Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II
volume I.
[1055] _Mîlâs_ nel _Mo'gem_ è data come villaggio; nel _Merâsid_ come città. Vi si legge inoltre _Milâs_ “forte rôcca su la spiaggia” che potrebbe essere l'attuale Mili nello Stretto di Messina, o piuttosto variante d'ortografia, come Katâna e Katânîa.
[1056] In oggi è nome d'una tonnara nel golfo di Castellamare. La ricorda come terra abitata un diploma del 1098 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 294: ed è detta villaggio in due del 1170 e 1251 che cita D'Amico, _Dizionario topografico_, agli articoli _Cetaria_ e _Scupellum_. Cetaria, città antica secondo Tolomeo, forse detta così dalla pesca dei tonni che vi si facea come oggi. Scopello fu colonia di ghibellini lombardi rifuggiti in Sicilia, ai quali poi l'imperatore Federigo II concedette la città di Corleone.
[1057] Per manifesto errore, Trapani è messa due volte con ortografia diversa, e la prima volta, con la forma _Itrâbinisc_ è data come _beleda_ (terra).
[1058] Si noti il gran divario con la geografia di Edrisi, nella quale si dà il nome di città alle sole: Castrogiovanni, Catania, Girgenti, Marsala, Mazara, Messina, Noto, Palermo, Randazzo e Siracusa. Si vede bene che v'era passato per lo mezzo il conquisto normanno e la immigrazione italiana.
[1059] _Billanoba_, patria del poeta siciliano Billanobi, sembra distrutta pria del conquisto normanno; non leggendosi nei tanti diplomi che abbiamo dal fine dell'XI secolo in qua. Billanobi fiorì alla metà di quel secolo, come innanzi diremo.
[1060] Si vegga la nota 7 della pagina precedente.
[1061] _Giattîn_ fu patria, secondo Iakût, di un dotto musulmano. Un diploma arabo-latino del 1182 dà il nome in arabico _Getîna_ e in latino _Jatina_.
[1062] _S”m”ntâr_, patria d'un altro dotto, secondo Iakût. Samanteria era _massa_, ossia podere, della chiesa romana in Sicilia secondo un'epistola di San Gregorio, lib. VII, ep. 62, presso il Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 32.
[1063] _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 124 del testo e variante del MS. di Oxford nelle aggiunte, p. 41 della Introduzione. Iakût scrive _Kerkûr_, che ho corretto secondo Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione, tomo I, p. 274. Il testo del _Mo'gem_, dice: “Kerkûr una delle ville di Sfax in Sicilia.” Si potrebbe intendere villaggio popolato da uomini di Sfax o meglio correggere “delle ville di Sfax _ed altra_ in Sicilia.”
[1064] Oltre a ciò nell'articolo “Sardegna” Iakût aggiugne che _secondo alcuni_ era anche nome di città in Sicilia; nota Saklab, quartiere di Palermo; e, con manifesto errore, pone Taranto in Sicilia.
[1065] Io ho raccolto con pazienza i nomi dei villaggi nel dizionario topografico del D'Amico, nel Pirro, nella _Sicilia nobile_ del Villabianca, nei diplomi delle chiese di Palermo e Morreale, in que' della Commenda della Magione, in que' dati dal Di Gregorio in appendice agli scrittori dell'epoca aragonese, e in altri pubblicati qua e là. Mi propongo di porli in appendice alla versione della _Biblioteca Arabo-Sicula_.
[1066] Tali per esempio Godrano (_ghidrân_, palude), Baida (la Bianca), Abdelali (_Abd-el-Ali_ nome proprio), Zyet (_Zeid_ nome proprio), Chadra e Cadara (_Khadra_, la verde) ec.
[1067] Si vegga il Lib. III, cap. I, p. 33, seg. di questo volume.
[1068] “Fonte, grotta, capo, posata, stazione, rôcca, torre.” La voce _rahl_ entra in cento sette nomi topografici di Sicilia. La voce _kala_, o _kala't_, in venti; la voce _menzîl_ in diciotto.
[1069] Tra i nomi delle 24 città riferiti di sopra v'ha di origine arabica le sole Alcamo, Khalesa, Marsala e Sciacca.
[1070] Per esempio _Wadi-Musa_ (il fiume di Mosè) il Simeto; Dittaino (_Wadi-t-tîn_ il fiume fangoso) il Chrysas degli antichi; _Marsa-s-scegira_ (Porto dell'albero) la Punta di Circia presso il Pachino; Rasigelbi (_Ras-el-kelb_ o _ghelb_, la Punta del Cane) presso Cefalù; _Oiûn-Abbâs_ (le fonti d'Abbâs) le Tre Fontane presso Selinunte; _Ras-el-Belât_ (il capo degli archi o del lastricato) il capo Granitola ec.
[1071] Questa è, secondo gli ultimi dati geografici, 4025 miglia quadrate di Sicilia per le province di Palermo, Trapani, Girgenti e Caltanissetta, che rispondono a un di presso al Val di Mazara; 2220 per quelle di Catania e Noto, che rispondono quasi al Val di Noto; e 1180 per la provincia di Messina, che torna all'antico Val Demone. Il quale dopo il XIII secolo fu ingrandito a mezzodì infino a Catania ed a ponente oltre Cefalù. La proporzione dunque della superficie dei tre valli è di 0,52, 0,31 e 0,17; e i 328 luoghi arabici vi stanno alla ragione di 0,64, 0,30 e 0,06. La popolazione attuale (1853) è distribuita così:
Val di Mazara { Palermo. 541,326 { Girgenti. 250,795 { Trapani. 202,279 { Caltanissetta. 185,531 ——————— 1,179,931
Val di Noto. { Catania. 411,822 { Noto. 254,593 ——————— 666,415 Val Demone. { Messina. 384,664 ————————— Totale. 2,231,020
Donde la proporzione della popolazione in oggi torna a 0,52, 0,30 e 0,18.
[1072] Si vegga il cap. XI, del lib. III, e i cap. III e XI di questo Libro, p. 213, seg., 258 e 398, seg., del volume.
[1073] Da Ibn-Scebbât, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 211, 212 del testo.
[1074] _Mo'gem_, nella _Biblioteca Arabo Sicula_, aggiunte al testo, p. 40 della Introduzione. Quest'Ibn-Herawi, pare lo stesso che Ali-ibn-Abi-Bekr da Mosûl detto Herawi come oriundo di Herat: il quale fu in Sicilia dopo il 1175. Iakût dà come dubbia questa tradizione dei sepolcri dei _Tabi'_, ossia Musulmani della generazione dopo Maometto.
[1075] Da Iakût,_ Mo'gem_ e _Merâzid_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 123 e 131. La notizia precedente è data con la lezione di _Katânîa_ e la presente di _Katâna_, delle quali d'altronde il compilatore riconosce l'identità. Ei non dice da chi abbia cavato questa seconda notizia; non copiata al certo da Edrisi. Questo autore nota il doppio nome di Città dell'Elefante, che venia dal simulacro di pietra “messo anticamente in un eccelso edifizio, e adesso trasportato dentro la città nella chiesa dei Monaci” (benedettini). Edrisi in vece delle chiese lastricate di marmo, dice delle _giami'_ e moschee, del fiume intermittente (l'Amenano), del porto frequentato, e di altri particolari ignoti a Iakût. Su l'elefante di lava si vegga il Lib. I, cap. IX, p. 219 del 1 volume.
[1076] _Mo'gem_ e _Merâsid_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 111, e 128 del testo.
[1077] _Mo'gem_, op. cit., p. 116, 123 e 130. Qui Iakût non cita Abu-Ali, ma par che tolga le notizie da lui. Aggiugne che la giusta ortografia fosse Kasr-ianih e che il secondo fosse nome rûmi (latino o greco) d'un uomo. Già era avvenuta la trasformazione di cui dissi Lib. II, pag. 280 del 1º vol.
[1078] Si vegga Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_, Introduzione, p. CXXXII.
[1079] _Mo'gem_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 112, 117, e 126 del testo. Le longitudini, sembrano prese dalla “cupola d'Arîn” al modo di alcuni antichi geografi arabi, su la quale si confrontino Reinaud, op. cit., p. CXL, seg.; e Sédillot, Mémoire _sur les systèmes géographiques des Grecs et des Arabes_, Paris 1842, in 4º.
Il falso Tolomeo dà a Palermo 40° di longitudine e 35° di latitudine, oroscopo la Vergine e casa di regno a dieci gradi dell'Ariete ec.; a Messina, 39° longitudine, 38° 40′ latitudine, oroscopo il Sagittario, casa della vita a 9° 27′ di quel segno; a Siracusa, 39° 18′ longitudine, 39° latitudine, oroscopo la Zampa del Lione, casa della vita a 13° del Cancro, casa del regno ad altrettanti dell'Ariete ec.
Gli errori degli Arabi su la posizione geografica di Palermo giunsero fino ai tempi d'Abulfeda, come si vede nella costui Géographie, versione di M. Reinaud, tomo II, p. 273, seg., dove la longitudine è notata 35° dall'isola del Ferro; e la latitudine, 36° 10′ ovvero 36° 30′. Nondimeno Abu-Hasan-Ali, astronomo di Marocco, segnava più correttamente latitudine 37° 30′, e più scorrettamente longitudine 45° 20′; presso Sédillot, _Instruments astronomique des Arabes_ tomo II, p. 204.
Per comprendere od po' il gergo del _Kitâb-el-Melhema_, dirò, a chi non sta saputo in astrologia, che la posizione si determinava su i segni del zodiaco. Quello che spunta all'orizzonte in faccia al luogo n'è l'oroscopo principale, il _tâli'_ come dicono gli Arabi. Le “case” della vita del regno e degli altri destini, rispondono ai punti dell'ecclittica divisa in dodici parti uguali facendo capo dal _tâli'_, in un MS. d'astrologia intitolato Kitab-en-Nogiûm, Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds, 1146, fog. 13 recto, la casa della vita è appunto all'oroscopo, e quella del regno al quarto scompartimento a sinistra; il che non risponde al sistema del falso Tolomeo. Anche le denominazioni son alquanto diverse; e il campo al sistemi era libero in vero agli astrologi.
[1080] Trecento miglia.
[1081] _Marûg-ed-Dseheb_ e _Tenbîh_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 1, 2. Masudi alle altre favole aggiugne che perì nell'Etna Porfirio, autor dell'Isagoge.
[1082] Il testo ha _Arzen_ che i dizionarii arabi definiscono vagamente albero di legno durissimo da far bastoni, ma è precisamente il cedro. Non si noverano tra gli altri alberi le querce.
[1083] Questo personaggio par favoloso. Edrisi chiama Tûr il monte di Taormina, santuario famoso; e questo ricorda la falsa etimologia di πόλεν Ταύρου καὶ μενύας, su la quale facea sì gravoso scherzo l'arcivescovo Teofane Ceramèo.
[1084] Kazwini, trascrivendo questo passo come nel Mo'gem, aggiugne la voce “sulfurei,” ch'è giudizio forse suo proprio e non d'Abu-Ali.
[1085] È il plurale di _khebeth_, scoria. Questa voce, non è rimasa nel dialetto siciliano, nel quale la lava impietrata si chiama “sciara:” e parmi bella e buona la voce arabica _scia'râ_ che significa propriamente “irsuta” e in sostantivo “luogo coperto di piante” e “bosco”.
[1086] Presso il _Mo'gem_, p. 118, 119 della _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo arabo. Il medesimo passo di Abu-Ali è trascritto da Kazwini, _nell'Agiâib-el-Mekhlûkât_, p. 166; e nello _Athâr-el-Bilâd_, p. 143, seg., dei testi pubblicati dal Wüstenfeld.
[1087] Iakût e Kazwini pongono questo fatto in fin della citazione d'Abu-Ali, dopo le parole “e dicesi esser quivi (nell'Etna) miniere d'oro; ond'è che i Rûm lo chiamavano il monte dell'oro.” Quel “dicesi” potrebbe interrompere la citazione; il che gli Arabi dinotano ordinariamente con la voce “finisce” ma spesso la dimenticano.
[1088] _Vita di San Filareto_ presso il Gaetani, _Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 113, e presso i Bollandisti, tomo I, di aprile, pag. 607.
[1089] Presso Ibn-Scebbât, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 210.
[1090] _Mo'gem_, op. cit., p. 116. L'autore non cita in questo luogo. Si vegga anche Kazwini, _'Agiâib_, p. 166, seg., e nell'_Athâr_, p. 143, seg.
[1091] Abu-Hâmid si trovò in quell'anno a Bagdad. Si vegga Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_, introduzione, p. CXII.
[1092] _Tohfet-el-Albâb_ di Gharnati, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 74, 75. Il passo del Corano a che allude l'autore è nel verso 22 della sura II.
[1093] _Kitâb-el-Asciârât_ di Herawi, ibid., e se ne vegga la versione inglese del professor Samuele Lee, in appendice allo _Ibn-Batuta's Travels_, Londra, 1829, in 4º, p. 6. Herawi venne in Sicilia dopo il 1173, e morì ad Aleppo il 1215. Si vegga Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_, Introduzione, p. CXXVII, seg.
[1094] Si vegga in questo periodo la _Storia critica delle eruzioni dell'Etna_ del canonico Giuseppe Alessi.
[1095] _Tenbîh_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 2.
[1096] Il nome è guasto in tutti i MSS. La buona lezione mi sembra _iascf_ (in francese _yachf_) variante di _iascb_ che adopera Masûdi. Come ognun vede, l'una e l'altra è il latino _jaspis_, d'origine semitica, del quale i Francesi han fatto _jaspe_. Gli Arabi rendono indistintamente con una _f_ o una _b_ la _p_ che manca in loro alfabeto. Ognun sa la copia, mole e qualità dei diaspri e soprattutto delle agate di Sicilia. Gli antichi favoleggiavano su le proprietà mediche dell'agata, più o meno, come Masûdi.
[1097] _Mo'gem_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 118.
[1098] Si vegga a p. 439.
[1099] _Notices et Extraits des MSS._, tomo XII, p. 463.
[1100] _Mo'gem_, op. cit., p. 116, 118. L'etimologia sembra piuttosto confusa col Πλοῦτος che ai tempi dei Pagani, come ai nostri, era il Dio dell'oro e dell'inferno.
[1101] _Mo'gem_, op. cit., p. 116 e 118. Si ricordi anche la miniera di ferro presso Palermo, di cui Ibn-Haukal.
[1102] Presso Gaetani, _Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 113, e presso i Bollandisti, tomo I, di aprile, p. 607.
[1103] _Mo'gem_, op. cit., p. 118.
[1104] Ibn-Hamdîs in una poesia che ho pubblicato nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 565, dice de' fuochi lanciati dall'armatetta siracusana in una impresa contro i Cristiani.
[1105] Iakut non ne fa parola, nè Edrisi. Il primo che li accenni è Ibn-Scebbât, _Biblioteca Arabo Sicula_, testo, p. 210, negli estratti non già di Bekri, ma del continuatore per nome Ibn-Ghalanda.
[1106] _Mo'gem_, op. cit., p. 115.
[1107] I fiumi di Lentini, Ragusa e Mazara.
[1108] I diplomi dell'XI e XII secolo dicono di foreste e boschi or distrutti, come la foresta del monte Linario presso Messina, il bosco Adrano tra Prizzi e Bivona ec. L'Etna perde molto dei suoi da un secolo in qua. Il Monte Pellegrino di Palermo fu terreno boschivo fino al XV secolo. Edrisi dice della _Benît_ (Pineta) a ponente di Buccheri ec.
[1109] _Mo'gem_, op. cit., p. 111.
[1110] _Vita di San Filareto_, l. c.
[1111] Squarcio dato da Ibn-Scebbât, _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 210.
[1112] _Mo'gem_, op. cit., p. 116.
[1113] Si vegga il cap. V di questo Libro, p. 295 del volume, e un altro squarcio d'Ibn-Haukal trascritto nel _Mo'gem_, op. cit., p. 119, ove leggiamo “La più parte del terreno di Sicilia è da seminato.”
[1114] _Mo'gem_, op. cit., p. 116. Il testo dice: “e la terra di Sicilia produce lo zafferano.” Tutto questo squarcio par si debba attribuire ad Abu-Ali.
[1115] _Mo'gem_, op. cit., p. 110.
[1116] Ibn-Haukal dice del cotone coltivato a Cartagine ed a Msila. _Descrizione dell'Affrica_, versione di M. De Slane, nel _Journal Asiatique_, serie III, tomo XIII.
[1117] Si vegga sopra, cap. V del presente Libro, p. 299 a 307.
[1118] Si vegga il Lib. I, cap. IX, p. 206 del volume I, nota 2; e il Lib. II, cap. X, p. 415 dello stesso volume. Per l'XI secolo l'attesta Bekri; pel XII i diplomi.
[1119] Le poesie arabiche a lode del re Ruggiero, delle quali si tratterà a suo luogo, descrivono le piantagioni di agrumi nella villa regia di Favara o Maredolce presso Palermo. Un diploma del 1094 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 770, dice di una _Via de Arangeriis_ presso Patti.
Da un'altra mano si sa che varie sorta di melarance vennero dall'India in Siria ed Egitto dopo il principio del quarto secolo dell'egira e decimo dell'era cristiana. Veggasi una nota di M. de Sacy all'Abdallatif, _Relation de l'Egypte_, p. 117. Probabilmente la Sicilia, la Spagna, e con esse gli altri paesi in sul bacino occidentale del Mediterraneo ebbero gli aranci e i cedri in questo medesimo tempo dalla Siria e dall'Egitto.
[1120] La canna da zucchero, secondo Ibn-Haukal, e però nel X secolo, si coltivava in Affrica (versione di M. De Slane, nel _Journal Asiatique_, III serie, tomo XIII); secondo Ibn-Awwâm, e però nell'XI, era notissima in Spagna; un diploma del 1176, parla di un molino da _cannamele_ in Palermo; e però non è dubbio che cotesta industria risalisse in Sicilia all'XI o anche al X secolo.
[1121] La piantagione di datteri a San Giovanni dei Leprosi fuori Palermo, posta accanto a un oliveto, è ricordata in un diploma del 1249 presso Mongitore, _Sacræ domus Mansionis... Monumenta_, cap. IV. Fu tagliata nel XIV secolo dall'esercito angioino che assediò Palermo.
[1122] Edrisi dà il nome di _Nahr-Tût_ “fiume Gelso” al fiume detto oggi Arena a mezzogiorno di Mazara, e dice dell'abbondanza della seta prodotta a San Marco in Val Demone.
[1123] Si scorge da due diplomi del 1284, e dalla Cronica di D'Esclot, cap. CX, dei quali ho fatto cenno nella _Guerra del Vespro Siciliano_, edizione di Firenze, 1851, cap. X, p. 209.
[1124] _Mo'gem_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 116.
[1125] _Vita di San Filareto_, presso Gaetani, _Sanctorum Siculorum_, tomo li, p. 113, e presso i Bollandisti, tomo I, di aprile, p. 607.
[1126] _Mo'gem_, l. c.
[1127] _Vita di San Filareto_, l. c. La versione latina del Padre Fiorito ha: _ad vehicula trahenda aptissimi_; ma mancando il testo greco, non siam certi se si tratti di carri o di lettighe.
[1128] _Mo'gem_, l. c.
[1129] _Mo'gem_ e _Vita di San Filareto_, ll. cc. Si ricordin anco i grandi armenti dell'emiro Iûsuf, cap. VIII del presente Libro, p. 354 del volume.
[1130] _Vita di San Filareto_, l. c.
[1131] _Mo'gem_ e _Vita di San Filareto_, ll. cc.
[1132] _Vita di San Filareto_, l. c.
[1133] _Mo'gem_, op. cit., p. 116 a 118. In Sicilia le vipere e gli scorpioni sono assai più rari e men letali che in Affrica, Egitto ed Oriente.
[1134] _Libro de Agricultura, su autor.... ebn el Awam Sevillano_, versione spagnuola di Banqueri, col testo arabico, Madrid, 1802, in folio, tomo II, p. 193 e 231. Si tratta d'una specie di popone, detta in arabico _Nefâq_, credo quel che in Sicilia si dicono meloni da tavola, ovvero i meloni d'inverno.
[1135] “Nuara” (in arabico _nowâr_, secondo Ibn-'Awwâm, tomo II, p. 213) si addimanda l'aja di poponi, zucche, cocomeri; “vaitali” (ar. _batîl_) il rigagnolo dei giardini: “gebbia” (ar. _giâbia_), un gran serbatoio d'acqua per irrigare gli orti ec.
[1136] La malvetta rosata, come la chiamiamo in Sicilia, è il _Pelargonium radula roseum_ dei botanici.
[1137] Ibn-'Awwâm, op. cit., tomo II, p. 296.
[1138] Ibn-'Awwâm, op. cit., tomo II, p. 418.
[1139] Ibn-'Awwâm, op. cit., tomo II, p. 104.
[1140] _Kitab-el-Felaha_, d'Aba-abd-Allah-Mohammed-ibn-Hosein, citato da M. Cherbonneau in una Memoria su la _Culture arabe au moyen-âge_ negli _Annales de la Colonisation algérienne_, giugno 1854.
[1141] Diploma del 1140, pel quale si concedono alla Chiesa di Catania “duas terras ad bombacea” presso De Grossis, _Decacordum_, tomo I, p. 77. Edrisi nota che il cotone si coltivava in gran copia a Partinico.
[1142] Ibn-Sa'id, _Kitâb-el-Badi_, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 137, e _Mokhtaser Gighrafia_, op. cit., p. 134, con la correzione a p. 43 dell'introduzione, ove si tratta di Pantellaria.
[1143] Fazzello, Deca I, lib. I, cap. 1.
[1144] Abu-Mehasin, _Storia d'Egitto_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 660, fog. 103 recto, facendo parola di Rascida e Abda figliuole di Moezz, nate innanzi il 972 e morte sotto il regno di Hâkem (996-1021), dice aver la prima lasciato il valsente d'1,700,000 di dinâr, in drappi di varie sorte e profumi, e la seconda un moggio di smeraldi, tanti quintali d'argento ec., e trentamila _scikke_ (o sciukke) siciliane. Questa voce significa taglio d'abito, nè sappiam se sia nome generico ovvero appellazione speciale di questo drappo. Se in quelle cifre si sente l'odor delle mille e una notte, il cronista ch'ebbe alle mani Abu-Mehasin, non inventò quella maniera di drappo. D'altronde abbiam fatto cenno del gran lusso degli Zirîti in Affrica: e le ricchezze dei despoti son talvolta di quelle verità verissime che han sembiante di favola.
[1145] Si vegga il cap. XI del Lib. III, p. 230 di questo volume.
[1146] Si chiama volgarmente Calatrasi. Tirazi vuol dire artefice del _tirâz_, ossia opificio regio delle vesti di seta ricamata. Si vegga su questo indizio di _Kalat-et-Tirazi_ una nota nell'erudita opera di M. Francisque-Michel, _Récherches sur les étoffes de soie au moyen âge_, Paris, 1852, in 4º, tomo I, p. 77, al quale io ho dato questa notizia e in cambio ne toglierò cento, spigolate nelle antiche poesie francesi, che serviranno a illustrare questa industria siciliana nel XII e XIII secolo.
[1147] Si vegga la p. 443.
[1148] Bekri, _Notices et Extraits des MSS._, tomo XII, p. 463.
[1149] Op. cit., p. 480, 488.
[1150] Si vegga il cap. II di questo Libro, p. 247, seg.
[1151] Ho dato il testo di quel paragrafo nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 10.
[1152] Edrisi, _Géographie_, versione di M. Jaubert, tomo II, pag. 266 e 69. In quest'ultimo luogo M. Jaubert non so perchè abbia preferito la variante _Fîlâna_.
[1153] _Keitûn_ nel dialetto, arabico di Siria ed Egitto, vuol dire, _ripostiglio_ o _magazzino_. Viene dal greco Κοιτὼν che, dal significato primitivo di _letto_, passò a quelli di _camera_, _albergo_, e, presso i Greci del medio evo, _guardaroba_ e _stazione di navi_: i quali si veggano nella nuova edizione del _Thesaurus_ di Enrico Etienne.
[1154] Si vegga il fine del presente capitolo.
[1155] Presso Gaetani, _Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 113, e presso i Bollandisti, tomo I, d'aprile, p, 607.
[1156] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 842.
[1157] Io pubblicai questa iscrizione nella _Revue Archéologique_ di Parigi, del 1851, p. 669, seg. Alcuni eruditi palermitani vorrebbero mantenere alla Cuba un altro secolo o due d'antichità, supponendo l'iscrizione più moderna dell'edifizio. Ma non riflettono che la non è incisa in lapide, ma proprio scolpita in giro delle mura, senza vestigie di racconciamenti.
[1158] Girault de Prangey, _Essai sur l'architecture arabe_, Paris 1841, tavola XIII, nº 3, 4.
[1159] In una colonna della cattedrale di Palermo, presso il Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 137.
[1160] In due iscrizioni sepolcrali presso Di Gregorio, op. cit., p. 146, 152.
[1161] V'ha l'eccezione delle effigie d'uomini e animali in qualche monumento, come i lioni dell'Alhambra ec. Ma in Sicilia non se ne vede alcun esempio. I mosaici d'animali nella sala della Zisa in Palermo, appartengono ai tempi normanni.
[1162] Si vegga il cap. V di questo Libro, p. 302, seg., del volume.
[1163] Si vegga il cap. IV di questo Libro, p. 274.
[1164] Il Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 188, ne diè un disegno preso ad occhio, come si usava al suo tempo, e ridotto, nel quale ei confessò non poter leggere che qualche sillaba; ed io stento anche a questo. Si vegga, del resto, la nota della pagina precedente. Il disegno di poche lettere che veggiamo nell'opera citata di Girault de Prangey, _Essai_ ec., mostra la bellezza dei caratteri e la trascuranza di chi li avea ritratti prima. L'amico Saverio Cavallari che mi ragguagliò qualche anno addietro della distruzione dei caratteri, n'avea fatto altra volta un disegno che fin qui non ci è riuscito di trovare.
[1165] Si ricordi che il miglior disegno è quel pubblicato dal Fazzello.
[1166] Il conte Annibale Maffei vicerè di Sicilia li tolse di Palermo e recò a Verona. Scipione Maffei pubblicò le iscrizioni nel _Museo Veronese_, p. 187, e indi il Di Gregorio nel _Rerum Arabicarum_, p. 146 a 149. Alla interpretazione attesero G. S. Assemani e il Tychsen. Son le solite formole e brani del Corano, coi nomi proprii; l'uno dei quali mi par vada letto _Ibrahim-ibn-Khelef-Dibâgi_ (in vece di _Ibrahimi filii Holaf Aldinagi_), morto il 464 (1072); e l'altro è Abd-el-Hamîd-ibn-Abd-er-Rahman-ibn-Scio'aïb, morto il 470 (1078). Secondo il _Lobb-el-Lobâb_ di Soiuti, l'appellazione _Dibagi_, vuol dire “operaio di seterie,” ed era anche nome patronimico nella discendenza del califo Othoman-ibn-'Affân.
[1167] Presso Di Gregorio, op. cit., p. 144 e 152, il quale tolse l'interpretazione da quelle pubblicate dall'abate De Longuerue e da Adriano Reland. La prima dà il nome dello _sceikh e giurista sagacissimo Ahmed-ibn-Sa'd-ibn-Mâlek_-(ibn-Abd?)_el-'Azîz bisognoso_ (dell'aiuto) _del Signore_ (_non Gubernatoris jurisperiti sapientis Ahmedis filii Saad ben el Malak potentissimi qui pauperis instar est erga dominum suum_), morto il 413, (1023); e la seconda di _Mohammed-ibn-Abi-Se'âda_ (non _filii ebn Saadh_) morto il 444 (1052 non 471, ossia 1079). Le quali iscrizioni non ben disegnate nè ben trascritte in caratteri arabici, e però male interpretate, o furon tolte di Sicilia o Reggio, o provano il soggiorno e morte nei dintorni di Napoli di due Musulmani di Sicilia, Affrica o Spagna, che vi fossero andati, il primo forse per faccende pubbliche o rifuggito, e il secondo per mercatura.
[1168] Presso di Gregorio, p. 164, 165, 166. I due primi non si possono interpretare senza più esatti disegni. Nell'ultimo, il secondo rigo, mal deciferato dal Di Gregorio, nè ben corretto da Fraehn, _Antiquités Mohammed._, tomo I, p. 15, va letto: (Iddio vivente) “stante” e poi la sentenza del Corano, sura XXXII, v. 21, (voi avete) “nell'inviato di Dio, un bel conforto. Questo è il sepolcro d'Abu-Bekr...”
[1169] Presso Di Gregorio, p. 171, il quale sbagliò tutto, fuorchè una formola e la data. Va letta così: ... (Benedica) Iddio al profeta Maometto e sua schiatta..... (Chi spende il proprio avere in servigio) di Dio, fa come l'acino di frumento, dal quale germoglian sette spighe....... (Iddio prospera) cui vuole: immenso egli è e sapiente [sura II, verso 263]........ (sepolcro di)...... ibn-Hosein, Rebe'i (?), Fâresi.... morto.... l'anno 417 (1026).
[1170] Presso il Di Gregorio, p. 141. La leggenda mal trascritta dal Di Gregorio è “Nè (spero) aiuto che in Dio,” sentenza tolta dal Corano, sura XI, verso 90.
[1171] Pubblicata da Lanci, _Trattato delle simboliche rappresentanze_, tomo II, p. 25.
[1172] Un lucido di questa iscrizione ch'era messa da architrave in una finestra, mi fu mandato il 1853 dai signori Agostino Gallo e Saverio Cavallari. Sendo inedita, mi par bene darne la versione: “In nome del Dio clemente e misericordioso; che Iddio benedica al profeta Mohammed e sua schiatta. “Ogni anima assaggerà la morte, nè avrete vostro guiderdone che il dì della Risurrezione. Chi sarà campato dal fuoco e introdotto nel Paradiso, sarà allor felice: perchè la vita di quaggiù non è altro che roba d'inganno.” [Sura III, v. 182.] Questo è il sepolcro di Oma-er-Rahman (cioè la _serva di Dio_) figliuola di Mohammed, figlio di Fâs; la quale morì il primo.....”
[1173] Presso Di Gregorio, op. cit., p. 138 e 140.
[1174] Op. cit., p. 141. Il Di Gregorio lesse male l'ultima frase, nè credo ben l'abbia corretta il Lanci, _Trattato delle simboliche rappresentanze_ ec. Parigi, 1845, tomo II, p. 24, tavola XV. Parmi si debba leggere _thikati Allah_, “La mia fidanza (è) Dio.”
[1175] Presso Di Gregorio, op. cit., p. 131. Non si può deciferare sul rame che ne pubblicò il Di Gregorio con la interpretazione di Tychsen. Ma di certo non v'ha una sillaba del verso 55 (si corregga 52) della sura VII, che credette leggervi il professore di Rostock.
[1176] Mi fu mandata a Parigi il 1844 dal principe di Granatelli. Il lato leggibile è a dritta di cui guardi. Nei due primi righi son le formole; nel terzo, un frammento della sura XXXVIII, verso 67; nel quarto “.... sepolcro del cadi Kkidhr...;” il quinto e sesto non si scorgono bene; nel settimo “.... di Dio sopra di lui (morto) il venerdì cinque...;” nell'ultimo: “quattro e novanta e....” mancando il secolo che sarebbe il quarto o quinto della egira (1003, o 1100). A destra e sinistra corrono due righi perpendicolari a mo' di cornice, che non ho potuto leggere.
[1177] Presso il Di Gregorio, op. cit., p. 154. La lezione e interpretazione di Tychsen, date dal Di Gregorio, difettano in molte parti, e sbagliano la data ch'è pur chiarissima. Ecco come leggo questa iscrizione, mettendo tra parentesi le parole da supplirsi, e indicando con punti le altre che mancano: “(In nome di Dio) clemente e misericordioso, (e benedica Iddio ec.) (Dì loro: Grave annunzio; e voi ne ri-)fuggite [sura XXXVIII, verso 67, 68]. Questo è il sepolcro dello sceikh........ il Kâid egregio Abu-Hasan-Ali figliuolo del....... il giusto, e benedetto il trapassato Abu-Fadhl........ (figlio del).... e benedetto il trapassato Abd-Allah, figlio di Moha(mmed).... (figlio del).... e benedetto il trapassato Ali, figlio di Tâher.... (che sia benigno) Iddio a lui. Il quale morì la notte del giovedì, cinque del mese........ (e fu sepolto?) il venerdì, l'anno trecento cinquantanove (969-70)... (morì attestando non esservi altro Dio) che Allah ed essere Maometto l'inviato di Dio.” L'errore che notai nel testo è di porre il nominativo _Abu_ in luogo del genitivo _abi_ nei due luoghi dove occorre.
[1178] Si ricordi l'avvertenza fatta nella Introduzione, p. XVI e XXIV.
[1179] Si vegga il Lib. I, cap. III, V e VI, ed il Lib. III, cap. I, p. 283, 284, 296, 297, 321 del volume I, p. 5, 6 di questo volume, e s'aggiungano le seguenti:
Oro, anno 268, (881-2) di grammi 1,05 nel Museo di Parigi. In fin della leggenda del rovescio parmi leggere la voce _robâ'i_. Si confronti con quella simile pubblicata da Castiglioni e notata da Mortillaro, _Opere_, tomo III, p. 352, nº IX.
Oro, anno 295, (907-8) di grammi 4,25 nel Museo di Parigi col nome del parricida Abu-Modhar-Ziadet-Allah.
In queste monete non si legge il nome di Sicilia, ma i dotti le credono siciliane dall'opera. Le altre monete aghlabite di Sicilia notansi dal Mortillaro, _Opere_, tomo III, p. 343, seg., nº I a XII.
[1180] Si vegga il catalogo nelle opere di Mortillaro, tomo III, p. 357, seg., dal nº XIII all'LXXXIX. Quivi l'ultima con data dell'anno e del paese è del 439, (1047-8).
A queste 77 monete sono da aggiugnere le seguenti:
Oro, anno 343 (954-5) di grammi 1,05 nel Museo di Parigi. id. ” 344 (955-6) ” 1,05 ibid. id. ” 1,05 } ibid. senza data, id. ” 1,05 } col nome del id. ” 1,05 } califo Moezz. id. ” 396 (1005-6) indicata come quarto di dinâr da M. Soret, _Lettre à S. E. etc. de Fraehn_, Saint-Pétersbourg, 1851, p. 50 nº 121. id. ” 414 (1023-4, ovv. 424) di grammi 1,00 nel Museo di Parigi. id. ” 421 (1030) ” 1,00 } id. ” 422 (1031) ” 1,00 } ibid. id. ” 423 (1031-2) ” 1,00 }