Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte I

volume III, pagg. 49, 75 ad 82.

Chapter 29,619 wordsPublic domain

[664] _Considerazioni_, libro II, cap. vij, nota 21.

[665] Si veggano i fatti di varie città dell’Italia Meridionale, ricordati nel presente libro, cap. i e ij, pagg. 31, 37, 38, 51, 52, 87 a 89.

[666] Diploma senza data, da riferirsi all’XI secolo, presso Trinchera, Syllabus, Appendice, pag. 557. I detti uomini pagavano εὶς τὸ πλεμικόν.

[667] Si vegga il cap. ij di questo nostro libro, pag. 82, 85, 90 del volume.

[668] Diplomi greci del 1094, 1105, 1136, 1182, 1168, 1171, 1217, 1225, presso Spata, _Pergamene_, pagg. 180, 188, 203, 266, 293, 437, 274, 309 e 312, 327 e 330; e diploma greco del 1140 nel _Tabularium_ della Cappella Palatina di Palermo, pag. 28, col transunto arabico, nel quale cotesti Arconti della Corte son detti vizir, ch’era il nome arabico dell’ufizio. All’incontro è adoperato il mero titolo in tre diplomi arabici di Sicilia inediti del 1144 e 1145, poichè quivi il vocabolo ἄρχον è esattamente trascritto, non tradotto e, come voce straniera, prende al plurale la forma arâkinah, secondo le regole grammaticali. Non cito gli altri diplomi greci, ne’ quali l’emir degli emiri, primo ministro dei re di Sicilia, è intitolato Arconte degli Arconti.

[669] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 247. Il Lascari in una traduzione latina quivi stampata a pag. 253, traduce lo stesso vocabolo dominus.

[670] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 244.

[671] Diploma greco, op. cit., pag. 266.

[672] Diploma greco, op. cit., pag. 286, 288.

[673] Diploma greco, op. cit., pag. 438, 439. Nello stesso atto, pag. 437, sono nominati gli Arconti del Segreto, cioè i Direttori di Finanza della Corte.

[674] Diploma citato del 1188, presso Trinchera, Syllabus, pag. 297.

[675] Il _Thesaurus_ di Henri Etienne, ediz. di Hase, etc. dà alla voce Ἄρχων i soli significati antichi; ma spiega Ἀρχοντία, etc., prefettura del basso impero. Il Glossario greco del Ducange cita invece il significato più moderno, cioè nobili e baroni ed anco l’Arconte degli Arconti di Costantino Porfirogenito. Ma le compilazioni di dritto alle quali si riferisce il Mortreuil, _Histoire du Droit byzantin_, vol. II, pag. 375 e 421, e vol. III, pag. 95, mostrano mantenuto nel X, XI e XII secolo il significato di supremo magistrato giudiziale. Nella stessa opera, vol. III, pag. 68, veggo che i corpi de’ dignitarii della Chiesa si chiamassero anco Ἀρχοντικία, e le citazioni delle pagg. 81-82 provano dato quel titolo ad alcun ufizio municipale.

[676] Traduzione d’un diploma greco, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 300. Vi si leggon anco i senes Noti e i senes Rosati; ma questi nomi topografici sembrano sbagliati, perchè Noto giace in altra regione e Rosato non si ritrova in altre carte.

[677] Γέρουσία. Diploma greco, presso Spata, _Pergamene_, pag. 410.

[678] Traduzione latina d’un diploma greco di novembre 1104, presso Gregorio, _Considerazioni_, libro I, cap. iij, nota 10. Quivi si fa cenno di sacerdoti, _simul considentibus_, con gli Anziani e poi di testimonianza di molti Buoni uomini. Ma il testo forse metteva questi insieme con gli Anziani e la traduzione, che il Gregorio confessa inesatta, alterò il senso.

[679] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 285 segg.

[680] Idem, ibid., pag. 293 segg.

[681] Diploma greco del 1138, inserito in uno del 1188, presso Trinchera, _Syllabus_, pag. 297. I Buoni uomini e gli Anziani doveano determinare tutte le appartenenze d’un feudo recentemente conceduto: boschi, vigne, ec., fino a’ villani ed a’ borghesi.

[682] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 438.

[683] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 774. Invece di Catinae, si dee legger quivi Jatinae, della qual terra si tratta e non di Catania. Gli Anziani in questo diploma, scritto originariamente in latino, sono detti majores natu, traduzione literale di sceikh. L’altra terra nominata è Mertu, villaggio or distrutto in provincia di Palermo.

[684] Diploma greco-arabico, nel _Tabularium_ della Cappella Palatina di Palermo, pag. 29.

[685] Traduzione latina del XIII secolo, dal greco e dallo arabico, pubblicata dal Gregorio, _De Supputandis_, pag. 34 e segg. e meglio dallo Spata, _Pergamene_, pag. 451 seg. È da notare che la traduzione dall’arabico ha il solo vocabolo _senes_ che risponde a sceikh; ma nella traduzione dal greco si legge _senes de regimine terrarum adiacentium_. Dond’ei sembra che la voce γέροντες fosse seguita da qualche altra che la specificava o che il traduttore avesse aggiunto _de regimine_, per mostrare che si trattasse di Anziani e non di vecchi.

[686] Diploma greco del distrutto archivio Capitolare di Messina. Una copia procacciatane dal canonico Schiavo, serbasi nella Biblioteca comunale di Palermo, Q. q. H. 4, fog. 321; dalla quale il Tardia e il Morso trasser quelle che si ritrovano nella stessa Biblioteca, Q. q. F. 143 e Q. q. E. 172, fog. 427. Avvene di più una traduzione latina, Q. q. G. 12, fog. 55. 56. E questa è la stessa, di cui die’ un pezzo il Gregorio, a proposito de’ maestri de’ borghesi, come or or diremo. Avvertasi che il Ms. è citato dal Gregorio con l’antico posto, Q. q. H. 15. Debbo la copia greca e latina di questi diplomi al dotto mio amico Isidoro La Lumia.

[687] Diploma arabico della cattedrale di Palermo e nuova spedizione del medesimo nel 1154, mai pubblicati dal Gregorio e poi dal professor Caruso nella _Biblioteca Sacra_, Palermo, 1834, vol. II, pag. 46 segg.

[688] Diplomi del 1122, 1217, 1223, 1224 e 1225. presso Spata, op. cit., pag. 256, 313, 314, 315, 317, 322, 323, 329, 330.

[689] Il primo è diploma greco, presso Spata, _Pergamene_, pag. 216; il secondo, squarcio di traduzione latina d’un diploma greco, presso Gregorio, _Considerazioni_, libro II, cap. II, nota 25; e gli ultimi due diplomi greci, presso Spata, op. cit., pag. 286, 293 segg. I nomi proprii mi sembrano mescolati greci e italici.

[690] Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 261, ed a pag. 263, un transunto latino contemporaneo dove si legge la traduzione litterale _Boni homines_. Ancorchè l’editore non abbia avuta sotto gli occhi la pergamena originale, pure l’atto è da tenersi autentico, pei motivi ch’egli discorre nelle annotazioni. Ed ancorchè il testo greco sembri guasto in qualche luogo, pur non è in quello che ci importa; cioè dove i Buoni uomini dicono chiaramente: Noi abbiamo conceduti i beni. E _noi_ significa il comune piuttosto che le persone, poichè erano trascorsi necessariamente moltissimi anni dalla concessione. De’ nomi proprii di cotesti Buoni uomini, laici o chierici, la più parte mi sembrano greci o latini e due soli oltramontani.

[691] Diploma d’ottobre 1204, del quale v’ha copia tra i Mss. della Biblioteca comunale di Palermo, Q. q. G. 12. fog 114, citato per la prima volta dal La Lumia, per provare la esistenza de’ giurati in quel tempo, quando il Gregorio li trovava per la prima volta dal 1222 al 1231. Si vegga l’opera di quel mio dotto amico, _Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono_, Firenze, 1867, in 12º, pag. 200. Avuta copia di questo documento dallo stesso La Lumia, mi par di pubblicarlo, come quel che rivela la forma del municipio lombardo di Sicilia ai tempi normanni, ai quali va riferita manifestamente la istituzione.

_In nomine Dei Eterni Salvatoris omnium, Jesu Christi, Amen. Anno felicis suæ Incarnationis Millesimo Ducentesimo quarto, mense octobris Nonæ Indictionis. — Quoniam acceptum est illi per quem salus venit in mundum, et interest opera civitatis haud minimum judicare, fundare Ecclesias, et fundatas pia sollicitudine promovere; inde est quod Nos Rogerius de Drusiana et Joseph de Ytalia, de regio mandato instituimus una cum cæteris Bonis hominibus, et universo populo Nicosino; cum in honore et titulo Salvatoris fundassemus Ecclesiam in montem appellatam Sancti Salvatoris in terra Nicosini, ut in eadem Ecclesia acceptum Deo et sollemnius serviatur quantum vestra interest, et licet laicis de Ecclesiis ordinare, eamdem Ecclesiam ad jurisdictionem transferimus Sanctæ Ecclesiæ Latinensis cum omnibus possessionibus, et cæteris bonis, quae ipsa hodie habet, et in futurum est, Deo propitio, habitura. Salvo jure Sanctæ Messanensis Ecclesiæ cui ipsa tenetur persolvere tarenum annuum pro incenso._

_Ad hujus autem nostræ concessionis memoriam, et robur in perpetuum valiturum, per manus Magistri Johannis Rocté (?) presens scripta est pagina et subscriptarum personarum testimonio roborata. Anno, mense et Indictione præscriptis. Regnante Domino nostro serenissimo Rege Frederico, anno (Dei gratia) octavo._

✠ _Ego Rogerius De Drusiana hoc concedo._ ✠ _Ego Joseph de mandato regio Institucionem hanc confirmo._ ✠ _Ego Robertus de Castello Bajulus hoc confirmo._ ✠ _Ego Adam de Capicio hoc confirmo._ ✠ _Ego Rogerius de la Nore Judex Juratus hoc confirmo._ ✠ _Ego Nicolaus Maracava Judex Juratus hoc concedo._ ✠ _Ego Robaldus Novus Bajulus eamdem confirmo._ ✠ _Ego Robertus de Falco concedo._ ✠ _Ego Nicolaus Botayctor concedo._ ✠ _Ego Vivianus de Trohina concedo._ ✠ _Ego Bartolomeus de Ansruna concedo._ ✠ _Ego Guillelmus Ruffus concedo._ ✠ _Ego Baribavayra Tuscus concedo._ ✠ _Ego Alvarus concedo._ ✠ _Ego Vitalis de Pistona concedo._ ✠ _Ego Brunus fornator concedo._

_Ex scripturis existentibus in Archivio Sanctissimæ Collegiata Capitularis Insignis Matris Ecclesia Sancti Patris Nicolai, Præcipui et Principalis Patroni hujus Urbis Nicosiæ, extracta est præsens copia — Collatione salva._

_Notarius Dominus Petrus Franciscus Paulus de Gugliotta Archivarius._

[692] Si veggano gli articoli di cotesta antica compilazione di diritto, citati da Hegel, _Storia della Costituzione de’ Municipii italiani_, Appendice pag. 419 segg. della traduzione italiana.

[693] Nelle _Memorie della R. Accademia delle Scienze in Torino_, 2ª serie vol. XIII, pagg. 32, 50, 57, 99.

[694] Ducange, Glossario latino, ultima edizione, alla voce _Boni homines_.

[695] _Considerazioni_, lib. II, cap. vij, pag. 182, 183.

[696] Ducange, Glossario latino alla voce _Magister_, e Glossario greco, alla voce Μαγίστερ. Nella lunghissima lista, che prende sedici colonne dell’ultima edizione del glossario latino, una sola fiata questo vocabolo pare scambiato con _major_ nei _magistri communiae_ o _magistri civium_; ma l’esempio è posteriore al XII secolo.

[697] Si vegga la citazione che abbiamo fatta in questo medesimo libro cap. viij, pag. 219.

[698] Oltre il supposto del Gregorio, così pensa anco l’Hartwig, _Codex Juris municipalis Siciliae_, Parte I, Cassel, 1865, pagg. 40, 41. Al ragionamento del dotto giureconsulto alemanno io oppongo che i _majores civium_ di Messina nel XII secolo e que’ di Palermo in tempo indeterminato, ch’egli cita, i quali tornano secondo me al XIV secolo, significano evidentemente i rappresentanti del municipio, Buoni uomini, Anziani, o comunque si chiamassero nelle due città primarie dell’isola, non già i capi del mnnicipio, sindaci o giurati. Perciò gli ufizi non sono meno diversi l’un dall’altro che i significati de’ due titoli.

[699] De’ due documenti citati dal Gregorio, de’ quali ho avuta testè la copia per favore del dotto mio amico Isidoro La Lumia, quel di Collesano non offre se non che una soscrizione in mezzo a molte altre di testimonii, dalla quale si può argomentare solamente che il maestro di borghesi fosse ammesso nelle grandi solennità a corte del feudatario di Collesano. L’altro è la sentenza della quale abbiamo fatta menzione testè a pag. 285. Da cotesto atto si ritrae che Ruggiero, _maestro della Borghesia di Traina_, e Meles _figlio del maestro dei Borghesi_, erano stati chiamati come assessori in un giudizio di confini, con molti altri anziani di quella città ed anziani e Buoni uomini di altre terre vicine. Ma questo Ruggiero è nominato dopo tre persone, il Cantore cioè del Capitolo, un Canonico ed un Roberto Galabeta. Non sembra egli dunque il capo del municipio. Il figlio è soscritto dopo altre sei persone.

[700] Nel diploma dianzi citato è soscritto, dopo Adelicia nipote di re Ruggiero, il figliuolo di lei Adamo Avenel.

[701] Nel diploma del 1142 citato dianzi, abbiamo i seguenti nomi degli Anziani di Traina, ch’io divido secondo che mi sembra la loro nazione: _francesi_ signor Josfré (Jeoffroi) cantore (della cattedrale), signor Renò (Reinault?) canonico; _italici_ Guglielmo Maleditto, Giovanni Longobardo, il monaco Filadelfo Oca; _greci_ Roberto Galabeta, Riccardo Gambro, Giovanni Catrobarba, Notaio Leone Cutzaniti, Meles, figlio del maestro de’ Borghesi e altri. I francesi, come si vede anco da altri diplomi, richiedeano sempre il titolo di _sieur_, κύριος. Il maestro della borghesia avea per nome Ruggiero.

[702] Dati del 1421 e pubblicati da Orlando, _Un Codice di Leggi e Diplomi Siciliani_, Palermo, 1857, in-8, pag. 139 segg.

[703] Diplomi del 1340 e 1392, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pagg. 410, 849.

[704] Diploma inedito del Regio Archivio di Palermo, dato il 1140, scritto in lingua arabica con caratteri ebraici.

[705] Si vegga il passo di questo scrittore, nel presente nostro libro V, cap. iv, pag. 130 del volume.

[706] Si veggano le citazioni qui sopra a pag. 284 a 286.

[707] Quantunque cotesta mi sembri l’origine più probabile de’ geronti di Sicilia, non debbo tacere che i _Boni homines_ della Terraferma italiana fossero anco detti nel medio evo _Seniores civitatis_. Veggasi la _Lex_ romana del manoscritto di Udine citata poc’anzi a pag. 288, nota 1. Ma quella voce di origine romana non occorre sovente nella schiatta greca, se non che nella Sicilia del Medio evo.

[708] Qui sopra a pag. 286, 287.

[709] A buon diritto il La Lumia, _Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono_, pag. 200, ha notati questi giurati di Nicosia del 1204, come ufiziali proprii del municipio. Ma parmi ch’egli erri ammettendo un «Capo municipale» di Centuripe su la fede della versione d’un diploma greco del 1183, presso Spata, _Pergamene_, pag. 293, dove ἐξουσιαστῆς è reso podestà. Potestà etimologicamente sta bene, ma non ha che fare col magistrato delle repubbliche italiane così chiamato, e probabilmente non accenna ad altro che al bajulo.

Il citato diploma del 1172 si legge presso il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. ij, nota 32.

[710] Diploma del 1168, citato di sopra, presso Spata, _Pergamene_, pag. 438, 439.

[711] Malaterra, lib. IV, cap. xvj.

[712] Diploma latino del 1168, presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. iv, nota 4; diploma latino del 1133, op. cit., lib. I, cap. v, nota 4; diploma latino del 1145 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 800.

[713] Si vegga il capitolo precedente, pag. 223, nota 5.

[714] Diploma del 1197, presso Aprile, _Cronologia universale della Sicilia_, pag. 109. A pag. 111 è un diploma analogo di Federigo, dato il 1210.

[715] Su i privilegi e consuetudini di Palermo e Messina, mi riferisco ai citati lavori del La Lumia, pag. 199, segg. e dell’Hartwig, op. cit. Di que’ di Catania abbiam fatta menzione poc’anzi.

[716] Ho detto de’ quartieri di Palermo nel cap. iv del presente libro, pag. 118 del volume, e in altri luoghi quivi citati. Si vegga anco per l’Halka il cap. v, pag. 137. Il quartiere detto ne’ diplomi latini Seralcadi, risponde a quello chiamato degli Schiavoni nel X secolo.

[717] Si vegga il cap. I, del presente libro, pag. 55, 56. La poca popolazione spiega il detto dell’Anonimo presso Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 837, che Roberto, presa la città, _ordinolla_ a suo piacimento; se pur quel verbo non si riferisce al sistema di difesa, più che al governo civile.

[718] Ciò ha notato con molta sagacità l’Hartwig, _Codex Juris munic. Siciliæ_, pag. 14, e certissima io tengo la importanza della città verso la metà del XII secolo; non così al 1060, come par che supponga il signor Hartwig. Non occorre aggiugnere ch’io consento appieno con lui sul valore dei diplomi messinesi del XII secolo.

[719] Falcando, presso Caruso, _Bibliotheca Sicula_, pag. 404, 405, 458, 469 e 477.

[720] _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, v, vj.

[721] _Il Feudalismo in Sicilia_, Palermo, 1847, in-8.

[722] Non si può attribuire che a Roberto capitano del l’esercito, il disegno di che fa parola il Malaterra dopo la occupazione di Palermo, cioè dividere tra Serlone e Arisgoto di Pozzuoli metà della Sicilia, o metà di quel ch’era dato a Ruggiero.

[723] Lib. IV, cap. XV, presso Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 235.

[724] Diploma arabo-greco, inedito, della Chiesa di Catania, dato il 1095.

[725] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, pag. 20, 21; e confrontisi il diploma del 1094, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 771. Si avverta che la Contea di Paternò fu conceduta al marchese Arrigo sotto la reggenza di Adelaide sua sorella.

[726] Si legga il diploma, presso Fazzello, _Historia Sicula_, Deca I, lib. vj cap. 5.

[727] Questo ultimo fatto è stato osservato sagacemente dal Gregorio, _Considerazioni_, lib. I. cap. ij, pag. 23.

[728] _Utamur ea_ (praeda) _dividentes Apostolico more, prout cuique opus est_. Così lo fa parlare il Malaterra, lib. II, cap. xlij, presso Caruso, _Bibl. Sic._, pag. 197.

[729] Si vegga il cap. vij del presente libro, pag. 187, e 192.

[730] Mortreuil, _Histoire du Droit byzantin_, vol. I, pag. 297, vol. III, pagg. 58, 59.

[731] Il fatto ricordato da noi nel cap. vij di questo libro, pag. 187, 188, se pur lo s’abbia a credere, va ristretto alla conversione de’ Musulmani dell’esercito, o degli schiavi. Non occorre dimostrare la utilità di convertire al cristianesimo l’universale della popolazione musulmana, massime delle grandi città. E Ruggiero di certo lo comprendea.

[732] Si confronti l’epistola 24 del libro IX, di Gregorio VII, con le parole del Malaterra e con le date dei diplomi relativi alla Chiesa di Traina, riferiti dal Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 495. Si vegga anche Dichiara, _Opuscoli_, Palermo, 1855, in-8, pag. 134 segg.

[733] _Proposui in Tragina construere episcopatum... tradidimus tibi gubernationem ejusdem episcopatus... Monasteria quoque habebis sub potestate. — Urbanus secundus mihi, ore suo sanctissimo et venerando, præcepit, nipote pater spiritualis... ecclesias ædificavi jussu summi Pontificis et Episcopos ibidem collocavi, ipso laudante et concedente et ipsos Episcopos consecrante. — Ecclesias ordinavi.... cui in Parochiam assigno quidquid infra fines subscriptos continetur. — Stephanus, cui in parochiam assigno_ e altre simili parole leggonsi nei diplomi del Conte, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 382, 520, 695, 842. Urbano II stesso, nella bolla per la quale conferma il vescovo di Siracusa, op. cit., pag. 618, dice del conte Ruggiero: _Syracusanam itaque ecclesiam novissime restaurans.... Pontificem Syracusanæ elegit ecclesiæ.... a prodicto Rogerio concessa sunt infra hos terminos adjacentia_, etc. Si riscontri del resto il Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. vij.

[734] Si vegga il Pirro, _Sicilia Sacra_, nella notizia di ciascun vescovato.

[735] Diploma del 1090, pel monastero di San Filippo di Fragalà; del 1092 per quel di Santa Maria di Mili; del 1093 per que’ di San Michele Arcangelo di Traina, di Sant’Angelo di Brolo e di San Pietro e Paolo d’Itala; del 1098 per quel di Santa Maria di Vicari, ec. presso Pirro, op. cit., pag. 1027, 1025, 1021, 1016, 1034, 294, ec.

[736] Bolla del 1091, presso Pirro, op. cit., pag. 952, data di Mileto e però, com’e’ sembra, scritta d’accordo con Ruggiero.

[737] Diploma del conte Ruggiero, dato il 1094, op. cit., pag. 771, 772. L’abate di Lipari e di Patti ebbe poi titolo di vescovo il 1131.

[738] Nel diploma di Ruggiero a favor del monastero d’Itala, citato poc’anzi, si legge che coloro che contravvenissero agli ordinamenti da lui dati per questo monistero, _auctoritate apostolica nobis tributa, sint et esse debeant anathemisati, jussu et prætextu Domini Summi Pontificis Urbani et omnium successorum Patrum_. E ciò oltre la sanzione dell’anatema che si solea porre nelle donazioni a chiese, la quale si legge in fine del medesimo diploma: che chiunque violasse la donazione _sit et esse debeat maledictus a consubstantiali Trinitate_, ec. Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1035.

[739] Malaterra, lib. IV, cap. xxix, presso Caruso, _Bibl. Sicula_, p. 247.

[740] Malaterra, lib. IV, cap. vij, op. cit., pag. 231.

[741] Malaterra, l. c.

[742] Per abbreviare, mi riferisco al Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, nota 13 e 15, su le concessioni feudali ch’ebbero i prelati.

[743] Gregorio, op. cit., lib. I, cap. vj, pag. 130.

[744] Gli stati di Ibn-Menkut, Ibn-Hawasci, Ibn-Meklati e della repubblica di Palermo, e quello d’Ibn-Thimna, surto più tardi, rispondono, su per giù, alle diocesi di Mazara, Girgenti, Catania, Palermo e Siracusa. Il Val Demone che die’ le diocesi di Messina e di Patti, era distinto d’altronde per la popolazione cristiana. Si vegga il nostro libro IV, cap. xij e xv, pag. 420 e 549 del 2º volume.

[745] Le prime sei furono Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Girgenti, Mazara, già nominate, 7. Patti e Lipari vescovo (1131) 8. Archimandrita di Messina, 9. Cefalù (1145), 10. Morreale (1182), 11. Lipari sola (1399), 12. Nicosia (1816), 13. Caltagirone (1816), 14. Piazza (1817), 15. Noto (1844), 16. Trapani (1844), 17. Caltanissetta (1844), 18. Vescovo di rito greco in Palermo: senza contare il vescovo di Malta (1089), nè la giurisdizione eccezionale dell’Abate di Santa Lucia, nè la sede d’Acireale, decretata il 1844 e poi non istituita.

[746] Sendo stato quel di Palermo il solo vescovo che rimase in Sicilia poco innanzi il conquisto normanno, il conte Ruggiero fissò la diocesi per esclusione, descrivendo, tra il 1082 e il 1093, le tre che la circondavano. E però il primo atto che contenga la lista delle terre della diocesi palermitana scende fino al 1122.

[747] Lib. IV, cap. iv, pag. 274 segg. del 2º volume.

[748] Edrisi, testo, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, pagg. 32, 36, 37, 39, 40, 41, 42, 44, 50, 52, 55. Lo stesso autore parla degli iklîm nella descrizione d’altri paesi, per esempio dell’Affrica e della Spagna, come può vedersi nella traduzione francese de’ sigg. Dozy e De Goeje, a’ luoghi citati nel loro glossario sotto la voce iklîm.

_’Aml_, è governo, anche nel significato di territorio assegnato al governatore _’Amil_.

[749] Un diploma arabico della Chiesa di Palermo, dato il 1149, presso Gregorio, _De Supputandis_, pag. 34, cita l’iklîm di Giato. Uno greco arabico, inedito, del Monastero di Morreale, dato di maggio 1151, cita que’ di Corleone e Sciacca; un altro, anche inedito e greco-arabico della cattedrale di Palermo, dato del 1169, cita quel di Termini.

[750] Sono le diocesi di Palermo, Mazara, Siracusa e Catania, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pagg. 82, 842, 618 e 520. Di quella di Girgenti, op. cit., pag. 695, abbiam solo i confini. Lasciamo addietro quella di Cefalù perchè la torna al XII secolo. E quella di Messina, op. cit., pag. 583, per sospetto che il testo sia stato alterato, come tanti altri diplomi messinesi.

[751] Testo, nella _Bibl. Arabo-Sicula_, pag. 27.

[752] Diploma del 1091, presso Pirro, op. cit., pag. 520.

[753] Bolla di Callisto II, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 82.

[754] Si confronti Edrisi con questi nomi e si vegga la _Carte Comparée de la Sicile_, etc., ch’io pubblicai a Parigi, insieme con M. Dufour, il 1859.

[755] Diploma del Monastero di Morreale, arabico latino, dato il 15 maggio 1182. La versione latina contemporanea si vegga presso del Giudice, _Descrizione del real Tempio ec. di Morreale_, appendice, pag. 8 segg. Lo stesso documento pone 42 tra villaggi e ville nel territorio di Giato, che appartenne alla diocesi di Mazara e poi a quella di Morreale.

[756] _Journal Asiatique_ di gennaio 1840, pag. 73, e nell’_Archivio Storico italiano_, Appendice N. 46 (1847), pag. 30.

[757] Diploma arabico inedito della Cattedrale di Palermo, dato il 1169, citato nella _Biblioteca Sacra per la Sicilia_, vol. II, Palermo, 1834, pag. 45.

[758] Diplomi greco-arabici del 1143 e 1172, nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 13, 28.

[759] Diploma del 1093 presso Pirro, op. cit., pag. 842.

[760] Si vegga la citazione nel nostro lib. IV, vol. 2º, pag. 277, nota 3. Mutati in oggi i nomi ufiziali, chiamo circondario quel che nel 1858 dissi distretto.

[761] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. ij, pag. 23 e nota 14, nella quale la citazione del Pirro si corregga: pag. 771.

[762] Si veggano le concessioni di Regalbuto e di Catania, a pag. 321, nota 2, e a pag. 326, nota 2.

[763] Literalmente _Omm_, ossia «madre», testo nella _Bibl. Arabo-sicula_, pag. 39, 40. L’autore parla del gran traffico che faceasi a Sciacca e dell’abbandono di Caltabellotta, ove non rimanea che il presidio del castello.

[764] Amato e Malaterra, citati nel cap. ij di questo lib. V, pag. 74 e 77.

[765] Op. cit., pag. 32. Quivi si dice esser Caronia il principio dell’iklîm di Demona. Non si tratta dunque di territorio di una città, come ne’ luoghi da noi citati poc’anzi, a pag. 310, nota 2.

[766] Son citati nel nostro lib. II, cap. xij, pagg. 469, 470 del Iº volume, che uscì alla luce il 1854. Or abbiamo i testi greci pubblicati dallo Spata, _Pergamene_, pag. 163 a 344, ne’ quali i due Monasteri di San Filippo e di San Barbaro son chiamati Τῶν δεμέννων, ἐν δεμέννοις e più spesso δεμέννων senz’altro e una volta (pag. 274) δαιμέννων, e il territorio di cotesti demenni è detto in un diploma del 1101 (pag. 191) χώρα, in uno del 1117 (pag. 245) διακρατήσις (equivalente d’iklîm in un diploma greco del 1151 presso Spata, _Cimelio diplomatico di Morreale_, pag. 60, del cui testo arabico io ho una copia) e finalmente, ne’ diplomi del 1182 e 1192 (pagg. 292, e 305) diviene Βαθεία, cieca traduzione di _vallis_ che già prevalea nel latinismo volgare del paese.

Si noti che il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. ij, non potè provare con certezza in qual tempo il vocabolo _valle_ fosse divenuto denominazione amministrativa. D’altronde alcuna delle citazioni ch’ei fa nella nota 24 di quel capitolo, non tornano; e quelle fondate in sul Pirro han poco valore quando si riferiscono a traduzioni dal greco.

[767] Si vegga il nostro lib. II, cap. xij, pag. 465 segg. del 1º volume.

Il Malaterra, lib. II, cap. x, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 208, fa menzione della provincia di Noto, durante la guerra del Conte e in particolare verso il 1076. Ma oltrechè questo fatto non implicherebbe che il Conte, insignoritosi dell’isola, avesse mantenuta quella provincia, la narrazione porta più tosto a credere che si trattasse del territorio della città, o forse del distretto o iklîm. Si vegga il cap. vj del presente nostro libro, pag. 153, del volume, dove abbiamo nominato il Val di Noto per indicare il luogo, non per attribuire all’XI secolo questa denominazione di geografia politica.

[768] _Anonymi historia sicula_, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 856.

[769] Malaterra, lib. IV, cap. xviij.

[770] Malaterra, lib. IV, cap. xxv. Il testo porta che del 1079 la principessa, accompagnata da un vescovo e da parecchi altri cortigiani, con una scorta di 500 lance, andò a Termini; ch’ella proseguì il viaggio per mare _usque Pannoniam_; e che indi, apparecchiatele navi e date le vele a’ venti, arrivò, per prospero viaggio, al porto d’Alba (_Alba maris, Blandona, Biograd_, _Zara vecchia_) appartenente al re d’Ungheria. Senza dubbio quell’_«usque Pannoniam»_ è erroneo e va corretto _usque Panormum_, come si legge in una variante data dal Caruso, pag. 344 (Muratori, V, 599). Noi possiamo riconoscere in parte la strada che tenne il cortèo fino a Termini, e conchiudere che movea da Traina. I documenti che citeremo qui innanzi, pag. 340, nota 3, ci mostrano che nel 1094 una «strada regia» passava per Traina; che nel 1096 una «strada francese» dalla sorgente del fiume Torto, ossia da’ dintorni di Vicari, andava a Levante, cioè verso Traina; e che nel 1132 una strada correa da Palermo a Vicari, Castronovo, Petralia. Senza dubbio il corteo della sposa battè quello stradale militare. Perchè poi fosse ito a Termini piuttosto che a Palermo, si può ben ritrovare, senza il supposto che la strada del 1132 non fosse aperta il 1097. Palermo appartenne tutta a’ Duchi di Puglia, fino al 1091; quando ne fu ceduta una metà al conte Ruggiero. Or egli è verosimile, per non dir necessario, che, tra parenti così sospettosi, e non senza ragione, i patti della cessione vietassero l’entrata di nuove forze militari dell’uno o dell’altro nel territorio comune: e forza considerevolissima erano 300 militi, ossia circa 1000 cavalli. Sembra dunque che la scorta abbia lasciata la principessa alla frontiera del territorio proprio del Conte, ch’era Termini, e ch’ella, accompagnata da’ grandi della Corte, sia andata per mare nel gran porto di Palermo, dove si allestì l’armatetta che poi la recò nell’Adriatico.

[771] Diplomi arabici della Cattedrale di Palermo, il primo de’ quali fu citato e il secondo pubblicato dal Gregorio, _De Supputandis_, pag. 34, a 39. Tra gli altri errori, il Gregorio prese per nome proprio la trascrizione arabica della voce Stratego. Un po’ meno infelicemente, il professore Caruso ristampò l’uno e pubblicò l’altro nella _Biblioteca Sacra_, Tomo II, Palermo, 1834, pag. 46, segg., 55, segg. Io ne ho avute, per cortesia del professor Cusa, due buone copie cavate dall’originale. Alla fine del primo, in luogo dell’_era barbara_, che suppose il Gregorio e il Caruso copiò, va letto: «_con la data di marzo_». Questo Abu-Taib, figliuolo, come dicono i diplomi, dello sceikh Stefano, sembra di famiglia musulmana convertita e forse di quelle indigene che, dopo avere abbracciato I’islam, ritornarono al cristianesimo. Ei mi pare identico con l’Eugenio detto il Bello (Τοῦ καλοῦ e l’è traduzione letterale di Abu-Taib) segreto della corte, secondo un diploma del 1183, presso Spata, _Pergamene_, pag. 293; lo stesso che nella traduzione latina d’un diploma greco, presso Gregorio, _De Supputandis_, pag. 54 segg. e presso Spata, op. cit., pag. 452 segg. è detto Eugenio de Cales. La voce Biccari, a pag. 57 del Gregorio, e Biccaib, a pag. 454 dello Spata, va corretta _Bittaib_, ch’è il nome Abu-Taib, pronunziato volgarmente e messo al genitivo. Ho scritte le lettere N-zh-r-d come le veggo nelle copie, e le suppongo nome topografico, non casato sì come parve al Gregorio e al Caruso. Ma non trovo riscontro ne’ nomi topografici di quel contorno de’ quali sappiamo pur molti. La forma de’ caratteri, mutati i punti, mi fa pensare a Battelari, il quale luogo si vegga nella mia _Carte Comparée de la Sicile_, pag. 29.

[772] Presso Spata, _Pergamene_, pag. 434. Il nome del comune manca; ma il diploma appartenea al vescovato di Cefalù.

[773] _Considerazioni_, lib. I, cap. iij.

[774] Il Gregorio stesso, dopo avere sostenuto nel lib. I, la esclusiva competenza criminale, pubblicava nel lib. II, cap. ij, nota 32, la traduzione d’un diploma greco del 1172, dal quale risulta che in quell’anno medesimo e al tempo dell’arcivescovo Roberto (1090-1108), lo stratego di Messina esercitava giurisdizione civile. Si vegga d’altronde su la competenza di quel magistrato, l’Hartwig, _Codex juris municipalis Siciliæ_, Parte I, pag. 32 segg.

Inoltre lo stratego di Demenna esercitava giurisdizione civile, secondo un diploma greco del 1136, presso Spata, _Pergamene_, pag. 265; e così anco lo stratego di Centorbi, secondo un diploma del 1183. op. cit., pag. 293. Operano gli strateghi come agenti del Demanio regio in Giattini (così va letto, non Catinae, e sparisce indi lo stratego di Catania supposto dal Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. iij, nota 6) secondo un diploma latino del 1133, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 774; e in Siracusa secondo un diploma greco-latino del 1172, presso Spata, _Pergamene_, pag. 443, 444.

[775] Gregorio, op. cit., lib. I, cap. iij, nota 20. Nel Diploma del 1172, citato poc’anzi, è nominato, oltre lo stratego, anche il vicecomite di Siracusa.

[776] Intorno i vicecomiti in Italia si vegga Hegel, _Storia de’ Municipi italiani_, versione italiana, pagg. 128, 441, 473.

[777] Ibn-Giobair, nel _Journal Asiatique_, genn. 1846, pag. 80, e nell’_Archivio Storico Italiano_, Appendice, nº 16. pag. 32, dice del cadì di Palermo che giudicava le liti tra i Musulmani, sotto Guglielmo II. Il nome dell’uficio comparisce in un diploma greco, del 1143, presso Morso, _Palermo antico_, pag. 306; la giurisdizione poi nelle seguenti carte: 1123, greca, presso Spata, _Pergamene_, pag. 410; 1137, arabica inedita della Cappella palatina di Palermo; 1161, arabica inedita della Commenda della Magione di Palermo, oggi nel regio Archivio; 1202 latina, presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. vij, nota 7.

Si avverta che la prima e l’ultima mostrano funzioni di giudice e le due altre quel che noi chiamiamo pubblico ministero, a tutela delle donne e de’ minori. Molti altri contratti di vendita sono stipulati, come di ragione, dinanzi testimonii, senza intervento del cadi.

Il cadi di Lucera, dopo la deportazione dei Musulmani di Sicilia in Terraferma, è citato in un diploma dell’imperator Federigo, dato il 25 dicembre 1239, nella edizione Carcani, pag. 30, e nell’_Historia Diplomatica Friderici II_, tomo V, pag. 627-628.

Ibn Giobair, op. cit., pag. 87, e traduzione italiana, pag. 35, dice dello _Hakim_ di Trapani, innanzi il quale era stata attestata l’apparizione della nuova luna, per determinare legalmente i giorni del digiuno di ramadhan. Il titolo di Hakim dato al primo magistrato di Malta, viene evidentemente da’ tempi musulmani, passando pei normanni.

[778] Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. iij; Hartwig, _Codex Juris municipalis Siciliæ_, Parte I.

[779] Gregorio, _Considerazioni_. lib. I, v e vj.

[780] Si vegga il capitolo precedente, pag. 245, nota 2. In fin del ruolo di Aci, quivi citato, ch’è dato di Messina il 6603 (1095) si dice che tutte le platee del paese del Conte e di quelli de’ suoi _terrieri_, erano state scrìtte in Mazara il 6601; e quindi si ordina che se alcuno degli Agareni notato nel presente ruolo si trovasse in quegli altri, ei fosse immediatamente reso dal vescovo di Catania a chi di dritto. Lo stesso si scorge dal preambolo di un ruolo arabo-greco dei villani di Catania, dato il 1144.

[781] La voce _rab’_, al plurale _ribâ’_ fu studiata da Mr. De Sacy e, con buone autorità, tradotta _casa_, nella _Rélation de l’Egypte par Abdallatif_, pag. 303, nota. Ma in cotesto significato la sembra idiotismo dell’Egitto. Il significato di _podere_, che ha evidentemente questa voce ne’ diplomi di Sicilia e nella geografia di Edrisi, ritrovasi anco in Azraki, _Storia della Mecca_, e l’è tolto probabilmente da scritture de’ primi tempi dell’islamismo. Senza citare tutti i diplomi arabici della Sicilia ne’ quali occorre questa voce, ricorderò quelli del 1149 e 1154, il primo de’ quali presso Gregorio, _De Supputandis_, pag. 34, e l’altro nella Biblioteca Sacra per la Sicilia, tom. II, pag. 46. Nelle traduzioni ufiziali di Sicilia del XII secolo, _rab’_ è reso in latino _cultura_, _terræ laboratoriæ_, al collettivo, e _terræ_ senz’altro (diploma del 1182, testo arabico inedito; la traduzione latina pubblicata da Del Giudice, _Descrizione del real tempio_, ec. in una delle appendici, nella quale i luoghi ch’io cito si ritrovano a pagg. 10, 12 e 18) e altrove in greco τετραμέρως, che pare scambio con la voce _rub’_ «quarta parte» derivata dalla stessa radice (diploma del 1172, greco-arabo, nel Tabulario della Cappella palatina di Palermo, pag. 29, 30).

La voce _cultura_, determinata dalle parole _ad duo paria bovium_, si legge anco in un diploma latino del 1094, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 521. E risponde senza dubbio al _rab’_, il quale, come si scorge da’ citati diplomi del 1149 e 1154, si misurava a _zeug_, cioè paia di buoi, _paricla_, come scriveano latinamente nel medio evo: quella stessa misura di superficie della quale ci è occorso di trattare nel lib. I, cap. vj, e lib. IV, cap. viij, pag. 153 del 1º volume e 352, del 2º.

[782] Diploma presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 384, dove si legge: _cum omni lenimento et pertinentiis suis, secundum anticas divisiones Saracenorum_.

[783] Si veggano i diplomi arabici del 1149, 1174, 1172, e sopratutto quello del 1182, citati nelle note precedenti.

[784] Cotesto titolo ai trova ne’ diplomi arabici del 1149 e 1154, citati poc’anzi nella pag. 316, nota 1; in uno greco arabico del 1172, pubblicato nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 30, 31; in uno arabico del 1182, inedito che apparteneva al Monastero de’ Benedettini di Morreale, ec.

Mettendo da parte la traduzione del Gregorio: «Duana veracis conservata a Deo» (_De Supputandis_, pag. 35) e quella del XIII. secolo «Doana Veritatis» (presso Gregorio, op. cit., pag. 57) la quale servì di guida all’illustre pubblicista e mediocrissimo arabizzante siciliano, noi diremo della versione «Bureau de vérification du domaine.» data da M. Noël Des Vergers (_Journal Asiatique_ di ottobre 1845, p. 340) trascrivendo un brano del detto diploma del 1149 per comento a quello del 1182, ch’egli pubblicava. L’autorità di questo erudito francese, di cui abbiamo deplorata non è guari la morte, è di molto peso, perch’egli sapea per benino l’arabico; e molto meglio di lui e di noi tutti lo sa M. Caussin De Perceval, ch’egli consultò in quel suo studio sul diploma arabico di Morreale del 1182. Evidentemente que’ due dotti uomini dettero all’aggettivo passivo _Ma’mûr_ il significato del sostantivo _côlto_, come appunto l’ha preso questa voce in italiano; e, trattandosi evidentemente di beni demaniali, lo tradussero _domaine_. Quanto all’articolo del sostantivo _tahkik_ essi lo considerarono «appositivo», come dicono i grammatici. E così la traduzione starebbe benissimo: «Uficio della verificazione de’ côlti» o meglio «dell’appuramento degli Stabili,» perocchè la voce _ma’mûr_ può applicarsi a qualsivoglia terreno reso profittevole dall’industria dell’uomo, con lavori agrarii o fabbriche.

Se non che i ragguagli dell’amministrazione pubblica d’Egitto nel medio evo, i quali m’è occorso di studiare, conducono a interpretazione diversa. E primo, nella Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, opera del XIII secolo, Ms. arabico di Parigi, Ancien fonds 140, è citato, a pag. 400, il _Diwan-el-Khazânat-el-Ma’mûrah_, ossia “ufizio de’ forzieri,” _ma’murah_, e, pag. 407, il _Beit-el-Mâl-el-Ma’mûr_, ossia il Tesoro (col significato di cassa dello Stato) _ma’mur_; nei quali due casi quest’ultima voce, messa, sia al mascolino, sia, come plurale irregolare, al femminino, è evidentemente aggettivo passivo, come noi diremmo “ben fornito, pieno:” e si diceva a mo’ di formola parlando delle entrate pubbliche, nel pio supposto che le fossero sempre abbondanti, ovvero a mo’ d’invocazione ad Allah che sempre le accrescesse. Lo stesso Ms. de’ Patriarchi d’Alessandria, a pag. 224, dice del _Diwân-et-Tahkîk_ senz’altro predicato e senza spiegar che maniera d’ufizio e’ fosse. Ma ben lo sappiamo da Makrizi, il quale nel _Kitâb-el-Mewâ’iz_ (Descrizione dell’Egitto) testo arabico di Bulak, 1270 (1853) vol. I, dando ragguaglio de’ varii ufizi istituiti da’ califi fatemiti, dice, pag. 401 che il “carico del _Diwan-et-Tahkîk_ era di tenere il riscontro a tutti gli altri diwani.” _Tahkîk_, dunque, va tradotto verificazione o riscontro; e _ma’mûr_ torna a “regio, pubblico” e nulla più. Quell’ufizio in Palermo era la Tesoreria reale, la _Controleria_, come si disse un tempo con voce francese, e teneva in compendio, o forse in duplicato, i registri che noi conosciamo di tutti i beni pubblici, feudali o demaniali che fossero, e senza dubbio quelli di ogni altra entrata e di tutte le spese, de’ quali non ci è pervenuto alcun ragguaglio.

Avvertasi che nel citato diploma di Morreale del 1182, (_Journal Asiatique_ d’ottobre 1845, pag. 318) il medesimo ufizio è detto brevemente _Ed-Diwan-el-Ma’mûr_ ossia “l’ufizio ricco, pieno,” e però il regio Tesoro. Lo stesso si nota nel diploma del 1172, presso Gregorio, _De Supputandis_, pag. 56, e in un ruolo di villani arabo-greco e inedito della Chiesa di Catania, soscritto da re Ruggiero, del quale ho copia. In un diploma arabico inedito dell’opera della Magione di Palermo, dato il 1161, la cittadella dell’Halka in Palermo stessa è detta _Kasr Ma’mur_; e in un trattato di pace di Kelaûn col re di Sicilia, nella mia _Biblioteca Arabo-sicula_, pag. 349, gli ufizi delle gabelle del Sultano son chiamati _Diwan Ma’mûr_.

[785] Si leggano presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. iv, note 4, 5, 6 e 7 gli antichi esempii di questo titolo latino ai quali si aggiunga _Doana Secretie_, secondo il diploma del 1172, nel _De Supputandis_, pag. 56, il qual nome talvolta si compendiava, per antonomasia, nella sola voce _doana, dogana_, ec. Non occorre poi notare che questo vocabolo, usato con significato ristretto in Europa, sia prettamente l’arabico o meglio persiano _diwân_. Mentre in Sicilia lo si applicava, arabicamente, a tutto ufizio pubblico, gli Italiani di Terraferma lo ristrinsero a ciò che oggi diciamo dogana, perchè l’ufizio delle gabelle d’entrata delle merci era il solo, o il principale, col quale praticassero i nostri mercatanti negli Stati musulmani del Mediterraneo.

[786] Si riscontri il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. iv. nota 33, il quale non si accorse dell’origine greca, e pur si rise de’ suoi predecessori. Inoltre, ragionando esclusivamente su l’episodio del notaio Matteo, egli negò che i _difter_ della corte siciliana contenessero i catasti; la qual cosa era provata ad evidenza dalle autorità ch’egli avea citate nella nota 4 del medesimo capitolo.

[787] _Thesaurus_ di Errico Etienne, edizione Hase, alla voce διφθέρα.

[788] Nel diploma arabico del 544 (1449-50) in favore del Monistero di Santa Maria de Gurguro, oggi detto della Grazia, presso Palermo, si legge che i confini di certi poderetti assegnati a’ villani della detta Chiesa da un delegato del governo, erano stati registrati nel _difter-el-hodûd_ del Diwan di Riscontro della Tesoreria. Questo diploma, citato dal Gregorio _De Supputandis_, pag. 38, nota a, fu poi pubblicato dal professor Caruso nella _Biblioteca Sacra_, vol. II, pag. 58. Un diploma del 1169, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1017, nel quale fu trascritto il _sigillo_ (diploma) del conte Ruggiero a favor del Monastero di San Michele Arcangelo in Traina, aggiugne: _Solam enim divisionem prædictam casalis Busceniæ in fine sigilli denotatam, quoniam totaliter literæ deletæ erant et non poterant clare legi, transcripsit ex quinternis magni secreti in quo (sic) continentur confines Siciliæ, ut certe habeas in futurum_, etc. Prova anco il mio assunto il diploma di Morreale del 1182, del quale il testo è inedito, e la versione latina, contemporanea ed ufiziale, fu pubblicata da Del Giudice. Questa ha in fine: _Has autem divisas predictas a deptariis nostris de saracenico in latinum transferri precipimus_; mentre nel testo arabico si legge essere stato trascritto il diploma dai _difter_ del _Diwan-et-Tahkik-el-Ma’mûr_. Si noti che un diploma arabo-greco del 1151, del quale la parte arabica è inedita e la greca è stata pubblicata dallo Spata, _Cimelio del Monastero di Morreale_, Palermo, 1865, in-12, pag. 59, segg. si contengono al paro i nomi de’ villani e i confini del podere. Similmente in un altro diploma arabico inedito di Morreale dato il 1178, per lo quale furon donati alla Chiesa di Morreale de’ poderi in Corleone e Calatrasi, il re ordinava al _Diwan-et-Tahkik-el-Ma’mûr_ di cavare dai _difter_ del diwano e dalle antiche _giarâid_ (platee o ruoli) la descrizione de’ poderi e i nomi de’ villani.

[789] Un diploma arabico della Chiesa di Palermo fa supporre che i beni allodiali fossero anch’essi registrati nel catasto dello Ufizio di Riscontro della Tesoreria. Niccolò Askar, famiglio del _Kasr-el-Ma’mûr_ (la cittadella regia, l’Halka) di Palermo comperava una casa di proprietà di Zeinab figlia di Abd-Allah-el-Ansari, posta nel Cassaro antico della città, presso la Bab-es-Sudân (Porta de’ Negri). Metto io da parte, perchè dubito delle lezioni del testo arabico, il nome del magistrato e il titolo del diwan che aveano autorizzata cotesta vendita, accertati che il danaro servisse a quella donna per riscattarsi dalle mani di certi stranieri Rûm che l’avean presa (se fossero stati i Lombardi?). E venendo al presente nostro argomento, noto che il passaggio di proprietà fu registrato nei _difter_ del _Diwan-el-Ma’mûr_, come si legge in piè del diploma. L’atto di vendita è dato «il 7 settembre, corrispondente al mese arabico di scia’ban del 587» (1191) e la registrazione nell’uficio di riscontro del tesoro, il 10 ottobre (così io leggo) della IXª indizione.

Ognun vede che _Ma’mûr_, ne’ due luoghi citati, torna a _regio_ precisamente, come abbiam detto poc’anzi, pag. 322. nota 2. Di questo diploma la più parte fu pubblicata, con molti errori, dal Gregorio, _De Supputandis_, pag. 40. seg. Ne ho avuta dal Prof. Cusa una buona copia, cavata dal testo originale.

Debbo intanto avvertire che gli atti più antichi di vendita, de’ quali abbiamo il testo arabico, non sembrano registrati all’ufizio di riscontro. Era dunque innovazione degli ultimi anni di Guglielmo II, ovvero formalità che solea trascurarsi, quando l’atto non capitava, come questo, nelle mani del pubblico ministero?

In ogni modo i _defetir-el-hodûd_, ossia _quinterni magni Secreti_, sembrano veri catasti dove fossero descritti i confini di ciascun podere, non già que’ del solo territorio di ciascun paese o _iklîm_.

[790] Con tal supposto il Gregorio comincia il citato cap. iv del lib. II, delle _Considerazioni_.

[791] Diploma presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 522. Notisi che questo diploma è scritto originalmente in latino, onde il termine che occorre due volte, quando _Northmanni primum transierunt in Siciliam_, non può venir da errore di traduzione.

[792] Si vegga questo medesimo libro, cap. viij, pag. 247 segg., 253 segg. del presente volume.

[793] Si vegga il Gregorio, _Considerazioni_, lib. 1, cap. iv, e particolarmente la nota 21. Ma gli squarci di carte siciliane del XII, XIII e XIV secolo quivi trascritti, fanno sospettare qualche errore di copia. Ed errore o bugia dee sospettarsi nel diploma del 1274, dove descrivendo le decime _solite_ a riscuotersi dalla cattedrale di Palermo su le _gabelle antiche_ del fisco, si la salire la _decima_ a ventidue tarì d’oro e grani due sopra ogni cento tarì entrati nelle casse regie. Sarebbe stata una bella decima: poco men che la quarta parte!

[794] Si vegga il capitolo precedente, pag. 255 nota 1. Mi par bene di spiegare qui perchè io renda con l’italiano “canova” il vocabolo arabico _dokkân_.

Che questo abbia avuto ed abbia tuttavia in Egitto ed Oriente il significato generico di bottega, si vede da’ dizionarii arabi, non esclusi que’ sì moderni di Bochtor e di Lane, nè i dizionarietti italiani ed arabici stampati a Bulâk. Si vede anco dagli autori che cita il Sacy (_Chréstomathie arabe_, tomo I, pag. 252, e traduzione di Abdallatif, pag. 303); dai proverbii arabi moderni (Freytag, I, 141); da Lane stesso (_Modern Egyptians_, cap. XIV) il quale dà perfino un disegno di _dokkân_ del Cairo: e la torna sempre a stanza terrena dove si vendano commestibili e altre merci. Fu chiamato anche così lo studio de’ notai musulmani, secondo un luogo d’Ibn-Khaldûn, trascritto in nota da Sacy (_Chréstom_., tom. I, pag. 39, 41).

Contuttociò, nel caso nostro quella voce va tradotta “canova;” non parendo possibile che il conte Ruggiero e i suoi feudatarii abbian preso il monopolio di tutte le merci. Si deve intendere, a creder mio, delle grasce soltanto, e forse di quelle che si vendessero a minuto.

La nostra voce “canova” potrebbe per avventura venir dall’arabico e tornare ad _hanût_, ch’è dato come sinonimo di _dokkân_, ma si dice particolarmente delle botteghe dove si vende il vino. Secondo i lessicografi (Lane, Dizionario, vol. I, pag. 661, 1ª colonna) quella voce suonava in origine _hânuwa_. Or gli Italiani doveano pronunziarla “canova”, come _kammâl_, “camálo” e _harrâka_, carácca.

[795] Lasciando da canto la lista de’ _diritti antichi_ secondo Andrea da Isernia, che si legge nella nota 18, del capitolo or citato delle Considerazioni, ed anco i diritti rilasciati e i soprusi vietati dal vescovo di Catania a favore di que’ cittadini nel 1168, come si legge in principio della nota 21, faremo qualche osservazione su i diritti antichi di Palermo, Messina, Girgenti, Sciacca e Licata, citati in diplomi del 1274, 1270, 1266, 1280, 1309.

Primi son ricordati in Palermo i diritti di Rahadina e di Rahaba; e le sembran voci arabiche, l’una delle quali alterata nella trascrizione (_rahâin_ plurale vuol dir pegni) e l’altra significa piazza (Makrizi, _Mewd’is_, testo arabico tom. II, pag. 47, segg. nomina una cinquantina di luoghi del Cairo e Cairo vecchio così chiamati). Seguon le dogane della carne, del pesce, ec., che ognuno intende; la tintoria; il dazio de’ vasai, de’ sellai, della seta, del filetto del cotone, dell’orpello, la catena del porto; la tassa del fumo (così chiamavasi nel Basso impero una tassa personale scompartita per case, fuochi, come si disse poi in Sicilia) i bagni di Giawher, della Guidda e i mulini di Kalbi, Malfiteri, del Cadi, ec.

In Messina non troviamo altre denominazioni arabiche se non che la gabella del cafiso dell’olio (nota misura di Sicilia ed è il _cafiz_ degli Arabi) e la gabella _itriarum seu tinctorum_; dove leggerei ac in luogo di seu, poichè _itria_ in arabico vuol dire vermicelli o simili paste e in Sicilia dura la espressione di vermicelli _di tria_. V’ha inoltre la _gesia_ de’ Giudei e alcuna delle denominazioni non arabiche notate in Palermo.

In Girgenti poi e nelle altre due città della stessa provincia nominate di sopra, oltre la _gesia_ de’ Giudei e alcune altre tasse già accennate in Palermo e in Messina, scorgiamo quella su lo zucchero, sul sale e sul ferro e quella della _cangemia_. Di cotesta voce non credo sia stata rintracciata l’origine; nè potrebbesi, senza aver visti i nomi arabici trascritti in greco nelle platee de’ villani di Sicilia. In quelle mi è occorso il vocabolo _Haggiâm_ “colui che mette le coppette e che esercita la bassa chirurgia” (secondo gli usi di Sicilia salassatore e barbiere;) il quale, trascritto esattamente χαγγέμη, ma pronunziato alla greca _cangemi_, è casato frequente in Palermo; dove rimanevano al principio di questo secolo alcuni farmacisti di tal nome e ve n’ha tuttavia. La gabella della Cangemia in Girgenti e Sciacca sembra dunque un dazio su i salassatori; la quale classe poteva essere numerosa poichè nel medio evo si facea molto uso delle coppette per cavar sangue.

S’abbia il detto fin qui come un saggio delle ricerche che si potrebbero fare sul sistema daziario ed anco su le industrie e i fatti economici in generale della Sicilia nell’XI e XII secolo: lievissimo saggio poichè l’è fondato principalmente su i pochi brani che die’ il Gregorio, dove d’altronde è dubbia la lezione di molte parole.

Non debbo tacere che il sig. Lodovico Bianchini trattò anche questo argomento nella sua _Storia Economico-civile_ di Sicilia, Palermo, 1841, in-8, parte III, cap. i; ma egli non aggiunse gran cosa a ciò che si sapea dal Gregorio.

[796] _Considerazioni_, lib. I, cap. iv. Il Gregorio crede eccezioni quelle di Catania e di Patti, ch’ei cita nelle note 11 e 12; ma sembra appunto il contrario.

[797] Si vegga ciò che ne abbiamo raccontato in questo libro V, cap. v, pag. 140, 141, del presente volume.

[798] Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. v.

[799] Op. cit., lib. II, cap. iv.

[800] Tra le altre una nel 1098, alla quale accenna Ibn-el-Athîr, an. 491, testo, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 191.

[801] Si vegga il nostro libro IV, cap. xv, pag. 548, del 2º volume, e il lib. V, cap. iii, pag. 80, di questo volume.

[802] Si vegga qui sopra il cap. vij, pag. 188, 189.

[803] Si veggano i fatti narrati nel cap. vj, di questo lib. V, p. 158, 168. L’ultimo fatto d’armi tra Ruggiero e gli Ziriti era stato combattuto il 1075, come si legge nello stesso cap. vj, pag. 451.

[804] Si ritrae che montava alla _terza_ parte del grano esportato e che l’imperator Federigo la ridusse alla quinta. Diploma citato dal Gregorio, _Considerazioni_, lib. III, cap. vj, nota 31. Per un diploma greco del 1117, il secondo conte Ruggiero, tra le altre cose, accordò al console genovese in Messina la franchigia della estrazione delle merci infino a 60 tari. Traduzione latina presso Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. ix, nota 3. Questo, se non altro, prova l’uso dei dazii di esportazione e può riferirsi con molta verosimiglianza a quel su i grani.

[805] Se n’è detto nel cap. ix di questo libro, pag. 247. Si riscontri il Gregorio, _Considerazioni_, lib. I, cap. v.

[806] Considerazioni, lib. I, cap. ij.

[807] In questo lib. V, cap. vij, pag. 184, segg.

[808] Cap. ix, pag. 263, 265 di questo volume.

[809] Lib. V, cap. iv, pag. 110 e 111, di questo volume.

[810] Lib. V, cap. iv, pag. 124 del volume.

[811] Alberto d’Aix, _Historia Hierosolymitana_, lib. XIII, cap. xiij, presso Caruso, _Bibliotheca Sicula_, pag. 921.

[812] Il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. iv, vede l’imitazione dall’inglese anco nella costituzione dell’armata siciliana del XII secolo.

[813] _Leonis Tactica_, cap. XIX. Si vegga anche la traduzione francese di Maizeroi, Paris, 1778, pag. 146. Occorrono cotesti navilii de’ varii temi, ossia province, in molti fatti delle istorie bizantine ch’e’ sarebbe lungo a citare.

[814] Lib. IV, cap. vj, pag. 313, del 2º volume.

[815] Ms. arabico di Parigi, _Supplément arabe_, 885, fog. 94 verso. Ho reso “villaggi” la voce dhia’ che significa propriamente: “podere demaniale, beneficio militare” (Si vegga il nostro lib. III, cap. j, pag. 22, del 2º volume). Ma la tassa sopra ogni _fumo_, così il testo, ossia casa, conduce al significato che do io. Abbiam testè fatta menzione della gabella detta del fumo in Sicilia nel XII secolo. Si vegga Ducange, _Glossario latino_, alla voce _fumagium_ e simili, il _Glossario greco_ alla voce καπνικὸν, e il Cedreno, edizione di Bonn, tomo II, pag. 831.

[816] Ibn-Khaldoun, _Prolégomènes_, traduzione francese del baron De Slane, parte II, pag. 39.

[817] Makrizi, _Kitâb-el-Mewâ’iz_, (Descrizione dell’Egitto) testo arabico, tomo I, pagg. 482 e 483.

[818] Ancorchè io risguardi M. De Slane come mio maestro in arabico, non posso accettare la traduzione ch’egli dà di questo passo, _Prolégomènes_, parte II, pag. 40. «Elle se composait de navires qu’on faisait venir de tous les royaumes où l’on construisait des bâtiments. Chaque navire était sous les ordres d’un marin portant le titre de _caïd_, qui s’occupait uniquement de ce qui concernait l’armement, les combattants et la guerre; un autre officier, appelé le _raïs_, faisait marcher le vaisseau, etc.»

Secondo il testo arabico, edizione di Parigi, parte II, pag. 35, e di Rulâk, pag. 123, io tradurrei. “L’armata (spagnuola) era raccolta da tutto il reame. Di ciascun paese dato alla navigazione veniva un’armatetta, capitanata da un _kâid_, uomo di mare che badava alle cose della guerra, alle armi ed ai combattenti e da un _rais_ (pilota) che avea cura della navigazione, ec.”

La differenza tra le due versioni è che io intendo “province” della Spagna la voce che M. de Slane rende “royaumes” e che alla voce _ostûl_ (στόλος) do il significato ordinario di armatetta, quando M. de Slane la traduce «navire». E veramente, la voce _Mamlaka_, il cui plurale è usato qui dallo autore, significa “reame” ed anco “parte d’un reame:” e in ogni modo, al tempo d’Ibn-Khaldûn, erano ben ridivenute reami quelle che furono mere province sotto gli Omeiadi. D’altronde non si comprenderebbe come il califo di Spagna armasse i suoi legni «in tutti i reami» del Mediterraneo e dell’Oceano, che erano tutti nemici; nè com’egli accozzasse un’armata di dugento vele, prendendo «una nave» da ciascun paese della Spagna dato alla navigazione. Aggiungo che Ibn-Khaldûn, in moltissimi luoghi delle sue opere, dà alla voce _ostul_ il significato ordinario di “armata” e non di “una nave.” Così negli stessi Prolegomeni, parte II, pag. 37, del testo di Parigi e in altri squarci del medesimo autore, raccolti da me nella _Bibl. Arabo-Sicula_, pag. 486, 487, 488 ec.

[819] Si vegga qui sopra a pag. 278, note 2 e 3, e il cap. viij, a pag. 223, nota 5. Nel diploma per l’Archimandrita di Messina, dato il 1130, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 973, prima colonna, leggiamo di un podere conceduto all’Archimandrita, _cum terris, preeminentiis et datium marinariorum qui cum eo habitant_. L’è traduzione dal greco, nella quale non veggo se si tratti del dazio pe’ marinai dovuto dagli abitatori, o del dazio su i marinai che soggiornavano in quel territorio. Un diploma del 1197, op. cit., p. 1289 fa supporre il primo caso anzi che il secondo.

[820] Diplomi presso il Gregorio, _Considerazioni_, lib. II, cap. iv, nota 15.

[821] Si veggano i cap. X e XIII della mia _Guerra del vespro Siciliano_, dove sono ricordate nella battaglia del golfo di Napoli del 1287, le galee di Milazzo, Lipari, Trapani, Siracusa, Catania, Agosta, Taormina, Cefalù, Eraclea, Licata, Sciacca.

[822] Cap. xiij, pag. 428, segg. del 2º volume.

[823] Si vegga il cap. ix, del presente libro, pag. 257.

[824] Cap. v di questo medesimo libro, pagg. 136 a 139 del volume.

[825] Cap. vi, pag. 161.

[826] Cap. viij, pag. 210.

[827] Testo, nella _Biblioteca Arabo-sicula_, pag. 41. Rendo con la voce _primitivo_ il vocabolo _Azali_, che significa propriamente «senza principio, eterno quanto al principio, ec.» ciò che parlando de’ popoli noi diciamo impropriamente «aborigene.»

[828] Mi si permetta questo vocabolo, che non è nella Crusca, ma nell’uso generale d’oggi, ed evita una anfibologia.

[829] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 383. Quivi leggiamo _ad magnam viam francigenam Castrinovi_. Probabilmente l’è traduzione dal greco, portando l’anno costantinopolitano e leggendovisi la espressione _Papæ veteris Romæ_, che sa di bizantino. Tuttavia la lingua e lo stile la fanno supporre versione molto antica.

[830] Un diploma greco-latino del 1132, presso Spata, _Pergamene_, pag. 424, fa menzione di una strada che dal podere di Mutata (ignoro il sito) conduceva a Petralia, Castronovo, Vicari e Palermo. Ancorchè nel latino si legga soltanto _via_, e manchi in questo passo il testo greco, mi sembra che si tratti del medesimo stradale francese.

[831] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 1012.

[832] Diploma presso Pirro, op. cit., pag. 773.

[833] Diploma del 6594 (1086) XIIª indizione, pubblicato dal Sig. Piaggia, _Nuovi studii su la città di Milazzo_, Palermo 1866, in-8 grande, pag. 68, nota 6. Goffredo Burrello, feudatario di Milazzo, descrivendo in questo diploma i limiti del podere detto Bucello nel territorio di quella città, li fa correre _usque ad viam quae vadit a Sancto Philippo in villam Milatii, deinde constringendo per viam viam ad aliam frangigenam quae conjungitur prope mare ante villam Milatii, deinde revertetur per eamdem viam frangigenam usque ad mare, etc._ Non debbo tacere che questo documento, copiato dai Mss. della Biblioteca comunale di Palermo, e voltato già dal greco, come apparisce dall’èra costantinopolitana, fu alterato senza dubbio, sia nell’originale, sia nella traduzione. E veramente, oltrechè la XII indizione non torna nel 1086, noi troviamo il titolo di “Chiese messinese e trainese” e del “primo vescovo di esse Roberto”; ed egli è evidente che coteste parole non furono scritte nel detto anno, poichè allora non si potea dir che del Vescovato di Traina; sendo notissimo che il tramutamento della sede e la giunta di Chiesa messinese nella denominazione della diocesi, seguirono nel 1091. Ciò nondimeno non v’ha ragione di supporre inventata da qualche erudito del XVII o XVIII secolo la denominazione di _via francese_; e però io accetto questa testimonianza di un fatto materiale, la quale risalisce in qualunque modo al XII secolo.

[834] Diploma arabico-latino del 15, maggio 1182, di cui la parte latina fu pubblicata da Del Giudice, _Descrizione del Tempio di Morreale_, Appendice, pag. 8 segg. e il testo arabico è inedito. Il luogo ch’io cito si trova a p. 11, della _Descrizione_, in fin della divisa di Bufurera, dove si legge _viam exercitus_, e ciò risponde perfettamente al testo arabico: _tarik-el-’askar_.

[835] Del Giudice, op. cit., pag. 16, 19, 21, ec. Il diploma latino qui ha _via pubblica_, e l’arabico _mehaggia_ e talvolta anche _tarik_, come sopra nella «Strada dell’esercito.»

[836] Tychsen, _Introductio in rem nummariam_, ec., pag. 146. Lo Spinelli, _Monete Cufiche battute da Principi longobardi, normanni e svevi_, Napoli, 1844, in-4, pag. 16 e 232, suppone, che il disegno di questa moneta fosse stato inventato dall’Abate Vella. Il Mortillaro, che avea ben riconosciuto (_Opere_, tomo III, pag. 339), appartener la moneta a re Tancredi, lo dimentica adesso (_Medagliere arabo-siculo_, pag. 35) per seguire il supposto dello Spinelli. E pure nel disegno che questi dà, Tavola II, nº 1 (io non ho sotto gli occhi quello di Tychsen) si legge benissimo _el-Malik-Tan-rid_.

[837] Adler, _Museum Cuficum Borgianum_, pag. 80, seg. n^i lxiv a lxxv.

[838] _Monete Cufiche_, pag. 329, 330, nº cclxxix.

[839] _The Oriental coins_, tomo I, pag. 299, 300. nº cccviij.

[840] _Monete Cufiche_, ec., in-4, pag. 16 a 19, n^i lxv a lxxij, lxxv, dcxlix a dclvij.

[841] Il _Medagliere Arabo-Siculo della Biblioteca Comunale di Palermo, coordinato e illustrato dal Marchese Vincenzo Mortillaro_, Palermo 1861, in-8, pag. 36-39. Io non so perchè il Mortillaro, pag. 36, nº 1, identifichi col nº lxvj, dello Spinelli la moneta che diè Adler, op. cit., al nº lxix; e, pentendosi d’averla già attribuita a re Ruggiero (Mortillaro, _Opere_, tomo III, pag. 405) accetti adesso la lezione dello Spinelli, che la rimanda al primo conte. Da quanto si può giudicare sopra disegni grossolani, Adler non lesse tutto, Mortillaro supplì male, e la lezione _K*m*t_, sostituita da Spinelli, non si raccapezza nella figura (tavola II, nº 2). Men dubbio mi sembra in questa e nelle seguenti, il nome di Ruggiero; ma questo conviene al figliuolo, come al padre, ed anche al Duca di Puglia dello stesso nome.

[842] N. lxxij, pag. 19, tavola II, nº 23, il quale si confronti col 24, ed anche col 4 ec.

[843] Si vegga il nostro Libro IV, cap. xiij, pagg. 456-8, del 2º volume.

[844] Paruta, presso il Burmanno, _Thesaurus Antiquitatum Siciliae_, ec. tomo VII, pag. 1223, e tomo VIII, tavola clxxxvj. Credo che i n^i 3 e 4, di quella tavola, i quali hanno da una faccia il T in luogo del cavaliero armato, appartengano al secondo conte Ruggiero.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sia il Sommario sia le Correzioni e Aggiunte relativi alla Parte Prima, raggruppati in originale al termine della Parte Seconda, sono stati riportati a fine libro.