Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 19
La corte sveva d’Italia parve musulmana a tutti i buoni Cristiani dell’Occidente, secondo l’attestato di Carlo di Angiò, che appellava Manfredi il Sultano di Lucera. Avendo largamente discorso in questo capitolo e nei precedenti del patrimonio intellettuale che Federigo prese da’ Musulmani, accenneremo qui ai costumi e alle usanze passate per la medesima via. Gregorio IX denunziò all’orbe cattolico l’imperatore che in Acri avea fatte venir ballerine per offrire spettacolo o peggio, a’ suoi ospiti Saraceni:[837] e si ritrae da testimonianze autorevoli che anco in Europa ei si sollazzava con le pantomime, i giochi di equilibrio, i suoni e i canti di quelle saltatrici.[838] Innocenzo IV, accagionandolo ingiustamente per le relazioni politiche col Cairo, gli rinfacciava di tenere paggi saraceni e di far custodire la sua moglie da eunuchi.[839] E ch’egli s’era acconcio un serraglio a Lucera e n’aveva un altro da campo nelle guerre d’Italia, lo provano documenti e scrittori contemporanei.[840] Così i vizii avean preso a corte di Federigo le sembianze musulmane; non ch’e’ mancassero o fossero men laidi nelle reggie cristiane del medio evo. Musulmano anco il lusso. Parrebbe che Federigo volesse imitar qualche sultano Gaznevida dell’India, quand’egli all’assedio di Pontevico (1237) fece menare da Saraceni un elefante, che portava sul dosso una torricciuola con le bandiere imperiali.[841] Parrebbe ch’egli avesse voluto recare in Europa le apparenze tutte dell’Oriente, quando si legge il rescritto, col quale comandava a’ suoi ufiziali in Palermo di trascegliere subito nella famiglia della corte alquanti schiavi negri in su i venti anni, e comperarli al bisogno, i quali apprendessero a suonare, chi la tromba e chi la trombetta, e fossero subito mandati allo imperatore.[842] E sia caso, o che i più be’ paramenti della corte uscissero ancora dal tirâz di Palermo, si è perfin vista una iscrizione arabica, trapunta in oro, su i paramani della tunica nella quale fu composto nell’avello il grande imperatore del secolo decimoterzo.[843]
CAPITOLO XI.
Mentre le scienze fisiche e filosofiche manteneansi in onore appo i soggiogati Musulmani di Sicilia, e la poesia arabica suonava gradita nella reggia cristiana di Palermo, gli studii religiosi e legali decaddero e con essi la filologia. Nè dovea succedere altrimenti, quando si dileguavano a mano a mano gli uomini eletti per educazione e virtù, lasciando nell’isola que’ delle infime classi e gli ufiziali e servitori di corte. L’emigrazione de’ migliori, attestata negli annali arabici dell’undecimo secolo, taciuta in que’ del duodecimo che dimenticavano già la Sicilia, comparisce ormai dalle biografie.
Secondo l’ordine posto ne’ libri precedenti, farem di principiare la rassegna con le scienze coraniche. Delle quali troviam solo cultore un letterato, diremmo quasi, enciclopedico, rinomato appo i Musulmani infino ad oggi. In luogo di scompartire i ragguagli per tutto il capitolo, ritornando a questo valentuomo in ciascuna delle classi cui vanno ascritte le svariate opere sue, discorrerem di tutte insieme; e daremo per primo la biografia, che si ritrae da ’Imâd-ed-dîn d’Ispahan, contemporaneo; da Ibn-Khallikân, scrittore del secolo decimoterzo e da quattro eruditi compilatori del decimoquarto e decimoquinto.[844]
L’autore, per nome proprio Mohammed, per patronimico ibn-abi-Mohammed-ibn-Mohammed-ibn-Zafer, ebbe il nome familiare d’Abu-Hascim,[845] i titoli onorifici di _Hogget-ed-dîn_ e _Borhân-el-islâm_ (Dimostrazione della fede e argomento dell’islamismo) e gli veggiam dati i nomi etnici di Sikilli e Mekki, or l’uno, or l’altro, ed or entrambi; il quale raddoppiamento accade spesso appo i Musulmani, com’altrove abbiam detto.[846]
Ibn-Khallikân afferma a drittura ch’ei nacque in Sicilia e fu educato alla Mecca; il che ripete Abulfeda; e il Makrizi dice di più che il nostro autore, oriundo della Mecca, fu educato in Maghreb e stanziò in Hama, dopo breve fermata in Egitto. Da un’altra mano ’Imâd-ed-dîn, che lo conobbe di persona ad Hama, lo novera tra i poeti dell’Arabia propria; lo dice meccano “d’origine”, maghrebino di educazione, vissuto in Siria: e notisi che la voce _asl_, usata da questo scrittore, risponde appunto alla nostra “origine,” e si adopera più propriamente per designare la patria del padre. All’incontro il Fasi, che compilò nel decimoquinto secolo gli annali della Mecca sua patria, lo fa oriundo del Maghreb, ma nato e cresciuto nella santa città. Egli cita il Katifi, annalista di Bagdad; il quale alla sua volta allega un discepolo d’Ibn-Zafer, che avea sentito dalla propria bocca di lui, esser nato alla Mecca, di scia’bân quattrocennovantasette (maggio 1104): e il discepolo aggiugnea che una volta ch’ei giunse ad Hama di rebi primo del cinquecensessantasette (novembre 1171), domandando d’Ibn-Zafer, seppe esser morto pochi dì innanzi. Secondo la raccolta di biografie dei dottori Malekiti, dalla quale cavò notizie un cronista d’Egitto citato dallo stesso Fasi, Ibn-Zafer partì fanciullo dalla Mecca; studiò con varii dottori in Alessandria, Affrica e Spagna; tenne conferenze pubbliche nelle moschee; dal Maghreb poi passò in Sicilia; andò a Damasco e stanziò alfine in Hama. I quali dati non accordandosi tra loro e molto meno con quei d’Ibn-Khallikân, il Fasi se ne cava fuori con la formola di critica musulmana, che il vero lo sa Iddio. Il Soiuti par abbia avuti alle mani questi ed altri ricordi. Ei nota la nascita alla Mecca, l’andata in Egitto; poi fa vivere Ibn-Zafer lunga pezza in Affrica e soggiornare per l’appunto in Mehdia quando la fu presa da’ Cristiani (1148); indi lo fa vagare in Sicilia, Egitto, Aleppo e gli fa scrivere la più parte delle opere in Hama. Infine la nota anonima di un antico codice del Solwân, dice l’autore nato in Sicilia e rimasovi nella prima gioventù.[847]
Io non vo’ sciorre la quistione con la sola autorità degli scrittori, la quale pende pur da un lato: poichè, se Imâd-ed-dîn è dubbio, sta per la Sicilia il gran biografo de’ Musulmani, con Abulfeda signore di Hama dove Ibn-Zafer fu sepolto e lasciò più ricordi che altrove, e con Makrizi, sì avveduto e diligente; e al contrario sta per la Mecca un contemporaneo citato dal Katifi e notato di contraddizione in alcuni particolari;[848] il Fasi alquanto incerto e il Soiuti, fecondissimo tra tutti gli scrittori del mondo, e però frettoloso, oltrechè egli die’ queste notizie in un’opera giovanile e senza citazioni.
Considerata dunque la incertezza dell’uno e le due opposte sentenze degli altri, occorre il sospetto che sien corsi falsi o equivoci ragguagli fin dal tempo dell’autore stesso. Nè mancherebbe il perchè. Il nome siciliano dovea suonar male in Siria nella seconda metà del duodecimo secolo, quando ardea quivi tanto fanatismo religioso, e Ibn-Zafer ritornava in quel paese con animo di rimanervi: onde non sarebbe inverosimile che l’autore medesimo, o gli amici, anzi che ripetere il nome della Sicilia, avessero vantata ed allargata nel significato l’origine meccana. Se tuttavia rimase ad Ibn-Zafer l’appellazione etnica di Siciliano, è da supporre ch’ei non se la potè levare d’addosso, sia ch’egli fosse nato propriamente in Sicilia, o che vi fosse stato educato.
Parmi inoltre che l’errore potè sorgere o confermarsi per date mal appurate; le date io dico che talvolta pongonsi nei codici musulmani per affermare che tal testo fu, in tal mese ed anno e in tal paese, consegnato dall’autore al rawi, ossia ripetitore, con licenza di leggerlo altrui e darne copie. Occorre anco nelle notizie biografiche dei dotti, e specialmente de’ tradizionisti, che segnisi la data in cui il tale «ascoltò» da un tal altro, come chiamano tecnicamente il prendere lezioni della tradizione profetica. All’una o all’altra sorgente mi sembra ch’abbia attinto il Soiuti. Ma documenti analoghi ci abilitano a correggere alcuni errori suoi ed a provare un fatto, ignoto finora a tutti i biografi, cioè che Ibn-Zafer dimorò in Siria ben due volte in tempi diversi; il qual fatto rende poco verosimile il racconto di chi dice quel dotto andato nella sua fanciullezza in Maghreb e ritornato in Levante dopo il breve soggiorno di Sicilia. Cotesto itinerario par fondato sul supposto che Ibn-Zafer abbia dato in Sicilia la prima, anzichè la seconda edizione del Solwân: ma si prova appunto il contrario.
Il primo documento del soggiorno in Siria si trova nel _Kheir-el-biscer_, dedicato da Ibn-Zafer a un Sefi-ed-dîn-Ahmed-ibn-Kornâs, direttore, com’io credo, di qualche _medresa_, o vogliam dir liceo, in Aleppo o in Hama.[849] L’autore, fraseggiando nella prefazione, racconta come partito da’ “remoti paesi occidentali” per cercare asilo nel possente reame di Norandino, quel che abbatte con la sua grandezza gli animi di tutti i re di Levante e di Ponente e copre i suoi nemici con la polvere della distruzione, ec. «il destino l’avea balestrato ne’ precipizii, l’avea ricolmo di affanni e gli avea fatto vedere in pien meriggio la stella Soha;»[850] se non che Iddio gli mandò nel maggior uopo questo suo fratello ed amico, Sefi-ed-dîn, al quale, volendo mostrare gratitudine e rimeritarlo con la celebrità, gli presentava quel libro. Qui possiam segnare la data: poco più o poco meno il millecenquarantotto; poichè Nur-ed-dîn-ibn-Zengui si impadronì d’Aleppo alla morte del padre (1146), ed entro pochi anni allargò il dominio e la fama; mentre Mehdia cadea nelle mani di re Ruggiero.
Ci occorre, non guari dopo, quella che abbiam chiamata, a modo nostro, la prima edizione del Solwân, in fondo della quale l’autore pone il catalogo de’ libri compilati da lui, che incomincia così:[851] “Or ch’esce quest’opera dal mio scrittoio e passa nelle mani de’ _rawi_ (ripetitori), sendo questo l’ultimo de’ miei libri, miei per _tesnif_ (composizione) e _talîf_ (dettato), nei quali mi sono studiato a dilettare i lettori con l’eleganza e ad ammonirli co’ precetti, ragion vuole ch’io conchiuda il volume, notandovi i titoli e gli argomenti di que’ miei lavori, quantunque i ribaldi abbiano fatta rapina di molti tra’ volumi così intitolati.” E seguono diciannove trattati, tra i quali si legge il Kheir-el-biscer, ond’è manifesto che era stato già scritto; ed all’incontro mancano, le tre opere dedicate ad Abu-l-Kasim in Sicilia, dond’è certo al pari che non erano state composte e che perciò la prima edizione del Solwân non è quella che porta il nome del nobile siciliano. Comparisce in capo del catalogo il _Janbû’_, gran comento del Corano, il quale l’autore avverte avere scritto per la seconda volta, sendogli stata rubata la copia: onde par che egli alluda con questo e col cenno precedente, al fatto narrato dal Soiuti, cioè che gli Sciiti d’Aleppo, dando addosso un giorno ai Sunniti, saccheggiarono la medresa ortodossa d’Ibn-Abi-’Asrûn e quivi rapiron tutti i libri d’Ibn-Zafer.[852]
Cotesta edizione del Solwân è preceduta da tale dedica che allude, senza dubbio, ad un fatto politico nel quale l’autore trovossi avvolto. Un re suo benefattore ed amico intimo e palese, dice egli senza dare il nome, principe savio, illustre, ed amante della scienza, viveasi in grandi angosce, minacciato e stretto da un ribelle, il quale avea a volta a volta assaliti e sedotti i suoi sudditi; e, arrivato a guadagnare tutti gli ottimati, stava già per cacciarlo dal trono. Bramando conforto a’ suoi mali, il tradito principe avea chiesto all’autore (oh beati tempi!) un libro di filosofia e d’erudizione, che fosse composto ad imitazione delle favole di Kalila e Dimna; e Ibn-Zafer, non sapendogli ricusar nulla, gli offria cotesto libro, scritto a bella posta per lui.[853] E veramente nel Solwân, gli squarci del Corano, le tradizioni, i fatti storici, le novelle, gli apologhi, ogni pagina, ogni linea, accenna a que’ termini estremi d’un principato, e tende a consolar il signore che precipiti giù dal trono. Di certo non son rari cotesti casi nelle storie musulmane del duodecimo secolo; pur nessun principe cadente somiglia tanto a quello d’Ibn-Zafer, quanto Mogir-ed-dîn, che tenea Damasco alla morte di Zengui. I costui figli incontanente si messero attorno a Mogir-ed-dîn, sotto specie di aiutarlo contro i Crociati; e Norandino entro pochi anni il finì. Gli s’infinse amicissimo; gli imbeccò tante trame da fargli spegnere ad uno ad uno tutti que’ capitani che non potè indettare per sè medesimo. E quando Mogir-ed-dîn si trovò senz’armi nè amici, il conquistatore appresentossi sotto Damasco; guadagnò il tratto ai Crociati, chiamati in aiuto: e i traditori gli aprirono le porte; il tradito venne a’ patti e, ingannato anche in questi, andò a finir la vita in un collegio fondato a Bagdad. Entrava Norandino in Damasco di sefer del cinquecenquarantanove (maggio 1154).[854] Cotesta data sta bene con le altre due che abbiam certe delle vicende d’Ibn-Zafer, cioè la dedica del _Keir-el-biscer_ verso il millecenquarantotto e quella della seconda edizione del Solwân, nel cinquantanove. Ognun poi vede come, supponendo che il re innominato fosse Mogir-ed-dîn, l’amico e generoso scrittore non potea rimaner in Siria dopo l’occupazione di Damasco. Chi ha pratica delle biografie de’ letterati musulmani del medio-evo e conosce lor vivere irrequieto e vagabondo, la vanità e il bisogno che li spingeano da una corte all’altra, non ripugnerà a supporre che il gran monarca del Keir-el-biscer fosse divenuto entro cinque o sei anni il ribelle del Solwân.
Ma del cinquecencinquantaquattro (1159) il Solwân si volta al nome dello splendido kâid siciliano Abu-l-Kasim, preceduto da tre compilazioni che hanno per titoli: _Asâlib-el-Ghaiat, El-Mosanni_, e _Dorer-el-Ghorer_ e accompagnato da caldi attestati di gratitudine, i quali compongono un’altra prefazione, messa in vece di quella che alludea già ai casi del re innominato.[855] Breve tempo dimorò poi Ibn-Zafer in Sicilia: allontanatosi forse nella sedizione de’ Cristiani di Palermo contro il re Guglielmo I e contro i Musulmani. Ei ricomparisce ad Hama, stentando la vita al dire d’Ibn-Khallikân, con una piccola provvisione che gli procacciarono, di professore, credo io, in qualche medresa. In Hama ei divulga, tra le altre opere, il Solwân della seconda edizione e il Kheir-el-biscer, mutilato della dedica a Sefi-ed-dîn. E veramente la copia del Solwân stampata non è guari a Tunis (1862), è tolta da un testo che l’autore stesso avea comunicato al ripetitore in Hama, del mese di regeb del sessantacinque (aprile 1170);[856] il qual testo, al par del maggior numero de’ codici che abbiamo in Europa, confronta con quello dedicato ad Abu-l-Kasim. E ciò prova che l’autore avea messo da parte l’altro del re innominato. La prima edizione corse per pochi anni, come si argomenta dal picciol numero delle copie che ne rimangono, in confronto delle molte della seconda edizione.[857] Nè altrimenti dovea succedere nel supposto che il nemico di quel re troppo buono fosse stato il gran Norandino; perocchè splendendo sempre più in Levante la gloria militare e la virtù religiosa del conquistatore, i Musulmani non avrebbero sopportata una voce che ricordasse le sue perfidie, nè l’autore stesso avrebbe affrontato il pericolo di uscir nuovamente dalla Siria.
Comunque sia, l’indigenza accompagnò Ibn-Zafer fino alla tomba, e poco prima l’avea sforzato a maritar la figliuola ad uom di condizione inferiore alla propria, ch’è peccato in legge musulmana. Il genero, per giunta, portò via la giovane e la vendè schiava in altro paese. Morì Ibn-Zafer in Hama, come abbiam detto: ei fu piccino e mal complesso della persona; ma bello in volto,[858] generoso d’animo, pio, onesto, lodato per chiaro ingegno, vasta erudizione e delicato gusto letterario. Donde possiam pensare che quest’ultimo scrittore della Sicilia musulmana avrebbe lasciate opere più grandi, se la povertà non l’avesse obbligato a filarne una trentina.
A capo delle quali ei pose nel citato catalogo il _Janbû’_, ec. (Sorgente d’eterna felicità nell’esegesi del Savio Ricordo) dettato due volte, come s’è detto, con lo stesso titolo[859] e chiamato anche il Gran comento letterale del Corano.[860] Abbiamo in Europa, per quanto io sappia, un solo volume del _Janbû’_, che torna forse ad una ottava parte dell’opera e che ne dà bel saggio, s’io giudico dirittamente.[861] Va noverato anco tra gli studii coranici il _Fewâid-el-Wahi_, ec. (Brevi ed utili cenni su le gemme della miracolosa Rivelazione) che racchiude la definizione de’ nomi dati alla divinità nel Corano; de’ quali alcuni differiscono di forma e di significato, come _Kerîm_ e _’Azîm_; altri, al contrario, derivano da unica radice, come _Rahmân_ e _Rahîm_, ovvero possono usarsi indistintamente come _Khabîr_ e _’Alîm_.[862] Nella medesima classe è da porre l’_Asâlib-el-Ghaiât_, ec. (Vie che portano a spiegar bene un versetto) ch’è appunto l’ottavo della sura quinta e risguarda le abluzioni;[863] l’_Iksir-Kimia-et-tefsîr_ (Elixir della chimica dell’esegesi);[864] il _Kitâb-el-Borhaniat_, ec. (Libro degli Argomenti che conducono alla spiegazione de’ nomi di Dio).[865] Non si cita d’Ibn-Zafer alcun trattato di tradizione musulmana propriamente detta. Pur non è dubbio ch’egli abbia studiata quella prima sorgente delle scienze dell’islam, poichè i biografi fanno menzione della sua presenza nelle scuole di tradizione,[866] e d’altronde lo provan le opere sue, come innanzi diremo.
Delle due opere giuridiche notate nel catalogo autentico, noi sappiam poco più che i titoli: e sembrano l’una e l’altra compendii. S’addimanda una il Mosanni (La Manoduzione), trattato di scuola malekita, nel quale avverte l’autore ogni tesi essere seguìta dalla sua dimostrazione: e parmi questo il medesimo libro che l’autore dedicò ad Abul-Kasim in Sicilia, allungando un po’ il titolo: “Manoduzione per chi vuole imbeversi della _Ma’ona_ e dell’_Iscraf_“, delle quali l’una è compilazione classica di dritto malekita, e l’altra pare opera di confronto tra le dottrine delle varie scuole ortodosse.[867] Il secondo lavoro giuridico d’Ibn-Zafer è poemetto didascalico sul partaggio delle eredità e su i diritti di clientela.[868] Non presto fede alla notizia, al medesimo tempo riferita e messa in forse dal Fasi, che Ibn-Za-fer avesse date lezioni di dritto sciafeita;[869] sembrandomi che s’egli studiò quella scienza, non l’approfondì tanto da poter insegnare in altra scuola che la malekita. L’errore nacque forse da somiglianza di nome, e questa sarebbe per avventura una delle cagioni che han resa dubbia la patria del letterato siciliano e fatta notare da alcuni nel cinquecensessantacinque la sua morte, che seguì per vero due anni appresso.
Da’ titoli delle opere di teologia, chè que’ soli abbiamo e qualche cenno nel catalogo autentico, sembra che Ibn-Zafer siasi gittato nelle contese degli scolastici musulmani dell’età sua. Messo da canto il _Teskhir_ (La Connessione) del quale non sappiamo altro che la classe,[870] ci occorre il _Mo’adat_ (I luoghi sacri), libro ortodosso, scrive l’autore medesimo, pien di salutari avvertimenti ed atto a chiarire ogni dubbio.[871] Segue il _Mo’atibat-el-Giari_, ec. (Riprensione all’audace che condanna l’innocente), il quale trattava, se dobbiam credere al Makrizi, delle dottrine teologiche di Abu-Hanifa e di El-’Asciari; onde par che l’autore abbia assunta la difesa del primo contro il secondo.[872] Svela ira più acerba il titolo del _Kescf-el-Kescf_ (Smascheramento dello Smascheramento), confutazione d’un’opera ch’era uscita col titolo di _Kescf_, contro la famosa “Risurrezione delle scienze teologiche” per Ghazali.[873] Abbiamo infine con un titolo che parla dassè, il _Gennet fi ittikâd-ahl-es-sunneh_ (Il Paradiso nella Ortodossia de’ Sunniti).[874]
Ma più che a combattere ne’ deserti della scolastica, s’adattava il delicato intelletto d’Ibn-Zafer alla filosofia morale. Si leggono nel catalogo i titoli di quattro opere, con l’avvertenza che fossero parenetiche, cioè: _El-Khowads-el-wakiat_, ec. (Gli elmetti sicuri e gli amuleti degli incantesimi);[875] _Riâdh-ed-dsikra_ (I Giardini dell’Ammonizione);[876] _En-nesâih_ (I buoni consigli);[877] _Mâlek-el-idskâr_, ec. (L’angelo che ricorda le vie delle Riflessioni).[878] Delle quali opere nè conosciamo codici, nè troviamo ragguagli; pur la tendenza morale si può argomentare con sicurezza dalle opere istoriche e dalle pseudo-istoriche del medesimo autore.
Delle prime ci rimane il _Kheir-el-biscer_, ec. (I migliori annunzii sul miglior dei mortali) dianzi citato, nel quale si discorrono le predizioni ch’ebbe il mondo dell’apostolato di Maometto.[879] Il trattato si divide in quattro capitoli, secondo la diversa origine de’ vaticinii; cioè a dire, que’ contenuti nei libri sacri degli Ebrei e de’ Cristiani e quelli usciti di bocca dei dottori, dei _Kahin_ (arioli arabi) e dei _ginn_ (genii o demoni). Nei primi due capitoli l’autore cita ad ogni passo il Pentateuco, i Salmi, il libro d’Ezechiele e i Vangeli, con le diverse opinioni degli espositori; talvolta ei confronta col testo la versione siriaca del Vecchio Testamento; esamina con erudizione il cammino percorso dai libri che compongono il Nuovo, e sostiene pertinacemente il paradosso musulmano che il Paracleto della Scrittura simboleggi Maometto. Parmi che cotesti due primi capitoli possan giovare in qualche modo alla storia degli studii biblici. Nel terzo e nel quarto si possono spigolare, per quel che valgano, degli aneddoti di storia preislamitica, e v’ha sempre da raccogliere note filologiche tra le sentenze sibilline conservate bene o male dalla tradizione. La fama che ha goduta e gode questo libro in Oriente, è provata dai molti codici che ne avanzano, dalle citazioni che ne fanno gli scrittori,[880] e dalla recente edizione del Cairo.[881] Sembra compendio del _Kheir-el-biscer_ lo _’Alâm-en-nobowah_ (Segni della Missione profetica) che manca nel catalogo autentico, e dee perciò riferirsi agli ultimi anni dell’autore.[882]
Si allarga alquanto il campo storico nell’_Anbâ-nogiabâ-el-ebnâ_ (Notizie dei giovanetti illustri),[883] al quale non manca il suo compendio, chiamato _Dorer-el-Ghorer_ (Le perle frontali).[884] Caso raro nella letteratura arabica, il titolo del primo di cotesti libri espone chiaramente il subietto. Dividonsi quelle biografie in cinque capitoli, ciascun de’ quali ha intitolazione particolare e il primo, detto “La gemma solitaria ed unica,” racchiude gli aneddoti di Maometto fanciullo. I tre seguenti trattano dell’infanzia di tre generazioni diverse di Musulmani; il quinto de’ fanciulli celebri degli antichi Arabi e de’ Persiani. È libro di _adâb_, come si chiama l’erudizione miscellanea; e contiene esempii di bella memoria, sagacità precoce, predestinazione alla grandezza religiosa o mondana. Cotesto libro, al paro che il _Kheir-el-biscer_, potrà giovare tuttavia a’ lessicografi ed a’ ricercatori della storia orientale del medio evo.
Com’ogni altro letterato arabo, scrisse Ibn-Zafer di grammatica. Leggiamo nel suo catalogo un _El-Kawâ’id wal-biân_, ec. (Le basi e la spiegazione della grammatica): ma egli stesso lo chiama compendio.[885] E’ sembra invero che Ibn-Zafer poco siasi curato della scienza grammaticale, ancorch’egli dicerto non l’abbia trasgredita nello scrivere, perocchè le sue opere pervenute infino a noi scarseggiano di note grammaticali, quanto abbondano delle lessicografiche. I biografi poi ci hanno tramandato un pettegolezzo che attesterebbe i rimorsi d’Ibn-Zafer; cioè, che trovandosi ad Hama in una tornata accademica con Tag-ed-dîn-el Kendi, questi gli propose una difficoltà grammaticale e poi un dubbio filologico: ai quali Ibn-Zafer rispose e in sul fine della tornata sclamò: “Il dottore Tag-ed-dîn è più valente di me in grammatica, ma io lo vinco in filologia.” — “Oibò, rispose il pedante, conceduta la prima tesi; controversa la seconda.”[886]