Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II

Part 2

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Venuto a morte Iehia (aprile 1116), Alì, giovane d’alti spiriti, non imitò la prudenza del padre. Rafi’-ibn-Makkan-ibn-Kâmil, capo d’Arabi, mezzo governatore e mezzo usurpatore di Kâbes, avea fatta costruire una grossa nave mercatantesca, con assentimento di Iehia; il quale financo gli fornì legname e ferro: ed era in punto ogni cosa, quando il nuovo principe, arrogandosi il diritto privativo del commercio di mare,[60] fece intendere a Rafi’ che, se la nave uscisse dal porto, ei sì la farebbe pigliare. E mandò con questo in Kâbes sei _harbiè_ e quattro galee.[61] Rafi’ allora si volse a Ruggiero, fingendo, come ci dicono, ch’egli avesse allestita la nave per mandargli certi suoi presenti; ma più verisimile è che i ministri di Sicilia avessero già appiccate pratiche in Kâbes per condurvi i traffichi del fisco: e quali che fossero i particolari, ognun vede che Ruggiero stava lì alle vedette, come il potente quand’ei vuol entrare in casa de’ vicini. Promesse dunque aiuto a Rafi’ e tosto mandò una squadra di ventiquattro galee che, tolta seco la nave, scortassela in Sicilia. Correa l’anno cinquecentoundici dell’egira (4 maggio 1117 a’ 22 aprile 1118). Pareva a Ruggiero che il principe zirita non avrebbe osato di risentirsi. E veramente, quando fu vista da Mehdia l’armata siciliana veleggiare nel golfo, quando Alì toccò con mano la connivenza di Ruggiero che poc’anzi gli era parsa una fola, i grandi dello Stato, consultati, avvisarono si dissimulasse, piuttosto che spezzare i patti con la corte di Palermo. Alì die’ loro su la voce: comandò che il rimanente dell’armata corresse dietro a’ Siciliani per mantenere il divieto ad ogni costo. Seguinne, secondo il Tigiani, sanguinosa zuffa tra i marinai ziriti e que’ di Ruggiero, arrivati pria di loro e assisi già ad un banchetto, che Rafi’ loro aveva imbandito;[62] secondo altri i due navigli entrarono insieme; onde Rafi’ non osò far salpare la sua nave, nè si venne altrimenti alle mani:[63] tutti affermano poi che i Siciliani, non potendo usare aperta violenza, scornati si ritrassero.[64] Indi i cortigiani d’Alì a lodare la sapienza e valore del principe; i poeti ad ammontar metafore sopra metafore, come veggiamo in una kasîda scritta allora dal siciliano Ibn-Hamdîs, irridendo agli Infedeli che non aveano saputo affrontare il taglio delle sciabole d’Alì, nè le lingue di fuoco lanciate dalle sue navi.[65] I brani di memorie contemporanee che troviamo qua e là nelle compilazioni musulmane più moderne, danno con evidenti interruzioni il seguito degli avvenimenti. Narrano che Rafi’, chiaritosi ribelle, condusse alcune tribù d’Arabi a campo a Mehdia; che Alì corruppe quegli Arabi; e che, dopo varie fazioni, i due musulmani, spossati si rappattumarono.[66] Ruggiero, intanto, avea mandato il naviglio in aiuto di Rafi’, con ordine d’infestare la costiera e tenere in rispetto il naviglio zirita; ma questo gli diè una sconfitta; e par n’abbia anco toccate, aggiugnendosi dopo ciò che il signore di Mehdia riforniva l’armata.[67] La varia fortuna de’ combattimenti navali apparisce anco dalle pratiche delle quali abbiamo ragguaglio più particolare: che il principe di Sicilia mandò a richiedere imperiosamente la rinnovazione del trattato e la restituzione de’ danari staggiti in Mehdia a’ suoi fattori; che Alì assentivvi e liberò i fattori imprigionati; che Ruggiero, non soddisfatto, reiterò l’ambasciata, fuor d’ogni uso cancelleresco, con parole aspre e villane; che il musulmano sdegnò di rispondere, e che indi sfogaronsi a minacce; l’uno di venire con l’armata a Mehdia, l’altro di collegarsi con gli Almoravidi per assaltare la Sicilia.[68] Entrambi già si apparecchiavano a grossa guerra. Alì muniva sue fortezze, armava dieci navi harbîe e trenta corvette, le empiva d’uomini, di munizioni e di nafta; e tenne pratiche veramente con gli Almoravidi. Scorsero così quattro anni, tanto che l’audace zirita morì (10 luglio 1121), nè in guerra nè in pace con la Sicilia.[69]

La potenza che Alì incautamente stava per attirarsi in casa a fine d’allontanare i Siciliani, era surta come un turbine dalle profondità del Sahra: occupate in brev’ora le regioni ch’or diciamo del Marocco e dell’Algeria, avea passato il Mediterraneo e portati via, la più parte, i regoli musulmani della Spagna. Il nome attesta l’origine di quella dominazione. Alla metà dell’XI secolo, mentr’era venuta meno ogni forza vitale negli splendidi califati di Baghdad, del Cairo e di Cordova, l’islam ripullulò con l’antica violenza ne’ Berberi di Sanhagia, i quali si diceano musulmani perchè sapeano il nome del profeta e il precetto di rubare e ammazzare i Negri finitimi. Il capo de’ Lamtuna, tribù della nazione di Sanhagia, per dirozzare i suoi, chiamò (1039) un dottore di Segelmessa. Il quale, deriso e poi scacciato, in odio delle virtù ch’ei predicava e non delle favole religiose di che le condìa, si ritrasse con pochi proseliti in un isolotto del Senegal, per vivere a suo modo e adescar altri co’ prestigii della penitenza: il qual eremo appellarono, all’uso arabico, _ribât_, e sè medesimi _morâbit_, ch’è derivato di quella voce: _marabutti_, come son detti in oggi i santocchi in Affrica; e gli Spagnuoli d’allora, premesso l’articolo e fatte le solite permutazioni di consonanti, pronunziarono Almoravidi. Ingrossata l’associazione e venuta in fama per miracoli, die’ mano alla guerra contro forastieri e connazionali che non intendessero l’islam al modo professato nel _ribât_ (1042); nè andò guari che gli Infedeli, combattuti e spogliati, presero anch’essi l’utile mestiere di santi. Per la forza dell’ordinamento e della volontà, i pochi vinsero, al solito, i molti disgregati; le affinità di schiatta favorirono il movimento sociale vestito di religione; e la confederazione aggressiva fu pattuita agevolmente tra i barbari pastori del Sahra, che riferivano al Settentrione tutte le dolcezze e i comodi della vita, nè soleano veder pane se non quando n’avea seco un pezzo qualche mercatante di que’ paesi, venuto a comperare, credo io, schiavi negri. Una carestia spinse gli Almoravidi (1058) sopra Sus dell’Oceano. Rivoltisi, prima e poi, alla catena dell’Atlante, occuparono alfine (1061) Segelmessa; dove sottentrò ai primi un capo politico e guerriero, per nome Iûsuf-ibn-Tasciufin. Questi seppe stringere più fortemente i legami della confederazione; s’intitolò emiro dei Musulmani; vinse altre battaglie; gittò le prime fondamenta dalla città di Marocco (1062); si fece ubbidire da’ deserti al Mediterraneo, e dall’Atlantico a’ confini occidentali dell’odierna provincia di Costantina. I Musulmani di Spagna, incalzati dalle armi di Alfonso di Castiglia, chiesero aiuto a Iûsuf; ond’ei, valicato lo Stretto, ruppe i Cristiani a Talavera (1086), ma poco stante spense ad uno ad uno que’ che l’avean chiamato (1090- 1100) e quand’ei morì (1106) si pregava a suo nome in mille e novecento moschee cattedrali: quasi tutto l’Occidente musulmano, del quale ei s’era fatta dar l’investitura dal povero califo di Baghdad. Alì figliuolo di Iûsuf, estese i confini a levante infino a Bugia; ed aggiunse all’impero le isolette che fecero suonare terribile in Italia questo nome di Almoravidi.[70]

Dico le isole Baleari, le quali, dopo la morte di Mogêhid,[71] ubbidirono, insieme con Denia, al suo figlio Alì e indi al nipote Abu-’Amir e rimasero solo retaggio della dinastia, quando fu Denia occupata da Moktadir di Saragozza.[72] I successori di Mogêhid scansarono dapprima il giogo almoravide, sia che Iûsuf non pensasse alla Baleari, sia ch’ei non avesse forze navali da affrontare que’ pirati. Ma, provocati da loro correrie, i Pisani, il conte di Barcellona, quello di Montpellier, il visconte di Narbona ed altri signori cristiani, fatta lega tra loro, assalivano (1113) le Baleari, tenute allor dall’eunuco Mobascer, liberto dei Mogehiditi. Dopo ostinatissima difesa, morto l’eunuco, espugnavano il castello di Majorca (1115), prendeano il giovane Burabe (Abu-Rebi’a?) ultimo rampollo della dinastia, il quale fu condotto in Pisa, come il suo antenato Alì un secolo innanzi: se non che, ritornato a casa il navilio pisano, Alì-ibn-Iûsuf occupò le Baleari senza contrasto.[73] Il che par sia avvenuto per procaccio d’una valente famiglia di corsari di Denia, i Beni Meimûn, un uom della quale è ricordato tra i difensori di Majorca e dopo la morte di Mobascer fu mandato a Denia, per chiedere aiuto al principe almoravide.[74] I Beni Meimûn, pochi anni appresso, capitanavano l’armata di Alì-ibn-Iusuf, ordinata e forse creata da loro;[75] e nella precipitosa decadenza della dinastia, rifornirono l’esercito suo di giovani cristiani ch’essi andavano rubando ne’ mari e su per le costiere di Spagna, d’Italia e de’dominii bizantini.[76] Quando nulla valse a cansare la caduta degli Almoravidi, i Beni Meimûn affrettaronla, qual gittandosi co’ ribelli spagnuoli[77] e qual passando (1145) con l’armata sotto la bandiera d’Abd-el-Mumen, capo degli Almohadi.[78] Tra coteste vicende, la casa loro salita era a tale potenza che, per gran tratto del duodecimo secolo, gli annali nostri ricordano i combattimenti o gli accordi dei Beni Meimûn con Siciliani, Genovesi e Pisani.[79]

Or nella state del millecentoventidue, un Ibn-Meimûn, suddito degli Almoravidi, piombò con sua armatetta sopra Nicotra di Calabria: saccheggiò, arse, uccise, rapì le donne e i bambini; assalì qualche altro luogo e illeso tornossene in Ponente.[80] Gli scrittori musulmani da’ quali sappiamo i casi della guerra che Ruggiero portò incontanente in Affrica,[81] appongonla a dirittura a questa fazione di Nicotra; dicendo che il conte di Sicilia la credè primo frutto delle istigazioni d’Ali, anzi della sua lega con gli Almoravidi.[82] E veramente cotesta guerra ci pare più tosto subita vendetta, che meditata impresa di conquisto; poichè i disegni di Ruggiero a tal effetto non sembrano ben maturi, ed all’incontro, in quel medesimo tempo, l’Italia meridionale lo chiamava a maggiori travagli e maggior premio.[83] Fors’egli sperò di fare, entro poche settimane, un colpo di mano sopra Mehdia, tramato con gli Arabi, e agevole in ogni modo contro Hasan, fanciullo di tredici anni, succeduto poc’anzi ad Ali.[84]

Affrettossi Ruggiero, adunò navi ed uomini di varie parti d’Italia,[85] ritenne entro i suoi porti i legni mercantili che caricavano per Affrica o Spagna; e nel mese di giumadi primo del cinquecento diciassette, (27 giugno a 26 luglio 1123) fece salpare dal porto di Marsala trecento legni, tra di carico e di battaglia, con trentamila uomini e mille cavalli.[86] De’ quali numeri è da accettare l’ultimo soltanto: l’altro significa solo che l’armamento fu grosso. Capitanavano l’impresa, Abd-er-Rahman-en-Nasrani e Giorgio d’Antiochia, nominati di sopra.[87] La corte di Mehdia, dal suo canto, sapendo i preparamenti di Ruggiero, avea risarcite le fortezze della capitale, assoldata gente, raccolte armi e bandita la guerra sacra. Onde turbe infinite d’Affricani ed alcune tribù degli Arabi occupatori del paese, accorreano a Mehdia; attendavansi fuor le mura,[88] con gran sospetto de’ cittadini[89] che non si capacitavano come que’ ladroni veramente venissero a difender le loro vite e sostanze.

Così trepidavano gli animi, quando un legno siciliano gittato su la spiaggia da fortuna di mare, portò nuove dell’armata.[90] Battuta dalla tempesta e scema di assai legni che fecero naufragio, s’era l’armata siciliana ridotta alla spicciolata in Pantellaria,[91] com’avveniva il più delle volte, nelle spedizioni mosse dalla Sicilia contro l’Affrica o viceversa:[92] e però tanto uman sangue fu sparso in quella terra mezzo italiana e mezzo affricana, dove, alla fine dell’undecimo secolo, vedeansi biancheggiare ancora in una landa le ossa de’ Cristiani immolati dal furor musulmano.[93] Il furore crociato adesso ne prendea la vendetta. I Siciliani sbarcati in Pantellaria davano di piglio nelle persone e nella roba degli abitatori; finchè ragunate le navi, agognando maggior preda, salparon di nuovo alla volta dell’Affrica. Il sabato venticinque[94] di giumadi primo (24 luglio 1123), al tramonto del dì, gittarono le ancore, una diecina di miglia a tramontana di Mehdia, nell’isolotto di sabbia or nominato “Le Sorelle” ed allor Ahâsi,[95] che un breve passo, guadoso a cavalli ed a fanti,[96] disgiugnea dal Capo Dimas. Questo par abbia preso il nome da alcun antico edifizio che vi rimanesse; e s’appellava anco Dimas la terra murata che sorgea proprio in su lo Stretto, e racchiudeva in sè un castello fortissimo.[97]

Al dir degli Arabi, avea comandato Ruggiero che, occupata la terra e il castello, i cavalli e i fanti movessero in ordinanza sopra Mehdia, e le galee vi si appresentassero al tempo stesso; in guisa da assalirla a un tratto dalla terra e dal mare.[98] Chiaro egli è che i Siciliani fecero assegnamento sopra alcun capo d’Arabi, indettato da Abd-er-Rahman-en-Nasrani; che gli Arabi non poterono dare a’ Siciliani la terra di Dimas, perchè le milizie di Media li prevennero; e che, impedita perciò la mossa rapida di tutte le genti, il colpo di mano sopra Mehdia fallì. La notte stessa dello sbarco, piantate le tende de’ due capitani e de’ baroni dell’oste nell’isola di Ahâsi, un grosso di cavalli innoltrossi per parecchie miglia nel paese;[99] sorto poi il nuovo dì, i capitani con ventitrè galee[100] navigarono verso Mehdia, sopravvidero la fortezza, corsero fino al lido di Zawila: e per ogni luogo lor si appresentavano formidabili difese e grosse schiere d’armati; ma non si vedeano spuntar le insegne di Sicilia. Frustrati dunque, se ne tornarono ad Ahâsi; e seppero, per giunta, che una mano di soldati di Mehdia e d’Arabi aveano osato assalire il campo, uccider gente e far bottino, mentre i cavalli cristiani scorazzavano indarno la Terraferma.[101] A questo, i capitani fanno mettere a terra gli altri cinquecento cavalli;[102] attendano tutta l’oste in Ahâsi. Il dì appresso, che fu il terzo dopo lo sbarco, ebbero, per tradimento di un capo d’Arabi, il castello di Dimas, dove posero presidio di cento uomini;[103] la terra no, perchè vi trassero d’ogni luogo le turbe degli Arabi fedeli all’islam, e da Mehdia vi andò anco un grosso di soldati, per condurre l’assedio del castello.[104] Mutate le veci, gli assalitori siciliani si difendeano nel castello e nell’isolotto di Ahâsi, dal quale al capo Dimas non si passava senza fatica, sull’istmo inondato o Stretto guadoso che dir si voglia.

Quando una notte che fu la quarta dallo sbarco[105] e la trentesima[106] di giumadi primo (26 luglio), le turbe musulmane che occupavano Dimas, movendo assalto al castello, diedero a un tratto nel grido di _Akbar Allah_, che fece tremar tutte le piagge. Risentendosi a quel tuono, i Siciliani son presi da timor panico, si credono assaliti proprio nel campo; nè pensano allo Stretto, o lo tengono varcato già da tutta l’Affrica in arme. Gridano alle navi, alle navi; e corronvi senza guardare s’altri li insegua: i più valorosi arrestansi tanto da uccidere i proprii cavalli, perchè non se li abbia il nemico. Il quale, risaputa la rotta, passò in Ahâsi quando l’isolotto era pressochè sgombro; fece bottino di macchine da guerra, arnesi, armi, robe e di quattrocento cavalli, chè secento eran lì morti ed un solo n’era stato rimbarcato: due soli, disse un altro de’ retori che narrarono cotesto prospero successo dell’islam, gareggiando tra loro di tropi, arzigogoli, assonanze e ampollosità d’ogni maniera. Per otto dì, l’armata rimanea spettatrice degli assalti mossi contro il castello: ma non trovando modo di aiutare il valoroso presidio, nè potendo stare più lungamente tra quelle secche, diè le vele ai venti e man mano si allontanò, a vista di centomila pedoni e diecimila cavalieri, che le imprecavano da lungi:[107] il qual numero non sembra troppo, quand’altra fatica non rimanea che gridare _Akbar Allah_, raccogliere il bottino e scannar poche vittime. Rifiniti dal combattere dì e notte scarseggiando d’acque e di vitto, i cento chiesero d’uscire salva la vita; alcun di loro profferse larghissimo riscatto;[108] e la corte di Mehdia, per umanità, o timore che avesse tuttavia della Sicilia, pendeva allo accordo;[109] ma le fu vietato dalla moltitudine, fanatica e sanguinaria, degli Arabi. Dopo sedici giorni, i cento, affamati, arsi di sete, irruppero fuor del castello con la spada alla mano, e furon morti dal primo all’ultimo. Cento navi sole ritornarono in Sicilia delle trecento che n’erano partite.[110]

Sappiam noi le allegrezze che allor si fecero nella corte di Mehdia; abbiamo squarci d’una delle relazioni in prosa rimata che Hasan mandò per tutti i paesi musulmani;[111] abbiamo una kasîda d’Ibn-Hamdîs, che chiama eroe il fanciullo assiso sul trono di Mehdia e gioisce della desolazione di que’ medesimi Rûm che avean desolata la patria sua.[112] Ma nessuno scrittore nostrale ci descrive il lutto della Sicilia e dobbiam anco agli Arabi un racconto che dipinge al vivo l’onta e la rabbia della popolazione cristiana. Abu-s-Salt che poetava in quel tempo alla corte di Mehdia, dice essergli stato riferito da un Abd-er-Rahman-ibn-Abd-el-Azîz, che un dì, nelle sale di re Ruggiero, gli venne visto un cavaliere franco, il quale lisciando la lunga sua barba, dicea fieramente: “per la santa fè di Cristo non ne raderò un pelo, se prima non piglierò vendetta di que’ cani di Mehdia.” “Che ha costui?” domandò Abd-er-Rahman: e gli fu risposto che nella rotta di Ahâsi ei s’era strappati i baffi con tal furore, da insanguinarsi tutto il volto.[113] Maggiore sdegno ardeva in cuore al magnanimo principe, che vide finir con tanto danno la prima impresa grossa del suo regno. Ma il disastro, anzi che sgomentarlo e spuntarlo dai suoi propositi, gli insegnò a scansare gli errori: e sì felice conoscitore degli uomini fu Ruggiero, ch’ei non tenne da meno l’ammiraglio Giorgio d’Antiochia, dopo la sventura del capo Dimas.

La guerra continuò debolmente d’ambo le parti; poichè tacciono gli annali dell’una come dell’altra. Avvenne, sì, del luglio millecenventisette, che uno dei Beni Meimûn, ritornato con l’armata almoravide ne’ mari di Sicilia, assalì Patti, minacciò Catania e sbarcato in Siracusa, appiccò fuoco alle case, ammazzò, prese roba, donne, fanciulli, e riportonne quanto capìano le navi; scampato a mala pena il vescovo con molti cittadini.[114] A questa impresa probabil è che avessero partecipato i Musulmani d’Affrica; poichè Guglielmo di Tiro l’attribuisce del tutto a loro, ancorchè le memorie siciliane e le musulmane faccian parola de’ soli Spagnuoli. Ruggiero uscì incontanente con l’armata ad affrontare gli assalitori della sua terra; sapendosi ch’ei, nelli ultimi giorni di luglio, avea ripresa Malta e poneva ogni studio a togliere altre isole e terre a’ Musulmani, quando conobbe per tardo avviso la morte di Guglielmo Duca di Puglia: ond’ei lasciata a mezzo l’impresa, navigò in furia alla volta di Salerno con sette galee.[115]

E, tra le fatiche della nuova guerra, ei pensò pure ai Musulmani della costiera orientale di Spagna. Un documento degnissimo di fede ci fa sapere che l’inverno seguente, posando Ruggiero in Palermo e riordinando le forze, trattò una lega con Raimondo III, conte di Barcellona; per la quale cinquanta galee siciliane doveano andare la prossima state a combattere contro i Saraceni spagnuoli, insieme con le genti di Raimondo, a patto che le terre conquistate e sì i prigioni e il bottino, fossero divisi in parti uguali tra i due principi. Il conte di Barcellona avea mandati a questo effetto oratori in Palermo un Pietro Arcidiacono e un Raimondo; e Ruggiero, con lettere date dal palazzo di Palermo il diciassette gennaio millecenventotto, gli rinviava, ambasciatori suoi, Guglielmo di Pincinniaco e Sansone di Sordavalle; in man de’ quali il Barcellonese dovesse giurare le condizioni della lega, secondo una minuta che fu distesa lo stesso dì.[116] Se Raimondo III abbia ratificato, non si ritrae. Di certo l’impresa non fu eseguita; nè potea, perchè Ruggiero, al tempo prefisso, fronteggiava ancora l’esercito papale.

CAPITOLO II.

«Siccome un tempo Iddio volle o permesse che la violenza de’ sopravvegnenti Normanni calcasse la dominante malvagità dei Longobardi, così ora è stato di lassù conceduto o sofferto a Ruggiero di abbattere con la spada l’immensa iniquità di cotesti nostri paesi. Quale scelleratezza qui ci mancava? Perpetravansi continuamente, senza ritegno di timore alcuno, omicidii, furti, rapine, sacrilegi, adulterii, spergiuri, oppressioni di chiese e di monasteri, dispregi a’ servi di Dio e cento altri misfatti: perfino i pellegrini che viaggiano per amor di Dio, erano svaligiati e talvolta uccisi, per nascondere il ladroneccio. Da’ quali eccessi gravemente offeso, Iddio ha tratto Ruggiero dall’isola di Sicilia, come tagliente spada dal fodero; e, impugnatala, ha percossi i prevaricatori a fine di reprimerli; ha ricondotti con quel terrore, alle vie della giustizia, gli incorreggibili, tollerati sì a lungo.» Così l’abate di Telese;[117] il cui criterio teologico non toglie fede alla testimonianza dei fatti. Ne’ principii del duodecimo secolo, il ducato di Puglia e tutta la terra che stendesi fino allo Stretto di Messina, era caduto in pretta anarchia. Tra il papa, il duca, i grandi suoi feudatarii e i principi o municipii rimasi indipendenti, non si sapea pur chi fosse il sovrano; onde ognun volea fare a suo modo e nessuno ubbidire.

I signori della Sicilia ch’aveano tronca ormai da molti anni la quistione della sovranità,[118] entrarono in quelle brighe per cagion della Calabria; dove i baroni, imitando i lor vicini di Puglia, si provavano a chiamare il duca per sottrarsi al conte.[119] Ma il secondo Ruggiero non solamente domolli, ei colse anco il destro a ingrandirsi. Or passava in Calabria con grande esercito ad ardere le castella de’ contumaci (1121); ora, negoziando col duca Guglielmo, ricusava la mediazione del pontefice romano (1122) per fermare gli accordi da solo a solo (1123). Ne’ quali, parte con danari, parte con aiuti di milizie, fece rinunziare il duca ad ogni diritto su la Calabria: poscia comperò da lui l’altra metà di Palermo; e in fine la successione al ducato, se morisse Guglielmo senza figliuoli.[120]

Avverassi questo caso entro un anno. Ruggiero allora (agosto 1127) lasciata, come dicemmo, l’impresa navale contro i Musulmani, sopraccorse a Salerno, principale città del ducato; piaggiò municipii e feudatarii; combattè quei che non s’acconciavano; e fu riconosciuto duca di Puglia da tutti, fuorchè dal papa, che ambiva anch’egli quelle province. Indi le scomuniche; l’andata di Onorio II a Troia, dov’ei si fece dar dai baroni giuramento di cacciare o uccidere Ruggiero;[121] e, seriamente, rimesse tutte le peccata a chi morisse in questa guerra e la metà delle peccata a chi n’uscisse vivo.[122] Divampando a tali incitamenti la guerra civile, Ruggiero andò a rifornirsi di gente in Sicilia e ripassò in Terraferma; Onorio mossegli incontro con più grosso esercito di Romani e dissidenti Pugliesi: ma tenuti a bada dal siciliano, si diradarono a poco a poco; e il gran sacerdote combattente miglior partito non ebbe che di concedere a Ruggiero l’investitura del ducato (agosto 1128). Ruggiero domò poi i baroni più ostinati; vide riconosciuta l’autorità sua dal principe di Capua e dal duca di Napoli: convocato un parlamento a Melfi, bandì la pace pubblica; che i baroni non guerreggiassero l’un contro l’altro; e non opprimessero, nè lasciassero opprimere i prelati, frati, pellegrini, mercatanti, artigiani, agricoltori (1129). Tenuto non guari dopo un convegno di ottimati pugliesi a Salerno e un parlamento generale in Palermo, Ruggiero si fece dar titolo di re, e ne prese la corona, con lusso orientale, nel duomo della metropoli siciliana, il venticinque dicembre del millecentotrenta.[123]