Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 17
S’accinse Ruggiero in questo, a compilare la geografia universale, usando insieme le cognizioni dell’Oriente e dell’Occidente e il ritratto di nuovi studii: la qual opera, nella prima metà del duodecimo secolo, il solo re di Sicilia e dell’Italia meridionale poteva intraprendere. Nella prefazione d’Edrîsi già riferita[718] leggonsi i nomi di dodici geografi, studiati, come si dice, dal re; de’ quali, dieci son arabi, Tolomeo greco e l’ultimo sembra Orosio, il celebre compendiatore latino de’ bassi tempi.[719] Degli arabi, sei ci son noti: Mas’ûdi, Geihani, Ibn-Khordabeh, Ibn-Haukal, Ja’kûbi, Kodama, ottimi compilatori di geografia descrittiva;[720] ma gli altri quattro, cioè Ahmed-ibn-el-’Odsri (ovvero el-’Adsari), Giânâkh-ibn-Khakân-el-Kîmâki,[721] Musa-ibn-Kasim-el-K..r..di, ed Ishak-ibn-el-Hasan, detto l’astronomo, non sono noti, nè sappiam qual ramo abbian trattato; se non che l’ultimo, dalla qualità attribuitagli, si può supporre autore di geografia matematica, o forse compilator di tavole delle latitudini e longitudini.[722] Mancano dunque tra le autorità di Edrîsi i più celebri scrittori arabi di questo ramo della geografia, vissuti prima di lui, come sarebbero Albateni, Abu-l-Wefa, Ibn-Iûnis, Albiruni;[723] ma può darsi che Ishak-ibn-el-Hasan abbia raccolti i dati, almen dei primi tre. In geografia descrittiva mancano Mokaddesi[724] e Bekri, lodatissimi autori dell’undecimo secolo.[725] Se cotesti libri veramente rimasero ignoti a corte di Palermo, si comprende tanto meglio che Ruggiero gittò via quegli altri, accomiatò gli pseudo-geografi viventi ch’egli avea chiamati in soccorso, e deliberossi a rifare di pianta il disegno della superficie terraquea, secondo le relazioni d’uomini pratici. Ognuno intende che Ruggiero prese questa via, inorridito del mostruoso parto ch’esser doveva un planisfero a modo di Tolomeo e de’ suoi correttori arabi, le proporzioni del quale, senza dubbio, erano smentite, chiaro e tondo, dagli itinerarii terrestri e sopratutto dalle carte di navigare del Mediterraneo.
Quando avverrà che si appuri meglio il testo di Edrîsi e la nomenclatura delle carte ond’è fornito, si scopriranno forse altre sorgenti dell’opera, non confessate nella prefazione; poichè alcuni dati che veggiamo qua e là, non vengono da quelli che noi conosciamo tra gli autori testè citati, nè par si possan trovare appo gli ignoti, che son tutti arabi, eccetto Orosio o quel ch’e’ sia. Così è da trovare l’origine d’una misura nuova o antichissima dell’equatore, la quale torna a settantacinque miglia al grado,[726] non miglia arabiche, ma romane, quelle medesime che Edrîsi adopera nel capitolo della Sicilia e che rispondono, quasi a capello, alle odierne miglia siciliane.[727] Alcuni nomi topografici della Sicilia stessa ci sembrano presi da antiche carte greche o romane, anzichè da carte arabiche, o dall’uso volgare del duodecimo secolo.[728] Similmente in Grecia, nell’Italia di sopra e in qualche parte della Francia, i nomi spesso hanno sembianza antica; mentre in altre regioni della Francia, in Germania e in Inghilterra prevale la forma degli idiomi novelli e si vede chiara l’origine da relazioni o itinerarii del XII secolo.[729]
Ripigliando il racconto sotto la scorta di Edrîsi, veggiamo che furono interrogati e confrontati assiduamente, per lo spazio di quindici anni, gli uomini pratici, che vuol dire, secondo me, i navigatori italiani, e i viaggiatori d’altre parti d’Europa[730] i quali capitavano in Sicilia, chi per cagion di commercio, chi nell’andare alla Crociata; e con essi anco de’ Musulmani pellegrini, mercatanti e girovaghi.[731] Dopo tre lustri d’investigazioni, l’ufizio geografico della corte pose mano a rettificare il mappamondo, come si scorge dal passo d’Edrîsi che abbiam noi tradotto. Ed or comentandolo diciamo, che si delineò una carta geografica,[732] nella quale si cominciò a trasportar col compasso, ad una ad una, le linee itinerarie orientate,[733] ritratte dalle relazioni; che si riscontrarono via via cotesti dati con quelli de’ libri geografici; che si sciolsero o si troncarono i dubbii surti nel confronto, e che, fissate in tal guisa le posizioni de’ paesi e le figure della terra e delle acque, furono incise in un planisfero d’argento, ch’avea per raggio un metro o poco meno ed era diviso in segmenti, per maneggiarsi più comodamente.[734] Così mi sembra eseguìto il mappamondo, il quale mal si può giudicare dalle figure che ne abbiamo in due antichi manoscritti alquanto dissimili tra loro, ridotte alla quinta o alla sesta parte e delineate senza proporzioni più precise, che quelle che dar potesse la mano e l’occhio del copista.[735] Possiam noi supporre adoprata nel primo abbozzo una carta generale o un sistema di carte parziali: possiamo immaginare l’una o le altre, copiate da esemplari antichi o arabi, ovvero costruite appositamente su le tavole di latitudine e longitudine de’ Greci, corrette dagli Arabi; sempre la base dell’operazione si riduce alla figura che raccapezzavasi dalla scienza di quel secolo; e gli elementi della correzione sempre tornano alle distanze itinerarie appurate di recente. Non si può interpretare altrimenti il detto di Edrîsi; nè immaginare altrimenti l’uso de’ dati novelli che avea procacciati il re; i quali dati non poteano venire da una rimisurazione di tutte le latitudini e longitudini del globo, ma doveano consistere in itinerarii moderni di terra e di mare, carte nautiche e forse immagini latine, come quella d’Alfredo il Grande e l’altra che abbiamo nella Biblioteca dell’Università di Torino.[736] Veggiam noi la riprova di tal dimostrazione, nel libro stesso d’Edrîsi, il quale rimanda a Tolomeo per le favolose terre settentrionali di Gog e Magog;[737] la veggiamo nelle carte parziali del codice parigino, le quali dànno soltanto delle latitudini e longitudini per le regioni dell’Affrica sotto i Tropici,[738] per le quali è da supporre che la corte di Palermo non avesse trovati itinerarii recenti. Gli itinerarii, accompagnati dalla direzione di ciascuna linea secondo i punti cardinali del globo, potean servire a verificar le carte terrestri in un modo analogo a quello che usarono ab antico i marinai del Mediterraneo per abbozzare lor carte marittime, fissando le posizioni con l’osservazione dei corpi celesti. Che se le buone carte da navigare, italiane e catalane, che si sono ritrovate fin oggi, risalgono appena al principio del decimoquarto secolo, quand’era già comune l’uso dell’ago magnetico, e se quell’uso non si può tirar su alla prima metà del duodecimo secolo, quando si compilava la geografia in Palermo, questo non vuol dir che mancassero a Ruggiero delle carte nautiche abbastanza esatte da ispirargli diffidenza contro i geografi dotti, e da suggerire la verificazione pratica degli schemi immaginati da costoro.[739]
Passando alle sessantanove carte particolari, o, per dir meglio, itinerarii figurati, un de’ quali sta a capo di ciascun de’ dieci compartimenti d’ ogni clima nel prezioso codice d’Assoliti,[740] cominceremo da quella ch’esser doveva, ed è, la migliore di tutte, la carta, dico, della Sicilia. Basta metterla allato ad una mappa costruita secondo Tolomeo, per vedere la enorme differenza delle figure: l’una quasi uguale a quella delle nostre carte d’oggidì; l’altra sì scontraffatta, quanto apparrebbe per avventura il mappamondo di Edrîsi a paragon di quello di Mercator.[741] Si dee pensar dunque che Ruggiero abbia profittato degli studii de’ Musulmani di Sicilia del decimo e undecimo secolo[742], ed anco fatte determinare astronomicamente alcune posizioni;[743] onde, con relazioni esatte e con la minuta esplorazione della costiera, si compose nell’ufizio geografico di Palermo una figura, la quale il copista non potè guastar tanto che non sembri maravigliosa pel suo tempo.
Delle rimanenti son pubblicate finora tre sole per intero, e si è stampata anco la riduzione di tutte in piccolo. Per quanto si può giudicare da copie cosiffatte, coteste carte non erano proporzionali alle figure del mappamondo; nè la differenza veniva da studio di projezione: poche d’altronde sembrano costruite secondo le latitudini e le longitudini. Vi si nota sempre, come in tutte le carte primitive, l’errore d’ingrandire le regioni meglio conosciute e rimpiccolire le altre, per farle pur entrare nei limiti che assegnava lo schema generale dei climi, de’ continenti e de’ mari. Così la figura dell’Italia dal Tevere in giù, dove Ruggiero comandava, torna assai meno erronea della mezza Italia di su, rattratta e rimpicciolita sconciamente. Lo stesso dicasi della Sardegna, della Corsica e di tutto il Mediterraneo occidentale, di cui la Sicilia usurpa gran parte. L’ecclettico lavoro de’ geografi siciliani sparse luce in certe regioni, altre lasciò nelle tenebre delle ipotesi. Cavaron essi, per esempio, dai sogni di Tolomeo il continente africano sotto l’equatore, allungato verso Levante, sì che correa parallelo alle costiere meridionali dell’India e della Persia, e chiudea l’Oceano Pacifico quasi un altro Mediterraneo. All’incontro, le Isole Britanniche, il Baltico, la Polonia, sembrano illustrati da recenti relazioni; non vedendosi in quelle carte i grandi errori delle geografie antiche o degli Arabi.[744] Gli itinerarii della Grecia mostrano che Ruggiero sapea per benino come stessero in casa i suoi nemici;[745] nè fa maraviglia che fosse ben conosciuta l’Asia minore e il rimanente de’ paesi musulmani.
Da coteste figure passando alle descrizioni, veggiamo le stesse disuguaglianze: dove copiosi e genuini ragguagli; dove le favole orientali del paese di Gog e Magog; le isole fantastiche dalla leggenda di San Brandano;[746] le maraviglie di Roma, inventate da qualche giudeo errante, o nate da equivoci di traduzione.[747] Nè possiamo scusare Edrîsi allegando che egli qui non descrivea già le carte delineate dai geografi, ma compilava su libri e racconti. Il vero è che non s’ha a pretender critica sottile da un letterato, sia musulmano o sia cristiano, del duodecimo secolo. Ci sembra di più ch’Edrîsi abbia fatto d’ogni erba fascio, per fretta di presentare l’opera al re, pria che la consunzione, già manifesta, lo portasse alla tomba.
La morte del re non avrebbe forse attraversato il compimento del suo libro, se a capo di sette anni non fosse avvenuto in Palermo quel sanguinoso tumulto nel quale andò a ruba la reggia e si gridò morte ai Musulmani. Edrîsi era rimasto a corte, come dicemmo; avea presentata a Guglielmo primo una nuova edizione della geografia; nè ci pare inverosimile che si fosse compiuta, o almeno incominciata per uso della corte, una traduzione latina di opera sì utile e dilettevole. Perì forse la traduzione nel sacco della reggia; nel quale è cosa molto verosimile che sia andato a male il gran planisfero d’argento, frutto di tante fatiche, condannato, in grazia del prezioso metallo, a durar poco, com’era già accaduto alle tavole geografiche di Carlomagno. I geografi e scrittori arabi che non furon uccisi, fuggirono al certo: ed è ventura che Edrîsi abbia potuto recar seco, o mandare in Affrica pria della fuga, la copia del suo libro; il quale sortì gran fama appo i Musulmani e servì di guida a Ibn-Sa’id, Abulfeda ed altri. L’Europa, ridesta a’ buoni studii, non n’ebbe sentore fino allo scorcio del decimosesto secolo, quando uscì a Roma, co’ tipi medicei, il testo arabico di un compendio anonimo, o direi meglio mutilazione, di quest’opera. Del quale compendio fu poi pubblicata a Parigi una traduzione latina, e le fu dato il titolo di _Geographia Nubiensis_, perchè in principio della seconda sezione del primo clima, citandosi la Nubia, si leggea per errore di copia «terra nostra» invece di «terra di essa» (Nubia);[748] onde i traduttori Maroniti credettero avere scoperta la patria dell’anonimo autore. Adesso abbiam noi, del testo compiuto, alcuni codici, alcuni capitoli stampati ed una mediocre traduzione francese di tutta l’opera. Si aspetta un orientalista, pratico di geografia comparata e disposto a consacrare molti anni di lavoro, sì ch’egli appuri il testo co’ suoi mille e mille nomi di luogo e ne dia una edizione critica ed una buona traduzione,[749] come han fatto non è guari due dotti olandesi per l’Affrica e per la Spagna.[750] La nostra storia civile sarà illustrata al certo dalla pubblicazione dei capitoli che risguardano l’Italia, dei quali un solo è uscito alla luce e fin oggi senza traduzione, quello cioè che contiene la descrizione della Sicilia. Perchè se questa è la più particolareggiata di tutta l’opera, pure gli squarci che trattano delle altre province italiane, racchiudono nomi, itinerarii e notizie topografiche, civili e commerciali, tanto più pregevoli quanto ci manca ogni opera di tal fatta, nella prima metà del duodecimo secolo.
Il libro di re Ruggiero, poichè convien che gli si renda il vero titolo, entrerà nei fasti della nostra storia scientifica. Compilato nella più civile delle nostre capitali del duodecimo secolo, opera collettiva del monarca di mezza Italia e di uomini forse la più parte italiani, si smarrì nella letteratura arabica. Rivendicato dall’europea, gli eruditi l’accolsero con gran plauso.[751] Vennero poi le appuntature: trascuratavi la geografia matematica,[752] accettatevi delle favole ch’altri avea già contraddette, copiati i ragguagli d’altri autori.[753] Mal fondata mi sembra la prima di coteste accuse, perchè la geografia matematica non si avrebbe a cercare nella descrizione d’Edrîsi, ma nelle carte genuine che noi non abbiamo; e perchè il metodo conche i geografi di Palermo delinearono l’orbe conosciuto, fu veramente il migliore che allor si potesse adoperare, anzi quel medesimo che produsse la riforma delle carte geografiche nel decimosesto secolo.[754] Del plagio non parlo, quando una compilazione di geografia descrittiva non si può fare altrimenti che con le compilazioni antecedenti e le relazioni di chi è stato sui luoghi. E quanto alla critica de’ fatti, io lo replico, qual sommo uomo dell’antichità o del medio evo rimarrebbe in piedi, se avessimo a buttar giù tutti quelli che ripetean favole di fisica o di storia naturale? Non è giusto qui il biasimo. Un dei critici più severi di questo libro lo disse pur monumento di scienza da stare allato all’opera di Strabone:[755] ma chi meglio lo approfondisca e tutte imberci le lezioni del testo originale, lo riconoscerà meco, ottimo de’ trattati geografici del medio evo.[756]
Nè la geografia fu la sola scienza applicata a’ comodi civili, che allor si coltivasse nella splendida corte di Palermo. L’epigrafe trilingue d’una lapida incastrata nel muro esteriore della Cappella Palatina, ci attesta avere il re, l’anno millecenquarantadue, fatto costruire «un orologio,» dice il testo latino; «uno strumento da notar le ore,» dice l’arabico: e il testo greco celebra «questo miracol nuovo, che il possente sovrano Ruggiero, re scettrato da Dio, raffrena il corso del liquido elemento, dispensando infallibile cognizione delle ore del tempo.»[757] Mercè la rettorica bizantina, sappiam noi dunque che l’era una clepsidra: la stessa forse, o compagna, di quella che «un meccanico di Malta avea fabbricata per comando del suo re, in effigie d’una donzella che battea le ore, gittando una pallina nel _seng_,» o bacin di metallo che noi diremmo, di che ci ragguaglia il cosmografo Kazwini, nella sua descrizione di Malta. Abu-l-Kasem-ibn-Ramadhan, dice egli, vista quella macchinetta, improvvisò un emistichio, sfidando Abd-Allah-ibn-Sementi a fornire il verso. E quegli, quasi recitando, aggiunse di botto il secondo emistichio e due altri versi, con questo concetto: che la gentil suonatrice incalzava il tempo; e che il maestro che la fece, era salito prima in cielo, ad osservar le sfere, i segni dello zodiaco e i gradi dell’eclittica.[758] Or noi troviamo nella Kharida, de’ versi che questo medesimo Ibn-Ramadhan dettò a lode di Ruggiero, implorando licenza di ritornare a Malta: onde par si provi che la clepsidra fu opera appunto di quel secolo, e probabilmente fatta apposta per quel re.[759] Delle macchine costruite allo stesso effetto, ognun sa che Harûn Rascîd ne mandò in dono a Carlomagno una che suonava le ore con palle buttate in un bacino, da automi in figura di cavalieri che, aprendo uno sportello,[760] usciano di lor finestrini al punto dato: il quale ingegno taluno erroneamente credette orologio a ruote. Ibn-Giobair, nella seconda metà del secolo di Ruggiero, descrisse la _mangana_, come la chiamarono gli Arabi con vocabolo greco, mossa dall’acqua in un edifizio attiguo alla moschea cattedrale di Damasco. Dove, sopra un verone, vedeasi quel che noi diciamo il quadrante: un grand’arco tondo che abbracciava dodici coppie di finestrini arcuati, da ciascuna delle quali venian fuori, ogni ora del giorno, due falconi d’ottone, ed aprendo il becco facean cascar palline ne’ sottoposti piattelli d’ottone. Per la notte poi erano apparecchiati nel muro dodici forami tondi, chiusi con vetri ed accerchiati di rame, de’ quali uno in ciascun’ora s’illuminava di luce rosseggiante.[761] E che gli Arabi usassero così fatti orologi, si conferma col titolo di un trattato che Zuzeni, nella istoria de’ filosofi, attribuisce ad Archimede: “Il libro delle ore, ossia (descrizione) dello strumento idraulico che butta le palline.”[762]
Illustrossi allo scorcio di quel secolo, l’ingegnere siciliano Abu-l-Leith, educato, com’ei sembra, alla scuola che produsse i monumenti normanni di Sicilia, e costretto, al par di tanti altri, ad emigrare, quando quel soggiorno divenne incomportabile a’ Musulmani. Aveva allora il califo almohade Abu-Ja’kûb-ibn-Jûsuf, gittate in Siviglia le fondamenta d’una sontuosa moschea cattedrale; alla quale ei die’ l’ultima mano correndo il millecentonovantasette dell’èra volgare, come ricordano gli annali musulmani di Ponente, ed aggiungono essere stati messi in cima del minaretto, che si chiama oggidì la torre Giralda, de’ globi di metallo dorato sovrapposti l’uno all’altro e scalati a piramide, i quali fabbricò e levò sull’altissima torre, questo Abu-l-Leith, _mo’allem_, o vogliam dire maestro. A comprendere la grandezza dell’opera, basti che per far uscire sul ballatoio del minaretto un di cotesti globi, e pur non era il più grande, convenne tagliare gli stipiti dalla porta praticata ad uso del muezzin; che l’asta di ferro che reggea gli immensi pomi, pesò quaranta _roba’_, ossia più di censessanta chilogrammi; e che la doratura prese tanto metallo da valere centomila _dinâr_, o diremmo noi, più che un milione e mezzo di lire.[763] Così gli scritti musulmani. La cronica di San Ferdinando narra che quel pinacolo d’oro fece sbalordire i conquistatori cristiani; che i globi eran quattro; e che il più basso teneasi unico al mondo, sì per la bellezza del lavoro e sì per la mole: sul quale quando ferivano i primi raggi, parea che splendesse un altro Sole.[764]
Nè la meccanica stette inoperosa nelle guerre che i Musulmani di Sicilia combatteano sotto i vessilli normanni. Raccogliendo i cenni che ne fanno le cronache, abbiam noi già notata l’efficacia delle torri mobili, condotte (1133) da ingegneri musulmani all’assedio dì Montepeloso;[765] le quali nella medesima guerra, drizzate appena sotto Nocera, costringeano alla resa quella terra, fortissima di sito e di munizione.[766] Le torri di legno sono ricordate dagli scrittori musulmani nell’infelice impresa di Guglielmo secondo sopra Alessandria di Egitto (1174): da’ quali sappiamo ch’eran armate di possenti arieti e che l’oste siciliana usò anche de’ mangani smisurati, i quali scagliavano massi, com’e’ sembra, di lava, recati a bella posta dalla Sicilia.[767] E dieci anni appresso (1185), cotesti mangani, che l’arcivescovo Eustazio chiama «le figlie del tremuoto,» aprian la breccia nelle mura di Tessalonica.[768] A capo d’un secolo, i Saraceni di Lucera furon tratti con lor mangani alla seconda guerra che Carlo d’Angiò volle portare in Sicilia; nel quale incontro sappiamo da’ diplomi napoletani del milledugentottantaquattro, che si richiedeano cento uomini a maneggiar quattro di cotesti strumenti;[769] onde possiamo supporli analoghi a’ testè ricordati dell’impresa di Alessandria, ed a quelli forse che avean aperta a’ Musulmani (878) la torre del porto grande di Siracusa, i quali, a quanto ei sembra, operavano per tiri orizzontali.[770] Se mal non ci apponghiamo, è da tenere che l’uso di questa maniera di mangani fu serbato in Sicilia; non vedendosi, per quanto sappiamo, negli altri ricordi del medio evo. Al quale supposto si aggiunga quell’altro de’ fuochi da guerra adoperati alla espugnazione di Tessalonica.[771] Quanto all’architettura militare, sappiamo noi dal fatto di Bari che re Ruggiero vi adoperava ingegneri musulmani:[772] ed è molto verosimile che la cittadella di Lucera, fondata dall’imperatore Federigo quando vi tramutò i Musulmani di Sicilia, sia stata opera anch’essa de’ loro ingegneri.[773]
Onoravasi in que’ tempi, assai più che l’arte militare, l’astrologia, confusa com’essa fu per tutto il medio evo, con l’astronomia: e poichè re Ruggiero si travagliò molto nelle vanità di quella scienza,[774] lice supporre che le verità fossero state anco studiate a corte di Palermo. Fiorì in quel secolo, verso la metà com’ei sembra e in Palermo, Mohammed-ibn-Isa-ibn-Abd-el-Mon’im, musulmano di Sicilia, il quale, al dire del Zuzeni, esercitò con gran lode la geometria e l’astronomia e con le sue teorie faceva autorità tra i dotti del paese.[775] Possiamo supporre dunque ch’egli attendesse anco alla applicazione di quelle scienze, alla architettura cioè o meccanica, da una parte, ed all’astrologia dall’altra.
Prevaleano le vanità nella scienza del cielo al tempo di Guglielmo il Buono,[776] di Federigo ed anco di Manfredi, poichè Stefano da Messina dedicò a questo principe la traduzione latina dei Fiori di astrologia, attribuiti da un impostore arabo al gran savio Hermes, padre dell’arcana scienza e della medicina.[777] Che la vera scienza poi fosse stata coltivata ancora nel paese, lo prova il comento delle tavole d’Arzachele, compilato in Parigi allo scorcio del decimoterzo secolo, da un Giovanni di Sicilia, del quale non abbiamo altra notizia che questa;[778] ma se la forma del nome lo dà a vedere cristiano, la vocazione lo fa supporre piuttosto musulmano o giudeo mezzo convertito. Duolmi non poter ammettere le conghietture di coloro che hanno attribuiti alla Sicilia due di que’ non pochi astrolabii arabi che rimangono ne’ musei pubblici o privati:[779] ma non mi farebbe maraviglia, che un dì o l’altro se ne trovasse alcuno di fattura siciliana, atteso le condizioni generali della cultura del paese infino al secolo decimoterzo, e il grand’uso che astrologhi, astronomi e piloti allor faceano dell’astrolabio.