Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 14
Nelle prime caldezze della esaltazione all’impero, Federigo fe’ voto di prender la Croce;[562] lo rinnovò il giorno dell’incoronamento e più volte giurò o promesse d’andare, sforzato da’ papi; i quali non sognavano forse la ricuperazione del Santo Sepolcro, ma lor premea che l’imperatore, in vece di signoreggiare l’Italia, ne toccasse in Levante come Corrado, o vi morisse come il Barbarossa. Il cui nipote, non potendo disfare il cappio ch’ei s’era messo al collo, domandò respitto al papa che il tirava duro; ed allegò sovente la guerra de’ Saraceni di Sicilia.[563] Furbo contro furbi, ei passò tutto l’anno ventiquattro e i primi mesi del seguente in Sicilia, fermo la più parte in Catania,[564] come s’egli avesse voluto stare in bilico tra la Crociata e la guerra de’ Musulmani indigeni, guardando da un lato Otranto e Brindisi, ritrovo delle armate e degli eserciti crocesegnati, e dall’altro la via di Girgenti, più sicura di lì che da Palermo e più facile e breve che da Messina. Privo alfine della scusa de’ Saraceni, incalzato dal violento Gregorio IX, s’imbarcò a Brindisi, nonostante la morìa che mieteva i Crociati (8 settembre 1227); tornò a terra infermo; fu scomunicato dal papa e assalito anche con la spada; e partì di nuovo (28 giugno 1228) con poche forze, fidandosi nella divisione de’ principi aiubiti che occupavano la Siria e nelle negoziazioni intavolate col più possente tra loro. L’ira studiata di Gregorio lo perseguitò mentr’egli liberava il Santo Sepolcro; i Cristiani di quelle parti pretestarono le scomuniche per attraversargli l’esaltazione al trono di Gerusalemme, recatogli in dote dalla nuova sua sposa: contuttociò, savio ed ardito, ei condusse a termine il trattato, come sarà detto nel capitolo seguente.
Ritornò Federigo in Italia dopo undici mesi, a cacciare i papalini da’ suoi dominii e gastigare i sudditi che s’eran gittati dalla parte loro. Sforzò il papa a giurar la pace e s’avvolse nelle guerre della seconda Lega Lombarda, nelle persecuzioni de’ Paterini d’Italia e di Germania: la maledizione del falso impero romano, trascinava quest’uom sì civile a combattere ciecamente contro la libertà e ad accendere i roghi dell’Inquisizione. Gli umori di libertà municipale, ridesti in Sicilia tra le popolazioni greche e un po’ tra le lombarde, per gli esempii guelfi di Terraferma, per le istigazioni dei frati e, come io credo, anche de’ Genovesi, portarono i moti che Federigo represse co’ supplizii a Messina,[565] Siracusa[566] e Nicosia; e ch’ei punì a Centorbi, Capizzi, Traina e Montalbano con la distruzione delle case e il bando dei cittadini, sforzati a dimorare in altre città.[567] Ma cedendo un poco all’opinione pubblica, Federigo nello stesso tempo rese ordinarie le tornate de’ parlamenti regionali e chiamovvi espressamente i Comuni.[568]
Rinforzaronlo nelle guerre di Terraferma le colonie di Musulmani siciliani, stanziate dapprima a Lucera, come si è detto; ma poi ne veggiamo un’altra a Girofalco ed anco ritraggiamo che l’imperatore adoperasse spicciolati gli uomini di quella gente, in Puglia e in Calabria a’ servigi suoi:[569] de’ quali il più profittevol era di tenere a mezzeria delle mandrie di buoi, tra domi e salvatici.[570] Pur traeva i Musulmani sì forte l’amor del luogo natìo, che quando n’aveano il destro, tentavano di ripassare clandestinamente in Sicilia:[571] onde Federigo comandò nel trentanove fosser tutti raccolti a Lucera.[572] E quivi rimase infino al milletrecentotrè, quella celebre colonia militare; quivi si notano tuttavia gli avanzi delle fortificazioni, con le quali i principi svevi assicurarono il soggiorno de’ lor fidi pretoriani.[573] Che se negli scritti contemporanei il nome geografico si legge spesse volte Nocera, l’è stato errore ed è nato dall’uso, che suol sempre sostituire le parole comunali alle insolite; onde si preferì il derivato d’un vocabolo familiare al nome d’un’antica città, la quale era molto scaduta ne’ principii del secolo decimoterzo. Si confermò l’errore per due circostanze fortuite, cioè che Nocera s’addimandava De’ Pagani ed anco, per antitesi, De’ Cristiani e Lucera fu detta de’ Saraceni; e che entrambe erano da lunghissimo tempo sedi vescovili. Del resto quelle due città giacciono molto lungi l’una dall’altra, divise dall’Appennino: Lucera in Capitanata, Nocera in Principato, o, per usare i nomi odierni, quella in provincia di Foggia, questa di Salerno; nè alcun documento prova, nè egli è verosimile, che Federigo abbia raccolta una seconda colonia di Musulmani in Nocera, come alcuni compilatori hanno scritto e come si dice anch’oggi in que’ paesi.[574]
Gli ordinamenti di cotesta colonia e la fama ch’essa ebbe in guerra per tutto il rimanente della dominazione sveva e nei primordii dell’angioina, son degno argomento d’una storia particolare; per la quale anzi tutto occorre di esaminare di pagina in pagina i registri angioini e le molte pergamene contemporanee che serbansi nell’archivio di Napoli. Secondo il proposito annunziato parecchi anni addietro, io mi rimarrò da cotesto lavoro, al quale allor mi mancava il comodo di ricercare le sorgenti, ed ora mi par troppo tardi.[575] Contuttociò, portato dal mio subietto a investigare l’origine di quella popolazione, dico crederla al tutto siciliana. E se or non fosse sospetta da capo a fondo la Cronaca di Matteo Spinelli, io metterei sempre in forse quel luogo nel quale si afferma che del dugentrentaquattro Federigo facea venire in Calabria diciassette compagnie di Saraceni di Barbarìa. Sì grave fatto, taciuto dai contemporanei, e incompatibile con le condizioni dei Musulmani dell’Affrica settentrionale in quella età, sembra foggiato in un tempo in cui gli eruditi, ignorando la storia de’ Musulmani di Sicilia, non sapevano spiegare altrimenti quel gran numero d’Infedeli che conduceva in sue guerre l’imperator Federigo.[576]
Mentre gli esuli di là dal Faro s’acconciavano nella nuova patria, i rimasi in Sicilia erano in parte allontanati da lor sedi. Il volume che ci avanza de’ registri di Federigo, scritto nell’indizione che corse tra il trentanove e il quaranta, ci fa fede che de’ Musulmani erano stati mandati a servire, non sappiam se da soldati o da manovali, ne’ castelli regii di Siracusa e di Lentini,[577] ch’è a dire all’altra estremità dell’isola. Nello stesso anno gli abitatori di parecchi casali, della provincia, credo io, di Palermo, non ribellatisi o perdonati, veniano alla capitale, nel quartiere di Seralcadi, che nel decimo secolo era stato detto degli Schiavoni, ed or s’addimanda parte il Capo e parte la Bandiera. I quali non parendo ben deliberati a farvi stanza come bramava lo imperatore, scrivea questi a’ suoi ufficiali che efficacemente li esortassero a ciò e lor promettessero favore e grazia, ed allo stesso fine mandava lettere regie indirizzate a que’ Saraceni.[578] Un altro rescritto di Federigo, spacciato prima o dopo di questo, ci fa sapere che il Segreto della provincia oltre il Salso, avea con soddisfazione dello imperatore, persuasi i Saraceni a migliorar loro abituri; provvede siano affittate le bajulazioni di cotesti Saraceni; e mostra anco esser lieto l’imperatore che que’ “della provincia, usi ed occulti misfatti, già smettano, e già temano d’essere malvagi.”[579] Non sappiam di che nazione fossero, nel dugenquaranta, gli uomini de’ casali di Arcuraci e Andrani, a’ quali si comandava di passare ne’ nuovi casali fondati a levante e a ponente di Girgenti.[580] Abbiamo bensì valido argomento di credere che nel dugentoquarantadue, il territorio di Cefalà in provincia di Palermo, fosse stato ancora abitato, tutto o parte, da contadini musulmani. Un Goffredo, chierico della Cappella Palatina di Palermo, non sapendo precisamente i limiti di un podere appartenente allo Spedale di San Lorenzo di Cefalà, ch’egli teneva in beneficio dalla Chiesa di Girgenti, domandò al Segreto di Sicilia che fossero determinati da’ magistrati della vicina terra di Vicari, su la testimonianza de’ Buoni uomini e degli Anziani. E il Segreto, per nome Uberto Fallamonaca, fatti appurare que’ confini come gli era stato richiesto, ne spedì un attestato in lingua arabica e latina, ed appose il suo suggello in pie’ della pergamena, aggiugnendo in lingua arabica la formola, “Scritto d’ordine nostro.” Il qual documento non essendo estratto da antichi defetarii compilati in quella lingua, ma bensì atto nuovo, e’ mi sembra manifesto che la spedizione arabica fu fatta ad uso degli abitatori del luogo.[581] Che poi de’ Musulmani vivessero ancora in Val di Mazara la vita di pastori, lo provano i rescritti del novembre del trentanove e del marzo del quaranta, per lo primo dei quali è provveduto alla riscossione del fitto da’ Saraceni che prendano a mezzeria le greggi del demanio[582] e nel secondo si fa menzione di settecento pecore consegnate dal saraceno Gufulone (Khalfûn?), le quali insieme con altre si davano _in gabella_, per conto della corte.[583]
Despota, mercatante e gran proprietario di terreni rivendicati o confiscati, Federigo, col suo genio novatore e audace, spesso usò quel violento rimedio di tramutare le popolazioni; il quale d’altronde nel decimoterzo secolo riusciva meno difficoltoso e forse men crudele, che non sarebbe nella società moderna, per cagion della proprietà sicura e suddivisa e de’ comodi maggiori ai quali or son avvezzi gli uomini. Ci è occorso testè di ricordare alcuna delle città che l’imperatore distrusse e di quelle ch’ei fondò, portandovi di peso la popolazione delle prime.[584] Io credo inoltre che la ribellione musulmana abbia turbato l’equilibrio della popolazione in un altro modo che nessun ricordo contemporaneo fin qui ci attesta; cioè che fece emigrare in Affrica gli abitatori ricchi o industri delle città. Poichè veggiamo appunto in quel tempo assottigliati due grossi nuclei di borghesi musulmani: Trapani, dove all’entrar del dugenquaranta si distribuivan terre a nuovi abitatori;[585] e Palermo dove nel dicembre del trentanove furono concedute a novelli abitatori alcune terre presso il palagio della Zisa, a fine di piantar vigne. Si scorge dallo stesso diploma che delle casipole erano state abbandonate nel bel mezzo della città; che mancavano gli agricoltori ad una vasta piantagione di palme nel regio podere della Favara, e che non era più in Palermo chi sapesse estrarre lo zucchero. Allora una colonia di Giudei del Garbo, cioè di Spagna o dello Stato di Marocco, dissidenti da’ Giudei di Palermo e sì grossi che volean fabbricare una sinagoga per sè soli, domandarono certi casalini nel Cassaro; ma l’imperatore, per antivenir, com’e’ pare, le querele de’ Cristiani, permesse di conceder loro uno stabile in altro luogo della città e che rifabbricasser pure qualche antica sinagoga, ma non volle ne innalzassero una di pianta. Questo diploma infine ci fa sapere che i Giudei del Garbo, oltre il palmeto della Favara dato loro a mezzerìa, avean ottenuta nello stesso podere la concessione d’altre terre per seminare l’indago e l’henna, non coltivati allora in Sicilia.[586]
Improvvisamente comparisce in una cronica questo cenno: che in luglio della terza indizione, l’anno dugentoquarantatrè, tutti i Saraceni di Sicilia ribellati salirono alle montagne e presero Giato ed Entella,[587] castelli fortissimi per natura e lontani l’un dall’altro una ventina di miglia, de’ quali ci è occorso far parola.[588] Si argomenta dal fatto stesso che le popolazioni musulmane in questo tempo non erano rimaste se non che in piccola parte del Val di Mazara. Ancorchè i cronisti taccian la causa di questa sollevazione, noi sappiamo che, quattro anni innanzi, i pastori saraceni che avean prese in affitto le greggi della Corte, doveano al fisco da lungo tempo, delle grandi somme di danaro. Federigo comandava al Segreto che pigliasse l’aver loro e, non bastando, le persone e li facesse lavorare in servigio della corte, badando sì ad aggravarli di fatiche durissime, affinchè gli altri apprendessero che col re non si scherza, e chi non può soddisfare l’affitto, nol chiegga.[589] Disperati dunque, maltrattati, avvezzi com’essi erano a’ delitti, e risapendo forse le prodezze che faceano i lor fratelli di Lucera sotto le insegne imperiali, si rituffarono nella ribellione o guerra, come dir si voglia, contro tutti i padroni di questo mondo: il qual moto, principiato in un luogo, dovea comunicarsi con prodigiosa rapidità a tutti gli altri, nel sospetto continuo, nell’odio crescente ogni dì, nello stato permanente di violenza in cui viveano ormai Cristiani e Musulmani. Gli iloti siciliani del decimoterzo secolo si riconosceano al viso, a’ panni, al linguaggio, al simbolo della fede, alla miseria: se un branco irrompea, doveano seguirlo tutti gli altri. Quantunque la povertà non sia buon ausiliare in guerra, par che gli ultimi avanzi di quel fiero popolo abbiano resistito più di tre anni alle armi imperiali. Dice la cronica che l’imperatore, nella quinta indizione, anno dugenquarantacinque, mandò con l’esercito il conte Riccardo di Caserta, il quale li cacciò di Sicilia; ma va aggiunto un anno alla data, leggendosi nel quarantasei, verso l’agosto, una sdegnosa epistola di Federigo, per la quale è detto ai ribelli che, s’e’ fosser uomini, non starebbero con quella bestiale fidanza, ad aspettare che lor calasse sul capo la spada della vendetta, e conchiudea che s’e’ non smettessero entro un mese, vedrebbero sì gli effetti di queste minacce.[590] E del novembre, com’e’ par, di quest’anno, l’imperatore scriveva al terribile Ezzelino, esser ormai libero dalle brighe che l’avevano impedito fin qui di soccorrere gli amici: tra le altre, la temerità di cotesti Saraceni, i quali ostinatamente resisteano, afforzati nelle montagne, ed alfine sono scesi a chiedere misericordia.[591] Ciò prova che non furono vinti per battaglia, ma presi per fame. Federigo li fe’ tramutare in Lucera.[592] Manca d’allora in poi ogni notizia di Musulmani in Sicilia: ond’egli è manifesto che se alcuni ve ne rimasero, abbracciarono la religione de’ vincitori e, com’avean fatto tanti altri uomini di lor gente in un secolo e mezzo dal conquisto, si confuser essi nel novello popolo, nel quale già si andavano dileguando le distinzioni di origine.
Come l’Oreste della favola greca, Federigo sembra spinto dal Destino a immolare gli educatori suoi, fossero personificazioni come le municipalità, il baronaggio e il papato, o fossero persone come il Cancelliere Gualtiero De Palear, il conte di Malta e Pietro Della Vigna. E veramente il nipote di Barbarossa, venuto al mondo in Italia, cresciuto tra i nemici naturali del suo nome, dovea sforzarsi a ritor loro quella possanza che pareagli rubata alla sua casa: ond’ei si disfece delle persone quando potè; assalì le personificazioni, volgendo la spada contro gli uomini che le sosteneano, e combattendo le idee ostili con le armi della ragione. Le quali si spuntarono su l’eterna tempra della libertà ond’erano cinti i municipii, e valsero un poco a intaccare il triregno, fabbricato di teocrazia giudaica, dispotismo romano, e barbarie settentrionale. I Musulmani di Sicilia subirono la stessa sorte d’ogni altro maestro del lioncello svevo, non già per sua rabbia, ma perch’ei non ebbe tanta forza che li salvasse da’ nemici loro, com’ei forse bramava e il provò mutando i ribelli in pretoriani. Chè del resto, le consuetudini dell’adolescenza, il genio dell’incivilimento, l’amore degli studi e l’antagonismo filosofico e politico contro Roma, portavano l’imperatore, meglio che niun altro uomo europeo del suo secolo, ad onorarli e favorirli.
CAPITOLO IX.
Il genio dell’incivilimento, l’utilità politica e più assai gli interessi commerciali della Sicilia e i suoi proprii, portarono Federigo a frequenti accordi coi principi musulmani. Abbiano noi accennato ai patti fermati con esso loro dalle nostre repubbliche marittime ed abbiamo descritti quei del conte Ruggiero e del re suo figliuolo coi Ziriti, e di Guglielmo II, col novello impero degli Almohadi.[593] A’ tempi di Federigo, questo era già dimezzato, rimanendogli, a un dipresso, l’attuale Stato di Marocco e parte della Spagna; nè v’ha ricordo allora di ostilità tra quello impero e la Sicilia, nè se ne vede cagione: anzi sembra continuata la pace de’ tempi normanni. Perchè sappiamo che Uberto Fallamonaca che fu de’ primarii magistrati di Federigo in Sicilia[594] andava il dugenquarantuno ambasciatore a Marocco.[595] Alla quale missione, od altra che l’abbia preceduta o seguìta, si accenna nel trattato delle “Tesi siciliane” d’Ibn-Sab’în, leggendovisi che l’imperatore signor della Sicilia, avea mandati per nave apposta, con un suo ambasciatore, al califo almohade i quesiti di logica e metafisica; de’ quali noi diremo nel capitol seguente.
Intanto la decadenza della dinastia almohade avea fatto rinascere lo Stato dell’Affrica propria, più forte sì che al tempo degli Ziriti e chiamato ormai da’ Cristiani il reame di Tunis, perchè gli Almohadi avean fatta capitale della provincia quella città, primaria per popolo e commercio e più aperta alle armi loro che non fosse la malaugurosa fortezza di Mehdia. Seguì allora la necessaria vicenda delle grandi province musulmane. Il terzo califo almohade En-Nâsir, non sapendo come tener la provincia, ne fe’ governatore (1207) un uomo fidatissimo della dinastia: Abu-Mohammed, figliuolo di Abu-Hafs-Omar, ch’era stato _sceikh_ della tribù berbera di Masmuda, primo per valore e consiglio tra i capi della confederazione almohade, braccio dritto d’Abd-el-Mumen e sostegno de’ suoi figliuoli. Ma nella generazione seguente, i Beni-Hafs, come si chiamarono dal nome familiare del capo di lor casa, avean messe radici profonde nella provincia; i califi, lontani, peggiorati di padre in figlio, non aveano riputazione nè forza da cacciar via cotesti prefetti: onde Abu-Zakaria, figliuolo d’Abu-Mohammed, colta un’occasione, disdisse (1228) l’obbedienza al califo El-Mamûn, com’empio e tiranno. Non guari dopo (1236), tolto l’equivoco, ei fece fare a suo proprio nome la preghiera del venerdì, con qualità di Emir, lasciando a’ cortigiani il vanto d’aggiugnervi “de’ Credenti” per compiere il sacro titolo, onde fregiaronsi Abd-el-Mumen, Harûn-Rascîd e il grande Omar, che gli Hafsiti falsamente vantavano lor progenitore.[596] Notisi che gli Hafsiti usarono sempre chiamarsi col Keniet, o diremmo noi soprannome familiare, e che il padre e l’avolo di Abu-Zakaria s’addimandarono meramente _sceikh_, ch’era il titolo della dignità loro nella tribù, e però il vero fondamento della loro potenza.[597]
Cotesti particolari ho io notati a rischiarare il trattato dello imperatore Federigo, del quale abbiam solo una traduzione latina molto arruffata, ma non tanto che non trasparisca spesso il genuino testo arabico e talvolta gli errori di chi interpretollo. È dato del quindici giumadi secondo dell’anno secentoventotto (20 aprile 1231), quando Abu-Zakaria avea già ricusato d’ubbidire al califo Mamùn, senza per anco chiarirsi independente dal califato; del quale stadio d’usurpazione rendono testimonianza alcune parole del trattato. Se questo poi non è stipulato a nome dell’emîr Abu-Zakaria, ma dello «illustre e magnifico sceikh[598] Abu-Ishak, figliuolo del defunto sceikh Abu-Ibrahim, figliuolo dello sceikh Abu-Hafs,» non dobbiamo noi mettere in forse l’autenticilà del documento. Si può spiegar bene con due supposti plausibili e compatibili tra loro: che Abu-Zakaria abbia avuto quest’altro cugino, ignoto ne’ nostri ricordi[599] e che l’abbia lasciato luogotenente in Tunis, quand’egli avventurossi infino a Wergla, dando la caccia a quell’Ibn-Ghania che avea sì fieramente molestato il paese per quarantacinque anni.[600]
Del resto le forme del trattato rispondono a quelle che conosciamo in atti somiglianti, autentici di certo; e le condizioni parte si riscontrano con quelle solite a stipular tra i Musulmani di Ponente e le repubbliche italiane del Mediterraneo, parte si adattano alle relazioni particolari dello Stato di Tunis, con la Sicilia. Noveransi tra le prime la tregua fermata per dieci anni, la reciproca restituzione dei prigioni non convertiti alla religione del paese; che mercatanti e viaggiatori di Sicilia, Calabria, Principato e Puglia siano liberi di tutta esazione e vessazione in Affrica e, reciprocamente gli affricani in quelle province; che rendansi le prede fatte da corsari sudditi di Federigo, esclusi espressamente Genovesi, Pisani, Marsigliesi e Veneziani, i quali aveano stipulati patti apposta col califo almohade.[601] La mancanza di reciprocità in questo patto, se non venisse da dimenticanza del traduttore, mostrerebbe che, soverchiati dalle forze navali italiane, gli Affricani aveano smessa in quel tempo la piraterìa. Che i Cristiani, al contrario, la esercitassero nelle parti meridionali del Mediterraneo e fin dentro terra, si scorge da’ capitoli successivi, pei quali Federigo assicura dalle offese de’ mercatanti e militi suoi, i Musulmani che viaggino da un luogo d’Affrica all’altro, o d’Affrica in Egitto, sì in nave, e sì in caravane; ed anco promette che i suoi sudditi non parteggino nelle fazioni civili dell’Affrica, non vi facciano rapine, nè menin cattivi per seduzione nè per forza; e perfino che, riparati per fortuna di mare su le spiagge d’Affrica, non offendano gli abitatori: nei quali casi tutti è stipulato il risarcimento dei danni. Per un capitolo aggiunto in fine, Federigo permetteva a’ Musulmani di recare e trarre merci dal suo reame, pagando la decima del valore.
L’ignoranza de’ copisti, non corretta infino al tempo nostro da critici, ha affibbiato alla Corsica un importante capitolo di questo trattato, risguardante, senza alcun dubbio Cossira, o, com’oggi si chiama, Pantelleria. Per questa isoletta gli Stati contraenti fecero a mezzo: stipularono che i Cristiani, non avessero alcuna giurisdizione sopra i Musulmani, ma che un prefetto musulmano eletto dal re di Sicilia reggesse gli Unitarii, o, com’io tradurrei più volentieri, i Wahabiti, e che l’entrata pubblica del paese andasse divisa tra i due Stati, metà e metà.[602] Cotesti patti di Pantellaria rispondono su per giù a quelli che Ibn-Khaldûn suppone stipulati tra gli stessi due principi a favor di tutti i Musulmani di Sicilia; onde la tradizione storica di certo aggiugne fede al documento.[603] Ma il documento, secondo me, serve a correggere la tradizione più tosto che a convalidarla, sendo evidente che quelle condizioni poteano star bene per un’isoletta gittata tra l’Europa e l’Affrica, non già per tutte le colonie musulmane rimaste in Sicilia dopo le deportazioni del ventitrè e del venticinque. Penso doversi leggere Wahabiti perchè, da una mano, non sappiamo, nè ci pare verosimile che fosse stata trapiantata in Pantellaria una colonia di “Unitarii”, che in quel tempo significherebbe Almohadi, e molto meno possiam credere che tal colonia della tribù dominante, fosse stata lasciata sotto un prefetto siciliano e quindi inferiore agli altri musulmani del paese.[604] Dall’altra mano sappiamo che Pantellaria non aveva abitatori cristiani nella seconda metà del duodecimo secolo;[605] che i geografi musulmani del decimoterzo tenean tutta la popolazione come wahabita,[606] seguace, cioè, d’una setta che appigliatasi tra’ Berberi nel nono secolo, rimase nell’isola delle Gerbe[607] almen fino al decimoquarto; e che i Pantellereschi eran chiamati da’ Musulmani contemporanei con l’odioso nome posto a’ Credenti che subissero il giogo cristiano.[608] Non mi sembra verosimile il supposto che Musulmani di Sicilia si fossero, al tempo della ribellione, rifuggiti in Pantelleria e che alludesse a loro il capitolo di cui ragioniamo.