di Rebî’a, soprannominato _Scerf-ed-dîn_ (Gloria della religione), nacque in Misr il secentotto (1211), fu magistrato di polizia urbana e morì il secennovantadue (1293);[910] l’altro, Mohammed-ibn-Mohammed-ibn-Mohammed, soprannominato _Fakhr-ed-dîn_ (Vanto della religione), scrisse un trattato giuridico, fu cadi di Damiata, indi magistrato al Cairo e morì il settecenventisette (1327).[911]

Ritornando ai Siciliani propriamente detti e alla classe della filologia nella quale ci è occorso il ramingo Ibn-Zafer, troviam ora un Abu-l-Hasan-Ali-ibn-Ibrahîm-ibn-Ali, chiamato Ibn-el-Mo’allim (Il figliuol del maestro di scuola), che al dire di Dsehebi segnalossi molto in grammatica e in lessicografia, ebbe scrittura bellissima, studiò la medicina, interpretò i sogni, e morì il cinquecentrentadue (1137-38). Mettendolo il Dsehebi, l’ho messo anche io:[912] e più alacremente prendo a dir degli scrittori in prosa e in verso.

Giova qui ripetere che le notizie e gli squarci sui quali abbiamo a giudicare, derivano la più parte dall’antologia d’Imâd-ed-dîn; il quale trascelse secondo il gusto e l’intento suo, e non secondo il nostro. Indi è che tra le opere degli Arabi siciliani di quest’ultimo periodo, ei ci dà tre soli esempii di poesie che, in significato assai largo, chiameremo popolari. I due primi son versi da cantare, dettati da un buon letterato e poeta, senza tanto artifizio, ma senza scostarsi da’ metri soliti: onde ne tratteremo in appresso. L’altro esempio muove la sete e ne lascia a bocca arsa. Sono stanze, proprio stanze, con versi brevi e rime intrecciate: ond’io penso che scopriremmo per avventura più intimi legami tra queste e le prime poesie italiane della Sicilia, se il secentista pedante che fè la raccolta, ci avesse serbato qualche altro componimento di tal fatta. Ma di certo gli parve strano e barbarico il metro, del quale ei perfino ignorava il nome o sdegnò di ripeterlo, poichè ci trascrive i versi con la intitolazione “Di que’ che si recitano con cinque misure.”[913]

Gli scrittori arabi di Ponente ci ragguagliano dell’origine e progresso di cotesto novello uso di verseggiare, il quale non differiva nel metro soltanto della genuina poesia arabica. I componimenti furon chiamati propriamente _Mowascehât_, o _Azgiâl_. De’ quai vocaboli il primo è plurale dell’aggettivo femminino _mowascehah_, che vuol dire “ornata di _wisciâh_,” sorta di bustino di pelle, trapunto a fili alterni di perle e d’altre gioie. Forse chi primo usò tal nome, volle paragonar la nuova canzone ad una cantatrice abbigliata per andare a corte, o volle accennare alla gaiezza delle rime, avvicendate come que’ fili paralelli che si incrocicchiavano sotto il petto, nelle due punte del _wisciâh_. E veramente in linguaggio tecnico appellano _simt_, ossia filo, il verso la cui rima rilega tutte le stanze, e _ghosn_, ossia ramo, i versi di ciascuna. La voce _zegel_, al plurale _azgiâl_, rende l’idea di suono ripetuto, significando nella lingua classica: grido, chiasso, gorgheggio ed anco susurro come di venticello.

Le _mowascehe_ s’intesero dapprima a corte di Cordova, allo scorcio del nono secolo; furon molto in voga in Affrica e Spagna dall’undecimo in giù; e quella moda occidentale trovò favore anco in Egitto e in Siria e dura finoggi.[914] Sia fioritura d’un germe che s’ascondea nella stessa poesia nazionale degli Arabi,[915] sia novità tolta in prestito dalla Persia, sia pure imitazione delle strofe e rime di bassa latinità che correano per avventura nel clero e nel popolo di Spagna al tempo del conquisto, la _mowasceha_ alleggerì ogni maniera di peso della poesia classica: i versi lunghi, divisi per emistichii; l’unica rima de’ componimenti maggiori; i vocaboli insoliti o vieti messi lì per forza della rima o lusso di lingua; e nelle kaside, la macchina della bella che ha mutato il campo, dell’amante che visita le vestigie di quello e simili cose.

I versi brevi, scompartiti a stanze, costruiti più spesso con gli accenti a modo nostro che con le regole della prosodia arabica,[916] rimano con leggi svariate, or alternati come nelle nostre terzine, ora con rima intermittente come nelle canzoni e in molti altri antichi metri nostri; e così anche si tramezzano versi di varie misure, per esempio di quattro o cinque sillabe, con que’ d’otto o dieci. Secondo Ibn-Khaldûn, i _zegel_ non si distingueano altrimenti da quell’altro metro, che per la lingua, volgare del tutto:[917] ma par che vi si usassero stanze più piccole e versi più corti; ed a ciò menava di certo la soppressione delle vocali finali nella più parte de’ vocaboli, ch’è proprio dell’arabo volgare; e l’uso di accompagnare i versi col canto e talvolta col ballo.[918] E però gli eruditi han chiamate le _mowascehe_, odi o canzoni e i _zegel_, ballate e sonetti; la quale ultima denominazione parrebbe più propria se si riferisse all’antico sonetto nostro.[919] Del resto richieggonsi altri studii pria di ammettere la parentela, che comparirebbe a primo aspetto dalla somiglianza di qualche metro e di qualche denominazione. Se pur si trovassero compagne le fogge del vestito, le muse neo-arabiche avranno sempre altro temperamento e altra indole che le neo-latine. Le prime, soprattutto quand’esse abbandonansi nei _zegel_, si allontanan sì dall’Arcadia del deserto, ma non s’avvicinano per questo alla scuola de’ Trovatori di qua nè di là dalle Alpi; e più spesso, ne’ loro nuovi metri, le immagini, il colorito, le transizioni, l’adulazione, il biasimo, i vanti, i monotoni piagnistei dell’amore, son gittati sulla forma arabica, quella, già s’intende, dei tempi di decadenza.

L’unica poesia di tal fatta, riferita a Siciliani nella _Kharîda_, è opera del segretario Abu-l-Hasan-Ali-ibn-Abd-er-Rahmân-ibn-abi-l-Biscir, es-Sikilli, el-Ansari, cioè siciliano di stirpe medinese, messo in primo luogo nel capitolo de’ Siciliani contemporanei d’Imâd-ed-dîn, onde tornerebbe alla metà del sesto secolo dell’egira e duodecimo dell’èra cristiana. Più precisamente parmi da collocare Abu-l-Hasan tra lo scorcio dell’undecimo e i principii del duodecimo, poichè il raccoglitore cavò questa notizia dall’epistola di Abu-s-Salt su i poeti della età sua propria (1067-1134). Il componimento è di sei stanze, ciascuna di tre versi d’otto sillabe, ed ogni verso rima col suo simmetrico in ciascuna stanza, il primo cioè col primo e così il secondo e il terzo: e però lo chiamerei _zegel_, più tosto che _mowasceha_.[920]

Io mi ristringo al metro, ch’è la sola parte notevole di questo squarcio, e nulla dico de’ concetti e dello stile; parendomi gli uni volgari e l’altro pesantuccio, quando Abu-l-Hasan ne’ componimenti ordinarii tratta più vivacemente il subietto dell’amore mal corrisposto,[921] e le sue parole una volta si direbber anco tenere e spontanee.[922] Lasciato da canto Abu-s-Salt, che si dilettava di paragonare co’ suoi proprii versi e con gli altrui, un distico d’Abu-l-Hasan su i raggi di luce ripercossi dalle acque,[923] noi dobbiamo notar con lode gli epigrammi scherzevoli di questo autore[924] ed uno serio, dove spira l’orgoglio serbato da nobile e forte gente tra le amarezze che non mancavano ai vinti Musulmani di Sicilia.[925]

Par che Abu-s-Salt non abbia scritti in lista altri poeti siciliani, poichè Imâd-ed-dîn, senza citarlo altrimenti, continua questo capitolo con la scorta d’un anonimo che ne avea messi parecchi in una raccolta compilata di recente in Mehdia.[926] Tornano essi dunque alla prima metà del duodecimo secolo, com’anco s’argomenta dalle poesie dedicate a re Ruggiero.

Primo ci occorre in questa raccolta Abu-Musa-’Isa-ibn-Abd-el-Mo’nim, es-Sikilli, lodato dall’anonimo antologista, come “giureconsulto di gran seguito, valoroso nelle allegazioni e negli argomenti, l’avvocato principe del suo paese, (lo scrittore) dai concetti nuovi, elevatissimi e dal linguaggio (fiorito come) i giardini cui rigan piogge continue.” ’Imâd-ed-dîn, sopraccaricando figure, continua che “a sentire i suoi dettati, ogni ferita risana; che il fulgore di quel bello stile dissipa le angosce; che le parole rassembran perle cavate dalle conchiglie e stelle raggianti. Ed ecco, conchiude Imâd, una delle sue peregrine poesie d’amore, la quale è più dolce che un desiderio soddisfatto.[927]” Ma al nostro palato sanno meno salvatichi i versi dettati per una bella ragazza bionda[928] e per una bruna vezzosa.[929] Oltre varii epigrammi, un de’ quali indirizzato ad Abu-s-Salt per chiedergli in prestito un libro,[930] abbiam di lui il principio della kasida funebre scritta per un Abu-Ali-Abd-Allah, e sembranmi nobili versi.[931] È meraviglia che uom sì grave abbia dettate, nello stesso metro solenne, delle poesie oscene, come ben le definisce Imâd e ne reca in esempio una kasida intera ed un verso tolto da un’altra, del quale non oso pur dare la traduzione latina: e il laido concetto è espresso in termini astrologici che lo rendono più disgustoso.[932] I trentacinque versi ond’è composta l’altra, cominciano con la imitazione servile d’Imro-l-kais; arrivano ai vocaboli sudici e finiscono con una apologia insipida e impertinente.[933] Pur non si può negare il pregio della lingua in cotesti componimenti, nè in quelli di futile argomento, ammessi al par nella _Kharîda_: un’epistola in prosa a lode d’un bel saggio di calligrafia;[934] una in versi, nella quale sono evitate le due lettere _elif_ e _lam_, sì frequenti nella lingua arabica.[935]

Abu-Abd-Allah-Mohammed, figliuolo del precedente e giureconsulto, segretario e poeta, ebbe gran fama, a quanto ci si dice, come geometra e astronomo o astrologo.[936] Più solenne giudizio troviamo intorno le sue opere letterarie. Scrivono i biografi “ch’ei passeggiava su le vette dell’eleganza; lo chiamano campione rinomato ne’ tornei de’ dotti; scoprono nelle sue poesie tale virtù da esilarare gli animi, e inebriare gli astanti come se si facessero girar tra loro delle tazze di vin prelibato.”[937] ’Imâd, accennando alle elegie di Mohammed-ibn-’Isa, esclama che, se ascoltassero di tai versi, si metterebbero sulla buona strada anco i malvagi.[938] E per vero una lunga kasida, scritta, com’e’ sembra, in morte d’alcun de’ Beni Labbana, procede maestosa e patetica: e comprendiam che dovesse parer capolavoro a chi possedea la lingua, a chi tenea sovrane bellezze i tropi, le metafore, le antitesi, che or ci muovono a riso.[939] La buona gente ascoltò, fors’anco tutta commossa, un’altra elegia che esordisce col pianto dei cavalli.[940] Perdonati i difetti del secolo, Mohammed-Ibn-Isa può dirsi buon poeta; migliore al certo del padre, poichè seppe scansarne la scurrilità. Ne’ suoi versi d’amore ci occorre, tra i luoghi comuni, qualche immagine graziosa.[941] Il componimento che ho citato dianzi come poesia popolare, ha concetti semplici, linguaggio facilissimo, versi non tanto lunghi e adatti al canto; del resto corron tutti sopra unica rima a modo antico.[942] Abbiamo di questo poeta gli squarci di due altre kaside, d’una epistola in rima, di due in prosa e di due tramezzate dell’una e dell’altra, onde veggiamo che lo stile familiare non gli facea smetter sempre le ampollosità.[943]

Seppe scansarle, quanto allor poteasi, un altro siciliano contemporaneo, del quale ’Imad-ed-dîn ci dà soltanto otto versi, tolti in parte dal principio e in parte dal seguito di lunga kasida che fu scritta in morte d’un nobil capo musulmano di Sicilia. E duolci che ’Imâd non abbia serbato il nome di costui, nè il rimanente dell’elegia, nel quale si sarebbero trovati per avventura de’ cenni storici e de’ versi più belli; poichè l’antologista trascelse di certo quelli che a noi possono piacer meno. Pur ci si veggono sentimenti vigorosi, concetti poetici e nobiltà di forma; in grazia anche del maestoso metro ch’è il _tawîl_, ossia “lungo.”[944] Il poeta chiamossi Othman-ibn-Abd-er-Rahman, soprannominato Ibn-es-Susi, dice ’Imad-ed-dîn; ma questo a me pare piuttosto soprannome di qualche antenato, oriundo di Susa in Affrica, il quale abbia fatto stanza e lasciata progenie in Malta; poichè si ammira tuttavia in quell’isola la lapida sepolcrale di Meimuna, figliuola di un Hassân-ibn-Ali, della tribù di Hodseil, detto Ibn-es-Susi.[945] Il poeta appartenne di certo alla stessa famiglia, poichè l’antologista continua dicendo che “Malta fu il luogo della sua nascita,[946] la stanza di sua gente e la produttrice del suo vino; quivi fu coltivato il suo ingegno, quivi egli apprese lettere umane dal proprio padre. Abitò quindi Palermo; elessela a (seconda) patria e vi trovò riposo. Ei visse oltre i settant’anni, procreò figliuoli; le sue poesie (lodansi per) sano concetto, bella struttura e buon gusto. Avea recitata egli stesso, pochi giorni pria di morire, quella elegia all’autore della raccolta.”[947]

Siciliano parmi senza dubbio un Abu-d-Dhaw-Serrâg-ibn-Ahmed-ibn Regiâ, del quale ’Imad-ed-dîn non dà cenno biografico, ma il cita a proposito del carteggio ch’ei tenne con Abu-s-Salt.[948] Parmi siciliano, perchè nella seconda metà del duodecimo secolo abbiamo di quel casato un cadì di Palermo, il cui padre e l’avolo aveano esercitata la stessa magistratura;[949] e d’altronde l’elegia dettata in morte d’un figliuolo di Ruggiero, prova ch’egli ebbe grazia a corte di Sicilia o ne cercò. Al dire di Imâd-ed-dîn, faceasi menzione di questo poeta nell’opera d’Ibn-Bescrûn, della quale tra non guari tratteremo. Si lodavano ampiamente i suoi rari pregi e le sue risplendenti qualità: sobrietà di descrizioni, possente immaginativa, intuizione sicura, acume d’intelletto, poesia ben tessuta e indirizzata ad alto scopo.[950] E sì che la fantasia non venne meno ad Abu-d-Daw tra questo turbine d’immagini orientali, evocate in mezzo al profondo lutto del re.

Altri poeti celebrarono la magnificenza di Ruggiero con carmi i quali, quantunque scorciati da Imâd-ed-dîn “perchè, dice egli, suonan lode degli Infedeli ed io dal mio canto non la vo’ confermare,” han pure singolar pregio appo noi, provando che così fatti omaggi erano graditi a corte di Palermo, e valendo anco a illustrare luoghi di delizia che da gran pezza han mutato aspetto. Così l’antica reggia di Palermo, oltraggiata dal tempo e dai vicerè spagnuoli, l’anfiteatro romano, chiamato nel medio evo la Sala verde e adeguato al suolo più di tre secoli addietro, i giardini e il castello di Maredolce o della Favara, le vestigie dei quali non sono dileguate del tutto, ci tornano alla memoria ne’ versi di Abd-er-Rahman-ibn-Mohammed-ibn-Omar, della città di Butera in Sicilia.

Fu questi, come leggiamo nella _Kharîda_, “recitator del Corano non inferiore a nessuno al suo tempo, dottissimo nelle varianti del sacro libro: e verseggiò con mirabile originalità di pensiero. Egli stesso recitò all’anonimo mitologista una kasida, nella quale lodando Ruggiero il Franco, principe della Sicilia, descrisse gli eccelsi edifizii di quel re. Nel qual poema si legge tra le altre cose:[951]”