Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 15
Il trattato del milledugentrentuno, come ognun vede, suppone antecedenti ostilità, o per lo meno lunga desuetudine degli accordi di Guglielmo II; e ciò si riscontra con le imprese dell’armata siciliana nel dugenventiquattro.[609] Ma il patto fu mantenuto e forse rinnovato, non ostante i dissapori che a quando a quando sorgeano; come nel caso, credo io, di ’Abd-el-Azîz, nipote del re di Tunis, il quale, per accusa di maestà, rifuggissi in Puglia pria della state del trentasei; e l’imperatore l’accolse e spesollo almen fino alla primavera del quaranta, allorchè lo vediamo soggiornare in Lucera con tre scudieri e con un Perrono da Palermo, addetto a servirlo o guardarlo. Federigo n’ebbe che dire col papa, il quale volea gli fosse mandato quel gran personaggio a Roma, pretendendo che costui era venuto in Italia apposta per farsi cristiano e che l’imperatore lo ritenea. Ma questi negò e la vocazione e l’impedimento; nè volle ad alcun patto levarsi di mano tal pegno, per darlo al papa ed a’ suoi amici guelfi.[610]
I quali in vero non se ne stavano oziosi in Tunis. In su lo scorcio del trentanove, l’imperatore s’accorse del favore che godeano in Tunis i Genovesi e’ Veneziani suoi nemici; ond’ei si dispose a mandar ambasciatore Arrigo Abate appo l’emiro Abu-Zakaria e avvertì il grande ammiraglio Niccolino Spinola, che stesse pronto, e intanto osservasse la tregua conceduta per imperiale clemenza a quel principe.[611] La quistione, qual che fosse la origine, finì con un bel colpo da mercatante. Sendo afflitto lo Stato di Tunis dalla solita carestia, i Genovesi veniano in Sicilia a incettare grano per conto d’Abu-Zakaria, e ci faceano grossi guadagni. Ecco che allo scorcio di febbraio del quaranta, l’imperatore fa chiudere i porti; fa caricare su le sue navi cinquantamila salme di frumento e commette all’ammiraglio che mandi a venderle in Tunis.[612]
Ciò conferma, s’io non erro, il detto di Saba Malaspina, che al tempo della seconda crociata di san Luigi, il re di Tunis pagava al re di Sicilia una prestazione o censo (_redditum sive censum_) annuale, per ottenere che dall’isola si recassero liberamente le vittuaglie in quello Stato e che le sue navi fossero salve da’ corsari siciliani.[613] Tornava dunque ad una composizione o transatto, com’oggi si dice, per la uscita de’ grani. E veramente il fatto de’ Genovesi venuti a comperare a nome del re di Tunis e l’espediente al quale si appigliò Federigo per frustrarli, ci conducono necessariamente a supporre un patto che assicurava a quel re la tratta libera ovvero soggetta a dazio fisso e moderato. Poco monta che in qualche documento il transatto si chiami tributo, e che il Malespini aggiunga all’avvantaggio della tratta quello della sicura navigazione; potendo supporsi ch’ei non fosse bene informato de’ particolari e che la voce pubblica confondesse le condizioni pecuniarie della tratta, con le politiche della tregua del dugentrentuno, della quale si è fatta menzione. Che che ne sia, la prestazione montava, negli ultimi trent’anni del secolo decimoterzo, a trecento trentatremila trecento trentatrè bizantini, ed un terzo, i quali valgon oggi, secondo il peso dell’oro, trecenventicinque mila lire nostrali ed a quel tempo tornavano in mercato a più d’un milione de’ nostri, per quanto si possano ragguagliar le valute alla distanza di sei secoli, con le mutate condizioni economiche e sociali. Venendo in giù dal tempo di Federigo, noi veggiamo intermesso il pagamento della prestazione nel dugensessantacinque, alla caduta di casa sveva; ripigliato nel settanta, per lo trattato di Monstanser con Filippo l’Ardito e con Carlo d’Angiò, al quale si stipulò di soddisfare i decorsi e raddoppiar la somma annuale in avvenire; sospeso di nuovo nell’ottantadue, per la guerra del Vespro; indi promesso da Abu-Hafs a Pier d’Aragona, nella somma primitiva e coi decorsi di tre anni, per lo trattato stipulato a Paniças l’ottantacinque; finchè nel trecento le case d’Angiò e d’Aragona si disputano il tributo, ma non si ritrae che gli Hafsiti lo soddisfacciano.[614] E non parmi verosimile che il pagamento fosse incominciato al tempo di Federigo. Nei capitoli ch’ei dettò per l’ammiragliato di Sicilia pria del dugentrentanove, concedendo a Niccolino Spinola larghissima potestà e guadagni senza limite, gli diè, tra le altre cose, il dieci per cento di ciò che “con la sua prudenza ed arte arrivi a riscuotere da Saraceni qualunque, sia de’ tributi soliti a pagarsi ai re di Sicilia, sia degli insoliti e novelli imposti da lui stesso.”[615] Or lo Stato di Tunis non sembra sì piccolo, nè sì scompigliato in quel tempo, da assoggettarsi a tributo per caso tanto lieve da non rimanerne vestigia negli annali suoi o della Sicilia. Pertanto il tributo va noverato più tosto tra i soliti. E veramente, da Federigo in su, occorre l’imperatore Arrigo VI ch’ebbe da Marocco, l’anno mille centonovantacinque, de’ carichi d’oro e di robe preziose,[616] ne’ quali par si ascondesse la prestazione dell’Affrica propria, non chiarita per anco ribelle a gli Almohadi. E in cima si scorge il trattato di Guglielmo secondo col califo Abu-Ja’kub: onde si può ritenere che la composizione per la tratta de’ grani, o prestazione, censo o tributo che dir vogliamo, si fosse cominciato a riscuotere sopra i califi almohadi nel millecentottanta, per cagione della carestia; e si può supporre che qualche città dell’Affrica propria l’avesse pagato fin da tempo più antico. Nè è da maravigliare che il trattato del milledugentrentuno non ne faccia menzione, poichè non era necessario scrivere la consuetudine di quel transatto in un pubblico strumento politico e commerciale; e quand’anco fosse stata scritta nel testo latino, potea mancar nell’arabico, sola sorgente alla quale noi attingiamo il fatto, per mezzo di una traduzione assai più recente. Confrontando il testo arabico e il testo latino di parecchi trattati stipulati nel medio evo tra Musulmani e Cristiani, avviene talvolta che si trovi mutilo l’uno o l’altro, perchè ciascuno solea sopprimere nel testo da pubblicare in casa propria, le condizioni delle quali egli arrossiva. A un dipresso han fatto così i principi d’Europa nei trattati segreti o negli articoli segreti di trattato solenne.[617]
Adescato dal commercio onde arricchiansi Venezia, Pisa e Genova, e trascinato contro sua voglia dalle ultime onde della Crociata, Federigo tenne frequenti pratiche coi principi musulmani di Levante, delle quali ci son rimasi non pochi ricordi e dobbiamo tenerne perduti assai più. Ma il supposto ch’egli abbia mandati ambasciatori al califo abbasida, è nato da un errore, cioè che il classico nome di Babilonia col quale gli scrittori cristiani del medio evo designavano il Cairo vecchio,[618] significasse, in vece, Bagdad. Poco verosimile parrà d’altronde quel supposto, quando si pensi che i successori di Harûn-Rascîd contavano ormai poco o nulla nel mondo. Fin dallo scorcio del duodecimo secolo, la frontiera settentrionale del territorio musulmano da Barca alla foce dell’Oronte ed all’Eufrate, era occupata da’ figliuoli, fratelli e cugini di Saladino. Vasto impero feudale o federale che dir si voglia, discorde al certo e lacerato da cupidigia, violenza e slealtà; nel quale disputaronsi per poco il primato due figliuoli del conquistatore, che avea lasciata (1193), all’uno la Siria e all’altro l’Egitto: ma non andò guari che Malek Adel, fratello di Saladino, raccolse il frutto di quella discordia. Insignoritosi di Damasco (1196) e del Cairo (1200), Malek-Adel lasciò ai suoi proprii figli l’esempio e il comodo della usurpazione, facendo Malek-Mo’azzam erede della Siria e Malek-Kâmil dell’Egitto.
Insolito documento ci attesta aver Federigo mandata un’ambasceria a cotesti due sultani, credo io nel dugendiciassette, quando Malek-Adel avea già divisi i dominii a’ suoi figliuoli, prima di venire a morte (31 agosto 1218). Dico d’un compartimento a mosaico, rimaso infino al decimoquarto e fors’anco al decimosesto secolo, nel portico della cattedrale di Cefalù, dov’era effigiato Federigo in atto di accomiatare Giovanni Cicala detto il Veneziano, vescovo di Cefalù, con questo scritto: “Va in Babilonia e in Damasco; trova i figli di Paladino (Safadino?) e parla ad essi audacemente in mio nome....”[619] La recente esaltazione di papa Onorio; la ressa ch’ei facea per la crociata e il bisogno che avea di lui Federigo, disponendosi a venire in Italia e quasi a riconquistare i proprii suoi Stati, danno la ragione di cotesta ambascerìa, o piuttosto vana minaccia; alla quale par che il sultano di Damasco abbia risposto per le rime, nella forma che or or si dirà.
A capo di pochi anni, quando Kâmîl s’innalzò su tutti i principi aiubiti e l’imperatore, sposata la erede del reame di Gerusalemme, cominciò a considerare quell’impresa con altro intento che di sciorre il voto sul Santo Sepolcro, ei diessi a coltivare in particolar modo l’amistà del sultano d’Egitto. E poichè coteste pratiche in breve tempo condussero alla restituzione di Gerusalemme, che parve calamità pubblica a’ Musulmani, gli scrittori arabi ce ne danno tanti particolari da confermare, e in parte raddrizzare e allargare, le narrazioni di origine cristiana.[620]
Corse voce in Levante che Federigo avesse ridomandata Gerusalemme a Malek-Mo’azzam, e che il valoroso e dotto principe avesse risposto all’ambasciatore: “Di’ al signor tuo che per lui io ho la spada e niente altro.” Questa sentenza, a dir vero, si potrebbe supporre foggiata in odio di Kâmil, dopo l’abbandono di Gerusalemme e la morte di Mo’azzam: pur non sembra inverosimile nè la pratica di Federigo, nè lo sdegnoso rifiuto, s’e’ si riferisse al dugendiciassette, com’abbiamo notato poc’anzi.[621] Più certo è che Mo’azzam, mal soffrendo la supremazia del fratello (1226) tentò di muovergli contro tutti i principi aiubiti e infine collegossi con Gelâl-ed-dîn, principe dei barbari Kharezmii, i quali, cacciati da orde più feroci di loro, venian ora dalle rive del Caspio a desolare l’Armenia e la Mesopotamia. Kâmil in tal frangente, per guastare i disegni del fratello, chiamò Federigo promettendogli Gerusalemme[622] e gli altri acquisti di Saladino.[623] S’appiccò la pratica, com’e’ pare, il milledugenventisette, quando, venuto al Cairo l’arcivescovo di Palermo, legato dell’imperatore, il sultano fece immediatamente ripartire con esso lui Fakhr-ed-dîn, gran personaggio a corte d’Egitto;[624] il quale poi piacque tanto a Federigo, ch’ei gli concedè lo stemma di casa sveva, poichè i Musulmani s’erano già invaghiti di coteste vanità occidentali, nelle prime Crociate.[625] L’arcivescovo e Fakhr-ed-dîn, ritornavano l’anno appresso in Egitto; insieme coi quali andò un cavaliere, portatore di splendidi presenti:[626] il proprio destrier di battaglia dell’imperatore, con sella d’oro tempestata di gemme preziosissime,[627] ed altri nobili cavalli, vestimenta, minuterie d’oro, falconi e tante rarità.[628] Il Sultano fece spesare gli inviati siciliani fin dallo sbarco in Alessandria; uscì egli stesso fuor del Cairo a incontrarli; die’ loro sontuoso ospizio; lor fece ogni maniera d’onoranza[629] e ricambiò Federigo con molte preziosità d’India, Jemen, Persia, Mesopotamia, Siria ed Egitto, che valeano, come si dice, tanti doppi de’ doni suoi.[630]
E tantosto ei mosse con le genti (agosto 1228);[631] occupò Gerusalemme ed altre terre de’ dominii di Mo’azzam,[632] il quale era morto da nove mesi (11 novembre 1227) ed eragli succeduto il figliuolo Dawûd, col titolo di Malek-Nâsir.[633] Seguendo le pratiche iniziate dal padre,[634] avea questi intanto chiamato lo zio Malek-Ascraf, principe di Khelât in Armenia; il quale s’affrettò a venire a Damasco con le forze che aveva in pronto.[635] Onde, sbarcato l’imperatore ad Acri (7 settembre 1228), tre eserciti si trovarono a fronte, nessuno de’ quali sapeva con chi avesse ad azzuffarsi; se non che i furbi capitani avean poca voglia di venire alle mani, quand’era lì in mezzo il povero Dawûd per pagar lo scotto a tutti. E in vero Kâmil ed Ascraf, dopo breve carteggio pien di belle sentenze sopra l’onore di casa aiubita e la gloria dell’islam,[636] abboccaronsi (10 novembre 1228) presso Ascalona, ridendo sotto i baffi; divisero a lor modo i dominii del nipote,[637] e stettero insieme un gran pezzo a veder come acconciare la cosa con Federigo.[638] Il quale ridomandava Gerusalemme e la costiera tutta di Siria e chiedea con ciò la franchigia d’ogni gabella in Alessandria. Tanto ei diceva essere stato profferto al suo luogotenente in Palestina durante la guerra di Damiata; ond’egli or non voleva accettar meno di ciò che era stato concesso all’ultimo de’ suoi paggi.[639] Rincrebbe a Kâmil di trovarsi addosso[640] quest’ausiliare, contro il quale ei non potea tirar la spada, perchè l’avea chiamato egli stesso e perchè la guerra avrebbe sciupati i suoi disegni, appunto quand’ei stava per compierli, scrive un cronista,[641] alludendo di certo al partaggio dello Stato di Dawûd, ch’era lo scopo di tutti que’ raggiri. Ma Federigo, accorgendosene, afforzava Sidone,[642] Cesarea, Giaffa[643] e racchetava alla meglio, come sappiamo dagli scrittori occidentali, i Crociati, ippocriti o bacchettoni e turbolenti tutti. Le negoziazioni dunque si prolungarono e con esse le cortesie tra il campo crociato e l’egiziano.[644] Giunto appena ad Acri, Federigo avea mandati oratori a Kâmil, con doni da re, Balian signor di Sidone e Tommaso conte di Acerra suo vicario in Terrasanta; i quali furono accolti a grandissimo onore.[645] Seguì un continuo andirivieni di ambasciatori.[646] Kâmil adoprava a tal uficio degli uomini di scienze e di lettere sì accetti all’imperatore: Fakhr-ed-din, già nominato;[647] il poeta Selâh’-ed-dîn di Arbela[648] e lo sceriffo Scems-ed-dîn da Ormeia, cadì dell’esercito:[649] mandava in dono gioielli, preziose vestimenta ed utili animali, dromedarii, cavalle, muli;[650] e un’altra volta fe’ venire apposta d’Egitto il solo elefante che rimanea vivo di que’ donatigli da Malek-Mes’ûd, principe d’Arabia.[651] Federigo poi, non avendo al campo altri tesori, proponeva al Sultano problemi di filosofia o di matematica e quegli li facea risolvere dal celebre scrittore ’Alem-ed-dîn, giurista di scuola hanefita.[652]
Corsero per tal modo sei mesi, allo scorcio dei quali è da supporre Federigo stanco di soffrire gli insolenti Cristiani armati o disarmati della Palestina, ed impaziente di star lungi dal suo reame, ch’era commosso e osteggiato dalle armi papali. E sembra ch’egli abbia abbassate alquanto le pretensioni; ma di certo seppe mostrarsi a’ Musulmani più tranquillo e forte che mai. Disse chiaro a Fâkhr-ed-dîn, che gli premea poco di regnare in Terrasanta, ma che volea mantenere il credito suo in Europa; e se non fosse per questo, non infastidirebbe il Sultano con tanta pertinacia.[653] Nè egli fece, secondo le circostanze, un magro accordo. Tutti gli scrittori arabi narrano che Kâmil fuvvi sforzato da lui: e, chi scrive che il Sultano comprese non potersi cavare altrimenti dal mal terreno in che avea messo il pie’;[654] chi afferma ch’ei non potea resistere in verun modo alle armi di Federigo;[655] chi l’accusa di avere scansata la guerra, perchè lo avrebbe frustrato nello intento per lo quale ei s’era mosso d’Egitto e stava ormai per conseguirlo,[656] che vuol dire la usurpazione di mezzo lo Stato di Damasco. Quando poi Federigo fermò quel patto, il legato Salâh-ed-dîn d’Arbela, affrettossi a scrivere al suo signore, scherzando in versi, come s’egli avesse fatto un bel tiro, che “l’imperatore s’immaginava di conchiuder la pace a suo modo; ma or ha stesa la destra a giurare; ch’ei se la roda, quando si pentirà di ciò che ha fatto.”[657]
Gli assentì anco il Sultano d’includere nel patto, per la signoria di Thoron, una principessa che gli scrittori arabi chiamano la figlia d’Umfredo.[658] Kâmil poi si vantò coi suoi, che, rimanendo in mano loro i santuarii musulmani di Gerusalemme, si veniva a ceder poco o nulla all’imperatore: de’ mucchi di case e chiese cadenti, circondate di terre musulmane, sì che ad un cenno si potrebbero ripigliare senza contrasto.[659] Così fu fermata tra i due monarchi la tregua per dieci anni, cinque mesi e quaranta giorni,[660] contati dal ventotto di rebi’ primo del secenventisei (24 febbraio 1229), e i capitoli principali furono: che si rendesse a Federigo la città di Gerusalemme, con Nazareth, Betlemme, Ludd, Ramla e gli altri villaggi su la via d’Acri e di Giaffa e inoltre il territorio di Thoron e la città di Sidone; che la moschea d’Omar e la cappella della Sakhra, o diremmo noi del Sasso e s’intenda di quello nel quale Maometto lasciò l’orma del piede nello spiccare il volo alle regioni di lassù, fossero custodite da Musulmani e vi si officiasse secondo loro legge, ma potessero i Cristiani visitar que’ santuarii; che i poderi del territorio rimanessero ai possessori musulmani governati da un prefetto di loro nazione.[661] Aggiungono i Musulmani una clausola data ad intender loro da Kâmil, per la quale era vietato di rifabbricare le mura di Gerusalemme; ma Federigo affermò espressamente il contrario all’Europa e scrisse poter anco fortificare Giaffa, Cesarea, Sidone ed un castello dei Templari presso Acri.[662] Del resto avvenne tra’ Musulmani lo stesso che in Cristianità: che il volgo dei fanatici maledisse Kâmil e la ignominiosa sua pace;[663] e il papa di Bagdad se ne crucciò come quel di Roma, ma s’acquetò assai più facilmente.[664]
Federigo andò a prender possesso di Gerusalemme, accompagnato da un commissario di Kâmil,[665] ammirato da’ Musulmani per dottrina, arguzia, tolleranza o, come dicean essi, inclinazione all’islamismo, e irrisione del cristianesimo; onde altri lo definì _dahri_ che oggidì suonerebbe panteista:[666] e tutti maravigliarono di questo imperatore, filosofo e guerriero, calvo, losco, rossigno, che al mercato degli schiavi non n’avresti dati dugento dirhem.[667] Tra i molti aneddoti che se ne legge, noteremo sol quello ch’ei menò seco a Gerusalemme il suo maestro di dialettica, e paggi e guardie, tutti Musulmani di Sicilia, i quali si prosternavano alla preghiera sentendo far l’appello del muezzin da’ minareti della moschea di Omar; ed anco l’imperatore avea a grado quella cantilena, nè s’adirava che si recitassero i versetti del Corano dove i Cristiani son chiamati politeisti.[668] Sepper poco i Musulmani di quella scandalosa nimistà del papa, del patriarca Gerosolimitano, de’ frati guerrieri e di quanti s’affaticavano a tagliare i passi di Federigo in questa Crociata:[669] delle quali brighe trapelò negli annali arabici sol quella, riferita anco da’ latini, cioè che avendo alcuni Crociati profferto a Kâmil di uccidere Federigo, il sultano mandò a lui stesso le lettere de traditori.[670] Del resto gli Arabi ci danno con precisione tutti i particolari dell’impresa, perfino il giorno che l’imperatore sbarcò, reduce, in Italia.[671]
La possessione precaria di Gerusalemme condusse l’imperatore a più strette pratiche nelle province che stendonsi dall’Istmo di Suez all’Eufrate, nelle quali, frati e baroni cristiani e principi musulmani, grandi e piccini, attendevano or più che mai a svaligiarsi tra loro, collegandosi a viso aperto coi nemici della propria fede, contro i fratelli in Cristo o in Maometto. Spregiatori dell’uno e dell’altro, e però maledetti, perseguitati, ridotti allo stremo e pur temuti per le inespugnabili fortezze e pe’ sicarii audacissimi, rimaneano ancora gli Ismaeliani, detti in Cristianità _Assassini_, e il loro sceikh, o capo setta, chiamato, con versione troppo letterale, il Vecchio della Montagna.[672] E su quel brulichìo di feudi dominavano le due potenze del Cairo e di Damasco, finchè l’una inghiottì l’altra.
Ascraf, insignoritosi di Damasco (1229) mentre Kâmil cedea Gerusalemme, collegato con lui contro i Kharezmii, quindi inimicatosi, e morto il seicentrentacinque (1237), avea lasciata la sua parte di Siria al fratello Ismaele; e Kâmil non avea tardato a spogliare quest’altro ed a farsi, tra signoria diretta e signoria feudale, sovrano di tutti i dominii aiubiti. Ma trapassato egli stesso sei mesi dopo Ascraf (marzo 1238), e lasciata la Siria ad un figliuolo e l’Egitto ad un altro, si ripigliò l’usanza di famiglia; onde l’un fu morto, l’altro, intitolato Malek-Sâleh, occupò tutto il dominio (giugno 1240). Intanto nuovi Crociati, non curando gli accordi di Federigo, ruppero la guerra; afforzarono a modo loro Gerusalemme; ritentarono l’Egitto, e toccarono quivi una sconfitta. In que’ trambusti, Nâsir, che i due fratelli del padre avean già spogliato (1229) di Damasco e lasciatogli il principato di Karak, volle ripigliare la roba sua; onde saputa la rotta de’ Cristiani, piombò sopra Gerusalemme, uccise o fece schiavi quanti v’eran dentro, e demolì le fortezze (1241). Nello stesso tempo Ismaele, nominato dianzi, riprese Damasco, e si collegò con chi potè, senza distinguere religione: onde seguirono nuovi scontri e stragi, e guasti, e tregue fino al dugenquarantaquattro; quando i Kharezmii piombarono addosso a tutti.[673]
Molte vestigia ci rimangono delle negoziazioni di Federigo in quel periodo. Sappiamo venuti a lui in Puglia, del dugentrentadue, ambasciatori del sultano di Damasco;[674] ch’era in quell’anno Ascraf, il quale, soverchiato da’ Kharezmii in Armenia, avea perfin chiesto aiuto al suo fratello Kâmil.[675] In questo, o in altro incontro, Federigo donò ad Ascraf un orso bianco; del quale i Musulmani scrissero con maraviglia ch’e’ rassomigliava il lione per la qualità del pelo e che tuffava in mare a prender pesci. Si notò anco il dono d’un pavone bianco.[676] A’ dì ventidue luglio del medesimo anno, Federigo imbandiva a Melfi un gran convito agli ambasciatori del sultano d’Egitto e del Vecchio della Montagna, dov’ebbe a mensa parecchi vescovi e molti cavalieri tedeschi;[677] spettacolo di tolleranza assai più strano a corte imperiale che l’orso bianco a Damasco. Ma non si ignoravano in Germania coteste relazioni con gli Ismaeliani; e s’era perfin detto l’anno innanzi che gli Assassini avessero pugnalato il duca di Baviera per pratica dell’imperatore, suo nemico mortale.[678] Così fatta calunnia, ripetuta volentieri tra i clericali di quell’età, die’ origine ad una delle nostre _Cento novelle antiche_, nella quale si legge che andato Federigo alla “Montagna del Veglio,” volendo costui mostrargli la sua possanza, “vide in su la torre due Assassini: presesi per la gran barba: quelli se ne gittaro in terra e moriro incontanente.”[679]