Storia dei musulmani di Sicilia, vol. II
volume di tavole sinottiche, notando nelle linee orizzontali ciascun
semplice con sue qualità ed usi, secondo le divisioni che fanno le linee verticali o vogliam dire colonne. Pon quattro classi di malattie; del capo, degli organi respiratorii, degli organi digestivi e del corpo tutto; e poi nota nella linea orizzontale la denominazione tecnica della infermità. Tratta soltanto dei medicamenti semplici i quali son messi nell'ordine dell'antico alfabeto detto _Abuged_,[1205] seguíto sempre dai medici e matematici arabi. Nella introduzione si discorrono con dotta brevità i principii generali della materia medica.[1206]
Spedito ed utile manuale, il cui linguaggio tecnico, le divisioni, le teorie e qualche tradizione greca che s'accenna nella introduzione, rispondono al corpo di dottrine mediche che possedeano gli Arabi nell'undecimo secolo, qual si vede nella famosa compilazione d'Avicenna. Il riscontro col Canone ci conduce inoltre a supporre contemporaneo o anteriore ad Avicenna (980-1037) il Siciliano Abu-Sa'îd, il quale afferma niuno avere steso prima di lui tavole comparate di rimedii e malattie; e noi le troviamo appunto nel secondo libro del Canone.[1207] D'Abu-Sa'îd non avanza alcun cenno biografico. Tuttavia nè menzogna nè plagio non son da sospettare, quand'ei fa categorie patologiche diverse da quelle d'Avicenna; e dà un catalogo di semplici molto minore, dove pur se ne trova di tali che mancano nel Canone, ed è diversa la disposizione dei nomi identici. Se imitazione v'ebbe, par dunque l'abbia fatta Avicenna da Abu-Sa'îd, o ch'entrambi abbiano attinto alle medesime sorgenti, e recato nelle esposizione della materia medica quel genio simmetrico degli Arabi, senza conoscere i lavori l'uno dell'altro in regioni si lontane. Se non che il manuale apposito del Siciliano fu ecclissato dal trattato generale del Persiano, al quale poi si è attribuito, come a Tolomeo, Averroès ed altri compilatori antichi e moderni, tutto l'onor delle dottrine ch'egli coordinò ed espose.
Più che Abu-Sa'îd meritò della scienza il Siciliano Ahmed-ibn-Abd- es-Selâm, sceriffo, ch'è a dir della stirpe d'Ali, autore d'un trattato di medicina che serbasi a Leyde ed era intitolato: _Il libro dei medici su tutte le malattie dal capo alle piante_.[1208] Limitandosi ai medicamenti semplici, chè i composti, dice egli, difficilmente riescono nè mai n'è certo lo sperimento, Ahmed breve accenna i rimedii indicati secondo le diagnosi; non tacendo le credenze volgari e contrapponendovi i dettami dei maestri greci ed arabi e sovente la propria esperienza. Divide l'opera in venti capitoli; da alcuno dei quali che ho percorso, specialmente il paragrafo su l'idrofobia, il Libro dei medici mi sembra ricco di osservazioni, dettato con quella saviezza sperimentale che si fa scorta delle teorie e ch'è sola via dritta in quest'arte. Ma pieno giudizio non se ne potrà dare, se la storia della medicina appo gli Arabi non sia meglio studiata che al presente, e se eruditi medici non approfondiscano quest'opera, la quale a prima vista sembra di gran momento. Ahmed ne compose un'altra, forse d'igiene, intitolata: _Conservazione della salute_; divisa in ottanta capitoli e dedicata ad un Abu-Fâres-Abd-el-Azîz-ibn-Ahmed; della quale tanto sol sappiamo da Hagi-Khalfa, e che l'autore si appellava Siciliano e Tunisino.[1209] Di lui non troviamo cenno nelle biografie dei medici arabi; talchè dobbiam lasciarlo tra quei d'età incerta, non potendo affidarci ad un barlume che ci condurrebbe all'ultima emigrazione dei Musulmani di Sicilia, sotto Federigo secondo imperatore.[1210] Visse di certo nella dominazione musulmana Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Hasan-ibn-Tazi, poeta e letterato di gran fama in Sicilia, al quale Ibn-Kattâ' dà appellazione di medico, senza dirne altro;[1211] e noi ne riparleremo tra i poeti con l'onore e il biasimo ch'ei meritò. Del rimanente questo picciol numero di medici, le cui notizie ci pervengono come per caso, non prova che la scienza fosse trascurata in Sicilia.
Scarsi al paro i ricordi di cui seguì la filosofia antica, che gli Arabi chiamarono col proprio nome greco: e diceano _Kelâm_ ossia “ragionamento,” la metafisica e logica religiosa acconciate a lor modo. I filosofi, spesso perseguitati in vita e dimenticati dopo morte, non tornan a galla nella storia letteraria degli Arabi, se non li spinge su qualche vestimento più leggiero: poesia o filologia. Così ci vien trovato nelle biografie dei linguisti di Soiuti, un Sa'îd-ibn-Fethûn-ibn-Mokram da Cordova, della illustre gente dei Togibiti, grammatico, filologo e scrittor di due trattati di versificazione; dato anche, dice Soiuti, alla filosofia. Fu costui contemporaneo del terribil ministro Ibn-Abi-'Amir, detto Almanzor, protettore delle lettere, persecutore delle scienze antiche; quel che bruciò i libri di filosofia ed astronomia della biblioteca di Cordova. Sa'îd, accusato non sappiamo se di scetticismo o ribellione, forse senz'altra colpa che il nascer di schiatta possente e temuta, fu chiamato da Almanzor, interrogato severamente e messo in prigione. Poi lasciaronlo andare in esilio; ed elesse la Sicilia, dove passò il resto de' suoi giorni, alla fine del decimo o principio dell'undecimo secolo.[1212]
Primaria scienza sacra appo loro la lettura del Corano, la quale portando seco interpretazione, riesce a gravi conseguenze legali, dommatiche e morali. Fu dettato il Corano quando tra gli Arabi contavasi a dito chi sapesse scrivere; nè a grammatica si pensava pur anco nè ad ortografia. Poscia Othmân nell'edizione canonica eliminò i luoghi apocrifi, le frasi estranee al dialetto coreiscita, ma non potè mettere in carta la sacra parola con segni più perfetti che gli Arabi non ne possedessero. Cioè che notavano precise tanto o quanto le consonanti,[1213] e delle vocali sol quelle rinforzate da accento, e non pur tutte: donde l'ambiguità di tanti vocaboli che non sono distinti se non dalle vocali, di tanti periodi varii di significato secondo i modi grammaticali che si accennassero leggendo.[1214] Il testo dunque sendo scritto, come oggi diremmo, in cifera di stenografia, nè bastando averlo sotto gli occhi per saperne appunto il tenore, era forza supplirvi con la tradizione orale e con le regole della grammatica. Indi i Lettori, i maestri di Lettura, i trattati e anche poemi didascalici, le sette scuole principali di lettura e non so quante secondarie, gli arabici assottigliamenti in cotesta novella scienza; e s'arrivò a notare il Corano con segni più presto musicali che ortografici: lettere, punti, lineette, sigle che si dipingeano a varii colori intorno gli arcaici caratteri negri del testo d'Othmân, e prescrivean le pause, le modulazioni e oficio dell'_a_, le articolazioni da elidere o permutare e simili.
Fu dei più rinomati Lettori del Corano al suo tempo Abd-er-Rahmân-ibn- Abi-Bekr-ibn-'Atîk-ibn-Khelef da Siracusa, detto Ibn-Fehhâm (Il figlio del Carbonaro), nato il quattrocencinquantaquattro (1062), uscito, com'è probabile, alla presa di Siracusa, l'ottantotto (1095), e morto il cinquecento sedici (1122-3). Andò cercando in Oriente i dottori principi della Lettura; praticò con parecchi d'Egitto; e soggiornò, forse diè studio, in Alessandria, essendo stato chiamato lo Sceikh Alessandrino. Compose il _Soddisfacimento a chi brami saper bene le Sette Lezioni_, e _La Gemma Solitaria d'Ibn-Fehhâm su la Lettura_: com'è vezzo degli scrittori arabi di porre titoli millantatori e avviluppati, purchè sembrino bizzarri. Si ricorda inoltre un suo Commentario su i _Prolegomeni Grammaticali d'Ibn-Babesciâds_: che grammatico ei fu anco e giurista, e poeta. Abbiamo, solo avanzo de' suoi scritti, qualche verso, elegante di lingua e stile, studiato di immagini, se il raccoglitore non trascelse appunto gli squarci ampollosi per dare un bel saggio.[1215] Nella poesia erotica d'Ibn-Fehhâm è tenerezza e delicatezza d'affetto non comune.[1216] Il disinganno d'uom battuto dalla fortuna gli dettò un epigramma, contro il suo secolo, ma la saetta arriva fin qui.[1217]
Segnalossi nella medesima scienza Abu-Tâher-Ismail-ibn-Kelef-ibn- Sa'îd-ibn-'Amrân, autore d'un trattato in nove volumi su le forme grammaticali[1218] del Corano, e d'un sommario intitolato _Cenno su la Lettura_: dov'ei messe a riscontro le _Sette Lezioni_, con dettato conciso da potersi tenere a mente, facile agli scolari, bastante anco ai dotti. Libro rinomato ai tempi d'Ibn-Kallikân, comentato poscia da molti e rimaso in onore fino al decimosettimo secolo, quando ne fe lode Hagi-Khalfa. Compendiò inoltre questo Ismail un'opera, credo teologica, intitolata _L'Argomento_, di Faresi. Fu noverato tra i primi letterati dell'età sua. Ibn-Khallikân, su la fede dello spagnuola Ibn-Baskowâl, gli dà per patria Saragozza; Soiuti lo ricorda coi due nomi di Siciliano e Spagnuolo; ed Hagi-Khalfa alterna l'uno e l'altro. Secondo tutti, fu _Ansâri_, cioè oriundo di Medina, e morì il quattrocentocinquantacinque (1063), in Spagna, credo io, dov'egli si fosse rifuggito, lasciando la Sicilia quando caddero i Kelbiti, o in quel torno.[1219]
Visse nella generazione seguente, e forse uscì di Sicilia al conquisto, Abu-Amr-Othmân-ibn-Ali-ibn-Omar da Siracusa, discepolo d'Ibn-Fehhâm in lettura e d'altri rinomati professori in tradizione, uomo di molta dottrina a giudizio del dotto Silefi che usò con lui; autor di varie opere di lettura, grammatica e versificazione, linguista inoltre e poeta, il quale tenea scuola di lettura del Corano nella moschea d'Amru[1220] al Cairo vecchio, verso la metà del duodecimo secolo.[1221] L'età non sappiamo di Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Haiun, siciliano, che scrisse al dir di Casiri un'appendice alla Parafrasi poetica del Corano, di cui v'ha un codice all'Escuriale.[1222] Vengon poscia i Lettori che non lasciaron opere, tra i quali si ricorda Kholûf-ibn-Abd-Allah da Barca, dimorante in Sicilia alla metà del quinto secolo dell'egira, dotto nelle due parti della grammatica cioè forma e sintassi, non digiuno delle scienze filosofiche e morali, e buon poeta al dir di Dsehebi.[1223] Lettore e moralista Abu-l-Kâsim-Abd-er-Rahman-ibn-Abdel-Ghanî; lettori anco Abu-Bekr-'Atîk-ibn-Abd-Allah-ibn-Rahmûn della tribù di Khaulân, passata in Siria e Spagna nei primi conquisti degli Arabi, ed Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-el-Gebbâr-ibn-Waddâni, il qual nome lo mostra oriundo d'Affrica. Tutti e tre poeti e vissuti nel decimo o undecimo secolo; i pochi versi dei quali, che trascrive Imâd-ed-dîn, mi sembran di pulite forme, e battono su la instabilità delle cose umane e consolazione delle sventure, tema grato ai Musulmani.[1224] Nella prima metà dell'undecimo secolo, levò grido il Lettore siciliano Abu-Bekr-ibn-Nebt-el-'Orûk, sì che un valente giovane spagnuolo, che poi meritò importanti ofici in patria, tornando dalla Mecca e dall'Egitto dove avea compiuto gli studii, fermossi in Sicilia a ripigliare quei di lettura coranica con questo Abu-Bekr, e del dritto con Abd-el-Hakk-ibn-Harûn.[1225] Si ricorda infine tra i Lettori il grammatico, linguista e poeta Abn-Bekr-Mohammed-ibn-Abd-Allah che volentieri direi venuto d'Affrica in Sicilia,[1226] finito pazzo, se ben m'appongo a quel che ci narran di lui. In sua vita d'austera morale e uggiosa pietà, gli venne visto un giovanetto figlio d'alcun capitano o regolo dell'isola; e non osando svelare il brutto pensiero che gli nacque, trafitto di dolore, si fece pelle ed ossa; il sangue, dirompendo dal fegato, che gli Arabi tengon sede delle passioni, gli offese il petto, lo portò via, scrive Dsehebi, da questo all'altro mondo, innanzi tempo. Con altro giudizio che quel degli Arabi, si direbbe che la consunzione gli turbò il cervello, il che pur suole avvenire, e com'uomo nudrito negli scrupoli immaginò tal peccato ch'ei non avea. Nè vale la sua propria confessione in eleganti versi, degni di men tristo argomento, i quali incominciano col dubbio ch'ei fosse fuor di sè, e si chiudono con affrettare la morte.[1227]
I detti e pratiche di Maometto, raccontati con sommo zelo dai contemporanei, messi in carta da quei che vennero appresso, sono, come ognun sa, la seconda sorgente della dottrina musulmana nelle scuole ortodosse; se non che l'ampia raccolta non fu mai compilata in forma autentica, non porta a quel che i Musulmani chiaman precetto divino, e i dottori, secondo lor giudizio, ne accettano e ricusano, esercitando la critica non meno su l'autenticità, che su la interpretazione dei vocaboli antiquati e frasi oscure. Studio vasto che diè origine a scuole mal note l'una all'altra, e condusse i tradizionisti a lunghe peregrinazioni qua e là, dove fosse alcun rinomato dottore o chi aveva appreso da lui. Fanno le tradizioni importantissimo corpo di dritto pubblico, civile e penale, e disciplina religiosa; avvegna che proveggano alla spicciolata a tanti casi non contemplati dal Corano: onde la tradizione è preparamento necessario, anzi parte integrale della giurisprudenza.[1228] S'ei fosse da stare ad una conghiettura dell'erudito Iakût, avrebbe preso soprannome dalla Calabria un Abu-Abbas, dei più antichi critici delle tradizioni: discepolo d'Abu-Ishak-Hadhrami, e maestro di Abu-Dâwûd-Soleiman, che dettò il _Sinan_, autorevole compendio. Ma Abu-Dâwûd morì l'ottocentottantotto di nostr'èra; onde si dovrebbe supporre che Abu-Abbâs-Kalawri avesse militato nelle prime squadre musulmane, che d'Affrica, Sicilia o Creta assaltarono la terraferma d'Italia (842). E non reggendo il supposto di Iakût altrimenti che su l'analogia del nome etnico, nè accompagnandolo alcun ragguaglio di biografia, ne rimarremo a questo cenno.[1229]
Oltre i giuristi che preliminarmente apparavano la Tradizione e l'arte critica di quella, parecchi dotti dell'isola vi attesero particolarmente. Fin dai primi anni del decimo secolo o poco innanzi, il siciliano Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Ibrahim-ibn-Musa, della tribù di Temîm, passò in Irâk per approfondire cotesto studio che fioriva tuttavia nella capitale abbassida e nelle importanti città vicine. Scrisse molte opere delle quali non sappiamo i titoli, e diè lezioni a Waset; noverandosi tra i suoi discepoli alcun tradizionista di nome. Côlto insieme con l'erudizione il mal vezzo del misticismo che spuntava allora tra i dotti musulmani, frequentò le accademie di Gioneid e Nûri, barbassori sufiti; entrò nella setta[1230] e lasciovvi nome onorato.[1231] Dopo l'Irâk par abbia fatto soggiorno in Egitto, anzichè tornare in Sicilia.[1232]
Ignorasi l'età del cadi Abu-Hasan-Ali-ibn-Moferreg, autor di un'opera intitolata _Annotazioni del Siciliano su la Tradizione_, citato da Beka'i, nel decimoquinto secolo, tra i testi ch'egli soleva adoperare.[1233] Due liberti siciliani, al certo degli schiavi cristiani venduti in altri paesi, ebbero nome di tradizionisti a Cordova, nella seconda metà del decimo secolo: dei quali, Derrâg, uom di molta pietà e dottrina, fu bandito per sospetti politici e morì in Oriente, dopo fatto il pellegrinaggio;[1234] e l'altro per nome Râik, studiò tradizioni in Oriente e professolle poscia in Spagna.[1235] S'applicò alla legge ed alla tradizione, tenuto uom dottissimo al principio dell'undecimo secolo, l'emir Abu-Mohammed-'Ammâr-ibn-Mansûr dei Kelbiti di Sicilia, di ramo collaterale ai due che regnarono. I frammenti poetici del quale spiran l'orgoglio guerriero della nobiltà non mansuefatto dalle elucubrazioni legali, e ci svelano che l'autore navigasse a golfo lanciato tra i tumulti e le trame che s'alternavano in Palermo.[1236]
Verso il milletrenta, si trovò in Spagna Abu-Fadhi-Abbâs-ibn-Amr, siciliano, il quale apprese da Kâsem-ibn-Thâbit di Saragozza la spiegazione dei vocaboli e modi disusati delle tradizioni ed insegnolla ad altri Spagnuoli; onde sembra stanziato nel paese.[1237] Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Sâbik, nella generazione seguente, uscito forse in pellegrinaggio, apparò tradizione alla Mecca da parecchi dottori, tra i quali primeggia Karîma figliuola di Ahmed-Marwazi; e in luogo di tornare in Sicilia ove non era oramai che guerre e stragi, aprì scuola in Granata; ma sentendovi anco mal fermo il suolo, passò in Egitto; e quivi morì di gennaio del mille e cento. Lasciò in Granata desiderio di sè, e fama di gran teologo.[1238] Son anco ricordati com'ottimi tradizionisti il Sementari, Ibn-Mekki, Ibn-Abd-el-Berr ed Ibn-Kattâ; del primo dei quali diremo tra i mistici, e degli altri tra i filologi. Sopra tutti s'innalzò il Mazari.
Così chiamato dalla città nativa e Temîmi dalla tribù, per nome Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Ali-ibn-Omar-ibn-Mohammed,[1239] giurista malekita, uom sommo, scrive Ibn-Khallikân, nella dottrina testuale e critica delle tradizioni.[1240] Celeberrimo nelle scuole musulmane il suo comentario di tradizione intitolato _Il maestro delle dottrine (contenute) nel libro di Moslim_.[1241] Scrisse anco la _Spiegazione dei (principii) che occorrono nello “Argomento dei dommi,”_[1242] ed un commentario sul libro intitolato _Il buon indirizzo_, opere entrambe di teologia scolastica;[1243] un commentario sul Manuale di Mâlek che si chiama il _Mowattâ_;[1244] quattro volumi su l'insegnamento del cadi Abd-el-Wehhâb;[1245] ed altre di erudizione e belle lettere:[1246] ma fu dotto in varii rami di scienze pratiche o speculative,[1247] fin anco in medicina. Leggiamo in un comentario malekita come la gente accorresse a consultar il Mazari da medico al par che giurista, dal tempo ch'ei si diè con ardore a quello studio, punto da un medico israelita, il quale, curandolo in grave infermità, gli rinfacciava: “ecco il gran dottore dell'islamismo in balía d'un povero giudeo, che se il lasciasse morire farebbe opera meritoria in sua religione e grave danno ai Musulmani.[1248]” E veramente per tutta l'Affrica Settentrionale i contemporanei il tennero a luminare di giurisprudenza; si raccontò che il Profeta gli fosse comparso in sogno, confortandolo a scrivere, i posteri lo dissero ultimo legista inventore; e Khalîl-ibn-Ishak, compilator dell'oscuro codice che or si osserva in Affrica, pose il Mazari e il siciliano Ibn-Iûnis tra le quattro autorità cardinali, citate dopo la _Modawwana_,[1249] Il Mazari seguì in teologia la dottrina asci'arita[1250] o vogliamo dire scolastica, la quale soleva adoprare la filosofia e le interpretazioni per difendere il domma ortodosso dai duri colpi che gli traeano scismatici e razionalisti con le medesime armi. Uscito di Sicilia, com'ei pare, al conquisto normanno, soggiornò al Cairo vecchio, ad Alessandria; a Mehdia; quindi ad Alessandria di nuovo, dove insegnò tradizioni.[1251] Si narra che a Mehdia abbia dato, poco appresso il mille, i primi rudimenti della scienza, a Mohammed-ibn-Tûmert, detto poi il Mehdi: un mezzo Savonarola berbero, che fondò l'impero almohade:[1252] tra il qual legame col profeta avventurato, e la dottrina propria e l'acume dell'ingegno e la serena virtù dell'animo, il Mazari passò tra i beati dell'islamismo. Morto in Mehdia d'ottantatrè anni lunari, chi dice il quattro e chi il venti ottobre, del millecentoquarantuno,[1253] fu sepolto sia a Mernâk presso Tunis,[1254] sia a Monastir;[1255] il qual disparere su le minuzie biografiche, mostra la grande rinomanza dell'uomo, al par delle lodi che ne fanno tutti gli scrittori.[1256] Dalla riputazione di santità nacque una favola, ripetuta in Affrica nel decimoquinto secolo, la quale dava al Mazari trecento tredici anni di vita.[1257]
Per l'intima connessione che hanno le tradizioni con la giurisprudenza, si comprende come questa, ben avviata già in Sicilia nella prima metà del decimo secolo,[1258] sia progredita nel corso dell'undecimo.
Nel confine di que' due, chè l'anno appunto non si sa, nacque, com'e' pare, in Palermo, Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Iûnis, dottore principe di scuola malekita, onorato quasi a ragguaglio col Mazari, citato insieme con lui, come dicemmo, da Khalîl, detto per antonomasia il Siciliano e famoso altresì per le prodezze fatte di sua persona nella guerra sacra, quella verosimilmente di Maniace. Trapassò Ibn-Iûnis il venti rebi' primo del quattrocencinquantuno (5 maggio 1059).[1259] Suo discepolo il giurista malekita siciliano Abu-Mohammed-Abd-el-Hakk-ibn-Harûn, famoso per le opere e per gli illustri discepoli spagnuoli, Khelef-ibn-Ibrahim, detto Ibn-Hassâr, e Soleiman-ibn-Iehia-ibn-Othmân-ibn-Abi-Dunia da Cordova; dei quali il primo, come s'è detto, lo ritrovò in Sicilia[1260] e l'altro alla Mecca, in pellegrinaggio, e seguillo in Egitto, studiando sempre con essolui.[1261] Scrisse Abd-el-Hakk la _Correzione dei Quesiti_, trattato di casi legali;[1262] e i _Detti arguti_, opera filologica o di erudizione, rimasa in voga fino al decimoquarto secolo.[1263] Da lui anco avea appreso il dritto in patria, Thâbit il Siciliano; il quale, rifuggito poscia in Ispagna, ne diè quivi lezioni nella seconda metà del secolo.[1264]
Oltre i giureconsulti Ibn-Fehhâm, ed 'Ammar-ibn-Mansur, e Mazari, ed Ibn-Mekki ricordati di sopra; Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Hasan-ibn- Ali-Rebe'i, da Girgenti, onorato molto per sapere e virtù, professava giurisprudenza malekita in Sicilia, indi in Affrica ed Alessandria; e morì l'anno cinquecentotrentasette (1142-3).[1265] Forse della stessa famiglia un Ali-ibn-Othmân-ibn-Hosein-Rebe'i, Sikilli, il quale, mercatando a Cordova, recovvi il libro d'Ibn-Hâtim-Adsrei, intitolato _Splendori sul fondamento del dritto_; e da lui l'apprese il giurista spagnuolo Abu-Ali, Ghassâni.[1266] Il dottore siciliano Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Abd-Allah, recatosi dopo il conquisto normanno in Granata, dievvi lezioni sul _Lume di giurisprudenza_ d'Abu-Hasan-Lakhmi, e quivi morì il cinquecento diciotto (1124).[1267] Un Mozaffer, siciliano o schiavone, chè spesso si scambiano nella scrittura arabica, fu deputato nel quattrocentoquattro (1013-14) a prefetto di Misr e del Cairo e _mohtesib_, l'ultimo dei quali officii richiedea scienza. legale.[1268] Tenne in Egitto il sommo magistrato di _cadi dei cadi_, un Ahmed-ibn-Kâsim siciliano, che Imâd-ed-dîn ricorda col nome di Giusto, trascrivendo i versi ch'ei compose per Afdhal (1093-1121). La lindura dei quali non iscuserebbe certi modi d'adulazione, se non fossero all'usanza orientale e forse dettati da stretta amistà.[1269] D'età incerta Abu-Mohammed-Hasan-ibn-Ali-ibn-Ge'd, dottore principe al suo tempo, e diè il proprio nome alle _Porzioni Ge'dite secondo la scuola di Malek_;[1270] porzioni s'intenda nel partaggio delle eredità, ch'è ramo importante del dritto musulmano. Ai giureconsulti son da aggiugnere Kattâni, “il Sottil Grammatico,” del quale diremo tra i filologi; ed Abu-Omar-Othmân-ibn-Heggiâg da Sciacca in Sicilia, dimorante in Alessandria, morto il cinquecento quarantaquattro (1149); il quale era stato dei maestri del rinomato tradizionista Silefi d'Ispahan, e lasciò parecchi libri malekiti.[1271] Dettò un comentario sul _Mowattâ_ di Malek il letterato affricano Ibn-Rescîk, emigrato in Sicilia alla metà dell'undecimo secolo.[1272] Nel medesimo tempo dava fuori opere di dritto il Sementari, col quale passiamo a discorrere la nuova edizione di devoti che pullulava nell'islamismo.
Abu-Bekr-Atîk-ibn-Ali-ibn-Dâwûd del villaggio di Sementara in Sicilia,[1273] discendente, chi sa? dei coloni che possedeavi un tempo San Gregorio, fu uomo infaticabile di corpo e d'intelletto. Di quei devoti Siciliani, scrive Ibn-Kattâ', che faceano autorità in giurisprudenza;[1274] degli asceti dell'isola, chiarissimi per sapere: ed usò degnamente la vita di quaggiù, sciolto dalle cure mondane, tutto intento e fitto nell'altra vita. Partì per l'Hegiâz, compiè il pellegrinaggio; percorse poi tante regioni, Iemen, Siria, Persia, Khorasân; praticò quivi coi servi di Dio, tradizionisti ed asceti; raccolse lor detti e notizie e con eleganza le dettò. Scrisse a mo' di dizionario suoi viaggi e il frutto del conversare con que' dotti stranieri; e sul dritto e la tradizione varie opere pregiate per ordine e lucidità; ed un gran trattato, che niuno agguagliò mai in bellezza di stile, su la perfezione spirituale[1275] e su gli esempii degli uomini virtuosi. Così lo giudicava Ibn-Kattâ.[1276] L'ultima delle opere ricordate s'intitolava: _Guida dei Cercatori_ (_della perfezione spirituale_), e prendea dieci volumi.[1277] Un componimento di Sementari su l'ascestismo musulmano, dai pochi versi che ne abbiamo, sembra anch'oggi nobile sfogo d'intelletto sdegnoso della viltà e tristizia del secolo, invaghito d'una immagine del giusto e del sublime, ch'uom abbozzi nella propria coscienza e la dipinga su l'oscura tela dell'infinito.[1278] Morì costui il ventuno di rebi' secondo del quattrocento sessantaquattro (15 gennaio 1072).[1279] Contemporaneo di Sementari, e sembrano usciti entrambi al crollo della dinastia kelbita, Abu-Hasan Ali-ibn-Hamza, andato in Spagna innanzi il quattrocento quaranta (1048), al dir d'Homaidi che il conobbe e ascoltò; sufita, scolastico,[1280] dotto in ogni ramo di teologia e d'altre scienze;[1281] discepolo del moralista sciafeita Abu-Tâher-Mohammed-ibn-Ali da Bagdad.[1282]
I Sufiti, non contenti all'abnegazione delle cose mondane, si provarono a distruggere ogni idea di realità, spegnere il senso, concentrare l'uomo nella coscienza dell'essere, e farlovi con ostinata volontà sprofondare a grado, a grado, tanto che gli paresse toccar nel nocciolo dell'animo la Divinità, immedesimarsi con quella, togliersi dagli occhi i veli che occultano la scienza e l'avvenire. La qual monomania artifiziale appresterebbe bell'argomento di studio psicologico e patologico se si giugnesse a scernere l'allucinazione dalle ciurmerie e linguaggio allegorico con che si è mescolata in ogni età e paese. La setta par abbia preso nome e, forme verso la metà del nono secolo, quando ne pullularono tante nell'islamismo; quando i devoti, incalzati dalla filosofia greca che li sforzava a ragionar sulla missione di Maometto, si rifuggirono nel misticismo indiano. Qualche rampollo brahmanico o buddista, che vegetasse ab antico in Persia, s'innestò con l'ascetismo dei compagni di Maometto, e ne spuntò questo frutto. Il nome deriva da _Sûf_ “lana,” perchè gli adetti ne vestivano secondo l'uso dei primi Musulmani; e quando la setta divenne quasi ordine religioso, il superiore iniziava il neofito con porgli sulle spalle la _Khirka_, mantello o straccio di lana. Durano fin oggi i Sufiti insieme con gli ordini plebei, dervis e simili che copiarono le sembianze più goffe della setta. In origine fu onesto ritrovo d'animi nauseati di quello scompiglio politico del califato; teste inquiete, fors'anco intelletti sani, non soddisfatti dall'islamismo, se non che lor parea peggio mutar di religione o starne senza; e panteisti o scettici, si gittarono sovente in quelle ombre mistiche per dare un ganghero ai devoti. Infatti gli ortodossi formalisti li chiamavan empii tutti in un fascio. Gâzeli, il terribile teologo, sentenziò atto più meritorio l'accoppare un sufita che campar dieci uomini dalla morte.[1283]
Se si risguardi all'età del sufita Abu-Bekr-Mohammed,[1284] al quale tennero dietro Ali-ibn-Hamza e Sementari,[1285] si vedrà che l'ascetismo primitivo dei Musulmani durato in Sicilia sino alla metà del decimo secolo,[1286] non tardava guari a prender la novella foggia mistica. Dai dotti scendea già nel volgo, e la devota commedia era in voga nella prima metà del l'undecimo secolo, poichè Ibn-Tazi la riprende con questi versi:
“Non istà il sufismo, no, a vestir lane che rattoppi tu stesso; non ad intenerire gli sciocchi;
Nè a stridere, saltare, scontorcerti, cadere in deliquio, come se tu fossi impazzato.
Sta il sufismo nell'animo schietto, immacolato; nel seguir là verità, il Corano, la fede;
Nel mostrare che temi Iddio, che ti penti di tue colpe, che ne sei trafitto di rammarico eterno.[1287]”
Tra gli asceti che non trascorressero a così fatte allucinazioni, si ricorda un Abu-l-Kâsim-ibn-Hâkim, dottissimo, come dicono, il quale nella prima metà del duodecimo secolo vivea a Bagdad in casa, non più corte, del califo.[1288] Mohammed-ibn-Sâbik ed Abd-er-Rahman-ibn-Abd-el-Ghani, nominati di sopra, furono l'un teologo, l'altro moralista.[1289] Musa-ibn-Abd-Allah da Cufa, della schiatta d'Ali, teologo, poeta ed erudito, verso la metà dell'undecimo secolo elesse a dimora la Sicilia; donde poi passò a combattere i Cristiani in Spagna; ed alfine fu ucciso in
.{495} Affrica (1094).[1290] Lasciò un trattato di teologia Abu-Mohammed-Abd-er-Rahman-ibn-Mohammed il Siciliano, del quale ignoriamo l'età, se non che il manoscritto unico in Europa è copiato in Antiochia il seicentoquarantanove dell'egira (1251). Compilazione scolastica ed ortodossa, partita in quattro capitoli: teologia naturale, teologia musulmana, natura e potenza del demonio, condizioni e doveri degli uomini in società.[1291] Mi sembra nitida ed ordinata; logica, quel poco che si poteva. Il capitolo sul Tentatore, assai più particolareggiato che non soglia incontrarsi negli scolastici musulmani, par si rannodi a quella fissazione dei devoti siciliani ed affricani sulla fine del nono o principio del decimo secolo.[1292]
Ad un tempo, col progresso dalla cieca divozione al misticismo, si notò in Sicilia, sì come in ogni altra provincia musulmana, novello fervore per le lettere, soprattutto gli studii filologici, come s'intendeano da ciascuno fino al decimottavo secolo; i quali non fecero rinascere in Oriente quegli antichi poeti arabi nè quel vivo e conciso parlare dei compagni di Maometto; nè altro produssero che una mediocrità più generale, uno stile luccicante, ondulante e ridondante; quel che ammiran da otto secoli in Hariri, e che da nove o dieci secoli avviluppa presso que' popoli il pensiero e sovente ne tien luogo. Ma tant'è, che il lungo secento degli Arabi non mancò di pregi, come nè anco il secento europeo del decimosettimo secolo o del decimonono. Al par che gli Spagnuoli, Affricani, Egiziani e Sirii, i Musulmani di Sicilia non poteano giugnere a segno più alto; ma ben toccaron quello nell'undecimo secolo, nè furon da meno degli Spagnuoli; superarono forse le altre province dette, nelle quali la natura non sorrideva sì dolcemente, e le schiatte antiche, Semiti, Copti, Berberi, non eran metallo suscettivo di tempra sì fina.
Dopo Ibn-Khorasân, grammatico siciliano della prima metà del decimo secolo,[1293] ne comparisce un altro per nome Hasan-ibn-Ali, il quale, andato, in pellegrinaggio, morì alla Mecca, allo scorcio del trecentonovantuno (novembre 1001) lasciando onorata memoria di sè nelle scuole d'Oriente.[1294] Qualche mezzo secolo innanzi, era venuto a stare in Sicilia Musa-ibn-Asbagh-Morâdi, da Cordova, al ritorno d'un viaggio in Oriente: linguista, grammatico e, dicono, elegante poeta; ma fece in ottomila versi una parafrasi del _Mobtedâ_,[1295] ossia “Primordii;” forse i Primordii del mondo e racconti dei Profeti d'Abu-Hodseifa il Coreiscita.[1296] All'entrar dello undecimo secolo, visse in Sicilia il rifuggito spagnuolo Sa'id-ibn-Fethûn che ricordammo di sopra: il quale fu insieme linguista e compose un trattato di versificazione.[1297]
Le guerre civili della Spagna balestrarono anco in Sicilia Abu-l-'Ala-Sâ'id da Mosûl, esercitatosi con lode negli studii di filologia ed erudizione a Bagdad, buon poeta, argutissimo e pronto di motti, piacevole al conversare, ma cortigiano, menzognero, scroccone, scialacquatore, beone; il quale, andato a cercare ventura in Ispagna, si rimpannucciò appo Almansor (990), e lui mancato, venne a provare se i Kelbiti di Sicilia fossero que' mecenati che portava la fama, e morì il quattrocento diciassette (1026) o quattrocento diciannove.[1298] Torna alla stessa età il Siciliano Abu-Iakûb-Iûsuf-ibn-Ahmed-ibn-Debbâgh, buon poeta, autor di versi didascalici sulla grammatica, il quale, a giudizio d'Ibn-Kattâ', avanzò ogni contemporaneo in quel che noi diremmo studio di storia letteraria.[1299] Tornano alla metà dell'undecimo secolo, Kolûf-ibn-Abd-Allah da Barca, domiciliato in Sicilia, lettor del Corano, dotto nei due rami della grammatica,[1300] ornato di varia erudizione e poeta;[1301] Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-er-Rahman il Siciliano, che diè studio di grammatica, come sembra, a Susa;[1302] ed Abu-Hafs-Omar-ibn-Hasan, grammatico di conto, linguista e poeta.[1303]
Più che mai genuino comparisce l'innesto di rampollo arabo su ceppo siciliano in persona di Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-abi-Fereg- ibn-Fereg-ibn-abi-l-Kasim, _Kattâni_ o vogliam dire “il Linaiolo,” soprannominato il “Sottil Grammatico,” nato in Sicilia il quattrocenventisette (1035-6); dove fece tutti gli studii e ne uscì armato da capo a piè in giurisprudenza malekita, grammatica, lingua ed erudizione d'ogni maniera; e nelle due prime fu tenuto uom sommo, se non che attaccandosi ad appuntar gli errori di questo e di quello, tutti gli si volser contro e tagliarongli i passi.[1304] Lasciata la Sicilia, com'e' pare alla caduta di Palermo, andò a Bagdad nel Korasân, e a Gazna; donde passò, su le orme dei conquistatori turchi, in India: e per ogni luogo rifaceva il verso ai dottori ed appiccava battaglia. Avvenne un dì ch'egli entrasse in una scuola, credo a Mêrw in Khorasân e di teologia,[1305] tenuta da Mohammed-ibn-Mansûr, Sem'âni; il quale cominciato a dettar la lezione, il Sottil Grammatico lo interruppe: “Non è com'ei dice; va scritto così e così.” E Sem'âni ai discepoli: “Correggete a sua posta, ch'ei ne sa più di me:” i quali obbedirono. Non guari dopo il Siciliano, rivolto a Sem'âni, “Signor mio,” disse, “ho sbagliato, chè menda non v'era nel tuo dettato:” e quegli pacatamente: “Si rifaccia dunque come stava:” e finita la lezione, trovandosi solo con gli amici, ripigliò: “Il Magrebino[1306] mi sfidava per dirmene un sacco delle sue, com'ha fatto con gli altri; ma gli uscii di sotto; ed ecco che s'è condannato di bocca propria.” Kattâni morì a Ispahan, il cinquecento dodici (1148-9.) Ebbe a maestro in dritto il celebre siciliano Mohammed-ibn-Iûnis, e in grammatica un Ali-Haiûli, siciliano o dimorante nell'isola.[1307]
Nella gioventù di Kattâni era trapassato in Sicilia un valente filologo secondo que' tempi, per nome, Abu-Ali-Hasan-ibn-Rescîk. Nacque l'anno mille a Msila d'Affrica, d'un liberto di schiatta greca o italica:[1308] il quale apparando al figlio la propria arte d'orafo, il mandò insieme a scuola; e visto il pronto ingegno alla poesia ed alle lettere, gli assentì d'andare a quindici anni, a Kairewân, antico emporio della cultura arabica. Dove Ibn-Rescîk guadagnò dottrina, fama e stato. Un poema in lode di Moezz-ibn-Badîs lo fece entrare al servigio del principe;[1309] tenuto poscia tra i poeti di corte,[1310] e fatto segretario di guerra.[1311] Sino al limitare della vecchiezza, visse prosperamente a corte, tra gli studii, tra le amistà e nimistà letterarie ed alcun brutto costume, svelatoci dal Siciliano Abu-Abd-Allah-ibn-Seffâr, erudito dabbene, il quale trovandosi al Kairewân, tutto lieto d'esser fatto intimo di Ibn-Rescîk, si trovò terzo personaggio in una strana commedia.[1312]
Ma al conquisto degli Arabi d'oltre Nilo, quando Moezz era costretto a chiudersi in Mehdia (1057) e il poeta ve l'accompagnava[1313], la mala fortuna, come pur suole, accese discordia tra i due vecchi amici. Un'armata cristiana, di Pisa forse o di Genova, s'era appressata nottetempo a Mehdia; il principe affaccendato in sul far dell'alba a provvedere al pericolo, leggea gli spacci a lume d'un doppiere, quand'ecco Ibn-Rescîk entrare nella stanza, e porgergli un poema che incominciava: “Fa' cuore; non ti s'offuschino i pensieri nel cimento: chè già alla tua possanza ognun piega il collo.” — “E come far cuore,” proruppe Moezz, “quando tu mi vieni tra i piedi ad aiutarmi così? Perchè mo non stai zitto!” E stracciò il poema, e bruciollo al doppiere. Ibn-Rescîk, voltate incontanente le spalle, s'imbarcò per la Sicilia,[1314] dove avea amici; sapendosi di due poeti siciliani che si carteggiavano con esso, e rimanendoci fino i versi ch'ei scrisse all'uno arrivando a Mazara e la risposta per le rime.[1315] Raccolto a grande onore dai principali della terra, lo rappattumarono con Ibn-Scerf, poeta del Kairewân e della corte di Moezz e però suo mortal nemico; il quale, avendo riparato in Sicilia prima di lui, s'era messo subito a lacerarlo.[1316] L'ospitalità siciliana non tolse che venuto per cagion di mercatare un legno di Mo'tadhed, principe Abbadida di Siviglia, Ibn-Rescîk si mettesse ai panni al padrone, pregando di menarlo seco a corte; il quale gliene promesse e poi lo piantò. Rimaso parecchi anni tra sì e no di far il viaggio di Spagna, venne a morte in Mazara verso il millesettanta.[1317]
Il cui soggiorno tra il romor delle armi cristiane, non promosse, credo io, le lettere, nè ad altro giovò che a tramandarci qualche aneddoto dell'antica corte kelbita e qualche barlume su la cultura contemporanea. Lasciando addietro le opere perdute d'Ibn-Rescîk, in giurisprudenza,[1318] lingua,[1319] storia letteraria,[1320] fatti memorabili della storia,[1321] ed una Cronica del Kairewân;[1322] lasciando addietro le poesie, facili, vivaci e talvolta oscene,[1323] noterò un trattato di poetica denominato _La Colonna_, nel quale la ragion dell'arte è considerata al modo che noi abbiamo appreso dai maestri greci; e si accenna ad alcun precetto di quelli.[1324] Onde direi cotest'opera compiuta in Sicilia da Ibn-Rescîk, con que' pochi lumi di greche lettere che vi rimanessero: un anonimo Siciliano ne fece poi un compendio col titolo di _Preparamenti_.[1325] Più chiara apparisce la sorgente in due versi d'Ibn-Rescîk, coi quali il poeta esortando, com'e' parmi, alcun regolo dell'isola a lasciarsi menare a guinzaglio dai dotti, ricorda forse il nome d'Atene, e v'appicca quel della Sicilia, con una etimologia che allor correa tra gli Arabi del paese.[1326]
La falsa etimologia, dico, da due vocaboli greci che significan fico ed olivo, ripetuta dai cronisti latini di Sicilia del decimoterzo secolo,[1327] scritta per lo primo da un filologo arabo che visse fino al millecinquantotto e fu maestro d'Ibn-Kattâ'. Ebbe nome Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Ali-ibn-Hasan-ibn-Abd-el-Berr, della tribù di Temîm; il quale uscito di Sicilia per proseguire gli studii di tradizioni, grammatica e lessicografia, soggiornò in Oriente, forse a Bagdad; e tornando in patria, recò il celebre dizionario di Gewhari; fu accolto e messo in alto stato da Ibn-Menkûd che regnava allor in Mazara, principe d'austerissima pietà al dir del biografo.[1328] Che Ibn-Abd-el-Berr abbia tolto da Ibn-Rescîk quella falsa etimologia e la erudizione che pur vi si richiedeva, non mi par punto verosimile. Un secolo innanti gli Arabi Siciliani avevano aiutato alla interpretazione d'opere scientifiche dei Greci; notaron poscia gli avanzi d'antichi monumenti; raccolsero qualche favola delle colonie greco-sicole;[1329] vissero con Greci di Sicilia culti tanto o quanto. V'ha cagione dunque di presumere che si fosse tentato dai Musulmani dell'isola nella prima metà dell'undecimo secolo qualche studio su la letteratura greca, rozzo sì, ma da poter mostrare agli scrittori arabi un altro campo come quello delle scienze filosofiche e matematiche coltivato al tempo di Mamûn. E la Sicilia offriva ottimo terreno all'esperimento. Se non che molto più agevole torna a trapiantare da schiatta a schiatta le scienze che le lettere; ed ormai la virtù degli Arabi mancava da per tutto; la colonia siciliana era lì lì per cadere sotto il dominio straniero.
Quel soprannome d'Ibn-Kàttâ (Figliuolo del picconiere) si dètte ad una famiglia del ceppo modharita di Temîm, ramo di Sa'd-ibn-Zeid-Monat, la quale par venuta in Sicilia da Santarem di Portogallo verso la metà del decimo secolo.[1330] Gia'far-ibn-Ali di tal gente, filologo di molta dottrina, rinomato nello stile epistolare, lodato per proprietà di linguaggio e delicato gusto in poesia, vivea fino al millecinquantotto,[1331] forse in un villaggio a poche miglia di Palermo.[1332] Da lui nacque, il dieci sefer del quattrocentotrentatrè dell'egira (8 ottobre 1041), illustre figliuol d'uomo illustre, scrivono i biografi, Ali-ibn-Gia'far, detto similmente Ibn-Kattâ', il quale ebbe a maestri in lettere e tradizioni Ibn-Abd-el-Berr ed i primi eruditi del paese; fece versi a tredici anni, a andò crescendo di dottrina e fama, finchè, abbattuto l'ultimo vessillo mussulmano in Sicilia, emigrò in Egitto: dove non fu onoranza che non gli fosse resa; anzi il tennero come dittatore nelle lettere; e giuravano su l'Ei così disse. Il ministro Afdhal, sì benigno agli usciti siciliani, lo volle maestro dei proprii figliuoli;[1333] scriveasi a vanto nelle biografie chi gli fosse stato amico o discepolo:[1334] da lui appresero gli Arabi d'Egitto, e studiaronlo con le sue glose, il dizionario di Gewhari; a dispetto di qualche saccente che accusavalo di non tenerne il testo autentico, ma una copia con licenze posticce:[1335] che par calunnia, poichè Ibn-Abd-el-Berr gli avea potuto insegnare quel libro in Sicilia. Morto del mese di sefer cinquecentoquindici (aprile e maggio 1121) al Cairo vecchio,[1336] lo seppellirono accanto al legislatore Sciafe'i.[1337]
Com'egli primeggiò tra i letterati arabi della Sicilia, Ibn-Kattâ' così fu quel che più scrisse delle cose patrie. Dettò una storia di Sicilia ch'è perduta;[1338] sparse qua e là cenni biografici, geografici e di varia erudizione sul paese;[1339] compilò un'antologia siciliana intitolata _La nobile Perla e l'eletta dei poeti dell'isola_: della quale ci rimangono gli squarci che piacquero a Imâd-ed-dîn d'Ispahan; e son di quarantatrè poeti,[1340] tra i censettanta che ne avea trascelti Ibn-Kattâ',[1341] e di ciascuno par abbia data la biografia, poichè vi messe la sua propria.[1342] Sortirono maggior fama in Levante e Spagna le opere di filologia e storia letteraria. Il _Libro dei Verbi_, che al dire d'Ibn-Khallikân tolse il primato a quel dello spagnuolo Ibn-Kûtîa;[1343] la _Fabbrica dei nomi, verbi e infiniti_, cioè un quadro generale delle forme grammaticali, lodato anche da Ibn-Khallikân, dove l'autore aggiunse forse un centinaio di nuove forme spigolate nei glossarii e scrittori; e sembra l'ultimo suo lavoro.[1344] In lessicografia lasciò il comento al Gewhari;[1345] la _Correzione della lingua_;[1346] il _Libro della Spada_, glossario de' nomi e predicati che usano dar gli Arabi a quell'arme;[1347] il _Libro dell'Andare e del Viaggiare_ anche esso in ordine alfabetico, il quale par lista dei verbi che significan l'uno o l'altro;[1348] e il _Libro delle Interiezioni_.[1349] Scrisse due trattati di versificazione[1350] ed un comentario su le poesie di Motenebbi.[1351] Il compendio intitolato _Kitab-el-Kisár_, sembra dizionario biografico di una classe di scrittori;[1352] è trattato di storia letteraria il libro dei _Sali contemporanei_;[1353] quel dei _Luccicanti Sali_, è Antologia de' poeti Spagnuoli.[1354] Le quali opere quanto fossero tenute in conto appo gli eruditi musulmani, lo mostrano la lode d'Ibn-Khallikân che lo chiama “principe delle lettere, massime in fatto di lingua” e le notizie che tolgono spesso da lui Ibn-Khallikân medesimo, Imâd-ed-dîn, Iakût, Ibn-Sa'îd lo storico, l'enciclopedista Scehâb-ed-dîn-Omari, Firuzabadi nel Kamûs,[1355] e varii biografi. Da questi squarci, in vero, Ibn-Kattâ' sembra accurato e sottile filologo, ed elegante scrittore, più sobrio che non portassero i tempi. Mediocre poeta comparisce dai frammenti rimastici delle molte poesie ch'ei dettò; e pur talvolta, dimenticati i bisticci e le arguzie, si fa a ritrarre le immagini con semplicità graziosa.[1356] Che se guardiamo ai precetti più che alle opere, lo diremmo iniziato a que' primi studii delle lettere greche: qua par che condanni il tipo della _Kasîda_ arabica;[1357] qua rende espresso omaggio alle bellezze dell'antichità.[1358]
Segnalaronsi in varii rami di filologia i già nominati: Ibn-Kuni linguista,[1359] Abu-Bekr-Mohammed grammatico e linguista;[1360] Ibn-Tazi grammatico, scrittore di epistole e poeta;[1361] Ibn-Fehhâm autore d'un commentario su i Prolegomeni Grammaticali d'Ibn-Babesciâd;[1362] ed Omar ovvero Othman-ibn-Ali da Siracusa discepolo d'Ibn-Fehhâm, autore di opere su la lingua, la grammatica e la versificazione, professore al Cairo vecchio, maestro del filologo egiziano Abd-allah-ibn-Bera.[1363] Dsehebi, senza notarne l'età, ricorda un Tâher-ibn-Mohammed-ibn-Rokbâni, della tribù di Taghleb, siciliano, soprannominato il vizir, l'uom più dotto del tempo suo in lingua arabica, rettorica ed arte di scrivere in prosa e in verso, al quale riverenti accorreano, per apprendere, i letterati d'ogni paese e trovavano un mar di scienza:[1364] ma non ne rimane altro vestigio che que' quattro righi datigli dal biografo, e due che ne serba al figliuolo Ali, poeta, erudito in lingua, nelle antiche istorie degli Arabi e in ogni altro studio che appartenga alle lettere.[1365] Con lode anco troviamo i nomi di Ia'kûb-ibn-Ali-Roneidi filologo e poeta,[1366] Abu-Mohammed, detto Dami'a grammatico, poeta e ottimo pedagogo;[1367] Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Sados, grammatico, segretario e facilissimo scrittore in prosa e in rima;[1368] Abu-Fadhl-Ali-ibn-Hasan-ibn-Habîb, gran linguista e buon poeta;[1369] ed Abd-Allah-ibn-abi-Malek-Mosîb della tribù di Kais, cima di linguista, al dir di Sefedi, poeta nato e dotto di più in prosodia e versificazione;[1370] Abu-Hasan-Ali-ibn-Mohammed di Kerkûda erudito;[1371] Ali-ibn-Abd-Allah di Giattini,[1372] Siciliani tutti e d'epoca ignota. Avvi tra i molti comentatori di Motenebbi nell'undecimo o duodecimo secolo un Ibn-Fûregia e un Abu-Hasan-ibn-abi-Abd-er-Rahman, entrambi Siciliani.[1373]
Nel passar dalla didattica e critica al proprio effetto dell'arte, troviamo, filologo insieme ed oratore, Abu-Hafs-Omar-ibn-Khelef-ibn-Mekki, ricordato dianzi nei tradizionisti e giuristi.[1374] Il quale, rifuggito in Affrica quando le continue vittorie dei Normanni, forse la espugnazione di Palermo, toglieano ogni speranza di salute, conseguì il magistrato di cadi a Tunis[1375] che allora si governava a repubblica. È attribuita ad Ibn-Mekki la _Correzione della lingua_ che altri riferisce ad Ibn-Kattâ',[1376] e potrebbero supporsi due opere col medesimo titolo, che Ibn-Kattâ' avesse imitato per gareggiare con quel sommo, “il cui valore, dice egli, celebravano e ripeteano tutte le lingue per ogni luogo; quel che in eloquenza non cedette il vanto ad Ibn-Nobâta, e lasciò modelli di poesia.[1377]” Dsehebi anzi lo antepone al Cicerone degli Arabi, e come raro esempio aggiugne ch'ei solea porgere dal pulpito un sermone novello ogni venerdì.[1378] Ma gli squarci dei versi d'Ibn-Mekki san troppo di predica; ritraggono della natura umana i soli vizii, consigliano la solitudine e l'egoismo, nè escon di vena poetica;[1379] ond'io dubito ch'ei n'abbia avuta d'oratore.
All'agrume ascetico d'Ibn-Mekki va contrapposta la spensieratezza cavalleresca del segretario Hâscem, che argomentiamo al paro dai versi: i quali due tipi si alternano con poco divario nei poeti arabi di Sicilia. Abu-l-Kâsim-Hascem-ibn-Iûnis, al dir d'Ibn-Kattâ', fu lodatissimo scrittore di epistole, motti arguti, racconti e _mekâme_:[1380] quella maniera di componimento accademico che ha dato rinomanza ad Harîri. Perdute le prose d'Hascem e la più parte delle poesie, ci rimangono varii tagli di due e tre versi, e bastano pure a mostrarlo seguace della scuola classica degli Arabi. Vi cogliamo anco una bravura, credo io, di guerra civile: il poeta vedendo i suoi sgomentati senza consiglio, fa testa egli solo ad un fier nemico Abu-Nasr, e il rinfaccia agli ingrati concittadini. Altrove accenna ad avventure d'amore, millantandosi che una notte negra come vaga chioma, viaggiò tutto solo al ritrovo, toltosi per ciambellano il brando tagliente, e per segretario la lancia rodeinita; e somiglianti freddure.[1381] Citammo già il nome d'Ibn-Tazi, lodato scrittore d'epistole.[1382] Porremo in lista coi prosatori i _Kâtib_, o vogliamo dir Segretarii in oficio pubblico, richiedendosi a questo appo gli Arabi non comune erudizione letteraria, per compilare quei rescritti tramezzati di prosa rimata, sì peregrini, sì lambiccati di lingua e stile, da parer d'altro popolo o d'altra età che gli scritti di storia o scienze. Levaron grido, com'ei sembra, il segretario Abu-Sewâb da Castrogiovanni, ricordato da Iakût nella notizia geografica di quella città;[1383] Abu-Hasan-Ali-ibn-abi-Isâk-Ibrahim-ibn-Waddâni preposto ad un officio pubblico in Sicilia.[1384] E dei poeti d'Ibn-Kattâ' son detti Segretarii Abu-Ali-Ahmed-ibn-Mohammed-ibn-Kâf;[1385] Abu-Ali-ibn-Hosein-ibn-Kalid,[1386] Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Sahl detto Rozaik;[1387] Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Ali-ibn — Sebbâgh amico d'Ibn-Rescîk;[1388] Abu-Feth-Mohammed-ibn-Hosein-ibn-Kerkûdi, copioso scrittore in rima e in prosa;[1389] Ibn-Kereni l'astronomo e computista;[1390] Abd-el-Gebbar-ibn-Abd-er-Rahman-ibn- Sir'în;[1391] Ibn-Kûni filologo, astronomo e geometra;[1392] Abu-Hafs-Omar-ibn-Abd-Allah;[1393] il cadi Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn- Kâsim-ibn-Zeid della tribù di Lakhm;[1394] Abu-Abd-Allah-Mohammed- ibn-'Attâr;[1395] ed Abu-Hasan-Ali-ibn-Hasan-ibn-Tûbi, elegantissimo prosatore e poeta.[1396]
Tra tanti ingegni che onorarono la Sicilia musulmana, pochi si volsero alla Storia. La cronica sola che ci rimanga è scritta in arabico sì, ma pensata in altra lingua da un cristiano o figliuol di cristiano di Palermo, che visse alla metà del decimo secolo, famigliare forse dei principi kelbiti; chè le date costantinopolitane, lo stile timido, la lingua scarsa, la grammatica volgare, la reticenza dei sentimenti religiosi, la prudenza cortigiana, la brevità in principio (827) e la diligenza in sul fine (964), ci svelano tutte le condizioni dell'autore, fuorchè il nome.[1397] La storia di Sicilia d'Ibn-Kattâ' è perduta.[1398] Corse per le mani di pochi eruditi fino al decimoterzo secolo quella del giurista Abu-Ali-Hasan-ibn-Iehia, della quale abbiamo frammenti che illustrano la geografia,[1399] e sembra tolto anco da quella il caso di Malta nella guerra di Maniace; onde l'autore tornerebbe alla metà dell'undecimo secolo:[1400] siciliano è da dirsi, per nascita o soggiorno, all'argomento ch'elesse ed alla precisione delle notizie locali. L'età nè la patria non si scorge d'Abu-Zeid-Gomari, d'origine berbera, autore d'un'altra storia di Sicilia.[1401] Ali-ibn-Tâher, mentovato di sopra, si versò nell'antica storia degli Arabi, senza la quale mal si poteano comprendere lor poeti classici.[1402] Scrisse la Storia d'Algeziras Ibn-Hamdîs da Siracusa.[1403]
Ma venendo ai poeti, il numero e la monotonia ci distoglie dal trattar di ciascuno partitamente; se non che i maggiori nell'arte o che svelino le condizioni e costumi del paese. E pria diremo di cui si esercitò nel componimento eroico degli Arabi, la _Kasîda_, che suona “Trovata:” adoperata con altro nome negli epicedii ed elegie d'amore; poemetto sopra una sola rima, ove il poeta intesse le lodi proprie, o di sua gente o del mecenate, con digressioni erotiche, descrizioni, apostrofe e macchina ritraente la vita dell'avventuroso cavaliere nomade, sì come la macchina di nostra epopea s'adatta alle prime imprese nazionali. Nè l'effimero accentramento del califato generò appo di loro l'epopea, quando popol arabico propriamente non v'era. La Kasîda antislamitica pervenne tal quale a quel brulichío di stati musulmani del decimo e undecimo secolo; e la si udì in Palermo a corte di Iûsuf (990-8) in bocca di poeti africani.[1404]
La generazione seguente s'illustrò in Sicilia per parecchi autori di Kasîde, tra i quali va innanzi per età e virtù poetica Abu-Hasan-Ali-ibn-Hasan-ibn-Tûbi,[1405] lodato altresì per eloquenti scritti in prosa, come notammo.[1406] Viaggiò in Oriente nei principii dell'undecimo secolo, si versò in faccende politiche,[1407] e fors'anco di amministrazione, e fu chiaro a corte di Moezz-ibn-Badîs,[1408] le cui lodi si leggono in una sua Kasîda.[1409] Altre, e soprattutto i versi d'amore, danno una fragranza direi quasi della poesia di Grecia e d'Italia; v'ha un piglio di passione, una naturalezza d'immagini che non sembrano tolti in prestito dalle muse arabiche.[1410] Suol cantare la gioventù, le donne, il vino, le stelle, i fiori; piange i diletti perduti nell'età matura, senza mai trascorrere alla schifa licenza di tanti altri poeti arabi; poichè un suo epigramma, sì fino da parer de' tempi d'Orazio o di Giovenale, è satira al certo, non confessione di vizio.[1411] Gli argomenti, lo stile, fin qualche concetto e qualche parola d'Ibn-Tûbi, si ravvisano nelle rime d'Ibn-Hamdîs, che di certo il prese a modello e l'avanzò.
Fioriva in quel torno o qualche dieci anni appresso, Ibn-Sebbâgh il segretario, amico d'Ibn-Rescîk, forse palermitano, ed intinto nelle pratiche con Moezz-ibn-Badîs, al certo seguace di parte siciliana nella rivoluzione d'Akhal, poichè con robusti versi, e talvolta gonfii, loda il valor di sua gente contro i Bizantini e i Kelbiti.[1412] Armoniose e gentili le rime d'amore d'un Abu-Fadhl-Mosceref-ibn-Râscid, autore di tre o quattro Kasîde e altri componimenti; e pur non gli manca vigor di parola nè altezza di pensieri quand'ei tocca la guerra civile, forse i principii della normanna, e sospira la unione della Sicilia sotto un sol capo.[1413]
Non guari dopo, il grammatico siciliano Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-er- Rahman-ibn-Biscir, dettava una Kasîda ad onore di Nâsir-ed-dawla- Ibn-Hamadân, capitano anzi padrone del califo d'Egitto,[1414] e un'altra a lode del vizir Ibn-Modebbir,[1415] la prima delle quali sembrò un capo lavoro a Malek-Mansûr, principe erudito del secolo seguente.[1416] Un altro Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-er-Rahman, segretario e grammatico, chiamato Bellanobi dalla patria, Ansâri dal lignaggio,[1417] uscito di Sicilia nella seconda metà dell'undecimo secolo, rifuggissi al Cairo; ove perduta la madre, piansela con una elegia piena d'affetto e d'immagini poetiche. V'hanno inoltre componimenti, brevi e cinque Kasîde, due delle quali a lode d'una casa di Beni-Mawkifi, non sappiamo se di Sicilia o d'Egitto,[1418] onde nasceva un mecenate del Bellanobi: versi studiati, puliti e mediocri.[1419] Nè passò questo segno in poesia il filologo Ibn-Kattâ', del quale abbiamo detto.[1420] Par fosse uscito di Sicilia nell'adolescenza Megber-ibn-Mohammed-ibn-Megber che studiò in Egitto e vi fece soggiorno, tenuto in gran pregio dai critici arabi, autore di varie Kasîde, una delle quali al Kâid-Abu-Abd-Allah, soprannominato Mamûn, ma nol credo dei regoli siciliani. Con altri versi, mordendo un poeta bisognoso o avaro, ci ragguaglia del sussidio di cinque dînar al mese che porgea la corte fatemita agli uomini di lettere. Morì costui pria della metà del duodecimo secolo:[1421] l'ultimo forse dei Siciliani che dopo il conquisto s'erano affidati alla carità fatemita.
Più franca ospitalità loro offrivano in Spagna da dodici dinastie gareggianti a bandir corte per mostrar che da vero regnassero; la miglior parte gentiluomini arabi, usi a far della poesia lusso ed a tener unica virtù civile la liberalità. Sia la frequenza dei commerci, sia il gusto delle lettere, si strinse con la Sicilia più che ogni altro stato spagnuolo quel dei Beni-Abbâd di Siviglia: e già al tempo di Mo'tadhed (1041-1068) s'era rifuggito nell'isola un poeta Abu-Hafs-Omar-ibn-Hasan, di nobil gente spagnuola, amico del principe, poscia temuto e perseguitato; il quale tornato alfine in patria, Mo'tadhed lo fece assassinare.[1422] Ma succeduto al cupo tiranno il figliuolo Mo'tamid, che avea gran cuore in guerra e in casa, ed altamente sentiva in poesia, la corte di Siviglia fu asilo dei poeti Siciliani Abu-l-Arab e Ibn-Hamdîs.
Abu-l-Arab-Mos'ab-ibn-Mohammed-ibn-Ali-Forât, coreiscita della schiatta di Zobeir, nato in Sicilia il quattrocentoventitrè (1033) avea nome già di gran poeta, quando, occupata Palermo dai Normanni, impazienza del giogo stretta di povertà lo sospinsero ad andar via, dicendo alla patria ch'essa l'abbandonava non egli lei.[1423] Mo'tamid gli avea profferto asilo a Siviglia; mentr'egli pur tentennava, sbigottito dai rischi del viaggio, invecchiato a quarant'anni, aveagli mandato per le spese cinquecento dînar: e vedendolo giugnere a corte dopo un anno o poco meno (465, 1072-73), l'accolse lietamente, gli fu poi sempre largo di danari e d'affetto;[1424] e quegli ne rendea merito coi versi; par anco abbia militato in alcuna impresa del mecenate.[1425] Sopravvisse Abu-l-Arab alla ruina di casa Abbadida una ventina d'anni, sapendosi di lui fino al cinquecento sette (1113-14). Improvvisatore, poeta di gran fama, più arabo che niun altro Arabo nel pregio della lingua, dice Ibn-Bassâm, scherzando sul soprannome; e Scehâb-ed-din-Omari, preso d'un estro di prosa rimata, lo esalta duce e maestro di tutti i poeti del suo secolo e gente.[1426] In vero le Kasîde ed altri componimenti d'Abu-l-Arab, dei quali non ci mancano squarci, sembrano elegantissimi di lingua e stile; arabici pur troppo in ragion poetica, ma vi si frammette spesso la semplicità che dianzi lodammo in Ibn-Tûbi.
Abd-el-Gebbâr-ibn-Mohammed-ibn-Hamdis nacque in Siracusa (1056) di nobile famiglia della tribù di Azd, che prendea nome da un Hamdîs, capo himiarita ribellatosi (802) in Affrica contro Ibrahim-ibn-Aghlab.[1427] Cresciuto al romor delle armi normanne che già infestavano il Val di Noto, Ibn-Hamdîs, più che agli studii si diede a combattimenti, amori, festini, trincare; finchè un successo sul quale ei tocca e passa, credo avventura amorosa in nobil casato, sforzollo a fuggire[1428] in Affrica il quattrocensettantuno (1078-79). Ma sdegnando i costumi delle tribù arabiche scatenate dall'Egitto su l'Africa propria,[1429] allettato altresì dalla fama di Mo'tamid-ibn-Abbâd, andò a corte di Siviglia, ove fu accolto con onore e liberalità.[1430] In quel ritrovo dei primi poeti contemporanei d'Occidente rifulse il genio d'Ibn-Hamdîs; non si corruppe in corte l'animo franco, liberale, pien d'amore del padre, della Sicilia, degli amici, della gloria, delle donne; d'ogni bellezza di natura e d'arte. Seguì il principe nei campi com'uomo d'arme ch'egli era ed anco ne facea troppa mostra nei versi. Alla battaglia di Talavera (1086) abbattuto dal cavallo nei primi scontri che tornarono ad avvantaggio dei Cristiani, si sviluppò gagliardamente, n'uscì con la corazza tutta affrappata dai fendenti, più che a sè stesso pensando al figlio giovinetto che combattea lì presso con gran valore.[1431] Ma quando gli Almoravidi tornarono in Spagna da nemici; quando Mo'tamid fu spoglio del regno e d'ogni cosa, e scannatigli due figliuoli sotto gli occhi, e con le figlie mandato in catene ad Aghmat (1091), Ibn-Hamdîs passava in Affrica, andava a visitarlo nella prigione: dove fecero scambio di sante lagrime e versi mediocri.[1432] Tornatosi il poeta siciliano a Mehdia,[1433] saputa non guari dopo la morte di Mo'tamid (1095), soggiornò parecchi anni nelle due corti di casa zîrita, avendo lasciato in lungo poema la descrizione d'un palagio di Mansûr principe hammadita di Bugia, aspro nemico degli Almoravidi;[1434] due Kaside in vita[1435] ed un'elegia in morte di Iehia-ibn-Temîm (1116) principe di Mehdia;[1436] e le lodi di Ali-ibn-Iehia (1116-21) ed Hasan-ibn-Ali (1121-1148) saliti successivamente a quel trono.[1437] Scrisse la Storia di Algeziras.[1438] Rifinito dall'età e dall'avversa fortuna, ch'ei s'assomigliava ad aquila che più non voli e i figli le imbecchino il pasto,[1439] perduto il lume degli occhi, morì di ramadhan cinquecentovensette (luglio 1133), chi dice a Majorca, chi a Bugia, sepolto accanto al poeta spagnuolo Ibn-Labbâna, col quale avea gareggiato nella grazia di Mo'tamid a Siviglia e nel carcere.[1440]
Ingegno felicissimo nel coglier e ritrarre le sensazioni, nel colorirne le dipinture che veggiamo sparse a larga mano in duemila e cinquecento versi: dipinture d'obietti materiali, avvenimenti, passioni, costumi. Delle quali lascerem da canto ciò che non si riferisca alla Sicilia: le geste di Mo'tamid, i suoi palagi ed orti o del principe di Bugia, gli episodii accademici di Siviglia, la morte d'una moglie, il naufragio d'altra sua donna nel viaggio di Spagna ed Affrica, le cacce affricane, le descrizioni d'animali e frutta e fiori,[1441] gli specchi di pece,[1442] le lampadi a spirito di vino,[1443] il piglio feroce dei masnadieri d'oltre Nilo, cui poneva a riscontro gli Arabi inciviliti di Sicilia. Quei compagni di sangue chiarissimo come lo splendor delle stelle,[1444] coi quali in gioventù solea cercare all'odorato il miglior muschio[1445] dei vigneti siracusani. Entrano di notte in un romitaggio; chiuse le porte, gittan su le bilancette un dirhem d'argento, e la vecchia suora lor ne rende una coppa piena di liquid'oro; poi ne menan via le sposine: quattro anfore[1446] vergini, impeciate e sepolte da lunghi anni; elette da un tal che d'ogni succo d'uva ti sa dir patria, età e cantina. Ma gli svelti e vaghi giovani traggono a sala illuminata da gialli doppieri messi in file come colonne che sostenessero eccelsa volta di tenebre; dove il signor della festa bandisce esilio e morte alla tristezza: e già le suonatrici, cominciando a toccar le corde, destan gioia negli animi; quella si stringe al petto il liuto, questa dà baci al flauto: una ballerina gitta il piè a cadenza dello scatto delle dita; gentil coppiera va in giro, mescendo rubini e perle, avara sì delle perle che rado allarga le stringhe dal collo della gazzella.[1447] Oh dolci ricordi della Sicilia, campo di mie passioni giovanili, albergo ch'era di vivaci ingegni, paradiso dal quale fui scacciato! e come riterreimi dal piangerlo? Quivi risi a vent'anni spensierato; ahi che a sessanta mi rammarico di quelle colpe; ma non le biasmar tu, accigliato censore, poichè le cancellava il perdono di Dio![1448]
Figliuoli delle Marche siam noi, cantò altrove Ibn-Hamdîs; a noi spunta il sorriso quando la guerra aggrotta le ciglia; divezziamo i bamboli, in mezzo all'armi, col latte di generose giumente: rassegnaci; e quanti siamo, tanti campioni conterai che ciascun vale una schiera. Indietreggia nostr'oste per rinnovare l'assalto; ritraendosi, sparge la morte: no, che tutte le stelle non sono cadute, e pur v'ha una speme in questa guerra, e siam noi. I condottieri ci mostrano il dì della battaglia, un drappo da ricamare con gruppi d'avvoltoi; chè i prodi ad ogni carica di lor nobili 'Awagi,[1449] spargon sul terreno larga pastura agli uccelli voraci. Ecco una colomba messaggiera di strage, volar secura tra i lampi. Sì; percotemmo i nemici della Fede entro lor focolari: piombò un flagello su le costiere dei Rûm; navi piene di lioni solcarono il mare, armate la poppa d'archi e dardi, lancianti nafta che galleggia e brucia come la pece della gehenna ov'ardono i dannati; cittadelle che vengono a combattere le città dei Barbari, a sforzarle e saccheggiarle. E che valser quei vestiti di maglie di ferro luccicanti, e usi a dar dentro quando pur si ritraggono i prodi? Non piegammo noi al duro scontro; ingozzata la coloquinta, gustammo alfine il dolce favo, e li rimandammo con le armadure squarciate e addentellate da questo sottil filo de' nostri brandi. Perchè l'acciaro nelle nostre mani ragiona,[1450] e nelle altrui si fa mutolo. Ma dalla casa mi guardano furtivamente begli occhi travagliati dalla vigilia e dal pianto, che il dolore dì e notte li avea dipinti di kohl;[1451] una manina incantatrice muove le dita a salutarmi. Oh dilettoso giardino, la cui sembianza viene a visitar le pupille aggravate di sonno e le schiude all'immaginativa! Io sospiro la mia terra; quella nel cui seno si fan polvere le membra e le ossa de' miei, chè già se n'è ito il fior della prima gioventù, alla quale tornan sempre le mie parole.[1452]
Sotto il bel cielo di Spagna, nelle regioni temperate dell'Affrica settentrionale, il poeta siracusano non obbliò mai quel paese “cui la colomba diè in presto sua collana, e il pavone suo splendido ammanto;[1453] dove i raggi del sole avvivan le piante d'amorosa virtù ch'empie l'aere di fragranza;[1454] dove respiri un diletto che spegne le aspre cure, senti una gioia che cancella ogni vestigio d'avversità.”[1455] Pur l'alto sentimento che gli facea parer più belle le naturali bellezze della Sicilia, lo ritenne dal tornar a vederla serva; gli dettò versi di rampogna no, ma di compianto e di verità, ch'è primo debito di cittadino alla patria. Ripetendo ed esaltando in mille modi il valore delle persone,[1456] ricordava sospirando, esser morta nel paese la virtù della guerra.[1457] E in età più matura sclamava:
“Oh se la mia patria fosse libera, tutta l'opera mia, tutto me le darei con immutabile proponimento.
Ma la patria come poss'io riscattarla dalla schiavitù nelle rapaci mani dei Barbari?
(_Lo potea forse, quando_) il suo popolo si straziava a gara in guerra civile, e ciascun legnaiolo vi gittava esca al foco?
(_Quando_) i congiunti non sentivano carità di parentela; bagnavano le spade nel sangue dei congiunti,
E (_il popolo tutto insieme_) avea lo stesso piglio d'una destra le cui dita non giochino l'un a seconda dell'altro?”[1458]
A tanta altezza di poesia giunse Ibn-Hamdîs! Con soave sentimento cantò d'amore; con leggiadria ed arte e abbondanza d'estro sopra ogni argomento ch'ei toccava. E se l'intemperanza orientale d'immagini, le antitesi, i bisticci, i vizii radicali della letteratura arabica tolgono a noi di collocarlo tra i sommi poeti, i critici di sua nazione il tenner tale,[1459] e in Occidente i suoi versi furono poco men citati che que' d'Imrolkais e di Motenebbi. Il critico Abu-Salt-Omeîa, che l'accusò di plagii, lo dicea ladro illustre, uso ad abbellire le idee rubate.[1460]
Dimorò in Affrica o Spagna il suo figliuolo Mohammed, più poeta del padre al dir d'Ibn-Bescirûn; ma i brevi saggi che ne dà, fan giudicare altrimenti.[1461] Soleiman-ibn-Mohammed da Trapani, oriundo di Mehdia stanziatovi, esule dopo il quattrocento quaranta (1048), erudito e scostumato, passò in Affrica, indi in Spagna; ove s'acconciò nelle corti di principi minori, e piacquero sue Kaside, e vi lasciò nome non oscuro.[1462] Più elegante poeta Abu-Sa'îd-Othmân-ibn-'Atîk, Siciliano, forse di Palermo come ogni altro di cui non si noti particolarmente la città natia, andò a dirittura in Spagna al conquisto normanno, a corte del rivale di Mo'tamid in lettere e munificenza (1054-1091), il principe d'Almeria Mo'tasem, della illustre stirpe dei Beni-Somâdih.[1463] Vissero al par nella seconda metà dello undecimo secolo poeti di Kasîde, i segretarii Hâscem-ibn-Iunis e Ibn-Kûni e Omar-ibn-Abd-Allah, dei quali si è detto;[1464] e un Ali-ibn-Abd-Allah-ibn-Sciami.[1465]
Ibn-Tazi, cultor di scienze e di lettere,[1466] facile ingegno ed umore bilioso, censor di vizii infangato in brutto costume egli stesso, va lodato tra i primi poeti satirici degli Arabi per vivacità di concetti, stile incisivo, e pur naturale, eleganza e grazia non infrequente.[1467] Ci avanzan di lui, dopo che li vagliavano Ibn-Kattâ' e Imâd-ed-dîn, da ottanta epigrammi, tra descrittivi ed erotici, se così possan chiamarsi, e satirici; ma sol di questi diremo. Dei quali è grave e lepido molto quel sopra i Sufiti;[1468] altri con lindura riprendono vecchi che tingeano i capelli,[1469] facce irsute di barba,[1470] e noiosi cantori:[1471] ed erano ridicolaggini del tempo. Su i vizii eterni dell'umana natura lanciò arguti motti ad avari.[1472] chiacchieroni,[1473] permalosi;[1474] nè perdonò ai difetti fisici:[1475] mise il dente ove potè a lacerare con rabbia, ed arrivò a chiamare l'umanità razza di vipere e cani.[1476] Ruzaik-ibn-Sahl, già nominato, toccò l'argomento con più misura e men poesia, nei soli versi che ci rimangon di lui.[1477]
Meritano i Kelbiti particolar menzione pria di continuare la lista dei poeti minori, perchè s'e' non arricchirono gran fatto il Parnaso siciliano, incoraggiarono e favorirono cui v'aspirasse. Dell'emiro Ahmed (953-969) si ricordano due mediocri versi con che si lagnava che in età avanzata nol curasser le donne: strana querela in bocca a principe musulmano.[1478] Cantò più lietamente d'amore Abd-er-Rahman-ibn-Hasan, intitolato emiro per onor di famiglia e _Mostakhles-ed-dawla_ (L'eletto dell'impero) per oficio ch'avesse tenuto a corte fatemita in Egitto,[1479] Abu-Mohammed-Kâsim-ibn-Nizâr, detto anche emir, contemporaneo di Ahmed, poscia prefetto di polizia a Misr, ci attesta la puntigliosa superbia di sua gente in faccia anco al principe.[1480] Improvvisava l'emiro Giafa'r-ibn-Iûsuf qualche versuccio, e faceva ai poeti le carezze dell'asino.[1481] L'altro Giafa'r soprannominato _Thiket-ed-dawla_, figliuolo di Akhal, si scusava in rima delle promesse non compiute per la malignità di sua fortuna.[1482] Del dotto e audace Ammâr abbiam detto e de' suoi versi.[1483] Abu-Kasim-Abd-Allah-ibn-Selmân di gente Kelbita, si vantava con mediocre poesia d'amare e proteggere la virtù, esalava lamenti erotici, e attestava l'epoca in cui visse, dicendosi circondato da nemici che facean le viste d'ossequiarlo.[1484] Avanzò ogni altro Kelbita nel pregio dei carmi un Gia'far-ibn-Taib, che carteggiavasi con Ibn-Kattâ', n'ebbe lodi nell'Antologia siciliana e meritolle, come provano due squarci di Kasîda e qualche altro verso petrarchesco.[1485] Caduta la dinastia, que' che se ne divisero le spoglie, ambiron pur ad onori letterarii che noi non possiamo assentire: dico, il kaid Abu-Mohammed-ibn-Omar-ibn-Menkût,[1486] e il kaid Abu-l-Fotûh figlio del kaid Bodeir-Meklâti ciambellano, soprannominato _Sind-ed-dwala_, d'umor niente allegro.[1487] Fe versi anco Ibn-Lûlû, detto forse per errore principe di Sicilia.[1488] Nè sdegnava l'arte un prefetto di polizia di que' tempi, per nome Abu-Fadhl-Ahmed-ibn-Ali, coreiscita;[1489] nei cadi Abu-Fadhl-Hasan-ibn-Ibrahim-ibn-Sciâmi, della tribù di Kinana,[1490] Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Kâsim-ibn-Zeid, della tribù di Lakhm,[1491] e Ahmed-ibn-Kâsim già ricordato.[1492]
Perchè il verseggiare è facile quando non si badi alla poesia del concetto, e l'aiuti un linguaggio classico che risuona sempre agli orecchi, una certa educazione letteraria, qual ebbero in quell'età tutti i Musulmani che non nascessero proprio dal volgo, e l'uso generale vi sospinga, come avvenne nei tempi della nostra Arcadia. Di quei che trattarono argomenti morali non spiccando altrimenti per bellezze di forma, noteremo quel solo che possa giovarne, cioè com'intendessero la filosofia pratica della vita: gli uni a cantare il vino, le ballerine, i passatempi, che sono Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Ali-ibn-Abd-el-Gebbâr oriundo di Kamûna in Affrica,[1493] Abu-Ali-ibn-Hasan-ibn-Khâlid, il Segretario,[1494] Abu-Abbâs-ibn-Mohammed-ibn-Kâf;[1495] gli altri austeri, fissati nell'altra vita e spregianti quella che fruivano di presente, come Abu-Hafs-Omar-ibn-Hasan-ibn-Setabrîk, devoto di grido,[1496] Abu-l-Kârim-Ahmed-ibn-Ibrahim Waddâni,[1497] e i già ricordati Abu-Ali-Ahmed-ibn-Mohammed-ibn-Kâf il Segretario,[1498] Ibn-Mekki,[1499] Abd-er-Rahman-ibn-Abd-el-Ghâni,[1500] Atîk,[1501] il Siracusano Ibn-Fehhâm,[1502] Ali-Waddâni.[1503] D'altri abbiamo descrizioncelle, epigrammi sui quali poco o nulla è da notare. Abu-Mohammed-Abd-el-Azîz-ibn-Hâkem-ibn-Omar, della tribù iemenita di Me'âfir, dettò qualche verso sui corpi celesti.[1504] Abu-l-Feth-Ahmed-ibn-Ali-Sciâmi è lodato dall'autore dell'Antologia siciliana, il quale gli domandò alcuni versi per metterli nella raccolta;[1505] Ruzaik-ibn-Abd-Allah fu perseguitato sì ostinatamente dalla povertà, che una volta donatagli da gran personaggio una borsa d'oro, tornando a casa tutto lieto, trovò che un ladro gliel'avea svaligiata, e sfogò il dolore in rime.[1506] Il Segretario Ibn-Kerkûdi è detto poeta di vaglia da Ibn-Kattâ'; ma dai versi non me ne accorgo.[1507] Alla lista vanno aggiunti: Abu-Hasan-Sikilli,[1508] Abd-el-Azîz-Bellanobi, fratello d'Ali,[1509] il Segretario Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-'Attâr,[1510] Abd-el-Wehâb-ibn-Abd-Allah- ibn-Mobârek,[1511] Abu-Hasan-ibn-Abd-Allah da Tripoli o Trapani,[1512] Abu-Mohammed-Abd-Allah-ibn-Mekhlûf lo Scilinguato,[1513] e il Segretario Ibn-Sir'în,[1514] dei quali ci rimangono pochissimi versi o nessuno. Ci sono occorsi trattando d'altri studii, e abbiam detto del merito che loro s'attribuisca in poesia, Kholûf da Barka,[1515] Ibn-Abd-el-Berr,[1516] Gia'far-ibn-Kattâ',[1517] Dami'a,[1518] Ja'kûb Roneidi,[1519] Ali-ibn-Hasan-ibn-Habîb,[1520] Ibn-Sados,[1521] Taher-Rokbani,[1522] e il costui figlio Ali,[1523] Othman-ibn-Ali da Siracusa,[1524] Ali-ibn-Waddani,[1525] Abd-Allah-ibn-Mosîb,[1526] Ibn-Kereni,[1527] ed Abu-Bekr-Mohammed.[1528]
Da quanto abbiamo esposto, si può conchiudere che la poesia rifioriva in Sicilia, dopo tredici secoli; e se non agguagliò le bellezze dei tempi di Teocrito e Stesicoro, produssene quella specie che concedea il Parnaso di Arabia. A noi Italiani non solo, ma a tutti Europei nudriti alla scuola dei Greci, non può sembrar lieto soggiorno nè la sala vaporosa d'Odîn nè la tenda de' Beduini, dove si gareggia di metafore baldanzose, descrizioni sopra descrizioni, antitesi incessanti di pensieri e di vocaboli, paralelli bizzarri e lambiccati, lingua ricercata o morta e sepolta, gergo nomade che ormai mal si adattava alle idee delle colonie musulmane d'Europa, ma il culto classico comandava adoperarlo. E però ci offendono a prima vista tutti quegli orpelli e gemme di vetro di che s'adornavano i poeti arabi di Sicilia, come ogni altro di lor età e linguaggio: le pupille omicide, le palpebre taglienti come spade, le guance di fuoco su cui spunti il mirto della barba, o guance di rose, e vi fu anche chi disse di rubino, cui mordessero gli scorpioni d'una negra chioma inanellata, i tralci di _ben_[1529] sormontati di lune piene, che è a dire svelti giovani dal volto fresco e splendente, i capelli bianchi che spandan tenebre; e infinite secenterie di simil tempra, nelle quali si compiaceano gli stessi Ibn-Hamdîs, Ibn-Tûbi, Abu-l-Arab, Ibn-Tazi, e il Bellanobi. Ma poi va considerato che il genio diverso delle lingue toglie nell'una a tal espressione figurata quel sapor aspro che abbia nell'altra: il che si noterebbe tra le lingue d'unica famiglia che parliamo in Europa, non che tra le indo-europee e le semitiche. Scendendo più addentro, scopriremo sovente pensieri semplici ed alti, linguaggio spontaneo d'affetti, verace colorito, tratteggiare risoluto, grazie non contigiate; e diremo che quelle brune muse arabiche se si abbigliassero a foggia nostra, passerebbero per belle. Io chieggo che nel giudicare i poeti arabi di Sicilia dagli squarci che ho mostrati e su le intere opere che spero sian date un giorno all'Italia, si guardi al concetto della mente piuttosto che alla forma in cui si manifestava; e che per la forma s'accettino, com'è ragione, i giudizii dei critici arabi ch'ho accennato a lor luogo. Forse quei biografi ed antologisti che ci serbarono frammenti de' poeti arabi siciliani li defraudavano delle nostre lodi più meritate, trascrivendo appunto i versi che noi avremmo messi da banda, e tralasciando come scipiti quelli che noi avremmo trascelto.[1530]
Vuolsi in fine far parola dei musici che soleano cantar sul liuto i versi dei poeti: la quale usanza gli Arabi appresero dai Persiani, i devoti musulmani la condannavano, e quando lor venia fatto vietavanla, ma i grandi e' ricchi tosto richiamavano nelle brigate musici, cantatrici e ballerine. Il gran diletto che ne prendessero i Musulmani di Sicilia, è quanto se ne travagliassero si ritrae dalle poesie, dove spesseggiano le descrizioni dell'arte che dissipava i tristi pensieri e movea alla gioia; nè sdegnavano i poeti di lodare, talvolta anco biasimare i musici: Ibn-Tazi fe ad uno l'epigramma: “Ei canta e ti gitta addosso noia e malanni; ei tocca il liuto, affè che gliel'avresti a spezzare su le spalle.”[1531] Le croniche degli Abbadidi registrano con superstizioso terrore il caso del Musico Siciliano, così il chiamano, condotto agli stipendi di Mo'tadhed. Il quale sendosi fitto in capo (1068) che sovrastassegli la morte e la ruina di sua casa, volle cavar augurio dai versi che a sorte gli fossero recitati; fatto venire il Musico Siciliano e seder seco con grandi onori e carezze, e richiestolo di cantare, venner detti al Siciliano cinque versi, che incominciavano: “Consumiam le notti, sapendo ch'esse ci debbono consumare;” ed appunto a capo di cinque giorni il principe si morì.[1532]
Aggiugnendo i nomi rassegnati in questo capitolo a quei che notammo nel capitolo XI del terzo Libro, si hanno (salvo il raddoppiamento di qualche nome che non ci sia venuto fatto di chiarire) a un di presso centoventi Musulmani di Sicilia e una dozzina di stranieri dimoranti nell'isola, che segnalaronsi nelle scienze e nelle lettere sino al fin della dominazione musulmana. Il quale abbozzo, disteso la più parte senza conoscer le opere, su i cenni solamente di autori arabi, è imperfetto di certo; pur adombrerà la cultura della Sicilia in quei tempi, supposta anzichè conosciuta quand'io mi accinsi a coteste ingrate ricerche. Pervenuti che saremo, nel sesto Libro, ai letterati e scienziati che rimasero fino ai tempi di Federigo, mi proverò a indagare la parte che si debba attribuire ai Musulmani nel risorgimento degli studii in Italia.
CAPITOLO XV.
Copiose abbiam visto le sorgenti della ricchezza; coltivati i comodi sociali; svegliati ingegni vaghi di scienze e d'ogni maniera di lettere; gli uomini ad uno ad uno non mentire al valor del sangue arabico, greco nè italico, non ignorar arte nè stromento di guerra che appartenesse a que' tempi. Costumi tra buoni e tristi: da un lato, invidia, avarizia, abbominazioni di taluno, stravizi di tal altro, ma l'universale condannarli; dall'altro lato, carità di figliuoli, costanti amicizie, liberalità, alti e generosi spiriti, raggi d'amore che balenavano fin entro le mura degli harem; talchè soli vizii profondi della società musulmana di Sicilia compariscon due: la violenza e il sospetto. Nè era menomata di certo la fede musulmana in Sicilia, dove non prevalsero scuole scettiche, non si udirono scismi, non sètte _kharegite_, nè fanatismo di casa d'Ali: allegri giovani beveano, dilettavansi di canti e suoni e balli, e poi se ne pentivano; più numero assai di devoti praticava e predicava la rigorosa disciplina, la vita ascetica, e fin le follie sufite. Il qual doppio egoismo dei gaudenti e degli asceti, inevitabil fatto in certe religioni, va noverato tra i sintomi non tra le cause della tabe che consumava la Sicilia, come ogni altra colonia arabica, senz'eccettuarne veruna. Tabe nel vincolo dello stato; quando i corpuscoli sociali non stanno insieme per amor di patria nè forza di comando, ma ciascun fa per sè. Dicemmo già come l'impero arabico nacque con tal germe d'immatura morte: per l'indole dei conquistatori, l'imperfetta assimilazione dei popoli vinti, l'immobilità delle leggi, la necessità e impotenza insieme del dispotismo, i mercenarii stranieri, l'ordinamento aristocratico dei giund, la confusa democrazia municipale, le consorterie per le multe del sangue: anarchia generale sotto sembianza di assoluta unità religiosa e politica. Indi s'era scisso il califato; i pezzi s'erano rinfranti; gli sminuzzoli, nello undecimo secolo, si trituravano; e pur la forza dissolvente non restava di commuovere e rimescolare quegli atomi di polvere. La Sicilia, spartita tra la _gemâ_ di Palermo, Ibn-Hawwasci, Ibn-Meklâti, ed Ibn-Menkût, perseverò nella discordia sino all'ultimo compimento del conquisto normanno, sendo aggravato il vizio delle istituzioni dalla diversità delle genti. A levante, popolazioni cristiane soggette a nobiltà arabica; nel centro, le plebi di Siciliani convertiti all'islam; a ponente, la cittadinanza delle grosse terre; tramezzati in tutto questo rimasugli di Berberi di non so quante immigrazioni, e rifuggiti arabi d'Affrica e di Spagna. Era proprio la mano simboleggiata da Ibn-Hamdîs, la quale nell'ora del pericolo non potè impugnare la spada.
Ai fomenti di discordia s'aggiugnea l'ambizione di Moezz-ibn-Badîs e il subito danno che la distrusse, il contraccolpo del quale si risenti necessariamente in Sicilia. Appunto alla metà dell'undecimo secolo, passarono in quel ch'è oggi lo stato di Tunis gli Arabi che desolarono e ripopolarono l'Affrica settentrionale, ov'era assottigliata e snervata la schiatta dei primi conquistatori. La causa della quale irruzione fu che Moezz, disdetta l'autorità pontificale de' Fatemiti, avea gridato il nome dei califi di Bagdad; onde il ministro Iazuri, che tenea la somma delle cose al Cairo, non potendo ripigliare la provincia con le armi, la volle inondare di masnadieri: indettò le tribù beduine di Hilâl e Soleim, ospiti infestissimi dell'Alto Egitto; dispensò a ciascuno un mantello e un dinâr d'oro; e scaraventolli a ponente del Nilo (1051). Ed entro sei anni aveano compiuta l'opera; sospinto Moezz all'estrema riva del mare, su li scogli di Mehdia inespugnabili, dond'ei comandava molto dubbiamente a qualche città della costiera mercè l'armata e gli schiavi assoldati.[1533] In questa guerra gli Arabi saccheggiarono il Kairewân (novembre 1057), i cui cittadini si rifuggivano chi nelle parti più occidentali d'Affrica, chi in Spagna e chi in Sicilia.[1534] Precipitando per tal modo le cose di Moezz, veggiam calare in Sicilia la fazione che s'era affidata a lui nel principio della guerra civile, gli si era poi volta contro (1040), e non mi sembra inverosimile che avesse rannodato le pratiche, afforzata ch'essa fu a Castrogiovanni e Girgenti con Ibn-Hawwasci.
Ma cacciato di Palermo Simsâm e poi spento, par che la repubblica di Palermo ed altri grossi municipii venuti in sospetto di quelle pratiche si collegassero con la parte dei nobili a danno d'Ali-ibn-Hawwasci. Perchè allor si destava novella tempesta in Sicilia;[1535] sorgeva improvvisamente capo di parte un Mohammed-ibn-Ibrahim-ibn-Thimna, dei principali ottimati, se leggiam bene un luogo d'Ibn-Khaldûn,[1536] certo non uscito di sangue plebeo,[1537] insignoritosi di Siracusa, non si sa come nè quando, nè se quella fosse sua patria. Ibn-Thimna, assalito Ibn-Meklati, _kâid_ di Catania, che avea sposata la Meimuna sorella d'Ali-ibn-Hawwasci, lo debellò, gli tolse la vita, lo stato e la donna; e, dopo i termini legali di vedovanza, chiese ed ottenne la man di lei dal fratello. Donde è chiaro che il signor di Castrogiovanni non ebbe poter d'aiutare il cognato confederato suo di certo, nè di ricusar la sorella all'uccisore. Nel medesimo tempo finisce ogni ricordo dei Beni-Menkût, signori della punta occidentale dell'isola. La più parte dell'isola obbedì a Ibn-Thimna, che osò prendere il medesimo titolo d'un califo di Bagdad[1538] _Kâdir-billah_, o diremmo “Possente per grazia di Dio;” e in Palermo si fece la _Khotba_ per lui.[1539] È verosimile che la _gemâ'_ gli abbia dato nella capitale un'autorità di nome; bensì l'abbia aiutato all'impresa di Catania e altre città marittime col navilio, il quale non si armò mai altrove che in Palermo. Si ristorava così un'apparente unità di comando di guerra, se mai la Sicilia fosse assalita. Suppongo compiute queste vicende il millecinquantatrè dell'era cristiana, quando Moezz era con l'acqua alla gola; ritraendosi che il quattrocentoquarantacinque dell'egira (1053-4), mandato da lui il navilio a ridurre Susa che gli s'era ribellata, trovò in que' mari l'armata del _Sâheb_ di Sicilia, e temendola ostile diè di volta.[1540] La quale denominazione di _Sâheb_ s'adatta a Ibn-Thimna e non meno la nimistà contro casa zîrita.
Durò quanto potea la concordia tra i due capi di parti, l'uno vittorioso, sciolto d'ogni timor di fuori, l'altro umiliato; rivolti entrambi ad avvantaggiarsi con la forza neutrale ch'erano i municipii. Il parentado diè occasione a scoprir nuovamente la nimistà. Meimuna, donna d'indole altera, pronto ingegno e lingua troppo più pronta, solea bisticciarsi col marito; il quale forse non l'amava nè ella lui, forse rinfacciava l'indole plebea alla figliuola del Demagogo. Una sera Ibn-Thimna, acceso dal vino, ricomincia i piati domestici, trascorre alle villanie; Meimuna gliene dà di rimando; e il feroce ubbriaco, come se avesse letto i fasti di Caligola o di Nerone, le fa segar le vene d'ambo le braccia. Ma un figliuolo di lui per nome Ibrahim accorreva a tempo, chiamava i medici, ed arrestavano il sangue; si che la dimane rientrato in sè Ibn-Thimna, andò a scusarsi dei furori dell'ebbrezza, e Meimuna fe sembiante di perdonarlo. Dopo onesto spazio di tempo, ella il pregava le concedesse di rivedere i parenti; quegli, o non sospettando non curandola, o ch'ei cercasse pretesto d'attaccare briga con Ibn-Hawwasci, le diè licenza; mandolla con onorevole scorta e ricchi presenti a Castrogiovanni. Contò allora il caso al fratello; quei le giurò che mai non la rimanderebbe all'efferato signore. Indi Ibn-Thimna a rivendicar i diritti di marito e di re, a minacciare quel che tenea vassallo e plebeo: ma Ibn-Hawwasci non si spuntò dal niego; ed entrambi apparecchiarono le armi.
Ibn-Thimna movea all'assedio di Castrogiovanni; l'altro gli uscì all'incontro; lacerò a brani a brani l'esercito nemico, dicon gli annali, e lo inseguì fin presso Catania con grandissima uccisione. Se prima o dopo della sconfitta non si sa, la Sicilia tutta da Catania, qualche altra città all'infuori, prestava obbedienza al vincitore, anche Palermo. Indi si scorge che la cittadinanza della capitale e delle città maggiori, la quale avea deciso altre fiate i litigi tra le due parti, gittandosi or con l'una or con l'altra, compiè quest'altra rivoluzione a favor d'Ibn-Hawwasci. E in vero, dileguato il timore delle armi di Moezz, il capo dei gentiluomini avea dovuto aggravar la mano su la cittadinanza al par che su la parte siciliana, e provarsi a prender in quelle regioni dell'isola l'autorità, della quale non godeva altro che il nome. Il terzo partito dunque, com'or si chiama, lo messe giù al par di Akhal, del figliuolo di Moezz e di Simsâm. Ibn-Thimna condotto agli estremi, si ricordò che v'erano in Sicilia e in Calabria i Cristiani. Pratiche s'erano cominciate al certo tra gli uni e gli altri fin quando si videro sventolare da Messina su l'altra sponda dello Stretto le gloriose bandiere normanne. Il signor musulmano si cacciò, traditore a sua schiatta e religione, tra le sante trame di chi volea scuotere il giogo: corse a Mileto offerendo la Sicilia al conte Ruggiero, con la solita speranza ch'ei la conquistasse per fargliene dono.[1541]
SOMMARIO DEI CAPITOLI CONTENUTI NEL SECONDO VOLUME.
LIBRO TERZO.
Capitolo I.
an. 827-900. Società musulmana di Sicilia. — _Emir_ di provincia in dritto comune Pag. 1 Secondo il fatto in Sicilia 5 Amministrazione della giustizia 7 Amministrazione civile 8 Municipio ossia _gemâ'_ 9 Proprietà delle terre in dritto comune 12 Tassa fondiaria. _Kharâg_ 18 Proprietà in Affrica 21 E in Sicilia 22 Stipendii militari. _Giund_ 25 _Fei_. _Iktâ'_. 27 Altre parti dell'azienda 29 Schiatte in Sicilia. Arabi e Persiani 31 Berberi 35 Antagonismo d'Arabi e Berberi 37 Tendenza della colonia a governo proprio 40 Contrasto interiore delle due schiatte 41 Come l'usa Ibrahim-ibn-Ahmed 42
Capitolo II.
875-901. Indole d'Ibrahim 45 Esaltazione. Primordii del regno 46 Opere pubbliche. Fuochi di segnale 48 Fondazione di Rakkâda 49 Tirannide, tumulti e stragi 50 Orribili crudeltà 54 Parricidio su mogli, fratelli, figli e figliuole 58
Capitolo III.
898. Rivoluzione spenta in Sicilia 62 899. E ridesta 63 900. Abu-Abbas figlio d'Ibrahim viene con l'esercito 64 Combattimenti. Resa di Palermo 66 901. Guerra sopra i Cristiani in Sicilia e in Calabria 69 902. Abdicazione d'Ibrahim 75
Capitolo IV.
Ibrahim in Sicilia 78 Prende Taormina d'assalto 81 Stragi. Martirio di San Procopio 83 Ridotte Demona, Mico, Aci e Rametta 85 Deboli provvedimenti di Leone il Sapiente 87 Ibrahim passa in Calabria 89 Terrore e miracoli a Napoli 90 Ibrahim muore all'assedio di Cosenza 95
Capitolo V.
Secolo VII a IX. Scismi musulmani 97 Promosse le scienze. Scuole scettiche 99 Sette miste. — _Kharegiti_ 102 Sciiti 105 Influenza delle antiche sètte persiane 108 _Zindîk_, _Khorramii_ ec. 111 Origine degli Ismaeliani 114 Karmati 116 Ordinamento di setta ismaeliana 118 893-900. Propaganda in Affrica 120 Abu-Abd-Allah ed i Berberi di Kotama 122 904. Pigliano le armi contro gli Aghlabiti 123
Capitolo VI.
902. Riforme dell'Aghlabita Abu-Abbâs 124 903. Ucciso per pratica del figlio 126 Bagno di Ziadet-Allah 127 901-908. Vittorie dello Sciita 128 909. Fuga di Ziadet-Allah 129 Occupato il regno degli Sciiti 131 Obeid-Allah detto il Mehdi supposto discendente d'Ali e Fatima 132 Imprigionato a Segelmessa 133 910. Fondazione del califato Fatemita 135 910-920. Ordinamenti e misfatti del nuovo principe 137 915-920. Fabbrica la città di Mehdia 139
Capitolo VII.
902-910. Emir che succedonsi in Palermo 140 910. Ibn-Abi-Khinzir mandato dal Mehdi 142 912. Cacciato dal popolo 144 Potenza della nobiltà 145 913. Nuova rivoluzione. Il popolo elegge emir Ibn-Korhob 147 Guerra ai Cristiani 148 914. Investitura degli Abbassidi 149 Vittoria navale in Affrica 150 915-916. Naufragio e sconfitta 151 Trattato coi Bizantini 153 Controrivoluzione 154 916. Supplizio d'Ibn-Korhob 156 917. Assedio e dedizione di Palermo 157
Capitolo VIII.
882-915. Colonia dal Garigliano 160 Sue scorrerie 162 Difese di Giovanni X 165 913. Lega contro quei Musulmani 166 916. Distrutta la colonia 166 918. Condizione della Puglia e Calabria 168 Slavi a' soldi dei Fatemiti 168 918-925. Fazioni di Reggio ed Oria 170 Trattato dei Fatemiti coi Bizantini 175 826-929. Scorrerie degli Schiavoni e Siciliani in Terraferma 176 934-935. Affricani a Genova 179
Capitolo IX.
917-937. Salem emiro con scemata autorità 184 934-936. Inondazione. Vento infocato 184 937. Rivoluzione di Girgenti 185 E di Palermo 187 Khalîl-ibn-Ishak 188 Edifica la Khalesa 189 938. Muove contro Girgenti 191 Stragi e fame in val di Mazara 192 940. I Girgentini s'arrendono 195 944. Vanti di Khalîl in Affrica e sua morte 196
Capitolo X.
Rivoluzione dei Nekkariti in Affrica. Abu-Iezîd 197 Boscera il Siciliano 199 945. Assedio di Mehdia 200 Morte d'Abu-Iezîd 201 947. Carestia, bargelli ed esattori in Sicilia 203 Tumulto in Palermo 204 948. Hasan primo emir kelbita 207 Prende lo stato in Palermo 208 E spegne a tradimento i capi della nobiltà 210
Capitolo XI.
895-948. Condizione dei Cristiani in Valdemone o Val di Noto 212 Popolazione del Val di Mazara 216 895-948. Principii di cultura intellettuale 218 951. Novella versione di Dioscoride 218 Giuristi e libri malekiti 220 Il cadi Meimûn in Palermo 222 Altri giuristi. Ibn-Khorassân filologo 224 Raccontatori di biografie 225 Meno coltivati gli altri studii 226 Siciliani che si segnalarono fuori 228 Devoti e superstizioni 229
LIBRO QUARTO.
Capitolo I.
948. Casa kelbita dei Beni-Abi-Hosein 233 Hasan non ebbe nuovo titolo nè autorità, se non che di emîr generale, come quei del nono secolo 234 969. L'emirato di Sicilia divien di fatto ereditario e independente 238
Capitolo II.
950. Guerra di Hasan in Calabria 242 952. Moschea a Reggio. Patti 248 953. Confermato Hasan con sostituzione del figliuolo Ahmed 249 955. Fazione di Hasan in Spagna 249 956-960. Nuova guerra coi Bizantini 250
Capitolo III.
961. Hasan e Ahmed coi nobili siciliani a corte del califo Moezz 254 Disegni contro i Cristiani di Val Demone 255 962. Feste di circoncisione in Sicilia 256 Presa Taormina 257 965. Rametta sola resiste 259 Niceforo Foca le manda in aiuto Manuele e Niceta 260 964. Sbarco e fazioni dei Bizantini 263 Battaglia di Rametta 264 Morte di Hasan 269 965. Espugnazione di Rametta 270 Vittoria navale dei Musulmani 274
Capitolo IV.
967. Ristorazione di città e ordinamento degli _iklîm_ 274 Pace tra Moezz e i Bizantini 278 Niccolò ambasciatore greco 279 968. Indole e arti di regno di Moezz 281 Giawher liberto siciliano 282 Reca le armi di Moezz fino all'Atlantico 283 969. E gli conquista l'Egitto 284 970-974. Conseguenze in Oriente 286 972. Moezz muta la sede in Egitto 287 Lascia un luogotenente in Affrica, senza autorità su la Sicilia 288
Capitolo V.
969. I Kelbiti richiamati in Affrica 290 Rivoluzione in Sicilia 290 970. Moezz cede e manda emiro Abu-l-Kâsem-Ali, kelbita 293 972. Il viaggiatore Ibn-Haukal 294 Descrizione di Palermo 296 Numero approssimativo degli abitatori 304 Costumi e usanze 306 Riflessioni d'Ibn-Haukal su i Musulmani di Spagna e delle isole 309
Capitolo VI.
968-970. Otone I nell'Italia meridionale 310 Lega dei Fatemiti coi Bizantini 312 975. Spezzata 313 976. Guerra d'Abu-l-Kâsim in Calabria 314 977. Arse Taranto, Oria e Bovino 315 903-950. San Nilo da Rossano 317 951. Assalto del Monastero di S. Mercurio 319 977. Frati presi a Rossano 319 Lettera di San Nilo ad Abu-l-Kâsem 320 984. Otone II muove contro i Bizantini e i Musulmani 321 982. Viene a Taranto e Rossano 322 Sconfitto a Stilo. Vittoria e morte d'Abu-l-Kâsem 324 Fuga d'Otone 325 Ritirata dell'esercito siciliano 329
Capitolo VII.
982-983. Emiri. Giâber; Gia'far 330 985-989. Abd-Allah; e Iûsuf 331 990-997. Potenza dei Kelbiti in Egitto 331 990-998. Ottimo governo di Iûsuf 332 Il poeta Ibn-Moweddib a corte di Palermo 333 E Mohammed-ibn-'Abdûn 334 Poema di Abd-Allah-Tonukhi a lode di Iûsuf e del figliuolo 335 Fama cavalleresca della corte 337 983-998. I Bizantini occupan la Puglia e la Calabria 338 986-1005. Assalti dei Siciliani in quelle province 339 1004. Assedio di Bari 341 1005-1011. Altre fazioni 341 1016. I Normanni a Salerno 343 1020-1031. I Siciliani assaltano tuttavia la Puglia e la Calabria 345 Altre fazioni loro supposte da nomi geografici 346
Capitolo VIII.
998. Gia'far-ibn-Iûsuf, emiro 348 1015. Ribellione e supplizio del fratello Ali 350 Nuovo ordinamento dell'esercito 351 Gravezze 352 1019. Rivoluzione in Palermo 353 Cacciato Gia'far e surrogatogli il fratello Akhal 354 975-998. Dominazione degli Zîriti in Affrica 355 999. Iânis il Siciliano 356 Condizione dei Berberi nell'Affrica propria 357 1001-1023. Calamità ed emigrazioni d'Affrica in Sicilia 358 1016. Moezz-ibn-Badîs lo Zîrita 359 Persecuzione degli Sciiti 359 1019. Rifuggiti in Sicilia 361 1019-1052. Industria e ricchezza dell'Affrica propria 362 1023. Armamenti di Moezz 363
Capitolo IX.
1025. Primordii d'Akbal in Sicilia 364 Esercito bizantino in Calabria 365 1026. Naufragio degli Affricani 366 1031-1035. Scorrerie navali dei Siciliani ed Affricani in Grecia 367 Akbal favorisce in Sicilia la parte che si chiamò degli _Affricani_ contro la parte dei _Siciliani_ 368 Schiatte e condizioni delle due parti 369 I nobili 372 La cittadinanza 373 Intenti e modi di Akhal 374 Si sottomette ai Bizantini 376 1035-1037. I Siciliani chiamano Moezz. Guerra civile 377 1038. Ucciso Akhal, Moezz resta padrone dall'isola 378
Capitolo X.
Impresa di Maniace 379 Racconti dei mercenarii Scandinavi o Varangi 380 Vittorie di Maniace 381 1038-1039. Assedio di Siracusa 384 1040. Battaglia di Traina 387 Rivolta di Ardoino coi Normanni 389 Maniace e l'ammiraglio Stefano 390 Maniace si afforza in Sicilia 391 1041. È scambiato e catturato 392 1042. Difesa di Catacalone a Messina 393 1043. Ribellione e morte di Maniace 394
Capitolo XI.
1043-1061. Condizione dei Cristiani di Sicilia 395 La più parte _dsimmi_ 397 Di schiatta greca e italica 398 Studii e industria loro 399 Il clero 401 I frati 403 Poco zelo religioso 404 948-1061. San Vitale da Castronovo 406 950-994. San Luca da Demona 408 1020-1070. San Filareto 410 964-1031. San Simeone da Siracusa 412 827-1061. Il Cristianesimo non mancò giammai in Sicilia 414 Due tradizioni rigettate 415
Capitolo XII.
1040. Difetto di notizie storiche 417 Condizioni d'Abd-Allah-ibn-Moezz in Sicilia 418 È cacciato e fatto emiro Simsâm-ed-dawla 419 1040-1052. Sorgono i regoli Ibn-Menkût, Ibn-Hawwasci, Ib-Meklâti, e Palermo si regge a repubblica 420 Riforma sociale a Malta 422 Come cadde la dinastia kelbita 423 Parti 424 Intenti politici dei Palermitani 426
Capitolo XIII.
XI Secolo. Prosperità materiale e lettere 428 Notizie geografiche d'Abu-Ali e d'Ibn-Kattâ' su la Sicilia 428 Numero delle città, rôcche e villaggi 430 Nomi 431 Distribuzione delle schiatte 434 Cenni su alcune città 436 Descrizioni dell'Etna ed eruzioni 438 Prodotti minerali dell'isola 441 Acque e boschi 443 Agricoltura 444 Pastorizia 446 Pratiche agrarie dei Siciliani 446 Manifatture 448 Commercio 449 Architettura 450 Iscrizioni e calligrafia 452 Monete 456 Tari d'oro di Sicilia imitati a Napoli, Salerno e Amalfi 458
Capitolo XIV.
XI Secolo. Studii degli Arabi. Prevalgono le scienze coraniche e le lettere 460 Fonti di storia letteraria 462 Astronomi e matematici siciliani 463 Lavori di geografia matematica 464 Misure itinerarie della Sicilia 466 Scrittori di medicina. Abu-Sa'id-ibn-Ibrahim 467 Lo sceriffo Ahmed 470 Altri medici 471 Verso il 1000. Studii filosofici. Sa'id-ibn-Fethûn da Cordova 472 Lettura del Corano 472 1062-1122. Ibn-Fehhâm 474 m. 1063. Abu-Tâher-Isma'il 475 Verso il 1100. Ibn-Omar e Ibn-Haiun 476 Altri lettori del Corano 477 La Tradizione di Maometto 479 Verso l'842. Tradizionisti: il Kalawri 479 Verso il 900. Abu-Bekr-Temimi 480 Verso il 1030. Ammâr principe Kelbita ed altri tradizionisti 481 m. 1141. Mazari giurista, tradizionista, teologo e medico 482 m. 1059. Studii legali. Ibn-Iûnis detto il Siciliano 486 Verso il 1030. Abd-el-Hakk 487 Altri scrittori e professori di dritto 488 m. 1072. Sementari, giurista e ascetico 490 Verso il 1040. Ibn-Hamsa 491 Setta dei Sufiti 492 X e XI Secolo. Sufiti Siciliani 493 Altri ascetici e teologi 494 Opera di teologia d'Abd-er-Rahman-Sikilli 495 Lettere 495 Varii filologi e grammatici siciliani o venuti in Sicilia 495 1033-1118. Kattâni 498 1000-1070. Ibn-Rescîk 499 Falsa etimologia della voce Sicilia 504 Verso il 1030. Ibn-Abd-el-Berr 504 Gia'far-ibn-Kattâ' 505 1041-1121. Ali suo figliuolo 505 Opere d'Ali-ibn-Kattâ' 507 Altri filologi 511 Verso il 1070. Ibn-Mekki giurista ed oratore 513 Prosatori. Hascem-ibn-Iûnis 514 Altri prosatori. I Segretarii 515 X e XI secolo. Storia. Cronica di Cambridge; Abu-Ali, e pochi altri 516 Poesia arabica in questo tempo 517 Verso il 1030. Poeti eroici, ossia di _Kasîde_; Ibn-Tûbi 517 Verso il 1040. Ibn-Sebbâgh 519 1061. Ibn-Biscir, Billanobi ed altri rifuggiti in Egitto 520 Comunicazioni con la Spagna 523 1032-1111. Abu-l-Arab 524 1056-1133. Ibn-Hamdîs 525 Sua descrizione della vita dei giovani nobili 530 Vanti guerrieri 532 Carità patria e giudizio severo su la Sicilia 534 Altri poeti di _Kasîde_ 535 Verso il 1050. Satirici. Ibn-Tazi 536 E Ruzaik 537 953-1100. Poeti di casa kelbita 537 Altri principi e magistrati 539 X e XI Secolo. Poeti su argomenti morali 540 E molti altri 541 Come vadano giudicati i poeti arabi in Sicilia 542 I musici 544 IX e X secolo. Epilogo su gli studii dei Musulmani di Sicilia fino al conquisto 545
Capitolo XV.
1053-1060. Condizioni e costumi pubblici e cagioni della decadenza 545 1051-1057. Grande avvenimento da Affrica 547 Ibn-Thimna signor di Siracusa occupa Catania ed è riconosciuto principe di tutta l'isola 548 1053-1054. Armata siciliana a Susa 550 1054-1060. Meimuna moglie d'Ibn-Thimna si rifugge appo il fratello 550 Guerra tra Ibn-Thimna e Ibn-Hawwasci signor di Castrogiovanni 551 Ibn-Thimna sconfitto chiama i Normanni 551
FINE DEL SECONDO VOLUME.
AVVERTENZA DELL'AUTORE.
In corso di stampa del presente volume, si son pubblicati i testi nella _Biblioteca Arabo-Sicula_. Mi è parso dunque, nel IV libro, di citare la _Biblioteca_ anzichè i MSS.; e così farò nei libri V e VI. Per comodo dei lettori, le pagine di quei testi saranno notate nella versione, quando m'avverrà di darla alla luce.
Pongo qui in fine qualche correzione d'error di stampa ed alcune aggiunte.
_Parigi, gennaio 1858._
Pag. 10, lin. 1: Aghlabiti;(1) del califato
_leggasi_:
Aghlabiti;(1) di tutte le città d'Affrica nei primordii della dinastia fatemita (_a_); del califato
(_a_) Il Mehdi usava far leggere i suoi rescritti e avvisi di vittorie nella _gemâ'_ di ciascuna città. _Baiân_, testo, tomo I, anni 296 a 300.
Pag. 36, lin. 11: e versione, p. 128.
_leggasi_:
e versione, p. 128. Si vegga anche Edrisi, versione di M. Jaubert, tomo I, p. 275. Il _Merâsid_, di Iakût, edizione di Leyde, tomo III, p. 159, nota una fortezza _Minsciâr_ presso l'Eufrate.
Pag. 37, lin. 18: origine latina.
_leggasi_:
origine latina.
XIII. Mesisino, nel feudo del Landro (val di Mazara), citato da Villabianca, _Sicilia nobile_, tomo II, p. 345. Meziza era nome di tribù berbera, secondo Ibn-Kaldûn, _Histoire des Berbères_, tomo I, p. 241 della versione, e I, 153 del testo.
Pag. 59, lin. 13: (903) _leggasi_: (902)
Pag. 75, _lin. ult._: precedente, p. 58.
_leggasi_:
precedente, p. 58. Debbo avvertire che secondo una variante proposta dal prof. Fleischer nel testo di Nowairi, invece di “malattia biliosa” si dovrebbe tradurre “gli si fece incontro con vestimenta negre.” _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 451, e Introduzione, p. 63. Ma non n'è certo quel dotto orientalista; nè io.
Pag. 92, lin. 32: agosto. Col
_leggasi_:
agosto e in novembre. Col
Pag. 169, lin. 31: epist. 75.
_leggasi_:
epist. 75. Altri divieti simili ai Veneziani nell'887 e 960 sono notati dal Muratori, _Annali d'Italia_, 960.
Pag. 178, lin. 28: _ribâ'i_ _leggasi_: _robâ'i_
Pag. 214, lin. 21: tratto e si dilegua alla _leggasi_: tratto alla
Pag. 238, lin. 6: Perchè Moezzia non fosse una bicocca da schiavi o da liberti fu lasciata al certo la popolazione agricola nel contado, e la gente minuta, mercatanti o artefici, nella città.
_leggasi_:
Perchè Moezzia non fosse una bicocca, si lasciò al certo la popolazione agricola nel contado, e la gente minuta, mercatanti o artefici, nella città, da schiavi o da liberti.
Pag. 263, lin. 22: togliere _leggasi_: tagliare
Pag. 276, lin. 19: a _kharâg_ _leggasi_: e _kharâg_
Pag. 302, lin. 2: cristiana. Nè
_leggasi_:
cristiana; e la medesima tradizione riferita da Bekri dà, invece d'Aristotile, il nome di Galeno, che da Roma andasse a trovare i Cristiani in Siria, e fosse morto, in viaggio, in Sicilia(a). Nè
(a) Ibn-Scebbât, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 210.
Pag. 323, lin. 4: e quei _leggasi_: o quei
Pag. 334, lin. 30: _Rebâ'i_ _leggasi_: _Robâ'i_
Pag. 334, lin. 31: par che valesse _leggasi_: valeva
Pag. 378, lin. 13: Maniace _leggasi_: Maniace(4)
Pag. 378, lin. 26: da Sicilia _leggasi_: in Sicilia
Pag. 382, lin. 26: Si _leggasi_: (1) Si
Pag. 417, _lin. ult._: Abn-Ali _leggasi_: Abu-Ali
Pag. 434, lin. 15: _ain_ _leggasi_: _ain,_
Pag. 434: _le note 2 3 4 s'invertano così_: 3 4 2
Pag. 445, lin. 13: Si _leggasi_: (1) Si
Pag. 459, lin. 4: franca _leggasi_: franco
Pag. 460, lin. 19: _rebâ'i_ _leggasi_: _robâ'i_
NOTE:
[1] Veggasi il Libro I, cap. III, VI.
[2] Oltre il Corano e la Sunna, ossia il supposto precetto divino e lo esempio del Profeta, la legge si fondava sullo _igtihâd_, che vuol dire litteralmente “sforzo” degli interpreti ed esecutori ad applicare lo statuto ai casi non provveduti espressamente.
[3] Mawerdi, _Ahkâm-Sultanîa_, lib. III, edizione di Enger, p. 51.
[4] Mawerdi, op. cit., lib. I, p. 23, enumera così i dritti dello _imâm_, ossia califo, pontefice e principe: 1º Conservar la fede secondo i dommi cardinali e le interpretazioni concordi degli imâm precedenti, e ricondurre all'ortodossia i novatori, con la ragione o con la forza; 2º Far eseguire le leggi civili e criminali; 3º Vegliare alla sicurezza interna; 4º Fare osservare i precetti religiosi; 5º Difendere il territorio; 6º Portar guerra agli Infedeli; 7º Riscuotere le legittime entrate pubbliche; 8º Pagare gli stipendii e spese pubbliche; 9º Adoperare capaci e fidati ministri; 10º Trattar dassè le faccende più rilevanti. Tolti questi due ultimi paragrafi che contengono consigli di condotta, non ordinamenti di diritto pubblico, gli altri doveri dell'_imâm_ non differiscono da quei dello emiro, che nella potestà d'interpretare i dommi.
[5] Mawerdi, op. cit., lib. III, p. 47, 48. Questo autore aggiunge che l'uficio di emiro poteva essere generale ovvero speciale; sendo lecito destinare un emiro alle cose di guerra e di polizia, come noi diremmo, e un altro all'azienda e giurisdizione; op. cit., p. 51. Ma tal caso sembra avvenuto assai di rado. Mawerdi stesso, p. 54, dice che nelle province conquistate di recente l'uficio di emir, di dritto, diveniva generale; nè si potea diminuirne il territorio, nè l'autorità. Le ragioni che ne allega Mawerdi son fondate su l'assioma, che il ben della religione e della repubblica musulmana va anteposto al capriccio del califo.
[6] L'oficio della posta si chiamava appo gli Arabi _berîd_, trascrizione della voce latina _veredus_. Par che i Sassanidi abbian tenuto la stessa pratica in fatto di alta polizia; come l'accennai nella versione del _Solwân_ d'Ibn-Zafer, nota 24 al cap. V, p. 313, 314.
[7] Il _Baiân_, tomo I, p. 75, e Nowâiri, _Storia d'Affrica_, versione francese di M. De Slane, in appendice a Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, tomo I, p. 588, fanno menzione del giuramento (_biâ'_) prestato al nuovo emir di Affrica, Nasr-ibn-Habib (791).
[8] Ibrahim non era al certo independente in dritto più che gli altri emiri di provincia. Per le monete di Heggiâg non occorre citazione. Su quelle di Mûsa, va ricordato che la leggenda talvolta fu latina, come si scorge dalle lettere di M. De Saulcy, _Journal Asiatique_, série III, tomo VII, p. 500, 540 (1839), e tomo X, p. 389, seg. (1840).
[9] Capitolo V, p. 296.
[10] La numismatica arabo-sicula finadesso può dare scarso aiuto alla Storia, sendo pubblicate pochissime monete, e la importante collezione di Airoldi non per anco studiata. A ciò si aggiunga, che rimangono poche speranze per l'epoca aghlabita, perchè gran copia di monete andò al crogiuolo per la gelosia dinastica, l'avarizia e il genio burocratico dei Fatemiti. Delle monete aghlabite di Sicilia alcune sono state pubblicate da Tychsen, Adler, Castiglioni; alcune dal Mortillaro, il quale compilò, utile lavoro, una lista di tutte le monete arabo-sicule, conosciute da lui. Le quattro che io ho accennato nel testo, si trovano le prime in quella lista (Mortillaro, _Opere_, tomo III, p. 343, seg.); ed io ne ho dato forse più corretti ragguagli nel Libro II della presente storia, cap. III, p. 283, cap. V, p. 296, e cap. VI, p. 320, del primo volume. Le altre monete aghlabite di Sicilia son registrate dal Mortillaro dal nº 5 al 12.
[11] Fakhr-ed-dîn, presso Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo I, p. 84. Non ho bisogno di avvertire che la _Khotba_ sia la preghiera pubblica, in cui si ricorda il nome del principe e pontefice.
[12] Veggasi il Libro II, cap. III, V, VI, VII, IX, X.
[13] Mawerdi, op. cit., lib. III, p. 51, 52, 53; lib. XIX, p. 375, seg.
[14] Come apostasia, empietà, stupro, ubbriachezza ec.
[15] Come omicidii e ferite, furti, calunnie.
[16] Mawerdi, op. cit., lib. III, p. 48, 51, 52, 53; lib. XIX, p. 375, seg.
[17] Mawerdi, op. cit., lib. VII, p. 128, seg. Veggasi anche Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo I, p. 132, seg. Talvolta il principe delegava alcuno allo esercizio di questa somma giurisdizione. Così abbiam ricordi di un _wâli-l-mezâlim_ in Affrica sotto gli Aghlabiti, che poi fu câdi in Palermo.
[18] Mawerdi, op. cit., lib, III, p. 48, 51, 52, 53; lib. VI, p. 107, seg.; e lib. XX, p. 405 a 408. Si avverta che la giurisdizione non restò divisa nè in tutti i paesi nè in tutti i tempi nel modo che porta il Mawerdi. Io ho voluto seguire a preferenza questo scrittore, perchè è contemporaneo alla dominazione musulmana in Sicilia, e ci mostra l'ordinamento normale d'allora, meglio che nol farebbero i trattati relativi all'impero ottomano, all'Affrica ec., al giorno d'oggi.
[19] Mawerdi, op. cit., lib. VIII, p. 164, seg.
[20] Mawerdi, op. cit., lib. XX, p. 404, seg. Veggasi ancora presso Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo I, p. 468 a 470, uno squarcio dei Prolegomeni di Ibn-Khaldûn, il quale in parte copia litteralmente Mawerdi, e in parte aggiugne fatti novelli.
[21] Makkari, presso Gayangos, _The Mohammedan Dynasties in Spain_, tomo I, p. 105; Lane, _Modern Egyptians_, tomo I, p. 166.
[22] Ibn-Khaldûn, _Prolegomeni_, presso Gayangos, op. cit., tomo I, p. XXXII; e nello stesso volume, Makkari, p. 104, e nota a p. 398; Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo II, p. 184. Al Cairo fu detto _wâli-l-beled_, prefetto della città; in Spagna, _sâheb-el-medîna_, preposto della città, _sâheb-el-leil_, preposto della notte, e _sâheb-es-sciorta_. Gli Omeîadi aveano la grande e picciola _sciorta_, come noi diremmo alta e bassa polizia.
[23] Ibn-Khallikân, _Wafiat-el-'Aiân_, Vita di Abu-Mohammed-Iahia-ibn- Akthem, fa menzione del _sâheb-es-sciorta_ di Palermo sotto il principe kelbita Thikt-ed-daula. MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 502, fog. 326 verso; e 504, fog. 234 recto.
[24] Capitolo LVI di Giacomo, e XVII di Federigo di Aragona; Diploma di Carlo d'Angiò del 24 ottobre del 1269, nella Biblioteca Comunale di Palermo, MS. Q. q. G. 2, pei _Magistri sorterii_ di Palermo. Dalle annotazioni di monsignor Testa ai detti luoghi dei Capitoli del Regno, si vede usata infino ai principii del XVIII secolo in dialetto siciliano la voce _sciorta_, che latinamente scriveano _sorta_, _surta_, _xurta_, ec.
[25] Veggansi il Lib. I, cap. VI, p. 133, seg., e p. 148; e il Lib. II, cap. II, p. 259.
[26] Il Mehdi usava far leggere i suoi rescritti e avvisi di vittorie nella _gemâ'_ di ciascuna città. _Baiân_, testo, tomo I, anni 296 a 300.
[27] Veggasi Mawerdi, _Ahkâm-Sultanîa_, lib. XX, p. 411 a 414.
[28] Daumas, _Le Sahara Algérien_, p. 72, 290, 293; e il medesimo, _Mœurs et Coutumes de l'Algérie_, p. 10.
[29] Ricordinsi i _wagih_, _sceikh_ e _fakîh_ del Kairewân, di cui si fa parola nel Libro I, cap. IV, p. 148. Mawerdi, l. c., adopera il nome generico di _dsui-l-mekena_, ossia “notabili, o capaci;” i quali par non fossero i soli possessori e capitalisti, poichè si dice che possano contribuire alle opere pubbliche, sia con danaro, sia con lavoro. Ei nota essere così fatto obbligo non individuale ma dell'universale, ossia _gemâ'_ dei cittadini notabili. Lo stesso autore adopera la voce _dsui-l-mekena_ per denotare quella classe di persone alle quali furon date in enfiteusi dal califo Othmân le terre demaniali del Sewâd, lib. XVII, p. 335.
[30] Ibn-Khallikân, _Wafiât-el-'Aiân_, nella vita di Ibn-Zohr (Avenzoar) morto a Cordova il 1130, dice che l'avolo di costui avea tenuto alto grado nella sciûra. Veggasi la versione inglese di M. De Slane, tomo III, p. 139, ed a p. 140 la nota 12, ove questo erudito orientalista fa considerare che in Spagna e nell'Affrica settentrionale ogni città aveva il _counsel or committee_ che aiutasse il governatore (e questa non parmi espressione esatta) nello esercizio del suo oficio, e si componea dei capi dei varii quartieri, del câdi, e delle antiche e influenti famiglie del luogo. Nel tomo II, p. 501 della stessa versione, si parla d'un Consiglio simile a Murcia.
A Tripoli fin oltre la metà del XII secolo v'ebbe un “Consiglio dei Dieci” che cessò al conquisto degli Almohadi; come l'afferma Tigiani, Rehela, versione francese di M. Rousseau, p. 186, 187. (_Journal Asiatique_, février-mars 1853, p. 135, 136.)
Negli Stati ove è prevalso più il dispotismo, è rimase in vece della _gemâ'_ un sol oficiale municipale, detto _sceikh-el-beled_, “l'anziano del paese,” mezzo tra eletto ed ereditario; come si ritrae per l'Affrica settentrionale da M. Worms, _Recherches sur la propriètè territoriale dans les pays musulmans_, p. 373, 427; e per l'Egitto, dal Lane, _Modern Egyptians_, tomo I, p. 171.
[31] Mawerdi, op. cit., lib. XX, p. 411, a 414.
[32] Lane, _Modern Egyptians_, tomo I, p. 170.
[33] Ibn-el-Athîr, anno 336, MS. B, p. 261; MS. C, tomo IV, fog. 350 verso, dice dei Beni Tabari, ch'erano degli _'aiân_, ossia caporioni della _gemâ'_ in Palermo.
[34] _Riadh-en-Nofûs_, MS., fog. 79 recto, nella vita di Lokmân-ibn-Iûsuf
[35] Una quarantina d'anni fa, sostenne quest'assioma il barone De Hammer, oggi consigliere aulico dell'impero austriaco. M. De Sacy lo confutò, prima nel _Journal des Savants_ del 1818, poi nella terza delle sue Memorie su la proprietà in Egitto, _Mémoires de l'Académie des Inscriptions_, tomo VII, p. 55, 56. Il Martorana, _Notizie storiche dei Saraceni Siciliani_, tomo II, p. 129 e 248, amò meglio seguire il consigliere aulico, che il dotto professor di Parigi. Il signor Benedetto Castiglia, in uno articolo di giornale che sopra ho avuto occasione di lodare, _La Ruota_, Palermo, 30 agosto 1842, si appigliò a questo paradosso, e scrivendo in fretta lo attribuì a M. De Sacy. A così fatta teoria rimangono ormai pochi partigiani. La rigetta espressamente M. Worms nella detta opera, _Recherches sur la constitution de la propriètè territoriale dans les pays musulmans_. Nè so come M. Du Caurroi riparli di Messer Domeneddio proprietario universale, _Journal Asiatique_, IV^e série, tomo XII, p. 13 (1848), senza allegar nuove autorità.
[36] Mawerdi, _Ahkâm-Sultanîa_, lib. XVI, p. 325; _Hedaya_, libro LXV, tomo IV, p. 140.
[37] Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 341. Traduco “antracite” la voce _kâr_, che secondo i dizionarii significa “pece liquida.”
[38] Il 10 per cento su la raccolta annuale dei grani, frutta, miele ec., si ragguaglia al 2-1/2 per 100 su gli armenti, danaro, merci, masserizie ec., supponendo che coteste maniere di capitali rendessero il 25 per 100. Non arrivando a sì alto segno il fruttato dei capitali mobili, essi vengono a pagare più che i capitali fissi delle terre. Avvertasi che il 10 si ragiona su i prodotti del suolo bagnato da pioggie periodiche o acque sgorganti. Le terre inaffiate con macchine idrauliche, richiedendo maggiore spesa di cultura, son tassate al 5. Al contrario, quelle irrigate con acqua di canali che mantiene lo Stato, pagano il 20; nel qual caso il doppio dazio va per censo dell'acqua.
[39] Seguo l'uso generale nella trascrizione di questa, voce, la quale secondo il modo tenuto nel resto del mio lavoro andrebbe scritta _zekâ_.
[40] La _zekât_ è dovuta dai soli Musulmani adulti, sani di mente e liberi, che posseggano oltre un certo valore fissato dalla legge. Si chiama anche decima. Il ritratto è stato sovente distolto dalla sua destinazione legale; usurpandolo i governi, che poi si sgravavano la coscienza in opere di pietà o di carità. Veggansi a tal proposito: Mawerdi, _Ahkâm-Sultanîa_, lib. XI, p. 195, seg., e lib. XVIII, p. 366, seg.: questo dottore sciafeita riferisce il dritto come si tenea nella propria scuola, cita le opinioni delle altre e i fatti fino al tempo e paese suo, cioè tra il X e l'XI secolo, a Bagdad; _Hedaya_, lib. I, versione inglese, tomo I, p. 1, seg., che mostra il dritto osservato in India nel XVIII secolo secondo la scuola di Abu-Hanîfa; D'Ohsson, _Tableau général de l'Empire Ottoman_, tomo II, p. 403, e tomo V, p. 15, seg., che riferisce anco il dritto hanefita, osservato alla stessa epoca in Turchia; Khalîl-ibn-Ishâk, _Précis de jurisprudence musulmane, traduit par M. Perron_, cap. III, tomo I, p. 328, seg. Quest'autore, di scuola malekita, visse nel XV secolo. Il suo compendio, brevissimo e oscurissimo, fa legge in Affrica. Veggasi anche Burckhardt, _Voyage en Arabie_ (versione francese), tomo II, p. 294, che descrive la pratica dei Wababiti, puritani dell'islamismo ai tempi nostri. Le varie scuole ed epoche fan poca differenza nell'applicazione degli statuti su la _zekât_.
[41] _Mishkat-ul-Masabih_, lib. XII, cap. XI, tomo II, p. 45, seg. Data la tradizione del Profeta, tralascio di citare i trattatisti, alcuni dei quali, a dir di Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 330, credettero necessaria la licenza del principe a confermare il dritto di primo occupante. Ognun vede che ciò non torna ad esercizio di un supremo dritto di proprietà, ma a necessaria misura di ordine pubblico, per evitare che due o più persone si contendessero un podere. È fondato su la medesima ragione il divieto di occupare il suolo bisognevole a pascolo comune, strade, mercati ec., di che tratta il Mawerdi, lib. XVI, p. 322, seg.
[42] _Hedaya_, lib. XLV, tomo IV, p. 132.
[43] Nella sura VIII, verso 42, è detto appartenere la quinta a Dio, e per lui al Profeta, ai parenti di costui, agli orfanelli, agli indigenti e ai viandanti. La morte di Maometto diè luogo a cavillare su questa legge. Dei dottori, chi ha pensato doversi investire tutta la quinta in utilità pubblica; chi poterne disporre il principe; chi doversi esclusivamente serbare ai parenti del Profeta, orfanelli ec. Veggasi Beidhawi, comento al citato verso del Corano, edizione di M. Fleischer, tomo I, p. 367 e 368; Mawerdi, op. cit., lib. XII, p. 239 a 242. Koduri vuol che la quinta si divida in tre parti uguali agli orfanelli, poveri, e viandanti; sostenendo che la quota del Profeta si fosse estinta alla sua morte; presso Rosenmuller, _Analecta Arabica_, § 34.
[44] Questo importante fatto è riferito da Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 334, seg. Avanti la edizione di M. Enger del 1853, che noi citiamo, questo squarcio era stato pubblicato con una versione francese da M. Worms, _Recherches sur la constitution de la propriété_, etc., p. 188, 189, e 202, seg. Ma M. Worms non ebbe alle mani che un sol MS. del Mawerdi; non si servì delle varianti di quello che possiede la Biblioteca di Parigi; e d'altronde non colse sempre il segno nella versione.
[45] Mawerdi, l. c.
[46] Il dritto era, secondo Sciafei, che le terre prese con le armi si dividessero al par che il bottino, a meno di cessione volontaria dei combattenti. Malek le dicea proprietà perpetua della repubblica. Abu-Hanîfa rimetteva al principe di scompartirle tra i combattenti, lasciarle agli Infedeli, con obbligo di pagare il _kharâg_, ovvero dichiararle proprietà della repubblica, come gli paresse. Così riferisce Mawerdi, lib. XII, p. 237, seg.; e lib. XIII, p. 254, seg. (anche presso Worms, op. cit., p. 100, seg.; 103, seg.; 107, seg.). Ma i giureconsulti vissero quando i conquisti eran cessati; onde la opinione loro non servì che a lodare o biasimare i fatti compiuti.
[47] Sura, LIX, versi 6, 7, 8.
[48] Mawerdi, op. cit., lib. XIII, p. 254; e presso Worms, op. cit., p. 107 e 110. La prima era opinione di Sciafei; la seconda di Abu-Hanîfa. _L'Hedaya_, quantunque compilazione hanefita, si appiglia nel presente caso all'opinione di Sciafei, lib. IX, cap. VII, tomo II, p. 205. Koduri, autore del decimo secolo, sostiene la prima opinione, presso Rosenmuller, _Analecta Arabica_, §12.
[49] Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 334, 335; e presso Worms, op. cit., p. 189, e 204. Si vegga anche Koduri, presso Sacy, _Mémoires de l'Académie des Inscriptions_, tomo V, p. 10.
[50] Mawerdi, op. cit., lib. XII, p. 237; lib. XIII, p. 253; e lib. XIV, p. 299; i quali squarci si veggano anche presso Worms, op. cit., p. 100, 103, 108, 111; Koduri, presso Sacy, _Mémoires de l'Académie des Inscriptions_, tomo V, p. 11. Si riscontri col lib. II, cap. XII della presente storia.
[51] Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 330, seg.; e presso Worms, op. cit., p. 184, seg., e 196, seg.; alla cui versione van fatte molte correzioni. Ha errato il Martorana, _Notizie storiche dei Saraceni Siciliani_, tomo II, nota 247, p. 248, sostenendo che tutte le proprietà musulmane venissero da concessione del principe.
[52] Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 335; e presso Worms, op. cit., p. 189, e 205.
[53] Questo ultimo fatto si ricava dall'_Hedaya_, lib. IX, cap. VII, tomo II, p. 205.
[54] Prima di scrivere queste parole, io ho studiato le dissertazioni di M. De Sacy, _Mémoires de l'Académie des Inscriptions_, tomo I, V e VII; l'opera citata di M. Worms, e le compilazioni legali musulmane, come l'Hedaya, D'Ohsson, Khalîl-ibn-Ishak. Dell'opera di M. De Hammer, ne so quanto ne dicono M. Sacy e M. Worms.
La conchiusione di M. Sacy, che le terre d'Egitto appartenessero sempre agli antichi possessori indigeni, e fossero state usurpate in vario modo dai principi e loro soldatesche, è giusta, a creder mio, ma non abbastanza provata, nè applicabile a tutti i paesi musulmani.
Quanto a M. Worms, è da commendare il metodo, la sagacità, la erudizione; non la imparzialità sua. Ponendo un'arbitraria distinzione tra le terre da seminato e i giardini, o, com'ei dice, terre di _grande culture_ e di _petite culture_, M. Worms pretende che le prime sian sempre appartenute allo Stato in tutti i paesi musulmani, fuorchè l'Arabia. Ed io credo ch'ei si apporrebbe al vero, se parlasse di una parte, anche della più parte, dei vasti poderi, ma che sbaglia sostenendo esser tale la condizione di tutte le terre da cereali; e doversi tener tali per presunzione legale, senz'altre prove. Così ei viene a negare i dritti certissimi: 1º di dissodamento; 2º di partaggio tra i soldati; 3º di proprietà di convertiti avanti il conquisto; e 4º di beni lasciati agli Infedeli in piena proprietà, e indi passati in man di Musulmani. Se non altro, il numero dei _wakf_, ossia lasciti pii, ch'è grandissimo in tutti i paesi musulmani, avrebbe dovuto avvertire M. Worms della esistenza di moltissime terre libere; non potendosi dai Musulmani fare _wakf_ senza libera proprietà; nè supporre da Europei che tutte le proprietà private fosser divenute lasciti pii. Qui parlo dei _wakf_ a moschee o altre opere; non di quello in favor della repubblica musulmana che costituisce il demanio pubblico.
[55] Si confrontino: Ibn-abd-Hâkem, citato da M. De Slane, nell'_Ibn-Khaldoun, Histoire des Berbères_, tomo I, p. 312, nota 1; Ibn-Khaldûn stesso, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, traduzione di M. Des Vergers, p. 27; e il _Baiân_, tomo I, p. 23. Ho accennato questo fatto nel lib. I, cap. V, p. 121 del primo volume.
[56] Si confrontino: Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 31, 34; il _Baiân_, tomo II, p. 38; e Nowaîri, Storia d'Affrica, in appendice a _Ibn-Khaldoun, Histoire des Berbères_, versione di M. De Slane, tomo I, p. 159. Ho ferma opinione che M. De Slane non s'apponga al vero, rendendo in questo luogo la voce _Khammasa_ “fare schiavo il quinto della popolazione.” Si deve intendere più tosto “levare il quinto della rendita territoriale” ossia porre il _kharâg_; come lo mostra con varii esempii il professor Dozy, _Glossaire al Baiân_, tomo II, p. 16.
[57] Isidoro De Beja, cap. XLVIII, su l'autorità del quale hanno registrato questo fatto M. Reinaud, _Invasion des Sarrazins en France_, p. 16; e il prof. Dozy, _Glossaire al Baiân_, tomo II, p. 16.
[58] _Baiân_, tomo I, p. 84. A questo esempio si potrebbe aggiugner quello delle terre che pagavan decima, su le quali il secondo principe aghlabita, Abd-Allah-ibn-Ibrahim, comandò (812) che si levasse un tanto all'anno secondo la misura della superficie, e non più la decima in derrata. Ibrahim-ibn-Ahmed, che avea continuato o ripigliato tale abuso, il cessò l'anno 902. _Baiân_, tomo I, p. 87 e 125. Nowairi, in appendice a _Ibn-Khaldoun, Histoire des Berbères_, versione di M. De Slane, tomo I, p. 402. Or come decima in derrata significa ordinariamente _zekât_, così le terre che ne pagavano si dovrebbero credere libera proprietà de' Musulmani. Nondimeno si può dare che i cronisti abbian voluto significare la doppia decima, ossia _kharâg_, dovuta sopra terre tributarie, e che la ingiusta innovazione fosse stata soltanto nel modo della riscossione in danaro, e a misura di superficie. Mi induce a tal supposto l'enormezza che sarebbe stata a mutare la _zekât_ in tassa fondiaria; e mi vi conferma la opinione di alcuni giuristi, riferita da Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 335, cioè che il _kharâg_ su le terre da seminato non potea passare il dieci per cento su la raccolta.
[59] _Baiân_, tomo I, p. 125, 175, 184, 273, anni 289 (902), 303 (915), 305 (917), 405 (1014).
[60] Il Martorana, _Notizie storiche dei Saraceni Siciliani_, tomo II, p. 130, e nota 254 a p. 252, afferma potersi provare la esistenza di così fatti poderi coi nomi di città e castella che rispondono a quelli di emiri siciliani. Ma gli esempii ch'ei ne dà son tutti fallaci; e non lo è meno il supposto che i poderi demaniali dovessero prendere il nome degli emiri. Nè anco posson servire di argomento i beni demaniali dei Normanni. Ma la legge, l'interesse dei governanti, e l'uso generale degli Stati musulmani, danno tal presunzione che val meglio di ogni prova.
[61] Veggasi il Libro II, cap. XII, p. 474 del primo volume.
[62] Lasciando da parte i molti diplomi del XII secolo che lo attestano, basti allegare le Consuetudini di Palermo, cap. XXXVI, e gli Statuti di Catania contenuti in un diploma del 1668 presso De Grossis, _Catena sacra_, p. 88, 89, citato dal Di Gregorio, _Considerazioni_, nota 21, cap. IV del lib. I.
[63] Veggasi in questo capitolo la nota 2 a p. 17.
[64] _Ad postremum, capientes panormitanam provinciam, cunctos ejus habitatores captivitati dederunt._ Johannes Diaconus, _Chronicon Episcoporum Neapolitanæ Ecclesiæ_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte 2ª, p. 313.
[65] Veggasi il Libro II, cap. V, della presente storia, vol. I, pag. 294.
[66] Veggasi il Libro IV, cap. VIII sul _kharâg_ aggravato nel 1019, e il cap. IX su le possessioni dei Musulmani d'origine siciliana e d'origine affricana.
[67] _Hedaya_, lib. XXXIX, e LII, tomo IV, p. 1, seg.; 466, seg.; D'Ohsson, _Tableau général de l'Empire Ottoman_, tomo V, lib. IV, V, p. 275, seg.
[68] Si chiamavano in generale _dhiâ'_, come notammo di sopra, e in Sicilia e Affrica anche _ribâ'_.
[69] Mawerdi, op. cit., lib. XVIII, p. 351, seg. e 355, là dove è detto che senza ricusa di combattere o altra causa legittima non si potea togliere lo stipendio, “sendo il giund esercito del popolo musulmano.” Si confronti col lib. III, p. 50, onde si scorge che lo emir di provincia potea, senza permesso del califo, accordare lo stipendio ai figliuoli di militari pervenuti ad età da portar arme.
[70] Mawerdi, op. cit., lib. XII, p. 218, seg.
[71] _Akhbâr-Megmûa'-fi-iftitâh-el-Andalos_, MS. della Biblioteca imperiale di Parigi, Ancien Fonds, 706, fog. 99 recto. In questa importante cronica del X secolo si legge: “Quando recavansi ai califi le entrate (_gebâiât_) delle città e province, ciascuna somma era accompagnata da dieci personaggi dei notabili del paese e del _giund_; nè si incassava nel tesoro (_beit-el-mâl_) una sola moneta d'oro o argento, se costoro non giurassero prima per quel Dio ch'è unico al mondo, essersi levato il denaro secondo il dritto, ed essere sopravanzo degli stipendii dei soldati e famiglie loro nel paese, ciascun dei quali fosse stato soddisfatto di quanto per diritto gli apparteneva. Or avvenne che si recò al califo il _kharâg_ d'Affrica, la quale di quel tempo non si tenea come provincia di frontiera; e il denaro era veramente avanzo, sendosi pria soddisfatti gli stipendii del giund e le prestazioni dovute all'altra gente. Arrivate con cotesto danaro otto persone in presenza del califo, ch'era di quel tempo Solimano (715-717), furono richiesti di giurare; e in fatto fecero sacramento ec.” Questo fatto dell'VIII secolo risponde perfettamente alla massima di Mawerdi, op. cit., lib. III, p. 50, che l'emir di provincia mandi all'_imâm_ gli avanzi del _fei_, “quando ve ne abbia, pagati tutti gli stipendii.”
[72] Secondo Mawerdi, l. c., mancando il danaro del _fei_ in una provincia, dovea supplire il tesoro del califo. Negli annali dal terzo al quinto secolo dell'egira credo non si trovi un solo esempio di stipendii menomati.
[73] Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 337 a 341, enumera i varii casi e i varii pareri dei giuristi, relativamente all'_iktâ'_. Non si tenea lecito trattandosi di _kharâg_ eventuale, cioè dovuto da Infedeli che avessero pieno diritto di proprietà, e però andassero sciolti dal tributo come dalla _gezîa_, facendosi musulmani. Il _kharâg_ perpetuo, se dovuto in danaro e non variabile secondo il raccolto, si potea concedere. Pare che gli _iktâ'_ si fossero anco tentati sopra le decime legali, ossia _zekât_; poichè i giuristi si sforzavano a dimostrarne la nullità. Questo luogo di Mawerdi è stato tradotto da M. Worms, _Recherches sur la propriété_ etc., p. 206, seg.; la cui interpretazione non sempre mi pare esatta.
[74] Mawerdi, l. c., della edizione di Enger, e p. 207, seg., della versione del Worms, enumera gli uficii pei quali si tenea permesso lo _iktâ'_ e le condizioni necessarie nei varii casi. La regola generale che se ne cava, messi da canto i dispareri dei giuristi su i punti secondarii, è: 1º di escludere le concessioni oltre una vita d'uomo; 2º permettere le vitalizie ai soli militari; 3º permettere le delegazioni per parecchi anni agli impiegati permanenti, come _muedsin_ e _imâm_ delle moschee; e 4º limitarle a un anno pei non permanenti, come _câdi_, _hâkim_, segretarii e impiegati d'azienda.
[75] Su le varie entrate legali e le opinioni dei giuristi, citerò in generale Mawerdi, _Ahkâm-Sultanîa_, lib. XI, XII, XIII, XIV, XVII, XVIII. I fatti generali che allego si cavano dalla storia dei primi cinque secoli dell'islamismo.
[76] Si percorrano nel Libro II le vicende della colonia infino al tempo di cui si tratta, e si vedrà appena un dono di spoglie e prigioni di Castrogiovanni fatto dallo emir di Sicilia al principe aghlabita, e da questi al califo.
[77] Intitolato il _Moscitarik_, opera di Iakût, geografo del XIII secolo. Il testo arabico è stato pubblicato a Gottinga dal dotto e infaticabile dottor Wüstenfeld.
[78] Veggasi il _Moscitarik_, alla voce _Mêzar_. È noto a tutti che gli antichi supposero il nome di Segesta, mutato per eufemismo da Egesta; ma l'autorità degli antichi è debolissima in fatto di etimologie.
[79] Veggasi il Libro II, cap. IX, p. 407 del primo volume.
[80] Alla prima apparteneano Ibn-Gauth (Libro II, cap. III, p. 285 del primo volume), un della tribù di Hamadân (Libro II, cap. VI, p. 314 del primo volume), i Kelbiti, che furono emiri di Sicilia nel X secolo, e fin nel XII secolo un della tribù di Kinda, che comperò una casa in Palermo da un Berbero di Lewâta. Della seconda nasceano gli Aghlabiti, che mandarono molti loro congiunti in Sicilia: e si trovano inoltre i nomi delle tribù di Kinâna, Fezâra e altre dello stesso ceppo. Tra i poeti arabi di Sicilia, che fiorirono la più parte nell'XI e XII secolo, veggiamo tre rami soli di Kahtân e moltissimi di Adnân, non ostante la signoria dei Kelbiti.
[81] Per gli Spagnuoli veggasi il Libro II, cap. III, p. 264, e cap. IV, p. 286 e 288 del primo volume. Si potrebbe anco attribuire alli Spagnuoli il nome di Caltabellotta “la Rocca delle Querce,” identico a quello di _Kalat-el-bellût_, presso Cordova. Ma ognun vede che il nome potea nascere dalla condizione del luogo.
[82] Casr-Sa'd chiamavasi secondo Ibn-Giobair (_Voyage en Sicile de Mohammed-ibn-Djobaïr_, Journal Asiatique, série IV, tomo VI, 1845, p. 516, e tomo VII, 1846, p. 75, e nota 24) un castello nelle vicinanze di Palermo, fondato fin dai primi tempi della dominazione musulmana. Era nome di tribù arabica di Adnân, stanziata in Siria e in Egitto, come si ritrae da Makrizi, _El-Baiân-wa-l-I'râb_, edizione del Wüstenfeld, p. 11 a 14; dalla quale tribù vennero i nomi di quattro diversi luoghi in Oriente, che occorrono nel _Moscitarik_ di Iakût, p. 447, e d'un villaggio presso Mehdîa, in Affrica, ricordato nel dizionario biografico di Sefedi, MS. di Parigi, Suppl. Arabe 706, articolo su Khazrûn; e da Edrisi, _Géographie_, versione francese, tomo I, p. 277.
_Belgia_, secondo Edrisi, era castello sul fiume, or detto _Belici_, che scorre tra Gibellina e Santa Margarita, e mette foce presso Selinunte. Il nome or del castello e or del fiume, nei diplomi latini dall'XI al XV secolo si vede scritto Belich, Belichi, Belice, Belix, Bilichi. In altra regione, tra Polizzi, cioè, e Collesano, si ricorda nel XIV secolo un castel Belici. Veggansi i diplomi presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 695, 736, 842, 843; Di Gregorio, _Biblioteca Aragonese_, tomo II, p. 469, 489, 492; Del Giudice, _Descrizione del tempio di Morreale_, appendice, p. 8, seg., dipl. del 1182. Fanno menzione degli stessi nomi: Amico, _Lexicon Topographicum_, in Val di Mazara e Val Demone; e Villabianca, _Sicilia Nobile_, tomo I, parte II, p. 23.
Il medesimo nome, sotto la forma di _Belgi_ e _Belgiân_, si trova a Bassora e presso Marw in Khorassân, secondo il _Merâsid-el-Ittilâ'_. Inoltre un picciol fiume che si scarica nell'Eufrate presso Rakka, chiamato anticamente Bileka, porta oggi il nome di _Belich_, o _Belejich_, secondo la pronunzia inglese, come si nota nel _Journal of the Royal Geographical Society_, anno 1833, tomo III, p. 233.
[83] Volgarmente _Dennisinni_, fonte presso Palermo, tra i palagi della Cuba e della Zisa. In un diploma latino del 1213, presso Mortillaro, _Catalogo dei diplomi della cattedrale di Palermo_, p. 55, questo nome è scritto _Aynscindi_; e _Aynisindi_ nello _Anonymi Chronicon Siculum_, opera del XIV secolo, presso Di Gregorio, _Biblioteca Aragonese_, tomo II, p. 129. Ibn-Haukal, nel X secolo, dava a questa fonte il nome di _'Ain-abi-Sa'id. Journal Asiatique_, IV série, tomo V, p. 90 e 99 (20 e 29 dell'estratto).
[84] Del villaggio di _Balharâ_, fa menzione Ibn-Haukal, l. c. Il sito risponde senza dubbio a quel di Monreale; e il nome par sia rimaso a un mercato di Palermo, ch'era frequentato probabilmente dagli abitatori di Balharâ, il quale, nel medio evo, fu chiamato, come attesta Fazzello, _Segehallaret_, e oggi, tralasciata la voce _suk_ o _sug_, “mercato,” si addimanda _Ballarò_. Io l'ho avvertito alla nota 33 alla mia versione di Ibn-Haukal. Or in India avvi un monte detto nel medio evo _Balharâ_, e scritto dagli Arabi precisamente con la stessa ortografia del testo di Ibn-Haukal. Ne fa menzione il medesimo autore, e, seguendo lui, Ibn-Sa'id, _Moktaser-Gighrafia_, MS. di Parigi, fog. 53. Balharâ era anche titolo di un principe d'India, al dir di Masudi, _Morûg-ed-dscheb_, versione inglese di Sprenger, tomo I, p. 193, e Reinaud, _Mémoire sur l'Inde_, p. 129.
[85] _Ságana_, vasto podere, e un tempo feudo, tra le montagne a ponente di Palermo. Il nome resta tuttavia. Se ne fa menzione in un diploma di Guglielmo II, del 1176, del quale v'ha una copia in arabico nell'archivio del Monastero di Morreale, con una versione latina contemporanea, pubblicata da Del Giudice, _Descrizione del tempio di Morreale_, appendice, p. 18.
_Saghâniân_ chiamavasi una città della Tartaria independente, al sud-est di Samarkand; e scriveasi con le medesime lettere radicali che nel diploma di Morreale, se non che in questo l'accento e la finale son diversi: in luogo di _Saghâniân_, _Sâghanû_. È superfluo ricordare che nel IX secolo l'impero arabico si estendeva alla Tartaria fino a Fergana; e che Bokhara, Samarkand e altre città di quella provincia, furono patria di dottissimi scrittori arabi.
[86] _Menzîl Sindi_, ricordato da Edrisi, e situato presso Corleone; e _Gebel-Sindi_, vasto podere presso Girgenti, di cui si fa menzione in un diploma del 1408, presso Di Gregorio, _Biblioteca Aragonese_, tomo II, p. 49. Significano l'uno “la posta o villaggio,” e l'altro “il monte” del Sindî, o vogliam dire uom del Sind. Il nome di _Sindis_, a levante di Corleone, occorre di più in un diploma presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 764. Mohammed-ibn-Sindi capitanò l'armatetta uscita di Palermo contro i Bizantini nell'855. Veggasi il Libro II, cap. V, p. 302 del primo volume.
[87] Dei nomi che presentano tal certezza, sei sono vicinissimi a Girgenti; due tra questa e Palermo; due presso Palermo; uno nei dintorni di Messina; uno in quei di Siracusa. Ecco i nomi:
I. _Andrani_, casale tra Sciacca e Girgenti, da un diploma del 1239, _Constitutiones Regni Siciliæ_, edizione del Carcani, p. 268. _Andrani_ o _Andarani_ è l'aggettivo etnico di Andara, tribù berbera, ricordata da Ibn-Khaldûn, _Storia dei Berberi_, testo arabico, tomo I, p. 108 e 178, e versione francese di M. De Slane, tomo I, p. 170, 275.
II. _Kerkûd_, nome di villa in Sicilia secondo il _Merâsid-el-Ittilâ'_ e il _Mo'gim_ di Iakût, MS. del British Museum, nº 16649 e 16650, nell'articolo _Kerkeni_ (Girgenti): forse la Karches di un diploma del 1177 a favor del vescovo di Girgenti, negli _Opuscoli di autori siciliani_, tomo VIII, p. 334. _Kerkûda_ è tribù berbera, secondo Ibn-Khaidûn, op. cit., testo, tomo I, p. 177; versione, tomo I, p. 274.
III. _Mesisino_, nome di collina nell'antica baronia di Belici presso Castelvetrano, secondo Villabianca, _Sicilia Nobile_, tomo II, p. 345. _Meziza_ è tribù berbera, secondo Ibn-Khaldûn, op. cit., testo, tomo I, p. 153; versione, tomo I, p. 241. La mutazione della _z_ in _s_ non mette in forse la etimologia.
IV. _Mechinesi_, antico casale sul cui sito sorge in oggi Acquaviva, secondo Amico, _Lexicon Topographicum_. _Miknas_, o _Miknasa_ è nome notissimo di tribù berbera.
V. _Minsciâr_, castello, secondo Edrisi, presso il sito presente di Racalmuto; e _Muxaro_ (Sant'Angelo di) in oggi comune a 14 miglia da Girgenti, scritti entrambi con varianti nei diplomi del medio evo. _Minsciâr_ era nome di una montagna in Affrica, appartenente alla tribù berbera dei Wezdâgia, secondo Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione di M. Des Vergers, testo arabo, p. 56, e versione, p. 128. Si vegga anche Edrisi, versione di M. Jaubert, tomo I, p. 275. Il _Merâsid_, di Iakût, edizione di Leyde, tomo III, p. 159, nota una fortezza _Minsciâr_ presso l'Eufrate.
VI. _Modiuni_ si addimanda in oggi il fiume detto anticamente Selinus, presso Selinunte. _Madiûna_ è nome di tribù berbera, secondo Ibn-Khaldûn, _Storia dei Berberi_, testo, tomo I, p. 109, e versione, tomo I, p. 172.
VII. _Sanagi_ o _Sinagia_, si chiamò la sorgente del fiume Mazaro, e un podere nel territorio di Salemi, secondo un diploma del 1408, presso Di Gregorio, _Biblioteca Aragonese_, tomo II, p. 489, e Villabianca, _Sicilia Nobile_, tomo II, p. 396. _Sanhâgia_, o _Sinhagia_, come ognun sa, è delle principali tribù berbere.
VIII. Notissima al paro quella di _Zenata_. _Hager ez-Zenati_ e _Rahl ez-Zenati_ che suonan “La rupe,” e “il villaggio” di quel di Zenata, sono nomi di luogo presso Corleone, ricordati nei diplomi: del 1093, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 695 e 842; del 1150, 1155, 1301, presso Mongitore, _Sacræ Domus Mansionis.... Panormi, Monumenta historica_, cap. XIII; e del 1182, presso Del Giudice, _Descrizione del tempio di Morreale_, Appendice, p. 11. Di quest'ultimo diploma avvi una copia arabica nell'archivio del monastero di Morreale. Negli altri, che son tutti latini, si legge talvolta _Petra de Zineth_, _Raalginet_, _Ragalzinet_ ec.
IX. _Magagi_ in latino e _Maghâghi_ in arabico, secondo il diploma del 1182 presso Del Giudice, l. c., è nominata una villa nel territorio dell'antica Giato, non lungi dall'odierno comune di San Giuseppe li Mortilli. _Maghâga_, tribù berbera, secondo Ibn-Khaldûn, _Storia dei Berberi_, testo, tomo I, p. 108; versione, tomo I, p. 171.
X. _Cutemi_, _Cutema_, _Gudemi_, terra presso Vicari, sul confine delle diocesi di Palermo e Girgenti, ricordata in un diploma del 1244, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 147. Il nome deriva da _Kotâma_ o _Kutâma_, tribù berbera, di cui ci occorrerà far parola. Avvertasi che questa e Sanhagia forse non vennero in Sicilia prima del X l'una, e l'altra dello XI secolo.
XI. _Cûmîa_, nome di due villaggi vicino Messina, e di una tribù berbera, di cui Ibn-Khaldûn, op. cit., testo, p. 109 ec., e versione, tomo I, p. 172 ec.
XII. _Melilli_, nome di città a dodici miglia da Siracusa. _Melila_ e _Melili_, cittadi d'Affrica, l'una su la costiera del Rif di Marocco, l'altra nello Zab; e Melila, tribù berbera, di cui Ibn-Khaldûn, op. cit., testo, tomo I, p. 107 ec., e versione, p. 170 ec. Ma il nome potrebbe esser pure d'origine latina.
XIII. Mesisino, nel feudo del Landro (val di Mazara), citato da Villabianca, _Sicilia nobile_, tomo II, p. 345. Meziza era nome di tribù berbera, secondo Ibn-Kaldûn, _Histoire des Berbères_, tomo I, p. 241 della versione, e I, 153 del testo.
Do la presente lista com'abbozzata appena; perocchè nè si trovan raccolti, nè io tutti li so, i nomi topografici secondarii della Sicilia, di monti, poderi, scaturigini d'acqua ec. Da un'altra mano scarseggiano le notizie su le denominazioni etniche di second'ordine e su le topografiche relative ai Berberi d'Affrica, e la lingua loro appena si è cominciata a studiare da Europei; ond'è possibile che siano berberi molti nomi topografici attuali della Sicilia o di quei ricordati nelle carte dal XII al XV secolo, la cui origine non pare arabica, nè greca, nè latina, nè francese. Son certo che si arriverà a scoprirne col tempo molti altri. Avverto infine che moltissimi dati anco dalla schiatta berbera non si riconosceranno giammai; perchè gli uomini di quella prendeano sovente nomi o soprannomi arabici. Occorrono inoltre parecchi nomi berberi tra i poeti siciliani dell'XI e XII secolo. La storia ricorda, nell'XI secolo, Ibn-Meklâti, uno dei regoli che si divisero l'isola, uom della tribù di Meklata, di cui Ibn-Khaldûn, op. cit., testo, tomo I, p. 108 ec.; versione, tomo I, pag. 172 ec. L'atto di vendita di una casa in Palermo, dato il 1132, porta il nome del venditore Abd-er-Rahman-ibn-Omar-ibn....-el-Lewâti, cioè di Lewâta, notissima tribù berbera; testo arabico presso Di Gregorio, _De supputandis apud Arabos Siculos temporibus_, p. 44.
[88] _Mœurs et Coutumes de l'Algérie_, par le général Daumas, Paris 1853, p. 148, 166, seg.; 191, seg.
[89] Ibn-Khaldûn, sì veggente in filosofia storica e sì accurato compilator degli annali dei Berberi, fa una distinzione tra i Berberi nomadi e gli agricoltori, dei quali i primi taglieggiavano i secondi e si teneano più nobili di loro, _Storia dei Berberi_, versione francese di M. De Slane, tomo I, p. 167, seg. Par che i nomadi non solamente esercitassero quella maggioranza, come più forti, sopra gli agricoltori, ma anco inclinassero all'aristocrazia nello ordinamento interiore di loro tribù. Quanto alla democrazia, ancorchè Ibn-Khaldûn non ne parli, trasparisce dai fatti che io andrò accennando; e fors'anco quello storico si accorse della diversità del reggimento politico, quando notò che i Berberi lontani dalle grandi città e però non soggetti alla dominazione romana, vandala o bizantina, “avean le forze, ordini, numero di genti, re, capi, reggitori (_akiâl_ plurale di _kâil_) e comandanti che lor piacessero;” poichè la diversità di cotesti governanti, scrivendo lo autore in arabico e non in berbero, mostra differenza non di mero titolo, ma ancora di autorità e natura del magistrato. Veggasi il testo arabico, vol. I, p. 132; e la versione, vol. I, p. 207, che non è litterale.
[90] Il califo fatemita Mo'ezz-li-din-Allah, verso il 908, apprestandosi al conquisto di Egitto, volea porre governatori suoi e riscuotere le decime legali nel paese della tribù di Kotâma. Rifiutaronli. Chiamati a corte alcuni sceikhi della tribù, Mo'ezz, non li potendo intimidare, lor disse che l'avea fatto per prova, e che si rallegrava di avere a' suoi servigi uomini di sì alti spiriti. Veggasi Makrizi, citato da M. Quatremère, _Vie du Khalife fatimite Moezz-li-din-Allah_, p. 30, 31.
[91] Queste due tribù sendo state in guerra contro il principe zeirita d'Affrica, Mo'ezz-ibn-Badis, gli mandarono il 1026 loro sceikhi a trattare uno accordo con esso lui: Ibn-al-Athîr, MS. C, tomo V, fog. 59 recto, anno 417. Le milizie di Kotâma, stanziate al Cairo al principio del regno di Hâkein-bi-Amr-Allah (966), non vollero che si ingerisse nelle faccende loro altri che un proprio loro sceikh. Veggasi Iahîa-ibn-Sa'îd, _Continuazione degli annali d'Eutichio_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 131 A, p. 62.
[92] Veggasi il Libro II, cap. X, p. 424; e cap. XI, p. 440 del primo volume. Secondo Ibn-el-Athîr, e il _Baiân_, la cacciata dei Musulmani da Amantea e Santa Severina seguì il 272 (17 giugno 885 a' 6 giugno 886), la qual data si riscontra con quella degli annali bizantini. La prima guerra civile tra Arabi e Berberi in Sicilia scoppiò tra l'autunno dell'886 e la primavera dell'887, secondo la testimonianza della Cronica di Cambridge, combinata con quella del _Baiân_.
[93] Veggasi il Libro II, cap. X, p. 429, seg., del primo volume.
[94] Citato da Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, traduzione di M. Des Vergers, p. 139. Nel testo si legge in caratteri arabici _Mâlankhûnîa_ (Μελανχολία). Forse attinse alla stessa sorgente l'autore del Baiân, tomo I, p. 126, il quale, in luogo di trascrivere la denominazione della malattia, la traduce: “bile negra.”
[95] Litteralmente “la materia onde cresce il re, sono i _rai'a_.” Questa voce arabica, come ognun sa, vuol dir gregge; ed è passata in termine tecnico per designare il popol minuto delle città e campagne.
[96] Nowairi, _Storia d'Affrica_, MSS. di Parigi, Ancien Fonds, 702, e 702 A, fog. 23 recto del primo, e 54 del secondo. Mi allontano alquanto dalle versioni non precise che han dato di questo passo M. Des Vergers, e M. De Slane, il primo in nota a Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 139, e l'altro in appendice a Ibn-Khaldûn stesso, _Histoire des Berbères_, tomo I, p. 435.
[97] Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 32 verso. L'autore allega in esempio il distico d'Ibrahim:
“Astri siam noi, figli degli astri; avol nostro la luna del cielo, Abu-Nogiûm-Tamîm;
“Avola nostra il Sole. Or chi s'agguaglia a noi, discesi di due sì nobili schiatte?”
A chi non conosce l'arabico è da avvertire che in quella lingua la luna è di genere maschile, il sole femminino, e Abu-Nogiûm significa “padre delle stelle.”
Conde, _Dominacion de los Arabes en España_, parte IIª, cap. LXXV, riferisce, senza citare sorgente, un aneddoto anacreontico, seguito forse nella prima gioventù di Ibrahim. Certo poeta, per domandargli non so che grazia, scrivea due versi in un pelizzino, e il nascondea, come noi facciamo nei confetti, entro una rosa, presentata a Ibrahim mentre sedeva in un giardino tra le sue donne. Una lesse e cantò i versi; e Ibrahim donò al poeta cento monete d'oro.
[98] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 92 recto; e MS. C, tomo IV, fog. 246 verso, anno 261; _Baiân_, tomo I, p. 110, seg.; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, traduz. di M. Des Vergers, p. 126, seg.; Nowairi, in appendice a Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, traduz. di M. De Slane, tomo I, p. 424, seg.
[99] Veggansi le autorità citate nella nota precedente; e vi si aggiungano: Bekri, Descrizione dell'Affrica nelle _Notices et extraits des MSS_., tomo XII, p. 470; Tigiani, _Rehela nel Journal Asiatique_, série IV, tomo XX (agosto 1852), p. 99; e tomo XXI (febbraio 1853), p. 133; Ibn-Wuedrân, MS. arabo, § 6; e versione di M. Cherbonneau, nella _Revue de l'Orient_, decembre 1853, p. 428. Il primo parla soltanto della Moschea di Kairewân; l'ultimo di quella di Tunis, e del serbatoio d'acqua.
[100] _Theophanes continuatus_, lib. IV, cap. XXXV, p. 197; Constantinus Porphyrogenitus, _De Cerimoniis aulæ Byzantinæ_, appendice al Iº libro, p. 492; Symeon Magister, _De Michæle et Theodora_, cap. XLVI, p. 681. I posti in tutto erano nove, compreso quello di Costantinopoli. Il numero diverso dei fuochi indicava diversi casi, come: assalto dei Musulmani, battaglia, incendio, etc. Leone, arcivescovo di Tessalonica e professore alla Magnaura, al dire di Symeon Magister, avea perfezionato questo sistema telegrafico, ponendo a Tarso ed a Costantinopoli due orologi che si supponeano isocroni (ὲξ ἴσου κάμνοντα). L'imperator Michele l'ubbriaco fece sopprimere i segnali a vista della capitale, perchè i sinistri avvisi non lo venissero a sturbare tra i giochi dell'ippodromo.
[101] Questa conghiettura è fondata su gli indizii seguenti. Primo, che i fuochi di segnali usati in Sicilia fino agli ultimi anni del secolo passato per dare avviso dei corsali barbareschi che si avvistassero, si chiamavan _fáni_, appunto la stessa voce φάνος, che troviamo nei citati scrittori bizantini. Da ciò par che l'usanza risalga ai tempi in cui il linguaggio oficiale in Sicilia era il greco. Secondo, che la montagna ove sorgea l'antica Solunto, alla estremità orientale del golfo di Palermo, si addimanda tuttavia Catalfano, voce scorciata da Calatalfano e composta dall'arabico kala't (rocca) e da φάνος; il che prova che vi fosse stata una torre da segnali al tempo della dominazione musulmana, o anche prima. Terzo, che i segnali con fuochi furono tentati nell'847 durante lo assedio di Lentini, come già narrammo nel Libro II, cap. VI, p. 317 del primo volume.
[102] Confrontinsi: il _Baiân_, tomo I, p. 215; Nowairi, in appendice alla _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, versione di M. De Slane, tomo I, p. 424; Bekri, Descrizione d'Affrica nelle _Notices et Extraits_ des MSS., tomo XII, p. 476, 477; Ibn-Wuedrân, MS. arabo, § 6º. I due ultimi scrittori riferiscono la fondazione di Rakkâda agli anni 273 e 274. Il nome nacque, secondo alcuni, dall'amenità del sito che inebbriasse di voluttà e sforzasse al sonno; secondo altri, da un gran mucchio di cadaveri che vi si trovarono a dormir l'ultimo sonno.
[103] Si pronunziino le ultime due lettere ciascuna col proprio suono, non unite con quello della _th_ inglese. Il nome vuol dir “Padre della vittoria.”
[104] M. De Slane, op. cit., p. 425, ha tradotto queste parole del Nowairi “un certain nombre d'entr'eux parvint à se réfugier en Sicile.” Ma il testo dice chiaramente “rilegare,” e così lo ha interpretato M. Des Vergers in nota a Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 127.
[105] Ciò è notato da Nowairi, op. cit., p. 425, e 427. Veggansi per cotesti fatti: Nowairi, l. c.; e il _Baiân_, tomo I, p. 110.
[106] Tomo I, p. 126.
[107] _Baiân_, tomo I, p. 114. Quivi si fa menzione di due diverse emissioni di moneta. L'una fu di dirhem _sihâh_, ossiano “schietti,” come li chiamava il principe. Così ei soppresse le ritaglie d'oro senza conio, con che si soleano pagare le frazioni di valori, per lo scrupolo religioso di non cambiar metallo con metallo; onde si tenea biasimevole pagando, per esempio, una merce del valore di mezzo dinâr, dar al venditore un dinâr e riceverne mezzo dinâr in altra moneta. Per questa ragione nei paesi musulmani i cambiatori, _sirâfi_, come li dicono, erano per lo più giudei. Non sappiamo se desse luogo al malcontento quello scrupolo di coscienza, ovvero la cattiva lega dei dirhem. Represso il tumulto, aggiunge il _Baiân_, rimasero abolite per sempre in Affrica, non solo le ritaglie (_kitâ'_), ma anche i nokûd, che significa buona moneta in generale, e qui parmi si debba intendere di quella dei califi, che avea corso in tutti i paesi. Venne dopo ciò la coniazione dei dirhem e dinâr detti _'asceri_, ossia decimali. La numismatica ci permette di aggiugnere che Ibrahim coniasse altresì quarte di dinâr in oro; che ve n'ha pubblicate parecchie, e una ne ho veduto nel Cabinet des Medailles di Parigi, uscita probabilmente dalla Zecca di Sicilia l'anno 268, e del peso di un grammo e cinque centesimi, che valea da tre lire e sessanta centesimi pria della attuale perturbazione nel pregio dell'oro.
[108] _Baiân_, tomo I, p. 125. Quivi è usato il vocabolo _kabâlât_, al singolare _kabâla_ o _gabâla_, poichè la prima lettera partecipa del suon della g. Indi è agevole a riconoscervi la nostra voce gábella. Etimologicamente significa promessa, offerta, prestazione.
[109] _Baiân_, l. c. Il testo porta che nel 289 Ibrahim, riformando parecchi abusi del proprio governo “prese le decime in frumento e rilasciò il _kharâg_ di un anno ai possessori delle _dhiâ'_.” Le varie significazioni di queste voci, di che abbiamo discorso nel capitolo precedente, lascian dubbio se le decime fossero _zekâ_t, ovvero tributo fondiario su i grani, e il _kharâg_ rilasciato, questo medesimo tributo, ovvero censo; e in fine se si tratti di _dhiâ'_, poderi demaniali, ovvero beneficii militari.
[110] _Baiân_, tomo I, p. 117, anno 280 (893-894).
[111] Nowairi, in appendice all'_Histoire des Berbères, par Ibn-Khaldoun_, versione di M. De Slane, tomo I, p. 426; Ibn-Khaldûn stesso, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione di M. Des Vergers, p. 128. Secondo Ibn-Khaldûn, ebbe infino a 3,000 schiavi stanziali; secondo il _Baiân_ a 5,000, e Nowairi dice 100,000, forse il numero totale dello esercito.
[112] _Il Principe_, cap. XVIII.
[113] _Baiân_, tomo I, p. 116; Nowairi nell'opera citata, p. 427, il quale registra questo fatto due anni prima del _Baiân_, cioè nel 278.
[114] Questa riflessione si legge nel _Baiân_, l. c.
[115] Nowairi, op. cit., p. 498. Veggasi ciò che notai a questo proposito nel Libro II, cap. X, p. 429 e 430 del primo volume.
[116] Confrontinsi: il _Baiân_, tomo I, p. 117, 123; Nowairi, op. cit., p. 428, 429; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione di M. Des Vergers, p. 130 a 132. — Il _Baiân_, dal quale tenghiamo la narrazione degli onori resi a Meimûn, dice donategli tre sorte di vesti di seta: 1º _kherz_, o diremmo noi filosella, seta grossolana dei bozzoli forati dal baco; 2º _wesci_, credo drappo intessuto d'oro; e 3º _dibâg_, drappo operato e di varii colori. È trascrizione dal persiano _dibâh_, preso alla sua volta dal greco δίβαφος.
[117] Nowairi, op. cit., p. 427.
[118] _Baiân_, tomo I, p. 116.
[119] Confrontinsi: il _Baiân_, l. c.; e Nowairi, op. cit., p. 427.
[120] Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiat. di Parigi, fog. 33 recto.
[121] Confrontinsi: il _Baiân_, tomo I, p. 116; Nowairi, op. cit., p. 436; e Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, traduz. di M. Des Vergers, p. 139.
[122] _Baiân_, tomo I, pag. 127; Nowairi, op. cit., p. 437.
[123] Veggasi il Libro II, cap. XII, p. 476.
[124] _Riadh-en-nofûs_, MS. fog. 55 verso.
[125] Libro II, cap. XII, p. 511.
[126] _Baiân_, tomo I, p. 116. Su questa maniera di supplicio, usata nei paesi musulmani almeno fino al XVI secolo, si veggano Sacy, _Chrestomathie arabe_, tomo I, p. 468; Quatremère, arsione dell'opera di Makrizi, _Histoire des Sultans Mamlouks_, tomo I, pag. 72 e 182; De Freméry, nel _Journal Asiatique_, série IV, tomo III (gennaio 1844), p. 124.
[127] Mi discosto in questo passo dalla versione di M. De Slane.
[128] Op. cit., pag. 430.
[129] _Baiân_, tomo I, p. 124. Ho seguíto piuttosto la cronologia di questa compilazione che del Nowairi, il quale reca il fatto nel 281 (894-895).
[130] Confrontinsi: Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 35 recto; _Baiân_, tomo I, p. 281; Nowairi, op. cit., p. 430.
[131] Confrontinsi: il _Baiân_, tomo I, p. 115 a 127; Ibn-Abbâr, l. c; Nowairi, op. cit., p. 428, 436, 437; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, fog. 139, il quale accenna appena le crudeltà del tiranno.
Ibn-el-Athîr, risoluto a lodarlo come principe forte e sostegno dell'islamismo, salta a piè pari tatti quei misfatti, e narra solo i principii del regno e la morte di Ibrahim; pur si lascia sfuggir dalla penna che l'eroe Abu-l-Abbas vivea in continuo terrore della “maligna indole del padre.” MS. A, tomo II, fog. 92 e 172; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso, e 279 recto, anni 261 e 289.
[132] Veggasi in questo medesimo Libro II cap. IV.
[133] _Baiân_, tomo I, p. 115. Aggiugne il cronista che Ibrahim trovò con maraviglia il cuore confuso (leggo nel testo _fânian_) col fegato, e irsuto di peli. In Sicilia si dice d'uom tristo e vendicativo ch'abbia il cuor peloso; il quale pregiudizio o la frase può ben venire dagli Arabi. Quanto ai movimenti convulsivi che si narrano di Ibn-Semsâma, non mi sembrano più meravigliosi di quei che la storia ricorda di tanti altri decapitati; nè parmi strano che vi concorra il proponimento fermatosi in mente da un uomo nell'atto di ricevere il colpo mortale.
[134] Confrontinsi il _Baiân_, tomo I, p. 126 e 127, e Nowairi, op. cit., pag. 436 seg. Entrambi citano Ibn-Rakîk, cronista affricano del X secolo, e il _Baiân_ aggiugne aver trovato cotesti fatti anche in altri autori. Ibn-Abbâr, MS. citato della Società Asiatica di Parigi, fog. 35 recto, solo narra il fatto delle donne incinte sparate per cavarne il feto, dicendo che seguì l'anno 283 (896-897) e conchiudendo con la esclamazione: “enorme peccato contro Iddio, ch'ei sia esaltato.” Immediatamente appresso cita Ibn-Rakîk per uno aneddoto relativo alla deposizione di Ibrahim. In generale per la vita di questo tiranno si veggano i tre scrittori or citati e Ibn-el Athîr, Ibn-Kaldûn, e gli altri compilatori che più o meno ripetono gli stessi fatti. La più parte del racconto di Nowairi era stata tradotta, prima di M. De Slane, da M. Des Vergers, nelle note a Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, pag. 138, seg.
[135] Martirio di San Procopio vescovo di Taormina, cavato dalla Traslazione del corpo di San Severino alla città di Napoli, presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 60, seg.; e presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 269. L'autore è lo stesso della cronica dei Vescovi di Napoli, come lo prova il Muratori nel tomo citato del _Rerum Italicarum_, pag. 287, seg. L'altra narrazione alla quale alludo è il martirio dei fratelli siracusani, presso Gaetani, op. cit., tomo II, p. 59.
[136] Confrontinsi: il _Baiân_, tomo I, p. 124, anno 285 (27 gennaio 898 a 15 gennaio 899), e il _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 43, anno 6406 (1º settembre 897 a 31 agosto 898). Supponendo precise quelle due date, l'avvenimento si ristringe ai sette mesi che corsero dalla fin di gennaio a quella d'agosto 898. Si noti che il Baiân non spiega chi fosse il capo dei Berberi, e chi degli Arabi. Ma vi supplisce il nome di Hadhrami; poichè l'Hadramaut è regione a levante del Iemen. Se tuttavia rimanesse dubbio, lo toglie la Cronica di Cambridge dicendo che i Berberi, dopo assalito il giund, consegnarono agli Affricani Abu-Hosein e i suoi figliuoli. Quegli era dunque il lor capo. Ho corretto secondo la Cronica di Cambridge il soprannome di costui, che nel _Baiân_ si legge Abu-Hasan.
[137] Veggasi il Libro II, cap. IX, p. 390 del 1º vol., nota 4. Ho scritto il nome come si trova in Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167 recto; e MS. di Bibars, fog. 123 recto. Il Nowairi, _Storia di Sicilia_, presso di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 11, dà il nome di Abu-Malek-Ahmed-ibn-Iakûb-ibn-Omar-ibn-Abd-Allah-ibn-Ibrahim-ibn-Aghlab. Questo compilatore, che in tutto merita minor fede, dice che Ahmed governò la Sicilia per ventisei anni (correggasi 28), dal 259 al 287 (872 a 900); dimenticando che nella _Storia d'Affrica_ egli stesso avea nominato in quello spazio di tempo due altri emiri di Sicilia. Perciò suppongo che Ahmed fosse stato scambiato una prima volta, e rieletto, dopo molti anni, verso il 287.
[138] _Chronicon Cantabrigiense_, presso di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 43. La versione stampata porta: _Anno 6407 commissum est prælium in Franco Forth_. Le due parole del testo, nelle quali parve di ravvisare questo nome geografico, sono sbagliate nelle edizioni di Caruso e Di Gregorio; poichè nel MS. originale, secondo la collazione che me ne ha fatto il cortese signor Power bibliotecario dell'università di Cambridge, si legge chiaramente la seconda voce _mofâreka_; e la prima, mancante di punti diacritici, si compone delle seguenti lettere: 1º _f_, ovvero _k_; 2º _r_; 3º _b, t, th_, ovvero _i, n_; 4º _h, g,_ ovvero _kh_; 5º a. Badando alle sole radicali, non esito a dire che siano _f, r, g_ con che si scrive il verbo fereg, “scindere, fendere;” e son certo che questa parola mal copiata o piuttosto male scritta in arabico dall'autore, greco di Sicilia, sia il plurale irregolare di un vocabolo che significasse “scissura;” proprio il greco σχῖσμα. Non lascia luogo a interpretarla altrimenti la voce precedente _mofâreka_, che si accorda grammaticalmente con questa, e che è l'aggettivo feminino cavato dalla terza forma del verbo _ferek_, “separare, disgregare.” Si corregga dunque la versione: “L'anno 6407 varie fazioni guerreggiaron tra loro.”
Occorre di aggiugnere che il nome di Francoforte o altro simile non poteva esistere in Sicilia avanti i Normanni; e che non v'ha in oggi, nè v'è mai stato. Il comune attuale di Francofonte, e non Francoforte, fu fondato nel XIV secolo.
[139] Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167; MS. di Bibars, fog. 123 recto. Il Nowairi, nella _Storia di Sicilia_ presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 11, senza fare menzione delle guerre che seguirono, dice Abd-Allah eletto emir di Sicilia il 287; e nella _Storia d'Affrica_ data da M. De Slane in appendice a Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, p. 431, lo fa andare in Sicilia il 284, sbarcare nel mese di giumadi primo (giugno 897), espugnare Palermo, e accordare poi l'amân. Da ciò si conferma la incertezza delle sue compilazioni.
[140] La Cronica di Cambridge dice che Abd-Allah “passò” di Affrica a Mazara il 24 luglio; Ibn-el-Athîr che “arrivò” in Sicilia il primo di scia'bân, che risponde al primo agosto.
[141] Questi è Ibn-Khaldûn, nella _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 57 del testo, e 134 della versione di M. Des Vergers. Non so donde abbia cavato tal particolare l'autore, che nel resto del racconto compendia Ibn-el-Athîr.
[142] Nei due MSS. di Ibn-el-Athîr si trova il secondo nome senza punti diacritici. Credo vada letto Bâgi. Questo, a detta del _Lobb-el-Lobbâb_ di Sojuti, edizione del Veth, può esser nome di famiglia persiana, o nome etnico derivato da Bâgia, chè così addimandavasi una città della penisola spagnuola (Beja in Portogallo); un villaggio in Affrica (Bedja nell'odierno reame di Tunis, città dentro terra a poca distanza da Tabarca); e un villaggio presso Ispahan in Persia.
[143] Traduco “vespro” la voce _'asr_ che indica una delle ore della preghiera, e risponde a ventun'ora, secondo l'antico modo italiano, cioè nei primi di settembre, e in Palermo, alle tre e mezza dopo mezzodì. Veggansi le tavole delle ore delle preghiere musulmane alla latitudine del Cairo, presso Lane, _Modern Egyptians_, tomo I, p. 302.
[144] Il _Baiân_ dice combattuta la giornata “alle porte della città;” il che si deve intendere fuori i sobborghi, poichè Ibn-el-Athîr dice occupati questi dopo la vittoria. È da ricordarsi che la strada da Trapani a Palermo infino alla metà del XII secolo, e forse più oltre, passava per Carini, come il mostrano gli itinerarii di Edrisi. Però dovea correre per una delle valli che fiancheggiano Monte Cuocio, e uscire alla pianura, sia tra Bocca di Falco e Baida, sia tra questa e la montagna di Petrazzi, lungo la linea della nuova strada da ruota di Torretta.
[145] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167, seg.; e MS. di Bibars, fog. 123 recto, seg.; _Baiân_, tomo I, p. 125; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 132, seg.; _Chronicon Cantabrigiense_, p. 43; Giovanni Diacono di Napoli, Traslazione del corpo di San Severino, presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 60, ripubblicato da Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte IIª, p. 269. È maraviglioso lo accordo di Giovanni Diacono coi cronisti musulmani intorno la importanza dei fatti; e della Cronica di Cambridge, di origine greca, con Ibn-el-Athîr, su la data della battaglia di Palermo, che l'uno porta il 10 di ramadhân, e l'altro l'otto di settembre, che è appunto il riscontro del calendario cristiano col musulmano.
[146] Questi versi sono trascritti da Ibn-el-Athîr nella notizia biografica di Abd-Allah, anno 289, MS. A, tomo II, fog. 172 recto; MS. C, tomo IV, fog. 279 recto; e MS. di Bibars, fog. 129 verso; e con qualche variante da Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso. Mettendo nell'ultimo verso un punto diacritico sotto la _h_ della voce _b hâr_ e leggendola _bigiâr_, che vuol dire accanto, in vicinanza, traduco così:
“Bevo la salutar bevanda, in terra straniera, lungi da' miei e dalla mia casa:
“Ahi! soleva altre volte appressarla a'labbri, quand'io tutto olezzava di muschio e d'aloe;
“Ed or eccomi in mezzo al sangue, tra i vortici del fumo e il polverio.”
Ho reso “salutar bevanda” la voce _dewâ_, medicamento, farmaco.
[147] Iakût nel _Mo'gim el-Boldân_, MS. di Oxford, articolo _Palermo_, trascrive uno squarcio della descrizione d'Ibn-Haukal, nel quale si dà questo numero di moschee e si ripete quel di 300 del resto della città, che si conoscea secondo la descrizione da me pubblicata. Quel passo va or corretto secondo Iakût, la cui aggiunta ne compie la sintassi che rimanea sospesa.
[148] Oltre ciò che ho detto su la topografia di Palermo nei capitoli precedenti, veggasi Ibn-Haukal, _Description de Palerme_, da me pubblicata nel _Journal Asiatique_, IV série, tomo V, p. 94, 95; e nell'_Archivio Storico Italiano_, appendice XVI, p. 22. I nomi delle porte della città antica che troviamo in Ibn-Haukal, ci permettono di fissare il perimetro. Movendo dalla odierna parrocchia di Sant'Antonio saliva verso libeccio per l'altura ov'è il monastero delle Vergini, continuava per la strada del Celso fino a Sant'Agata la Guilia, volgeasi a scirocco lungo una linea che or si tirasse dalla cattedrale allo Spedal grande, e, ripiegandosi verso greco, toccava gli attuali monisteri dei Benfratelli e Santa Chiara, Università degli studii, Uficio della Posta, Monistero di Santa Caterina, donde tornava alla chiesa di Sant'Antonio. Figura ellittica, il cui asse maggiore coincidea con la strada del Cassaro d'oggi presa dalla cattedrale a Sant'Antonio. A quest'asse correan quasi paralelle, d'ambo i lati, due strade che agevolmente oggi si riconoscono, anguste e serpeggianti come tutte quelle del medio evo; l'una dal Monastero delle Vergini alla Beccheria vecchia (_Ocidituri_); l'altra dal Palagio Comunale al monastero di Santa Chiara. Non si badi molto alla pianta del Morso, _Palermo antico_, che si riferisce ai tempi normanni, e d'altronde è inesattissima.
[149] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr; il _Baiân_; e Ibn-Khaldûn ai luoghi citati nella nota 2 della p. 67 del presente vol. Il _Baiân_ dice espressamente che Abd-Allah entrava dopo accordato l'_amân_ il venti di ramadhân.
[150] Johannis Diaconi Neapolitani, Martirio di San Procopio presso il Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 60; e presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte IIª, p. 269.
[151] Vita di Sant'Elia, presso il Gaetani, op. cit., tomo II, p. 73.
[152] Si trova nel solo Ibn-el-Athîr, in un passo di cui abbiamo tre MSS. con tre lezioni diverse: _Bartibûa_, _Iartînûa_, e nel MS. ordinariamente più corretto, _Bartanobûa_. Facendo astrazione delle vocali non accentuate, il nome si riduce a sette lettere, alcune delle quali posson variare secondo i punti diacritici. Le lettere sono: 1ª _b_, _i_, _n_, _t_, _th_, e può anche rispondere alle nostre _p e v_; 2ª _r_, ovvero _z_; 3ª _t_; 4ª e 5ª stesse lettere che la prima; 6ª _w_, ovvero _û_; 7ª _a_, la quale potrebbe esser muta, onde la finale è anche incerta tra _û_ e _wa_. Combinando le consonanti con varie vocali, la migliore lezione sembra _Neritînû_, che risponde al nome dato dai geografi antichi ai popoli di _Neritum_ in terra d'Otranto. _Neritum_, oggi Nardò, città poco lontana dal mare, fu assai importante nel medio evo, fatta sede vescovile nel XV secolo. Ma la mia conghiettura è tanto più incerta, quanto sappiamo assai vagamente la regione di cui si tratti, come diremo nella nota seguente.
[153] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167 verso; e MS. di Bibars, fog. 123 recto, seg.; ed anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; e MS. di Bibars, fog. ...; Johannes Diaconus, _Translatio corporis Sancti Severini_, presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 60; e presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte IIª, p. 269, seg.; _Baiân_, tomo I, p. 123, anno 288; _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 44; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione di M. Des Vergers, p. 137, 138; e il cenno che ne fa Nowairi, con errore di data, nella _Storia d'Affrica_, in appendice alla _Histoire des Berbères_, _par Ibn-Khaldoun_, versione di M. De Slane, tomo I, p. 431; _Chronicon Vulturnense_ presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte IIª, p. 415.
Più che ad ogni altro si badi a Ibn-el-Athîr, e Giovanni Diacono. Nei MSS. A e di Bibars si legge che le navi musulmane tornavan da Reggio a Messina cariche di roba e _dakík_, che vuol dir farina, ma credo vada corretto _rakîk_, schiavi. La battaglia di Reggio è riferita da Ibn-el-Athîr al mese di regeb (21 giugno a 20 luglio 901), e dalla Cronica di Cambridge precisamente al 10 giugno; e questa data io ho seguito, ma forse è erronea, e si dee correggere 10 luglio, mutando una sola lettera nel testo arabico, e leggendovi _iuliu_ in vece di _iuniu_. Il _Baiân_ in luogo di _Ríwa_ (Reggio) ha _z la_, che si potrebbe supporre Scilla, ma è alterazione del primo di questi nomi. Ibn-Khaldûn, per errore, credo io, di memoria, frettolosamente compendiando questi annali, scrisse che Abd-Allah, andato da Taormina a Catania, e trovandola ostinata alla difesa, se ne tornò per ripugnanza a spargere sangue musulmano. Ciò non si legge in ibn-el-Athîr; nè è probabile che Catania a questo tempo fosse già divenuta colonia musulmana. Anzi, la espugnazione del vicino castello di Aci nel 902, ch'era tenuto dai Cristiani, li fa supporre signori anco di Catania.
Adesso debbo allegar le testimonianze di quell'ultima impresa di Abd-Allah, dopo la distruzione delle mura di Messina. Ibn-el-Athîr, abbozzando sotto l'anno 261 una biografia di Ibrahim-ibn-Ahmed, dice che proponendosi costui il pellegrinaggio e la guerra sacra, andò a Susa l'anno 289 (902) “e indi passò col navilio in Sicilia, _e pose il campo a Demona, Assediatala per diciassette giorni, andò a Messina, e passò a Reggio, ove s'era adunata gran gente dei Rûm. Ei li combatteva alle porte della città; li sbaragliava; e prendea Reggio, con la spada alla mano, del mese di regeb. Saccheggiatola, fece ritorno a Messina, di cui abbattè le mura; e, trovando in porto le navi arrivate da Costantinopoli, ne prese trenta. Andò poi a Neritînû_ (_Bartîbû_ etc.), _e se ne insignorì alla fine di regeb. Ei diè esempi di giustizia e di buona condotta verso i sudditi._ Andò poi a Taormina etc.,” seguendo a narrare la espugnazione di questa città nel 902. Or lo squarcio che ho messo in carattere corsivo è compendio esatto, e in molti luoghi trascrizione, di quello che contiene le imprese di Abd-Allah del 901, il quale si trova sotto l'anno 287; se non che in quest'ultimo manca la impresa di Neritînû. E evidente dunque che Ibn-el-Athîr, o il copista, replicò nella guerra d'Ibrahim parecchi fatti di quella di Abd-Allah dell'anno precedente. È evidente, dico, per lo assedio di Demona, vittoria di Reggio, presura delle navi greche a Messina, e distruzione delle mura di questa città. Mi pare probabile per la occupazione di Neritînû.
E ciò perchè Ibn-Khaldûn, il quale compendiava gli annali di Ibn-el-Athîr, e un'altra cronica più antica, dopo tutte le imprese di Abd-Allah come noi le abbiamo narrato, fino alla distruzione delle mura di Messina, continua: “Indi tragittò nella vicina parte d'Italia (così va resa la denominazione di _a'dwet-er-Rûm_); combattè con popoli Franchi d'oltre il mare; e tornò in Sicilia.” La città dunque il cui nome leggiam sì male in Ibn-el-Athîr, par che giacesse nella regione vagamente chiamata _a'dwet-er-Rûm_, che non si può intendere del solo stretto di Messina, ma di tutta la costiera che guarda la Sicilia, se si ricordi il valor della denominazione analoga di _Berr-el-A'dwa_ in Affrica. I Franchi combattuti da Abd-Allah non poteano esser che le genti dei duchi di Spoleto e Camerino condotti ai soldi di Leone il Sapiente. Ritraggiamo infatti ch'egli nel 904 abbia mandato danaro ai _Franchi_ per rinforzare l'esercito destinato contro la Sicilia. Veggasi il cap. IV del presente Libro, p. 87, 89.
[154] Johannes Diaconus Neapolitanus, l. c.
[155] Nowairi, _Storia d'Affrica_, MS. di Parigi 702 A, fog. 53 verso; e traduzione di M. De Slane, in appendice a Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, tomo I, p. 431; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione di M. Des Vergers, p. 138 e 139. Avvertasi che M. De Slane ha saltato il luogo del Nowairi, ove si dice della malattia che colpiva Ibrahim in questo momento. Quanto alla tradizione, sembra che il Nowairi l'abbia tolto da Ibn-Rekîk; al par di Ibn-Khaldûn, il quale lo attesta espressamente. Egli è vero che Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 35 recto, riferisce aver letto nella Storia d'Ibn-Rekîk, che Mo'tadhed minacciò di deporre Ibrahim e surrogargli, non il figliuolo, ma il cugino Mohammed; ma questo si dee tenere come fatto diverso, seguito appunto nell'896, prima della uccisione del detto Mohammed, della quale abbiam fatto parola nel Capitolo precedente, p. 58. Debbo avvertire che secondo una variante proposta dal prof. Fleischer nel testo di Nowairi, invece di “malattia biliosa” si dovrebbe tradurre “gli si fece incontro con vestimenta negre.” _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 451, e Introduzione, p. 63. Ma non n'è certo quel dotto orientalista; nè io.
[156] _El-Fâsik_. Questo soprannome si legge in Ibn-Abbâr, op. cit., fog. 32 verso.
[157] _Baiân_, tomo I, p. 125 e 126.
[158] Veggasi nel Capitolo II del presente libro la nota 2 a p. 55.
[159] Riscontrinsi: il _Baiân_, l. c.; e Nowairi, _Storia d'Affrica_, nell'op. cit., p. 432.
[160] Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167 verso; e MS. di Bibars, fog. 123 recto, seg.
[161] Riscontrinsi: Nowairi, l. c.; Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92 recto; e MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; _Baiân_, tomo I, p. 126.
[162] Johannes Diaconus, _Translatio corporis S. Severini_, presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 62; e presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte IIª, p. 209, seg.
[163] Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc. Nella versione di M. De Slane la data della partenza per Nuba è posta per errore di stampa in vece del 16 il 22 di rebi' secondo, che tornerebbe al 5 aprile.
[164] Trapani certamente, come scrive Ibn-Khaldûn, ancorchè nel testo di Nowairi si legga Tripoli. Nelle opere arabiche quei due nomi son confusi spesso. Ma qui il testo di Nowairi non lascia luogo a dubbio, portando che Ibrahim da Nûba navigò a quella città, e che indi _cavalcò_ per a Palermo.
[165] In maggio, secondo la diligentissima Cronica di Cambridge. Secondo il conto di Nowairi lo sbarco sarebbe avvenuto nella seconda metà di giugno, poichè Ibrahim si intrattenea diciassette giorni a Trapani; ma questa cifra può essere sbagliata, come lo è di certo quella del soggiorno in Palermo.
[166] Giovanni Diacono napoletano espressamente nota che Ibrahim sdegnasse d'entrare in Palermo, come casa propria. All'incontro Nowairi riferisce tanti particolari da non potersi mettere in forse l'andata. Il detto che Ibrahim non tenne, ma fece tenere da altri il Tribunale dei Soprusi, mi fa supporre che il tiranno fosse rimaso fuor la città vecchia.
[167] Riscontrinsi: Nowairi, _Storia d'Affrica_, MS. di Parigi 702 A, fog. 53 verso; e traduzione francese di M. De Slane, in appendice a Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, tomo I, p. 432; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione di M. Des Vergers, p. 142; Johannes Diaconus Neapolitanus, _Translatio corporis Sancti Severini_, presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 61. Non cito Ibn-el-Athîr perchè il testo è viziato, come dissi nel capitolo precedente, nota, p. 73. Avvertasi che la versione di M. De Slane in questo luogo del Nowairi sembra poco esatta, e v'ha qualche error di stampa nelle date, oltre lo errore del Nowairi che Ibrahim arrivato in Palermo il 28 regeb (8 luglio), e soggiornatovi _quattordici_ giorni, ne fosse partito il 7 scia'bân (17 luglio). M. De Slane ha soppresso quest'ultima data, accorgendosi che fosse sbagliata.
[168] Il nome di Costantino si legge nella Vita di Sant'Elia da Castrogiovanni, e gli è dato il titolo di patrizio. I cronisti bizantini scrivon che “fosse In Taormina,” al tempo della espugnazione, Caramalo, come e' pare, capitano del presidio, quantunque non gli dian titolo di patrizio, nè altro. Penso io dunque che si tratti d'un medesimo personaggio per nome Costantino, e di casato Caramalo. I bizantini non dicono nè anco il grado di Michele Characto, ma ch'egli accusò di viltà e tradimento il Caramalo, quand'entrambi si rifuggirono a Costantinopoli. Da ciò la conghiettura che il Characto fosse secondo in grado, o capitanasse qualche corpo ausiliare, il quale virtuosamente avesse combattuto contro Ibrahim. Giorgio Monaco fa supporre che Eustazio, drungario dell'armata, fosse stato inviato a Taormina o incaricato di recarle aiuto; il che ei non fece, e indi ne fu punito. Ma par che il cronista supponga questa colpa, confondendola con quella che certamente commise Eustazio, mandato contro l'armata di Leone da Tripoli di Siria.
[169] Riscontrinsi: Georgius Monachus, _De Leone Basilii filio_, § 25, p. 861; _Theophanes continuatus_, lib. VI, § 18, p. 365; Symeon Magister, _De Leone Basilii filio_, § 9, p. 704; Leonis Grammatici, _Chronographia_, p. 274.
[170] La versione latina ha: _Quippe lumbare lineum supra lumbos suos ponere._ Dunque il buon vecchio, gittata la cocolla, si mostrava con le sole mutande, per imitare, credo io, la foggia degli schiavi. _Vita Sancti Eliæ Junioris_ presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 73 e 74; e nella collezione dei Bollandisti, 17 agosto, p. 479, seg.
[171] Corano, Sura XLVIII, verso 1.
[172] Corano, Sura XXII, versi 20 e 21.
[173] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; e MS. di Bibars; Nowairi, _Storia d'Affrica_, testo nel MS. di Parigi 702, A, fog. 53 verso, e traduzione presso De Slane, op. cit., p. 432, 433; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 142; _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 44; Johannes Diaconus presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 61. Non cito i Bizantini perchè non portano particolari del fatto, nè date. Nella Cronica di Cambridge l'anno è sbagliato dal copista che scrisse _sifta_ (sei) in luogo di _sena_ (anno), la qual voce differisce dalla prima per un sol punto diacritico. Così vi si trova 6416 in luogo di 6410, cioè 908 in luogo di 902. Ma le altre testimonianze storiche non lascian dubbio su la vera lezione; e a ritrovarla basterebbe anco il calendario, perchè la Cronica di Cambridge espressamente dice presa Taormina la domenica primo d'agosto, il qual dì incontrò in domenica il 902, e non il 908. Il giorno designato da Ibn-el-Athîr, è il 22 scia'bân 289, che risponde esattamente al 1º agosto 902. La Cronica del Monastero di Volturno, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte IIª, p. 415, accenna senza data la espugnazione di Taormina.
[174] Johannes Diaconus, l. c. È verosimile e perciò non l'ho tolto via, quel vanto da cannibale che Ibrahim forse non intendeva di consumare. Nel _Baiân_, tomo I, p. 123, leggiamo che il 283 (896) egli avea fatto uccidere quindici persone a Taurgha nell'odierno Stato di Tripoli, e cuocerne le teste, come se volesse imbandirle a mensa; il che fu cagione che la più parte del proprio esercito lo abbandonasse. Un MS. della Biblioteca di Bamberg, dello XI secolo, citato nell'opera di Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 548, in nota alla Cronica Salernitana, accenna il martirio di San Procopio, evidentemente compendiando e alterando la narrazione di Giovanni Diacono.
[175] Nei varii MSS. d'Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn; e Nowairi questo nome si legge Bîkesc, Benfesc, Tîfesc, Minisc, Minis, e talvolta è scritto senza punti diacritici. Edrisi pone tra Messina e Taormina, in luogo aspro e montuoso, a 15 miglia verso mezzodì da Monforte, una terra Mîkosc, Mîkos, Minis, secondo i varii MSS. Non trovo in oggi nomi somiglianti; ma il luogo risponde tra il Capo di Scaletta e il Monte Scuderi; sia Artalia, o Pozzolo Superiore, o Giampileri ec. Castello par che non ne rimanesse nè anco al tempo di Edrisi. Il nome mi par latino o greco, Vicus, Μῦχος Μηκὰς o anche Νῖκος. Mandanici, che darebbe quest'ultimo nome aggiunto a quel di Μάνδρα, non risponderebbe alla detta distanza da Monforte, che per altro può essere inesatta o sbagliata nel MS. di Edrisi.
[176] Veggasi la nota 4 a p. 468 del I Volume, lib. II, cap. XII, intorno il sito del castel di Demona.
[177] Si pronunzii come _Hodjr_ in francese, e in inglese _Hojr_. Non l'ho scritto _Hogr_ perchè darebbe un suono diverso.
[178] Certamente _El-Iagi_, quantunque alcun MS. porti _El-Bâgi_, _Et-Tâgi_ ec., mutando i punti diacritici, e altro dia le lettere senza punti. Edrisi lo scrive Liâgi, come si legge nei migliori MSS., dovendosi negli altri aggiugnere un punto diacritico alla lettera _b_ e mutarla così in _i_, Liag o Liagi in luogo di Lebag che si è trascritta. La differenza di ortografia tra Edrisi e le memorie, di certo anteriori a lui, su le quali compilò Ibn-el-Athîr, dà luogo a una curiosa osservazione filologica. Nel X secolo, al quale van riferite quelle memorie, il nome di Ἄκις e _Acis_, pronunziato in Sicilia, com'oggi _Iaci_, con la prima vocale strisciante nel modo che avvertii per Enna, era scritto dagli Arabi col loro articolo _el_; probabilmente perchè i Greci l'usavano anche con l'articolo. Nella prima metà del XII secolo, in cui visse Edrisi, si dicea _Li Aci_ con l'articolo italiano, il che può aggiugnersi alle altre prove che la lingua nostra già si parlasse in Sicilia.
[179] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn, e Nowairi, ll. cc. Il racconto di Nowairi, che in questo luogo è particolareggiato più che gli altri, dopo aver detto di Bico, Demena e Rametta, continua: “E mandò sopra Aci, con un'altra schiera, Sa'dûn-el-Gelowi. Tutte le popolazioni insieme si rivolsero a costui, profferendo la _gezîa_; ma egli non l'accettò, nè volle altro patto che l'uscita loro dalle fortezze. Uscironne dunque: ed egli distrusse tutte le rôcche e castella, e ne gittò le pietre in mare.” Questo passo prova che la denominazione di Aci, al principio del X secolo, comprendesse parecchie castella; ovvero che Aci fosse come la capitale di quelle sparse sul fianco orientale dell'Etna. Tra i due supposti, terrei piuttosto il primo; perchè ai tempi di Edrisi, Aci par che fosse nominata al plurale, come dissi nella nota precedente; e in oggi v'ha infino a sette comuni di tal nome, poco lontani l'un dall'altro. Qual fosse la fortezza principale nel 902, non so. Forse Castel d'Aci, posto sopra un masso di basalto in sul mare, rimpetto alli scogli de' Ciclopi, o Faraglioni come or chiamansi: _Le isole di Aci_ di Edrisi. Castel d'Aci è famoso nelle guerre degli Angioini contro gli Aragonesi. Potrebbe darsi ancora che la rôcca principale fosse stata sul vicin “Capo dei Molini” ove si trovano ruderi antichissimi; ovvero nel quartier della odierna Acireale, detto Patané, che ha avanzi di un edifizio romano o bizantino, e vi si è scavata una grossa pietra di lava, col noto monogramma del motto “Gesù Cristo vince” che si solea porre nelle fortezze e bandiere bizantine. Veggasi su le antichità dette l'erudito lavoro di Lionardo Vigo, _Notizie storiche d'Aci Reale_, cap. II.
[180] Veggasi il Libro I, cap. IV, p. 100, seg., e nota 1 alla pag. 102. L'episodio di Ibrahim appartiene esclusivamente a Pietro Diacono. Si conserva manoscritto nella Biblioteca di Monte Cassino; come ritraggo dalla lista messa in appendice al trattato di Pietro Diacono, _De viris illustribus Cassin._; presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo VI. È pubblicato dal Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo I, p. 181, seg., con note che condannano qualche bugia e mostrano gli anacronismi sconci della narrazione, compilata, come dice Pietro Diacono, su la Cosmografia di Teofane, e la “Cronologia dei Pontefici Romani.”
[181] Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92, seg.; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso.
[182] Georgius Monachus, _De Leone Basilii filio_, § 25, p. 860, 861; e Leo Grammaticus, _Chronographia_, p. 274, dicono espressamente condannati a morte, pel fatto di Taormina, il Caramalo ed Eustazio drungario dell'armata; e nominano i due monasteri diversi nei quali furono mandati per commutazion di pena. Contuttociò Giorgio Monaco nel § 29, narrando la impresa di Leone da Tripoli che seguì due anni dopo, dice mandatovi Eustazio con tutte le forze navali; il quale tornò, allegando non aver potuto trovare il nemico. Pare dunque che la condanna debba riferirsi a questo secondo fatto; ma non è inverosimile, trattandosi della corte bizantina, che dopo la prima prova sia stato tratto Eustazio dal monastero, per affidargli di nuovo l'armata e la fortuna dell'impero.
[183] Johannis Diaconi Neapol., _Translatio_ etc., presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 62.
[184] Johannes Cameniata, _De Excidio Thessaloniciensi_, esattamente narra tutti i particolari di cui fu testimone oculare; e tra gli altri, al § 18, p. 512, la nazione dei soldati capitanati dal rinnegato Leone. Perciò il Rampoldi grossolanamente sbagliò, _Annali Musulmani_, scrivendo sotto l'anno 902 che i “Musulmani Aghlabiti, radunata una flotta in Affrica e in Sicilia, prendeano Lenno, e minacciavano Costantinopoli, comandati da Leone di Tripoli.” Lo seguì in questo errore il Martorana, _Notizie dei Saraceni Siciliani_, tomo I, cap. II, p. 69; e nota 88, p. 20; e scrisse i fatti di Lenno e Tessalonica “tra le belle gesta che pur fecero i Saraceni Siciliani,” ingannato anche dalla concisione di Cedreno, il quale suppone Taormina e l'isola di Lenno occupate nella medesima impresa. Lenno fu presa dai Musulmani di Cilicia, capitanati da un altro rinnegato per nome Damiano, l'anno 903; come si scorge dalle autorità che cita il Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXXII, § 31; e in particolare da Symeon Magister, _De Leone Basilii filio_, § 9 e 10, p. 704, il quale porta in anni diversi i due fatti di Taormina e di Lenno. Oltre Giovanni Cameniata si veggano per la impresa di Tessalonica, _Theophanes continuatus_, lib. VI, cap. XX, p. 366, seg.; Symeon Magister, § 13, 14, p. 705; Leo Grammaticus, p. 277; Georgius Monachus, § 20, p. 862.
[185] Cento libbre d'oro secondo Giorgio Monaco, la Continuazione di Teofane, e Symeon Magister, ll. cc. Giovanni Cameniata accenna prima vagamente una grossa somma di danaro, e poi due talenti d'oro, op. cit., § 59, p. 569. Il secondo aggiugne che il danaro servisse agli stipendii e spese dell'esercito in Sicilia (τοῦ κατὰ Σικελίαν στρατοῦ), ma si deve intendere di quello che si pensava far passare di Calabria in Sicilia. Symeon Magister dice che le cento libbre d'oro eran chiuse in un cestellino (κανίσκιος) per recarle ai Franchi. Senza dubbio si tratta degli stessi Franchi di cui fa menzione Ibn-Khaldûn nel 901; e probabilmente erano i duchi di Spoleto e Camerino, che nel IX e X secolo fecero un po' i capitani di ventura. Si vegga sopra a pag. 72, 74.
[186] Johannes Cameniata, op. cit., § 39 e 64, p. 569 e 576; _Theophanes continuatus_, lib. VI, cap. XX, XXI, p. 366, seg.; Symeon Magister, _De Leone Basilii filio_, § 13, 14, p. 705, seg.; Georgius Monachus, _De Leone Basilii filio_, § 29, 30, p. 862, seg.; Leo Grammaticus, p. 277. Veggasi anche Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXXII, § 32, seg.
[187] Ibn-el-Athîr, l. c.; Nowairi, _Storia d'Affrica_, MS. di Parigi, 702, A, fog. 53 verso; e la traduzione francese presso M. De Slane, op. cit., p. 433; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 143, dice Ibrahim tornato in Sicilia, e morto all'assedio di Cosenza ch'ei non sapeva essere in Calabria. Il detto ritorno è evidente sbaglio nato dal confondere questa impresa di Ibrahim con quella del figliuolo l'anno innanzi.
[188] Giovanni Diacono, testimone oculare ed autor di questo racconto, dice che la demolizione del castello Lucullano fu compiuta il 12 (quarto idus) d'ottobre; il corpo di San Severino recato a Napoli il dì appresso; e le stelle cadenti viste dopo sei dì, che tornerebbe al 18 o al 19. Il _Baiân_, tomo I, p. 126 e 127, riferisce questo fenomeno al 22 del mese di _dsu-l-k'ada_, cioè dal tramonto del 27 al tramonto del 28 ottobre: e merita maggior fede, non solo per la solita diligenza di cotesta compilazione, ma anco per l'uso degli Arabi di scrivere i numeri alla distesa, più tosto che in cifre. D'altronde potrebbe supporsi che il copista di Giovanni Diacono avesse notato VI in luogo di XVI o di XV i giorni corsi dal ritrovamento delle ossa di San Severino alle stelle cadenti. Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso, ci conduce ad ammettere l'una e l'altra data, poichè fa supporre replicato il fenomeno più o meno per molte sere, dicendo: “In _dsu-l-ka'da_ di quest'anno morì Ibrahim-ibn-Ahmed; e da quel momento furon viste stelle cadenti sparnazzantisi come pioggia a destra e a sinistra; onde fu chiamato l'anno delle stelle.” Questo squarcio è stato tradotto inesattamente da Conde, _Dominacion de los Arabes en España_, parte IIª, cap. 75.
Io mi sono intrattenuto sì lungamente ad esaminare questa data, poichè gli scienziati osservano un periodo annuale in tal fenomeno, e che sia più notabile verso il dieci agosto e in novembre. Col medesimo intento il barone De Hammer ha raccolto nel _Journal Asiatique_, serie IIIª, tomo III (1837), p. 391, alcuni ricordi d'autori arabi in fatto di stelle cadenti; e il baron De Slane vi ha fatto qualche correzione nel tomo IV della medesima serie, p. 291.
[189] _Evangelium secundum Lucam_, XXI, 25. Questa riflessione è dell'anonimo autore d'un MS. dell'XI secolo, posseduto dalla Biblioteca di Bamberg, e citato nella raccolta di Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 548, in nota alla Cronica Salernitana. L'anonimo evidentemente ebbe alle mani la narrazione di Giovanni Diacono, ch'ei compendia e guasta.
[190] _Corano_, Sura XV, verso 18; Sura XXXVII, verso 8, seg.
[191] Così lo chiama Giovanni Diacono.
[192] Il Nowairi dice il fiume. Potrebbero esser due, poichè il Busento confluisce col Crati sotto Cosenza.
[193] Gli altri particolari della malattia d'Ibrahim si cavano dai cronisti musulmani. Giovanni Diacono dice Ibrahim morto nella chiesa di San Michele. In quella di San Pancrazio afferma la Cronica di Bari presso il Muratori, _Antiquitates Italicæ Medii Ævi_, tomo I, p. 31; e il Muratori vuol correggere chiesa di San Bertario.
[194] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92, seg.; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; e MS. di Bibars; _Baiân_, tomo I, p. 126; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso; Nowairi, _Storia d'Affrica_, MS. di Parigi, 702, A, fog. 53 verso e 54 recto; e la traduzione francese presso De Slane, op. cit., tomo I, p. 433, 434; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 143, 144; Ibn-Wuedrân, § 6; e versione di M. Cherbonneau, nella _Revue de l'Orient_, décembre 1853, p. 429; Ibn-Abi-Dinâr (El-Kaïrouani), MS. di Parigi, fog. 21 verso; e traduzione francese, p. 86; Abulfeda, _Annales Moslemici_, anno 261; Johannes Diaconus, _Translatio_ etc, presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 62; _Chronicon Barense_ anno 902, presso Muratori, _Antiquitates Italica Medii Ævi_, tomo I, pag. 31; e presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 52; MS. di Bamberg citato nella raccolta stessa di Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 548, in nota.
La data della morte, non scritta precisamente dall'accurato e contemporaneo Giovanni Diacono, si ritrae dai Musulmani. La recan tutti nel mese _dsu-l-ka'da_ del 289, ma v'ha divario nel giorno: secondo il _Baiân_, il lunedì 17; secondo Nowairi, il sabato 18; e secondo Ibn-el-Athîr, Ibn-Wuedrân, e Abulfeda, il sabato diciannove: che tornano ai 23, 24 e 25 ottobre 902. Or poichè i giorni della settimana coincidono nel nostro calendario e nel musulmano, e il 17 _dsu-l-ka'da_ 289 cominciò al tramonto del 22 e finì al tramonto del 23 ottobre, giorno di sabato, è evidente un lieve sbaglio in tutte quelle date. Qual che fosse stata la cagione dell'errore, mi è parso di ritenere la data del sabato 23 ottobre.
Nella versione del Nowairi, M. De Slane ha detto “quand la maladie interne dont Ibrahim souffrait, etc.;” ma confrontando con Ibn-el-Athîr e Ibn-Abi-Dinâr son certo che si debba sostituire “malattia viscerale.”
[195] Johannes Diaconus, op. cit., presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 62; e presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte IIª, p. 273.
[196] _Vita Sancti Eliæ Junioris_, presso Gaetani, _Vita Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 74.
[197] _Chronicon Barense_, anno 902, presso Muratori, _Antiquitates Italicæ Medit Ævi_, tomo I, p. 31; Vita di San Bertario citata quivi in nota dal Muratori; Lupi, _Protospatæ_ (Protospatarii) _Chronicon_, anno 901, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V; presso Pratilli, _Historia Princ. Langob._, tomo IV, p. 20; e presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 53; Romualdi Salernitani, _Chronicon_, anno 902, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V.
Non cito la Cronica della Cava, e la Cronica di Calabria pubblicata nella stessa raccolta di Pratilli, tomo III e tomo IV, perchè la prima è interpolata, la seconda apocrifa del tutto.
Il Martorana, _Notizie Storiche_, tomo I, cap. II, p. 60, pensò di impastare in uno tutti i racconti delle croniche. Scrisse che “annottando l'emiro Ibrahim intorno all'assedio, e accaduto un gran temporale con frequenti detonazioni, vi fu colpito si malamente da un fulmine elettrico, che dovè levarsi tosto dall'ossidione; poi morì di sfracello tra mille dolori entro al suo palazzo, nella città di Palermo.”
[198] Per cotesti fatti notissimi non occorrono citazioni. I particolari si possono vedere in Sciarestani e nelle altre opere che mi occorrerà in breve di ricordare.
[199] Questo fatto mi è occorso per la prima volta nel _Kitâb-el-Fihrist_, MS. di Parigi, tomo II, fog. 75 verso. Molti di quei libri trattavano di veterinaria; e forse l'amor dei cavalli fu la prima cagione che conducesse gli Arabi nel santuario delle scienze greche.
[200] Veggasi il Libro I, cap. VI, p. 141, 142 del 1º vol.
[201] Veggansi in generale Hagi Khalfa nei _Prolegomeni_; Pococke, _Specimen historiæ Arabum_; Wenrich, _De auctorum græcorum versionibus_ etc. Il _Kitâb-el-Fikrist_, MS. di Parigi, tomo II, fog. 67 verso, seg., fornisce dati importanti a chi voglia approfondire questa epoca della storia intellettuale dell'umanità.
[202] _Tarîkh-el-Hokemâ_, MS. di Parigi, Suppl. Ar. 672, p. 13. L'autore, che visse nel XII secolo, afferma aver veduto in una biblioteca di Gerusalemme, tra i libri provenienti dal lascito dello sceikh Abu-l-Feth-Nasr-ibn-Ibrahim di Gerusalemme stessa, un trattato di Empedocle contro la immortalità delle anime, del quale ei non dà il titolo, e nota soltanto che Aristotile l'avesse confutato, e che altri avesse voluto scusar Empedocle supponendo allegorico il suo linguaggio; ma l'autore aggiugne non vedervi punto allegoria. Hagi-Khalfa, ediz. Flüegel, tomo V, p. 144, 152, n^i 10,448 e 10,500, attribuisce ad Empedocle: 1º un “Libro della Metafisica,” così intitolato al par di quello notissimo d'Aristotile, e 2º un “Libro su la resurrezione spirituale e su l'assurdo che le anime risorgano come (si rinnovano) i corpi.” Ma il Wenrich, _De auctorum græcorum versionibus_ etc., p. 90, li crede apocrifi entrambi, non trovandoli in Diogene Laerzio.
Che che ne sia di questo argomento negativo, par che appartengano ad Empedocle, o almeno ad alcun di sua scuola, i libri col nome del filosofo agrigentino, dei quali gli Arabi possedeano le versioni. Penso così perchè le opinioni fondamentali attribuite ad Empedocle dal _Kitâb-el-Hokemâ_, e più distintamente da Sciarestani, testo arabico, p. 260, seg., ben si accordano col panteismo che ritraggiamo dai frammenti di questo filosofo e dalle notizie che ce ne danno gli scrittori antichi. Al dir de' due eruditi arabi, la Divinità d'Empedocle era l'astrazione della scienza, volontà, beneficenza, potenza, giustizia, verità ec.; non già un essere reale dotato di dette qualità e chiamato con que' varii nomi. La nota dottrina di Empedocle su l'amore e l'odio, ossia l'attrazione e repulsione, si vede anco chiaramente nella cosmogonia che gli attribuisce Sciarestani.
Il filosofo spagnuolo che al dire del _Kitâb-el-Hokemâ_ tolse sue dottrine da Empedocle, ebbe nome Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn- Mesarra-ibn-Nagîh, nato in Cordova l'883 e morto il 931. Costui, dopo avere studiato alla scuola del proprio padre e di due altri dotti spagnuoli, fu perseguitato come zindîk, per troppo zelo di spargere le dottrine d'Empedocle; talchè si rifuggiva in Oriente. A capo di lunghi anni, tornato in Spagna, ricominciò a insegnare la stessa filosofia più copertamente e cadde di nuovo in sospetto d'empietà.
Un compendio di quest'articolo del _Tarîkh-el-Hokemâ_ si legge in Ibn-abi-Oseibi'a, MS. di Parigi, Suppl. Ar. 673, fog. 22 recto, e Suppl. Ar. 674, fog. 40 verso.
[203] Abulfeda, _Annales Moslemici_, an. 449 (1057), notando la morte di questo gran poeta, inserisce senza scrupolo i versi che cito.
[204] Sciarestani, _Kitâb-el-Milel_ “Libro delle sètte,” testo arabico, p. 147, seg., nota la differenza che correa tra i Bâteni antichi, ossia filosofi razionalisti, e i Bâteni moderni, sètte miste, chiamate con varii nomi in varii paesi.
[205] Makrizi, presso Sacy, _Exposé de la religion des Druses_, tomo I, p. XIII, attesta questo fatto. La origine arabica si vede anche dai nomi dei capi di parte riferiti da Sciarestani.
[206] Veggasi il Libro I, cap. III, p. 69 del 1º volume.
[207] Sciarestani, _Kitâb-el-Milel_, testo arabico, p. 85, seg. L'autore nota tra i principii comuni alle sètte kharegite che il peccato grave porti infedeltà, ma nol ripete tra le opinioni particolari dei primi Khâregi del tempo di Ali.
[208] Sciarestani, op. cit., p. 87 a 102.
[209] Sciarestani, op. cit, p. 108, 109.
[210] È plurale dell'aggettivo _Ghâli_, che significa “eccedente, smoderato.”
[211] Sciarestani, op. cit., p. 109, 132, 133; il quale rintracciando il cammino di coteste opinioni, e ignorando l'origine indiana della incarnazione (_Holûl_) la attribuisce ai Cristiani. Si vegga anche Makrizi, presso Sacy, _Exposé de la religion des Druses_, tomo I, p. XIII-XIV.
[212] Quest'ultimo fatto da Sciarestani, op. cit., p. 132.
[213] Makrizi, presso Sacy, _Exposé de la religion des Druses_, tomo I, p. XIII.
[214] Su le sètte del magismo ci danno molto lume Mohammed-ibn-Ishak, autore del _Kitâb-el-Fihrist_, e Sciarestani ricordato di sopra; i quali vissero l'uno nel decimo, l'altro nell'undecimo secolo, ebbero alle mani gran copia di materiali persiani, ed erano entrambi uomini da saperne cavare costrutto. Ciò non ostante mancaron loro le cognizioni che a noi fornisce lo studio del buddismo, il quale ebbe tanta influenza su le varie sètte dei magi. Per quella d'Ibn-Daisân si vegga il _Kitâb-el-Fihrist_, MS. di Parigi, Suppl. Ar., 1400, tomo II, fog. 194 recto, e 211 recto e verso; e Sciarestani, op. cit., p. 194, 196. Il _Kitâb-el-Fihrist_ porta il cominciamento dell'eresia d'Ibn-Daisân una trentina d'anni dopo quella dei Marcioniti, ai quali assegna il primo anno d'Antonino imperatore (138), e alla eresia di Mani il secondo anno di Gallo (252).
[215] Questa teoria sociale è attribuita a Mani nella compilazione turca della cronica di Tabari, uno squarcio della quale, tradotto in inglese, è uscito alla luce nel _Journal of the American oriental Society_, tomo I, p. 443, New-Haven, 1849. Si trova altresì nelle compilazioni orientali che compendiano Tabari e si copian tra loro. Io presto fede a tale tradizione per la condizione politica della Persia al tempo di Mani, e perchè Mazdak, predicatore del comunismo in Persia, seguiva la sua scuola. Nondimeno debbo avvertire che non ne fan motto il _Kitâb-el-Fihrist_, tomo II, fog. 192 verso a 212 verso, nè Sciarestani, op. cit., p. 179 a 196, in lor dottissime analisi della religione manichea.
[216] Confrontinsi il _Kitâb-el-Fihrist_ e Sciarestani, ll. cc. Questo passo del _Kitâb-el-Fihrist_ è stato tradotto dà M. Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_, Introduction, p. CCCLXI.
[217] _Kitâb-el-Fihrist_, tomo II, fog. 203 verso e 209 recto. Quivi si dice del Râís, ossia capo, e della _Raîsa_, o vogliam dire direzione centrale, de' Manichei a Bâbel, sotto Walîd I (705-715).
[218] Secondo il _Kitâb-el-Fihrist_ tomo II, fog. 216 verso e 217 recto, v'ebbe due personaggi nominati Mazdak. Del primo non si dice l'epoca, ma solo ch'ebbe séguito nel Gebâl, Aderbaigian, Armenia, Deilem, Hamadân e Fars. I suoi settatori furon detti Khorramii. Il secondo Mazdâk è quelle di cui si conosce la istoria, e i settatori presero il nome di Mazdakiani.
[219] Confrontisi: Procopio, _De Bello Persico_, lib. I, cap. V; Tabari, compilazione turca, versione del barone De Hammer, nel _Journal Asiatique_, ottobre 1850, p. 344; _Kitâb-el-Fihrist_, l. c.; Sciarestani, op. cit., p. 192, seg.; Mirkond, presso Sacy, _Antiquités de la Perse_, p. 353, seg.; _Mogimel-et-Tewârikh_, versione di M. Mohl, nel _Journal Asiatique_ di luglio 1852, p. 117, e di maggio 1853, p. 398. Nella Introduzione al _Solwân_ d'Ibn-Zafer, io ho toccato questo punto di storia, mettendo in forse i racconti dei cronisti sul comunismo di Mazdak; e penso tuttavia ch'ei non abbia mandato ad effetto tutte le sue teorie nel tempo che tenne lo Stato. Ma la licenza di quelle teorie non si può negare dopo l'autorevole testimonianza del _Kitâb-el-Fihrist_, nel quale si cita un trattato speciale di Thelgi su questo argomento.
[220] Sciarestani, op. cit., p. 187.
[221] Veggasi il Libro I, cap. VI, p. 140 e 141 del 1º volume.
[222] Confrontinsi: il _Kitâb-el-Fihrist_, tomo II, fog. 220 recto, e Sciarestani, op. cit., p. 194. Entrambi noverano la setta di Abu-Moslim tra quelle derivate da Mazdak.
[223] Ibn-el-Athîr, anno 141, MS. C,. tomo IV, fog. 125 verso; e Abulfeda che lo copia, _Annales Moslemici_, an. 141.
[224] Ibn-el-Athîr, anni 159 e 161, MS. C, tomo IV, fog. 148 verso e 150 verso; Abulfeda, op. cit., an. 163. Ma seguo la cronologia d'Ibn-el-Athîr.
[225] Ibn-el-Athîr, an. 168, MS. A, tomo I, fog. 29 verso.
[226] Ibn-el-Athîr, an. 170, MS. A, tomo I, fog. 39 verso.
[227] Abulfeda, _Annales Moslemici_, an. 166.
[228] Questo soprannome, al dire d'Ibn-el-Athîr, significa “L'Eterno.” Il nome patronimico era Ibn-Sahl.
[229] Così nel _Merâsid-el-Ittila'_. I cronisti la scrivono con l'articolo. Dando alla lettera _dsal_ il valore di semplice _d_ si pronunzierebbe _Bedd_, o _El-Bedd_.
[230] Confrontinsi: _Kitâb-el-Fihrist_, MS. di Parigi, tomo II, fog. 217 recto, seg.; Ibn-el-Athîr, anni 201, 220, 221, MS. C, tomo IV, fog. 191 recto, 203 verso, 205 recto, seg.; Abulfeda, _Annales Moslemici_, anno 226.
[231] Questo nome si trova nel solo _Kitâb-el-Fihrist_, nè son certo della lezione di quel mediocrissimo manoscritto.
[232] Così il _Kitâb-el-Fihrist_, che toglie ogni dubbio. Makrizi, credendo patronimico il nome di Deisâni, scrisse Meimûn figlio di Deisân; e M. De Sacy sospettò qualche errore nel noto Bardesane; ma nol chiarì. Veggasi la sua _Chrestomathie Arabe_, tomo II, p. 88 e 94. Ho detto della setta deisanita a pag. 109.
[233] Nel _Kitâb-el-Fihrist_ si legge _Sce'âbîds_, che significherebbe “giochi di mano” o di _prestidigitation_, come dicono i Francesi. Mi par che qui si debba prendere in senso più generale.
[234] I varii racconti che correano su la origine della setta ismaeliana si leggono, più distintamente che altrove, nel _Kitâb-el-Fihrist_, MS. di Parigi, tomo II, fog. 5 verso a 9 verso, dove l'autore cita un trattato speciale sopra questa setta, scritto per combatterla, da Abu-Abd-Allah-ibn-Zorâm (o Rizâm). Non ostante la diversità delle tradizioni, date come dubbie nel _Kitâb-el-Fihrist_, mi par che molto ben si connettano insieme e che si possa accettare il grosso di tutti que' fatti. Si veggano altresì Makrizi, presso Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo II, p. 88; Sacy stesso, _Exposé de la religion des Druses_, tomo I, p. LXIII e LXX, seg. — Makrizi sostiene, e M. de Sacy ripete con incredibile semplicità, che Abd-Allah-ibn-Meimûn fabbricasse questa gran macchina, non ad altro fine che di propagare l'ateismo e il libertinaggio!
[235] Senza moltiplicare le citazioni mi riferirò al solo Sciarestani, op. cit., testo arabico, p. 15, 16, 127.
[236] _Kitâb-el-Fihrist_, volume citato, fog. 6 recto e verso. Il nome proprio Hamdan è dato da Ibn-el-Athîr. La pronunzia di Kirmit è determinata da Sefedi, _Dizionario biografico_, MS. di Parigi, Suppl. Ar., 706, articolo sopra Soleiman-ibn-Hasan. Varie etimologie si danno di questo soprannome che al dir del _Kitâb-el-Fihrist_ si riferisce a un castello. Su i fatti si vegga anche Makrizi, presso Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo II, p. 89.
[237] Ibn-el-Athîr, anno 278, MS. C, tomo IV, fog. 269 verso, dà un lungo ragguaglio su la origine, dottrine e riti dei Karmati; del qual capitolo la parte meno importante fu trascritta dal Nowairi e tradotta dal Sacy, vol. cit., p. 97. Veggasi ancora il Sacy, pag. 126 di esso volume. Il mio giudizio, formato su la tendenza diversa degli Ismaeliani e Karmati, si conferma coi particolari d'Ibn-el-Athîr. Notò anche questa differenza il Taylor nell'opera, _The history of Mohammedism and its sects_, p. 172, quantunque ei non abbia avuto alle mani tutti i fatti da poterla provare. L'analogia dei Karmati con gli Ismaeliani era stata sostenuta da M. De Sacy, _Exposé de la religion des Druses_, p. LXIII, seg., e da M. De Hammer, _Histoire de l'ordre des Assassins_, p. 47, 48, su la fede degli autori musulmani citati da loro. Il _Baiân_, che allor non si conoscea, contiene a pag. 292, seg., del 1º volume, un racconto sugli Ismaeliani e Karmati; ove si replicano con molti particolari i fatti già noti, e tra gli altri lo scandalo della notte lor festiva detta della _Imamîa_, e il nome, troppo significativo, di figliuoli della fraternità, dato ai fanciulli che nasceano da que' baccanali.
[238] _Kitâb-el-Fihrist_, MS. di Parigi, tomo II, fog. 6 verso.
[239] Su l'associazione ismaeliana si veggano Sacy, _Esposé de la religion des Druses_, Introduzione; Quatremère, _Mémoires historiques sur les Fatimites_, nel _Journal Asiatique_, agosto 1835, e le autorità musulmane citate da essi. Merita molta attenzione il racconto di Makrizi, presso Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo II, p. 140, seg., su gli ordini della setta trionfante nel regno dei Fatemiti.
[240] Confrontinsi: Warrâk, cronista spagnuolo del X secolo, citato nel _Baiân_, tomo I, p. 117-118; Makrizi, presso Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo II, p. 111, seg.
[241] Su questo sito si consulti una nota di M. Cherbonneau, _Journal Asiatique_, décembre 1852, p. 509.
[242] Confrontinsi: Edrisi, _Geografia_, versione francese di M. Jaubert, tomo I, p. 246; Ibn-Khaldûn, _Storia dei Berberi_, versione francese di M. De Slane, tomo I, p. 291; _Cronica di Gotha_, presso Nicholson, _An account of the establishment of the Fatemite Dynasty_, p. 88.
[243] Confrontinsi: _Baiân_, tomo I, p. 118; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione di M. Des Vergers, p. 145-147; Makrizi, presso Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo II, p. 113, seg.; Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau, fog. 1 verso.
[244] Credo il 22 rebi' primo del 289 (5 marzo 902) più tosto che a mezzo giugno del medesimo anno. L'una e l'altra data si legge nei medesimi autori: ma forse non è errore, e la prima va intesa dello esercizio del potere supremo, la seconda della solenne inaugurazione per la quale forse si aspettò il diploma del califo abbassida. Veggansi le autorità citate qui sopra a p. 77, e Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso, che porta appunto la data del 22 rebi' primo.
[245] Il mercoledì ultimo, secondo Ibn-el-Athîr, e penultimo giorno, secondo il _Baiân_, del mese di sciabân 290. Indi si vede che l'uno segue il calendario astronomico, e l'altro il conto civile, di che si è fatta parola al cap. III del Libro I, pag. 57, del 1º volume.
[246] Detto _Geziret-el-Kerrâth_, ossia “Isola dei Porri.” Così fu chiamato dagli Arabi un isolotto a Capo Passaro in Sicilia, che ritien oggi il nome voltato in italiano. Ma credo qui si tratti della Geziret-el-Kerrâth in Affrica, a 12 miglia da Tunis.
[247] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 172 recto, seg., an. 289, e MS. C, tomo IV, fog. 279, stesso anno, e fog. 286 recto, seg., an. 296, e MS. Bibars, an. 289, fog. 129 verso; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso e 34 recto; _Baiân_, tomo I, p. 128, 138, 139; Nowairi, _Storia d'Affrica_, in appendice alla _Histoire des Berbères_ par Ibn-Khaldûn, versione di M. de Slane, tomo I, p. 438 a 440; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione di M. Des Vergers, p. 146 a 149; Ibn-Abi-Dinâr, testo MS., fog. 21 verso, e traduzione, p. 87; Ibn-Wuedrân, nella _Revue de l'Orient_, décembre 1853, p. 429, seg.; _Cronica di Gotha_, versione di Nicholson, p. 51, 74, 75.
[248] Rendo così la voce arabica _tâbia_, donde lo spagnuolo _tapia_ e credo anco il siciliano _taju_. In quest'ultima voce la _b_ par mutata dapprima, alla greca, in _v_, e poscia dileguata nell'_j_.
[249] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo IV, fog. 286 recto, seg., an. 296; Ibn-Khallikân, _Wefiât-el-'Aiân_, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 465; _Baiân_, tomo I, p. 133 a 147, e _Cronica di Gotha_, presso Nicholson, p. 83 a 91; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione di M. Des Vergers, p. 150 a 156; Nowairi, _Storia d'Affrica_, in appendice alla _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, versione di M. De Slane, tomo I, p. 441 a 447; Makrizi, presso Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo I, p. 113 a 115.
[250] Secondo i Sunniti era: “Venite alla preghiera ch'è migliore del sonno.” Gli Sciiti corressero: “Venite alla preghiera ch'è l'opera migliore.”
[251] Confrontinsi: _Baiân_, tomo I, p. 137, 141 a 149, e _Cronica di Gotha_, versione di Nicholson, p. 64, 92, 96, seg.; Makrizi, presso Sacy, _Crestomathie Arabe_, tomo II, p; 115; Sacy, _Exposé de la religion des Druses_, tomo I, p. CCLXX, seg.
[252] Veggansi le autorità citate da M. Sacy, _Exposé de la religion des Druses_, tomo I, p. CCXLVII, seg., e _Chrestomathie Arabe_, tomo II, p. 88 a 92 e 95; e da M. Quatremère, _Journal Asiatique_, août 1836, p. 99, seg., il primo dei quali sostiene e l'altro confuta le pretensioni dei Fatemiti. Si aggiungano: _Kitâb-el-Fihrist_, MS. di Parigi, tomo II, fol. 6 verso; _Baiân_, tomo I, p. 292, seg.; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 37 verso. Non cadendo in dubbio che Sa'îd, o vogliam dire Obeid-Allah, discendesse da El-Kaddâh, i partigiani dei Fatemiti dovean provare la parentela di El-Kaddâh con Ali; ma niuno l'ha fatto.
[253] Questo aneddoto è narrato nel _Kitâb-el-Fihrist_, MS. di Parigi, tomo II, fol. 7 recto, dove Abu-l-Kasem non è detto figliuolo d'Obeid-Allah, come questi lo spacciò e come scrivono tutti gli altri cronisti.
[254] Confrontinsi: Tahîa-ibn-Sa'îd, _Continuazione degli Annali d'Eutichio_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 131 A, fog. 87 verso, seg.; _Kitâb-el-Fihrist_, MS. di Parigi, tomo II, fog. 6 verso, seg.; Ibn-el-Athîr, an. 296, MS. A, tomo II, fog. 197 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 290; _Baiân_, tomo I, pag. 149, seg.; _Cronica di Gotha_, versione di Nicholson, p. 100, seg.; Makrizi, presso Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo II, p. 114, 115. Traggo la data del 20 agosto 909 da Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 38 recto.
[255] Confrontinsi: _Riâdh-en-nofûs_, MS. di Parigi, fog. 67 verso; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 197 verso, seg.; MS. C, tomo IV, fog. 290, seg., an. 296; _Baiân_, tomo I, p. 158, 159; Makrizi, _Mokaffa'_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 675, fog. 222 recto; Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau, fog. 3 recto.
[256] Confrontinsi Ibn-el-Athîr e Makrizi, ll. cc. Veggasi anche nel _Riâdh-en-nofûs_, fog. penultimo, verso, un curioso aneddoto che si narra nella iniziazione d'Ibn-Ghâzi.
[257] Iahîa-ibn-Sa'îd, continuatore di Eutichio, scrive _Rûm_, il qual nome si dava ad ambe le schiatte e comprendea perciò i Siciliani. La più parte probabilmente erano cristiani di Sicilia, convertiti o no. Uscì da questi giannizzeri fatemiti Giawher conquistatore del Marocco e dell'Egitto, ch'è chiamato ora _Rûmi_ ed or _Sikîlli_, ossia siciliano.
[258] Si legge nel _Baiân_, tomo I, p. 175 e 184, che il Mehdi nel 303 (915-16) fece il catasto dei poderi tributarii (_dhi'â_) prendendo la media tra il massimo e il minimo fruttato; e che nel 305 (917-18) levò una tassa addizionale sotto pretesto di arretrati. La sottile avarizia della finanza fatemita si ritrae da tante altre fonti.
[259] Iahîa-ibn-Sa'îd, fog. 89 recto.
[260] _Riâdh-en-nofûs_, fog. 67 verso. Il testo dice: “Prese i beni de' lasciti pii e delle fortezze.” Quest'ultima voce significa senza dubbio le città di provincia.
[261] _Riâdh-en-nofûs_, l. c.; Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau, fog. 2 recto.
[262] Iahîa-ibn-Sa'îd, l. c.
[263] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, an. 296, MS. A, tomo II, fog. 198 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 290 verso; Ibn-Khallikân, nella vita di Abu-Abd-Allah lo Sciita, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 465; _Baiân_, tomo I, p. 158, seg.; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 38 recto; Ibn-Hammâd, MS. de M. Cherbonneau, fog. 2 recto e verso.
[264] Iahîa-ibn-Sa'îd, fog. 89 verso.
[265] Non si trovava modo di pesar coteste masse di ferro. Egli usò una barca da bilancia idrostatica, caricandovi le porte e segnando ove arrivasse il pel dell'acqua. Alle porte fu sostituita poi tanta zavorra; e questa si pesò coi modi ordinarii.
[266] Confrontinsi: Bekri, versione di M. Quatremère nelle _Notices et Extraits de MSS._, tomo XII, p. 479, seg.; Iahîa-ibn-Sa'îd, Continuazione d'Eutichio, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 131 A, fog. 89 verso; Ibn-el-Athîr, an. 303, presso Tornberg, _Annales Regum Mauritaniæ_, tomo II, p. 373; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 38 recto.
[267] Ibn-el-Athîr, an. 289, MS. A, tomo II, fog. 172 recto; MS. C, tomo IV, fog. 279 recto; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 146; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 11.
[268] Nowairi, l. c. I fasti della famiglia Ribbâh si veggano nel Vol. I della presente istoria, p. 321, 322, 330, 343, 353, principiando da Ia'kûb-ibn-Fezara, padre di Ribbâh.
[269] Confrontinsi: Nowairi, l. c., e _Chronicon Cantabrigiense_, p. 44, dove si legga Ibn-Ribbâh, in luogo di Ibn-Ziagi.
[270] Nowairi, l. c.
[271] Si legge nella _Cronica di Gotha_, versione del Nicholson, p. 79, che nel 294 (906-7) Ziadet-Allah mandò ambasciatori a Costantinopoli ed accolse onorevolmente a Rakkâda un oratore bizantino.
[272] _Riâdh-en-nofûs_, manoscritto di Parigi, fog. 67 verso.
[273] Abd-Allah-ibn-Sâigh, ultimo vizir di Ziadet-Allah, s'era imbarcato per la Sicilia quando il principe prese la fuga. Veggasi Nowairi, _Storia d'Affrica_, in appendice alla _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, versione di M. De Slane, tomo I, p. 444. Certamente Ibn-Sâigh non fu il solo a tentar questa via.
[274] I fatti esteriori si ritraggono riscontrando Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc.; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 158, 159; Abulfeda, _Annales Moslemici_, an. 296, presso Di Gregorio, p. 78; Scehab-ed-dîn, ibid., p. 59.
Il nome compiuto di Ibn-abi-Khinzîr si legge nel _Baiân_, tomo I, p. 148; al par che l'oficio di _wâli_, conferito dallo Sciita, a lui nella città di Kairewân e ad un altro fratello per nome Khalf nel Castel-vecchio. Ibn-Khaldûn, l. c., afferma che Ibn-abi-Khinzîr fosse stato dei notabili della tribù di Kotama. Lo credo, piuttosto dei principali della setta, ma di schiatta arabica. L'Haftariri che si legge tra i nomi di questo governatore di Sicilia nella versione latina di Abulfeda, è falsa lezione di Abi-Khinzîr. Questo soprannome poi del padre, suona in lingua nostra “Quel dal cinghiale.”
È bene avvertire che il Rampoldi, _Annali Musulmani_, an. 909, tomo V, p. 119, 123; sognò un viaggio del Mehdi in Sicilia e parecchi aneddoti della sollevazione di Palermo contro Ahmed-ibn-abi-Hosein-ibn-Ribbâh; i quali non sembrano errori di compilatori arabi ch'egli avesse avuto per le mani, ma particolari aggiunti del proprio al Nowairi e agli annali chiamati di Scehab-ed-dîn.
[275] Il nome di costui si legge nel _Baiân_, tomo I, p. 129.
[276] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc.
[277] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 12.
[278] Idem, p. 13, e _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, p. 44.
[279] Ibn-el-Athîr e ibn-Khaldûn, ll. cc.
[280] _Baiân_, tomo I, p. 158 a 172.
[281] Il solo cronista che racconti questo episodio adopera qui una voce che può significare: “suppose o diede a credere.”
[282] Al dir dei cronisti, più degni di fede, lo Sciita fu assassinato di febbraio 911. Il tumulto di Palermo accadde nella state seguente o più tardi; poichè Ibn-abi-Khinzîr, venuto d'agosto 910, andò all'impresa di Demona nella primavera o nella state del 911.
[283] _Sâheb-el-Khoms._ Per errore del Caruso (_Chronicon Cantabrigiense_, an. 6421), seguito dal Di Gregorio, dal Martorana e dal Wenrich, questo titolo di oficio fu tradotto “Signore d'Alcamo:” ed è sbaglio da non perdonarsi ad orientalista. M. Caussin, che v'era caduto anch'egli, cercò di correggerlo nella versione francese del Nowairi, pubblicata in Parigi, p. 24.
[284] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, an. 296, MS. A, tomo II, fog. 198 verso; MS. C, tomo IV, fog. 290; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 12, 13; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 159. I particolari del tumulto e il governo provvisionale di Khalîl son riferiti dal solo Nowairi. Ho seguíto quest'ultimo per la data dell'arrivo di Ali-ibn-Omar in Sicilia.
Ibn-el-Athîr, an. 296, MS. A, tomo II, fog. 200 recto; e MS. C, tomo IV, fog. 290 verso, nel capitolo intitolato “Racconto della uccisione di Abu-abd-Allah lo Sciita,” narra la rivolta di un Ibn-Wahb in Sicilia. Riscontrandola coi capitoli dei fatti di Sicilia posti sotto la rubrica del 296 e del 300, si vede che quella narrazione non regge; e che fu tolta, senza molta critica, da qualche racconto della rivoluzione d'Ibn-Korhob nel 300, nel quale erano sbagliati il nome e la data.
[285] Così in uno squarcio di A'rib, inserito nel _Baiân_, tomo I, p. 169. Gli altri cronisti, accorciando, scrivono Ahmed-ibn-Korhob.
[286] Veggasi il Lib. II, cap. IX, tomo I, p. 400, nota.
[287] Mohammed-ibn-Sirakusi eletto emir nel 903. Siracusa fu presa, distrutta e abbandonata nell'878. Il padre dunque non poteva esser nato in quella città, e dovea il nome di _Siracusano_ alla vittoria.
[288] Ibn-el-Athîr, an. 300, MS. A, tomo II, fog. 206 recto; MS. B, tomo IV, fog. 293 recto. Il primo MS. in vece della lezione “domi” ha “disperda.” Questo squarcio fu dato da M. Des Vergers, nello Ibn-Khaldûn, p. 161, nota.
[289] Ibn-el-Athîr, an. 300, MS. A, tomo II, fog. 205 verso, MS. C, tomo IV, fog. 293; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 13; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 159.
[290] _Baiân_, tomo I, p. 169.
[291] _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, op. cit., p. 44.
[292] _Baiân_, l. c.
[293] Ibn-el-Athîr, _Baiân_, Nowairi, Ibn-Khaldûn, ll. cc. La data precisa nella sola Cronica di Cambridge, l. c.
[294] Ibn-el-Athîr, l. c.
[295] Ibn-el-Athîr, an. 300, MS. A, tomo II, fog. 205 verso; MS. B, tomo IV, fog. 293 recto; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 159.
[296] Nè la lettera nè il senso dei testi fan supporre che Ibn-Korhob abbia preso tal partito _dopo_ l'ammutinamento di Taormina, e _per rimediarvi_.
[297] Di coteste riflessioni non è risponsabile alcun cronista.
[298] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, _Baiân_, Nowairi, Ibn-Khaldûn, ll. cc.
[299] Ciò si vede dall'ordine dei fatti presso Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn.
[300] Veggasi il _Baiân_, tomo I, anni 300 e seguenti; Ibn-Khaldûn, _Storia dei Fatemiti_, in appendice alla _Histoire des Berbères_ etc. del medesimo autore, versione di M. De Slane, tomo II, p. 524.
[301] Si confrontino: _Chronicon Cantabrigiense_, l. c., an. 6422; Ibn-el-Athîr, l. c.; _Baiân_, anni 300 e 301, tomo I, p. 169 e 172; Ibn-Khaldûn, _Storia d'Affrica_, e _Storia dei Fatemiti_, ll. cc. Le date si ritraggon dalla sola Cronica di Cambridge.
[302] _Baiân_, tomo I, p. 169.
[303] Ibn-el-Athîr, l. c. senza porre la data a ciascun fatto della rivoluzione d'Ibn-Korhob, ch'ei narra in un fascio nel 300.
[304] _Chronicon Cantabrigiense_, l. c., an. 6423. Secondo la cronologia seguita costantemente in questa cronica, la data torna senza dubbio al 914. Ma supporrei piuttosto uno sbaglio del cronista, che lo armamento di due navilii siciliani al medesimo tempo, ovvero tale rapidità di movimenti dell'unica armata, che avesse vinto il 18 luglio a Lamta, poi osteggiato Sfax e Tripoli, poi toccato il porto di Palermo, e si fosse trovata finalmente ne' mari di Calabria il lº settembre. Il nome di luogo è scritto nel testo senza punti diacritici.
[305] Ibn-el-Athîr, l. c., il quale non parla del naufragio in Calabria.
[306] Θαλαμηπόλος.
[307] Nel IX secolo il χρυσίον valea da 13 a 14 franchi in peso di metallo.
[308] Cedreno, ediz. Niebuhr, tomo II, p. 355.
[309] La guerra coi Bulgari, condotta dopo il trattato con la Sicilia, fu combattuta il 917; Romano Lecapeno fu coronato a' 17 dicembre 919; la ribellione di Calabria segui nel 920 e 921. Pertanto il Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib, 73, cap. XIII, con buona critica ha posto il trattato di Sicilia nel 916. Un cenno di Giorgio Monaco, ediz. Niebuhr, p. 880, porterebbe questo fatto alla 3ª indizione (914-15). Ad ogni modo, come dalla state del 916 alla primavera del 917 non v'ebbe in Sicilia alcun governo, così par che il trattato si debba mettere avanti la ristorazione dell'autorità fatemita, e però al tempo d'Ibn-Korhob. Posporre non si dee, sapendosi che un'armata del Mehdi assaliva Reggio, d'agosto 918.
Ma anche lasciato da parte lo esame se il trattato si fosse fermato nel 915 nel 918 e anche 919, prima dell'esaltazione di Romano Lecapeno, egli è certo che non si può collocare nel 928 come ha creduto il Martorana (tomo I, p. 86), seguito dal Wenrich (lib. I, cap. XII, § 105). Il Martorana ha preso i particolari del trattato da Cedreno e la data da Nowairi. Ma parmi evidente che questa si debba riferire, non al trattato primitivo, ma alla rinnovazione di quello tra Costantinopoli e i Fatemiti; come spiegherò a suo luogo, nel capitolo seguente.
[310] Questo nome, dato dal solo Nowairi, è senza vocali nel manoscritto. Senza dubbio non è patronimico, ma soprannome; e, come io lo leggo, significa “Quel dal collo e faccia irsuti di peli.”
[311] Veggasi il capitolo seguente. L'assedio incominciò il 14 giugno 916. L'accusa sarebbe stata ingiusta, perchè i ladroni del Garigliano non ubbidivano all'emir di Sicilia. Ma quando mai l'umor di parte giudicò giusto i nemici?
[312] La data precisa è nella sola Cronica di Cambridge. Rispondevi con pochissimo divario il _Baiân_, ponendo l'imprigionamento d'Ibn-Korhob nell'anno 303, che finì il 3 luglio 916, e l'arrivo a Susa nel mese di moharrem 304, cioè dal 4 luglio al 2 agosto.
[313] _Bab-es-selm._
[314] Confrontinsi: _Chronicon Cantabrigiense_, an. 6424 (1º settembre 915 a 31 agosto 916), presso Dì Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 44; _Baiân_, an. 303 e 304, tomo I, pag. 175, 176; Ibn-el-Athîr, an. 300, MS. A, tomo II, fog. 206 recto, MS. C, tomo IV, fog. 293 recto; Nowairi, presso Di Gregorio, p. 13; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 160, 161 e _Storia dei Fatemiti_, in appendice alla _Histoire des Berbères_, etc., tomo II, p. 525. Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn che lo copia e Nowairi, pongono tutti i fatti, con error di data, nel 300.
[315] _Baiân_, an. 304, l. c.
[316] Iahia-ibn-Sa'îd, continuatore degli annali di Eutichio, MS. di Parigi, fog. 89 verse, accennando la rivoluzione d'Ibn-Korhob, la dice domata da un capitano, del Mehdi per nome _Bagana_ o _Bogona_, etc., (ch'ei non mette vocali) il quale ridusse anche le città ribelli di Barca e Tuggurt. Non ostante la inesattezza della narrazione, è evidente che si tratti di Abu-Sa'îd ch'avea forse quell'altro nome, berbero, com'ei mi suona all'orecchio.
[317] Confrontinsi; _Chronicon Cantabrigiense_, Ibn-el-Athîr, _Baiân_, Nowairi, Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, ll. cc. Il Rampoldi, tomo V, anni 914, 915, 916, 917, rimpastò e trinciò a modo suo tutti questi avvenimenti, tolti dalla Cronica di Cambridge e da Nowairi. Il Martorana, tomo I, p. 81, e il Wenrich, lib. I, cap. XI, § 103, han fatto d'un solo due capitani: Musa-ibn-Ahmed, e Abu-Sa'îd-Aldhaif; e il Wenrich ha fatto venire bi Sicilia il primo nel 913, e l'altro nel 916.
[318] Confrontinsi: _Chronicon Cantabrigiense_, Ibn-el-Athîr, ll. cc.
[319] Si vegga la nota a p. 68, 69, di questo volume. Il mare dell'antico porto si è ritirato notabilmente in pochi secoli; sia per sollevamento del suolo, sia per alluvione del fiume Papireto, sia per l'uno e per l'altro insieme. L'anno 972, quando venne in Palermo Ibn-Haukal, il gran porto giacea nel quartiere delli Schiavoni (chiesa di San Domenico, contrada del Pizzuto ec.), e l'arsenale, alla _Khâlisa_, cittadella fabbricata dai Fatemiti il 937; la quale, dice Ibn-Haukal, era circondata dal mare, fuorchè dalla parte di mezzogiorno. Indi è evidente che le acque occupavan quella che si chiama tuttavia “Piazza della marina” ancorchè più non guardi il mare. Fazzello afferma che al principio del XVI secolo, tirando gagliardi venti di tramontana, le onde batteano una porta della città e allagavan la piazza contigua, e che ciò non avveniva più quand'egli scrisse, cioè verso il 1530. (_De rebus siculis_ deca l, lib. VII, cap. I.) In oggi il mar grosso di greco-tramontana, che dà per dritto entro la Cala, manda appena qualche sprazzo a piè delle case e ricaccia i rigagnoli dentro gli aquidotti della Piazza-marina. Però io credo che al principio del X secolo i due bracci fossero stati sì bassi da non potervisi far soggiorno. Alla punta di quel di Tramontana è in oggi il Castello, fabbricato sopra scogli a fior d'acqua. Il braccio della _Kalsa_ o _Gausa_, come si chiama tuttavia questo quartiere ed è la _Khâlisa_ Fatemiti si distingue tuttavia benissimo a quella schiena che s'alza, tra la passeggiata della marina propriamente detta e la Piazza della marina. Quivi sono il palagio Butera, la strada dello stesso nome, la chiesa della Catena (del porto antico), la Zecca, i Tribunali, dei quali edifizii il più antico arriva al XIV secolo; e sursevi fino al 1821 la chiesa della Kalsa, ch'era anche del XIV o XIII.
[320] Ibn-el-Athîr, l. c. Le circostanze locali ch'ei narra stan bene nell'uno e nell'altro braccio, e la testimonianza d'Ibn-Haukal, che il porto giacea nel quartier delli Schiavoni, non toglie il dubbio; poichè la Khâlisa avea pur l'arsenale, o porto militare. Anzi è probabile che il braccio settentrionale, come più basso dell'altro e però paludoso, non fosse atto per anco a porvi un campo.
[321] La data e i nomi degli ambasciatori si leggono nella cronica di Cambridge; il cenno di Girgenti e altre città in Ibn-el-Athîr. Awa o Uwa par nome proprio berbero.
[322] Questo si legge nella sola Cronica di Cambridge. Il Caruso e gli orientalisti che lo aiutarono alla pubblicazione, lessero _Tariain_ e interpretarono _due tari_. Ma oltrechè la voce _tari_ si scriverebbe in arabico _dirhem_, il manoscritto ha chiaramente _harbatain_, che va letto _kharrobatain_, e significa due _kharrobe_, maniera di peso e di moneta, la cui denominazione pare tradotta dal latino _siliqua_. La moneta torna a 1/40 di _dinâr_; e però 0,36 di lira italiana. L'oncia di sale costava dunque 0,72: probabilmente l'oncia romana, che fu in uso in Sicilia fin, dopo la dominazione musulmana e ne fa menzione Edrisi. Secondo il valore che le dà Edrisi, non molto diverso da quello dell'antica oncia romana, tornerebbe all'incirca a 30 grammi.
[323] Si confrontino: _Chronicon Cantabrigiense_, l. c., an. 6425 e 6426; Ibn-el-Athîr, l. c.; _Baiân_, e 'Arîb, an. 304, tomo I, p. 176; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 161, 162. Ibn-Khaldûn erroneamente suppone in Trapani la guerra che fu in Palermo. Il Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 13, la confonde coi fatti di Girgenti. Il nome del nuovo emiro è scritto nella Cronica di Cambridge, Sâlem soltanto; nel _Baiân_, Sâlem-ibn-abi-Râscid; in Ibn-Khaldûn, Sâlem-ibn-Râscid; nel Nowairi, Sâlem-ibn-Ased-el-Kenâni. Credo si debba correggere Kotâmi; non essendo verosimile che il Mehdi avesse posto un arabo della tribù di Kinâna, sopra le soldatesche della tribù berbera di Kotâma, lasciate in Sicilia.
[324] Veggasi il Lib. II, cap. XI, pag. 440 e 458, seg.
[325] Probabilmente eran di questi drappelli i Musulmani che insieme coi Napoletani uccisero trenta cittadini di Capua l'anno novecento cinque. Veggasi _Chronicon Sancti Benedicti_, presso Pertz, _Scriptores_, ec., tomo III, p. 206.
[326] Liutprando, _Antapodesis_, lib. II, cap. XLIV, XLV.
[327] Veggasi il primo Vol., p. 113.
[328] _Munitiones_, dice Liutprando; _turres_, il monaco Benedetto di Sant'Andrea.
[329] Liutprando, l. c.
[330] _Chronicon comitum Capuæ_, presso Pertz, _Scriptores_, ec., tomo III, p. 208.
[331] _Chronica Sancti Benedicti_, presso Pertz, stesso volume, p. 206. Probabilmente vuol dire dei Longobardi di Capua e Benevento e dei Napoletani.
[332] Leo Ostiensis, lib. I, cap. L.
[333] Op. cit., cap. LII.
[334] Il diploma di Gregorio duca di Napoli tratta anco di altri patti internazionali con Benevento, come per esempio le leggi secondo le quali giudicarsi le liti tra sudditi dei due Stati. È dato la 14ª indizione, e trascritto in un diploma del duca di Napoli Giovanni, presso Pratilli, _Historia Principum Langobardorum_, tomo III, p. 228.
[335] Oggi Manfredonia.
[336] _Chronicon comitum Capuæ_, l. c. Questo Alliku è quel che la cronica dice califo degli Agareni di Traietto e Garigliano.
[337] Ibidem.
[338] _Chronicon Vulturnense_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 418. La cronica dice avvenuto questo fatto verso il 916.
[339] _Chronicon Farfense_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo II, parte II, p. 454.
[340] Benedicti Sancti Andreæ monachi _Chronicon_, cap. XXVII, presso Pertz, _Scriptores_, ec., tomo III, p. 713.
[341] Liutprando, op. cit., lib. II, cap. XLIV, XLV.
[342] _El-mugawer_ in arabico significa scorridore, o, come or dicesi, _guerrigliero_.
[343] Liutprando, ibid., cap. XLIX, L.
[344] _Civitatis vetustate consumpta_, (il monaco Benedetto non è scrupoloso in fatto di concordanze) _nomine Tribulana_.
[345] _Benedicti Sancti Andreæ monachi_, op. cit., cap. XXIX.
[346] Si confrontino: Liutprando, _Antapodesis_, lib. II, cap. XLIX e LIV, presso Pertz, _Scriptores_, ec., tomo III, p. 297, 298; _Chronicon comitum Capuæ_ presso Pertz, stesso vol., p. 208; _Annales Cassinatenses_, ibid., p. 171; _Annales Beneventani_, ibid., p. 174; _Chronicon Benedicti Sancti Andreæ etc._, ibid., p. 713, 714; _Chronicon Farfense_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo II, parte II, p. 455; _Chronicon Pisanum_, presso Muratori, ibid., tomo VI, p. 107, seg., an. 917; Lapo Protospatario, presso Pertz, _Scriptores_, ec., tomo V, p. 53; Marangone, nell'_Archivio Storico Italiano_, tomo VI, parte II, pag. 4, an. 907; Leonis Ostiensis, lib. I, cap. LII. Le autorità principali sono Liutprando e Benedetto di Sant'Andrea, contemporanei; e Leone d'Ostia, ch'ebbe alle mani ricordi contemporanei. La data varia; ma si determina con l'incoronamento di Berengario.
[347] I fatti de' Musulmani di Frassineto sono stati con molta critica ricercati e lucidamente esposti da M. Reinaud nell'opera: _Invasions des Sarrazins en France_ etc., parte III.
[348] Si vegga il lib. II, cap. XI.
[349] Si vegga il capitolo precedente.
[350] Cedreno, ediz. Niebuhr, tomo II, p. 355, 356.
[351] Su gli stanziali ed eunuchi slavi comperati dai principi musulmani in cotesti tempi, si vegga Reinaud, _Invasions des Sarrazins en France_ etc., parte IV, pag. 233, seg. — I nostri antichi non son mica esenti di biasimo nel commercio degli schiavi. Nell'ottavo secolo i Veneziani ne cavavano gran guadagno e ne teneano mercato anche a Roma. Il papa Zaccaria lo vietò nel 748. Veggasi Anastasio Bibliotecario presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo III, p. 164. Carlomagno riprese Adriano I nel 785 di tollerare questo scandalo; e il papa si scusò dicendo che lo faceano i Greci e i Longobardi. Veggasi _Codex Carolinus_, ediz. Gretser, epist. 75. Altri divieti simili ai Veneziani nell'887 e 960 sono notati dal Muratori, _Annali d'Italia_, 960.
[352] Leonis imperatoris, _Tactica_, cap. XVIII, presso Meursius, _Opera_, tomo IV, e versione francese di Maizeroi.
[353] Su questa promiscuità di schiatte che si menavano al mercato, veggansi le autorità allegate da M. Reinaud, op. cit., p. 235, 236.
[354] Constantini Porphyrogeniti, _De administrando imperio_, cap. 29, 31, 49, 50. Si confronti con l'importante studio di Lelewel, _Géographie du moyen age_, Bruxelles 1852, tomo III, capitolo _Slavia_.
[355] Con queste bande di schiavi, la più parte forse non Musulmani, si poteva eluder la legge che accorda quattro quinti della preda ai combattenti. Si vegga più innanzi l'aneddoto del bottino d'Oria.
[356] _Chronicon Cantabrigiense_ presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 45, an. 6246 (1º settembre 917 a 31 agosto 918). Debbo qui accennare altre fazioni che si sono supposte. Il Rampoldi, _Annali Musulmani_, 919, 921 (tomo V, p. 148, 150), fa occupare da Salem-ibn-Râscid, emir di Sicilia, prima Lipari, pei vari luoghi sul Volturno e sul Garigliano; e lo fa combattere a capo d'Anzio contro Giovanni X. Quest'ultima è ripetizione gratuita del fatto del 916 del Garigliano. Il nome di Salem è tolto da Nowairi; quel di Lipari non so donde; il resto è accozzato di fantasia su qualche cenno degli annalisti italiani. Il Martorana, tomo I, p. 84, ed il Wenrich, lib. I, cap. XII, § 104, replicano cotesti fatti, citando Rampoldi, che ne dee rispondere veramente, e il Giannone, lib. VII, cap. IV; il quale non recò tutte quelle favole, ma confusamente vi accennò e v'aggiunse una novella banda saracena afforzatasi al Gargano. Così gli parve correggere la voce Garigliano e con essa l'anacronismo di Liutprando, _Antapodesis_, lib. II, cap. XLV.
Si legge nel Muratori, _Annali d'Italia_, e indi in quei che l'hanno compendiato o anche combattuto. Che nel 919 Landolfo e Atenolfo riportassero non poche vittorie sopra i Saraceni a i Greci. La sorgente è un passo della Cronica del monastero al Volturno, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 418, nel quale si fa quel vago cenno senza data, dopo un documento del 916. Ma il testo si riferisce in generale al regno di que' due principi, e però allude alle vittorie che riportarono contro i Musulmani del Garigliano il 916 e innanzi, e contro i Bizantini dopo il 920.
Finalmente le interpolazioni alla Cronaca della Cava e la falsa Cronica di Calabria, portano tanti scontri dei paesani coi Musulmani; di che il Martorana ha accettato alcuni e altri no.
[357] Questo è dei nomi che i Musulmani solean porre agli schiavi.
[358] In Calabria sola v'ha tre luoghi di tal nome.
[359] Confrontinsi: _Chronicon Cantabrigiense_, l. c., an. 6432 (1º settembre 923 a 31 agosto 924), e _Baiân_, tomo I, p. 192, an. 310 (30 aprile 922 a 19 aprile 923).
[360] _Baiân_, tomo I, p. 194, an. 312 (8 aprile 924 a 27 marzo 925).
[361] _Chronicon Cantabrigiense_, l. c., an. 6433. Il nome è scritto senza punti diacritici; ma Bruzzano par la lezione più plausibile.
[362] _Chronicon Barense_, presso Muratori, _Antiquitates Italicæ_, tomo I, p. 31; e Lupo Protospatario, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V, p. 38; dei quali il primo attribuisce l'impresa ai Saraceni, e parla di uccisi e di prigioni; il secondo la riferisce agli _Sclavi_, l'anno 924.
[363] Sciabtai (o Sabbathai) Donolo, prefazione al libro _Hakmoni_, nella raccolta di Miscellanee ebraiche, intitolata _Melo-Sciofnayim_, e pubblicata dal signor Geiger, rabbino di Breslau, Berlino 1840, p. 31; da confrontarsi col MS. ebraico della biblioteca imp. di Parigi, Ancien Fonds, 266. Il nome della città, scritto senza segni vocali _aur s_, fece supporre una volta che si trattasse di Aversa; ma non è dubbio che vada letto _Aurias_. Il giorno della occupazione è il lunedì 9 di tammuz dell'anno ebraico 4685. Debbo cotesti ragguagli al dotto orientalista signor Derembourg, che ha esaminato il MS. di Parigi.
Donolo (Δόμνουλος) ricomparisce medico famoso in Calabria verso la metà del decimo secolo, e rivaleggia in sua arte col taumaturgo San Nilo il giovane. Veggasi _Vita sancti patris Nili junioris_ etc., greco-latina, pubblicata da Gio. Mat. Caryophilo, Roma 1624, in-4, p. 88.
[364] _Baiân_ e 'Arîb, tomo I, p. 195.
[365] Il _mithkâl_ è nome di peso, e in oro equivale al dinar, ch'io ragiono a un di presso a lire 14,50.
[366] _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 46, an. 6434 (1º sett. 925 a 31 agosto 926). La testimonianza concorde di Lupo Protospatario, del _Baiân_ e di Sciabtai Donolo ci fa supporre che la Cronica di Cambridge abbia registrato il fatto nel settembre, quando forse arrivò in Palermo Gia'far con la preda e i prigioni. Il _Baiân_ e la detta Cronica mi è parso che accennassero a due patti diversi; l'uno per la città d'Oria, l'altro per tutta la Calabria; sotto il qual nome andava anco la terra d'Otranto. Di quale diocesi in Sicilia fosse vescovo Leone non si ritrae. Non era egli al certo lo stratego di Calabria, come ha supposto il Wenrich (lib. I, cap. XII, § 105, p. 141), male interpretando la Cronica di Cambridge, e non riflettendo che l'impero bizantino non affidò mai governi ai vescovi.
[367] Il 25 rebi' secondo del 313. _Baiân_, l. c. Il testo dice positivamente che Gia'far _arrivò in Sicilia_ quel giorno. Le altre autorità citate mi portano a correggere che _partì per la Sicilia_ quel giorno.
[368] Sciabtai Donolo, l. c.
[369] Nel testo, _dibâg_, che è corruzione della voce greca δίβαφος, pervenuta agli Arabi per mezzo dei Persiani, i quali la scrivono _dibâh_.
[370] _Baiân_, l. c.
[371] Lupo Protospatario, l. c.
[372] Cedreno, ediz. di Parigi, tomo II, p. 650; ediz. di Bonn, II, 356, seg.
[373] Il nome nel testo è φατλοῦν; forse dovea dire φατμοῦν, perchè il Mehdi non ebbe tra i suoi nomi questo di Fadhl; e, da un'altra mano, le lettere λ e μ si scambiano assai facilmente nei manoscritti greci. Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXXIII, § 53, pone questa negoziazione nel 923, ch'è la data d'una delle tante imprese di Simeone contro Costantinopoli. Ma la narrazione del Cedreno si può ben applicare ai tre anni seguenti, fino alla morte di Simeone. D'altronde, la pratica di Simeone col Mehdi precedette forse di parecchi anni la conchiusione della pace tra il Mehdi e Romano.
[374] Liutprando, _Antapodesis_, lib. II, cap. LXV, presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 296. Si sa che l'autore cominciò a scrivere a Francfort verso il 958. Pertz, vol. cit., p. 264.
[375] Romano Lecapeno salì al trono il 919; regnò solo dal 920; perdè la Calabria il 921. I Musulmani si afforzarono ai Garigliano verso l'882, e ne furono scacciati il 916.
[376] Il monaco dello stato romano Benedetto di Sant'Andrea, che scrisse negli ultimi anni del decimo secolo una rozza cronica infiorata di romanzi, accenna (presso Pertz, _Scriptores_, ec., tomo III, p. 713); le ambascerie dei _Romani_ a _Palarmo et Africe_, perchè venissero a pigliare il _regno d'Italia_, e dice ch'essi andarono per tal cagione ad Amalfi e al Garigliano. Ma ciò si riferisce evidentemente alle pratiche d'Atanasio vescovo di Napoli (879-882), e non avvalora le parole di Liutprando, nè porta ad anacronismi.
[377] Non ci dee ritenere la grande autorità del Machiavelli, il quale accettò il racconto di Liutprando in un quadro generale (_Istorie fiorentine_, lib. I, nel paragrafo che principia “Era intanto morto Carlo imperatore”). Ognun sa che ai tempi del Segretario Fiorentino le sorgenti della storia d'Italia erano la più parte ignote o incerte. La stessa ragione non vale a favor del Giannone, lib. VII, cap. IV; e molto meno del Martorana, tomo I, p. 84, cap. III, e del Wenrich, lib. I, cap. XII, § 104, p. 139, 140.
[378] Confrontinsi: Lupo Protospatario e la _Cronaca di Bari_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 54; _Chronicon Sanctæ Sophiæ Beneventi_, presso Muratori, _Antiquitates Italicæ_, tomo I, p. 253; _Romualdo Salernitano_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V, an. 926. L'indizione 15ª corregge lo sbaglio della Cronica di Bari che dà l'anno 928. Il nome d'Istachael scritto in alcune edizioni di Lupo, va letto Michael.
[379] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, an. 313, MS. A, tomo II, fog. 234 verso; e MS. C, tomo IV, fog. 304 recto; _Baiân_, tomo I, p. 199, an. 315 (7 marzo 927 a 23 febbraio 928); Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 13, 14, an. 316; Lupo Protospatario, e _Cronica di Bari_, l. c., an. 927; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 162. Nella _Cronologia historica_, di Hazi Halife (Hagi Khalfa), versione del conte Carli, Venezia 1697, p. 59, si legge questa impresa di Taranto, che manca nel testo persiano di Parigi.
Debbo avvertire che la discrepanza delle croniche mi sforza ad ordinare i fatti alla meglio, senza la certezza ch'io soglio ricercare. Per esempio, un dice che Sâin venne con 44 navi; un altro gli dà 33 navi da guerra; chi parla delle forze unite di Sâin e dell'emir di Sicilia, chi di Sâin solo; chi sbaglia evidentemente le date; chi confonde in un sol anno tutte le imprese; chi pone i nomi geografici, e chi no; chi li scrive in guisa da doversi indovinare la giusta lezione. Ciò sia detto per tutte queste fazioni dal 927 al 929.
[380] Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc. Prendo la data dalla _Cronica di Cambridge_, l. c., an. 6436 (1º settembre 927 a 31 agosto 928), ove credo si debba leggere _Otranto_ in vece di _Zarniwah_, che fu messo a caso nelle edizioni precedenti. _Otranto_ si legge chiaramente negli altri due autori citati.
[381] Si vegga la nota 3, a pag. 173 di questo volume.
[382] Il _Baiân_, sola sorgente di questo fatto, adopera la voce _thiâb_, plurale di _thaub_; e significherebbe vestimenta, in generale, ovvero, secondo l'uso moderno d'Egitto, un camicione che le donne soglion mettere sopra tutti gli altri abiti quand'escono fuor di casa: una specie di _dominò_. Si vegga Dozy, _Dictionnaire détaillé_ etc., p. 106. Ma Ibn-Haukal parlando appunto di Napoli, come si vedrà nella nota seguente, usa la stessa voce al singolare e al plurale, nel significato certissimo di tela di lino in pezza. Le pezze che valean da cinque a secento lire ciascuna non faceano ingombro: e così interpretato parrà più verosimile questo passo del _Baiân_.
[383] Ibn-Haukal, testo arabico, nella mia Biblioteca Arabo-Sicula, p. 10, 11, cap. IV, § 2. Probabilmente questo infaticabile viaggiatore andò a Napoli poco prima o poco appresso di Palermo, ove si trovò l'anno 362 dell'egira (972-3). Ibn-Haukal dice aver veduto egli stesso a Napoli questi bellissimi tessuti di lino, che da un'altra espression del testo possiam supporre anco ricamati ovvero operati a damasco. Ogni _thaub_, lungo 100 _dsira'_ e largo da 10 a 15, si vendea più o meno 150 _ribâ'i_, o vogliam dir quarteruoli d'oro. Cotesta moneta usata in Sicilia dal X al XII secolo torna in peso di metallo a lire 3,80. La _dsira'_, o _dra_, come pronunzian oggi, vuol dir braccio; e tra le varie maniere, che ve n'ebbe e ve n'ha in Oriente, è probabilissimo che Ibn-Haukal abbia ragionato con quella chiamata “negra” ch'era a un di presso 0,48 metri. S'aggiunga questo agli altri copiosi materiali che abbiamo per la storia dell'industria italiana nel medio evo. Spieghin poi gli eruditi il lavorío di cotesta tela sì fina, larga da 5 a 7 metri, che si vendea 570 lire la pezza di 48 metri, e dicano se si debba supporre errore nei numeri scritti da Ibn-Haukal.
[384] Confrontinsi: _Chronicon Cantabrigiense_, l. c., an. 6437 (1º settembre 928 a 31 agosto 929), e Nowairi, l. c. La prima dice che in Lombardia non fu espugnata da Sâin alcuna “città;” e ciò si accorda con la tradizione del _Baiân_, citata di sopra. La data posta nella Cronica di Cambridge par quella del ritorno fin Palermo sul finir della state, è però nel 928.
[385] Confrontinsi: _Chronicon Cantabrigiense_, l. c., an. 6436 (1º settembre 929 a 31 agosto 930); _Baiân_; tomo I, p. 201, an. 317 (13 febbraio 929 a 1 febbraio 930). Le due croniche notano concordemente essere stata questa la terza espedizione di Sâin. Ho scritto così il nome secondo la lezione della Cronica di Cambridge, e di quella di Gotha. Il Nowairi ha Sâreb. Il dotto editore del _Baiân_ corresse Sâber.
[386] Ibn-Haukal nella descrizione di Palermo dà questo nome topografico. In oggi si chiama il Quartier del Capo.
[387] Nowairi, l. c.
[388] Dsehebi. Mi par bene dì accennare distintamente la origine dei particolari che sappiamo di questo fatto importante della storia italiana.
[389] Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn. Nel confuso racconto di Dsehebi si fa anche cenno d'un assalto anteriore a quello in cui fa presa la città.
[390] Dsehebi.
[391] Liutprando: _Cunctosque civitatis et ecclesiarum thesauros_. Non credo si debba intendere del comune e della chiesa, ma de' cittadini etc.
[392] Così chiaramente nel manoscritto di Dsehebi. In que' d'ibn-el-Athîr si legge chiaramente Karkesia, e così in uno de' due squarci d'Ibn-Khaldûn, ove si aggiugne “su le spiagge di Siria.” Ciò ha spinto l'erudito baron de Slane a correggere “Cesarea;” sendo grossolano errore Karkesia. Ma ibn-Khaldûn, o il copista, par che abbia aggiunto quella spiaggia di Siria, appunto perchè non gli venne a mente che si trattava della Corsica. Ciò mi par certo dalla narrazione d'Ibn-el-Athîr, il quale parla di unica espedizione a Genova, in Sardegna e in quel terzo paese.
[393] Dsehebi.
[394] Si confrontino: _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 46, an. 6442 (lº settembre 933 a 31 agosto 934); Ibn-el-Athîr, MS. B, tomo I, p. 149 e 163, e MS. C, tomo IV, fog. 321 verso e 325 verso, anni 322 (21 dicembre 933 a 9 dicembre 934), e 323 (10 dicembre 934 a 28 novembre 935); _Baiân_, tomo I, p. 216; Nowairi, presso Di Gregorio, op. cit., pag. 14; Dsehebi, _Tarîkh-el-Islâm_, an. 323, manoscritto di Parigi, Ancien Fonds, 646, fog. 505 verso; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique_ etc., p, 162, 163, e _Storia dei Fatemiti_, manoscritto di Parigi 742 quater, tomo IV, fog. 18 verso, con la versione datane da M. De Slane nella _Histoire des Berbères_ dello stesso Ibn-Khaldûn, tomo II, p. 529, appendice.
[395] Liutprando, _Antapodesis_, lib. IV, cap. V, presso Pertz, _Scriptores_ ec., tomo III, p. 316.
[396] Iacopi de Varagine _Chronicon_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo IX, p. 10.
[397] Il Martorana, tomo I, p. 86 e 215, nota 115, seguito dal Wenrich, crede personaggi diversi Salem emiro del 917 e Salem del 937, fondandosi in su questo, che Nowairi aggiunga nel primo caso il nome patronimico Ibn-Ased; e Abulfeda nel secondo, Ibn-Rescîd. Tal supposto or si dilegua con l'autorità degli altri compilatori citati nel capo VII, p. 160, e soprattutto d'Ibn-el-Athîr, il quale scrive Sâlem-ibn-Rescîd sì nel 313 e sì nel 325 dell'egira.
[398] Si vegga il Capitolo precedente, p. 170, seg., 176.
[399] Eutichii, _Patr. Alexandrini annales_, tomo II, p. 508, 509. Questo scrittore, poco men che contemporaneo, è il solo che narri l'episodio dei prigioni risparmiati; tra i quali pone in primo luogo i Siciliani. Ei riferisce la battaglia al 307 dell'egira; ma Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo IV, fog. 298 recto e verso, la scrive nel 306 (13 giugno 918 a 1 giugno 919); e la Cronica di Cambridge nota nel 6427 (1 settembre 918 a 31 agosto 919) la spedizione dei Fatemiti in Alessandria.
[400] _Taglieggiare_ è versione litterale del testo arabico. Donde sappiamo questo dazio insolito e gravoso, ma non di che natura el fosse.
[401] Così la Cronica. _Sceikh_, vecchio, indi anziano, senatore, capo d'una frazione di tribù, capo d'un villaggio, o semplicemente preposto o dottore.
[402] Cioè il primo di Belezma, città d'Affrica che abbiam citato altrove; il secondo, di Kalesciana a 12 miglia da Kairewân, della quale il Bekri, _Notices et Extraits des MSS._, tomo XII, 479.
[403] _Cronica di Cambridge_, op. cit., p. 45.
[404] Si vegga al Capitolo VIII, p. 172, 173.
[405] _Cronica di Cambridge_, op. cit., anno 6427.
[406] Si vegga il Capitolo I di questo Libro III, p. 3 in nota.
[407] Confrontinsi: _Cronica di Cambridge_, op. cit., p. 46, anno 6442; Ibn-el-Athîr, anno 322, MS. B, p. 149, MS. C, tomo IV, fog. 321 verso; _Baiân_, tomo I, p. 216. Questi due ultimi dicono occultato il caso più a lungo.
[408] _Cronica di Cambridge_, op. cit., p. 47, anno 6442. Il nome somiglia a quel di Randazzo, grossa città surta in Sicilia nel medio evo, che in Edrisi leggiamo _Rendag_. Sembra di origine greca, poichè la _Storia Miscella_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte I, p. 150, ricorda un patrizio Sisinnio soprannominato _Rendacium_, sotto Leone Isaurico; e la Continuazione di Teofane nel regno di Romano Lecapeno, § 4, parla di un ‘Ρεντάκιος uom dell'Attica, e forse ateniese, parente del patrizio Niceta; il qual nome è scritto con le stesse lettere da Giorgio Monaco, e ‘Ρεντάκης da Simeone (ediz. Bonn, p. 399, 891, 732). Nulla toglie che il governatore di Taormina fosse appartenuto alla medesima famiglia, e che da lui o da altri fosse venuto il nome di Randazzo. Che il caso seguisse in Palermo non mi par dubbio, Quantunque la Cronica dica: “innanzi il palagio (_Kasr_) di Sâlem.” Non v'ha memona di terra in Sicilia chiamata _Kasr Sâlem_ (il nome attuale di Salemi è corruzione dell'arabico _Senem_, idolo o statua); e la stessa Cronica, notando poi la morte dell'emiro, aggiugne che seguì nel suo _kasr_. Probabilmente il palagio vecchio, al quale rimase il nome di Salem, per essere stato l'ultimo emiro che vi soggiornò; tramutati poi gli ofici pubblici ecc. nella Khalesa.
[409] Confrontinsi: _Cronica di Cambridge_, ann. 6443, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 47; Nowairi, op. cit., p. 14.
[410] _Cronica di Cambridge_, l. c., anno 6444.
[411] Il testo ha _N rd barîn_, che non dà significato. I primi editori lessero _Brediaræos_. Probabilmente è la voce persiana _Bardadâr_, guardie palatine.
[412] Il nome non sarebbe molto diverso da Asaro, l'antica Assorus; ma l'a scritta con un'_ain_ indica origine arabica; e il sito di Asaro presso Leonforte si allontana troppo a levante dalla via tra Palermo e Girgenti. Mancando di vocali il MS., questo nome si potrebbe leggere _Osra_, che significherebbe “asilo, riparo,” e sarebbe nome di luogo oggi sconosciuto.
[413] La Cronica di Cambridge, la sola che fornisca questo e gli altri particolari della guerra, dà il secondo vocabolo in guisa da potersi anco leggere Tâlis, Nâlìs, Iâlis e Mâlis. Il primo è suscettivo della ottima lezione _Mosciaiad_, che significherebbe “edifizio, monumento.” Non mi sovviene di nomi topografici antichi o moderni di Sicilia che ci aiutino a trovare il vero nome e il sito preciso, che dovea essere molto vicino a Palermo. Ma Bâlîs è nome d'una provincia tra il Sind e il Segestân, _Geografia_ d'Edrisi, versione francese, I, 444, 449. Bâlis o Bâles era picciola città su la sponda occidentale dell'Eufrate. Veggansi: Ibn-Haukal., MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 885, fog. 85 recto; Edrisi, op. cit., I, 335; Jakût, _Merâsid_, ediz, di Leyde, I, 122; Abulfeda, _Geografia_, testo arabo, ediz. di Parigi, p. 268. In Ispagna era città (Velez Blanco?) nella provincia di Begiâia e porto tra Alicante e Cartagena. (Edrisi, op. cit., tomo II, p. 14, 39.).
[414] Lo stesso MS. ha _M r nuh_, Marineo, a 17 miglia da Palermo, sovrasta al fiume di Misilmeri, appunto su la strada per la quale doveano ritirarsi i Girgentini. Le due battaglie senza particolari di leggono in Ibn-el-Athîr, anno 325; e in Nowairi, presso Di Gregorio, p. 14, 15. Abulfeda, anno 325, dà appena un cenno della rivoluzione.
[415] Così la _Cronica di Cambridge_. Il Nowairi ha invece Ishâk-Bostâni (ossia il giardiniere) e Mohammed-ibn-Hamw. Probabilmente son le medesime persone. Ibn-Sebâia potrebbe essere il nome patronimico d'Ishâk soprannominato Il Giardiniere; ed Abu-Târ, il soprannome di Mohammed. Quanto al nome patronimico di quest'ultimo, forse va corretto Hammoweih, e sarebbe d'origine persiana. Il Martorana, tomo I, p. 88, e con lui il Wenrich, arbitrariamente danno i due primi come capi del tumulto del 17 settembre, e i due secondi di quello del 7 ottobre.
[416] _Cronica di Cambridge_, op. cit., p. 48, anno 6446, e ve n'ha un cenno in Ibn-el-Athîr, anno 325, e in Nowairi, op. cit., p. 15.
[417] Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc. Il secondo, che par abbia copiato qui la cronica primitiva, dice: “con un esercito e parecchi kâid.” Perciò questa voce non sembra adoperata nel significato generale di capitani d'esercito, ma in quel di condottieri di corpi minori.
[418] Confrontinsi: Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 104 recto; e _Baiân_, tomo I, p. 225, anno 325.
[419] _Riadh-en-Nofûs_, fog. 60 recto. Iehia era morto verso il 290. Però ho supposto che si tratti di questa impresa o dell'altra del 916.
[420] Così la _Cronica di Cambridge_, op. cit., p. 48, anno 6446. Nowairi, op. cit., dice alla fine del 325; il che torna allo stesso con poco divario.
[421] Si vegga qui appresso, Lib. IV, Cap. 1, p. 236. Sâlem rimase al certo in autorità insieme con Khalîl. Senza questo non si può trovare ragione plausibile dell'abboccamento coi Girgentini, nè dell'essere lui rimaso in palagio vecchio; nè del titolo di emir che gli si dà alla morte.
[422] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, Nowairi e Ibn-Khaldûn, ll. cc.
[423] Fazzello, Deca I, lib. VIII, cap. II, scrive del palagio reale di Palermo: _Hanc_ (arcem) _a Sarracenis primum Panormum adeptis, super veteris arcis ruinis excitatam literæ in eo incisæ indicant_. Ma nè egli dà, nè si è mai trovata la iscrizione, e però non allego tal testimonianza.
[424] Ibn-Haukal, _Description de Palerme_, nel _Journal Asiatique_, IV^e série, tomo V, p. 95.
[425] Makkari, _Mohammedan dynasties in Spain_, versione di Gayangos, tomo I, p. 220; Edrisi, _Géographie_, vers. di Jaubert, tomo II, p. 58 seg.
[426] Bekri, versione di Quatremère, _Notices et Extraits_, tomo XII, p. 473.
[427] Bargès, descrizione della Moschea principale d'Algeri al 1830, nel _Journal Asiatique_, série III^e, tomo XI, p. 182. Quivi non si dice in vero che di una porta di comunicazione col palagio del governatore.
[428] Veggasi il cap. VII di questo Libro, p. 157, 158.
[429] Ibn-Haukal, _Description de Palerme_, nel _Journal Asiatique_, série IV^e, tomo V, p. 22, 23; Nowairi, _Enciclopedia_, ibid., p. 104, Edrisi, _Géographie_, versione di Jaubert, tomo II, p. 77.
[430] Ibn-el-Athîr, anno 325, scrive che “la gente fu molto aggravata nella costruzione della cittadella.” I pubblicisti musulmani, principalmente Mawerdi, ci danno il comento. Veggasi il cap. I di questo Libro, p. 10, nota 4.
[431] _Cronica di Cambridge_, Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc.
[432] Cotesti nomi dalla sola _Cronica di Cambridge_. La sillaba _wa_ entra in parecchi nomi berberi in vece dell'arabico _ibn_, figlio. _Modû_ sembra dello stesso conio; non arabico al certo. Si trova in Edrisi con ortografia poco diversa il nome d'un castelletto tra Randazzo e Castiglione, che risponderebbe a Mojo d'oggidì.
[433] Risponde a Collesano d'oggidì secondo le distanze notate da Edrisi, il quale la dà con questo nome istesso di Kalat-es-Sirât.
[434] L'ordine delle operazioni militari di Khalîl è dato dalla _Cronica di Cambridge_ e sta bene a martello. Il nome che scrivo Mazara è _””lb”ra_, letto dai primi traduttori Kalbara, arbitrariamente nella prima sillaba. Correggendo Mazara non si viene ad alterare alcun dei tratti principali e si trova la importante città nominata da Ibn-el-Athîr. Quanto a Kalbara, o come che si legga la prima sillaba, non v'ha nome noto da potervisi adattare; e non è da pensare nè anco per ombra alla Calabria.
[435] Il fatto e il nome nella sola _Cronaca di Cambridge_, ove il secondo è scritto senza vocali _Fkh_ e si potrebbe legger Foca, o con altra vocale che fu preferita nella version latina, e non è bello ripeterla in Italiano. Ancorchè _Fikh_ significhi in arabico la scienza del dritto, qui è nome d'uomo e d'un luogo che il prese da lui; nè credo abbian gli Arabi tal nome proprio. Al contrario è noto ad ognuno nelle istorie bizantine il casato Foca, illustre in que' tempi: e ciò mi ha suggerito la prima lezione. Nondimeno il latino e (perchè no?) l'italiano potean anco fornire il soprannome d'alcun cristiano di Sicilia, il cui braccio avessero accettato i ribelli musulmani, sì come avean chiesto gli aiuti di Costantinopoli. E in vero presso il Capo di San Marco è un luogo detto Ficana. Questo appunto, e la coincidenza del sito presso Mazara e Caltabellotta, mi ha persuaso che si tratti della penisola del Capo San Marco. Ho interpretato penisola la voce _gesîra_ del testo, che vuol dire anche isola.
[436] Si vegga pel XII secolo la geografia d'Edrisi; pel XIII e XIV, i diplomi accennati da Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 136, e da Huillard-Breholles, _Historia diplomatica Frederici II imperatoris_, tomo I, p. 118, 194; Mortillaro, _Catalogo dei diplomi della Cattedrale di Palermo_, p. 90; e pel XVI, la descrizione di Fazzello, Deca I, lib. X, cap. III.
[437] La _Cronica di Cambridge_ accennando sola questo fatto, usa la espressione _sebi_, che vuol dir propriamente le donne e fanciulli prigioni. Parmi qui adoperata in significato più largo.
[438] Il nome etnico di 'Attâf è dato dal solo Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 165.
[439] Quest'ultimo periodo della rivoluzione si ricava in parte dalla Cronica di Cambridge, anni 6447 a 6450, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 48, 49; in parte da Ibn-el-Athîr, anno 325. Si veggano anche il _Baiân_, ediz. Dozy, tomo I, p. 223; Abulfeda, anno 325; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione, p. 164, 165. Il Nowairi, presso Di Gregorio, p. 15, accenna la venuta e la partenza di Khalîl, senza far motto della guerra. Il Rampoldi, _Annali_, tomo V, p. 213, 217, 221, 223, 230, anni 937, 938, 939, 940, 941, aggiugne di capo suo una ribellione in Palermo in questo secondo periodo, aiutata dai Bizantini; e che il governo d'Affrica mandasse grani in Sicilia.
[440] Era modo familiare il chiamare col _keniel_, ossia primo soprannome, anzichè col nome proprio o col titolo di dignità.
[441] Confrontinsi: _Baiân_, l. c., e Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 104 recto.
[442] Peccato, poichè i pubblicisti più accreditati non permetteano di uccidere i ribelli presi con le armi alla mano, nè di tenerli in prigione finita che fosse la guerra, nè di prendere i loro beni, nè di far cattive lor donne e figliuoli. Veggasi Mawerdi, _Ahkâm Sultanîa_, ediz. Enger, p. 98 e seg.; _The Hedaya_, versione inglese di Hamilton, lib. IX, cap. IX, nel tomo II, p. 250. Nell'impero ottomano prevalsero poi dottrine più tiranniche, le quali si ricerchino in D'Ohsson, _Tableau de l'Empire Ottoman_, tomo VI, p. 253.
[443] Confrontinsi: Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 104 recto; _Baiân_, tomo I, p. 223; Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo IV, fog. 343 recto, anno 333.
[444] Significa, “Que' che dicono: _Non vogliam saperne nulla_.” Proprio come i _Know-nothings_ d'America.
[445] Veggasi: Tigiani nel _Journal Asiat._, série IV^e, tomo XX, p. 171, seg.; Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, passim.
[446] È voce arabica che significa “buona nuova;” un de' nomi che volentieri si davano alli schiavi. Andrebbe meglio trascritta in francese _Bochra_, che non si può rendere col nostro alfabeto. Tigiani dice costui siciliano (sikilli); il testo d'Ibn-Khaldûn pubblicato da M. De Slane porta Schiavone (saklabi); nè so determinar la vera lezione. La critica storica ci ricorda che tra gli schiavi e mercenarii dei Fatemiti vi fossero al paro e Siciliani e Slavi. La differenza tra coteste due voci in scrittura arabica è lievissima, e però il merito dei MSS. non può servire di argomento decisivo. Nondimeno, Tigiani fu erudito più diligente che Ibn-Khaldûn, e i MSS. delle sue opere, copiati assai men sovente che quelli d'Ibn-Khaldûn, sembrano men sospetti d'errore.
[447] Queste due battaglie sono raccontate da Tigiani, _Journal Asiatique_, série IV^e, tome XX, p. 101, seg. Si vegga anche Ibn-Khaldûn, _Storia dei Berberi_, testo arabo, tomo II, p. 18, 19.
[448] I dotti e la cittadinanza di Kairewân seguirono con molto zelo Abu-Iezîd all'assedio di Mehdia. Chi mai scriverà questo bel tratto di storia, non dimentichi le notizie che ne dà il _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 89 verso a 91 verso. Quivi si narra la deliberazione presa dai _fakih_ nella Moschea giami' di Kairewân; i dotti che s'armavano; le corporazioni che veniano in arnesi di guerra con lor bandiere di varii colori scritte con varie leggende; i martiri caduti in battaglia ec. Il dotto Abu-l-Arab, ch'era dei capi rivoluzionarii, sclamava all'assedio di Mehdia: “Ho scritto di mia mano 1500 trattati; ma il combatter qui val meglio che tanta dottrina!”
[449] Il cenno che do di questa grande rivoluzione è tolto da Ibn-el-Athîr, anni 333, 334; MS. C, tomo V, fog. 343 recto a 346 recto; _Baiân_, tomo I, p. 200 a 228; Tigiani, _Journal Asiatique_, série V^e, tomo I, p. 178, seg.; Ibn-Khaldûn, _Storia dei Berberi_, testo, tomo II, p. 16 a 23; Ibn-Hammâd, _Journal Asiatique_, série IV^e, tomo XX, p. 470, seg. Per le date, seguo a preferenza Ibn-el-Athîr. Si veggano anche il _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 89 verso, seg.; Iehia-ibn-Sa'îd, _Continuazione di Eutichio_, fog. 87 verso; Ibn-Khallikân, versione di M. De Slane, tomo I, p. 218, seg., e III, p. 185.
[450] Ibn-Hammâd, op. cit., p. 497.
[451] _Cronica di Cambridge_, op. c., p. 49, an. 6450.
[452] ’Ο Κρηνίτης Χαλδίας τῆς Καλαβρίας γεγόμενος στρστηγὸς. Nella edizione di Parigi fu aggiunto tra parentesi παρὰ dopo il nome proprio; e fu tradotto _Crenita Chaldiæ in Calabria prefectus_; la quale versione non è mutata nella edizione di Bonn, ancorchè sia stato ridotto a miglior lezione il testo, Chaldia era nome d'un _tema_ bizantino, che avea per capitale Trebisonda nell'Armenia minore; e qui indica la patria di quel barattiere, non la sua sede in Calabria, ove non fu mai luogo di tal nome. Si vegga per Caldia, Costantino Porfirogenito, _De Thematibus_, p. 30, e _De administrando imperio_, p. 199, 209, 226, ediz. di Bonn.
[453] Cedreno, ediz. di Bonn, tomo II, p. 357.
[454] Cedreno, l. c. Costantino riprese il comando dell'impero in dicembre 944.
[455] _Cronica di Cambridge_, l. c. Il cronista avea ben dato il titolo di emir a tutti i precedenti infino a Sâlem; e nol dimentica parlando poco appresso del kelbita Hasan-ibn-Ali.
[456] Nowairi, presso Di Gregorio, p. 15, senza nominare Ibn-Kufi. Il Nowairi direbbe secondo la versione: “_Anno 334, præfectus electus fuit Mohammed ben el Aschaat, qui usque ad annum 336 leniter gessit imperium;_” ma va corretto secondo il testo: “Fu wâli in Sicilia l'anno 334 Mohammed-ibn-Asci'ath; e resse gli affari infino al 336 (Ibn)'Attâf.” L'oscurità di questo passo, che mosse M. Caussin a considerare, fuor d'ogni regola grammaticale, il nome proprio 'Attâf come sostantivo o aggettivo, viene appunto dalla dubbiezza del compilatore; il quale, trovando due nomi di governanti nello stesso tempo, impiastrò l'uno essere stato wâli fino al 34, e l'altro avere tenuto la somma delle cose fino al 36. Ibn-el-Athîr, incontrata, com'ei pare, la stessa difficoltà nelle croniche, se ne cavò col silenzio. Non disse degli altri; non disse del tempo in cui Ibn-'Attâf prendesse il governo; ed occorrendogli di nominarlo, non gli diè alcun titolo. Se si volesse seguire il Nowairi senza badare all'ambiguità delle sue parole nè al silenzio della Cronica di Cambridge e d'Ibn-el-Athîr, si potrebbe supporre che nel 34 fu fatto emiro Ibn-Asci'ath; e dal 35 al 36 governò di nuovo Ibn-'Attâf. Il Rampoldi, tomo V, p. 256, anno 945, citato dal Martorana, tomo I, p. 217, nota 13, dice che Mohammed-ibn-Asci'ath fosse stato precettore di Mansûr. Non credo che i compendii ch'egli ebbe alle mani gli abbian potuto fornire tal notizia. Al suo modo di compilare supporrei piuttosto un enorme anacronismo che l'abbia portato a confondere questo Ibn-Asci'ath con l'autore della setta dei Karmati, del quale ho fatto cenno nel Libro III, cap. V, p. 116 di questo volume.
[457] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, anno 336; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 165, 166, e il breve cenno del Nowairi presso Di Gregorio, p. 15. Il passo di quest'autore che Di Gregorio tradusse: “_De perturbato rerum Siciliensium statu, et quod in earum administratione nonnulla vitia irrepsissent;_” e M. Caussin: “_La peine que lui donnaient les habitants et le mauvais état des affaires;_” si renderebbe più correttamente: “Che i Siciliani rimbaldanzivano, e piegavano al male;” cioè si disponeano alla ribellione.
[458] Ibn-el-Athîr; da cui tenghiamo i particolari di questi fatti e di quei che seguirono all'arrivo di Hasan in Sicilia, non segna altre date che il tumulto di Palermo a 1º scewâl 335, e la elezione di Hasan il 336 (22 luglio 947 a 9 luglio 948). La _Cronica di Cambridge_ non porta altra data dell'arrivo di Hasan che il 6456 (1 sett. 947 a 31 ag. 948); ma un fatto che racconta dopo, ci porta a supporre l'arrivo verso la fine dell'anno costantinopolitano. Da un'altra mano si sa (Ibn-Hammâd citato di sopra ap. 202) che Mansûr sino alla fine di giumadi 2º del 333 (gennaio 948) facea condurre per le strade di Kairewân la pelle imbottita di Abu-Iezîd; che poi volea mandar in Sicilia quella e la testa di Fadhl con Hasan; e che la barca fece naufragio, ec. Infine Ibn-el-Athîr nota che dopo l'uccisione di Fadhl, figliuolo di Abu-Iezîd, il califo tornava a Mehdia, di ramadhan 336 (marzo ed aprile 948); ed è da supporre ch'ei non abbia pensato alle cose di Sicilia prima di questo. Però credo che l'arrivo di Hasan in Sicilia si debba protrarre fino a giugno o luglio 948.
[459] Ibn-el-Athîr, solo narratore in questo luogo, scrive: la gente d'Affrica. Senza il menomo dubbio accenna agli Arabi venuti di recente dall'Affrica. I coloni si chiamavano Siciliani; i Berberi, i Kotamii, ciascuno col suo nome.
[460] Così Ibn-el-Athîr. Palermo avea un cadi; onde il titolo di _Hâkim_ è generico qui in significato di magistrato, ovvero è adoperato perchè vacasse l'oficio in quel tempo, e, invece di cadi eletto dal principe, rendesse ragione un supplente. Hâkim si addimandò, dopo il conquisto normanno, il capo della municipalità di Malta; ma mi sembra fatto eccezionale, nato dalla dominazione cristiana.
[461] Ibn-el-Athîr, anno 336; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 166. Quivi si legga sempre “Tabari” invece di “Matîr,” ch'è errore del MS. sul quale fece la versione M. Des Vergers.
[462] Questo riscontro mi è suggerito dal bello studio del professore Dozy, su le fonti della storia de' Musulmani Spagnuoli, _Histoire de l'Afrique_ etc., _intitulée Al-Bayano-'l-Moghrib_, Introduction, p. 16, seg.
[463] La _Cronica di Cambridge_, che sola porta la data e il supplizio, dice: “Venuto il giorno di _mila_” che fu un lunedì, l'emiro etc.” La voce che ho trascritto dall'arabico e che è chiara nel MS., significa il Natale de' Cristiani, sol che vi si aggiunga un d alla fine ove ho messo le virgolette. I primi editori supplendo invece un'altra lettera scrissero _Mi'âd_ “giorno prefisso” come si potrebbe tradurre. Ma questa voce oltrechè sarebbe insolita, imbroglierebbe il fatto or che Ibn-el-Athîr ci racconta l'ordine del tradimento palatino, e farebbe mancar la data del giorno; la quale non è probabile che il cronista avesse trascurata, mentre designava il giorno della settimana. Il Natale del 948 cadde appunto in lunedì.
[464] Debbo avvertire che Ibn-el-Athîr dal quale tenghiamo i nomi, narra il tradimento, la cattura, la confiscazione, non il supplizio: il casato che dovrebbe trovarsi dopo il nome di Mohammed è lasciato in bianco in uno dei MSS., e manca al tutto negli altri due. La _Cronica di Cambridge_ al contrario dice della uccisione dei “côlti alla rete, tra i quali un Marisc (in inglese sarebbe Marîsh) e i suoi compagni.” Questo nome fu scritto dal traduttore inglese, Coreish; ma il codice dà chiarissima la iniziale _m_. Non l'ho scritto nel testo, parendomi soprannome e che debba indicare il capo della fazione, cioè Ismaele-ibn-Tabari; e ciò sembra confermato dai significati della voce _Marîsc_ dati dal Meminski, cioè “saetta impennata” e una specie di pomo. _Marîs_ sarebbe dei nomi che si danno ai leone.
[465] Confrontinsi: _Cronaca di Cambridge_, ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn, ll. cc.
[466] Si vegga il Libro IV, capitolo III.
[467] Capitolo X del presente Libro, p. 203-204 di questo volume.
[468] Non va in questo periodo l'autore anonimo della Vita di San Niceforo vescovo di Mileto di cui or or si dirà. Questo autore, probabilmente siciliano, visse nella seconda metà del decimo secolo. Il testo greco è nella Biblioteca imperiale di Parigi, Nº 1181; e M. Hase ne ha pubblicato uno squarcio in nota a Leone Diacono, edizione di Bonn, p. 442.
[469] Leonis Diaconi Caloensis, l. c. L'anonimo dice che i Veggenti per virtù divina abbondavano in Sicilia com'ogni altro prodotto del suolo. Τὸ δὲ καὶ απὸ τινος τῶν ὲν τῇ χώρα δεοπτικῶν (πλεονεκτεῖ γὰρ καὶ τῇ τοῦτων φορᾷ τῆς ἄλλης εὺδηνιας οὺκ ἔλαττον.)
[470] Liutprandi _Legatio_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo II, parte I, p. 485. “_Hippolytus quidam Siciliensis episcopus._” La _Cronica di Cambridge_ citata al capitolo VIII di questo Libro, p. 172, ha: “Leone vescovo della Sicilia;” nè la costruzione arabica permette d'interpretare “uno dei vescovi di Sicilia.”
[471] Si vegga il cap. VII del presente Libro, p. 173.
[472] _De Thematibus_, p. 58, ediz. di Bonn, tomo III, delle opere di Costantino: καὶ τὰς λοιπὰς πόλεις τὰς μὲν ἠφημωμένας, τὰς δὲ κφατουμένας παφὰ τῶν Σαρακηνῶν.
[473] Costantino Porfirogenito, op. cit., p. 60, e _De administrando imperio_, p. 225.
[474] Libro II, cap. XII, p. 470, 471 del primo volume.
[475] Libro II, cap. VI e IX, vol. primo, p. 323, 325, 407.
[476] _Journal Asiatique_, série IV^e, vol. V, 1845, p. 105, nota 9.
[477] Veggasi il Libro IV, cap. III, su la popolazione musulmana al 962.
[478] V'era in Palermo un borgo di Giudei. Ibn-Haukal, nel _Journal Asiatique_, vol. cit., p. 97.
[479] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 71 recto. Sa'îd morì il 302. Il biografo aggiugne che costui toccò i danari per favore di Ibrahim-ibn-Ahmed; non sappiamo se per aver tolto qualche difficoltà fiscale, ovvero per avergli fatto pagare i 400 dînar con tratta sul tesoro di Kairewân. Sa'îd, avvezzo a vita peggio che frugale, spese 200 dînar a fabbricarsi una casa; 50 in vestimenta; 50 in tappeti, stoviglie e altre masserizie; e ne serbò 100 per mantenimento del resto della sua vita. Di che riprendendolo gli amici, rispose che avea a ufo dei 100 dînar, poichè il quarto d'un rotolo di carne gli bastava una settimana. Il primo giorno, dicea, mangio il brodo delle ossa; il secondo quel dei tendini; dal terzo al sesto certi piatti di bietole mescolati or a fave, or a ceci, or a pastinache; e il settimo dì la carne!
[480] Ibn-Haukal, _Journal Asiatique_, vol. cit., p. 93.
[481] Squarcio della vita di Ibn-Giolgiol (in francese Djoldjol) per Ibn-abi-Oseibia, testo e versione di M. Sacy, in appendice alla _Rélation de l'Egypte par Abdallatif_, p. 549, seg., e 493, seg.
[482] Veggasi il Libro I, cap. VI, e Libro II, cap. II, nel volume primo, p. 149, seg., 253, seg.
[483] Questo era soprannome. Il nome intero Abu-Sa'îd-Abd-es-Selâm-ibn- Sa'îd-ibn-Habîb-ibn-Hasân-ibn-Helâl-ibn-Bekkâr-ibn-Rebia', della tribù arabica di Tonûkh. Così il _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 39 verso. Confrontisi Ibn-Khallikân, versione inglese, tomo II, p. 131.
[484] Si vegga il cap. IX di questo III Libro nel presente volume, p. 188. La data della morte si argomenta dal posto dato a questa biografia nel _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 57 verso. Iehia-ibn-Omar spese seimila dînar per lo studio della giurisprudenza. Andò in Spagna, donde fu detto Andalosi; e in Oriente, dove fece, come tutti coloro che il poteano, un corso di lingua e poesia, dimorando nelle tende dei Beduini in Arabia. In cotesta peregrinazione scientifica, durata sette anni, consumò quasi il suo avere. _Riâdh-en-Nofûs_, l. c.
[485] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 79 recto.
[486] Intendo non solamente copista, come suonerebbe tal voce nel medio evo, ma uom dotto che sovente compilava sul dettato dei maestri. Costui segnalavasi tra gli editori d'Affrica per tenace memoria e scrupolosa esattezza.
[487] Il testo dice che costui, per nome Ahmed-Kasri (ossia del Castel vecchio presso Kairewân), non avendo da comperar carta, si vendè il giubbone e col prezzo acquistò dei _rokûk_. Tal voce secondo i dizionarii è plurale di _Rekk_, “carta o pergamena.” La definizione è vaga, o il senso variò coi tempi e i paesi. Ma leggiamo in Masudi, _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 2, che la pomice di Sicilia si adoperava a radere lo scritto nei _difter_ e nei _rokûk_. Indi mi par manifesto che quest'ultima voce significava, nel X secolo, “pergamena vecchia.” La voce che ho reso _carta_ è _wark_. Si comprende poi benissimo che la carta nuova dovesse costare in Affrica assai più cara che i codici latini e greci, merce inutile, da ripassarsi con la pomice prima di adoperarli. Quanti preziosi Manoscritti antichi dovettero perire in questa guisa!
[488] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 79 recto.
[489] Ce ne fornisce un esempio curioso il MS. della Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds, 277, fog. 100 recto, seg. In questa compilazione legale del secolo XVI si tratta tra le altre cose delle acque stagnanti delle quali fosse lecito far uso nelle abluzioni. Come la traduzione vuol che queste acque abbian certo volume, così il compilatore si crede obbligato a indicare i modi geodetici di misurar la superficie delli stagni, e fa a quest'effetto un lungo trattato con figure geometriche.
[490] Aggiungo questo perchè Ibn-Haukal parla del papiro di Palermo, nel _Journal Asiatique_, série IV^e, tomo V, p. 98.
[491] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 77, verso. Ancorchè cotesta biografia si legga nel 316, sembra errore da correggersi 312, secondo l'ordine cronologico che comincia poco innanzi nel _Riâdh_. Secondo Dsehebi, _Kitâb-el-'iber_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 646, tomo I, anno 320, seguì in questo anno la morte di Meimûn, ormai centenario, paralitico e rimbambito.
[492] _Baiân_, testo arabico, tomo I, p. 160.
[493] Op. cit., p. 138. Marwazi è nome etnico che si riferisce a Merw in Khorassân, ad un borgo di Bagdad, e fors'anco ad un villaggio. Veggasi il _Lobb-el-Lobbâb_ di Soiuti, ediz. di Leyde, p. 242, con la nota _t_.
[494] Makrizi, _Mokaffa_, MS. di Leyde 1366, al nome Mohammed; Soiuti, _Tabakât-el-Loghawîn_, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 681, e MS. del dottor John Lee, allo stesso nome. L'epoca e la qualità di liberto degli Aghlabiti, fan supporre nato costui in Sicilia, ove si fossero rifuggiti i genitori. La famiglia par di origine persiana a cagion di quel nome di Korassân, quantunque non abbia la forma di aggettivo patronimico che sarebbe Khorassânî. I Beni-Korassân furon signori di Tunis nel XII secolo.
[495] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 60 recto. L'autore Maleki, il quale non visse di certo innanzi la fine del X o principii dell'XI secolo, cita qui con la frase: _Narra Abu-Bekr_ etc. Da ciò argomentiamo che Maleki avea sotto gli occhi uno scritto, non un racconto inserito da autore più moderno, il cui nome avrebbe citato com'ei suole.
[496] Costui non è detto siciliano nel _Riâdh_; ma lo sappiamo d'altronde. Si vegga a p. 224, nota 3.
[497] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 107 verso.
[498] Si vegga la p. 222.
[499] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 73 verso.
[500] Si vegga il Libro II, cap. X, p. 420, del primo volume.
[501] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 79, verso. È da avvertire che la biografia di Abu-Hasan-Harîri è messa il 316, ma trovandosi tra il 322 e il 323, è da supporre uno sbaglio nella data.
[502] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 61 recto. La morte di Wâsil è riportata al 294. Ho scritto il soprannome Sari, secondo Dsehebi, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 802, il quale avverte che un altro nome scritto in arabico con le stesse consonanti si pronunzia Sorri.
[503] Si vegga il Libro II, cap. V, VII, IX, X, vol. I, p. 300, 342, seg., 352, 391, 423, 427; Libro III, cap. III, VI, vol. II, p. 63, 64, 124.
[504] Ibn-Haukal, _Journal Asiatique_, IV serie, vol. V, p. 99, parla d'una miniera di ferro presso Palermo, ch'era stata posseduta da un di casa d'Aghlab.
[505] Veggasi Libro III, cap. II, p. 58 di questo volume, e Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 35 recto, 36 recto, 148 verso. Da quest'ultimo luogo Casiri trasse la notizia ristampata dal Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 237, lin. 6, la quale non appartiene propriamente alla storia letteraria di Sicilia.
[506] Th'âlebi avverte (MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1370, sezione prima, lib. X, fog. 66, recto) che del Maghreb (Affrica e Spagna) non avea alle mani antologie, ma poesie volanti raccolte qua e là. Pure è notevole ch'ei ne dia di molti Spagnuoli, di pochi appartenenti alla corte fatemita d'Egitto e di nessun Affricano nè Siciliano. Un sol tripolitano che vi si trova è di Tripoli di Siria.
[507] Tigiani, _Rehela_, MS. di Parigi, fog. 97 Terso, seg. Traduzione francese, p. 190, seg.
[508] Ibid.
[509] Si vegga in questo Libro III, cap. X, p. 199.
[510] Si vegga il Libro II, capitolo X, p. 420 del primo volume.
[511] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 79 verso.
[512] _Kattân_ significa tessitore o mercatante di cotone.
[513] _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 79 verso.
[514] Zaccaria.....el-Cazwîni's, _Cosmographie_, testo arabico dell'_'Agiâ'ib-el-Mekhlûkât_ pubblicato dal prof. Wüstenfeld, p. 125. L'autore dice un pesce lungo una spanna, e che la nave era presso B rtûn; il quale non so a che luogo risponda.
[515] _Kelb_, vuol dir “cane.” Questo nome d'un dei progenitori della tribù fu dato forse, come usavano gli Arabi avanti Maometto, pel caso d'essersi visto, o sentito abbaiare, un cane alla nascita del fanciullo.
[516] Libro I, capitolo VI, p. 135, nota 1, e p. 136 del primo volume. Si vegga anche Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione di M. Des Vergers, passim; Conde, _Dominacion de los Arabes en España_, parte I, cap. 22, 32, 33, 35; Makkari, _Mohammedan dynasties in Spain_, versione del prof. Gayangos, tomo II, p. 41, 66.
[517] Libro I, capitolo VII, p. 171 del primo volume.
[518] Nowairi, _Storia d'Affrica_, in appendice alla _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, versione del baron De Slane, tomo I, p. 391.
[519] Makrizi, citato da Sacy, _Chrestomatie Arabe_, tomo I, p. 137.
[520] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 15. La versione “_tum quod de majoribus suis optime meritus fuisset_,” si corregga: “ed anche per essere stati i maggiori di Hasan, fedeli servitori degli antenati di Mansûr.” Così evidentemente si risalisce al Mehdi.
[521] Veggasi il Libro III, cap. IX, p. 191.
[522] Sapendo male l'arabico e peggio il diritto musulmano, Marco Dobelio Citeron tradusse: “_dedit insulam Siciliæ_ in feudum ec.,” negli estratti di Scehâb-ed-dîn-Omari, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 59. Il Di Gregorio sospettò l'errore, ibid., nota _f_; e con minore incertezza lo ha condannato il Wenrich, lib. II, cap. 230, p. 270, 271. Il fatto di cui nè l'uno nè l'altro si accorsero, è che il compilatore copiava Abulfeda, e che però abbiamo il testo arabico, quantunque siasi perduto il MS. di Scehâb-ed-dîn. Or Abulfeda dice meramente che Mansûr diè il _waliato_ (ossia oficio d'emir) di Sicilia ad Hasan. _Annales Moslemici_, tomo II, p. 446, anno 336. Il Martorana scansò l'errore senza confutarlo.
[523] _Notizie storiche dei Saraceni Siciliani_, tomo I, p. 92, II, p. 15.
[524] L'ho accennato, Libro I, capitolo IV, p. 147, del primo volume, e Libro III, cap. I, p. 5, del presente. _Wâli_, in rapporto di annessione con altri titoli di magistrato, significa altro. _Emir_, legato alla voce “esercito,” significa meramente “capitano.” In tempi più recenti si son chiamati _emir_ tutti i discendenti di famiglia principesca ed anche que' di Maometto.
[525] Nè anco la _Cronica di Cambridge_, scritta al tempo dei Kelbiti. Pur fu questa che suggerì la distinzione al Martorana, poichè Hasan è il primo emiro di cui noti la elezione (948). Ma degli altri il cronista non la disse, ignorando forse la data; e in ogni modo ei ben dà il titol d'emiro a Sâlem (917-937).
[526] Veggansi: Libro II, cap. V, VI, VII, IX, X, e tutto il libro III. Prendendo a caso qualche esempio in Ibn-el-Athîr, si trova il titolo di emir di Sicilia negli anni 835, 851,882, 895, 925; frammessovi talvolta il titolo di _wâli_, e chiamandosi sempre l'oficio _waliato_. Così negli altri annalisti musulmani. Il _Bâian_ dà nell'835 il titolo di _Sâheb_, del quale si è detto a suo luogo.
[527] Wenrich, _Commentarii_, lib. I, § 229, p. 269. I passi ch'ei cita dell'opera del barone De Hammer su la Costituzione dell'impero musulmano doveano farlo accorto del vero; tanto più che De Hammer gli forniva il nome di un emir di Sicilia nell'880; e che egli stesso ne avrebbe potuto vedere molti altri nei testi arabici. Ne uscì scrivendo: _Utcumque vero rex se habuerit, id certe constat dignitatem illam in Hasani Calbitæ familia, hereditario quasi jure postmodum remansisse._ E col _quasi_ sdrucciolò su quell'altro intoppo dell'oficio rimaso per un secolo nella medesima famiglia.
[528] Lo stesso punto di diritto pubblico si trattò per l'Affrica propria nel 361 (971-72), allorchè Moezz, trapiantando la sede in Egitto, dovea non ristorare ma instituire l'emirato nella provincia. Proffertolo ad un Gia'far-ibn-Ali di schiatta arabica, questi domandò pien potere nella elezione dei magistrati, nell'amministrazione della finanza e in ogni altro atto di governo; senza obbligo di render conto dell'azienda nè di aspettare l'approvazione del califo per mandare ad effetto i provvedimenti. Moezz gli rispose in collera che volea farsi principe in vece di lui. Accomiatatolo, si volse al berbero Bolukkin, fondatore della dinastia zirita; il quale domandò al contrario che il califo eleggesse i magistrati, gli amministratori della finanza, i capitani delle milizie; che gli affari più rilevanti si trattassero in un consiglio degli oficiali pubblici; e ch'egli, Bolukkin, facesse eseguire le decisioni del Consiglio. Moezz scelse lo Zirita; dicendo pure a un suo fidato, che quegli andrebbe per via più lunga allo stesso scopo al quale Gia'far volea giugnere d'un salto. Makrizi, _Kitâb-es-Solûk_, versione presso Quatremère, _Vie da calife fatimite Moezz_; _Journal Asiatique_, (novembre 1836 e gennaio 1837), estratto, p. 87, 88.
[529] Adopero indistintamente _Sultano_ e _Soldano_ che son varianti di trascrizione; l'una secondo l'uso nostro d'oggi, l'altro come suonava agli orecchi dei nostri padri al tempo che le repubbliche italiane teneano i commerci del Levante. I principi ottomani seguendo le tradizioni dei principi turchi dell'Asia Minore e delle varie dinastie d'Egitto dopo Saladino, preferiscono tuttavia il titol di Sultano a quel di califo, ch'ebbero per cessione, al certo illegale, della seconda dinastia abbassida.
[530] Si veggan queste nell'opera di Domenico Spinelli principe di San Giorgio, _Monete cufiche_ etc., Napoli 1844, un vol. in-4, p. 1, seg. Ma dubito di alcune, delle quali non mi sembrano ben trascritte le leggende.
[531] Si vegga la lista in Mortillaro, _Opere_, tomo III, p. 377, seg. Se ne aggiungano altre 14 che ve n'ha nella collezione del Cabinet des Médailles, a Parigi, e tre altre pubblicate dal sig. Federigo Soret, _Extrait des Mémoires de la Societé imp. d'Archéologie_, Saint-Petersbourg, 1851, p. 50, 51, n^i 122, 124, 125.
[532] Cedreno, ediz. di Bonn, tomo II, p. 358.
[533] Ibn-el-Athîr, anno 336, MS. C, tomo IV, fog. 350 verso; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 167; i quali autori parlano di _Rûm_, e si deve intendere di que' soli di Sicilia, poichè Costantino ricusò di pagare il tributo per la Calabria.
[534] Ibn-el-Athîr, anno 340, C., tomo IV, fog. 353, verso. L'annalista qui dice Rûm di Sicilia; ma par si debba intendere di Calabria e di qualche città più forte di Sicilia, come Taormina e Rametta.
[535] Cedreno, l. c. È da credere, per men vergogna delle armi bizantine, che le dette forze fossero venute parte innanzi e parte dopo la state del 950. Cedreno, come ognun sa, non ricorda mai le date.
[536] Confrontinsi: _Cronica di Cambridge_, anni 6459-6460, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 49, 50; Ibn-el-Athîr, anni 336 e 340, MS. B, p. 263, seg., MS. C, tomo IV, fog. 350 verso, seg., e 353 verso; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione di M. Des Vergers, p. 167, 168, dove in vece di _Sire Doghous_ si legga _stratego_; e _Storia dei Fatemiti_, MS. arabo di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quater, tomo IV, fog. 18 verso, con la traduzione di M. De Slane in appendice alla _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tomo II, p. 529. È da avvertire che Ibn-el-Athîr narra i medesimi fatti con circostanze diverse, nei due capitoli del 336 e del 340. Così anche Ibn-Khaldûn nei due luoghi ch'io cito, il secondo dei quali contien parecchi errori. Ho tradotto _salmerie_ la voce che la versione latina della _Cronica di Cambridge_ rende _cameli_, aggiugnendo al testo un punto diacritico che non v'ha. In vero questa voce arabica non ha la forma che apparterrebbe al plurale di nave oneraria, o salmeria. Ma che andavano a fare i cameli nelle montagne e selve di Calabria?
[537] La _Cronica di Cambridge_ dice di soli statichi, Ibn-el-Athîr di solo danaro; nè l'una nè l'altro particolareggiano i patti.
[538] La presa d'Ascoli è registrata da Lupo Protospatario, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 54. La data ch'è del 950 par si debba correggere 951.
[539] Cedreno, l. c. Si vegga la nota 1 della pagina 242.
[540] Cedreno dice che il capitan musulmano, innanzi la battaglia, confortò i suoi a non temere un esercito ove i soldati erano maltrattati dai condottieri; alludendo alle taglie e ingiurie con che il patrizio e lo stratego aveano offeso i sudditi. Mi è parso di accettare il fatto morale, non il materiale del discorso di Hasan; il quale sembra dettato al Cedreno dall'arte rettorica con che si è scritta la storia per tanto tempo.
[541] Confrontinsi: _Cronica di Cambridge_, anno 6461, op. cit., p. 50; Cedreno, Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn, ll. cc; Lupo Protospatario, anno 951 presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 54, dove si legge: “_Malachianus fecit prælium in Calabria cum Saracenis et_ cecidit.” Il giorno della battaglia si ricava da Ibn-el-Athîr, il quale lo dice diverso nei due racconti del 336 e del 340; che son d'origine evidentemente diversa. Nel primo è la festa di _Aráfat_ ossia il 9; nel secondo quella del _Dhohâ_ ossia il 10 di _dsu-l-higgia_; il qual divario vien forse dal conto astronomico che precede il civile di mezza giornata. Il nome del patrizio Μαλακένος, dato dal Cedreno, è trascritto nella Cronica di Cambridge M””l”gên o M””l”gân e in Lupo _Malachianus_. Novella prova del fatto da noi già notato, che in Sicilia il _x_ si pronunziava _c_ ovvero _g_, almen dal IX secolo in poi. In Puglia si rendea con l'antico suon latino _ch_.
[542] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, e Cedreno, ll. cc. Ho notato sopra che Ibn-el-Athîr dia due narrazioni diverse di questa impresa dal 952. Le narrazioni differiscono anche sul modo della tregua; leggendosi nel cap. del 336 che entrato l'anno 341 (28 maggio 952), e stando Hasan tuttavia all'assedio di Gerace, venne a trovarlo un ambasciatore di Costantinopoli, col quale fece la tregua e passò indi a Reggio. Lo stesso autore, nel capitolo del 340, scrive che, assediata Gerace, _fu fatta_ composizione per danaro, e che Hasan poscia _mandò_ uno stuolo alla _città_ di Petracucca. La tregua di Gerace fu dunque per la sola città, e si estese poi alla provincia; ovvero si fermò a Gerace per tutta la Calabria? In quest'ultimo caso si potrebbe supporre che Pietracucca fosse stata assalita, sia contro i patti, sia perchè non obbediva all'imperatore e però non entrava nella tregua.
[543] Il fatto è indubitabile, leggendosi nella Cronica di Cambridge e in Ibn-el-Athîr. Il nome nella Cronica è _B tra”ûka_, dove si potrebbe porre un _f_. ovvero un _k_ al luogo che ho segnato con virgolette, mancandovi i punti diacritici. In ogni modo è inesatta la trascrizione e versione latina, dove le prime tre consonanti furono attribuite al nome geografico e delle altre si compose un avverbio, molto inopportuno. 1 MSS. d'Ibn-el-Athîr hanno _B tr kûka_. La stessa lezione si trova nel _Mo'gem-el-Boldân_ di Iakût, il quale trascrive un passo d'Ibn-Haukal, che pone appunto _B tr kûka_ tra Gerace e Reggio; e la menzione fattane in suo breve cenno prova che nel X secolo fosse terra importante per popolazione o commercio. Due secoli dopo Ibn-Haukal, Edrisi ha _B tr kûna_, secondo i MSS. di Parigi, i quali sendo di scrittura africana, vi si può leggere un altro k in vece della n senza far violenza al testo. Ed è nome, dice Edrisi, d'un fiumicello che mette foce a tre miglia dal capo Gefira (Zephyrium) e sei miglia da Bruzzano: come va corretta la versione di M. Jaubert, tomo II, p. 116, che salta queste e altre cifre di distanze. Invano ho cerco nelle carte e descrizioni della Calabria il nome moderno di questo luogo. Il sito risponde a Pietrapennata o Brancaleone, e si dèe supporre in monte, atteso quel nome di Petra. Cocca, cucco, e simili son voci di bassa latinità e bassa grecità, passate nell'idioma nostro e nei dialetti di Calabria e di Sicilia dove _cucca_ significa civetta, coccoveggia.
[544] Nella sola _Cronica di Cambridge_ troviamo dopo _B trakûka_ l'altro nome geografico _Rm t sa_. Rametta in Sicilia non può essere; poichè la stessa Cronica scrive il nome altrimenti. Roseto e Tremiti mi sembrano le lezioni più probabili; la seconda delle quali s'accorderebbe con l'assalto al Gargano.
[545] _Chronicon Sanctæ Sophiæ_ presso Muratori, _Antiquitates Italicæ Medii Ævi_, tomo I, p. 253. Gli assalitori poteano esser Cretesi; ma sembra più probabile che l'armata siciliana, dopo la tregua coi Bizantini, abbia infestato i dominii di Benevento
[546] _Cronica di Cambridge_, l. c., la quale porta questi fatti nel 6461 (1 sett. 952 a 31 agosto 953) quando forse Hasan fece ritorno in Sicilia. Il Rampoldi, tomo V, p. 284, anno 954, fa _sequestrare_ il navilio siciliano, e condurlo in Affrica, cioè applica ai legni ciò che la cronica scrive del Capitano. Martorana e Wenrich lo seguono. È da avvertire che gli Annali arabici dan sempre Hasan come capitan supremo nelle due imprese del 951 e del 952. Coteste vittorie de' Musulmani in Calabria sono ricordate in termini generali da Iehia-ibn-Sa'îd, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 131 A, fog. 87 verso.
[547] Il testo dice _fabbricò_; par si debba intendere che _acconciò_ ad uso di moschea qualche edifizio della città.
[548] Ibn-el-Athîr, anno 336, MS. B, p. 263; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 168, 169, dove per errore di stampa è detto: “El Haçan retourna alors à Kharadja où il bâtit etc.” In luogo di Kharadja, dèe dire Reggio, come nel testo arabico. Terminando il racconto di queste imprese di Hasan in Calabria, avverto averne escluso i fatti che si leggono dal 948 al 952 nella Cronica di Arnolfo e nelle interpolazioni alla Cronica della Cava, pubblicate l'una e le altre dal Pratilli, tomi III e IV; della quale impostura non diffidò sempre il Martorana, nè prima di lui il De Meo, _Annali... del Regno di Napoli_, tomo V, p. 288 a 325.
[549] Ibn-el-Athîr, anno 340, MS. C, tomo IV, fog. 353 verso, ed Ibn-Khaldûn, l. c., scrivono chiaramente che Hasan _lasciò in luogo suo_ il figlio; ma è certo più esatto il linguaggio di Abulfeda, _Annales Moslemici_, tomo II, p. 446, anno 336, e di Ibn-Abi-Dinar, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 851, fog. 37 verso, dei quali il primo aggiugne che Moezz confermò Ahmed e il secondo, più precisamente, che lasciato da Hasan a reggere la Sicilia in sua vece Ahmed, il califo _rinnovò l'atto di elezione_ in persona di costui. Abulfeda trascrive le parole d'Ibn-Sceddad, autore del XII secolo. Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 15, dice: “E Hasan chiese a Moezz _che onorasse suo figlio_ Abu-Hasan col titolo di wali di Sicilia etc.;” come si dèe leggere la vece dell'erronea versione “_a quo cum nobilissimus filius ejus_ etc.” La data esatta si trova anche in Abulfeda; secondo il quale Hasan era rimaso in Sicilia cinque anni e due mesi; e però la partenza per l'Affrica va posta in giugno o luglio 953.
[550] _Cronica di Cambridge_, presso Di Gregorio, op. cit., p. 50, anno 6462 (1 sett. 953 a 31 agosto 954).
[551] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, anno 344, MS. B, p. 286; Abulfeda, _Annales Moslemici_, stesso anno, tomo II, p. 462; Ibn-Khaldûn, _Storia dei Fatemiti_, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quater, tomo IV, fog. 20 verso; Conde, _Dominacion de los Arabes_ etc., parte II, cap. 85; Quatremère, _Vie de Moezz_ nel _Journal Asiatique_, novembre 1836, serie III, tomo II, p. 404, dove è citato un altro luogo di Ibn-Khaldûn. L'armata che assalì la Spagna è detta siciliana da Ibn-Khaldûn nel primo dei passi citati. Conde scrive che vi fossero navi d'Affrica e di Sicilia, e dà altri particolari, cavati forse da autori spagnuoli; ma non ci possiam fidare alla sua critica nè alle sue versioni.
[552] _Cronica di Cambridge_, anno 6462 (953-54) presso Di Gregorio, op. cit., p. 50. Il nome è _Asur b l s_ con la prima _s_ del suono della _ç_ francese. Sembra composto da Ασσύριος e ποῦλος che in greco moderno è desinenza patronimica; e però la voce intera sarebbe nome di persona o famiglia discendente da quella che i Bizantini s'ostinavamo a chiamare classicamente Assiria.
[553] La data del 955, che va corretta 956, si trova in Lupo Protospatario. Veggasi Muratori, _Annali d'Italia_.
[554] Confrontinsi: _Theophanes continuatus_, ediz. di Bonn, p. 453, 454; e Cedreno,. tomo II, p. 359; delle quali la prima, è cronica di corte e contemporanea; la seconda, compilazione del XII secolo e differente dalla cronica in molti particolari, non si sa dove attinti. Nè l'una nè l'altra metton date o riscontri cronologici. Quanto alla guerra coi Musulmani di Sicilia, gli annali arabi tacciono; nè abbiamo altra guida sicura che qualche cenno della _Cronica di Cambridge_, con che potremo interpretare la vaga rettorica e spesso bugiarda, de' due bizantini.
[555] _Cronica di Cambridge_, anno 6464 (956-7), op. cit., p. 50; Ibn-el-Athîr, anno 345 (14 aprile 956 a 2 aprile 957), MS. B, p. 289, scrive: “Quest'anno Hasan-ibn-Ali, sâheb di Sicilia, usci con grosso navillio contro il paese dei Rûm.”
[556] Ibid. Suppongo dai fatti seguenti la dimora di Ammâr in Calabria e la ritirata di Basilio dall'isola.
[557] Confrontinsi: _Theophanes continuatus_, ediz. di Bonn, p. 454, 455, e Cedreno, stessa edizione, tomo II, p. 359, 360; _Cronica di Cambridge_, l. c., anni 6466, 6467 (1 settembre 957 a 31 agosto 959). La Continuazione di Teofane dà evidentemente il rapporto oficiale del patrizio, con reticenze e confusione di tempi. Cedreno ci ha conservato l'altra tradizione, che non si trova nei cronisti contemporanei conosciuti da noi.
[558] _Cronica di Cambridge_, l. c.
[559] De Meo, _Annali del Regno di Napoli_, tomo V, p. 358, anno 958. Il solo mallevadore è l'autore anonimo degli Atti di Sant'Agrippino. Se il fatto si può ammettere, parmi abbia ragione il De Meo a porlo il 958 piuttosto che il 961, com'altri avea pensato.
[560] _Cronica di Cambridge_, l. c, anni 6468 e 6469 (i settembre 959 a 31 agosto 961). Il nome che trascrivo Afrina coi primi editori, è scritto senza punti: onde può esser composto delle lettere seguenti: 1. _a_ _o_ _i_; 2. _f_, _k_; 3. _b_, _t_, _th_, _n_, _i_; 4. idem; 5. _a_ ovvero _h_ aspirata.
[561] Cedrone, l. c.
[562] Ibn-Sceddâd, dal quale è tolto questo passo d'Abulfeda, _Annales Moslemici_, tomo III, p. 446, seg., anno 336. Vi si accorda Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 37 verso. Entrambi pongono il fatto nel 347 (24 marzo 958 a 12 marzo 959), e dicono solo dell'andata di Ahmed coi trenta, senza nominare Hasan.
[563] _Cronica di Cambridge_, anno 6469 (1º sett. 960 a 31 ag. 961), presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 50, dicendo di Hasan e non di Ahmed. Il divario della data non monta, o accenna viaggi diversi.
[564] Il Martorana, tomo I, p. 100, e il Wenrich, lib. I, cap. XIV, § 128, p. 164, interpretano che i trenta fossero iti a far professione di rito sciita. Ma le parole della Cronica che ho citato portano piuttosto ad affiliazione alla setta ismaeliana. Il giuramento non occorrea per la esaltazione del principe, riconosciuto in Sicilia da parecchi anni. Nè giuramento poi, nè solenne professione si facea del rito sciita; il quale, differiva dall'ortodosso in una frase dell'appello alla preghiera e in pochi punti di dritto, e però la pratica di quello dipendea dagli oficiali del governo, nè i privati ci avean che fare. D'altronde si è già notato quanto agognasse la novella dinastia a far proseliti alla setta ismaeliana. Veggasi Libro III, cap. VI, p. 136, 137.
[565] _Cronica di Cambridge_, l. c. La voce che traduco “stipendii militari” si potrebbe leggere in altro modo, e significherebbe “acquisti.” Ma qui tornano a sinonimi; perchè, non essendovi per anco terre da dividere, il principe non potea donarne di quelle dello Stato, ma solo assegnare temporaneamente le entrate di esse. Veggasi il Libro III, cap. I, p. 16, seg., di questo volume.
[566] _Cronica di Cambridge_, l. c.
[567] Abulfeda, e Ibn-abi-Dinâr, ll. cc. S'intende ch'essi non fanno motto dei pensieri ch'io attribuisco a Moezz, ad Hasan ed ai nobili Siciliani.
[568] Nowairi citato da Quatremère, _Vie de Moëzz_ nel _Journal Asiatique_, III^e série, tomo II, p. 420.
[569] D'Ohsson, _Tableau de l'empire ottoman_, libro II, cap. 17.
[570] Abulfeda e Ibn-abi-Dinâr, ll. cc.
[571] Secondo le tavole di popolazione di Francia e di qualche provincia d'Italia che ho avuto alle mani, i fanciulli maschi di 7 anni sono il centesimo della popolazione. Supponendo metà dei 15,000 di sette anni e metà oltre gli otto, la popolazione musulmana di Sicilia nel 972 tornerebbe a 750,000 il qual numero non discorda dai computi che abbiam fatto con altri dati, Libro III, cap. XI, pag. 216 di questo volume. Il Palmieri, nella _Somma della Storia di Sicilia_, Palermo 1834, vol. I, p. 376, su questo medesimo dato ragiona i Musulmani dell'isola a 300,000. E sbaglia; perchè suppone istituita allora la circoncisione dai Fatemiti, e che si fosse praticata in Sicilia per la prima volta, e però su tutti i fanciulli di ogni età.
[572] Nowairi dice 1570. Nel supposto che fosse la quinta del principe si ragionerebbe a 9000 anime la popolazione di Taormina. Ma forse non era luogo ad osservare la proporzione legale, perocchè Moezz potea aver mandato soldatesche di schiavi, e prender come sua propria la parte che lor toccava dei prigioni e del bottino.
[573] Si confrontino: _Cronica di Cambridge_, anno 6470-71, op. cit., p. 51; Ibn-el-Athîr, anno 351, MS. B, p. 302; Abulfeda, _Annales Moslemici_, anni 336 e 351, tomo II, p. 446, seg., 478; Nowaîri, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 15, 16; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 170, e _Storia dei Fatemiti_, MS. di Parigi, Supl. Arabe, 742 quater, vol. IV, fog. 20 verso, e traduzione di M. De Slane in appendice alla _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tomo II, p. 542; Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 37 verso, seg.; Lupo Protospatario, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 54.
[574] Si vegga per Siracusa nel 964, il séguito del presente capitolo, e nel 969 il capitolo V di questo Libro IV. Per altre città non ho testi da poter citare.
[575] Si vegga il Libro II, cap. X, pag. 426 del primo volume.
[576] Si confrontino: _Cronica di Cambridge_, anno 6471 (962-3), op. cit., p. 51, e Nowairi, op. cit., p. 16.
[577] Cotesta voce e il fatto si trovano nel solo Nowairi. Le _'arrâde_, macchine da gitto più picciole del mangano, come le spiegano i dizionarii, erano già in uso nel decimo secolo appo gli Arabi, facendone menzione Mawerdi, ediz. Enger, p. 75.
[578] Nowairi, l. c.
[579] Secondo gli autori bizantini citati da Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, Libro LXXIV, cap. 46, ambo i califi, abbassida e fatemita, abbandonarono i Cretesi, visto non poterli aiutare. Presso alcuni annalisti musulmani corse l'errore che Moezz avesse mandato forze che liberaron Creta; il qual fatto M. Quatremère notò in una compilazione persiana, e giudiziosamente lo suppose dato per anacronismo invece della sconfitta di Costantino Gongile del 958. Veggasi il _Journal Asiatique_, III^e série, tomo II, p. 420, 421. Ma mi è avvenuto di trovare appunto lo stesso racconto in Ibn-el-Athîr, anno 351 (962), MS. C, tomo IV, V, e nell'altro MS. di Parigi, Supl. Arabe, 741 bis, fog. 228 verso; se non che in un MS. si legge ben Creta, e nel secondo “l'isola di....” lasciando il nome in bianco. Indi si potrebbe supporre che, in vece d'anacronismo, lo sbaglio fosse nel nome. E mi è parso di farne menzione, perchè l'isola potrebbe per avventura esser Malta.
[580] Ibn-el-Athîr.
[581] Nowairi.
[582] Nowairi. Questo compilatore scrive Magi. Il Di Gregorio tradusse Persis; M. Quatremère, op. cit., notò in parentesi _Normands_. Senza il menomo dubbio si tratta de' Pauliciani, ai quali l'eresia manichea potea ben meritare appo i Musulmani la volgare appellazione di Magi. Noi sappiamo che le legioni di Tracia erano composte di Pauliciani e che aveano trionfato a Creta. Si veggano Le Beau, op. cit., libro LXXIV, cap. 14, e Gibbon, _Decline and Fall_, cap. LIV, nota 4.
[583] Le Beau, l. c.
[584] Leone Diacono Caloense.
[585] Ibn-el-Athîr.
[586] _Vita di San Niceforo vescovo di Mileto_.
[587] Leone Diacono, e _Vita di San Niceforo_.
[588] _Vita di San Niceforo_.
[589] Leone Diacono.
[590] Liutprando. Ognun sa la sua rabbia contro i Bizantini, come lombardo; e contro Niceforo Foca perchè l'accolse freddamente o peggio, quando Otone primo il mandò oratore a Costantinopoli.
[591] Ibn-el-Athîr, Nowairi e gli altri Arabi. Il nome di Berberi si ricava dalla sola Cronica di Cambridge, dove fu franteso dai primi editori e con essi dal Di Gregorio; talchè tradussero in latino: “_cum copiis Ben-Aber_.” In vece di questo nome proprio, si dèe leggere senza il menomo dubbio Berâber, ch'è il plurale di Berbero.
[592] Ibn-el-Athîr, Nowairi, e gli altri Arabi.
[593] Coteste fazioni sono accennate dal solo Leone Diacono, in mezzo a luoghi comuni di rettorica, che mi fecero stare in forse se lo scrittore ci avesse anche ficcato, come luogo comune di erudizione, tutti i nomi classici che gli sovvenivano della geografia di Sicilia. Ei dà a Termini l'antico nome d'Imera, nè fa parola di Rametta. I Siciliani non potendo difendere le città, si ritraggono sui monti e nelle selve. I Romani, inseguendoli là dove i fronzuti rami togliean la vista del sole, sciolgono la falange, onde son côlti dai barbari in un agguato tra greppi e caverne, ec. Pur tra coteste frasi da scuola, le fazioni delle quattro città nominate hanno sembianza di vero; tantopiù che sappiamo da altre fonti che i Musulmani dopo le vittorie di Rametta e del Faro, ebbero a combattere in varii luoghi. Perciò ammetto la testimonianza.
[594] Θεοπτικῶν.
[595] Credo così render meglio che con versione litterale il testo ἀναγωγίαν πλείστην τῶν στρατηγῶν. _Vita di San Niceforo vescovo di Mileto_.
[596] Veggasi Libro III, cap. X, pag. 427 del primo volume.
[597] Si vegga il Libro II, cap. XII, vol. I, pag. 468, nota 4, ed il Libro III, cap. IV, pag. 85, nota 1. I nomi topografici son dati qui dal solo Nowairi; nei due MS. del quale, Demona si riconosce con certezza. Non così l'altro nome che ha le lettere _””Ksc_ ovvero _””Ks_, rimanendo molto dubbie le prime due. Preferisco la lezione del migliore tra i MSS. di Edrisi.
[598] Nowairi; ma non dice se per terra o per mare. È più probabile il primo, e che Ahmed abbia dovuto allungare il cammino per iscansare Termini, occupata dal nemico.
[599] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr e Nowairi. Questi, come dicemmo, non dà il nome della strada che tenne Manuele; ma la sola che gli restava, e la più breve delle due praticabili, era quella di Spadafora. Tal conseguenza necessaria è confermata dal fatto della schiera posta su la via di Palermo.
[600] Ibn-el-Athîr, e Nowairi.
[601] I compilatori dicono che Ibn-'Ammâr andò incontro a Manuele, senza particolareggiare il luogo dove si combattesse avanti la ritirata nel campo. Ma è evidente che fu nella gola di Spadafora. Ibn-'Ammâr non poteva aspettar nel piano un nemico sì superiore di numero e di cavalli.
[602] Ibn-el-Athîr, Nowairi ec.
[603] Cotesti versi, dati dal solo Ibn-el-Athîr, sono di Hosein-Ibn-Homâm della tribù di Morra, e si leggono nell'antologia poetica intitolata _Hamasa_ ossia “della virtù in guerra,” testo arabico pubblicato dal Freytag, p. 92, 93. Hosein visse avanti l'islamismo; il poco che sappiam di lui, si vegga nel Commentario dell'_Hamasa_, l. c., e in Ibn-Doreid “Libro etimologico,” testo pubblicato a Gottinga dal Wüstenfeld, p. 186. I versi recitati dai combattenti provano che questi fossero Arabi, e però della colonia siciliana; poichè Moezz avea mandato d'Affrica soldatesche berbere. Il _giund_ arabico d'Affrica, se pur ne rimaneva in questo tempo, era ridotto a picciol numero e niente disposto a venire in Sicilia.
[604] Nowairi scrive: fin dopo la prece del _Zohr_, che si fa passato mezzodì; Ibn-el-Athîr all'ora dell'_'Asr_, che in quella stagione tornerebbe a ventun'ora e mezza, a modo dei nostri antichi.
[605] Ritraendosi cotesti particolari dagli Arabi, non v'ha il menomo sospetto di fattura rettorica. Non è al certo in lor annali che gli Arabi dan volo all'immaginazione.
[606] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Nowairi, Ibn-Khaldûn. Il Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 18, tradusse l'ultima parte della leggenda incisa su la spada “multum is sanguinem fadit in manibus Apostoli Dei,” scostandosi dalla versione francese di M. Caussin; il quale (_Histoire de Sicile... du Nowairi_, pag. 34, in appendice a Riedesel, _Voyages en Sicile_ ec.) gli rimbeccò che la frase arabica “nel mezzo delle mani” significa non già “nelle mani” ma “in presenza.” E ciò è verissimo; quantunque si potrebbe allegare a difesa del Di Gregorio qualche raro esempio ch'egli non conoscea di certo, nel quale la detta frase ha il significato litterale “nelle mani” ovvero “per le mani.” Ma nel caso nostro parmi dubbio essere stata cotesta spada in pugno non che di Maometto, ma d'alcun dei primi guerrieri dell'islamismo. Litteralmente abbiamo: “lungo (è) quanto fu percosso con esso (brando) nel mezzo delle mani ec.;” il che si può intendere in presenza di Maometto, dalla parte sua o dalla parte contraria. E mi appiglierei a quest'ultimo supposto anzi che ai primo, per l'ambiguità che pare studiata, e sopratutto perchè manca la formola (ferì) “nella via di Dio” cioè in difesa della religione. Il peso della spada torna da sette ad ottocento grammi, variando il mithkal secondo i tempi e i luoghi.
[607] Nowairi. L'appellazione _'Ilg_ non si dava ordinariamente ai Bizantini (_Rûm_) nè ai Persiani (_'Agem_). Il compilatore, o forse il cronista, adoperò la stessa voce _'ilg_ per designare il Palata alemanno, o piuttosto armeno, di cui nel Libro II, cap. I, p. 247 del primo volume.
[608] Confrontinsi: Abulfeda, Nowairi, Ibn-Khaldûn. La data della morte si trova soltanto nel primo e nella _Cronica di Cambridge_, secondo l'uno del mese di dsu-l-ka'da (8 nov. a 8 dic.), secondo l'altra in novembre.
[609] Ibn-Khaldûn, sì come il nostro Vico, notò che tentava una scienza novella. Si vegga la Introduzione nel primo volume della presente Storia, pag. LIV.
[610] Ibn-el-Athîr e qualche particolare da Nowairi.
[611] Nowairi.
[612] I cronisti bizantini, cominciando da Leone Diacono, son sì mal informati, che dicono preso il navilio bizantino nel porto di Messina dal nemico che inseguiva gli avanzi delli sbaragliati di Rametta. La nuova corse al par confusa nell'Italia di mezzo, poichè Liutprando dice ucciso Manuele e preso Niceta nella stessa battaglia tra Scilla e Cariddi.
[613] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, Nowairi, Ibn-Khaldûn.
[614] Liutprando.
[615] Ibn-el-Athîr, e in due luoghi Ibn-Khaldûn. Il professore Fleischer, rivedendo le stampe della _Biblioteca Arabo-Sicula_, ha proposto di leggere qui “sfondare” invece di “ardere;” i quali due verbi non differiscono in scrittura arabica che per un punto diacritico su la prima lettera. Ma i MSS. sono uniformi nella lezione che io seguo. E la probabilità, in una battaglia navale, mi par maggiore per l'effetto di appiccare l'incendio gittandosi a nuoto con una fiaccola di fuoco greco, che per quello di tuffare con un palo di ferro e lavorar su i fianchi di una grossa galea.
[616] Nowairi.
[617] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn. Entrambi dicono espressamente che la battaglia dello Stretto seguì nel 354.
[618] Leone Diacono, Liutprando, lo scrittore anonimo della _Vita di san Niceforo_, e Cedreno.
[619] MS. greco, Ancien Fonds, 497, proveniente dalla biblioteca di Colbert. La soscrizione è pubblicata dal Montfaucon, _Paléographie_, 45 A, e meglio da M. Hase, in nota alla pagina 67 del testo di Leone Diacono. La soscrizione a p. 444, data nella prigione di Africa, come si chiamava anche Mehdia ἐν τὸ δεϚμωτηρίῳ ’Αφρικῆς, è di settembre indizione decima (967). Niceta non vi dimenticò i titoli di protospatario e drungario dell'armata.
[620] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn che dicono entrambi cittadi dei Rûm. Ma questi non poteano essere di Sicilia ove i Musulmani non si contentavano al certo di tributo che pagasse il municipio.
[621] Si confrontino: Leonis diaconi Caloënsis, ec., ed. di Bonn, p. 65-67; _Vita di San Niceforo vescovo di Mileto_, d'anonimo siciliano o calabrese, MS. greco di Parigi, Ancien Fonds, 1181, squarcio dato da M. Hase in nota a Leone Diacono, op. cit., p. 442; Cedreno, tomo II, p. 353 e 360, ediz. di Bonn; Liutprando, _Legatio_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 355, 356; Lupo Protospatario, anno 965, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 55; _Cronica di Cambridge_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 51, la quale è interrotta appunto al principio di questa impresa; Ibn-el-Athîr, anno 353, MS. B, p. 308 seg., C IV, fog. 361 verso; Abulfeda, _Annales Moslemici_, anno 336, tomo II, p. 448; Nowairi, presso Di Gregorio, op. cit., p. 16 a 18; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique_ ec., p. 170, 171, e _Storia dei Fatemiti_, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quater, tomo IV, fog. 21 recto, con la versione di M. De Slane, in appendice alla _Histoire des Berbères_ dello stesso Ibn-Khaldûn, tomo II, p. 529 seg.; Hagi-Khalfa, _Cronologia_, anno 353, nella versione italiana del Carli, p. 63; Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, Supl. Arabe, 851, fog. 26 verso, e 37 verso, seg. Il Rampoldi, _Annali Musulmani_, tomo V, p. 306, 311 e 314, con incredibile sbadataggine, fa sbarcare e morire Manuele il 963; lo fa tornare in Sicilia il 964, e inventa nel 965 una guerra dei Cristiani di Girgenti, che sembra replica della rivoluzione del 938. Il Quatremère, nella Vita di Moezz, _Journal Asiatique_, III^e serie, tomo III, p. 65 a 68, fa il racconto di questa impresa su i testi di Abulfeda e di Nowairi. Una lezione erronea del secondo, portò l'illustre orientalista a tradurre “Les Musulmans étaient animés par le sentiment de l'honneur” in vece di “entrarono nel proprio campo” come si ha di certo, confrontando il testo d'Ibn-el-Athîr.
[622] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 19. Se avessi più osato, avrei tradotto “preposti all'inurbamento,” che sarebbe proprio la voce del testo: _'imâra_. Avvertasi che la cronica copiata da Nowairi dice “fabbricare.” Ma le mura di Palermo erano al certo più antiche. Si deve intender anco “riattare” là dove parla delle città di provincia.
[623] _Journal Asiatique_, IV^e série, tomo V, p. 92 a 95.
[624] Il Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 167, diè il disegno ridotto d'una iscrizione del castel di Termini, nella quale si leggono certamente i nomi di Moezz-li-dîn-Allah e di Ahmed. Ma la data del 340, anche aggiuntavi una cifra d'unità, ed anche supposta tal cifra di nove, sarebbe anteriore al fatto nostro; e in ogni modo mancano altri compartimenti che doveano contenere “fabbricato per comando ec. per le cure dell'emiro ec.” Pertanto questa iscrizione, come tutte le altre, è da rivedersi sul monumento, se si potrà; e per ora accerta soltanto che il castel di Termini fu edificato nel regno di Moezz.
[625] Schivando, per genio di lor lingua, due consonanti in principio di parola, premessero a κλίμα una _alef_ con la vocale _i_.
[626] Ibn-Haukal, Geografia, capitolo dell'Affrica, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 885, p. 36, 45, 48, 51, 52, dice degli _iklîm_ della penisola Bâsciu (oggi Dakhel), di Susa, Setfura, Laribus, Ascîr, e Cafsa.
[627] Edrisi, Geografia, nel capitolo di Sicilia, dice degli _iklîm_ di Siracusa, Noto, Mazara, Marsala, Trapani, Cefalà, Rahl-Menkûd; chiama Sciacca la metropoli degli _iklîm_ (al plurale), che prima dipendeano da Caltabellotta; anche al plurale accenna quei di Castrogiovanni e quei di Pietraperzia: e infine dice che da Caronía cominciasse l'_iklîm_ di Demona. Tolto quest'ultimo, che pare risponda al Val Demone, gli altri sono o distretti o circondarii, non mai province.
[628] Presso Sacy, _Description de l'Egypte par Abdallatif_, appendice, p. 586 seg. Il titolo è appunto “Dei luoghi (che si comprendono) negli _iklîm_ d'Egitto.” Percorrendo la lista, si trova il solo _iklîm_ di Nesterawa, e le altre circoscrizioni sono denominate talvolta _'am_l (governo), talvolta _thaghr_ (frontiera). _'Aml_ sembra, anche in Edrisi, sinonimo di _iklîm_, se pur non indica meramente la circoscrizione del governo civile, quando _iklîm_ sia riserbato alla circoscrizione militare; il che suppongo senza poterlo affermare. _Thaghr_ avea il valore che diamo oggidì a “piazza,” in linguaggio d'amministrazione militare. È da notare che nel detto documento di Egitto v'ha 21 divisioni; che gli _'aml_ racchiudono un numero di luoghi molto diverso, da 383 a 150 ed anche meno. I _thaghr_ di Alessandria, Rosetta e Damiata ne hanno molto meno; e l'_iklîm_ di Nesterawa _sol cinque_.
[629] Il testo ha la voce _Ahl_, popolo, famiglia, gente in generale.
[630] Veggasi, Libro III, capitolo I, pag. 28 seg., di questo volume.
[631] Nei primi tempi dell'islamismo oravano dal pulpito i califi o gli emiri delle province. Poi si ebbero _khatîb_ (predicatori) stipendiati.
[632] Non solo per la diversa ubertà del territorio; ma anche perchè lo Stato in alcuni possedeva le terre, in altri riscoteva il dazio solo.
[633] Per esempio, il territorio di Giato giugnea da una parte a Sagana presso Palermo e dall'altra presso Calatafimi: che sono circa venti miglia siciliane di lunghezza. Il territorio di Mazara prendea quasi tutto il distretto odierno di tal nome e metà di quello d'Alcamo, confinando col territorio di Giato; cioè avea da trenta miglia di lunghezza. Si vegga il diploma del 1182 presso Del Giudice, _Descrizione del real tempio.... di Monreale_, appendice, p. 8, 9, 10. All'incontro il territorio di Palermo e molti altri erano brevissimi.
[634] Si vegga il capitolo VI di questo Libro.
[635] Veggansi per questa epoca gli _Annali Musulmani_ d'Abulfeda, e la _Storia del Basso Impero_ di Le Beau.
[636] Ibn-abi-Dinâr, che narra quest'aneddoto, dice precisamente “andare e venire più volte.”
[637] La data della pace e i doni che recò l'ambasciatore si ritraggono da Nowairi, presso di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 19. Al dir di Liutprando, presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 356, Niceta fu riscattato con tant'oro, che niun uomo di senno ne avrebbe dato mai per un eunuco. Mi sembra più probabile che Moezz l'avesse reso senza riscatto, come afferma il Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXXV, cap. XI. Ma le autorità che cita il compilatore francese nol dicono nè punto nè poco, nè parlano della spada di Maometto che avesse mandata Niceforo a Moezz; la quale mi par la stessa presa a Rametta, e che Le Beau abbia confuso il fatto o rabberciatolo a modo suo.
[638] Questo lungo aneddoto, tolto al certo da antica cronica affricana, si trova intero in Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 28 recto, dal quale io traduco, saltando molte parole qua e là, ma senza aggiungerne alcuna. Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo III, fog. 7 verso, 8 recto, lo dà quasi con le stesse parole, se non che vi mancano l'andata in Sicilia ed a Susa. La versione dello squarcio di Ibn-el-Athîr si vegga presso Quatremère, _Vie de Moezz-li-dîn-Allah_, nel _Journal Asiatique_, III^e série, tomo II, 1836, p. 131 dell'estratto.
[639] Ibn-Khallikan, _Vita di Giawher_, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 340, seg.; Quatremère, op. cit., p. 37 seg.
[640] Quatremère, op. cit., p. 22, seg., che cita Makrizi.
[641] Quatremère, op. cit, p. 134, 135, anche da Makrizi.
[642] Khodhâ'i, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 761, fog. 116 recto; Ibn-el-Athîr, anno 338, MS. C, tomo V, fog. 7 recto; Ibn-Khallikân, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 340, seg. e il _Baiân_, testo, tomo I, pag. 229, dicono espressamente Giawher _Rumi_, che significa, come ognun sa, di schiatta greca o latina. Nella moschea el-Azhar al Cairo, fondata da Giawher il 361 (971) è, o era, una iscrizione trascritta da Makrizi e posta probabilmente dal conquistatore medesimo, il quale non vi s'intitola altrimenti che “Giawher il segretario siciliano.” Perchè si legge chiaramente _Sikîlli_ nei quattro MSS. di Parigi, ch'io ho citato nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 669, 670, e lo stesso nella recente edizione di Bulak in Egitto che ho notato nelle aggiunte. Però non posso accettare la conghiettura di M. Quatremère, op. cit., p. 75, il quale tradusse “Esclavon;” leggendo _Saklabi_, perchè tanti Slavi si trovavano negli eserciti fatemiti. Ho avvertito altrove che questa voce in scrittura arabica si confonde facilmente con _Sikîlli_, ma nel presente caso non è luogo a dubbio; perchè un _Rumi_ poteva ben essere Siciliano, e non mai Slavo.
[643] Khodhâ'i e _Baiân_, ll. cc.; Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau, fog. 8 recto.
[644] Si confrontino Ibn-Khallikan, l. c, e gli altri autori arabi citati da M. Quatremère, op. cit., pag. 9 ad 11, e 35. Il capitolo d'Ibn-el-Athîr su le imprese di Giawher fino all'Oceano è stato pubblicato da M. Tornberg in nota agli _Annales Regum Mauritaniæ_, (Kartâs), tomo II, p. 382. Abulfeda, _Geografia_, versione di M. Reinaud, tomo II, pag. 204, indica precisamente la linea di operazione disegnata da Moezz.
[645] Confrontinsi: Ibn-Khallikan, l. c, e le autorità date da M. Quatremère, op. cit., p. 40 seg.
[646] Il testo ha qui la voce _milla_, “credenza religiosa.”
[647] Ibn-Hammâd, MS. di M. Charbonneau, fog. 8 verso e 9 recto. Quest'atto è segnato di scia'bân 358 da “Giawher segretario, schiavo del principe dei Credenti ec.” E l'amân è accordato a tutto il popolo del Rîf e del Sa'îd, ossia basso ed alto Egitto. Credo che il testo risponda a quello che M. Quatremère ha tolto dal MS. Leyde del Nowairi e datone il principio nell'op. cit., p. 41 a 43; quantunque manchino nella versione i patti importanti di cui io fo parola. Da questi si vede che i Fatemiti non vietavano affatto il rito sunnita, e che si limitavano ad innovare la formola dell'appello alle preghiere, sì come ho notato in questo volume, p. 131, 136, lib. III, cap. VI.
[648] Ibn-Hammâd, fog. 8 verso; Quatremère, op. cit., p. 51, 56.
[649] Quatremère, op. cit., p. 48.
[650] Ecco, secondo Makrizi, l'iscrizione in giro della cupola sul primo portico: “In nome di Dio ec. Edificata per comando del servo e amico di Dio Abu-Temîm-Ma'dd-Moezz-li-din-Allah principe dei Credenti (sul quale e sugli egregi suoi progenitori e discendenti siano le benedizioni di Dio), e per opera del servo di esso principe, Giawher il segretario siciliano, l'anno 360.” _Biblioteca arabo-sicula_, p. 669-670.
[651] Quatremère, op. cit., p. 57, 82, seg.
[652] Quatremère, op. cit., p. 51, 63, 69, seg.
[653] Si veggano i molti fatti che provan questo, nel _Riâdh-en-Nofûs_, fog. 92 verso, 93 verso, 98 verso ec., e le altre citazioni di questo MS. che ha fatte M. Quatremère, op. cit., p. 13 seg. Non intendo dire delle cagioni del trasferimento della sede in Egitto, su la quale il concetto mio è al tutto diverso.
[654] Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, anno 358, fog. 367 recto. Il nome del capo era Abu-Kharz o Abu-Kherez della tribù di Zenata, e i suoi seguaci delle due sètte sifrita e nakkarita. Nei MSS. d'Ibn-Khaldûn è chiamato Abu-Gia'far: _Histoire des Berbères_, versione, tomo II, pag. 548, Appendice. Si vegga anche Quatremère, op. cit., p. 62.
[655] Per Sanhâgia si vegga Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, anno 361; per Kotama, Makrizi, citato da M. Quatremère nella detta opera, p. 30.
[656] Ibn-el-Athîr, l. c.; Bekri e Ibn-Khaldûn citati da M. Quatremère, stessa opera, p. 86, nota 1. Indi è venuto, come avverte questo dotto orientalista, l'errore di un supposto viaggio di Moezz nell'isola di Sardegna. Si vegga anche Wenrich, _Commentarii_, lib. I, cap. XIII, § 113.
[657] Ibn-Khallikan, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 340, seg.
[658] Quatremère, op. cit., p. 87, da Makrizi. Si vegga nel presente volume, pag. 237, nota 2.
[659] Ibn-el-Athîr, anno 361, MS. C, tomo IV, fog. 370 recto e verso, e tomo V, fog. 10 verso.
[660] M. Quatremère, op. cit., p. 88, secondo Makrizi, dice _i capi_. Parmi si debba intendere di _qualche capo_; poichè si trattava certamente dei mercenarii e delle milizie arabe; non già della vera forza, cioè la tribù di Sanhâgia, la quale avea gli ordini militari suoi proprii.
[661] Quatremère, l. c., da Makrizi.
[662] Ibn-el-Athîr, l. c., e Ibn-Khaldûn, _Storia dei Fatemiti_, in appendice alla _Histoire des Berbères_ del medesimo autore, versione, tomo II, p. 550. Il primo aggiugne che Moezz comandò ai due direttori di _carteggiarsi_ con Bolukkîn. Certamente per la forma, e per aver mano forte all'uopo. Si noti la distinzione delle amministrazioni del _kharâg_ e delle tasse diverse. La distinzione parmi fatta non solo perchè eran diversi i modi di riscossione, cioè l'uno tassa invariabile e diretta, com'oggi diciamo, e gli altri tasse mutabili e in parte indirette, ma anche per la diversità dei territorii e delle genti. Il _kharâg_ principalmente si dovea trarre dall'Affrica propria, nè credo sia stato mai consentito dalle più forti tribù berbere. Kotama nè anche volea pagare la decima musulmana. Si vegga Quatremère, op. cit., p. 30.
[663] Il _Baiân_, testo, tomo I, p. 238, narra, l'anno 366 (976-7) e il seguente, che 400,000 dinâr raccolti a Kairewân furono mandati in Egitto dal direttore. Questo fatto tronca ogni dubbio.
[664] Lo dice espressamente Ibn-el-Athîr. È da notare che su questi primi ordini del governo zîrita i compilatori orientali differiscono dagli affricani. Ibn-el-Athîr, e più di lui l'egiziano Makrizi, ristringono l'autorità di Bolukkîn. Ibn-Khaldûn, nel luogo testè citato, riferisce in compendio gli stessi fatti; ma nella _Histoire des Berbères_, versione, tomo II, p. 10, dice quasi lasciato assoluto potere a Bolukkîn. Indi è manifesto che i primi compilavano sui cronisti egiziani, e che Ibn-Khaldûn nella Storia dei Fatemiti copiò Ibn-el-Athîr, e in quella dei Berberi seguì le autorità affricane, senza curarsi della contraddizione: il che gli avvien sovente. Ognun poi vede che i cronisti d'Egitto sotto i Fatemiti sosteneano il dritto della dinastia, e quei d'Affrica sotto gli Zîriti, già scioltisi dall'obbedienza all'Egitto, voleano fare risalire l'independenza fino ai primi principii del governo zîrita.
[665] Ibn-el-Athîr, anno 361, MS. C, tomo IV, fog. 370 recto, e tomo V, fog. 10 recto, con le varianti che ho notato nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 267 del testo.
[666] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 19.
[667] Nowairi, l. c. La frase che il Di Gregorio stampò erroneamente nel testo, e tradusse _ut earum edificia disficerent_, va corretta “onde entrambi (Abu-l-Kasem e Gia'far) posero il campo tra le due città.” Così anche l'ha spiegato M. Quatremère, op. cit., p. 68. È supposizione mia che si attribuisse tal provvedimento ai doni dei Bizantini; ma se no, perchè accoppiar quei due fatti?
[668] Nowairi, l. c.; Abulfeda, _Annales Moslemici_, an. 336; Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 38 recto.
[669] Abulfeda e Ibn-abi-Dinâr, ll. cc.
[670] Quatremère, op. cit., p. 84.
[671] Makrizi, _Mokaffa_, MS. di Leyde, tomo I, sotto il nome di Mohammed-ibn-Hasan-ibn-Ali etc., detto il Siciliano. Il biografo aggiugne che ammalatosi costui al Cairo, Moezz l'andava a visitare, e che venuto a morte del 363 (973-4) lo compose egli stesso nel feretro, e recitò la prece sul cadavere. Questo Mohammed era nato il 319 (931), e però prima della venuta del padre in Sicilia.
[672] Si confrontino: Nowairi, Abulfeda, Makrizi e Ibn-abi-Dinâr, ll. cc., ma l'ultimo sbaglia la data. Tutti dicono Ia'isc surrogato dallo stesso Ahmed. Ma convien meglio alla ragion del fatto la narrazione d'Ibn-el-Athîr, anno 359, MS. C, tomo IV, fog. 368 verso, e tomo V, fog. 9 recto, che Ia'isc fosse stato eletto da Moezz. Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione, p. 172, segue questa tradizione, ma erroneamente dice che Ahmed fosse stato eletto dai Siciliani alla morte del padre. Si confronti il presente volume, Libro IV, cap. II, pag. 249, nota 1.
[673] Ibn-el-Athîr, anno 359, MS. C, tomo IV, fog. 368 verso, e tomo V, fog. 9 recto. Il testo ha _kabâil_, plurale di _kabîla_, che significa una delle suddivisioni della tribù arabica. Gli scrittori arabi del decimo secolo che parlan dell'Affrica usano cotesto nome generico per designare le tribù sia d'Arabi, sia di Berberi, ed in oggi nelle province d'Algeri e di Orano (non già in tutta l'Algeria nè in tutto il resto dell'Affrica) si chiamano Kabili, come ognun sa, i soli Berberi. Nondimeno nel presente passo d'Ibn-el-Athîr, copiato da croniche del X o XI secolo la voce _kabâil_ non si può intendere altrimenti che tribù di Arabi Siciliani; primo perchè è messa assolutamente senza appellazione etnica che la determini; e secondo, perchè in Sicilia a quei tempo la lite non potea nascere se non che tra i coloni arabi ed i pretoriani. I Berberi della Sicilia meridionale non contan più dopo la guerra del 940, e non fecero mai parte della popolazione di Palermo.
[674] In novembre 969 partirono i Kelbiti, e in giugno 970 tornarono.
[675] Ibn-Haukal, _Description de Palerme_, nel _Journal Asiatique_, IV^e série, tomo V, p. 93.
[676] Così litteralmente il testo: parti, contrada, vicinanza. Forse si tratta del distretto o _iklîm_.
[677] Il testo ha un vocabolo analogo e derivato dalla stessa radice che il _ra'ia_, che tutti sentiamo ripetere nei fatti dei paesi musulmani d'oggidì. È però si deve intendere principalmente dei sudditi cristiani.
[678] Questo importantissimo fatto della rivoluzione contro Ia'isc è riferito dal solo Ibn-el-Athîr, l. c., e appena accennato da Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione, p. 172.
[679] Secondo Ibn-el-Athîr, anno 358, MS. C, tomo V, fog. 367 recto, il capo di questa ribellione si sottomesse di rebi' secondo 359 (febbraio e marzo 970). Sul nome si vegga qui innanzi la nota 2 della pag. 287.
[680] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 359, MS. C, tomo IV, fog. 368 verso; Ibn-Khaldûn, l. c.; Abulfeda, _Annales Moslemici_, tomo II, anno 336; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 19; Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 38 recto. Il giorno della venuta d'Abu-l-Kasem in Palermo risponde esattamente al computo degli anni del suo governo che fa Ibn-el-Athîr, narrando la sua morte seguíta il 20 moharrem 372. Egli avea tenuto l'oficio, al dir dell'annalista, 12 anni, 5 mesi e 5 giorni, che sono secondo il calendario musulmano 4405 giorni. Si vegga Ibn-el-Athîr, anno 371, che citeremo in fin del capitolo VI del presente libro. Abulfeda dà la stessa cifra di Ibn-el-Athîr; Ibn-abi-Dinâr dice in numero tondo 12 anni; e il _Baiân_ con errore 11.
[681] Si confrontino: Abulfeda, _Annales Moslemici_, an. 336, tomo II, p. 446, seg. Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 19; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione, p. 172. Secondo il primo, Ahmed morì negli ultimi mesi del 359 (fino al 2 nov. 970), e Moezz scrisse al fratello il 360 (dal 3 nov.).
[682] Ibn-Khaldûn, l. c. La versione ha “integro” invece di “generoso,” come ho tradotto appigliandomi alla variante di un MS. di Tunis.
[683] Questo capitolo della geografia d'Ibn-Haukal fu pubblicato da me con versione francese nel _Journal Asiatique_ del 1845, IV^e série, tomo V, p. 73, seg.; poi in italiano nell'_Archivio Storico_, appendice XVI (1847), p. 9, seg., con le varianti ricavate dal MS. di Oxford. Adesso due articoli del _M'ogem-el-Roldân_, di Iakût, che do nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 107 e 120 del testo arabico, mi abilitano a correggere alcuni luoghi e supplire altre notizie le quali mancano nelle copie d'Ibn-Haukal, che abbiamo in Europa; ma si trovavano al certo nella edizione ch'ebbe per le mani Iakût. Le differenze che si vedranno tra quel che scrivo adesso e le mie versioni del 1845 e 1847 vengono in parte dalle dette correzioni e in parte da migliore riflessione, e, se mi si voglia concedere, da un poco più di pratica nella lingua. Oltre a ciò debbo avvertire che nella versione italiana e più nelle note corsero moltissimi errori di stampa. La citazione d'Ibn-Haukal e Iakût valga per tutto il resto del presente capitolo.
[684] Su la vita e le opere d'Ibn-Haukal si veggano: Uylenbroek, _Iracæ persicæ descriptio_, Leyde, 1822, in-4º; e Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_; introduzione, p. LXXXII, seg.
[685] Si vegga il Libro III, cap. VIII, pag. 178, nota 2, di questo volume.
[686] L'autore, ne' MS. che abbiamo in Europa, accenna il primo opuscolo in fin della descrizione della Sicilia. Il titolo e qualche altro particolare si leggono nel citato passo del _Mo'gem-el-Boldân_, di Iakût, il quale ebbe certamente alle mani il secondo opuscolo su la Sicilia, o altra edizione più copiosa della _Geografia_.
[687] Così nel testo che abbiamo. Nell'altra edizione di cui Iakût ci serba i frammenti, par che Ibn-Haukal abbia chiamato anche cittadi le altre tre regioni.
[688] Ibn-Haukal dice di proposito dei soli mercatanti; ma venendo a toccare la superbia dei cittadini, come innanzi si vedrà, confessa senza volerlo che soggiornassero nel _Kasr_ le famiglie ragguardevoli che avean moschee proprie e vi si davan lezioni di dritto; cioè i membri della _gema'_, la nobiltà cittadina, come noi diremmo.
[689] Ibn-Haukal non dice la condizione e nazione degli abitatori, ma che quivi era il porto: il che basta. D'altronde sappiam che fossero in quel quartiere gli stabilimenti dei Genovesi, infino al XVII secolo; e vi rimane tuttavia la Chiesa di San Giorgio detta dei Genovesi. Quivi anche giacea nel XII secolo la contrada detta degli Amalfitani, come ritrasse dai diplomi il Fazzello, il quale aggiugne che del suo tempo v'era una chiesa di Sant'Andrea degli Amalfitani.
[690] Ibn-Haukal scrive _beled_, che è vago quanto _paese_. Par che voglia dire di tutte le cinque regioni, non delle due sole murate.
[691] Lo fu di certo nel XII secolo, onde il nome che portava di _halka_, in cui la prima lettera si trascrivea in modi diversi nei diplomi; sì come dirò a suo luogo. Ibn-Haukal, senza notarlo espressamente, parla del _Me'sker_ come di contrada fuor la città vecchia.
[692] Si vegga la pag. 68 di questo volume.
[693] Nel XVII secolo un Giambattista Maringo, su vaghe autorità, disegnò una carta dell'antica Palermo, copiata poscia a colori in certi quadri, uno dei quali passò nella Biblioteca Comunale. Il Morso fe' ridurre e incidere così fatta pianta e vi fabbricò sopra la sua Palermo dei tempi normanni, nella quale le navi veleggiano troppo dentro terra d'ambo i lati della città vecchia. L'attestato d'Ibn-Haukal tronca adesso ogni lite, poich'ei ci dice quali acque separavano la città vecchia dalli Schiavoni, e che dall'altro lato si usciva nella regione della Moschea e dei Giudei, delle quali sappiamo il sito attuale, cioè l'oficio della posta, la strada dei calderai, ec. Ma in vero i diplomi dell'XI e XII secolo non concedeano al Morso di tirar sì in alto il mare. Ei lo fece arrivare fino alla Biblioteca Comunale odierna, supponendo che gli statuti di una confraternita della Madonna delle Naupactitesse, i quali si leggono in una pergamena greca della cappella palatina, 1º appartenessero alla città di Palermo; 2º che vi fosse fatta menzione di un quartiere di Naupactitessi, anzichè di un monastero di Naupactitesse (ἐν τῇ τῶν ναυπακτιτησσῶν μονῇ); e 3º che questa voce significasse “costruttori di navi” non già “donne di Lepanto” (Ναύπακτος). A suo luogo dirò più particolarmente di cotesto diploma, ch'è stato allegato per provare la fondazione di detta confraternita prima del conquisto normanno.
[694] Ibn-Haukal precisamente dice: ottime piantagioni di zucche.
[695] Bulle de Tournus, litografiata per uso dell'École des Chartes, Paris 1835. Si vegga anche Marini, _Papiri Diplomatici_, p. 26, 27, 222, 223. Questo papiro è lungo parecchi metri, e largo 58 centimetri. La leggenda arabica, tramezzata di qualche linea rossa, si scorge in capo del ruolo in caratteri corsivi grandi e franchi, tratteggiati con un pennello a colore in oggi bruno, anzichè nero d'inchiostro; ma sendo molto frusto il papiro in quella estremità, vi si può leggere appena qualche congiunzione e preposizione, qualche sillaba interrotta, la voce _allah_, ed un brano di nome _Sa'îd-ibn_.... Il commercio della Sicilia musulmana con Napoli, e le note relazioni di Giovanni VIII con quella città e coi Musulmani, dan valido argomento a supporre palermitano cotesto papiro, il quale per altro sembra più grossolano che quei d'Egitto.
[696] Abbes in un diploma del 1164, presso Mongitore, Sacræ _domus Mansionis.... Monumenta_, cap. V; _Habes_ in un diploma del 1206 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 129, e _Audhabes, Avedhabes_, o _Leudhabes_ in altri del 1207 e 1211, op. cit., p. 130, 136, con le note del D'Amico. Non occorre di spiegare che _Aud, Aved, Leud_, sieno trascrizioni della voce arabica _Wed_, fiume. _Abbâs_ è nome proprio d'uomo.
[697] Il nome agevolmente si riconosce nel _Bulchar_ di Fazzello, Deca I, libro VIII, cap. 1, e nel _Segeballarath_, ibid., come un tempo si chiamava, al dir dello stesso autore, la piazza odierna di _Ballarò_. Senza dubbio era corruzione di _Sûk-Balharâ_, “il mercato di Balharâ,” il quale villaggio appunto s'accostava da quel lato alla città.
[698] Si vegga il Libro III, cap. I, p. 34 del presente volume.
[699] _Ghirbâl_, “cribrum,” oggi Gabrieli. Il nome arabico potea ben essere il latino del quale ha la significazione.
_Fawâra_, “polla d'acqua,” oggi La Favara.
_Ain-Abi-Sa'îd_ “fonte di Abu-Sa'îd,” che fu un tempo, al dir d'Ibn-Haukal, governatore del paese. Si vegga il Libro III, cap. VII, p. 157 di questo volume. Il Fazzello trovò nei diplomi _Ain-Seitim_; oggi _Annisinni_ o _Dennisinni_.
[700] _Garraffu_ e _Garraffeddu_, diminutivo siciliano del primo. _Gharrâf_ è aggettivo “abbondante (d'acqua).” Il sito era laguna o padule al tempo d'Ibn-Haukal, giacendo fuor la punta settentrionale del Kasr. E però queste due fonti, o almen la prima, furono scoperte tra il X secolo e la metà del XII, pria che si cominciasse a dileguare il linguaggio arabico.
[701] Si potrebbe aggiugnere a questa cagione la mutata o trascurata coltura delle montagne che accresce le piene del torrenti, ma fa menomare le acque perenni. La valle di questo fiume, là dove fa grotta nel sasso, mostra che un tempo il letto dovea essere assai più largo e profondo del presente.
[702] Ibn-Scebbât, nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 210.
[703] I fatti delle chiese e moschee di Damasco e di Cordova sono noti a tutti. Sa anche ognuno che nel medio evo principi musulmani onorarono e credettero ecclesiastici cristiani famosi per sapere o pietà o arcana vista dell'avvenire; e similmente principi cristiani i dotti o astrologi musulmani. Secondo l'autorevole testimonianza di Lane, _Modern Egyptians_, Londra 1837, vol. I, p. 322, i Musulmani e i Giacobiti d'Egitto fan tuttavia fraterno scambio di superstizioni.
[704] Ibn-Haukal nomina, 1 _Bâb-el-Bahr_ “la porta del mare;” 2 _Bâb-es-scefâ_ “la porta della Medicina” così detta da una fonte vicina; 3 _Bâb-Scian-taghâth_ “la porta di Sant'Agata;” 4 _Bab-Rûta_ “la porta di Rûta” dal nome d'un'altra fonte (_Rût_ in arabico “fiume” dal persiano _Rûd_ e si trova il nome in Spagna); 5 _Bab-er-riâdh_ “la porta dei giardini” fabbricata in vece di quella, 6, detta _Bab-ibn-Korhob_ dal nome del noto ribelle; 7 _Bab-el-ebnâ_ “la porta dei figli;” 8 _Bab-el-Hadî_ “la porta del Ferro;” 9 una porta nuova senza nome. La più parte di cotesti nomi si trova nei diplomi del XII secolo, come ho detto nelle annotazioni ad Ibn-Haukal nel _Journal Asiatique_ e nell'_Archivio storico italiano_.
[705] La porta dei Patitelli fa demolita nel 1564, e andò a male la iscrizione che vi si vedea al tempo di Fazzello, il quale errò, credo io, a supporla diversa dalla Bebilbachal (Bab-el-Bahr) di cui avea trovato il nome nelle scritture antiche. La torricciuola vicina che si addimandava di Baich, divenuta, di minaretto di moschea, abitazione d'un cittadino, fu intaccata dal lato occidentale nel 1534 per farvi certe ristaurazioni; e si cominciò allora a dislocare le pietre nelle quali correa l'iscrizione in unica linea al sommo dell'edifizio; se non che Fazzello, accorse, gridò, le fece rimettere, e copiò fedelmente, ma confusi, ed alcun capovolto, i gruppi di tre quattro lettere, ch'erano intagliati in ciascuna pietra. Ei pubblicò il disegno, in picciolo, nella sua Storia, deca I, lib. VIII, cap. I, credendo serbare il testo caldaico scritto poco dopo il Diluvio. Nel 1564, il vicerè spagnuolo che prolungò il Cassaro e gli diè il nome di Toledo, abbattè senza riguardo la torricciuola; ma per le cure dell'erudito Marco Antonio Martinez si trasportò la più parte delle pietre scolpite nel palagio di città, e se ne trassero i disegni: ottantaquattro pietre, delle quali mancavano ventuna. Così rimase la iscrizione, a un di presso ordinata al modo d'un lungo rigo di caratteri da stampa che sian caduti a terra e un analfabeta li abbia rimessi insieme in cinque o sei linee, dopo averne gittate via la quarta parte. Così la pubblicò due secoli appresso, per la prima volta, il Torremuzza (_Siciliæ etc. Inscriptionum_, 2ª edizione) e indi il Di Gregorio (_Rerum Arabicarum_) e il Morso (_Palermo Antico_). L'Assemanni accertò la natura dei caratteri; ma pochi ne lesse. Il Tychsen vi ritrovò una cifra cronologica e il frammento d'un versetto del Corano. Io ve n'ho letto un altro; è il resto M. Reinaud; il quale, com'io lo consultai su la mia lezione, la confermò, e incontanente la proseguì. Ecco la traduzione della data e dei versetti, nella quale il carattere corsivo mostra le parole che si è arrivato ad accozzare. Accenno le linee secondo la copia di Martinez:
Linea 3. _Trecento_, — Tychsen; aggiugnendo con dubbio _trentuno_. Mi parrebbe più tosto, ma non lo affermo, _sessanta_.
Linea 4. (Corano, sur. XXIV, v. 36.) in edifizii [i quali] permesse _Dio che fossero innalzati_.
Linee 5, 6, 7, 8, 9: e che si _ricordasse in quelli il suo nome, lodan lui mattino e sera_ (v. 37) _uomini_ [cui] _non distoglie traffico nè vendita dal ricordare Dio_, far la preghiera e _pagar la limosina; tementi_ quel giorno in cui saranno confusi i _cuori e le viste_. — Reinaud.
Linea 12. (Sur. II, v. 256.) _Non_ [v'ha] _Dio se non Lui, il Vivente, il Sempiterno_. — Tychsen.
Varie parole delle linee 4, 6, 7, 8, di Martinez rispondono alle linee 6, 7, 8, 9 di Fazzello; e mostrano viemeglio quanto i disegni di questo storico sieno più esatti che quelli del Martinez.
[706] In numeri tondi, i beccai, i loro garzoni, gli impiegati nei macelli, e i venditori di interiora, con le famiglie, ragionate a cinque teste per casa, sommavano nel 1844 a 2000. La popolazione era circa 200,000. Ma la cifra di 700,000 che avremmo con tal proporzione nel 972 dèe scemarsi per le cause seguenti: 1º la istituzione dei macelli pubblici, che diminuisce oggi il bisogno di molte braccia; 2º la maggiore consumazione di carne da supporsi nella capitale della Sicilia musulmana, mentre le classi meno agiate, nelle presenti condizioni lagrimevoli della città, mangian carne poco o punto; 3º i giorni di magro ai quali non erano astretti i Musulmani; 4º la poligamia, la quale, se a lungo andare fa più mal che bene, pure in un periodo di ricchezza crescente poteva aumentare la proporzione da 5 a 6 o 7 a famiglia, però dare minor numero di capi di casa ossia minor numero di botteghe a numero uguale d'individui. Per queste considerazioni pongo che il numero d'anime dell'arte, stesse al numero d'anime della città come uno a cinquanta, non come uno a cento ch'è in oggi; e metto in conto dalle 5 teste a famiglia anche i bambini lattanti che Ibn-Haukal di certo non vide nelle 32 file (i numeri sono scritti non già accennati in cifre) di circa 200 persone ciascuna, che assisteano alla preghiera. Se dunque pecca il mio computo, non è di eccesso. L'area dell'abitato, che ha guadagnato un poco su le acque e perduto molto dentro terra, conferma tal giudizio. Debbo avvertire che nelle note alle due versioni italiana e francese, posi la popolazione di Palermo 170,000 anime. Il censimento che si fe poco appresso la mostrò molto maggiore, e così l'ho corretto a dugentomila.
[707] Gayangos nelle note a Makkari, _Mohammedan Dynasties in Spain_, tomo I, p. 492.
[708] D'Ohsson nel XVIII secolo contava più di 200 moschee nell'ambito di Costantinopoli e 300 nei subborghi, aggiugnendo che non ve ne fossero più nelle case dei nobili: quello appunto che faceva il gran numero delle Moschee in Palermo. _Tableau général de l'empire ottoman_, tomo II, p. 453, seg., edizione di Parigi 1788, in-8.
[709] Questo è il significato della voce _wethâiki_, che si legge trascritta altrimenti e non tradotta nelle mie due versioni francese ed italiana. Si vegga Hagi-Khalfa, ediz. Flüegel, VI, p. 423. N. 14, 174.
[710] Ei le narrava, ma Iakût le troncò in questo passo del testo che ci ha conservato.
[711] I medici arabi del medio evo credono fermamente che la cipolla offenda il cerebro a chi se ne cibi. Iakût, nel _Mo'gem-el-Boldân_, Biblioteca Arabo-Sicula, cap. XI, p. 107 del testo, mette per comento a questo passo d'Ibn-Haukal l'estratto d'un libro arabico di medicina, ove si spiega appunto con l'indebolimento del cervello e dei sensi, il fatto che bevendo acqua salmastra dopo aver mangiato cipolle, uom non senta il mal sapore dell'acqua.
[712] L'opera anonima intitolata _Geografia_, compilata di certo nel X secolo ma interpolata appresso, cava da Ibn-Haukal alcune notizie su la Sicilia, e aggiugne che i cittadini di Palermo si segnalassero su tutti i popoli vicini per eleganza di arredi e di vestimenta e urbanità nel tratto ec. Ma è dubbio se la fonte di questo passo sia del X secolo ovvero dei due seguenti. Il testo si legge nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, cap. V, p. 12 e 13.
[713] Ibn-Haukal, _Geografia_, MS. di Leyde, p. 69, e fog. 97 della copia di Parigi, Suppl. Arabe, 885.
[714] Op. cit., p. 71 del MS. di Leyde e fog. 98 verso della copia di Parigi.
[715] Del 962. Otone andò a Pisa, ove rimasero alcuni nobili tedeschi: Sardo, _Cronaca Pisana_, nell'_Archivio Storico italiano_, tomo VI, parte II, p. 75. Del 971 furono in Calabria i Pisani: Marangone, _Cronaca Pisana_, nello stesso volume dell'_Archivio_, p. 4, ovvero nel 969 secondo la _Chronica Pisana_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo VI, p. 107, seg.
[716] Si confrontino, la Cronica anonima Salernitana presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 554, che non porta date precise, e Lupo Protospatario, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 55, anno 969, dove il passaggio d'Otone in Calabria è riferito all'ottobre dello stesso anno in cui fu una ecclisse di sole in dicembre. Lo stesso troviamo negli _Annales Casinatenses_, Pertz, _Scriptores_, III, 171. L'ecclisse seguì il 22 dic. 968. Romualdo Salernitano autore del XII secolo dà i medesimi fatti con qualche divario presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V, anno 967.
[717] Si vegga Muratori, _Annali d'Italia_, 968 a 970.
[718] _Chronica Sancti Benedicti_, presso Pertz, _Scriptores_, III, p. 209, nel cenno su Landolfo l'Ardito che cominciò a regnare il 958 (si corregga 968).
[719] Lupo Protospatario, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 55. Ei dà il titolo di _Caytus_ (Kaîd) a questo Bucoboli, forse Abu-Kabâil, con 40,000 Saraceni, o secondo altri MS. 14,000. Atto avea secondo alcuni MS. 60,000 uomini. Queste cifre non sono da attendere nè punto nè poco; e certo si tratta d'una piccola schiera, poichè non fan memoria di questa impresa gli annali musulmani d'Affrica nè di Sicilia. Si vegga anche De Meo, _Annali di Napoli_, tomo VI, p. 90, il quale s'affatica a mostrare che questa battaglia seguisse il 973. Lascio indietro le fazioni di Saraceni in Calabria interpolate nella Cronica della Cava, edizione del Pratilli, anni 970, 973.
[720] _Chronicon Salernitanum_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 556, anno 970. Si vegga anche Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXXV, § 51.
[721] I Fatemiti sul fine del 974 e il principio del 975 presero Tripoli di Sira e Beirût, cacciati i presidii bizantini. Si vegga Quatremère, _Vie de Moezz_, estratto dal _Journal Asiatique_, p. 126 e 128. L'ambasciatore Niccolò era tornato a corte di Moezz poco avanti la costui morte, ma si è visto già come gli parlava.
[722] Lupo Protospatario, anno 975, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 55.
[723] _Vita di San Nilo il giovane_, testo greco e versione latina di Giovan Matteo Caryophilo, Roma 1624, in-4, p. 112, seg. Questo Niceforo, che primo e solo ebbe titolo di μάγιστρος in Calabria si dice mandato dai pii _imperatori_, e però da Basilio e Costantino, e dopo la morte di Zimisce. D'altronde la data s'adatta alla età che avea allora San Nilo, la cui vita l'agiografo tratta con ordine cronologico; e gli avvenimenti mostrano che dal 963 sino alla fine del secolo i Bizantini non poteano avere il ticchio di assalir la Sicilia che nel 976.
[724] In Ibn-el-Athîr, solo che dia il fatto, si legge _b”r bûla_. Ciò mi fece pensare a Paola di Calabria; e sì proposi questa lezione nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 268 del testo. Poscia ho considerato che la prima voce sia da leggere _barr_ “terra,” però la seconda _bûlia_, ossia Puglia, aggiugnendo una lettera dopo la _l_. A ciò mi conduce anche la fazione di Gravina.
[725] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anno 365; MS. A, tomo III, fog. 9 verso; MS. B, pag. 375; MS. C, tomo V, fog. 16 recto ec.; Abulfeda, _Annales Moslemici_, 365, tomo II, p. 524, ed Hagi-Khalfa, _Cronologia_, versione italiana del Carli, p. 65. Dei MS. Ibn-el-Athîr, B, ha con le vocali _Kosenta_; gli altri e Abulfeda non pongono vocali e sbagliano i punti diacritici. L'altra città è scritta _Gelwa_ in B, e nell'autografo d'Abulfeda, MS. della Biblioteca di Parigi, Suppl. Arabe, 750, fog. 163 verso; degli altri MS. dei due annalisti, quale ha G“lwa, quale H“lwa. Lo scambio tra la _w_ e la _r_ che si vede sovente nei MS. arabi sopratutto in caratteri affricani, ci dà animo a leggere Cellara: chè la _g_ arabica risponde alla nostra _c_, e la doppia _l_ non si dovea scrivere ma accennare soltanto con un segno ortografico. Cellara è picciol comune dell'odierno distretto di Cosenza tra questa città e Rogliano. In ogni modo non si può assentire a M. Des Vergers la lezione Caltagirone ch'ei vien proponendo nel dare questo squarcio d'Ibn-el-Athîr, in nota a Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 175.
Marco Dobelio Citerone nella versione di Scehab-ed-dîn-'Omari, o alcuni degli eruditi siciliani che la stamparono, lessero in vece di _Cosenza_, Catania; e in vece di _Gelwa_, Avola. Indi il Wenrich, _Commentarii_, lib. I, cap. XV, § 131, a supporre una rivoluzione in Catania ed Avola di Sicilia. Ma nè il testo di Abulfeda copiato da Scehad-ed-dîn, nè il complesso dei fatti permettono questo supposto, tanto meno perdonabile quanto il Martorana, tomo I, p. 225, nota 155, avea mostrato la dritta strada.
[726] Si riscontrino Lupo Protospatario, anno 976, e Romualdo Salernitano, stesso anno, nei citati volumi di Pertz e Muratori.
[727] Ibn-el-Athîr e Abulfeda, ll. cc.
[728] Si riscontrino Ibn-el-Athîr, l. c., e Nowairi presso il Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 19.
[729] Ibn-el-Athîr, l. c.
[730] Abulfeda, _Annales Moslemici_, tomo II, p. 450, sotto l'anno 336, trascrivendo Ibn-Sceddâd. Perciò si deve intendere del XII secolo. Risponderebbe per avventura al significato di _Monakh-el-Bakar_ il nome di Vaccarizzo nella Calabria citeriore, distretto di Rossano. Ma v'ha Bova, Bovino e tante appellazioni della stessa etimologia nel regno di Napoli, che non si può fare conghiettura ben fondata. Lo stesso si dica del nome topografico: Le Torri.
[731] Ibn-el-Athîr, l. c.
[732] Si riscontrino Lupo Protospatario, anno 977, e Romualdo Salernitano, 976, nei citati volumi di Pertz e Muratori.
[733] Il fatto è nel solo Ibn-el-Athîr, e in tutti i MS. questo nome è quasi senza punti diacritici. M. Des Vergers nella nota che citai propone di leggere Gravina. Ma v'ha la differenza del tempo e del luogo, poichè Gravina fu assalita il 976 e giace in Puglia. Oltre a ciò si dovrebbe mutare di forma qualche lettera. Leggendo _Garipoli_ non aggiungo altro che i punti diacritici, e posso ben supporre che i Musulmani del X secolo pronunziassero in questo modo Gallipoli, come i Siciliani d'oggidì. Va avvertito qui che si potrebbe trattare per avventura d'un casale presso Catanzaro chiamato Garopoli nel XVIII secolo. Veggasi Sacco, _Dizionario geografico del regno di Napoli_, Napoli, 1795-6, in-8.
[734] Ibn-el-Athîr e Abulfeda, ll. cc.
[735] Nowairi, l. c., novera cinque imprese d'Abu-l-Kâsem in Terraferma, delle quali l'ultima il 372, e la prima il 365.
[736] Vita citata di San Nilo il giovane, p. 4. Il testo ha φυλακτὰ ed ἐξορκισμούς.
[737] Il De Meo, _Annali di Napoli_, tomo V, p. 257, anno 938, spiega che il monistero di San Nazario, poi detto di San Filareto, ad un miglio da Seminara e sei da Palma, apparteneva allo stato di Salerno e quel di San Mercurio ai Bizantini.
[738] _Vita di San Nilo_, pag. 5 a 37.
[739] Op. cit., passim.
[740] Vita di Sant'Adalberto, _Acta Sanctorum_, 23 aprile.
[741] _Vita di San Nilo_, p. 124 a 155, e si confrontin le citate agiografie di Sant'Adalberto.
[742] Op. cit., p. 63.
[743] Op. cit., p. 88, seg.
[744] Si vegga il presente volume, p. 171-172, Libro III, cap. VIII.
[745] φακιόλια.
[746] _Vita di San Nilo_, p. 54.
[747] Op. cit., p. 117, 118.
[748] Op. cit., p. 123.
[749] Op. cit., p. 120.
[750] ἑκατὸν χρυσίνων.
[751] νοτάριον.
[752] È versione litterale della voce arabica walî “eletto, amico, santo ec.”
[753] σημεῖον “segno,” probabilmente l'_'alâma_, ossia motto e titolo scritto da un segnatario a capo dei dispacci, che tenea luogo della soscrizione nostra.
[754] Op. cit., p. 120.
[755] Metterò le citazioni alla fin del fatto, e qui le accennerò soltanto. La data della venuta a Benevento e Salerno si trova nella _Cronica di Santa Sofia_ e la confermano i diplomi citati dal Muratori negli _Annali_.
[756] Ditmar.
[757] _Annali di San Gallo_.
[758] Ibn-el-Athîr.
[759] E senza ciò Abu-l-Kâsem non passava in Calabria a rischio di far unire a' suoi danni le genti d'Otone e i Bizantini.
[760] Ditmar. Gli _Annales Lobienses_ presso Pertz, _Scriptores_, tomo I, p. 211, dicono nel 982 che Otone celebrò il Natale a Salerno e la Pasqua a Taranto. La data si vede anco dai diplomi citati dal De Meo. Secondo gli _Annali di San Gallo_, Otone volea occupare l'Italia fino al _mare Siculum et portum Traspitam_ (var. _Traversus_) che potrebbe essere falsa lezione di Taranto. E Taranto si dèe correggere, o Rossano, il nome che Ibn-el-Athîr scrive Mileto, e Ibn-Khaldûn Rametta.
[761] Si veggano i nomi alla fine del racconto.
[762] Ibn-el-Athîr.
[763] Ditmar. _Quos primo infra urbem quondam clausos fugavit devictos, postque eosdem in campo ordinato fortiter adiens_ etc. Il riscontro con Ibn-el-Athîr mostra che la prima fu avvisaglia contro una picciola schiera e la seconda giusta giornata contro l'esercito.
[764] Ibn-el-Athîr. Aggiungo io Rossano perchè quivi era rimasta la imperatrice e la corte quando Otone si messe a inseguire Abu-l-Kâsem.
[765] Ibn-el-Athîr. Ditmar dice similmente di avvisi dati ad Otone dagli esploratori.
[766] Secondo Ibn-el-Athîr il venti di moharrem che risponde col conto astronomico al 14 e col civile al 15. Ditmar, _tertio idus julii_, cioè il 13; le necrologie date da Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 765, nota 59, hanno _secundo idus julii e idibus julii_; e Lamberto _idibus julii_, cioè il 14 e il 15.
[767] Presso il mare, secondo tutti. Lupo Protospatario ha nei varii MS. Cotruna, Columnæ, Colupna etc.; Romualdo Salernitano dice Stilo, alla qual voce greca risponde Colonna. Mi appiglio a questa tradizione perchè Rossano giace a 45 miglia da Cotrone. Il campo di battaglia dovette essere assai più lontano, secondo i particolari della ritirata d'Abu-l-Kâsem e della fuga di Otone.
[768] _Annali di San Gallo_.
[769] Ibn-el-Athîr.
[770] Ibn-el-Athîr. La morte di _Bulcassimus_ è ricordata da Lupo Protospatario.
[771] Ditmar, come Ibn-el-Athîr, dice vinta la battaglia dalla schiera sbaragliata che si rannodò. Gli _Annali di San Gallo_ ricorrono al trovato antichissimo d'un agguato e delle miriadi di nemici che ne sbucassero.
[772] Ibn-el-Athîr. Il MS. di Lupo Protospatario aggiugne un zero alla cifra dei morti e la raggira all'esercito siciliano.
[773] _Annali di San Gallo_.
[774] Si confrontino _Chronicon Sancti Benedicti_, presso Pertz, _Scriptores_, III, p. 209, e Leone d'Ostia, lib. II, cap. 9.
[775] _Lamberti Annales, Annales Ottemburani_.
[776] Si confrontino Ditmar, Lamberto e le croniche minori presso Pertz, _Scriptores_, III, p. 124, 143, e le necrologie citate quivi a p. 765, nota 59.
[777] Ditmar.
[778] Ibn-el-Athîr, il quale dice che il caval d'Otone si fermò, senza far menzione del mare. Ma Ditmar scrive che Otone si gittò a nuoto col cavallo del giudeo.
[779] Ditmar.
[780] Ibn-el-Athîr. Il nome dato da Ditmar farebbe supporre questo giudeo calabrese o pugliese, parteggiante contro i Greci dei quali parlava probabilmente la lingua.
[781] Ditmar dice: _ab Heinrico milite ejus qui szlavonice zolunta vocatur agnitus intromittitur_. Più sotto parlando dello stesso lo chiama _binomius_. Però lo credo schiavone.
[782] Ditmar: _et perdiu et pernox ad condictum pertingere locum properavit_. Sembra almeno una intera giornata. Giovanni Diacono di Venezia dice che Otone fu ritenuto su la nave tre giorni.
[783] Gli _Annali di San Gallo_ danno la somma del fatto, dicendo che Otone “a mala pena scampò in nave ad un castello de' suoi.”
[784] Arnolfo, Giovanni Diacono di Venezia, dice espressamente che si salvò sa due Zalandriæ greche.
[785] Hermanno Contratto, Sigeberto, ec.
[786] Pratilli, nelle Interpolazioni alla Cronaca della Cava.
[787] Muratori, _Annali d'Italia_; e Saint-Marc, _Abregé chronologique de l'histoire d'Italie_.
[788] Ibn-el-Athîr.
[789] Ditmar. Si veggano in Muratori, _Annali_, le leggi promulgate in questa dieta. Sul soggiorno a Capua si riscontri il De Meo.
[790] _Annali di San Gallo_, Arnolfo.
[791] Le autorità arabiche sono: Ibn-el-Athîr, anno 371, MS. A, tomo III, p. 33 recto; il compendio che ne fa Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 173, 174; e i cenni di Abulfeda, _Annales Mosl._, anno 336, tomo, II, p. 446, seg.; _Baiân_ testo, tomo I, p. 248, anno 372; Nowairi, presso Di Gregorio, op. cit., p. 20; Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 38 recto; Hagi Khalfa, _Cronologia_, versione del Carli, anno 372, p. 66. Notisi che Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn chiamano l'imperatore franco, in vece di Otone, _Berdwîl_, dal nome di Baldovino che suonò tanto nelle Crociate.
Le autorità latine: Theitmari, _Chronicon_, lib. III, cap. 12, presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 765, 766 (Ditmar dei conti di Waldeck, vescovo di Mersebourg, nacque il 976 e morì il 1018); _Annales Sangallenses Majores_, presso Pertz, op. cit., tomo I, p. 80 (l'autore di questa parte dice aver veduto tornare varii prigioni riscattati); Joannis Diaconi, _Chronicon Venetum_, presso Pertz, op. cit., tomo VII, p. 27 (l'autore finì di scrivere il 1008); Richari _Historiarum_, presso Pertz, op. cit., t. III, p. 561 (l'autore scrisse tra il 996 e il 998, ma fa un brevissimo cenno); Lamberti, _Annales_, presso Pertz, op. cit., tomo III, p. 65 (l'autore visse alla metà dell'XI secolo); Herimanni Aug., _Chronicon_, presso Pertz, op. cit., tomo V, p. 117. (Ermanno Contratto, come fu soprannominato, nacque il 1013, morì il 1054.) A queste croniche vanno aggiunti i cenni di altre minori presso Pertz, op. cit., tomo I, p. 211, 242; III, p. 5, 64, 124, 143; V, p. 4. Dei cronisti latini d'Italia dell'XI e XII secolo, Lupo Protospatario, e l'anonimo di Bari, presso Pertz, op. cit., tomo V, p. 55, dicono meramente che Otone combattè con Bulcassimo re dei Saraceni, il 981, e l'uccise e vi perirono 40,000 uomini; Amato, _L'Ystoire de li Normant_, lib. VI, cap. 22, ricorda per le generali la sconfitta di Otone; Leone d'Ostia, lib. II, cap. 9, presso Pertz, op. cit., tomo VII, p. 635, ne dice breve ed esatto; e più largamente Arnolfo, _Gesta Episcopor. Mediol._, presso Pertz, op. cit., tomo VIII, p. 9. In fine Romualdo Salernitano, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V, anno 981, squadernò nella seconda metà del XII secolo che Otone vinse a Stilo e poi prese Reggio.
Il Pratilli nelle interpolazioni alla Cronica della Cava, tomo IV della sua raccolta, pose una lunga favola su questa impresa nel 982; ed un'altra nel tomo III nella Cronica dei Duchi di Napoli, anno 981, fingendo una battaglia navale a Malta.
Queste sono le autorità tra buone e triste; nè ho pur notato tutte le compilazioni dall'XI secolo in poi. Tra i compilatori assai male rabberciò cotesta guerra di Otone II il Sigonio, _Historia de Regno Italico_, lib. VII, il quale suppose una prima vittoria del 981, ed una sconfitta del 982 alla città di Basentello in Calabria; dove da un lato combattessero Greci e Saraceni; e dall'altro lato i Romani e i Beneventani per vendetta abbandonassero Otone. Questi due fatti li imaginò; e si capisce. Ma non so in quale istoria o geografia abbia trovato Basentello. Il Basente, il quale forse diè luogo all'errore, è grosso fiume di Basilicata che sbocca nel golfo di Taranto, tra la città di questo nome e Rossano. Il Muratori cominciò a raddrizzare così fatti errori negli _Annali d'Italia_, 982, e il De Meo, _Annali del Regno di Napoli,_ tomo VI, p. 158, seg., 171, 174, seg., notò molte utili date. Nondimeno l'errore è durato dopo la correzione; e fin oggi si vanno ricantando le due giornate, la fuga dei Greci al primo scontro della seconda battaglia e il nome di Basentello.
[792] Ibn-el-Athîr, e Ibn-Khaldûn, ll. cc.
[793] Abulfeda, e Ibn-Abi-Dinâr, ll. cc.
[794] Nowairi, l. c.
[795] Ibn-Khaldûn, l. c.
[796] Si vegga per questo Mohammed il Cap. V del presente libro, p. 291.
[797] Abulfeda, l. c. È mio il supposto dei richiami dei Siciliani in Egitto. Abulfeda non ne fa motto; ma Ibn-Khaldûn dice di più, come si è potuto vedere.
[798] Si riscontrino: Abulfeda, Nowairi, Ibn-Khaldûn e Ibn-abi-Dinâr, ll. cc. La morte di Abd-Allah e successione del figlio si legge anche nel _Baiân_, testo, tomo I, p. 254.
[799] Si confrontino: Iehîa-ibn-Sa'îd, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 131, A, p. 138, seg.; Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, fog. 33 recto, anno 386, e le autorità citate da M. De Sacy, _Chréstomathie Arabe_, 2ª ediz., tomo I, p. 137, 138, ed _Exposé de la Religion des Druses_, p. CCLXXXIII, seg. La corte fatemita par che fino allora non avesse dato di somiglianti titoli onorifici che a Bolukkin, vicario d'Affrica. Si vegga Ibn-el-Athîr, citato qui innanzi a p. 288, e Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione, tomo II, p. 10.
[800] Abulfeda, _Annales Moslemici_, anno 336, tomo II, p. 450, il quale trascrive Ibn-Sceddâd, e questi probabilmente alcun più antico cronista.
[801] Nowairi e Ibn-Khaldûn; ll. cc.
[802] _Baiân_, testo, tomo I, p. 254.
[803] Nowairi presso Di Gregorio, op. cit., p. 20.
[804] Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione, p. 178.
[805] Nakl son le frutta secche e i confetti che gli orientali sogliono mangiare centellando col vino.
[806] Sâheb-es-sciorta. Si vegga il Lib. III, cap. I, p. 9 di questo volume.
[807] Dico così, perchè cercando di chi fossero cotesti due emistichii, li ho trovati in Motenebbi, entrambi in una _Kasida_ indirizzata a Bedr-ibn-'Ammâr. Si vegga il diwano coi comentarii, MS. della Biblioteca di Parigi Suppl. Arabe, 1485, fog. 448 recto. Motenebbi, che suona il _profetastro_, chiamato così per aver voluto fare il profeta, è dei più celebri poeti arabi ai tempi dell'islamismo. Morì il 351 (965).
[808] _Robâ'i_. Altri MS. hanno _dinâr_. Il _rebâ'i_ è ricordato come moneta corrente in Sicilia nel XII secolo, e valeva un quarto di _dinâr_ d'oro; al qual proposito si vegga il testo d'Ibn-Giobair, edizione di Wright, p. 329, 335, e la nota dell'editore a p. 23 della Introduzione.
[809] Si confrontino: Ibn-Khallikân, edizione del Wüstenfeld, fasc. X, p. 28; e il _Mesâlik-el-absâr_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1372, fog. 120 verso.
[810] Il testo nol dice, ma lo sappiamo d'altronde, come si dirà a suo luogo.
[811] Ciò si dee supporre dal fatto stesso, ancorchè non si legga nel testo.
[812] _Montezeh_, luogo di diletto, casino, villa, talvolta loggia. Il nome di Gia'far mi fa pensare al casino reale dei Normanni detto della Favara o di Maredolce, presso Palermo; il quale par che fosse chiamato dai Musulmani _Kasr-Gia'far_ fino ai tempi di Guglielmo il Buono. Si vegga Ibn-Giobair, nel _Journal Asiatique_, serie III, tomo VII (1846), p. 76.
[813] Tigiani, _Rehla_, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 911 bis, fog. 16 recto. L'autore tolse questo squarcio da Ibn-Rescîk.
[814] Quell'anno Iûsuf paralitico surrogò il figliuolo al dir delle croniche. Ma dalla misura delle lodi che si dispensano a lui ed a Gia'far, mi sembra che Iûsuf, senza lasciare per anco il governo, si fosse associato il figlio nel titolo soltanto.
[815] Il 10 del mese di dsu-l-higgia, grande solennità appo i Musulmani di rito malekita. È anche delle feste che si celebrano alla Mecca alla fine del pellegrinaggio, e però nel poema si dice tanto del pellegrinaggio.
[816] _Kodhâ'a_ è un dei ceppi della schiatta himiarita, alla quale appartenea la tribù di Kelb.
[817] Così chiamano i poeti le lance sottili e dritte, dal nome di Rodeina, moglie d'un celebre armaiuolo di Bahrein.
[818] I devoti greci del medio evo, per falsa interpretazione d'un testo, teneano a peccato di tosarsi, onde i Longobardi e i Franchi li derideano fino al XII secolo, come qui fa il poeta musulmano.
[819] Ibn-Khallikân, edizione del Wüstenfeld, fasc. X, p. 28, seg. Questa _Kasîda_ ha 61 versi più che doppii de' nostri endecasillabi. Come ognuno comprende, non ho fatto la traduzione litterale nè anche di tutti i versi che giovano all'argomento nostro; ma ho raccolto le frasi più significative, trasponendole talvolta, troncando molte imagini, e nessuna aggiugnendone. Debbo avvertire che il passo “gli è forza smettere l'idolatria” risulta da una bella correzione che ha fatta il professore Fleischer alla p. 640 della mia _Biblioteca Arabo-Sicula_ dove occorre il verso: “Tu li hai percosso in lor famiglie, sì che li hai fatto rimaner soletti; e nei loro riti, sì che _hanno lasciato il culto degli idoli_.” La frase che ho messo in corsivo è espressa da una sola voce che avea varianti, e nessuna plausibile, nei MS. d'Ibn-Khallikân.
[820] Benedicti Sancti Andreæ Monachi _Chronicon_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 700. Su l'età e l'autorità del cronista si vegga la prefazione dell'editore a p. 695.
[821] Nella detta prefazione si nota che questo Benedetto sembri il primo o tra i primi che abbiano scritto il supposto viaggio di Carlo Magno in Terrasanta. Siam dunque precisamente nei romanzi di cavalleria, coi trovatori, le cortesie e i cavalieri erranti.
[822] Op. cit., p. 713.
[823] Corruzione di _capitaneus_, come avvisa il Ducange; o derivato da κατὰ e πὰν, come pensano altri dotti ellenisti.
[824] Si vegga qui sopra a p. 333. Tra il 982 e il 998, poichè Iusûf non avea per anco lasciato il governo al figliuolo.
[825] Lupo Protospatario, anno 986. Cito qui e appresso la edizione di Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 55, 56.
[826] Romualdo Salernitano, anno 987. Qui ed appresso da Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V.
[827] Lupo Protospatario, 988.
[828] Lupo Protospatario, 991, e Anonimo di Bari nella stessa pagina del Pertz. Il nome ha le varianti Asto, Otho, Azzo.
[829] Si riscontrino: Lupo Protospatario, 994; Anonimo di Bari, 996; Romualdo Salernitano, 994.
[830] Lupo Protospatario, e Anonimo di Bari, 998. Busito è intitolato _caytus_, cioè kâid, condottiero.
[831] Si riscontrino le varie lezioni della _Cronica di Santa Sofia di Benevento_, l'una delle quali porta precisamente la data di agosto 1002, XVª indizione, presso Muratori, _Antiquitates Italicæ_, tomo I, p. 257; e le altre presso Pertz, _Scriptores_, III, p. 177. Si vegga anche Romualdo Salernitano, 1001.
[832] Lupo Protospatario ed Anonimo di Bari, 1003.
[833] Si riscontrino: Giovanni Diacono di Venezia, contemporaneo, presso Pertz, _Scriptores_, tomo VII, p. 35; Anonimo di Bari, anno 1003, presso Muratori, _Antiquitates Italicæ_, tomo I, p. 33; Lupo Protospatario, anno 1001 (var. 1002). La data del 1004 si trova presso Giovanni Diacono, al par che i particolari dell'impresa. Si vegga anche il Dandolo, lib. IX, cap. I, parte 44, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo XII, p. 233, con data erronea.
[834] _Chronica Varia Pisana_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo VI, p. 107 e 167; Marangone, nell'_Archivio Storico Italiano_, tomo VI, parte II, p. 4. La data ch'è in tutti del 1006 si dee scemare d'un anno, cadendo in agosto e contandosi l'anno alla pisana.
[835] Lupo Protospatario, anno 1009.
[836] _Chronicon Barense_, presso Muratori, _Antiquitates Italicæ_, tomo I, p. 33, anno 1011, e le varianti del Pertz nella edizione messa a riscontro di Lupo Protospatario.
[837] Così pensa De Meo, _Annali di Napoli_, tomo VII, p. 12, 13, an. 1010.
[838] Lupo Protospatario, ediz. di Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 57, an. 1015. “Apparuit stella cometæ mense februarii et Samuel rex obiit et regnavit filius ejus.... 1016. Occisus est ipse filius præfati Samuelis a suo consobrino filio Aronis et regnavit ipse.... 1020 Descenderunt Sarraceni cum Rayca et obsederunt Bisinianum et apprehenderunt eam et mortuus est ipse admira (amira, amita etc.) et Melis dux Apuliæ.” L'abdicazione di Iûsuf innanzi il 1015; il fratricidio di Gia'far nel 1015; e la cacciata di costui nel 1019 che si leggeranno nel capitolo seguente, rispondono a un di presso ai fatti accennati da Lupo: nè monta la inesattezza dei particolari, nè lo sbaglio dei nomi. Ritengo pertanto che la cronica intenda dire dei Kelbiti di Sicilia, non di qualche avventuriere musulmano che avesse tentato di farsi signore in Calabria, che sarebbe supposizione senza alcun fondamento.
[839] Si confrontino: Lupo Protospatario e Anonimo di Bari, anno 1016, e gli _Annali del Monastero di Santa Sofia di Benevento_, nella edizione del Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 177, stesso anno.
[840] Si confrontino: Amato, _L'Ystoire de li Normant_, lib. I, cap. 17, 18, 19; Leone d'Ostia, lib. II, cap. 37, presso Pertz, _Scriptores_, tomo VII, p. 651, 652; nei quali è da notare che Amato, scrittore più antico, pon meno episodii da romanzo di cavalleria: del resto si vede che entrambi attinsero ad unica fonte. Delle circostanze importanti il divario è questo, che Amato dice giunti i Normanni durante l'assedio e Leone d'Ostia prima; che l'uno suppone i Saraceni venuti a riscuotere il solito tributo il quale _cessò per sempre_ dopo quell'impresa, e l'altro reca il fatto come un dei soliti assalti che finivano pagando una taglia. Si accordano a un di presso nella data, dicendo l'uno _avan mille_ e l'altro circa sedici anni avanti il 1017. Ma come entrambi riferiscono agli allettamenti dell'ambasciatore salernitano la venuta dei venturieri che comparvero in Italia il 1017, così mi è parso di seguir la data di Lupo Protospatario e della Cronica di Santa Sofia di Benevento; la quale, oltre l'autorità di que' cronisti, convien meglio ad una pratica di questa fatta che non potea durare sedici anni. D'altronde la data del principio del secolo poteva essere vagamente indicata nei ricordi su i quali scrisse Amato verso il 1080, e Leone d'Ostia nei principii del XII secolo.
Non ho fatto menzione dei compilatori successivi, per esempio Odorico Vitale (morto il 1141), il quale dà 20,000 ai Saraceni e 100 ai Normanni, e son tra questi Drogone ec. Al contrario, i critici moderni mi par abbiano negato troppo facilmente l'episodio de' quaranta pellegrini, il quale, tolti gli ornamenti della Tavola Rotonda, non ha nulla che discordi dall'indole degli uomini e dei tempi.
Debbo avvertire che nella edizione della _Cronica di Santa Sofia di Benevento_, Pertz, _Scriptores_, III, p. 176, 177, si leggono le altre scorrerie qui appresso notate, cavate da aggiunte della edizione di Pratilli, tomo IV, p. 358, che non si trovano negli altri MS. Si vegga nel detto volume del Pertz, p. 173, l'avvertimento dell'editore tedesco, il quale parmi non siasi ricordato che le aggiunte veniano dalle stesse mani che interpolarono la Cronica della Cava, fabbricarono quelle di Calabria e dei Duchi di Napoli ec. Però non accetto quelle notizie come genuine:
Anno 982. Dopo la sconfitta di Otone, i Saraceni saccheggian tutta la Calabria. (Noi sappiamo che se ne tornarono in fretta in Sicilia.)
Anno 1002. Prima della marcia sopra Benevento (che è nelle altre edizioni), vengono a Bari e prendono e ardono Ascoli e il Castel di Santangelo.
Anno 1007. Nuova infestagione di Capua.
Anno 1009. Presa di Bitonto e del Castrum Natii.
Anno 1016. Durante l'assedio di Salerno, dato il guasto fino ad Agropoli e Capaccio.
[841] Lupo Protospatario, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 57.
[842] Ibidem. Il nome è scritto _Iaffari_, _Zaffari_ etc. Si aggiugne _criti_ che par da leggere _caiti_.
[843] Ahmed-ibn-Iûsuf, soprannominato Akhal, è chiamato sempre da Cedreno _Apollofar_. Da un'altra mano gli annali musulmani ci dicono che il suo figliuolo Gia'far rimaneva al governo in Sicilia quand'egli andava a far guerra in Terraferma. E però il suo _keniet_, come lo chiamano gli Arabi, par sia stato Abu-Gia'far, “il padre di Gia'far.”
[844] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr sotto l'anno 484, MS. A, tomo IV, fog. 134 recto, seg.; Abulfeda, _Annales Moslemici_, tomo III, p. 274, seg.; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 22.
[845] Lupo Protospatario, l. c.
[846] Lupo Protospatario, l. c.
[847] Amato, _L'Ystoire de li Normant_, lib. V, cap. XI.
[848] Si veggano quelle di San Nilo, lib. IV, cap. VI, p. 317, seg., di questo volume; e di San Vitale, San Luca di Demena e San Giovanni Therista, lib. IV, cap. XI.
[849] Leandro Alberti, _Descrittione di tutta Italia_, Venezia 1588, fog. 245 verso, la dà per fatta, aggiugnendo: “Insino ad oggidì si vedono le sepolture nel sasso cavate secondo i loro malvagi riti et profane cerimonie.” Ma i “malvagi riti” dei Musulmani portano dì inumare i cadaveri, non già di chiuderli in avelli dì pietra. Perciò non son questi al certo i vestigii che lasciarono sul monte Gargano.
[850] Nowairi afferma la sostituzione conceduta prima della rinunzia di Iûsuf. N'è prova anco la poesia di Abd-allah-Tonûki della quale abbiam fatto parola nel Cap. VII, pag. 335, della quale si vegga la nota 4.
[851] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anno 484, MS. A, tomo IV, fog. 134 recto, e seg.; Abulfeda, _Annales Moslemici_, anno 336, tomo II, p. 446, seg., ed anno 484, tomo III, p. 274; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 20; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 178; Ibn-abi-Dînar; MS., fog. 37 verso, seg.
[852] Si vegga qui appresso, pag. 356.
[853] Si vegga la poesia citata nel cap. VII, p. 335, seg.
[854] Drappo di seta, sul quale si vegga la nota 1, pag. 54, del presente volume.
[855] Imâd-ed-din, _Kharîda_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1376, fog. 40 verso, ed Ibn-Khallikân, edizione del Wüstenfeld, fascicolo X, p. 32, vita 803.
[856] Ibn-Giobair, nel _Journal Asiatique_, serie IV, tomo VII (1846), p. 76, chiama _Kasr-Gia'far_ il sito regio di Maredolce. Dei tre emiri che portarono tal nome, non veggo altri che il figliuolo di Iûsuf che abbia avuto genio e tempo da fondare questa villa regia, della quale terremo proposito nel libro VI.
[857] Secondo Ibn-el-Athîr “un giund” e secondo Nowairi un _'Asker_ ossia “esercito,” voce generica la quale può comprender anche le milizie municipali oltre quella della nobiltà.
[858] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, Nowairi e Ibn-Khaldûn, ll. cc.; il passo d'Ibn-Khaldûn: “mais il epargna ses partisans” vien da una lezione erronea del testo, e va corretto “cacciò i Berberi e gli schiavi negri.” È da avvertire che Nowairi dice seguita la battaglia il mercoledì sette di scia'bân 405; il qual giorno risponde, nel conto astronomico, alla domenica 30 gennaio, e nel conto civile al lunedì 31 gennaio 1015. Il giorno della settimana è dunque sbagliato nel testo; o l'errore vien dall'uso ortodosso di contare il primo del mese arabico dal dì che si fosse vista con gli occhi la luna nuova, checchè ne notasse il calendario.
In ogni modo, la data del 16 febbraio che si legge nel Martorana ed è fedelmente copiata dal Wenrich, vien da un errore corso nella edizione del Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 21, nota c. Secondo il Martorana e il Wenrich i ribelli furon parte Affricani e parte servi di Ali; ma pei primi i testi dicono precisamente Berberi, e pei secondi _'Abîd_, ossia Schiavi negri; nè s'aggiugne che fossero schiavi di Ali, anzi il fatto li mostra soldati stanziali.
Non merita esame il fatto recato dal Rampoldi, _Annali Musulmani_, 1002, che l'emiro “_Thajo dawla_ per la sua iniquissima amministrazione e le enormi sue crudeltà” fu deposto e sostituitogli il fratello Ahmed. È anacronismo della rivoluzione del 1019, che l'annalista senza accorgersene replica poi a suo luogo.
[859] Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc.
[860] Città su la catena degli Aurès; oggidì in provincia di Costantina.
[861] _El-zeug-el-baker_ “Coppia di buoi.” Senza dubbio la superficie da lavorarsi in una stagione con un aratro. Si vegga il Lib. I, cap. VI, primo volume, p. 153, nota 1.
[862] Si riscontrino Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc.; il primo dei quali adopera la voce generica _ghallat_ “prodotti del suolo,” e il secondo le due voci _te'âm_ e _themr_, delle quali l'una qui significa frumento e l'altra il frutto degli alberi o arbusti, e però comprende le olive e le uve.
[863] Ciò si ritrae chiaramente da Mawerdi, ediz. di Enger, p. 259 e 260. Quest'autore particolareggia i casi nei quali era permesso d'accrescere o diminuire il _kharâg_: cioè l'aumento o diminuzion di valore che non venisse da fatto del proprietario. Per esempio si accresceva il _kharâg_, se un'acqua inopinatamente sorgesse da inaffiare il podere, e si diminuiva se un'acqua venisse meno; ma non si mutava, se la industria del possessore migliorasse, o la sua incuria facesse andar a male la coltura. Si vegga anche ciò che ne abbiam detto, Lib. III, cap. I, pag. 18, 19, del presente volume. Non si trattava al certo di terreni decimali ossia libera proprietà di Musulmani, nel qual caso la violazione sarebbe stata assai più grave. Non di poderi demaniali, poichè i nobili del giund non andavano al certo a coltivarli da affittaiuoli. Non di poderi dei Cristiani, poichè que' che se ne risentiron furono i Musulmani.
[864] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Nowairi e Ibn-Khaldûn, ll. cc. Il primo dice che Gia'far “oppresse i suoi fratelli (in islam) e li trattò con superbia.” Nowairi che “vilipese i Siciliani e gli sceikhi del paese, e li trattò con superbia.”
[865] _Akhal_ (le lettere _k_ ed _h_ qui rendono non una ma due lettere diverse) significa uom da' cigli negrissimi da parer tinti col _kohl_. S'intenda dei cigli propriamente detti, non delle sopracciglia.
[866] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Nowairi, Ibn-Khaldûn e Ibn-abi-Dinâr, ll. cc. Il palagio nel quale fu assediato Gia'far non sembra la cittadella detta la Khâlesa, ma l'antico castello degli emiri nel sito della reggia attuale, ovvero un palagio nella Khalesa. È da notare inoltre che Nowairi dice seguíto il tumulto il lunedì sei di moharrem; ma quel giorno risponde secondo il conto astronomico al mercoledì 13, e secondo il conto civile al giovedì 14 maggio. Il Di Gregorio tradusse male nel Nowairi, p. 21: _“et omnia pessum dabat. Tum etiam Giafaro imputabatur quod universas populi siciliensis opes diriperet_;” e p. 22: “_ab conspectu eorum non abscessurum_.” Questi due passi van corretti: “accadesse che che accadesse (nel raccolto). Inoltre Gia'far mostrò dispregio pei Siciliani....... che non si allontanerebbe dai loro consigli.” Infine nella stessa p. 22 la frase “_ego administrationis suæ rependi vicem_” va spiegata più precisamente “Vi risponderò io dei fatti suoi e lo punirò io.”
[867] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anni 361, 365, 379, 386, MS. C, tomo V, fog. 10 verso,.... 27 verso, 34 verso; _Baiân_, testo arabico, tomo I, p. 222, 238, 240, seg.; Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione di M. De Slane, tomo II, p. 9 a 16.
[868] _Baiân_, testo, tomo I, p. 249.
[869] Ibn-el-Athîr, anno 386, MS. C, tomo V, fog. 34 verso.
[870] Ibn-Khallikân, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 248.
[871] Si riscontrino Ibn-el-Athîr, anno 389, MS. A, tomo III, fog. 100 recto; e Tigiani, _Rehela_, MS. di Parigi, fog. 74 recto, e 88 verso, e traduzione nel _Journal Asiatique_, serie V, tomo I, (février-mars 1853), p. 104 e 132; nel primo dei quali luoghi Tigiani riferisce la battaglia come Ibn-el-Athîr al 390, e nel secondo al 389.
[872] _Baiân_, testo, tomo I, p. 266, anno 392. La variante “Reidan Saklabi” si legge nei testi citati da M. De Sacy, _Exposé de la Religion des Druses_, tomo I, p. CCXCIII, dove per altro non si dice dei fatti di Tripoli.
[873] Si veggano i particolari in Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, fog. 40 recto, anno 393; e nel _Baiân_, l. c.
[874] Si vegga in generale l'_Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, più volte citata, e in particolare il tomo II, p. 17 e 44.
[875] Il testo ha le due voci _webâ_ e _tâ'ûn_, che indicano al certo due pestilenze diverse.
[876] _Baiân_, testo, tomo I, p. 267, anno 595.
[877] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anni 406, 413, 432, MS. C, tomo V, fog. 46 verso, 56 verso e 74 recto; e _Baiân_, testo, tomo I, p. 280, anno 409 ec.
[878] Ibn-el-Athîr, anno 406, vol. citato, fog. 46 recto e verso.
[879] Ibn-Khaldûn, _Storia dei Berberi_, testo, tomo I, p. 222, e versione di M. De Slane, tomo II, p. 44.
[880] Gli atroci particolari del regno di Hâkem si leggano nello _Exposé de la Religion des Druses_, di M. De Sacy, tomo I, p. CCXCII, seg. Il cominciamento dell'apoteosi del tiranno nel 407 si legge a p. CCCLXXXIII, seg.
[881] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anno 407, MS. C, tomo V, fog. 53 recto; _Baiân_, anni 407 e 425, testo, tomo I, p. 279 e 285; Nowairi, _Storia d'Affrica_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 702, fog. 36 verso; e Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione di M. De Slane, tomo II, p. 20; i quali non differiscono in altro che nei particolari.
[882] _Baiân_, testo, tomo I, p. 280.
[883] Si veggano nel presente volume il Lib. III, cap. II, VI. Coi Fatemiti vennero d'Oriente a poco a poco i partigiani loro e gli affiliati alla setta, ai quali è probabilissimo che oltre gli oficii pubblici siano state concedute pensioni militari. In Affrica gli Sciiti erano chiamati ordinariamente _Orientali_.
[884] Bekri, nelle _Notices et Extraits des MSS._, tomo XII, p. 462 e 511. Si vegga il Lib. I, cap. V, nel 1º volume, p. 105, nota 1.
[885] Bekri, _Notices et Extraits des MSS._, tomo XII, p. 472. Questa città, altrimenti detta Sabra, fu fondata e prese il primo nome dal califo fatemita Mansûr, che vi trasferì la corte da Mehdia nel 947. Si vegga anche il _Baiân_, testo, tomo I, p. 222.
[886] Sul commercio e industria dell'Affrica propria abbiamo le relazioni d'Ibn-Haukal, che viaggiò quivi nella seconda metà del X secolo; e di Bekri che scrisse nel 1067. Il primo dice del commercio di Tripoli coi porti dei Rûm (Italia e Grecia); di Tenès ed Orano con la Spagna; di tutta l'Affrica propria con l'Oriente, ove si mandavano schiave mulatte e schiavi negri, Rum e Schiavoni, ambra grigia, e seta; delle manifatture di lana ad Agdabia e Tripoli; della pesca del corallo a Tenès, Ceuta e Mersa-Kharez (_Journal Asiatique_, III^e série, pag. 362, seg.). Il secondo (_Notices et Extraits des MSS_., tomo XII) fa menzione, oltre i prodotti ordinarii del suolo, delle canne da zucchero a Kairewân, p. 484; del cotone a Malla, p. 515; dell'indago a San, o Sanab, p. 455; dei gelsi coltivati e la seta prodotta a Kabes, p. 462. Ricorda altresì le manifatture di panni e tele di Kairewân, Susa, Kafsa, p. 488, 503; il commercio dell'olio di Sfax con la Sicilia e paesi di Rûm, p. 465; le navi mercantili siciliane e d'altre nazioni che ingombravano il porto di Mehdia, p. 480.
[887] Il _Baiân_ ci dà minuti ragguagli di questo lusso, ritratti da Ibn-Rekîk, cronista contemporaneo; il quale spesso allega i detti di mercatanti sul valore dei corredi nuziali etc. Si veggano i particolari nel testo arabico, tomo I, p. 249 a 284, anni 373 a 415. Per darne qualche esempio: mandati il 373 in presente al califo di Egitto, cavalli, arnesi, e altre robe, del valsente d'un milione di dinâr, p. 249; il 415, nelle nozze d'una figliuola di Badîs, i gioielli, gli arredi, i vasi d'oro e d'argento e le ricche tende recati dalla sposa furono stimati un altro milione di dinâr, p. 284; nel 406, in una sconfitta dei Beni-Hammâd, si trovarono addosso a tal prigione 50,000 dinâr, a tal altro 8,000 ec. Ancorchè alcune somme siano esagerate di certo, nol sembran tutte. Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, tomo II, p. 19, riferisce altri esempii, tolti da Ibn-Rekik, i quali non si trovano nel _Baiân_.
[888] _Baiân_, testo, tomo I, p. 256 e 258, anni 382 e 387, nel primo dei quali luoghi si dice d'una giraffa mandata dal Sudân con gli altri doni. Donde sembra che alla fine del decimo secolo si tenesse già un commercio diretto di caravane tra l'Africa propria e il Sudân. Ibn-Haukal verso la metà dello stesso secolo parla solo del commercio del Sudân con Segelmessa nello Stato odierno di Marocco, la quale fu occupata talvolta dagli Zîriti ma non rimase in poter loro. L'abbondanza dell'oro, che secondo i tempi ci fa tanta maraviglia, veniva forse dal commercio col Sudân.
[889] Si veggano i particolari del regno di Moezz in Ibn-el-Athîr, an. 415, 417, 427, 432, MS. C, tomo V, fog. 56 verso, 59 recto, 69 verso, 74 recto; _Baiân_, testo, tomo I, p. 286 e 287; e ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, vers. franc., tomo II, p. 18 a 20.
[890] _Baiân_, testo, tomo I, p. 282, anno 414.
[891] Ibn-el-Athîr, Abulfeda e Nowairi, copiando tutti, com'è evidente, una stessa cronica, scrivono “che ubbidirono ad Akhal tutte le rôcche di Sicilia possedute dai Musulmani.” Da ciò argomento che alcune nei principii non gli avessero ubbidito. In questo tempo non era in Sicilia alcuna terra che non fosse tenuta da Musulmani.
[892] Ibn-el-Athîr, anno 484, MS. A, tomo IV, fog. 134 recto; Abulfeda, _Annales Moslemici_, anno 484, tomo III, p. 274, seg.; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 22; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione, p. 179.
[893] Si vegga il capitolo VII del presente Libro, p. 345, 346.
[894] Si riscontrino: Cedreno, ediz. di Bonn, tomo II, p. 479, sotto l'an. 6354 (1025-6); Anonimo di Bari, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 53, dove il 1027 senza il menomo dubbio va corretto 1025. Il Cedreno dà il nome e la misera condizione d'Oreste; l'Anonimo i nomi delle genti che si notavano nell'esercito, alle quali aggiugne i Vandali, che si dee leggere probabilmente Varangi. Il nome del capitano vi è detto _Ispo chitoniti_ e peggio in altre edizioni _Despotus Nicus_, etc.; ma la giusta lezione è quella di Lupo: _Oresti chetoniti_, ossia Oreste ciambellano (κοιτωνίτης). Il titolo di protospatario, ossia aiutante di campo dell'imperatore, è dato dal Cedreno a p. 496.
Ci è occorso più volte di notare che accozzaglia di genti diverse fossero gli eserciti bizantini. Nel comento delle poesie di Motenebbi, un autore arabo dice che l'esercito mandato del 343 (954) contro _Seif-ed-dawla_ della dinastia di Hamdan, si componea di Armeni, Russi, Slavi, Bulgari e Khozari. Presso Sacy, _Chréstomathie Arabe_, tomo III, p. 5, seconda edizione.
[895] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anno 416, (1025-6), MS. A, tomo III, fog. 193 verso, pubblicato da M. des Vergers in nota a Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 180; e Anonimo di Bari, l. c. Il nome di Reggio è nell'Anonimo. Ibn-el-Athîr parla della cacciata dei Musulmani da quelle parti d'Italia e della costruzione delle stanze per l'esercito bizantino: il che si deve intendere manifestamente di Reggio; e conferma nell'Anonimo la lezione: _Et Regium_ restaurata _est a Vulcano catepano_. Delle varie edizioni di cotesta cronica, alcuna ha al contrario che Reggio fosse distrutta; e sembra ignorante correzione di qualche copista. In generale son pessimi i MSS. degli Annali o Anonimo, come che voglia chiamarsi, di Bari. Il nome del catapano ha le varianti Bulcano, Bugiano, Bagiano. Baiano, nelle quali si riconosce il Βοϊωάννις, che sotto Basilio II governò felicemente la provincia, come narra Cedreno, tomo II, p. 546, parlando d'un suo figliuolo o nipote dello stesso nome, sconfitto in Puglia dai Normanni il 1041. Questo Boioanni, trasmutato in Vulcano, parve ad alcuni eruditi non uomo ma _vulcano_ che vomitasse lave sopra Reggio; della cui distruzione indi accusarono il Vesuvio, ch'è lontano anzi che no. Si vegga un avvertimento del Martorana, _Notizie Storiche dei Saraceni Siciliani_, vol. III, p. 2 a 6.
[896] Ibn-el-Athîr, l. c., dice “il figliuol della sorella dell'imperatore,” nel che v'ha anacronismo col patrizio Stefano mandato il 1038, o si tratta di qualche figliuolo di Giovanni Orseolo che dovesse capitanare l'armata veneziana. Giovanni Orseolo, fratel cognato dell'imperatore Romano Argirio, era morto nel 1006.
[897] Cedreno, tomo II, p. 479.
[898] Ibn-el-Athîr, l. c., il quale parla di 400 _kat'a_, che appo gli Arabi sembra nome generico, come noi diremmo vele. Nondimeno parmi la stessa voce _cattus_ e _gattus_ che nelle cronache di Pisa e nel Malaterra (XI secolo) denota una sorta di navi.
[899] Cedreno, tomo II, p. 496, 497, senza data precisa tra il 6537 e il 6539 (1029-31).
[900] Si vegga il Cap. VIII, pag. 346.
[901] Cedreno, tomo II, p. 499.
[902] Cedreno, tomo II, p. 500.
[903] Cedreno, tomo II, p. 513 e 514, il quale scrive la data di maggio 6543, per la scorreria di Tracia, poi accenna l'ambasceria di Giorgio Probato ed altri fatti, e tra gli ultimi avvenimenti dell'anno la scorreria di Licia che torna così all'agosto.
[904] _Baiân_, testo, tomo I, pag. 286, anno 426 (15 novembre 1034 a 3 novembre 1035).
[905] Questa ultima parola sì grave è nel solo Nowairi. Ibn-el-Athîr non la dà.
[906] Ibn-el-Athîr, anno 484, MS. A, tomo IV, fog. 134 recto, e Nowairi presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 22, trascrivono entrambi questo, come par manifestamente, squarcio di cronica. La sola variante che rilevi è la voce “possessioni” aggiunta da Nowairi nel luogo che notai. Abulfeda, _Annales Moslemici_, 484, tomo III, p. 276, e Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, versione, p. 179, accennano appena il successo.
[907] Cioè che si fossero concedute anche a loro le terre da dividersi ai combattenti e il dritto di occupare le terre inculte; soli modi di concession di terre leciti ad un principe musulmano. Ma questi non poteano aver luogo o erano rarissimi nel X secolo, quando vennero le nuove famiglie d'Affrica; perchè il conquisto era fatto, e le terre prese nella costiera orientale che allora fu occupata, si tennero in _fei_, cioè demanio pubblico, per espressa testimonianza degli annali.
Non mi valgo del significato tecnico che potrebbe darsi al verbo, _scerek_, adoperato qui alla terza forma, il quale denoterebbe, non che “partecipazione,” ma “promiscuità.” Il professor Dozy, nelle sue sagaci investigazioni su la Spagna Musulmana, ha notato che nella prima costituzione della proprietà territoriale verso il 719, i conquistatori si posero nelle terre dei vinti lasciandole loro a coltivare, e si chiamarono gli uni e gli altri _scerîk_, ossia “comproprietario.” Si vegga il _Baiân_, tomo II, p. 16, nel glossario. Applicato quest'esempio al nostro caso, troncherebbe ogni dubbio; e “i Siciliani” sarebbero i vinti, ai quali i vincitori avrebbero preso una porzione di terre, come in Italia si tolse “la parte dei Barbari.” Ma su questo solo argomento non si può affermare un ordine così contrario alla legge e pratica dei Musulmani; il quale in Spagna fu eccezione, se pur non va interpretato altrimenti che il faccia il dotto professore di Leyde.
[908] _Amlâk_ plurale di _milk_ e di _molk_. Tra queste due voci, derivate entrambe dalla stessa radice, si è preteso adesso porre una distinzione proveniente dall'idea di alcuni orientalisti francesi, che il dritto musulmano non ammetta vera proprietà fuorchè nel principe, e che ai privati, o almeno alla più parte, non dia altro che il possesso. La quale distinzione è giusta, ma applicata troppo facilmente e largamente; come accennai nel Lib. III, cap. I, p. 13 seg., del presente volume. Quanto alla diversa denominazione, mi pare arbitraria, ovvero nata di recente in Turchia, che non è la Toscana degli Arabi, nè il modello del dritto pubblico. I pubblicisti arabi del decimo secolo non fanno differenza nella denominazione; e Mawerdi, il quale sapea la lingua e il dritto, non distingue altrimenti i due modi di possesso che chiamando “proprietà della repubblica musulmana” quella delle terre il cui possessore fatto musulmano debba pagare tuttavia il _kharâg_, e “proprietà d'infedeli” quella delle terre che tornano decimali, ossia libere di _kharâg_, se pervenute in man di Musulmani. Dunque la voce _amlâk_ ci lascia al punto donde movemmo.
[909] Akhal potea pretendere di rivendicare un dritto usurpato; cioè sostenere che al conquisto quelle terre fossero state appropriate alla repubblica musulmana e lasciate ai Cristiani sotto censo, e che poi, divenuti musulmani i possessori, per abuso fosse stato rimesso loro il _kharâg_, e levata la sola decima legale.
[910] Si veggano le belle osservazioni del Dozy, nella Introduzione al _Baiân_, § 1, p. 6. _Mowalled_ significa propriamente “nato in casa” e indi “arabo di sangue misto” nato di padre arabo e madre straniera, o di madre libera e padre schiavo. Indi la voce nostra _Mulatto_.
[911] Si vegga il capitolo XIII del presente Libro.
[912] Non occorre avvertire che cotesti nomi non hanno che fare con quelli simili che dà il Cedreno ai corsari dei due stati Zîrita d'Affrica e Kelbita di Sicilia, i quali andavano a infestare i dominii bizantini di Levante.
[913] In fatti nelle rivoluzioni del 1042, la Sicilia orientale restò ai nobili, la centrale ed occidentale ai popolani, come si vedrà nel capitolo XII di questo Libro.
[914] Cedreno, tomo II, p. 514.
[915] Ibn-el-Athîr e Nowairi, Abulfeda e Ibn-Khaldûn, ll. cc.
Non ho bisogno di avvertire che su questa novazione d'Akhal, principio della rovina della Sicilia musulmana, ho tenuto presente il concetto del Martorana, tomo I, cap. IV, p. 128, seg., al quale si conformò il Wenrich, Lib. I, cap. XVI, § CXL. Ma ben altra mi è parsa l'indole generale, altri i particolari del fatto; della quale interpretazione ho spiegato largamente le ragioni.
Il Martorana e con lui il Wenrich non so perchè riferiscano ad Hasan-ibn-Iûsuf, soprannominato _Simsâm-ed-dawla_, la pace con l'impero bizantino che seguì in principio della guerra civile, e che però fu stipolata di certo da Akhal. In vero il Cedreno, che ne fa parola, dà all'emiro di Sicilia il nome di Apolafar Muchumet il quale non risponde nè al soprannome Akhal, nè al nome proprio Ahmed. Ma Apolafar sembra alterazione d'Abu-Gia'far (si vegga il Cap. VII del presente Lib., p. 345); e in ogni modo la data del Cedreno è sì precisa da non lasciar luogo a dubbio. La _Vita di San Filareto_, presso Gaetani, _Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 114, seg., e presso i Bollandisti, 1º aprile, p. 605, seg., conferma pienamente così fatto sincronismo.
[916] ’Απόχαψ è trascrizione esattissima nel modo che usavano i Greci. Con le medesime lettere diedero il nome di Abu-Hafs (Omar-ibn-Scio'aib) conquistator di Creta. Si vegga il Lib. I, cap. VI, vol. I, p. 162. Il Rampoldi, che non badava a queste minuzie, trascrisse Abu-Kaab, e così l'han ripetuto il Martorana e il Wenrich.
[917] Cedreno, tomo II, p. 513, 514.
[918] Ducange, _Glossario greco, alla voce Μαγίστερ, e Gloss. Lat._, 2^e ediz. alle voci _Magister militum_ e _Magister officiorum_.
[919] Ducange, op. cit., _Magister militum_.
[920] Per esempio, il titolo di patrizio fu dato il 788 ad Arigiso principe di Benevento; il 916, al duca di Napoli e al principe di Salerno; il 999, a Giovanni figliuolo e socio in oficio di Pietro Orseolo doge di Venezia.
[921] Si confrontino le due narrazioni arabica e greca, la prima delle quali si legge in Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Nowaîri e Ibn-Khaldûn e l'altra in Cedreno, ll. cc. Il fatto è senza ombra di dubbio lo stesso, poichè Cedreno dice che restando vincitore Apolofar, l'altro fratello chiamò in aiuto l'emir degli emiri d'Affrica, stipolando di dargli parte dell'isola.
[922] Cedreno, tomo II, p 503, 516, 517, nell'anno 6545 (1º sett. 1036 a 31 agosto 1037), il quale dice i 15,000 prigioni _romani_, ossia bizantini. O si dee togliere un zero, o supporli vassalli cristiani da Sicilia.
[923] Si confrontino Cedreno, e gli annalisti arabi, ll. cc.
[924] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Nowairi, e Ibn-Khaldûn, e il cenno d'Hagi-Khalfa, anno 427, ch'è mal reso nella versione del Carli, p. 70. Ibn-Khaldûn, op. c., p. 180, della versione francese, guasta fatti e date, aggiugne nomi e cambia cifre. Un errore, com'io lo credo, del MS. di Parigi ha portato poi M. Des Vergers a tradurre: “et citèrent en leur présence l'émir El-Akhal, qui fut décapité par leur ordre;” in vece di: “ed assediarono il loro emiro Akbal, il quale poi fu ucciso.” La _Vita di San Filareto_, dianzi citata, della quale abbiam la sola versione latina, dice che Michele Paflagone mandò l'esercito da Sicilia “_tum ab ejus provinciæ Toparca, tum a Siculis nonnullis sæpe rogatus_;” e porta il fatto come gli Arabi: “_Interim vero Barbarorum tyrannus, eo qui in Sicilia dominabatur per dolum sublato, bona illius omnia depredatus et in regnum quod ille administrabat invadens, nemine omnino obsistente, Panormi totiusque Siciliæ potitur_;” e poi narra l'impresa di Maniace. La voce _Toparca_, come ognun vede, è generica e bene appropriata secondo il linguaggio greco a designare un principe di picciolo stato.
[925] Nilo Monaco, _Vita di San Filareto il giovane_, presso Gaetani, _Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 114. Il biografo intese i fatti da San Filareto che in questo tempo avea 17 o 18 anni e morì di 50. La quale testimonianza non ebbe sotto gli occhi il Martorana nè il Wenrich; e toglie ogni dubbio sul sincronismo delle due serie di fatti riferite l'una dagli Arabi e l'altra da Cedreno. Notai sopra come fossero certe d'altronde le date della prima chiamata dei due stranieri cioè Bizantini e Zîriti. Adesso aggiungo che va cancellata, come raddoppiamento di racconto, la chiamata dei Bizantini per Simsâm-ed-Dawla e la seconda degli Zîriti per Abu-Kaab; e che l'emirato di Simsâm va messo, non prima, ma dopo la guerra di Maniace. Il Martorana fu tratto in errore un po' da Rampoldi; e il Wenrich al tutto da Martorana. Rampoldi, anni 1035 e 1036, avea mescolato e alterato come in sogno d'infermo i racconti di Nowairi e di Cedreno e aggiuntivi fatti di capo suo.
[926] Cedreno, tomo II, p. 494, 500, 504, seg., 512, 514.
[927] Gli _Annales Barenses_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 54, anno 1041, dicono di schiere russe tornate in Puglia dalla impresa di Sicilia.
[928] I Varangi, famosi pretoriani della corte bizantina dal X secolo in poi, erano venturieri di schiatta scandinava che capitavano a Costantinopoli per la via di Russia. La venuta loro a questa impresa si ricava da altre autorità che quella citata nella nota precedente, la quale accenna forse ad ausiliari sudditi dei principi russi. Su i Varangi si vegga Gibbon, _Decline and Fall_, cap. LV, con le aggiunte del Milman, ed una nota di Samuele Laing, nella versione dell'_Heimskringla_ di Snorro Sturleson, tomo III, p. 4. Il nome, derivato dalle voci scandinave _Wehr_, _vaer_, o _Ware_, è tradotto dal Laing “the defenders.”
[929] Si confrontino Amato, _L'Ystoire de li Normant_, lib. II, cap. VIII, p. 38, Malaterra; lib. I, cap. VII; Guglielmo di Puglia, lib. I, _Plebs Lombardorum Gallis admixta quibusdam_ ec.; Cronica di Roberto Guiscardo presso il Caruso, _Bibliotheca Sicula_, p. 830, presso il Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V, e nella versione francese, lib. I, cap. IV, p. 266, del volume stesso di Amato. Il Cedreno, tomo II, p. 545, dice circa 500 i Normanni e lor condottiero Ardoino. Secondo Amato, e Leone d'Ostia, eran 300, capitanati da Guglielmo di Hauteville. All'incontro Guglielmo di Puglia, come s'è veduto, attesta che ve ne fosse picciol numero nella compagnia, e mi pare il più verosimile.
[930] Σφόνδιλος, il _verticillum_ dei Latini.
[931] Si confrontino: Lupo Protospatario presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 58, anno 1038; Cedreno, tomo II, p. 520, anno 6546, VIª indizione (1037-38), _Cronica di Roberto Guiscardo_, ll. cc.; Nilo Monaco, _Vita di San Filareto_, presso il Gaetani, _Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 115, e presso i Bollandisti, 6 aprile, p. 608.
[932] Si confrontino: Amato, Malaterra, e _Cronica di Roberto Guiscardo_, i quali non sono d'accordo nei particolari. Il primo non dà nè anco il nome di Messina, ma dice solo: “et ont combatu à la cité et ont vainchut lo chastel de li Sarrazin;” ma per _cité_ par voglia significare Siracusa. Malaterra non fa cenno della porta occupata. Cedreno non dice nè punto nè poco di questo combattimento.
[933] Cedreno, tomo II, p. 520, il quale dà ai Cartaginesi 50,000 uomini e dice espressamente seguíta la battaglia κατὰ τὰ λεγόμενα ‘Ρήματα. Questo nome risponde al _Rimetta_, _Rimecta_ etc. dei diplomi dell'XI e XII secolo e alla _Rimète_ di cui parla _l'Ystoire de li Normant_, lib. V, cap. XX, nelle prime imprese del conte Ruggiero. Il sito e i ricordi delle guerre precedenti fanno comprendere che gli Affricani abbiano amato a decider la sorte delle armi a Rametta più tosto che a Messina. Si spiega con pari agevolezza il silenzio di Cedreno sul combattimento di Messina, e dei cronisti normanni su la battaglia di Rametta; poichè il primo scrivea delle giornate campali, senza particolareggiare le fazioni minori; e i secondi scriveano de' trofei di lor gente, senza curarsi del resto, o trascurandolo a bella posta. In ogni modo i due combattimenti son distinti.
[934] Cedreno, l. c.
[935] Debbo alla cortesia del signor F. P. Broch, erudito orientalista di Cristiania, la cognizione di questa impresa di Aroldo il Severo, e di quelle sorgenti che io ho potuto studiare, come tradotte in latino o in inglese. Il professore P. A. Munch, autore d'una Storia di Norvegia dettata nell'idioma nazionale, mi ha poi favorito qualche schiarimento per mezzo del signor Broch.
I fasti di Aroldo il Severo (Harald Haardraade) si leggono nella raccolta delle Saghe intitolata: _Scripta Historica Islandorum_, tomo VI, (Copenhagen, 1835, in 8º), p. 119 a 161, e nell'opera di Snorro Sturleson, autore islandese della fine del XII e principio del XIII secolo, intitolata: _Heimskringla_ or _Chronicle of the Kings of Norway_, versione inglese di Samuele Laing, Londra 1844, in 8º, tomo III, pag. 1 a 16, saga IX, cap. I a XV. Aroldo, fratello uterino di Olaf il Santo re di Norvegia, combattè con valore, giovanetto di 15 anni, nella battaglia di Stiklestad (1030), ove il re fu morto ed egli gravemente ferito. Nascoso da fedeli partigiani, andò a corte di Iaroslaw 1º principe di Russia, dal quale umanamente accolto, militò con lode su i confini di Polonia. Chiesta in isposa Elisabetta figliuola del re, Iaroslaw gli fece intendere che forse gliela darebbe quand'avesse acquistato terreno e danaro. Aroldo pertanto andossene a cercar ventura con la spada. (Tuttociò sembra di buon conio. S'allega l'autorità d'Aroldo stesso e de' contemporanei; un dei quali dicea averlo visto giovanetto con un bel saio rosso, sembiante regio e marziale, volto pallido, folte sopracciglia, gesti un po' violenti ma rattenuti.)
Andò a combattere in Polonia, Germania, Francia e Italia; donde passò a Costantinopoli con una compagnia di ventura, sotto il mentito nome di Nordbrikt; perchè gli imperatori non volean tra i Varangi uomini di sangue reale. (Autorità vaghe o non citate. La peregrinazione da venturiere in Germania, Francia e Italia sembra favolosa.)
Regnavano a Costantinopoli Zoe e Michele Catalacto (volean dire Calafato e si dee correggere Paflagone, senza che vi sarebbe anacronismo), dai quali fu mandato a combattere nel mar di Grecia. (Forse il 1035 contro gli Affricani e Siciliani che infestavano l'Arcipelago; ma non si può affermare.)
Aroldo indi fu fatto capo dei Varangi (non generale in capo che s'intitolava _Acolutho_, ma della divisione mandata in Italia), e partì con Girgir (Giorgio Maniace) il quale girava le isole greche: e sovente combattè coi corsali. (Maniace non v'era per certo.) Sta per venire alle mani con Girgir perchè facendo alto l'esercito una notte, Aroldo si era attendato sur una collina evitando i luoghi bassi insalubri in quel paese, e Girgir volea mettersi nel medesimo sito. Finisce che si tira a sorte il luogo ed Aroldo per scaltrezza o frode resta dov'è. (Fatto verosimile, forse vero, incorniciato di favole.)
Aroldo guerreggiando insieme coi Greci non fa mai dar dentro i Varangi; ma quand'è solo, combatte disperatamente, e sempre riporta la vittoria. Girgir biasimato del non guadagnar mai nulla, scarica la colpa su i Varangi; alfine l'esercito si separa in due: Girgir coi Greci ed Aroldo coi Varangi e i Latini; questi riporta infinite vittorie, e quegli se ne torna scornato a Costantinopoli, abbandonato anche dai giovani greci che vogliono rimaner con Aroldo. (La prima parte si riscontra un po' con le memorie normanne. Le altre son favole intessute su la disgrazia di Maniace.)
Aroldo allora passa con l'armata in Affrica, detta la terra dei Saraceni; ove conquista ottanta città o castella; vince in campo il re d'Affrica; guerreggia parecchi anni; fa gran bottino d'oro, gioielli e altre cose preziose, e il manda in Russia, com'abbiam detto; poi assalta la costiera meridionale di Sicilia. (Citati varii squarci di poesie. La immaginaria impresa in Affrica è tolta dal combattere in Sicilia contro gli Affricani. Gli ottanta castelli son la più parte in aria; il re d'Affrica può dinotare Abd-Allah figliuolo di Moezz, alla battaglia di Traina.)
In una battaglia navale guadagnata da Aroldo sopra gli Affricani, i cadaveri degli uccisi son buttati su l'arena alle spiagge meridionali della Sicilia che son tinte di sangue. (Citata una poesia. Quest'episodio non si può affermare nè negare.)
Aroldo va con l'armata in Blaland (questo nome danno le saghe al paese dei Negri d'Affrica a mezzodì della Serkland, ossia Affrica Settentrionale), ove riporta altre vittorie e torna a Costantinopoli. Zoe gli domanda una ciocca di capelli, e che ricambio ei ne vuole si legga nella versione latina. Guarisce poi per miracolo una pazza; libera il paese vicino d'un gran dragone; va a combattere un'oste di Pagani ai confini dell'impero; vince con l'aiuto di Sant'Olaf che appare sopra un cavallo bianco; e per voto fabbrica una chiesa a Costantinopoli. (Non occorre notare che son tutte favole. Il caval bianco di Sant'Olaf, è lo stesso di Sant'Ignazio di Costantinopoli alla battaglia di Caltavuturo nell'882, Vol. I, p. 420, Lib. II, Cap. X, e di San Giorgio alla battaglia di Cerami nel 1063.)
Mandato su l'armata con Girgir a saccheggiare la Sicilia, prendevi quattro città. La prima, scavatavi sotto una mina, per la quale sbucò nel bel mezzo d'un palagio dove allegramente si banchettava. La seconda, molto più forte, non si potea avere per battaglia. Perciò Aroldo, visto che tanti stormi di uccelletti volassero dalla città al bosco vicino, fa impiastrar di bitume certi alberi, e presi gli uccelli lor fa attaccare addosso schegge di pino sparse di zolfo e cera, e messovi fuoco lascia gli innocenti animali; sì che tornandosi a lor nidi nei tetti di strame, appiccarono l'incendio per ogni luogo della città e la fu obbligata ad arrendersi. (Lo stesso tiro è attribuito nelle saghe alla granduchessa Olga, ai re di Danimarca Hadding e Fridleif ed a Gurmund pirata.) Un'altra città più grossa, lungamente assediata, cadde con questo stratagemma: che Aroldo s'infinse malato e poi morto, e volle farsi seppellire con sontuoso funerale in città; dove i frati fecero a gara per averlo ciascuno in sua chiesa. Armati di sotto e coperti di lunghe gramaglie egli e pochi Varangi recavan la bara; mettean mano alle spade quando furono in su la porta, ed aprivano il passo a tutto l'esercito. (Somigliante strattagemma è attribuito a Roberto Guiscardo in Calabria, a Frode I, re di Danimarca ed a molti altri condottieri.) Infine stringendo un castello inespugnabile, i Varangi fingono di avvicinarsi senz'arme e giocar tra loro per beffarsi del presidio; i soldati del presidio, per non parer da meno, fan lo stesso; e replicato lo scherzo parecchi dì, i Varangi una volta traggono lor coltellacci nascosi ed occupano al solito la porta, con aspro combattimento, nel quale Aroldo fece andare innanzi con la bandiera un Haldor che fu gravemente ferito e rinfacciò il re di codardia. (Questo pare men favoloso; oltre Haldor che tornò con una cicatrice alla guancia, v'è nominato un Ulf-Ospaksson etc.)
Dopo diciotto battaglie vinte in Sicilia, raccolto gran bottino, Aroldo e Girgir, che fa sempre la parte dell'Arlecchino in commedia, se ne tornano. Aroldo poi va a conquistare coi soli Varangi Gerusalemme, a bagnarsi nel Giordano; è imprigionato a Costantinopoli per dispetto amoroso di Zoe o gelosia del novello suo marito Costantino Monomaco; è liberato per virtù di Sant'Olaf, apparsogli in sogno; fuggendo rapisce e poi lascia una principessa greca, e dopo altre avventure, sposa la Elisabetta di Russia a Novogorod, si collega col re di Svezia per torre la corona di Norvegia a Magnus figliuol di Sant'Olaf, e alfine regna insieme col nipote (1047).
Or il finto conquisto di Terrasanta, la Sicilia non ricordata mai come paese musulmano, e tanti altri indizii, mostrano che la Eneide di Aroldo nel Mediterraneo fu inventata dopo le Crociate. Dunque non è nè anco contemporanea; nè possiam su la sua fede accettar quegli episodii che somiglian meno a menzogna: per esempio il combattimento navale su le costiere meridionali di Sicilia, e l'ultimo dei quattro stratagemmi narrati di sopra. Del resto, le due autorità c'ho citato non s'accordan tra loro nei particolari, e questi variano nelle altre saghe non tradotte, come ritraggo dal signor Broch.
Ho fatto parola delle monete musulmane trovate nel Baltico al par che molte dell'impero bizantino. Su la presunta origine di esse gli eruditi sono d'accordo. Si vegga la nota del signor Laing, op. cit., tomo III, p. 4.
[936] Si confrontino: Malaterra, lib. I, cap. VII, e la _Cronica_ di Roberto Guiscardo, testo e versione, ll. cc. La voce _Archadius_, data per nome proprio del condottiero, è titolo, come tutti sanno, di grado militare, _Kâid_, più tosto che di magistrato, _Kâdhi_.
[937] Così Malaterra. Il monaco Nilo dice 100,000; Cedreno fa supporre molto più, portando a 50,000 il numero degli uccisi. Da un'altra mano l'Anonimo par non giunga al vero dando ai Musulmani soli 15,000 uomini.
Il nome della città non è dubbio: Traina in Malaterra e nell'Anonimo; Δραγῖναι in Cedreno. Il campo in pianura è ricordato altresì da Cedreno e dal monaco Nilo; se non che questo non dà il nome della città, leggendosi nella versione _non longe ab urbe_, sia che i copisti avessero saltato il nome, sia che San Filareto fosse di Traina stessa. La voce πόλις che dovea essere nel testo non si può intendere capitale, e però Palermo, contro le testimonianze di Cedreno e dei cronisti Normanni citati di sopra.
[938] Nilo Monaco, l. c.
[939] Cedreno non parla qui dell'assedio di Siracusa, anzi dice aver Maniace soggiogato tutta l'isola. La posizione dei Musulmani a Traina lo smentisce.
[940] Il nome basta a provare che vi stanziò Maniace, e conferma che il campo di battaglia fosse stato nelle pianure tra quel luogo e Traina. La terra che s'addimandò Maniace è descritta da Edrisi, di cui si vegga il testo nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, cap. VII, pag. 64, la versione francese del Joubert, tomo II, e il compendio presso il Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, pag. 123. Portava l'altro nome, al certo anteriore, di _Ghirân-ed-dekîk_ ossia “Le grotte della Farina.” Al tempo di Fazzello ne avanzavan ruine e si chiamavano il Casalino; _De Rebus Siculis_, deca I, lib. X, cap. 1. Su l'abbadia che fu in parte distrutta dai tremuoti del 1693, si veggano, oltre il Fazzello, i diplomi del XII secolo presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 396, 456, 977, 1004. Si riscontri D'Amico, _Lexicon Siciliæ Topograficum_, tomo II, alla voce _Maniacis_.
[941] Si confrontino: Cedreno, tomo II, p. 522, _Vita di San Filareto_, l. c.; Malaterra, lib. I, cap. 4; _Cronica di Roberto Guiscardo_, presso Caruso, _Bibliotheca Sicula_, p. 832, lib. I, cap. V, p. 266, della versione francese. Questa Cronica dà molto diversa, e manifestamente imaginaria, la postura dei luoghi e le circostanze della battaglia. Al par che Malaterra la dice guadagnata dai soli Normanni. La data si scorge dall'ordine in che pone questo fatto il Cedreno nel 6548 (1039-1040) e dal ritorno del Catapano Doceano in Terraferma di novembre 1040.
Secondo il monaco Nilo, il tiranno de' Barbari (Abd-Allah), dopo la fuga a cavallo, se ne tornò in Africa su picciolo legno e ridusse a casa le reliquie dell'esercito. Cedreno narra che il capitano cartaginese fuggendo giunse alla spiaggia, donde, montato sur una barchetta riparò in Affrica; facendo mala guardia su la costiera l'ammiraglio bizantino, cui Maniace avea raccomandato d'impedir la fuga. Chi suppose così fatta precauzione di Maniace, ignorava al certo che Traina giace a più di trenta miglia dal mare e che sorgevi di mezzo l'altissima giogaia di Caronia. Da un'altra mano, gli annali arabi portano che Abd-Allah fu cacciato in Affrica per sollevazione dei Musulmani di Palermo, come si narrerà nel seguente Capitolo. Indi è chiaro che il biografo di San Filareto, e molto più la tradizione bizantina riferita dal Cedreno, confusero in un solo due fatti distinti, cioè la sconfitta di Traina che costrinse Abd-Allah a rifuggirsi in Palermo e il tumulto di Palermo che lo cacciò in Affrica.
[942] Amato lo dice: “Arduyn servicial de Saint-Ambroise archevesque de Milan;” Leone d'Ostia “Arduinus quidam Lambardus (cioè della Lombardia d'oggidì) de famulis scilicet Sancti Ambrosii;” Malaterra “Arduinum quendam Italum;” Lupo Protospatario “Arduinus Lombardus;” Cedreno “Arduino.... signore independente di un certo paese (Ἀρδουῖνον.... χώρας τινὸς ἄρχοντα, καὶ ὑπὸ μηδενὸς ἀγόμενον).” In questo medesimo passo, tomo II, p. 345, Cedreno dice positivamente che la compagnia normanna era capitanata da Ardoino, talchè si riscontra con Guglielmo di Paglia, lib. I, _Inter collectos erat Hardoinus_ etc. e col _Chronicon Breve Northman._, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V, p. 278, che dice assalita la Puglia il 1041 dai Normanni, _duce Hardoino_: Tutte le circostanze dei presente fatto e dell'ordinamento a Melfi, provan lo stesso. Amato, Malaterra e gli altri scrittori di parte normanna aman meglio a far capitano della compagnia Guglielmo Braccio di ferro, che nel 1038 conducea probabilmente uno squadrone e che arrivò al sommo grado nel 1043.
[943] Amato, lib. II, cap. XVI e Leone d'Ostia, lib. II, cap. 66, quasi con le stesse parole di lui, scrivono che Ardoino, preposto dai Bizantini al governo di varie città di Puglia dopo la ingiuria ricevuta in Sicilia della quale si volea vendicare, accarezzasse e suscitasse occultamente i popoli alla rivoluzione. Il fatto si dee tener vero, ma si dee porre innanzi l'impresa di Sicilia; perchè è impossibile, con tutta la corruzione del governo bizantino, che fosse stato affidato quell'oficio ad Ardoino dopo la diserzione; e d'altronde non lascia luogo a tal fatto il breve tempo che corse tra la fuga della compagnia dall'esercito di Sicilia e la occupazione di Melfi. Amato, che ignorava le date e i particolari, cadde facilmente in quest'anacronismo. Ardoino sembra della nobiltà minore che si sollevò il 1035 contro l'arcivescovo di Milano e fu vinta. È verosimile parimenti ch'egli ed altri rifuggiti e stranieri avessero fatto una compagnia di ventura, e che innanzi il 1038, trovandosi ai soldi dei Bizantini, gli fosse stato affidato il comando militare di qualche città di Puglia.
[944] Si confrontino: Malaterra, lib. I, cap. VIII; Amato, lib. II, cap. XIV a XVIII; Guglielmo di Puglia, lib. I, _Cumque triumphato_ etc, Cronica di Roberto Guiscardo presso Caruso, _Bibliotheca Sicula_, p. 832, e nella versione francese, lib. I, cap. V; Leone d'Ostia, lib. II, cap. LXVII; Cedreno, tomo II, p. 545. Queste autorità differiscono molto nei particolari del torto fatto alla compagnia, ed altri ne dà la colpa a Maniace, altri a Michele Doceano, succedutogli nel comando in Italia. Ho seguito a preferenza il Malaterra, la cui narrazione è più verosimile e s'incatena meglio con gli altri fatti.
[945] Cedreno che narra più distinto questo fatto, suppone fuggito il capitan musulmano a dirittura verso l'Affrica, e che Maniace si adirò tanto con l'ammiraglio perchè appunto gli avea commesso di guardar ben la costiera che nessuno campasse da quella via. La postura di Traina, la testimonianza del monaco Nilo e quella degli annalisti arabi che ho notato di sopra (pag. 388, nota 1), dimostrano che la colpa fu d'averlo lasciato imbarcare in qualche punto della costiera e navigare verso Palermo. Indi ho notato i due luoghi nei quali più probabil è ch'egli entrasse in nave. Evidentemente Cedreno e il monaco Nilo presero il principio e la fine della fuga d'Abd-Allah e trascurarono i fatti intermedii, che soli possono spiegare la collera di Maniace.
[946] Cedreno, tomo II, p. 522, 523.
[947] Fazzello, deca I, lib. IV, cap. I, afferma senz'altra prova, che Maniace edificò il castello, e aggiugne ch'ei fe' gittare in bronzo i due arieti i quali stettero in su la porta del castello fino al 1448, quando piacque ad un marchese di Geraci d'adornarne un suo palagio a Castelbuono. Confiscati per ribellione d'un altro marchese di Geraci, gli arieti vennero in Palermo; si tramutarono d'uno ad altro edifizio; e fino al 1848 si videro in una sala della reggia. Ma, presa questa dal popolo, un degli arieti si trovò spezzato, com'e' par da una palla di cannone; e il Comitato di governo collocò l'altro nel Museo dell'Università. La fattura mi sembra antica più tosto che bizantina.
[948] Amato, lib. II, cap. IX; Leone d'Ostia, lib. II, cap. LXVI.
[949] Cedreno, tomo II, p. 523.
[950] Secondo gli Annali di Bari, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 54, Doceano, reduce di Sicilia, entrò in Bari di novembre 1040. (Scritto 1041, perchè il nuovo anno si contava dal 1º settembre.)
[951] Erroneamente si è inferita la occupazione di Palermo dal verso di Guglielmo di Puglia, lib. I, _Premia militibus_ Regina _solveret urbe_. Il cronista vuol dire Reggio, non “la città regia.”
[952] Annali di Bari, l. c.
[953] Cedreno, tomo II, p. 523.
[954] Si confrontino gli _Annali di Bari_, e Lupo Protospatario presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 54, 58, con Cedreno, tomo II, p. 525.
[955] Κεκαμένος.
[956] Cedreno, solo autore di questa tradizione, dice aggiunti rinforzi cartaginesi alla leva in massa di Sicilia e capitanata l'oste dall'emiro Apolofar. Mi sembrano sbagli di parole: che ignorando la morte di Akhal e sapendo lì l'emir di Sicilia, i Bizantini abbiano scritto il nome di Apolofar; vedendo i disertori berberi, li abbiano deffinito ausiliarii cartaginesi. Leggeransi nel cap. XII i fatti seguíti tra i Musulmani dal 1040 al 1042, pei quali credo si possa accettare dalla tradizione di Cedreno la qualità del capitano emir di Sicilia, mutare la persona e sopprimere la uccisione. Il Martorana, tomo I, p. 141, ben s'appose al nome di Simsâm; se non che lo fece andare in Egitto e tornare con rinforzi del califo fatemita, che sono sogni del Rampoldi, _Annali Musulmani_, 1040.
[957] Cedreno scrive positivamente la Pentecoste; ma voltata qualche pagina (tomo II, p. 538), lo dimentica, narrando che Catacalone portò egli stesso a Costantinopoli il nunzio della vittoria di Messina, nell'atto che il popol s'era levato a romore contro il nuovo imperatore Michele Calafato. Or, secondo lo stesso Cedreno, la sedizione che tolse il trono al Calafato, cominciò il lunedì della seconda settimana dopo Pasqua del 1042, e però innanzi la Pentecoste. Della Pentecoste del 1041 non si può ragionare al certo, la quale cadde il 10 maggio, cioè quando non eran partite per anco di Sicilia le schiere dei Macedoni, Pauliciani e Calabresi. D'altronde l'_annunzio_ della vittoria sarebbe stato un po' tardo. Perciò suppongo sbagliata la festa e che debba dir la domenica delle Palme o altra.
[958] Cedreno, tomo II, p. 523, 524. Lascio da canto Apollofar, ucciso nella tenda in mezzo al vino; i soldati che non si reggeano in piè dall'ebrezza; le valli e i letti dei fiumi pieni di cadaveri; l'oro, argento, perle e altre gemme che si trovarono nel campo musulmano, divise a moggia (μεδίμνοις) tra i vincitori.
[959] Cedreno, tomo II, p. 546, dice di cotesti aiuti degli Italiani della regione tra il Po e le Alpi.
[960] Si confrontino: Cedreno, tomo II, p. 541, 547 a 549; Michele Attallota, _Historia_, pubblicata da M. Brunet-de-Presle, p. 11, 18, 19; Guglielmo di Puglia, lib. I, _Interea magno Danaum_ etc., sino alla fine del libro; _Annali di Bari_ e Lupo Protospatario, presso Pertz, _Scriptores_, tomo V, p. 54, 58, anni 1042, 1043; _Chronicon Breve Northman._, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V, p. 278, anni 1042, 1043. Cedreno dà ad intendere che Maniace ripigliò sopra i Normanni tutta l'Italia all'infuori di poche città, il che è falso.
[961] Si vegga la nota 1 della pag. 387, nel capitolo precedente. I particolari della battaglia e del seguito che ebbe, portano a credere presente il narratore a Traina.
[962] Nilo Monaco nella _Vita di San Filareto_, presso Gaetani, _Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 115, e presso i Bollandisti, tomo I, di aprile, p. 609. San Filareto avea allora diciott'anni. Il tiranno era Abd-Allah figliuolo di Moezz.
[963] Così la famiglia di San Filareto; la quale non si può supporre sola a prendere tal partito.
[964] Mettendo da parte le memorie dei cospiratori cristiani di Messina, più probabili che autentiche, delle quali tratteremo nel seguente libro, si veggano pei Cristiani di Traina, Malaterra, lib. II, cap. XVIII, e la _Cronica di Roberto Guiscardo_, presso Caruso, p. 838, e versione francese, lib. I, cap. XV; e per lo rimanente del Valdemone stesso, Amato, lib. V, cap. XXI e XXV, e Malaterra, lib. II, cap. XIV.
[965] In un diploma di Tancredi conte di Siracusa, dato del 1104, si legge che il conte Ruggiero nell'istituire il vescovato di Siracusa (1093) gli aveva assoggettato tutto il clero greco e latino. Il primo non era venuto al certo coi Normanni. Il poeta siracusano Ibn-Hamdîs, ricordando le sue scappate giovanili, _Biblioteca Arabo-Sicula_, cap. LIX, § 1, p. 549, dice di un monistero di donne, ov'egli ed altri scapestrati andavano a bere il vino “color d'oro.”
[966] Malaterra, lib. II, cap. XLV, dice dell'arcivescovo che si sforzava a mantener la fede in Palermo pria che v'entrassero i Normanni. Avea nome Nicodemo, secondo una bolla di Calisto II, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, pag. 53.
[967] Si vegga il diploma del 1098 pel monastero di Santa Maria di Vicari, che citiamo nel capitolo seguente.
[968] Malaterra, lib. II, c. XX, narra che gli abitatori fossero parte Cristiani e parte Musulmani.
[969] Malaterra, lib. I, cap. XVII, narrando una scorreria del conte Ruggiero da Messina a Girgenti nota che gli si fecero incontro i _Christiani provinciarum_, che deve intendersi del Valdemone e Val di Mazara. Si vegga anche il cap. XIII di questo libro.
[970] Si vegga il Cap. III del presente Libro, pag. 257, seg., del volume.
[971] Si veggano i luoghi di Malaterra e d'Amato, testè citati. Le condizioni ritratte dal primo nel lib. I, cap. XIV, s'adattano appuntino agli dsimmi.
[972] Si vegga il Libro V, ch'è il luogo proprio di trattarne, poichè le prove di coteste due condizioni compariscon dopo il conquisto normanno.
[973] Libro II, cap. XI, pag. 484 del primo volume.
[974] Malaterra, lib. I, cap. XIV, XVIII e XX, citati di sopra, parla di Cristiani di Valdemone, di Traina e delle _province_ (tra Messina e Girgenti); e cap. XXIX, dei Greci di Traina che sembran _parte_ della popolazione cristiana di quella città. Il Di Gregorio, _Considerazioni sopra la Storia di Sicilia_, lib. I, cap. I, ritiene la stessa distinzione di schiatte e allega, note 2, 3, la stessa autorità. Aggiugne, nota 4, un esempio di Geraci tolto dal lib. II, cap. XXIV, di Malaterra; sul quale non voglio fare assegnamento, non essendo certo se si tratti di Geraci in Sicilia o della città dello stesso nome in Calabria.
[975] Nilo Monaco, _Vita di San Filareto_, presso il Gaetani, _Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 113, e presso i Bollandisti, 6 aprile, p. 607.
[976] Si vegga qui appresso la vita di San Vitale di Demona.
[977] Non v'ha un sol rigo nè un sol nome latino tra i ricordi della dominazione normanna che possano riferirsi all'epoca precedente.
[978] Si vegga il Lib. III, cap. XI, p. 213, 214 di questo volume.
[979] Si veggano nel cap. III del presente Libro i ragguagli cavati dalla _Vita di San Niceforo vescovo di Mileto_, e il cenno che do di questa agiografia alla fine dello stesso capitolo, p. 273 del volume.
[980] _Vita di San Vitale abate_, presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 86; e presso i Bollandisti, 9 marzo, p. 26.
[981] _Vita di San Luca di Demona_, presso Gaetani, op. cit., p. 96; e presso i Bollandisti, 13 ottobre, p. 337.
[982] Si vegga il testamento del Prete Scolaro del 1114 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 1005. Costui lasciò al Monastero del Salvatore in Messina trecento codici greci e “bellissime immagini coperte d'oro.” Ma è da avvertire che avea fatto viaggi in Grecia e che solea comperare da mercatanti di quella nazione.
[983] Malaterra, lib. II, cap. XIV. Si vegga anche Amato, lib. V, cap. XXI.
[984] Si vegga il Lib. II, cap. XII, nel primo volume, p. 485 e 486, nota 2.
[985] Alla fin del IX secolo sembrano anche vescovi _in partibus_, o fuggitivi, que' di Cefalù, Alesa, Messina e Catania, che si trovarono al Concilio di Costantinopoli (870). Non conto nel X secolo San Procopio vescovo di Taormina che incontrò il martirio nel 902. Non parlo del vescovo di Camerino nelle Marche (963-967) che altri suppose di Camerina in Sicilia. Leone vescovo di Catania è soscritto in una decretale del patriarca di Costantinopoli del 995, di cui il Pirro, _Disquisitio de Patriarca Siciliæ_, § VII, nº 5. Umberto monaco in Lorena, è sottoscritto col titolo di arcivescovo di Sicilia nel concilio romano del 1049; sul quale si vegga il Pirro, p. 51, e le autorità citate dal Martorana, _Notizie Storiche dei Saraceni Siciliani_, tomo II, p. 217, note 133, 134.
[986] Si vegga il Lib. III, cap. VIII, p. 172 di questo volume. Non facciamo parola del vescovo Ippolito, non sapendosene appunto il tempo.
[987] Si veggano le autorità citate poc'anzi, p. 396, nota 5. I Normanni non fecero conto dell'arcivescovo greco più che d'un _imam_ di moschea; e certo non gli dettero un titolo ch'ei non avesse. La corte di Roma non solo lo riconobbe a Nicodemo ed agli arcivescovi normanni, ma n'avea già investito a modo suo Umberto.
[988] Si vegga il Lib. III, cap. XI, p. 214 di questo volume.
[989] San Luca di Demona e San Vitale di Castronovo, dei quali or or discorreremo le vite, presero entrambi l'abito monastico a San Filippo d'Argira; e morirono in Calabria, l'uno il 993, l'altro, come si suppone, il 994. Dall'agiografia di San Vitale si scorge che in gioventù egli con altri frati dal monastero di San Filippo andò a Roma, e che, tornando dopo due anni in Sicilia, visse da romito su l'Etna rimpetto l'antico suo chiostro. San Luca di Demona era uscito dallo stesso monastero il 959 o poco prima. Però la cagione della partenza di entrambi par lo sgombero del monastero, il quale risponderebbe a un di presso ai fatti del Valdemone che narrammo nel cap. III di questo Libro, p. 255, seg., del volume.
[990] Questo mi sembra il valore del testo ἀδηλωθείσαν (μόνην), Diploma del 1098 pubblicato con versione italiana da Niccolò Buscemi, nel giornale ecclesiastico di Palermo che s'intitolava _Biblioteca Sacra_, tomo I, p. 212, seg. Il Martorana in una risposta al Buscemi, estratta dal _Giornale di Scienze_ ec. _per la Sicilia_, p. 39, si sforzò invano a distruggere l'attestato che contien questo diploma. Il conte Ruggiero vi dice chiaramente _avere confermato_ (ἐπέκυρω) le possessioni. Dunque il monastero esisteva, e non vivea di limosine avanti il conquisto normanno.
[991] Non occorre citare tutti i diplomi normanni che lo attestano in varie guise. Fra gli altri uno del 1093 presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 1016, prova che restava in piè la chiesa soltanto nel monastero di San Michele Arcangelo in Traina.
[992] Diploma del 1144 nel quale re Ruggiero accenna il decreto del padre, presso Pirro, _Sicilia Sacra_; p. 1021. Il Martorana nella risposta citata vuole inforsare l'attestato; ma non può cancellare quel _tenebant et possidebant tempore impiorum Saracenorum_, come tradusse il Lascari, e gli si può credere ancorchè non si conosca l'originale greco.
[993] Testamento di Gregorio categumeno del monastero di San Filippo di Demona. Il testo greco con altri diplomi del monastero fu pubblicato dal Buscemi, op. cit., p. 381 a 388, e più correttamente dal Martorana, op. cit., p. 60 a 64 con novella versione italiana di monsignor Crispi, valente ellenista siciliano, morto non è guari.
[994] Si ricordi il fatto del vescovo Leone nel 925.
[995] Si vegga il cap. XI del Lib. III, e il cap. III del Lib. IV, p. 214 e 264 del presente volume.
[996] Antica sede del vescovato di Tricarico.
[997] Presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 86, e presso i Bollandisti, 9 marzo, p. 96. I soli dati cronologici, oltre l'anno della versione, sono la contemporaneità con San Luca di Demona, il titolo di Catapano di Calabria che occorre nel racconto, e il nome del monastero di Armento, il quale si sa fondato nella seconda metà del decimo secolo. La morte _septimo idus martii feria sexta_ ha portato i Bollandisti a notare l'anno 994. Si vegga anche De Meo, _Annali di Napoli_, tomo VI, anno 994. I nomi dei luoghi in Calabria ove si dice soggiornato San Vitale in romitaggio dopo il ritorno dalla Sicilia, son Liporaco presso Cassano, Pietra di Roseto, Rappaco presso San Quirico, Misanelli, Armento, Sant'Adriano presso Basidia, una cella presso Turi, e infine Rapolla.
[998] Otone I, come notaron bene il Gaetani e i Bollandisti. E però torna al 968 o 969 nelle scorrerie che abbiamo accennato al cap. VI del presente Libro, p. 311 del volume.
[999] _Vita di San Luca di Demona_, versione dal testo greco che sembra perduto, presso il Gaetani, op. cit., tomo II, p. 96, e presso i Bollandisti, 13 ottobre (tomo VI), p. 332. Questa seconda e recente edizione è illustrata di erudite annotazioni. Il sant'Elia di Reggio primo maestro di San Luca, fu, al dir dei Bollandisti, lo Speleote che dimorava a Melicocca presso Seminara, op. cit., p. 333, § V. Per error di stampa nel Gaetani è recata quest'agiografia il 13 settembre, quando vi si legge _tertio idus octobris_, l'anno dell'Incarnazione 993 e del mondo 6493 secondo l'èra alessandrina.
[1000] Si vegga il capitolo precedente, p. 387.
[1001] Si vegga il Lib. II, cap. XII, 517 del primo volume.
[1002] L'agiografo sclama: Ov'era in quelle solitudini il soffice letto, la pulita stanza, il tappeto, le stuoje, i bagni, le brigate di amici, il pan fino, i pesci, l'olio, i condimenti, le frutte, il vino, la lettura del Vecchio e del Nuovo Testamento? Ma par ch'ei voglia accennare il contrasto con la vita di qualche prelato di Calabria, piuttosto che con quella di San Filareto stesso in gioventù.
[1003] _Vita di San Filareto_, presso il Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 112, seg.; e presso i Bollandisti 6 aprile (tomo I), p. 605, seg., versione d'un testo greco che sembra perduto.
[1004] Si vegga il Gaetani, op. cit., tomo II, p. 109, che se la bevve; e i Bollandisti, 17 luglio (tomo IV), p. 288.
[1005] Presso il Gaetani, op. cit., tomo II, p. 107; e presso i Bollandisti, 24 febbraio (tomo III), p. 479: il primo dei quali lo fa morire il 1054; e i secondi il 1129. Figliuolo d'un conte calabrese che fu ucciso nelle scorrerie dei Musulmani di Sicilia, nacque in Palermo dalla madre condotta in schiavitù, e sposata da un Musulmano; andò in Calabria a battezzarsi e trovare i tesori nascosi del padre; si fece monaco sotto San Nilo (morto il 998), operò in vita molti miracoli, e morendo risanò d'un'ulcera Ruggiero Guiscardo nipote di Roberto, il quale diè in merito grandissimi beni al monastero. Questo Ruggiero Guiscardo, che la storia non conosce, questo sbalzo dalla fine del X alla fine dell'XI secolo, convengon bene alle avventure favolose che abbiamo appena accennate.
[1006] La vita di San Simeone da Siracusa fu scritta per ordine dell'arcivescovo di Treveri da un Eberwin abate del monastero di San Martino, il quale avea praticato con Simeone nella torre e l'aveva assistito a morte. Si vegga presso il Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 101; o meglio presso i Bollandisti, 1 giugno, p. 87, seg. Si riscontri la _Cronica di Sigeberto_, anno 1016, presso il Pertz, _Scriptores_, tomo VII, p. 555.
[1007] Si cominci dai Cristiani che compiangeano i prigioni di Siracusa (878) nelle strade di Palermo, Lib. II, cap. IX, p. 408 del primo volume; si scenda via via nel X secolo ai patti di Hasan in Reggio, alla guerra di Taormina e Rametta, al segretario cristiano d'Abu-l-Kâsim, Lib. IV, cap. II, III, VI, p. 247, 257 e 320 di questo volume; e si arrivi nel presente capitolo ai fatti dell'XI secolo, e si vedrà durar sempre il cristianesimo.
Di questa opinione sono stati quasi tutti gli scrittori delle cose ecclesiastiche di Sicilia, come si può vedere del Mongitore, _Opuscoli d'Autori Siciliani_, tomo VII, p. 119, seg. Il Di Gregorio tenne la stessa sentenza, _Considerazioni su la storia di Sicilia_, lib. I, cap. I.
La sentenza contraria è stata di recente sostenuta dal Martorana, _Notizie Storiche dei Saraceni Siciliani_, tomo II, p. 43 a 75; al quale rispose il sacerdote Niccolò Buscemi, _Biblioteca Sacra per la Sicilia_, (Palermo 1832), vol. I, p. 195 seg., 373 seg., ed egli replicò in varii articoli del _Giornale di Scienze e Lettere per la Sicilia_ del 1834, raccolti poi in un volumetto, p. 17 seg., 133 seg. Io ho citato di sopra alcuni documenti allegati dall'uno e dall'altro, e, com'è naturale, ho tenuto presenti le ragioni pro e contra, ma non posso qui esaminarle partitamente.
[1008] Nel _Mo'gem-el-Boldân_ di Jakût, _Biblioteca arabo-sicula_, testo, p. 117.
[1009] Presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 617, nella notizia della Chiesa siracusana. Il comento si trova non solo nei fatti che abbiamo esposto, ma anche in un diploma di re Ruggiero dato il 6642 (1134), il quale attesta la sollecitudine del padre a liberare dagli Agareni la Sicilia e _i suoi abitatori cristiani_; presso Pirro, p. 975.
[1010] Questo supposto è del Martorana, _Notizie storiche_, tomo II, p. 68 a 73; il quale non so se vi sia stato condotto dal Rampoldi che sognò una tregua di tre anni tra i Musulmani e i Bizantini di Sicilia, dopo la partenza di Maniace. Si vegga la risposta del Martorana, p. 16, nota. Il Martorana cadde in errore, credendo che l'appellazione di Greci, sì frequente in Sicilia nello XI e XII secolo, non dinotasse i Siciliani di linguaggio greco, ma necessariamente si dovesse riferire a gente venuta di fresco dalle province bizantine.
[1011] Si vegga il Lib. II, cap. XII, p. 476 seg. del primo volume.
[1012] Questa cronica in forma di lettera di Fra Corrado, priore del convento domenicano di Santa Caterina in Palermo, ha una data che risponde al 1290. Si vegga presso Caruso, _Bibliotheca Historica regni Siciliæ_, tomo I, p. 47, questo cattivo compendio di fatti dal 1027 al 1282, del quale non conosciam tutte le sorgenti ed alcuna si potrebbe supporre versione inesattissima dall'arabico. Oltre gli errori madornali su i fatti e i nomi, vi si nota l'anacronismo d'un secolo nella scorreria dello spagnuolo Meimûn-ibn-Ghania in Sicilia, ch'è messa il 1027 in vece del XII secolo. In ogni modo, ancorchè la storia sembri più tosto alterata da errori di compilazione o di copia che falsata a disegno, non si può fare alcuno assegnamento su l'attestato di Fra Corrado.
[1013] Girio.
[1014] La versione latina di questo diploma fa pubblicata dal Di Giovanni, _Codex Siciliæ diplomaticus_, nº CCXCVIII, p. 347; il testo greco dal Morso, _Palermo antico_, p. 321, e dal Garofalo, nel _Tabularium... capellæ collegiatæ.... in regio panormitano palatio_, p. 1, seg.; e tutti han creduto si trattasse d'una confraternita in Palermo; massime il Morso, il quale vi fabbricò sopra la strana conghiettura da noi accennata nel cap. V del III Libro, p. 298 di questo vol. in nota.
Ma quella preghiera pel patriarca e per gli imperatori (βασιλεῶν) mal conveniva ad un corpo morale esistente in Palermo nell'XI e XII secolo. Il Martorana, _Notizie_ ec., tomo II, p. 219, pensò doversi riferire la fondazione ai Greci bizantini ch'ei suppone occupatori di Palermo nella guerra di Maniace; e mise anco in forse l'autenticità del diploma. Il Mortillaro in un'aspra critica contro Garofalo, _Opere_, tomo II, p. 67, seg., rincalzò cotesto sospetto.
A me non par luogo di credere apocrifa la pergamena; ma tengo certo che la confraternita delle Naupactitesse non sia stata mai in Palermo. Dapprima i nomi dei confratelli sottoscritti, greci la più parte, mi avean fatto pensare ad alcuna delle città ed isole di Grecia assalite dai Normanni di Sicilia; ma consultatone M. Hase, ha notato che tra que' nomi ve n'abbia di forma italiana, e che il nome di un Ruggiero Nanainà ci richiami alla Puglia. Però debbo all'autorità del maestro il pensiero che segno nel testo. Aggiungo che la voce _imperatori_, al plurale, fa credere rinnovati gli statuti mentre sedea più d'uno sul trono di Costantinopoli; e ciò, dopo il 1048 data del primo diploma, tornerebbe al regno di Costantino Duca (1060-67), il quale si associò i figliuoli, o di questi e della madre (1068); e sarebbe appunto prima della occupazione di Bari per Roberto Guiscardo.
[1015] Ibn-el-Athîr dà i fatti in ordine cronologico infino agli armamenti dei Bizantini, il 416 (cap. IX di questo Libro a p. 365 del volume); e indi salta al 484 raccogliendo in un capitolo tutti gli avvenimenti dalla abdicazione di Iûsuf, il 388 (998), al compiuto conquisto dei Normanni (1091); nel quale capitolo la data e' particolari scarseggiano da Iûsuf alla occupazione di Moezz (1037), e mancano al tutto d'allora infino alla chiamata dei Normanni (1060). Or appunto alla fine del X secolo, cioè al tempo di Iûsuf, giugne la cronica d'Ibn-Rekîk (Introduzione, p. XXXVII del primo volume). Ibn-Rescîk supplì forse i primi quarant'anni dell'XI secolo, ibid. I cenni su la seconda metà sembrano cavati da Abu-Salt-I-Omeîa o da Ibn-Sceddâd (Introduzione, p. XXXVIII), i quali scrivendo nel XII secolo, quando era giù la dominazione musulmana di Sicilia, o non conobbero o non vollero raccontare tutti i particolari della caduta.
Questo concetto si conferma a legger Abulfeda, Nowairi e Ibn-Khaldûn, nei quali si vede manifestamente la stessa lacuna, ancorchè non abbian sempre copiato o compendiato Ibn-el-Athîr, ed abbiano avuto in originale alcune sorgenti. Abulfeda muta un po' la divisione della materia. D'un fiato ei dà nell'anno 336 tutta la storia degli emiri kelbiti di Sicilia, trascritta da un autore ch'è al certo Ibn-Sceddâd: capitolo aggiunto dopo la prima copia o edizione, poich'è scritto di mano d'Abulfeda stesso in margine del MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 750. Poi nel 484 fa un capitolo compendiato, com'ei pare, sopra Ibn-el-Athîr, dov'ei viene a ripetere alcuni fatti del capitolo del 336, non avendo badato a cancellarli quando aggiunse lo squarcio d'Ibn-Sceddâd. Nowairi e Ibn-Khaldûn, dividendo loro storie generali per dominazioni, non per anni, fanno capitoli apposta su le cose di Sicilia; ma vi allogano gli stessi fatti d'Ibn-el-Athîr, più o meno particolareggiati e sempre interrotti nel periodo che notammo. Tutti par abbiano ignorato le storie particolari della Sicilia scritte da Ibn-Kattâ' e da Abu-Ali-Hasan (Introduzione, p. XXXVII, nº I, V).
[1016] Nel 1052. Si vegga Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione di M. De Slane, tomo I, p. 34, 35; e Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, fog. 81 verso, e 82 recto, che particolareggia molto più i fatti.
[1017] Sapendosi di certo dagli autori cristiani che lo sconfitto a Traina fu Abd-Allah-ibn-Moezz, il tumulto che lo cacciò avvenne di necessità dopo la battaglia, non immediatamente dopo la uccisione di Akhal.
[1018] Traduco quasi litteralmente da Ibn-el-Athîr dove si legge “Per dio _la fine_ dell'opera vostra, ec.;” la qual voce fa supporre un recente e grave caso.
[1019] Alcuni autori portan trecento; ma è differenza di copia, potendosi scambiare facilmente le due voci arabiche che significano quei due numeri. Qual dei due sia il vero nol so.
[1020] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anno 484, MS. C, tomo V, fog. 109, recto, seg.; Abulfeda, _Annales Moslemici_, stesso anno, tomo III, p. 274, seg.; Nowairi, presso Di Gregorio, op. cit., p. 23; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 181; Ibn-Abi-Dinâr, MS., fog. 37 verso, seg. Quest'ultimo è il solo che aggiunga il compimento _ed-dawla_ al soprannome _Simsâm_ e mi sembra però più corretto.
[1021] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, e Ibn-Khaldûn, ll. cc., i quali copiano con varianti unico testo. Nowairi, l. c., non dice degli uomini di vilissima condizione. E forse copiando come gli altri, saltò quelle parole perchè gli parvero contraddittorie al fatto trovato nel medesimo testo, o altrove, e dato da lui solo; cioè il governo degli Sceikhi in Palermo. Abulfeda, in fin del capitolo su i Kelbiti ch'ei trascrive da Ibn-Sceddâd, dice che s'impadronirono della Sicilia i _Kharegi_, ossia ribelli.
[1022] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Ibn-Khaldûn e Nowairi, ll. cc. I primi tre aggiungon al novero dei regoli Ibn-Thimna; ma Nowairi, ch'è il più diligente di tutti in questo periodo, dice costui surto appresso: e ciò si accorda meglio con gli altri fatti.
Ibn-Menkût sembra di schiatta arabica. Questo nome che in un sol MS. di Nowairi si legge con la variante Metkût, non può essere diverso da quell'Ibn-Menkud da cui si addomandò un castello appunto in Val di Mazara, ricordato da Edrisi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 119 della versione latina. Nacque di certo della famiglia e probabilmente fu predecessore d'un Kâid Abu-Mohammed-Hasan-ibn-Omar-ibn-Menkûd, poeta siciliano ricordato da Imâd-ed-dîn nella _Kharida_, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 43 recto. Un Kaid Abd-Allah-ibn-Menkût, della stessa tribù e forse della stessa famiglia, si vede alla corte di Tamîm, principe zîrita di Mehdia, il 481 (1088-9) presso Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, fog. 106 verso, con la variante Menkûr nel _Baiân_, tomo I, p. 310 del testo arabico. E con le varianti Metkûd, Medkûr, si trova lo stesso nome in Affrica nel XIII secolo presso Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione di M. De Slane, tomo II, p. 103, 222. Le dette varianti son dei copisti, nè montano. Quella tra Menkût e Menkûd potrebbe venir dal suono similissimo che hanno quelle due lettere finali nella pronunzia degli Arabi. Infine è da avvertire che l'una e l'altra voce ha significato in arabico.
Quanto ad Ibn-Hawwâsci (le ultime tre lettere corrispondenti al _ch_ francese e _sh_ inglese), questo nome si legge anche Hawâs e Giawâs; e li credo errori di copie. _Hawwâsci_ significherebbe “l'agitatore, il demagogo,” e ben converrebbe a quegli che Ibn-Thimna diceva appo i Normanni “servo suo rivoltato” (Leone d'Ostia, lib. III, cap. 45); un che _esmut lo peuple et lo chacerent de la cite et se fist amiral_ (Amato, lib. V., cap. 8).
È da avvertire infine che in Ibn-Khaldûn leggiamo Abd-Allah-ibn-Hawwâsci signor di Mazara e Trapani, e non si vede il nome di Ali-ibn-Ni'ma, nè si parla di Castrogiovanni e Girgenti. Viene probabilmente da un rigo saltato nella copia in questo modo: “a Mazara e Trapani Abd-Allah-ibn-Menkût _ed a Castrogiovanni Ali-ibn-Ni'ma detto Ibn-Hawwâsci_ ec.”
[1023] All'assalto dei Normanni, il 1062, era venuto in soccorso di Messina il navilio palermitano. Diremo a suo luogo del navilio del principe di Sicilia che si trovò il 445 (1053-4) a Susa rivoltata contro gli Zîriti.
[1024] Nei due MSS. di Nowairi si trova Kelâbi e Meklâbi, ma la giusta lezione data da Ibn-Khaldûn è Meklâti, che differisce dall'ultima pei punti diacritici d'una sola lettera, e dalla prima per questi e per un picciol nodo che segna la _m_, e che facilmente sfugge alla vista in una scrittura frettolosa. D'altronde Ibn, o Ben, Meklâti, risponde al _Benneclerus_ di Malaterra (lib. II, cap, 2, 3), il quale scrisse probabilmente _Benmecletus_.
Nella _Kharida_ d'Imâd-ed-din, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 36 verso, abbiamo tre lamentevoli versi del poeta siciliano, il Kâid Abu-l-Fotûh figliuolo del Kâid Bedîr (o Bodeir) _Sened-ed-dawla_, Ibn-Meklâti ciambellan del sultano. Trovandosi nel capitolo tolto da Ibn-Kattâ', erudito e filologo siciliano che morì nel principio del XII secolo, Bedîr o il figliuolo è probabilmente il signor di Catania. Il sultano del quale egli si intitolò _Hâgib_, (ciambellano) col soprannome di “Base dell'Impero,” pare Simsâm, che in sua misera condizione tenesse corte e desse titoli.
In ogni modo Meklâta era tribù berbera e forse ramo di Kotâma, come si legge in Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione di M. De Slane, tomo I, p. 172, 227, 294, e tomo II, p. 237.
[1025] Nowairi, l. c. Gli altri tacciono questo fatto importante.
[1026] Hagi-Khalfa, compilatore assai moderno, è il solo che porti questa data nel _Takwim-et-Tewârîkh_ (Cronologia), edizione di Costantinopoli, p. 60. Pur si adatta benissimo in mezzo a quel tratto di venti anni che gli annalisti lasciano sì oscuro. S'aggiunga che Ibn-el-Athîr, Abulfeda e Nowairi, i quali non scrivono la data della elezione nè della deposizione di Simsâm, pongono appunto nel 444 (1052-53) il primo passaggio dei Normanni con Ibn-Thimna, che seguì nove anni dopo (1061). Sembra dunque che le croniche lette da loro abbiano confuso la caduta dei Kelbiti con la chiamata dei Normanni. Ibn-Khaldûn s'allontana da ogni probabilità, dando Simsâm cacciato di Palermo e poi ucciso il 431 (1039-40).
[1027] Cosmografia di Kazwîni, intitolata _Athâr-el-Bilâd_, testo arabico, p. 383. Il compilatore che visse nel XIII secolo, dice avvenuto il caso dopo il 440 (15 giugno 1048 a 3 giugno 1049). Il cronista di cui trascrive le parole ma non dà il nome, fu al certo contemporaneo, perchè visse avanti l'occupazione normanna del 1091. Forse Abu-Ali-Hasan, autore d'una storia di Sicilia, citato altrove da Kazwini.
[1028] Prima da Akhal; poi dalle due parti nella guerra civile e in ultimo da Abd-Allah-ibn-Moezz. Nol dicono gli annalisti, ma non cade in dubbio.
[1029] Si vegga il cap. X di questo Libro, p. 393, 394.
[1030] Litteralmente significa “Il figlio del Demagogo.” La citazione è a p. 420, nota 2.
[1031] Si vegga il cap. XV del presente Libro.
[1032] A Siracusa, come si scorge dalle poesie d'Ibn-Hamdîs.
[1033] Si vegga la nota 2, p. 421.
[1034] Si vegga il capitolo IX di questo Libro, p. 373 del volume.
[1035] Si vegga il Lib. III, cap. VIII e X, p. 146 seg., e 248 seg., di questo volume.
[1036] È da fare eccezione per poche città marittime come Mazara, Marsala, Trapani, le quali per la vicinanza con l'Affrica e l'antichità delle colonie, sopratutto Mazara, doveano serbare ordini e tendenze politiche analoghi a que' di Palermo. Il dritto non si trascurò di certo a Mazara, dove sorse il più celebre giureconsulto del tempo.
[1037] Imâd-ed-dîn, nella _Kharîda_, MS. di Parigi, A. F., 1375, fog. 133 recto, lo pone tra i poeti egiziani, notando pure che si dovrebbe noverar tra quei di Sicilia. Il titolo che gli dà di _Sâheb-Sikillia_, mi porta alla conghiettura che annunzio nel testo. Pure si potrebbe supporre dimenticata qualche parola, dopo _Sâheb_, per esempio, _Sciorta_, nel qual caso sarebbe stato prefetto di polizia in Sicilia.
[1038] Lo scoliasta è Ibn-Scebbât. Gli estratti di Bekri, sono pubblicati nella mia _Biblioteca Arabo-Sicula_, p. 209, seg., del testo, secondo un MS. di M. Alphonse Rousseau.
[1039] Quest'opera di Iakût è la principale raccolta di notizie di geografia descrittiva che ci rimanga su i paesi musulmani del medio evo. Si veggano i ragguagli che ne dà M. Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_, Introduzione, p. CXXIX, seg. Ormai ve ne ha in Europa varii MSS., si che si può sperar quanto prima una buona edizione del _Mo'gem_. Ritraggo la data della pubblicazione dal MS. del British Museum, 16,649. _Prolegomeni_, fog. 3, recto.
Gli articoli su la Sicilia e sue città e terre, che io ho dato nella detta _Biblioteca_, p. 105 a 126 del testo, son tratti dai due soli MSS. di Oxford e British Museum. I nomi stessi leggonsi nel Compendio del _Mo'gem_ intitolato _Merasid-el-Ittilâ'_, pubblicato recentemente a Leyde dal professor Juynboll; ed io li ho posti nella _Biblioteca_, p. 127 a 132. Iakût non conobbe forse l'opera di Edrisi, e di certo non la usò trattando della Sicilia: la sola notizia che s'accordi un po' con Edrisi, è quella di Catania, di cui diremo più innanzi. Oltre i nominati nel testo, Iakût cita in due articoli Ibn-Herawi ed Abu-Hasan-Ali-Ibn-Badîs. Infine i versi ch'ei trascrive da una satira d'Ibn-Kalakis, venuto in Sicilia al tempo di Guglielmo il Buono; gli fornirono un sol nome geografico novello, cioè Oliveri; e nessuna notizia importante: D'Ibn-Kalâkis diremo nel Libro VI.
[1040] _Mo'gem_ nella _Biblioteca Arabo-Sicula_, testo, p. 115.
[1041] Ibidem: ecco il passo di Iakût: “Ho veduto scritto di propria mano d'Ibn-Kattâ' su la coperta del _Târîkh-Sikillîa_ (Storia di Sicilia) queste parole: Trovo in alcuna copia della _Sîrat-Sikillia_ la nota marginale che sono in quest'isola ventitrè città ec.” La voce _sirat_ significa “Memoria, cronica,” ma non sappiamo se qui sia nome generico o titolo speciale del libro.
[1042] _Dhia'_ che vuol dir propriamente “podere demaniale” e in generale podere, possessione rurale. Come ogni podere avea i suoi proprii coloni o agricoltori, così il nome si estendeva agli abituri pochi o molti; e però il significato può variare da Masseria o villa infino a Villaggio.
[1043] Questo fatto fu generale in Europa nel medio evo. Ma in Sicilia, tra istituzioni e configurazione del suolo, dura fin oggi. All'infuori di alcune regioni dove l'agricoltura è progredita per eccezione, gli abitatori battuti e impoveriti non hanno avuto alacrità che basti a scender dalle loro vette per avvicinarsi alle terre da coltivare e alle strade.
[1044] Il numero dei comuni attuali è di 352, cominciando da Palermo e terminando a San Carlo che ha men di 300 anime. Secondo Abu-Ali, nell'XI secolo si contavano almeno 340 tra città e rôcche. Spiegherò nei VI libro la osservazione che qui accenno su la diminuzione dei villaggi.
[1045] Ibn-Haukal, del quale copiò tanti squarci l'autore del _Mo'gem_, non dicea forse d'altra città che Palermo.
[1046] Il _Mo'gem_ e il _Merâsid_ hanno Ads”n”t che si dovrebbe leggere Otranto. Ma anzichè supporre l'errore di trasferirsi quella città in Sicilia, parmi si debba mutare la t finale in w e leggere _Adsernô_.
[1047] Il _Mo'gem_, citando Abu-Ali, dice che _el-B”iâw_ era “città” importante anzi che no, sol promontorio occidentale, nel luogo “men coltivato e men ferace dell'isola.” Senza dubbio dunque Lilibeo, al quale già gli Arabi davano l'attuale forma di Boèo mutando in articolo arabico le prime due sillabe. Occorrendo intanto il nome di Marsa-Ali (Marsala) nei fatti storici del 1040, come dicemmo nel capitolo precedente, p. 420 di questa volume, è da supporre che quella città, nella prima metà del secolo avesse già doppio nome, il nuovo di Porto d'Ali e l'antico mutato in Boèo, ovvero che coesistessero le due terre, l'una crescente, e l'altra in decadenza.
[1048] Così addimandasi tuttavia il monte che sovrasta ad Alcamo, nel quale il Fazzello, Deca I, lib. VII, cap. IV, afferma che sorgea l'antica Alcamo, tramutata nel sito attuale per comando di Federigo d'Aragona il 1332. Potrebbe darsi che Alcamo fosse stata sempre dove è oggi. Edrisi (1154) la chiama _menzîl_ ossia stazione, e Ibn-Giobair (1184) _beleda_ ossia terra: il che prova che non era fortezza nel XII secolo. Da un'altra mano il castello sul monte si chiama tuttavia Bonifato, e nel XII secolo era lì presso un villaggio dello stesso nome, con 600 salme di territorio, come si scorge da un diploma del 1182 presso Del Giudice, _Descrizione del Tempio di Morreale_, appendice, p. 14. Posto ciò, non abbiam ragione di supporre che Iakût dia, come due città, due nomi diversi della stessa. Rivedendo i diplomi citati dal Fazzello e dal D'Amico nel _Dizionario topografico_, ricercandone altri, ed esaminando con occhio d'archeologo i ruderi di Bonifato e le vecchie mura d'Alcamo attuale, si potrà sciogliere il nodo.
[1049] Nel testo è K”r”b”na. Non dubito che sia da aggiugnere un punto alla _b_ arabica, e leggere _Karîn_a.
[1050] Nel testo si legge in due articoli _Katâna_ e _Katânîa_, date entrambe come città, ed è probabile che le due notizie vengano da fonti diverse.
[1051] Manca in Edrisi; e i diplomi del XII secolo non ne parlan come di città esistente. Ragione di più per supporre che Iakût abbia preso questo nome da Abu-Ali o da Ibn-Kattâ'. Si vegga il Lib. II, cap. XII, p. 468, seg., del I volume.
[1052] Il _Mo'gem_ ha _Giâlisuh_; e un diploma arabo e latino del 1182 per la chiesa di Morreale, ha nell'arabico _Giâlisû_, e nel latino (al genitivo) _Jalcii_: che pare trascrizione di alcun dei chierici francesi che in quel tempo venivano a mettersi in prelatura in Palermo. Il vero nome sembra l'italiano “Gelso” che ritien tuttavia quel podere. Nel secolo XII si noverava tra i villaggi, come si vede dal detto diploma. Qual maraviglia dunque che nell'XI fosse stata, come dice Iakût, “città nello interno della Sicilia?” Il sito risponde a tramontana di Corleone.
[1053] Nel X secolo era cittadella o città distinta da Palermo e contigua, come si vede da Ibn-Haukal, p. 296 del presente volume. Gli Arabi d'Affrica teneano città distinte Mehdia e Zawila, Kairewân e Mansuria, poco più o poco men distanti che Palermo e la Khalesa nel X secolo. La distinzione era ragionevole, sì per la importanza delle popolazioni, e sì per l'agevolezza di mantenersi in una città, quando l'altra fosse occupata dal nemico. Iakût avverte che ai tempi suoi, al dir d'un Abu-Hasan-ibn-Bâdis, la Khalesa era quartiere dentro la città di Palermo.
[1054] Messina nello stesso articolo del _Mo'gem_ è detta prima _boleida_ e poi _medina_. Quest'ultimo in un libro attribuito falsamente a Tolomeo; il primo senza citazione. Se si riferisse ai tempi in cui Messina par mezzo abbandonata? Si vegga il Lib. II, cap. X, p. 427 del