Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II

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STORIA DEI MUSULMANI DI SICILIA

SCRITTA

DA MICHELE AMARI.

VOLUME TERZO Parte Seconda.

FIRENZE. SUCCESSORI LE MONNIER. 1872.

Proprietà letteraria.

LIBRO SESTO.

CAPITOLO I.

Trapasserei di molto i limiti ch’io mi proposi mettendo mano a quest’opera, s’io continuassi a trattare per filo e per segno la storia della Sicilia fino al tempo che vi rimasero abitatori musulmani. Nel presente libro io dunque toccherò per sommi capi le vicende della corte e de’ popoli cristiani, quanto basti a rischiarar quelle de’ Musulmani, delle quali noterò ben tutti i particolari che siano pervenuti infino a noi. Aggiugnerò le relazioni del principato co’ Musulmani di fuori; sì per la connessione del subietto, e sì per la novità dei fatti che, la più parte, si raccolgon ora per la prima volta negli scritti arabici.

Mancano gli annali cristiani della Sicilia dal primo al ventunesimo anno del duodecimo secolo, quando Ruggiero il giovane comparisce a un tratto uom di Stato, potente per armi e ricchezze, conquistatore del ducato di Puglia e nemico audacissimo de’ papi. Riscontrando co’ diplomi le poche parole che ne dicono i cronisti, ritraggiamo appena in questo periodo che, morto il primo conte Ruggiero (1101) rimasero di lui due bambini, Simone e Ruggiero, l’uno di otto anni, l’altro di sei; che la contessa Adelaide resse la Sicilia e la Calabria a nome del primo, infino al millecento cinque[1] ed a nome di Ruggiero infino al cento dodici;[2] e che l’anno appresso, il giovanetto rimanea padrone di sè medesimo e dello Stato. La madre andava in Palestina a rimaritarsi con Baldovino I, re di Gerusalemme; gli recava i tesori della Sicilia: ma il Crociato, quando gli ebbe sciupati, sciolse il matrimonio, connivente il papa, il patriarca ed un concilio (1116); sì chè l’Adelaide tornossi oltraggiata in Sicilia, dove poco stante (1118) morì.[3] Una cronica dice vagamente che Simone nel “breve suo consolato avea durate gravi molestie da’ Pugliesi;[4]” ond’e’ parrebbe che baroni di quella provincia, o forse il duca, si fossero provati ad occupare le Calabrie. Orderico Vitale, monaco francese di quella età, asseriva che un Roberto figlio del duca di Borgogna, fu dalla Adelaide chiamato in Sicilia, adoperato a reprimere i baroni, maritato ad una sua figliuola e poi scelleratamente morto di veleno:[5] ma il nome non torna nei ricordi siciliani;[6] nè un misfatto, sì leggermente supposto in tutti i tempi, può credersi a quel frate, ghiotto di favole e punto benigno all’Italia. L’abate di Telese, biografo del re, dice poco della sua fanciullezza: che lo Stato fu governato dalla prudentissima Adelaide sua madre; che Ruggiero non vedea mendico nè pellegrino che non gli desse tutti i danari ch’egli avea in tasca e que’ che domandava alla madre; e che, vivente il padre, giocando a battagliare con gli altri bambini, ei sgarava sempre il maggior fratello e lo scherniva: “lascia a me la corona e le armi, ch’io ti farò vescovo o papa di Roma.[7]” Cotesti aneddoti mostrano, oltre gli alti spiriti del fanciullo, che a corte non si parlasse de’ papi con tanta riverenza, e che si tenesse in gran pregio la carità, precipua virtù dei Musulmani; ma non delineano di certo la storia del tempo.

La penuria de’ racconti pur vale a provare che sotto la reggenza non seguì alcuno strepitoso avvenimento; cioè che la contessa e i suoi consiglieri seppero usare, e forse compiere, i buoni ordini posti dal primo Ruggiero; e ch’e’ tennero salda la mano su quella nuova mescolanza di uomini, la quale parrebbe proprio il simbolo della discordia. La feudalità che tosto volse ad anarchia nel ducato di Puglia, non osò levar la testa in Sicilia: la quale generalità è compendiata, s’io ben mi appongo, nelle parole dei notabili di Traina, Centorbi ed altre terre della Sicilia centrale, i quali il millecenquarantadue attestavano in giudizio il seguente fatto de’ tempi della reggenza. Querelandosi un Eleazar,[8] signore di San Filippo d’Argirò, che il vescovo di Traina, signore di Regalbuto, gli avesse usurpato un tratto di terreno, Adelaide commetteva il giudizio a Roberto Avenel e ad altri nobili uomini; i quali andati su i luoghi co’ notabili e i litiganti, Eleazar proruppe ch’ei volea dividere i confini con la spada; ma ripreso da Roberto e da tutti si acquetò: onde fu proceduto alla prova testimoniale ed alla decisione, come in tempi civili.[9] Tal forza del governo venìa dall’assetto che avea dato alla feudalità il conquistatore; ed anco dal prudente ardire dell’Adelaide e de’ suoi consiglieri, i quali, facendo assegnamento in su i Musulmani, fermarono la sede del principato in Palermo.

Da Mileto nè da Traina non si potea reggere a lungo il nuovo Stato. Ragion volea che la capitale stesse in Sicilia e in sul mare. Sembra anzi che il primo Conte, finch’ei non ebbe signoria in Palermo, avesse eletta Messina; poichè non solamente ei rafforzolla e vi tramutò la sede vescovile di Traina;[10] ma va riferita al suo tempo, ovvero ai primordii della reggenza, la fondazione della zecca,[11] della reggia,[12] e credo anco dell’arsenale, in quella città. Se non che acquistata (1093) la metà di Palermo e cominciato con gran lucro a maneggiare l’azienda della città per sè medesimo e per lo duca di Puglia,[13] Ruggiero trovò in Palermo le basi da rifabbricare tutta l’azienda dell’isola.

I _diwani_ istituiti da’ primi emiri e riordinati da’ Kelbiti, non erano al certo distrutti quando i Normanni presero la città: rimaneano, fossero anco stati negletti per alcun tempo, i casamenti, gli archivii, la zecca, gli arsenali;[14] rimanea qualche segretario e computista: nè Roberto era uomo da lasciare inoperosa macchina così fatta, nè Ruggiero. I diwani, serbati e ristorati, attiravano la corte di Adelaide; l’attirava una città di due o trecentomila abitatori, con quei suoi maestosi edifizii, industrie fiorenti, lusso e ricchezze che la facean rivale di Cordova. L’esperienza dovea mostrare a’ governanti che se da Messina avrebbero tenuta meglio la Calabria, poteano all’incontro, da Palermo far sentire più pronta e più forte la mano in Sicilia; e che l’oro, il ferro e la necessaria fedeltà dei Musulmani di Palermo avrebbero rinforzato il principe contro i baroni: ch’era il gran problema di governo nel medio evo. D’altronde quella corte latina non avea cagione d’amar meglio il soggiorno di Messina popolata di Greci, che di Palermo scarsissima di Cristiani. Adelaide, senza lasciar del tutto la sede di Messina, prese a stanziare in Palermo, e la rifece veramente capitale dell’isola. Ciò avvenne ne’ principii del secolo, e direi appunto il millecentododici; poichè la confermazione dei privilegi dell’arcivescovo e capitolo di Palermo, accordata solennemente il primo giugno di quell’anno, da «Adelaide contessa e dal suo figliuolo Ruggiero, ormai cavaliere e conte di Sicilia e di Calabria, sedenti in Palermo, nell’aula del palagio di sopra, con molti lor chierici, baroni e cavalieri,» mi sembra proprio il compimento d’una cerimonia inaugurale. Soscrissero questo diploma da testimonii, parecchi baroni italiani e francesi noti nelle carte del primo Conte e con essi un Cristoforo, ammiraglio.[15]

È qui il luogo di ricercare l’origine di cotesto ufizio, il quale per la prima volta comparve tra Cristiani alla corte di Palermo, e lì, mutando natura, divenne quel ch’oggi suona in tutte le lingue d’Europa. Ammiraglio è corruzione della voce arabica emîr, che i Bizantini trascrissero fedelmente al nominativo, ma ne fecero al genitivo ἀμήραδος;[16] onde passò con tal desinenza a’ Cristiani occidentali, sì com’egli è avvenuto ad altre voci greche. E veramente gli scrittori della bassa latinità non altrimenti chiamarono gli emiri musulmani che _amiratus_; se non ch’e’ raddolcirono talvolta il suono in _amiralius_, talvolta lo resero più aspro in _admirarius_, o _admiratus_ per dargli alcun significato in loro linguaggio.[17] Come già dicemmo, Roberto Guiscardo, assettando il reggimento in Palermo vi prepose un de’ suoi con titolo di _ammiraglio_.[18] A città musulmana ei lasciava magistrati musulmani, chè altrimenti non potea fare; tra i quali era primo l’emir di provincia, capo politico e militare, giudice sopra i reati di Stato:[19] e torna allo stesso ufizio ed allo stesso titolo ch’ebbero i governatori della Sicilia sotto gli Aghlabiti e i Fatemiti. E’ par che il conte Ruggiero, quand’ei prese a mezzeria la città di Palermo, v’abbia fatto emir un suo segretario, greco di Calabria o di Sicilia, per nome Eugenio; del quale ritraggiam solo ch’egli ebbe quel titolo, ch’ei possedette beni in Palermo e che fondò un monastero in Traina.[20] Dopo lui, Cristoforo ammiraglio testè ricordato, soscrive, quasi ministro di Stato, una donazione data di Messina nel febbraio 1110;[21] e poi, con gli altri grandi della corte, il citato diploma del giugno 1112;[22] si sa in fine ch’egli ebbe una casa in Messina, la quale tornò, dopo la sua morte, al regio demanio.[23] Segue un Cristodulo ammiraglio, nominato in varii diplomi dal 1123, o forse dal 1119, al 1139, qual ministro civile ed ufiziale di corte, onorato alfine col gonfio titolo di protonobilissimo.[24] Ma questo somiglia forte al benservito che suol darsi agli invalidi; perocchè ormai da parecchi anni primeggiava nel governo dello Stato quel Giorgio di Antiochia, che fu ammiraglio di nome e di fatto, come s’intende oggidì. Lo veggiamo il 1123 aiutante o guida del capitano dell’armata siciliana, chiamato dagli Arabi Abd-er-Rahman-en-Nasrani, ossia il Cristiano; il quale potrebbe essere per avventura lo stesso Cristodulo testè nominato;[25] e l’identità della persona darebbe ragione di parecchi fatti, come or or si vedrà. Giorgio, secondo i diplomi, era a Corte il 1126, ammiraglio al par di Cristodulo o Crisiodoro e del proprio figliuolo Giovanni; il 1132 ei s’intitolava ammiraglio delli ammiragli e arconte degli arconti, e tal rimanea sino alla sua morte.[26] Egli esercitò, al par che i predecessori, atti di ministro di Stato e delegato del principe in cause civili, e capitanò l’armata; ma non si ritrae quale uficio tenessero gli altri ammiragli soscritti in qualche carta insieme con lui,[27] se di capitani o di ministri subalterni, e se alcuno non ebbe altro che il titolo, sì come abbiam detto de’ kâid.[28] Sol veggiamo preposto alle navi del re nella guerra dell’Italia meridionale, Giovanni figliuolo di Giorgio.[29] Dopo la morte di Giorgio gli si ragguagliò di titoli e di ufizio Majone; il quale ebbe ammiragli contemporanei e fu quasi padrone del re e dello Stato, come gli _emir-el-omrâ_, ossia emir degli emiri, di Baghdad al declinare del califato; ma non capitanò mai il navilio in guerra.[30] E finì con Majone l’autorità ed il titolo d’ammiraglio delli ammiragli. Divenuto primo ministro il cancelliere, o esercitato l’ufizio da un consiglio di tre _famigliari_ del re, l’ammiraglio rimase ministro regio per le cose del mare;[31] ed entro un secolo passò quel vocabolo in altri paesi, col significato esclusivo di capitano del navilio;[32] talchè gli eruditi arabi del XIV secolo, trovando sì diverso il suono del vocabolo e la giurisdizione dell’ufizio, non riconobbero più l’emir loro, nell’ammiraglio degli Italiani o delli Spagnuoli.[33]

In Sicilia dunque ed alla metà del duodecimo secolo mutossi l’ufizio dell’emir, lungo tempo dopo che il vocabolo avea presa sembianza greca e latina. La quale trasformazione come avvenisse non risulta da documenti, non è detto da cronisti, ma sendo nata di certo dalle condizioni particolari dell’amministrazione pubblica in Sicilia, ne possiam noi rintracciare l’origine senza troppa audacia di conghietture. L’autorità dell’ammiraglio cristiano di Palermo, viceregia sotto Roberto e il primo Ruggiero, limitata pure alla città e al suo territorio, dovea necessariamente alterarsi quando la corte stanziò nella capitale e vi s’accrebbe la popolazione cristiana. Conforme all’assioma del diritto siciliano di quel tempo, che ogni gente si governasse con sua legge, dovea ristringersi l’autorità dell’ammiraglio da un lato, allargarsi dall’altro; lasciare agli altri ministri del principe le cose dei Cristiani della città; ed estendersi a quelle de’ Musulmani in tutta l’isola, secondo la propria sua natura, cioè di comando militare e di piena potestà civile, fuorchè nei giudizii riserbati ai cadì. Ma nel reggimento militare de’ vinti Musulmani di Sicilia era ormai di momento il solo navilio. I fanti e i cavalli non si chiamavano in arme se non che al bisogno, e in piccol numero al paragon delle milizie feudali; e finita l’impresa rimandavansi a lor case, eccetto qualche compagnia stanziale: possiam supporre inoltre che Palermo, come altre città demaniali, fosse esente dal servizio militare di terra ed obbligata soltanto al marittimo. Con ciò egli è da riflettere che l’armata, unica forza permanente dello Stato, richiedea continua vigilanza su la disciplina de’ marinai e sul mantenimento di navi, attrezzi, armi, vettovaglie: e ch’essa era montata in parte da uomini musulmani[34] e le cose affidavansi alla cura de’ Musulmani di Palermo, essendo stato secondario di certo, infino alla metà del XII secolo, l’arsenale di Messina.[35] Indi l’ammiraglio, oltre il suo ufizio civile, tornava a quel ch’oggi sarebbe il ministro della marina e inoltre capitanava in guerra il navilio, quand’egli era uomo da ciò; e sempre esercitava giurisdizione civile e criminale sopra i soldati e’ marinai.[36] Nel regno intanto del secondo Ruggiero, accentrandosi e ordinandosi ogni ramo di amministrazione pubblica, s’accrebbe il numero de’ funzionarii; gli affari della popolazione musulmana ne richiesero parecchi, ai quali fu dato anco il titolo di emir; e il ministro di Stato per gli affari musulmani, ch’era Giorgio d’Antiochia, come superiore agli altri, fu detto emir degli emiri. Abilissimo amministratore e fortunato capitano d’armata, Giorgio tenne veramente l’ufizio di primo ministro, il doppio visirato della spada e della penna come lo si chiamava in parecchi Stati musulmani, dell’undecimo e duodecimo secolo: nè sembra poi cosa tanto strana che un cristiano, ministro per gli affari musulmani, fosse quel ch’or diremmo presidente del Consiglio. Ma gli ufizii di grande ammiraglio e di Cancelliere urtavansi per la natura stessa e per lo incerto confine loro, variabile secondo l’arrivo di nuovi coloni e la conversione degli antichi. Il quale antagonismo, s’e’ non nocque al tempo di Ruggiero e di Giorgio, mandò sossopra lo Stato nel regno di Guglielmo primo e, spento Majone, gli sopravvisse quel disordine. Alfine par che il Cancelliere e poi il consiglio di Cancelleria, prendessero a trattar le faccende civili dei Musulmani, le quali scemavano insieme col numero e con la ricchezza loro. Scomparvero allora i meri ammiragli, sorgendo in vece loro altri ufiziali con titoli europei; e solo rimase in piè quel saldo reggimento delle cose del mare, insieme con l’ammiraglio che vi era preposto. Questa unione, poi, del comando, del ministero e del tribunale, come noi diremmo in oggi, questa unica volontà che preparava nella pace, conduceva in guerra e presedeva a’ giudizii speciali su le persone e le cose appartenenti alla marina, parve buona agli altri Stati; ond’essi imitarono più o meno fedelmente il grande ufizio e gli dettero lo stesso nome che avea in Sicilia. Così io suppongo e ritorno al filo degli avvenimenti, nel quale occorre in primo luogo l’ammiraglio Giorgio.

Le memorie arabiche degli ultimi principi ziriti suonano molto diverse dagli annali siciliani su la origine di costui. Non si ritrae su quale autorità il Pirro l’abbia supposto figliuolo dell’ammiraglio Cristodoro o Cristoforo, ed abbia aggiunto il casato di Rozio, che mi par lezione erronea di qualche sigla veduta ne’ diplomi greci.[37] Secondo gli scrittori arabi, Giorgio fu di que’ ministri di ventura, giudei o cristiani, ai quali i principi orientali sovente commetteano l’amministrazione dell’erario, per difetto di sudditi musulmani versati in quelle materie. Egli e il suo padre per nome Michele, cristiani d’Antiochia, capitarono a corte di Temîm, principe di Mehdia (1062-1108), amante di così fatti avventurieri;[38] appo il quale Giorgio si fè strada, sapendo per bene l’arabico ed avendo con molta lode esercitata in Siria la computisteria,[39] o, come io credo, la pratica dell’azienda pubblica di quella provincia. Temîm indi il prepose ad ufizio simile nello Stato di Mehdia: dove crebbero sua mercè le entrate. Ma alla morte di quel principe (marzo 1108), temendo la vendetta di Iehia che gli succedette, il quale odiava, come avvenir suole, il ministro favorito dal padre, Giorgio s’indettò con la corte di Ruggiero,[40] che ricercava di così fatti strumenti, avendo sudditi musulmani da mugnere e principi vicini da insidiare. Mandatagli apposta di Sicilia una nave, sotto specie di recare spacci alla corte di Mehdia, Giorgio, un venerdì, colse il tempo della preghiera solenne, e mentre i musulmani salmeggiavano, egli e tutti i suoi, travestiti da marinai, andarono sul legno siciliano sì destramente che i terrazzani s’accorsero della fuga quando e’ videro veleggiar quello in alto mare. Arrivati gli avventurieri antiocheni in Sicilia, Abd-er-Rahman il cristiano, ministro di finanza,[41] come noi diremmo, adoperolli nella riscossione de’ tributi; nella quale guadagnaron fama di solerzia e probità. Occorrendo intanto al re di mandare uom fidato in Egitto, Abd-er-Rahman gli propose Giorgio; e questi compiè sì bene la commissione e riportonne tanto guadagno, ch’egli entrò subito in grazia del re.[42] Così il Tigiani: ond’e’ si vede che il negozio commesso a Giorgio fu mercatantesco, di que’ che fruttarono denari e potenza ai principi di Sicilia nel XII e XIII secolo.[43] Con la narrazione degli Arabi s’accordano i diplomi, assai meglio che coi supposti del Pirro. Giorgio d’Antiochia comparisce verso il 1111 nell’umile ufizio di stratigoto di Giattini;[44] il 1123 accompagna Abd-er-Rahman capitano dell’armata siciliana nella infelice impresa del Capo Dimas;[45] il 1126 è soscritto in un diploma col titolo d’ammiraglio e nulla più; indi lo veggiamo per la prima volta il 1132[46] ammiraglio delli ammiragli. Da un’altra mano i supremi uficii d’azienda e di guerra che i cronisti musulmani attribuiscono al cristiano Abd-er-Rahman tra il 1108 e il 1123, non si adatterebbero in Sicilia ad altro personaggio notevole che all’ammiraglio Cristodulo, il qual nome anco torna con poco divario ad Abd-er-Rahman.[47] E parrebbe un de’ musulmani siciliani di schiatta italica o greca, ritornati al cristianesimo dopo il conquisto e adoperati dal principe negli ufizii pubblici.

La testimonianza degli scrittori arabi al par che de’ diplomi cristiani della Sicilia intorno Giorgio di Antiochia, conferma l’autorità civile delli ammiragli, che che si pensi de’ miei supposti su l’origine sua. Questa particolarità del diritto pubblico siciliano alla quale si è badato assai poco fin qui, ci aiuta a comprendere le vicissitudini dello Stato sotto i due Guglielmi, assai meglio che non faremmo col mero ordinamento dei sette grandi ufizii della Corona,[48] supponendo col Gregorio, che fosse stato fin da’ tempi di re Ruggiero qual si ritrae negli ultimi di Guglielmo il Buono, e che l’autorità di quegli ufizii si fosse estesa a tutti i sudditi, cristiani o musulmani. Erano gli elementi dell’azienda musulmana che tornavano a galla quando fu ristorata l’antica capitale. E dico delle istituzioni ed anco degli uomini. Guerrieri che avessero seguito in Terraferma il primo conte, uomini di mare, giuristi, segretarii, mercatanti, pedagoghi, camerieri; qual più qual meno caritatevoli, dissoluti e picchiapetto; bilingui e trilingui, barcheggianti tra due o tre religioni, versati nella letteratura arabica e nella scienza greca, dilettanti dell’arte bizantina e delle forme che prese in Siria, in Egitto o in Spagna: tali mi sembrano que’ Musulmani e Greci di Sicilia che la novella corte attirava, senza volerlo, nel castel di sopra di Palermo, insieme co’ Levantini della tempra di Giorgio e coi prelati, i chierici e i nobili d’Italia e di Francia. Que’ costumi dissonanti s’armonizzaron pure un gran pezzo e produssero, nel corso del duodecimo secolo, due grandi Statisti: orfani entrambi, maturati precocemente tra le agitazioni della corte di Palermo, somiglianti anco l’uno all’altro per tempra e cultura dell’intelletto, legislatori, buon massai, vaghi d’ogni scienza e filosofi più che cristiani: Ruggiero primo re e Federigo secondo imperatore; i due sultani battezzati di Sicilia, a’ quali l’Italia dee non piccola parte dell’incivilimento suo.

L’educazione orientale del novello principe non giovò a’ vicini Stati musulmani. Mentr’egli in casa ordinava l’amministrazione, l’esercito e l’armata, e mantenea severamente la sicurezza pubblica;[49] mentre attaccava briga col duca di Puglia, e maggior pericolo minacciavagli con l’amistà,[50] Ruggiero agognava in Affrica all’eredità d’un altro principato moribondo. I Ziriti di Mehdia s’erano sforzati invano, dallo scoglio loro, a ristorare l’antico dominio contro i Ziriti di Bugia, gli Arabi nomadi e i regoli di schiatta arabica o berbera che usurparono a volta a volta le città della costiera.[51] Temîm, invero, dopo l’assalto della Lega italiana (1087) avea ridotti, perduti e ripresi varii luoghi,[52] e perfino, mostrato il viso a’ Cristiani, non sappiamo di qual nazione, i quali del quattrocentonovantotto (22 sett. 1104 a 11 sett. 1105) riassaltarono Mehdia, chiusero la darsena con formidabile ordinanza di galee spalleggiate da ventitrè navi; ma l’armata zirita, rompendo la fila, non senza strage li rincacciò.[53] Iehia, figliuolo e successore di Temîm, racquistò anch’egli qualche pezzo del territorio; mandò l’armata in corso contro Cristiani, con vario successo;[54] fornilla di fuoco greco;[55] e tanta molestia diè, o tanti comodi offerse al commercio bizantino, che Alessio Comneno, l’anno cinquecentonove dell’egira (1115-6) inviava ambasciatori in Mehdia a presentare doni, e trattare un accordo.[56] Continuava intanto la pace che il primo conte di Sicilia fermò con Temîm:[57] s’accresceano i commerci al segno che, il millecendiciassette, Ruggiero secondo tenea parecchi fattori in Mehdia a maneggiar grosse somme di danaro, sì come vedrassi nel seguito della narrazione. Questa mostrerà anco gli effetti delle pratiche fatte dalla corte di Palermo appo gli Arabi occupatori dello Stato e’ governatori ribelli delle città marittime. E perchè gli Ziriti di Mehdia non avessero avversario che amico non fosse di Ruggiero, anco i Beni-Hammâd gareggiavano con essolui di cortesia. De’ monaci Benedettini, al dir di Pietro Diacono, tornando di Sardegna in Terraferma erano stati presi da corsari affricani, ed era stata la nave cacciata da’ venti in Sicilia, quando il conte, pregato di liberar que’ frati, in vece di strapparli a dirittura dalle mani degli Infedeli, mandò ambasciatori al re della città Calamense detta da’ Saraceni Al-Chila; il quale immantinenti rilasciava i prigioni.[58] Indi gli è manifesto che un trattato legasse i principi normanni della Sicilia con quel ramo di casa zirita. Dopo la fuga degli Antiocheni, tutte queste mene di Ruggiero non poteano essere occulte alla corte di Mehdia: pur si manteneano, per interesse reciproco, le apparenze dell’amistà.[59]