Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II

Part 18

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Non volendo interrompere l’abbozzo della cultura scientifica sotto re Ruggiero, io ho lasciata addietro, nel cominciar questo capitolo, la matematica pura, del cui studio non tratta alcuna memoria di quell’età; quantunque e’ non si possa dar che sia stata negletta in Sicilia, quando vi fioriano sì felicemente i rami di scienza applicata. Ma se il caso mutilò in questa parte, come in tante altre, la storia letteraria, il dotto zelo della presente generazione ha provato che l’aritmetica e la geometria furono onorate alla corte di Federigo, degno erede dell’avol materno. Abbiam noi fatto cenno de’ problemi di geometria ch’egli mandò a Malek-Kâmil mentre negoziava per l’acquisto di Gerusalemme.[780] Altri ei ne indirizzò al dotto ebreo spagnuolo, Giuda Cohen ben Salomon, che venne poi a stanziare in Italia.[781] Gli scritti di Leonardo Fibonacci, dati non è guari alla luce, attestano che questi, nel dugenventicinque o pochi anni appresso, dedicò all’imperatore il libro de’ quadrati; che Federigo leggea volentieri il suo _Liber Abbaci_; e che «dilettavasi, son proprio le parole dell’autore, di apprendere certe sottilità appartenenti alla geometria ed ai numeri.»[782] Ritraggiamo da un altro opuscolo del Fibonacci intitolato a modo arabico «Il Fiore,» che a Pisa, in presenza di Federigo, ei sciolse certi problemi proposti da un maestro Giovanni da Palermo, filosofo della corte;[783] che maestro Teodoro, filosofo palatino anch’egli, avea presentate in altra occasione al Fibonacci delle tesi intorno i numeri quadrati;[784] che il pisano fece sapere per epistola a Teodoro i suoi trovati recenti su le regole di società;[785] e ch’ei mandò all’imperatore, per un Robertino donzello della corte, alcuni corollarii della teoria delle frazioni.[786]

Dei quali nomi proprii i due primi ci sono noti d’altronde; e similmente l’ufizio di filosofo che comparisce nella corte bizantina fin dal quarto secolo, e ritorna in alcune chiese di Sicilia all’epoca normanna.[787] Giovanni da Palermo era de’ notai, o diremmo oggi segretarii, di Federigo; il quale lo mandò ambasciatore a Tunis il dugenquaranta: onde argomentasi ch’ei sapesse l’arabico e forse fosse di schiatta musulmana.[788] Maestro Teodoro comparisce in corte, se non tra i grandi, certo tra i più intimi dell’imperatore: mandatogli apposta il dugentrentanove un legnetto per ritornare nel reame, dond’erasi allontanato con licenza e forse con missione del principe;[789] spacciatogli non guari dopo un foglio bianco col sigillo regio, affinch’ei vi scrivesse in arabico le credenziali degli ambasciatori di Tunis;[790] richiestogli di manipolare per uso della corte degli sciroppi e dello zucchero di viola;[791] e quel ch’è più, affidatogli il geloso ufizio di spiare negli astri il momento propizio alle fazioni di guerra:[792] nè sappiamo s’ei fu «de’ negromanti astrologi e vati, ministri di Belzebù e d’Astarotte» che Federigo perdea (1248) nella strepitosa sconfitta di Parma.[793] Siciliano o antiocheno di nascita, arabo o greco di stirpe,[794] questo Teodoro, al par che Giovanni da Palermo, ben simboleggia la scienza arabica rimasta in Sicilia nella prima metà del decimoterzo secolo: un po’ di tutte le dottrine matematiche e naturali; sogni misteriosi e germi di verità, e tra i più proficui, l’aritmetica e la geometria. Nelle quali Giovanni e Teodoro doveano pur sentire molto innanzi, s’e’ proposero de’ problemi a quel gran concittadino di Galileo, quando, studiata la scienza in Barbaria, la perfezionò e venne a promuoverla in Italia.

Ed ecco la mia navicella a vista della prima restaurazione degli studii in Italia, anzi in Europa; ond’è forza arrestarmi, sì perchè non basterebbero le mie forze a continuare il viaggio, e sì perchè quell’incivilimento si debbe a tanti altri fattori, non meno efficaci che la tradizione scientifica e letteraria de’ Musulmani di Sicilia. La qual nazione, estinguendosi, lasciava sì il picciolo suo peculio a’ Latini che l’avean morta; ma essi già s’erano arricchiti d’altre parti, come si dimostra per l’esempio di Gerardo da Cremona, Leonardo Fibonacci, Guido Bonatti, Gerardo da Sabbionetta, Brunetto Latini, Simone da Genova e tanti altri.

Pertanto io mi rimango a pochi cenni, e, passando dalle matematiche alle scienze naturali, debbo ricordare in primo luogo, che la fama accusò l’imperatore di profana curiosità ne’ misteri della creazione. I Frati minori, suoi nemici accaniti, andavano buccinando quelle che il Salimbeni chiama le superstizioni di Federigo: or ch’egli avea fatti sventrare due uomini per indagare la fisiologia della digestione.; or che dava ad allattar de’ bambini, vietando alle balie di vezzeggiarli con parole, sì che lo sperimento mostrasse qual idioma balbetta l’uomo dassè solo, se l’ebraico, come dice la Scrittura, ovvero il latino, il greco, l’arabico; ma aggiugneano i Frati che le povere creaturine n’eran morte di tristezza.[795] I dotti israeliti intanto lodavano il genio di Federigo per la Storia naturale.[796] E questo è provato in vero da fatti notissimi: gli animali esotici ch’ei raccolse;[797] la storia degli animali d’Aristotile compendiata da Avicenna e, per commissione dell’imperatore, tradotta in latino da Michele Scoto,[798] indi in ebraico non si sa da chi nè nè quando;[799] il libro della fisionomia, composto per lui dal medesimo Scoto;[800] il trattato della caccia co’ falconi, opera propria di Federigo;[801] il libro d’ippiatrìa, compilato secondo i suoi dettami da Giordano Ruffo di Calabria[802] e tradotto in ebraico da un anonimo;[803] il trattato di veterinaria attribuito ad Ippocrate, e tradotto dall’arabico in latino per maestro Mosè da Palermo.[804]

Non è questo il luogo di toccare la scuola medica di Salerno, nella quale i dotti latini gareggiarono co’ giudei[805] e co’ musulmani; e i medici di Sicilia vi recarono il tributo di lor dottrina, come si argomenta dal nome di Pietro Siciliano che comparisce nella seconda metà dello undecimo secolo, seguito da un Giovanni figlio di Costantino siciliano.[806] Sappiam noi come Guglielmo secondo onorasse di molto, al par che gli astrologhi, i medici musulmani che capitavano in Sicilia;[807] come Federigo non solo provvide con le leggi allo studio della medicina, ma par abbia promossa la pubblicazione di alcuna opera medica e la traduzione d’alcun’altra;[808] sappiamo l’accoglienza che trovò a corte di Palermo, verso la metà del decimoterzo secolo, il medico Taki-ed-dîn, il quale venendo a Bugia da’ paesi di Levante, soffermossi in Sicilia.[809] E visse nell’isola infino alla seconda metà del secolo decimoterzo chi seppe sì bene la lingua arabica e la medicina, da poter voltare dal testo in lingua latina, la grande opera medica di Razi, intitolata _El-Hawi_, ossia «Il Comprensivo,» della quale Carlo primo d’Angiò avea domandato ed ottenuto un codice dal re di Tunis. Il traduttore, per nome Farag, figliuolo di Salem, ebreo di Girgenti, portò a compimento, nel febbraio del milledugentosettantanove, questo lavoro; il quale sendo stato approvato da eletti medici di Napoli e di Salerno, ne fu fatta per uso della corte una bellissima copia in pergamena, divisa in cinque grossi volumi; la quale dopo quattro secoli capitò nella collezione di Colbert, ed or è serbata ne’ tesori della Biblioteca nazionale di Parigi.[810] Cotesto lavoro non solamente è pregevole per la storia letteraria, ma potrà servire tuttavia agli scienziati ed a’ filologi, terminando con un indice ed un ampio glossario di medicamenti semplici, al quale è messo a riscontro il nome latino con l’arabico e spesso anco col greco, scritti in caratteri nostrali.[811]

Quantunque gli Arabi, togliendo, come noi, dai Greci il vocabolo filosofia, l’abbian usato in senso diverso da quel ch’ebbe in Europa nel medio evo, e l’abbiano ristretto alle speculazioni metafisiche e fisiche dell’antichità, pure io non credo che re Ruggiero siasi mai dato a così fatta disciplina, sì come affermano Sefedi ed Omari da me citati.[812] Edrîsi, nella dedica della geografia, gli dà lode soltanto per le scienze delle due classi che noi chiameremmo politica e matematica:[813] e da tutto quel che sappiamo di questo gran principe, ei ci sembra inclinato alle scienze pratiche e positive, più tosto che alle astrattezze su la natura e le relazioni degli esseri. Quindi è verosimile che que’ due scrittori arabi del decimoquarto secolo, indotti in errore dalla fama che tuttavia predicava la corte sveva di Sicilia com’emporio d’ogni bel sapere, abbiano attribuita a Ruggiero una lode che andava piuttosto al figliuolo della sua figlia. Pure nella seconda metà del duodecimo secolo, gli studii filosofici propriamente detti eran già progrediti di molto in Italia e particolarmente nelle regioni meridionali. A quegli studi par che accenni, e non alla scienza e alla coltura in generale, il dotto fiorentino, Arrigo da Settimello, nel carme latino dettato allo scorcio del secolo, là dov’ei dice che la filosofia tenea corte bandita in Sicilia.[814]

Il genio dunque dei tempi, l’adolescenza passata a corte di Palermo, la quotidiana provocazione di papi ambiziosi e tracotanti, ed anco la sottigliezza del cervello germanico, disponeano Federigo alla metafisica. Si potrebbe supporre _a priori_ ch’ei fosse stato educato alla scuola peripatetica degli Arabi, poichè l’Europa cristiana in quel tempo non soleva attingere ad altre fonti che a quella. Cresce l’argomento col noto fatto ch’ei menò seco alla Crociata un musulmano di Sicilia, col quale avea studiata già la dialettica.[815] Ed abbiamo per prima prova l’opinione generale del secolo, quando la Corte papale e i frati, e i nemici dell’impero e la turba infinita de’ ciechi di quella età, più arrabbiati assai che i ciechi d’oggidì, accusavano Federigo di miscredenza e gittavangli addosso le più sciocche calunnie;[816] e, quel ch’è più, i Cristiani mormoranti contro Roma in Italia e fuori, lo biasimavano di liberi pensieri, e persino il Poeta che avea messi in inferno tanti papi, lo chiuse entro un’arca ardente della città di Dite. Ma da pochi anni in qua son venute fuori notizie dirette e precise intorno la scuola ch’ei seguì.

Un codice arabico della Biblioteca bodlejana d’Oxford, intitolato «I Quesiti siciliani» racchiude le quistioni filosofiche «mandate a’ dotti di Levante e di Ponente dal re de’ Romani, imperatore e principe della Sicilia, e le risposte che fecevi in Ceuta, per volere di Rascid califo almohade, il dottissimo sceikh ’Abd-el-Hakk-ibn-Sab’in.» Cotesto re de’ Romani era ben Federigo, poichè il riscontro delle date, conduce per l’appunto al suo regno. Ed ecco il tenor de’ quesiti:

Primo. «Il filosofo (Aristotile) in tutte le opere sue dice espresso esistere il Mondo _ab aeterno_: ei così pensava di certo. Or, s’ei lo dimostrò, quali furon le prove; e se no, in che maniera ei ne discorre?»

Secondo. «Qual è lo scopo della scienza teologica e quali sono i suoi postulati preliminari, se postulati essa ha?»

Terzo. «Che cosa sono le categorie? E come quelle dieci che ne conosciamo servon di chiave ad ogni maniera di scienza? Ma le son veramente dieci; e perchè non se ne può togliere nè aggiugnere alcuna? Come poi si prova tuttociò?»

Della quarta tesi non è trascritto il testo, ma si ritrae che risguardava la natura dell’anima, la sua immortalità e la contraddizione che appariva in questo subietto tra Aristotile ed Alessandro d’Afrodisia.

Quinto, «Come vanno spiegate queste parole di Maometto: «Il cuor del Credente sta tra due dita del (Dio) Misericordioso?»

Bastano così fatte domande a svelare lo scettico. Ibn-Sab’în che non l’era meno di Federigo, rispose pure in tutti i capi da specchiato ortodosso musulmano, pratico dell’arsenale della scienza e bene informato della storia de’ filosofi greci; poichè oltre i molti peripatetici, ei cita a proposito dalla immortalità dell’anima, «il divino Piatone e Socrate suo maestro,» non che il Corano, il Vangelo, il Pentateuco, i Salmi e i Fogli (_Sohof_), antichissima rivelazione, com’e’ pare, de’ Sabii. Ma di sotto il casto ammanto uscìa la zampa di Satan. Discorrendo della teologia e de’ suoi fondamenti scientifici, Ibn-Sab’în scrivea che, se l’imperatore pur volesse chiarirsene meglio, venisse in persona a parlargli o mandassegli alcun suo scolastico (_motekallim_) o almeno un uom fidato al quale consegnare sicuramente lo scritto: tanto più che coteste sospette proposizioni eran già note a tutti in quel paese, come fuoco che s’accenda in alto: e v’era di molti barbassori ignoranti e maligni, che al solo odore di quesiti così fatti, davano dell’asino al proponente e di matto all’interrogato. Leggiamo nel preambolo di questo dotto squarcio peripatetico, che il messaggier dell’imperatore, avuto lo scritto, offrì grossa somma di danaro per mani del governatore di Ceuta; che Ibn-Sab’în la rifiutò, e ch’ei ricusò al paro i ricchi doni mandatigli da Federigo, quand’ebbe sotto gli occhi la risposta. La proposizione de’ Quesiti Siciliani va riferita, su per giù, al milledugenquaranta.[817]

Noi non ritraggiamo se Federigo abbia soddisfatta la curiosità filosofica, al modo che gli proponeva Ibn-Sab’în. Questo sapiente, che allor avea forse venticinque anni, e s’era già, di Murcia sua patria, rifuggito in Ceuta per una prima persecuzione religiosa, fu costretto nuovamente a mutare soggiorno, da’ teologi Musulmani che non gli perdonavano l’audacia, nè il sapere. Passò da Ceuta a Bugia, indi a Tunis e al Cairo, e infine alla Mecca; precorso e avviluppato sempre dalla fama di _zindik_ e panteista, ancorchè ei cercasse di nascondersi sotto il mantello del sufismo e delle scienze mistiche. Ebbe, come gli antichi filosofi, gran seguito di discepoli e di gente che ammirava la sua dottrina ed eloquenza, o gli era grata per la inesauribile carità. Ma prevalendo i nemici, ei, con esempio singolare appo i Musulmani, si fe’ segar le vene e morì da stoico: onde crebbe l’ammirazione de’ suoi discepoli e il trionfo de’ nemici.[818] Se non fallisce un cronista anonimo trascritto dal Makkari, la fama di questo filosofo arrivò in Italia. Abd-Allah signore di Murcia, della dinastia de’ Beni Hûd, spogliato improvvisamente da Alfonso di Castiglia che avea accettato da lui l’omaggio feudale, tentò un appello al papa pel falsato giuramento, com’io credo. Mandò a quest’effetto in Roma un fratello d’Ibn-Sab’în, per nome Abu-Taleb; il quale presentatosi al papa, s’accorse che questi al vederlo si messe a parlare di lui “in lingua barbara” co’ suoi cortigiani; onde informatosi arrivò a sapere aver detto il papa che il suo fratello era in vero il principe de’ teologi musulmani. Tornando l’ambasceria al dugenquarantatrè, perchè allora i Castigliani occuparono Murcia; si dee riferire quel giudizio ad Innocenzo IV, uomo di molta dottrina e testè amico dell’Imperatore. E sembra cosa molto verosimile che Innocenzo avesse anco lette le risposte ai Quesiti Siciliani, le quali di certo levarono gran romore tra gli adètti della scienza.[819]

In tal frequenza di commerci intellettuali, non poteano rimanere ignote a corte di Sicilia le opere del gran filosofo israelita di Spagna morto nei primi anni di quel secolo, Musa-ibn-Meimûn, chiamato dagli scrittori cristiani Maimonide. E già l’erudizione moderna, frugando gli scritti degli Israeliti italiani, ha scoperte vestigia dell’abboccamento di Federigo con un dotto, non sappiamo se ebreo o musulmano, col quale lo imperatore si maravigliò che Maimonide non avesse spiegato nella «Guida de’ Dubbiosi» nè tra le «Ragioni de Precetti» l’origine del rito mosaico di purificazione con le ceneri della giovenca rossa (_Numeri_, cap. XIX); e soggiunse parergli che quell’uso fosse nato per vero dall’olocausto del lione fulvo, ch’egli ritraea dal «Libro de’ Sapienti indiani»[820] Da cotesto cenno si è conchiuso a ragione, che Federigo ebbe alle mani la versione ebraica, o piuttosto l’originale arabico, della famosa «Guida;» e si è supposto con verosimiglianza ch’egli stesso n’abbia fatta far la prima traduzione latina.[821] Speriamo che ulteriori indagini rischiarino cotesti particolari di Storia letteraria. Intanto non è da porre in dubbio tal aneddoto, che allarga sempre più il campo delle cognizioni da attribuirsi a Federigo.

Nè egli coltivò la filosofia sol per utile e diletto proprio, ma sì la promosse ne’ suoi domimi e in tutta Cristianità. Accenneremo appena alla Università fondata in Napoli; a’ sussidii assegnati per gli studenti poveri; ai “dottori chiamati da ogni parte del mondo, come dice il Jamsilla, con liberali premii e provvisioni.”[822] Raccolti nella sua biblioteca moltissimi codici arabici e greci, Federigo li facea tradurre in latino, per comodo pubblico. Ci rimane la nobile epistola con la quale ei mandava in dono ai professori ed agli studenti di Bologna la versione di «certi scritti di Aristotile e d’altri filosofi su la dialettica e la cosmologia,» affinchè giovassero a propagare la scienza, «senza la quale, ei dicea, la vita dei mortali non si conduce liberalmente.» Impossibile e’ sembra che Federigo non abbia arricchita, di quelli e d’altri trattati, la sua cara Università di Napoli; e si ritrae che Manfredi, imitando l’esempio del padre, inviò all’Università di Parigi, forse le stesse opere e di certo la stessa epistola, ricopiata e mutatovi il nome.[823] Pensano gli eruditi che coteste versioni siano state, tutte o parte, opera di Michele Scoto.[824] Non guari dopo, Bartolomeo da Messina, per commissione di Manfredi, tradusse dal greco in latino l’Etica d’Aristotile;[825] e un tedesco per nome Hermann voltò in latino, per voler dello stesso principe, le parafrasi arabiche, o compendii del medesimo e d’altri libri d’Aristotile.[826] Aggiungansi le altre versioni d’opere di matematica, di medicina, di storia naturale, d’astronomia o astrologia, dovute al patrocinio di Federigo o del figliuolo, delle quali abbiam già fatta menzione. Come poi i Giudei furono in Occidente, per tutto il medio evo, gli interpreti più assidui della dottrina araba, così Federigo favorì, insieme con le latine, le traduzioni o compilazioni ebraiche degli scritti arabi di scienza. Oltre i supposti che abbiamo riferiti poc’anzi intorno la versione della «Guida de’ Dubbiosi,» si ritrae per positive testimonianze che Giacobbe figlio di Abba Mari, medico di Marsiglia, stipendiato largamente dall’imperatore, e venuto a Napoli, compì quivi il dugentrentuno la versione ebraica dell’Almagesto, e il trentadue, quella del comento di quattro libri d’Aristotile per Averroes.[827] Similmente si ritrae che Giuda Cohen figlio di Salomone, ebreo spagnuolo, compilatore di una grande enciclopedia scientifica ch’ei dettò in arabo e tradusse in ebraico, passò in Italia del quarantasette, dopo avere risposto per ben due volte ai quesiti scientifici di Federigo:[828] onde possiamo argomentare che questi l’abbia chiamato di qua dalle Alpi, allettandolo con quella savia liberalità che usò verso ogni altro scienziato.

Quindi si è creduto che Federigo intendea l’ebraico; ed altri ha aggiunto, con maggiore verosimiglianza, il greco, poichè v’ha una versione greca delle sue costituzioni,[829] e si sa che al suo tempo questo idioma prevaleva in alcune città della Sicilia e del Napoletano. Per buoni argomenti si ritiene che Federigo seppe il provenzale e il francese;[830] nè è da mettere in forse ch’ei parlò, qual meno e qual più spedito, l’italiano, il latino, l’arabico e il tedesco.[831] Dubbio è che in latino e in provenzale,[832] certo ch’egli abbia verseggiato in italiano, al par che alcuni suoi figliuoli e cortigiani: il che non vuol dir che Federigo inventò la nostra poesia, nè che fondò, propriamente parlando, un’Arcadia in Palermo, come sognavano gli eruditi del secol passato; ma che primo, o tra i primi, egli introdusse in Italia la moda arabica e provenzale di recitare a corte, de’ versi dettati nella lingua che ciascun parlava. La quale usanza aulica, promosse la nostra letteratura assai più ch’e’ non sembri a prima vista. Federigo rese popolari le novelle rime, con le attrattive del canto e dei suoni.[833] E se ben mi appongo, suscitossi nell’animo de’ contemporanei una indefinita ma irresistibile brama di civiltà, a veder il nipote di Barbarossa, che scendea dal trono per conversare co’ dotti e mescolarsi negli esercizii delle arti liberali e ne’ sollazzi: gentile, piacevole di tratto, arguto, tollerante degli altrui detti,[834] vivace e versatile ingegno, ed a volte profondo, nudrito e non soffocato dalla erudizione, splendido ed elegante negli arredi e negli edifizii ch’ei fece costruire.[835] Con la potenza, la ricchezza e l’alto animo, egli cooperò quanto niun altro uomo del medio evo, a’ progredimenti dell’intelletto umano in Europa.

Noi non abbiamo qui a giudicar Federigo statista, nè legislatore; non abbiamo a biasimar, nè a scusare i vizii che lo macchiarono, l’avarizia, la crudeltà, la dissolutezza, la perfidia: vizii di tutti i tempi e maggiori assai nel medio evo che in oggi. A considerar la sola tempra dello intelletto, Federigo ci sembra uom del secolo decimottavo, venuto su nei principii del decimoterzo, come quelle piante che per singolar caso di natura o per arte dell’uomo, fioriscono fuor di clima e di stagione. Così fatti fenomeni morali, la Storia non arriva a spiegare pienamente, poichè la più parte delle cause si sottraggono alla critica: può nulladimeno, investigare le condizioni di cose che abbiano favorito lo sviluppo d’un buon germe. Or l’intelletto di Federigo prese forma e vigore tra due serie di fatti non ordinarii, alle quali noi abbiamo accennato; cioè il turbine politico che l’aggirò fin dai suoi primi anni e l’ambiente di civiltà nel quale ei fu educato. Il nostro subietto ne conduce a ricapitolare quanto su quest’ultimo punto si è detto da altri e da noi stessi.

All’entrar del secolo decimoterzo, la civiltà musulmana, con le sue parti buone e triste, s’era infiltrata un poco in tutta Europa, molto nella terraferma italiana e moltissimo in Sicilia; dove, oltre i frequenti commerci con le rive meridionali del Mediterraneo, rimaneano avanzi degli ordini e delle schiatte musulmane. Tra gli avanzi di quelle schiatte, ci sono occorsi nella infanzia di Federigo de’ famigliari della corte di Palermo e n’abbiamo visti nel suo seguito a Gerusalemme e per tutta Italia, in pace, in viaggio, in guerra; maestri o collaboratori di studio, essi e i Giudei e i Musulmani avventizii d’altri paesi, cortigiani, ufiziali, ministri di passatempi onesti, o di lusso e talvolta di non lodevol costume. Giovanni detto il Moro, celebre per misfatti nei regni di Corrado e di Manfredi, nato d’una schiava di corte, segretario dell’imperatore, tesorier generale del reame, quel desso ch’ebbe feudi da Innocenzo IV e volle tradire Manfredi a Lucera, Giovanni somiglia, così d’origine come di vita e di costumi, ad un liberto di reggia musulmana di Spagna, Affrica o Egitto.[836]