Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II
Part 10
Guglielmo venne a morte (18 novembre 1189) mentre apparecchiava assai maggiore armamento, per mandarlo o menarlo egli stesso in Levante, insieme con Filippo Augusto e Riccardo cuor di Leone; avendo già stipulato con Arrigo II di fornire gran copia di vino, orzo e frumento e cento galee armate e provvedute per due anni.[400] Pria di quel funesto evento che par abbia costretta l’armata a tornare immantinente in Sicilia, Margarito avea cominciato a sciogliere le promesse di Laodicea. Uno scrittore anonimo, contemporaneo sì e benissimo informato, narra che l’ammiraglio siciliano avea, da vero maestro dell’arte, chiuse le vie del mare a’ presidii musulmani di San Giovanni d’Acri e d’altre fortezze di Palestina; e che un giorno, colte le navi di Saladino che recavano armi e vivanda in Acri, ei le combattè e vinse e messe a morte quanti le montavano.[401] Van riferiti questi avvenimenti allo autunno dell’ottantanove, sendo cominciato l’assedio d’Acri ne’ primi di settembre.
Guglielmo secondo, voglio io qui replicarlo, merita tanto biasimo nelle cose di fuori, quanta lode nell’interna amministrazione dello Stato. Fuorchè la pace con gli Almohadi e il gastigo dato a quando a quando ai pirati musulmani, non va commendato nel suo regno alcun atto di politica esteriore. Fece Guglielmo sempre guerre disutili e infelici; nelle vicende della Lega Lombarda ei non seguì consigli nè savii, nè generosi, nè coerenti; ed annullò gli effetti della Lega per quanto uomo il poteva, con un partito pessimo e stoltissimo: il matrimonio della Costanza nella casa di Svevia, nemica naturale degli Hauteville, del papato e dell’Italia tutta. Quand’anco non cel affermassero i contemporanei, vedremmo ad ogni respiro di Guglielmo ch’ei tentennò sempre tra i due ministri Gualtiero Offamilio e Matteo d’Ajello. Matteo per far dispetto, come dicono, al rivale, avea consigliato Guglielmo a fondare l’arcivescovato di Morreale, alle porte proprio di Palermo (1182). Pria di ciò, l’impresa d’Alessandria, affidata al principe Tancredi (1174) era stata, com’e’ sembra, opera del Cancelliere, bramoso di dare riputazione e potenza di capitano al candidato ch’ei destinava al trono. Con minor dubbio il diciamo della spedizione di Grecia, la quale sappiam fatta contro l’avviso di Gualtiero e di Riccardo Palmer.[402] E fu appunto nella catastrofe di quello esercito (autunno del 1185) che riuscì Gualtiero a fermare il parentado con casa di Hohenstaufen, celebrato indi in gran fretta (27 gennaio 1186); nel quale alcuni contemporanei ravvisarono la vendetta del metropolitano di Palermo per la mutilata diocesi.[403]
Sotto un principe sì mansueto e benigno, i Musulmani di Sicilia non durarono aspre persecuzioni, ma non furon sicuri dalle occulte e lente. Conferma questo fatto Ibn-Giobair, il dotto pellegrino spagnuolo, capitato in Sicilia con molta riputazione di pietà, il quale solea scrivere ogni dì le cose viste, o udite, e in quattro mesi di soggiorno, visitò i centri principali delle popolazioni musulmane, conversò con uomini d’ogni ordine, dai servitori di corte infino al primo nobile dell’isola, rampollo della sacra schiatta d’Alì. Ne’ principii, quand’egli non avea visti se non che gli eunuchi della corte, Ibn-Giobair loda il giovane re, tollerante, amico anzi de’ Musulmani. Dice ch’ei parlava l’arabico, che usava ne’ rescritti l’alâma, che vivea tra’ Musulmani, convertiti in apparenza; e che, non ignorando la occulta fede loro, solea chiudere gli occhi quando, all’ora della preghiera, li vedea scantonare ad uno ad uno. Racconta Ibn-Giobair che nel tremuoto di febbraio millecensessantanove, Guglielmo giovanetto, girando attonito per la reggia, udì le donne e i paggi invocare Allah e il Profeta, e vedendoli sbigottiti al suo arrivo, li confortò con queste auree parole: «Che ciascuno preghi il Dio ch’egli adora! Chi avrà fede nel suo Dio, sentirà la pace in cuore.» Intenerito della gran bontà del principe, Ibn-Giobair prega Iddio che lo serbi in vita per lunghissimi anni. Ma a capo di due mesi, risaputa meglio la condizione de’ suoi correligionarii, il viaggiatore dà del tiranno a Guglielmo; l’accusa d’avere afflitto e umiliato Ibn-Hammûd, d’avere sforzato all’apostasia il giureconsulto Ibn-Zura’; e raccapricciando narra che costui, fatto giudice, rendea ragione, or secondo il vangelo, or secondo il Corano e perfino avea mutata in chiesa una sua moschea.[404] In quel torno (1179) veggiam anco una moschea di Catania destinata al culto cristiano da un Giovanni da Messina e consacrata con la invocazione del novello santo, Tommaso di Canterbury.[405]
Ancorchè l’indole di Guglielmo non renda inverosimili le contraddizioni, ognun vede come quel molesto proselitismo piuttosto che a lui, sia da apporre al clero, impaziente di stendere l’autorità sopra tanta parte della popolazione, di accrescere le decime, i casuali, i lasciti. Era imbaldanzito il clero per la potenza dell’arcivescovo di Palermo; e armavasi già dei fasci della giustizia, se non delle scuri. Perchè Guglielmo, tirato alle dottrine oltramontane, cominciava ad abbandonar quelle seguite da’ suoi maggiori; ponea le cause de’ chierici sotto la giurisdizione delle curie ecclesiastiche;[406] facea tradurre dinanzi a queste i Musulmani accusati di ratto in persona di donne cristiane. Contro i quali egli è vero che i vescovi non pronunziavano sentenze di morte, nè mutilazione; ma poteano condannar sì a multe e battiture, com’è detto in un rescritto di papa Alessandro III, indirizzato all’arcivescovo di Palermo.[407] Ed egli è da supporre assai frequenti le condanne, per la interpretazione larghissima che si dava a quel capo d’accusa e per lo guadagno che ne tornava ai giudici. Ma i Cristiani impunemente strappavano i figliuoli, maschi e femmine, alle famiglie musulmane, sotto specie di convertirli; aggravavan di multe i ricchi; rendeano loro insopportabile il soggiorno in Sicilia: talchè i più timorati pensavano a vendere ogni cosa e andar via; i padri davano le figliuole a’ pellegrini di Spagna o d’Affrica senza richiedere dotario; e i savii già prevedeano che l’islamismo tra non guari sarebbe stato spento in Sicilia, sì com’era testè avvenuto in Candia.
E pur l’universale della popolazione non aborriva per anco dai Musulmani. In viaggio erano salutati cortesemente; la voce del muezzin non facea ribrezzo nelle grandi città; i Cristiani di Trapani tranquillamente vedeano passare le turbe de’ Musulmani, che al suon di corni e taballe, preceduti dall’hâkim, andavano al mosalla a far la preghiera pubblica del Beiram.[408] Che se guardiamo alla reggia, vi troviam l’una accanto all’altra, le sorgenti della persecuzione e del favore: da una parte le sollecitazioni de’ prelati oltramontani; dall’altra le consuetudini, spesso più forti che la volontà, onde gli eunuchi, gaiti o paggi che dir si vogliano, esercitavano gli uffici di corte sotto quel velo sottilissimo d’ipocrisia che li facea parere cristiani.[409] Splendean costoro per lusso di vestimenta e di cavalli. Guglielmo accogliea con onore i Musulmani stranieri, medici e astrologhi[410] e largìa danaro a’ poeti.[411] Afferma altresì Ibn-Giobair che le donne musulmane della reggia talvolta guadagnassero a Maometto alcuna lor compagna cristiana. E le dame franche o italiane di Palermo, riconosceano tacitamente la superiorità dell’incivilimento orientale, vestendo a foggia delle musulmane.[412]
Nè era mica rallentato il legame morale tra gli abitatori musulmani dell’isola. I cittadini, egli è vero, aiutavan poco o nulla i correligionarii loro servi della gleba, uomini di varie schiatte, lontani dall’occhio e dal cuore; ma nel grembo delle popolazioni urbane fervea la carità musulmana e ne davano l’esempio, non senza rischio loro, i finti cristiani della corte. La quale carità di setta, di stirpe e di patria, che ormai tornava ad un sentimento solo, si mantenea tanto più calda in Palermo, la città, come chiamavanla per antonomasia i Musulmani di Sicilia. Quivi i Musulmani soggiornavano in alcuni sobborghi senza compagnia di Cristiani; un cadì amministrava loro la giustizia; frequentavan essi le moschee e ciascuna era anco scuola; fiorivano i loro mercati ne’ quali, come fu uso generale nel medio evo e dell’Oriente in tutti i tempi, dimoravano gli artigiani, divisi per contrade, secondo i mestieri. Dalle parole d’Ibn-Giobair possiamo argomentare che i mercatanti della città fossero, la più parte, musulmani. Il culto pubblico era tuttavia liberissimo in Palermo; se non che la preghiera solenne si faceva nella moschea cattedrale con la invocazione pei califi abbasidi, vietata solamente l’adunanza del piano aperto o vogliam dire il mosalla;[413] parendo pericoloso, com’io penso, di mettere insieme le migliaia degli Infedeli.
Le quali migliaia quante fossero nella capitale e nelle province, non sappiamo; ma tutta insieme la popolazione musulmana, uomini e donne, passava di certo il numero di centomila che dà uno scrittore contemporaneo, come si vedrà in quest’altro capitolo. Il seguito dei fatti anco mostrerà come, allo scorcio del duodecimo secolo, i Musulmani di Sicilia fossero ridotti in Val di Mazara, e come gran parte di loro coltivassero il suolo in quelle cento miglia quadrate di territorio che l’improvvido Guglielmo donò, insieme con gli abitatori, al Monastero di Morreale, chiudendo gli occhi alle conseguenze politiche, non meno che al danno economico dello Stato.[414] I nomi delle città e villaggi recati da Ibn-Giobair occorrono, eccetto sol Siracusa, nella costiera da Messina a Palermo, e su la strada dalla capitale a Trapani. Un pugno di Musulmani in Messina; maggior numero in Cefalù; in Termini un borgo abitato al tutto da loro; un paesello intero a Kasr-Sa’d, il quale parmi risponda al monticciuolo che or si addimanda la Cannita, presso Villabate; gran popolazione in Palermo; tutti gli abitanti in Alcamo e ne’ villaggi e ville ond’eran gremiti i fertili terreni, e allora ben coltivati, che si stendono dalla capitale a Trapani: e in questa, gran parte della popolazione, professava l’islamismo.[415] Professavanlo forse alcuni abitatori di Catania.[416] Al dir di Burchardo, vescovo di Strasburgo, ambasciatore del Barbarossa appo Saladino, Malta e Pantellaria erano in questo tempo abitate al tutto da Musulmani; e ubbidia la prima al re di Sicilia, a nessuno la seconda, la quale producea poco grano; talchè gli uomini viveano di pastorizia, mezzo selvatichi, pronti a rintanarsi nelle caverne, quando sbarcasse gente più forte di loro.[417]
Partecipavano tuttavia i Musulmani degli ufizii civili e militari, come abbiam già detto trattando dei gaiti, poichè le testimonianze citate tornano la più parte al regno di Guglielmo il Buono.[418] Alle quali è da aggiugner quella di Eustazio, arcivescovo di Tessalonica, studiosissimo a descrivere le genti che disertarono il suo paese (1185), le quali eran chiamate siciliane, dice egli, perchè le accozzò Guglielmo, conte, re, o tiranno della Sicilia, e votò l’erario per fornire la spesa, maggiore assai delle scarse entrate dell’isola.[419] Erano in quell’oste uomini d’arme e arcieri a cavallo, fanti leggieri e di grave armatura e compagnie franche, dette del _rizico_, le quali senza caposoldo nè stipendio, combatteano per la sola preda.[420] I Musulmani di Sicilia, noverati forse tra gli arcieri a cavallo, facean l’ufizio ch’or è dato a carabinieri o gendarmi negli eserciti europei. Perocchè narra Eustazio che nella prima licenza del saccheggio, mentre una mano di soldati insanguinava e profanava sozzamente la chiesa di San Demetrio e commetteva ogni maniera di oltraggio sopra i Greci che vi s’erano rifuggiti, un eunuco, ammiraglio[421] del re, entrò a cavallo nel tempio, brandendo una mazza di ferro, seguito da prodi sergenti, e fece sgombrar que’ masnadieri.[422] Ma durante l’occupazione della città, continuando i Latini a sfogar l’odio su i vinti, i Saraceni di Sicilia giravano per le strade la notte a far la scolta; entravano nelle case ov’era acceso, contro il divieto, lume o fuoco; sforzavan le porte; menavan via le donne e le fanciulle adocchiate nel giorno; e prendean talvolta i danari per dote.[423] In una orazione recitata dopo quel gran flagello, Eustazio, prorompendo contro un sacrilego, dicea che gli atti suoi somigliassero a que’ degli Affricani di Sicilia.[424] A’ Musulmani io riferirei volentieri l’artifizio dei due mangani smisurati, chiamati da lui “le figlie del tremuoto” i quali aprirono la breccia nel muro di Tessalonica:[425] ond’e’ si vede che facean tiri diretti, come le artiglierie moderne; e vanno per conseguenza identificati con quelli che abbiamo descritti nell’assedio di Siracusa dell’ottocentosettantotto e testè nell’impresa di Alessandria,[426] e fors’anco con gli altri che Carlo d’Angiò apparecchiava (1284) contro la Sicilia, maneggiati da’ Saraceni di Lucera.[427] Dopo li artiglieri de’ mangani, Eustazio fa menzione “di quelli che lavoravano a riempir di polveraccio le insidiose fosse, per iscuoter e abbattere i muri”: nel qual luogo la voce insolita greca ch’io rendo a bella posta con una voce oscura del nostro linguaggio, se la non denotasse i minuzzoli di combustibili da appiccar fuoco a’ sostegni de cuniculi, sarebbe forse da riferire a quella composizione di fuochi da guerra che condusse alla invenzione della polvere, ma non essendo per anco sì perfetta, in vece di scoppiare, schizzava, operando con la sola forza del rincalcio. Il quale ingegno tornerebbe anco ai Musulmani di Sicilia, poichè simili fuochi, in questo tempo, erano in uso appo i lor fratelli d’Affrica e di Levante.[428]
Il numero dunque, le ricchezze, la cultura intellettuale, la ingerenza ne’ servigii pubblici, il favore della corte, davano forze a’ Musulmani di Sicilia, molestati com’essi erano dal clero e da qualche ministro del re, e persuasi che loro sovrastassero gravi calamità. Con ciò le bandiere almohadi sventolavano a vista quasi della Sicilia; nè mancavano nell’isola i capi d’un movimento. Le vestigia che scopronsi negli scrittori cristiani e ne’ musulmani, conducono a un gran personaggio di casa Edrisita, del ramo de’ Beni Hammûd, e com’io credo della stessa famiglia di quello sciagurato signore che die’ Castrogiovanni al conte Ruggiero. Era chiamato dai più, secondo l’uso arabo, col keniet o diremmo noi nomignolo, Abu-l-Kâsim e talvolta col keniet d’uno de’ suoi progenitori, Ibn-abi-l-Kâsim, o infine, col nome del casato, Ibn-Hammûd. Ai tempi di Guglielmo il Buono primeggiava costui nell’aristocrazia ereditaria;[429] e della sua ricchezza e seguito tra i Musulmani di Sicilia ci ragguaglia anco il Falcando, che lo nota tra i più possenti nemici del cancelliere Stefano, come s’è detto.[430] Similmente Ibn-Giobair, pochi anni appresso, narrò ch’egli era stato perseguitato per supposte pratiche con gli Almohadi; confiscatigli i beni ed espilati trentamila dinar; condotto indi alla povertà ed a vivere d’uno stipendio a corte: uomo per nascita, liberalità, beneficenza, ingegno e costumi, sì riverito appo i Musulmani di Sicilia, che s’egli avesse abiurato, tutti si sarebber fatti cristiani, dice il viaggiatore spagnuolo.[431] Ritraggiamo che Ibn-Kalakis d’Alessandria, giureconsulto e poeta di nome, venuto a corte di Guglielmo nel cinquecentosessantacinque (25 settembre 1169-13 sett. 1170), dopo aver lodato il re in un poemetto e averne ottenuto alcun dono, dedicò a questo Hammûdita un’opera intitolata «Il fior che sorride mirando le virtù d’Ibn-el-Kâsim» e n’ebbe splendido guiderdone e sì grato rimase al Mecenate siciliano, che ripartendo per l’Egitto gli indirizzò altri versi. Per la liberalità sua, com’e’ sembra, gli avean dato il nome d’Ibn-el-hagiar.[432] Ritornò in Sicilia nello stesso tempo Ibn-Zafer, nato nell’isola, emigrato in Oriente, erudito, poeta, filologo ed elegante scrittore; il quale nella sua povertà, sovvenuto e consolato da quel nobil uomo, gli dedicava tre opere inedite e la seconda edizione della più popolare di tutte le sue compilazioni, il _Solwân-el-Motâ’_.[433] Nella cui prefazione, tramezzate a luoghi comuni, leggiam parole che non sembrano gittate a caso: l’augurio «che Iddio conduca questo signor de’ signori e condottiero dei condottieri, a compiere i proponimenti ispiratigli da Lui stesso.... che lo esalti sempre nei seggi del potere e renda vane le frodi de’ suoi nemici;» la lode che «l’animo suo bastava ad ogni fortuna.... che i popoli non avean da temere disastri seguendo uom di proposito così saldo.»[434] Costui non potea vivere tranquillo in quelle condizioni de’ compatriotti suoi musulmani. Com’egli parteggiò contro il cancelliere Stefano, così è da supporlo favorito da Matteo, e tanto più sospetto a Gualtiero Offamilio, quando questi prese la bandiera di parte oltramontana. Abu-l-Kâsim, o altri della famiglia dicerto, si trovò avvolto nelle rivoluzioni contro il principato cristiano, ritraendosi che i suoi beni fossero stati confiscati. Abbiamo infatti nel milledugento un diploma della reggenza per lo quale, compiendo al comune di Genova la promessa falsata da Arrigo VI, gli erano fatte concessioni larghissime, e tra le altre cose gli si donava il palagio posseduto un tempo in Trapani dal Gaito Bulcasimo.[435] E sedici anni appresso, Federigo già emancipato, concedeva alla chiesa di Palermo certi beni di Ruggiero Hamuto, che par sia stato, nell’undecimo secolo, lo stipite di quella nobil casa in Sicilia.[436]
CAPITOLO VI.
Avea Falcando, per disdegno o lontananza, interrotta la grave sua storia al principio del governo personale di Guglielmo II. Ripigliando la penna dopo venti anni per deplorare le calamità piombate su la Sicilia alla morte del re, ei notava tra i maggiori pericoli la reazione de’ Musulmani. “Se i popoli della Sicilia, dice Falcando, esaltassero al trono uom di provato valore, e se i Cristiani non discordassero dai Saraceni, potrebbe il re eletto respingere le armi straniere e ristorar la cosa pubblica che or sembra perduta.... Ma tra tanto scompiglio, mancato il timore dell’autorità regia, difficil è che i Cristiani si trattengano dall’opprimere i Saraceni, e che questi, diffidando di loro e stanchi altresì di tanti torti, non si levino in armi, non prendano qua un castello su la marina, là una rôcca tra i monti. Il che se avvenisse, come potrebbero i Siciliani difendersi con una mano dalle scorrerie de’ Saraceni e con l’altra combattere dure battaglie contro i Teutoni?... Oh piaccia al cielo che nobili e plebe, Cristiani e Saraceni, accordinsi unanimi nella elezione d’un re; e con tutte le forze, con estremi conati s’adoprino a stornare l’irruzione de’ Barbari!” Con ciò, l’autore va rampognando i Pugliesi, i Messinesi, la regina Costanza, tutti fuorchè i due veri colpevoli: Guglielmo e l’arcivescovo. E tocca i pregi delle primarie città della Sicilia; e assai più largamente descrive Palermo, ch’egli amava quasi cittadino e premeagli di salvar quivi le bellezze della natura e l’opera della civiltà.[437]
Cotesto appassionato discorso politico su i principali eventi che seguirono in Sicilia e in Puglia dall’autunno dell’ottantanove alla primavera del novanta, racchiude, a creder mio, un racconto sotto specie di vaticinii, timori e speranze; perocchè l’epistola fu dettata in primavera, se non all’entrar della state, e allor l’autore vivea fuor di Sicilia e forse oltremonti.[438] Or non avvenne mai a profeti di predire i fatti per filo e per segno; nè egli è verosimile che il Falcando abbia, per cagion d’esempio, ignorata dopo tre o quattro mesi la esaltazione di Tancredi, quando in tutta Europa, massime in Ponente, gli appresti della Crociata rendeano frequenti le comunicazioni co’ porti meridionali, e la gente ansiosamente procacciava le nuove di que’ paesi. Più che un caso di avventurata sagacità, è qui da supporre un artifizio oratorio. Se il Falcando avesse voluto ammonire l’arcivescovo di Palermo a secondare ormai i voti dell’universale e salvar la sua patria adottiva, ei non avrebbe potuto usare forma più discreta, nè più arguta che quella; nè avrebbe potuto indirizzare meglio il sermone che ad un famigliare dell’arcivescovo. Or ei l’intitola per l’appunto a Pietro, tesoriere della Chiesa palermitana; onde si direbbe col proverbio moderno che la soprascritta andava a costui; la lettera a Gualtiero Offamilio.
Presagiti o narrati, i fatti pur avvennero così. Il giuramento prestato a Costanza per comando di re Guglielmo, non valse a far accettare di queto, dai baroni e da’ grandi, la dominazione tedesca. Seguirono giorni d’anarchia, ne’ quali molti Cristiani di Palermo, sì com’era avvenuto nella sedizione del millecensessanta,[439] dettero addosso ai Musulmani. La città fu allagata di sangue. Gli scampati alla strage rifuggironsi nelle montagne, dicono i cronisti:[440] e deve intendersi del centro occidentale dell’isola, poichè dall’orientale aveanli già cacciati i Lombardi[441] e d’altronde, i ricordi che abbiamo de’ Musulmani nella seconda metà del duodecimo secolo tornan tutti al val di Mazara. A quelle montagne trassero, al dir di un altro cronista, con le famiglie loro e con le greggi, i Pagani servi di re Guglielmo, sperando sottrarsi al giogo di Tancredi e sommavano a centomila tra uomini e donne:[442] il qual numero, dato così in arcata, mi par troppo scarso. Erano i villani del demanio e quei, credo anco, de’ poderi che Guglielmo avea testè donati al Monistero di Morreale appunto in que’ luoghi. Capitanavano la sollevata popolazione musulmana cinque suoi regoli, dice Riccardo da San Germano.[443] Dopo aver fatti danni gravissimi a’ Cristiani, i ribelli si sottomessero, quando la pace fermata con Riccardo Cuor di Leone in Messina, die’ forza e riputazione a Tancredi.[444] Durò dunque la rivolta de’ Musulmani dallo scorcio dell’ottantanove all’ottobre del novanta, o in quel torno. Sforzati dalle persuasioni piuttosto che dalle armi e pure riluttanti per rancore e sospetto, i capi ritornavano a lor case in Palermo; i villani a lor glebe e davano statichi.[445] I guasti di tal guerra civile non sono ricordati particolarmente nelle frettolose e scarse memorie del tempo; ma si possono misurare dal caso di alcuni poderi di mano morta in val di Mazara. Arrigo VI, appena salito sul trono, per diploma dato di Palermo il trenta dicembre millecentonovantaquattro, in favor del monastero di Santa Maria De Latina in Messina, tra le altre cose permetteagli “di riedificare i suoi casali, distrutti nella guerra che avea divampato alla morte di re Guglielmo.[446]” Il giardino che Ibn-Giobair vide in quei luoghi pochi anni innanzi, cominciava dunque a diventare foresta.