Storia dei musulmani di Sicilia, vol. I

volume IV, p. 340, sotto l'864: “Gli Aglabiti di Sicilia, i quali già da

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alcuni anni si erano impadroniti di Ragusi e di alcuni altri castelli di minor conto, vennero di colà scacciati da Basilio, cognato dello imperatore di Costantinopoli;” la quale impresa di Basilio, non solamente non è ricordata da alcuno, ma la critica dee rigettarla al tutto; non essendo possibile in questo caso il silenzio degli scrittori cortigiani di casa macedone. Poi sotto l'865 il Rampoldi porta la occupazione di Noto, tolta dalla Cronica di Cambridge, ancorchè senza citar questa. Infine, nell'867, incomincia: “I Greci eseguirono un felice sbarco in Sicilia, e dopo alcuni combattimenti, nei quali i Musulmani ebbero la peggio, ricuperarono la forte piazza di Noto etc.,” e qui continua con lo episodio di Khafâgia. Ma dond'ei prese questo sbarco; e donde la occupazione di Noto; e quel numero appunto dei mille cavalli, e quel nome di Castrogiovanni? Com'egli al certo non ebbe sotto gli occhi il _Baiân_, così suppongo che abbia trovato qualche cenno alterato del fatto nelle compilazioni persiane, sue sorgenti favorite.

Tal racconto è stato ripetuto dal Martorana, che cita il Rampoldi, _Notizie_ ec., libro I, cap. II, tomo I, p. 47. Il Wenrich, lib. I, cap. VIII, § 80, vergognandosi di citar l'uno o l'altro, gittò la impresa di Basilio e la prigionia di Khafâgia su la coscienza di Nowairi, Ibn-Khaldûn e Abulfeda, che sono innocentissimi di queste fole.

[584] _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 42. Nel testo stampato manca la parola _lir-Rûm_, che si trova nel MS. Però, in vece di troncare nella versione pubblicata dal Caruso le parole _cœperunt Romæi_, come ha fatto il Di Gregorio, si corregga: _Captæ sunt quatuor scelandiæ Romanorum in Syracusis_.

[585] In caratteri arabici questi due nomi hanno lettere comuni e altre assai somiglianti, sì che l'uno si potea confondere con l'altro; e gli annalisti erano portati a preferire il nome di Taormina, come meno ignoto.

[586] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 33 recto, MS. C, tomo IV, fog. 221 recto. Veggasene il sunto in Ibn-Khaldûn, l. c., e l'anno vi si corregga 252, secondo un MS. di Tunis, che risponde qui alla cronologia degli altri annalisti.

[587] Ibn-el-Athîr, l. c.; _Chronicon Cantabrigiense_, l. c., che porta presa Noto la seconda volta il 6374, il quale anno coincide col 252 dell'egira dal 21 gennaio al 31 agosto 866.

[588] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn, _Chronicon Cantabrigiense_, ll. cc. Quest'ultima porta la occupazione di Ragusa il 6375, che coincide col 252 dell'egira dal 1 settembre al 31 dicembre 866.

[589] Confrontinsi Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc., _Baiân_, tomo I, p. 108.

[590] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc.

[591] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, _Baiân_, ll. cc., e Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 125.

[592] Ibn-el-Athîr, l. c. Ibn-Khaldûn con minore verosimiglianza dice che entrato Mohammed da un altro lato della città, la prima schiera lo credè aiuto che venisse ai nemici; onde si pose in fuga.

[593] In ambo i MSS. di Ibn-el-Athîr troviamo un nome senza punti diacritici, la cui prima lettera può essere _b_, _t_, _th_, _n_, _i_, la seconda _r_, la terza _s_ ovvero _sci_, alla quale segua la terminazione femminile. Però non trovando nome antico che più si adatti a quei caratteri, leggo _Tiracia_, la quale si vuol che risponda a Randazzo. Quest'ultima è voce bizantina, probabilmente venuta da ̔Ρενδάκης o ̔Ρεντάκιος, soprannome di un patrizio Sisinnio dei tempi di Leone Isaurico e d'un ricco ateniese parente del patrizio Niceta sotto l'imperatore romano Lecapeno, ricordati l'uno da Teofane, tomo I, p. 616; l'altra nella Continuazione di Teofane, lib. VI (Romano Lecapeno), § 4, p. 399, e nei passi corrispondenti di Simeone e di Giorgio Monaco. Par che alcuno della famiglia sia passato in Sicilia poichè la Cronica di Cambridge nell'anno 934 fa menzione di un Rendâsci governatore di Taormina. _Rhentacios_ era anche il nome di un monte di Macedonia, del quale si fa menzione nelle guerre dei Patzinaci, verso la metà dell'undecimo secolo. Veggasi Michele Attalista, recentemente pubblicato da M. Brunet de Presle, nella nuova edizione della Bizantina, Roma 1853, p. 36.

[594] Confrontinsi ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 33 recto, e MS. C, tomo IV, fog. 221 recto; _Baiân_, tomo I, p. 108; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 125; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 10; Ibn-Abi-Dinar, MS., fog. 21 verso; Ibn-Wuedrân, MS., § 3, e versione di M. Charbonneau, _Revue de l'Orient_, décembre 1853, p. 427; Abulfeda, _Annales Moslemici_, tomo II, p. 206, sotto l'anno 248.

[595] Autorità citate di sopra, e Ibn-Abbâr, MS., fog. 35 verso.

[596] Ibn-el-Athîr, e le altre autorità della nota 1, pagina precedente.

[597] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 69 recto.

[598] Confrontasi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 34; MS. C, tomo IV, fog. 221 recto; Nowairi, MS. 702, fog. 21 recto, e 702 A, fog. 52 recto, e versione francese di M. De Slane, in appendice a Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, tomo I, p. 423; ove è sbagliato il nome del capitan affricano. Veggasi anche Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 117. Ibn-Khaldûn, senza dir dei Bizantini, riferisce la impresa al 255 (19 dicembre 868 a 7 dicembre 869), e però tratta del primo sbarco. Nowairi non assegna data precisa. All'incontro quella d'Ibn-el-Athîr, che torna all'870, esattamente riscontrasi con la data del 29 agosto 6378 che troviamo nella Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 42.

[599] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, l. c., e anche MS. A, tomo II, fog. 81 recto; _Baiân_, tomo I, p. 109; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabic._, p. 10; Ibn-Abi-Dinâr, MS., fog. 21 verso, con la erronea data del 257; Ibn-Wuedrân, con lo stesso errore; Abulfeda, _Annales Moslemici_, an. 248, 255, 257.

[600] Nowairi, l. c., e p. 11. In questo nome ho aggiunto Ibn-Fezâra, ricavandosi quest'altro grado di parentela dal nome di Abbâs-Ibn-Fadhl, nominato di sopra, p. 315 e 321.

[601] Nowairi, l. c.; _Baiân_, tomo I, p. 109.

[602] Nei capitoli della pace stipolata l'851 tra Radelchi e Siconolfo (presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo II, parte I, p. 260 e seg., § XXIV) si legge un patto reciproco di cacciare i Saraceni _præter illos qui temporibus DD. Siconis et Sicardi fuerunt Christiani si magarizati_ (cioè apostati) _non sunt_. Sicone cominciò a regnare l'817, e Sicardo finì l'839. Citandosi questi due principi, è manifesto che i Saraceni fossero venuti almeno due fiate diverse. Il luogo non si ritrae, e l'ho detto per conghiettura.

[603] Anonymi Salernitani _Chronicon_, cap. LVII della edizione del Muratori, LXIII del Pratilli, e LXXII del Pertz. L'autore, che non pone data, scrive il fatto dopo l'assassinio dell'abate Alfano, e avanti la occupazione di Amalfi.

Il Muratori par abbia supposto identiche le due imprese, poichè negli Annali registra l'aiuto di Napoli l'837, e non parla affatto di Brindisi. Il Wenrich, lib. I, cap. V, § 58, narra questa fazione con la data certamente erronea dell'836, e lascia indietro l'altra.

[604] Veggansi le autorità citate dal Pagi nella Critica a Baronio, _Annales Ecclesiastici_, an. 840, § 13; e inoltre, Anonymi Salernitani _Paralipomena_, cap. LVIII della edizione del Muratori, e LXXII di quella di Pertz; _Chronicon Monasterii Sanctæ Sophiæ Beneventi_, presso Muratori, _Antiquitates Italicæ_, tomo I, e Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 173; _Chronici Amalphitani Fragmenta_, cap. V, presso Muratori, _Antiquitates Italicæ_, tomo I, p. 209; Benedicti Sanctæ Andreæ Monachi _Chronicon_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 701; Leonis Ostiensis, lib. I, cap. XXVI; Pirro, _Sicilia Sacra_, _Notitia Ecclesiæ Lipariensis_, p. 951.

[605] Uno dei capitoli stipolati il 4 luglio 836 tra Sicardo e lo Stato di Napoli, Amalfi e Sorrento, vieta ai mercatanti di questo Stato di comperare uomini dei Longobardi e rivenderli sul mare.

[606] Anonymi Salernitani _Chronicon_, edizione del Muratori, cap. LXVI; del Pratilli, LXXIV; e del Pertz, LXXXI.

[607] Le due autorità principali di questa guerra dell'Adriatico sono: Johannis Diaconi _Chronicon Venetum_, presso il Pertz, _Scriptores_, tomo VII, p. 17; e Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 185 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 192 verso, sotto l'anno 223. Dei quali il Veneziano narra i fatti, l'Arabo li accenna appena; ma entrambi convengono nella data, che l'uno porta l'anno della ecclissi solare di maggio (che avvenne il 8 maggio 840) l'altro, l'anno 225 dell'egira, che risponde all'840, dovendo intendersi della primavera e della state. Ecco le parole d'Ibn-el-Athîr: “Mosse l'armata dei Musulmani alla volta della Calabria; e vinsela. Indi, scontratisi con l'armata del principe di Costantinopoli, i Musulmani la combatterono e ruppero; ritirandosi gli avanzi di quella a Costantinopoli. E questa fu segnalatissima vittoria.” L'attestato della cronica veneta, che Osero fosse stata arsa il secondo giorno appresso Pasqua, ci porta a supporre la battaglia di Taranto qualche settimana innanzi, e però i conquisti di Calabria nel corso della primavera e della state, non già avanti il mese di marzo e la battaglia navale, come scrive Ibn-el-Athîr.

Ho reso _vincere_ il verbo arabo _fetah_, il cui significato non può confondersi con quello di _fare incursione_, che gli Arabi dicono _gheza_, donde la nota voce _razzia_, come la pronunziano in Affrica, che già si è introdotta nel linguaggio francese.

Veggansi anche Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 111; e Dandolo, _Chronicon Venetum_, lib. VIII, cap. IV, § 6, 7, 8, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo XIII. Si accorda con la data dell'840 la testimonianza di Lupo Protospatario, là dove ei nota che l'anno 919 era l'ottantesimo della entrata degli Agareni in Italia. L'Anonimo Salernitano, l. c., dice che il primo effetto del “generale movimento dei Saraceni” fosse la presa di Taranto, e poi dessero il guasto alla Puglia.

[608] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc.

[609] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 198 recto e verso; e MS. C, tomo IV, fog. 211 recto, non porta data; ma vale per questa il nome del principe il quale regnò da giugno 838 a febbraio 841. Si riscontri con l'Anonimo Salernitano, l. c.

[610] Johannis Diaconi _Chronicon Venetum_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo VII, p. 18.

[611] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 185 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 192 recto, sotto l'anno 233.

[612] Il Diacono Giovanni di Venezia, l. c., dà questo nome di Saba; e ripetonlo in imprese susseguenti altre croniche italiane e scritti bizantini, insieme con quello di σολδάνος, σαλδανὸς, Saothan, Saogdan, Seodan, ec. _Sâheb_, pronunziato volgarmente _Sahb_, par sia stato scritto “Saba” per le reminiscenze bibliche dei Cristiani, e perchè la _h_ non rincalzata da vocale sfuggiva agli orecchi stranieri. Ho già accennato il valore della voce _Sâheb_. Sovente s'incontra _Sâheb-el-Istûl_ nel significato di “ammiraglio,” poichè gli Arabi, per esprimere la novella idea di armata navale, adottarono la voce στόλος, e _stolium_.

[613] Erchemperti _Historia_, cap. XV; _Historiola ign. Cassin._, cap. VIII.

[614] I cronisti italiani scrivono Calfon e anche Alfonses in alcuni codici men corretti. Ritraggiamo il vero nome da Ibn-el-Athîr, il quale sbaglia la data della presa di Bari, portandola sotto il califato di Motewakkel (847-861), MS. A, tomo II, fog. 198 recto e verso; MS. C, tomo IV, fog. 211 recto. Non par sia questo Khalfûn lo uccisore di Khafâgia, del quale si è detto nel capitolo precedente.

[615] _Obsitis quidem vestimentis et calciamentis saltem, nec tarabere succinctis, sed solis harundinibus manibus gestantes,_ leggiamo nella _Historiola_ _ignoti Cassinensis_, cap. VIII. _Tarabere_ si è spiegato da alcuni “tabarro;” altri hanno corretto _nec tara bene_ ec.; cioè “nè ben cinti di fascia:” che mi sembrano l'una e l'altra zoppe interpretazioni. Parmi che si tratti di una specie di armatura, probabilmente corazza, e potrebbe essere appunto il plurale _durâri'_, sfigurato dai copisti in guisa da non potersi riconoscere; ovvero la voce greca dei bassi tempi ταραβείνα, di cui il Du Cange nel Glossario Greco.

[616] Veggasi la nota di Pratilli, _Historia Principum Langobardorum_, tomo I, p. 98.

[617] Confrontinsi: _Historiola ignoti Cassinensis_, cap. VIII; Erchemperti _Historia_, cap. XVI. Sul sito della nuova Capua, veggasi la nota del Pratilli alla _Historiola_ ec., nell'opera citata, tomo I, p. 202.

[618] Non abbiamo il nome di costui dai cronisti arabi. A prenderlo come lo scrivono i Cristiani, sarebbe Abu-l-Fâr, ossia “Quel dal topo;” Abu-'l-Fares, ossia “Quel dal cavallo ec.”

[619] Confrontinsi: _Historiola ignoti Cassinensis_, cap. X ed XI; Erchemperti _Historia_, cap. XVII; Anonymi Salernitani _Chronicon_, cap. LXVI della edizione di Muratori, LXXIV di Pratilli, e LXXXI di Pertz.

[620] Anonymi Salernitani _Chronicon_, cap. LXVI e LXVIII del Muratori, LXXIV e LXXVI di Pratilli, e LXXXI e LXXXIII di Pertz.

[621] Ibn-el-Athîr nel capitolo “Delle guerre dei Musulmani in Sicilia” MS. A, tomo II, fog. 2, e MS. C, tomo IV, fog. 212 recto, dopo la presa di Lentini scrive: “Questo medesimo anno (232, 846-7) i Musulmani si fermarono nella città di... in terra di Lombardia e la presero ad abitare.” Il nome della città è scritto Tâbth; delle quali lettere sono certissime le prime due al par che l'accento sull'_a_; la _b_ si può scambiare con una _n_ o altra, e l'ultima può essere _t_, _th_ ec. Non esito ad aggiungere una _r_, e leggere Târant, corrispondendo tutti gli altri elementi di lettere a quelle con che gli Arabi scrivono tal nome.

[622] Johannis Diaconi _Chronicon Episcop. Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ_, presso il Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 315; dal quale è superfluo dire che ho tolto i soli avvenimenti, non le riflessioni ch'io ne traggo. Il cronista narra in continuazione l'assalto di Roma, ed io non so perchè il Muratori negli Annali abbia riferito le fazioni di Ponza ec. all'845.

[623] Confrontinsi: _Historiola Anonymi Cassinensis_, cap. IX e XIX; Johannis Diaconi, _Chronicon Episcop. Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 315, 316; Anastasii Bibliothecarii _Epitome Chronicor. Cassinens._, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo II, parte I, p. 369; Prudentii Trecensis _Annales_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo I, p. 442; Johannis Diaconi _Chronicon Venetum_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo VII, p. 18, e parecchi altri.

[624] Anastasii Bibliothecarii, _Vita di Leone IV_, presso il Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo III, parte I, p. 231, 237, seg.

[625] _Historiola ignoti Cassinensis_, cap. XII e XIV. La data si scorge da Anastasio Bibliotecario, che nella Vita di Leone IV porta la rovina d'Isernia nella 10ª indizione.

[626] Prudentii Trecensis _Annales_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo I, p. 443.

[627] Erchemperti _Historia_, cap. XVIII.

[628] Confrontinsi: _Historiola ignoti Cassinensis_, cap. XVIII; Erchemperti _Historia_, cap. XIX; Johannis Diaconi _Chronicon Episcoporum_ ec., presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p, 316; Anastasii Bibliothecarii _Epitome Chronicor. Cassinen._, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo II, parte I, p. 370; Andreæ Presbyteri Bergomatis _Chronicon_, § 13, presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 236, ove si correggano le date; Anonymi Salernitani _Chronicon_, cap. LXVI a LXXI della edizione di Muratori, LXXV a LXXIX di Pratilli, e LXXXII, seg. di Pertz; Adonis Archiep. Viennensis _Chronicon_, presso il Pertz, _Scriptores_, tomo II, p. 323.

L'Anonimo Cassinese discorda dal Salernitano nei particolari e nel nome del condottiero tradito, che secondo lui fu lo stesso Apolofar, di cui si è detto; ma potrebbe errare l'uno il nome, l'altro il soprannome della stessa persona, o queste esser due vittime diverse delle stesso tradimento. La testimonianza di Anastasio che porta precisamente la data dell'851; quella del contemporaneo Adone arcivescovo di Vienna che segna l'anno dell'Incarnazione 850; il titolo di imperatore dato dai più a Lodovico, e altre ragioni che lungo sarebbe ad esporre, mi han portato ad assegnare l'851 al fatto di Benevento, discostandomi in ciò dal giudizio del Muratori, _Annali d'Italia_, che lo riferisce all'848.

Veggasi l'accordo pubblicato anche con la data dell'851 dal Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo II, parte I, p. 260, seg., e dal Pratilli, _Historia Principum Langobardorum_, tomo III, p. 214, seg.

[629] _Baiân_, tomo I, p. 104, sotto l'anno 238 (22 giugno 852 a 10 giugno 853). Come questo diligente compilatore dice positivamente che Abbâs mandò le teste in Palermo e che poi tornò in Sicilia, così è evidente che la fazione si combattesse in terraferma.

[630] L'Anonimo Cassinese, innanzi la strage di Benevento scrive: _Hoc videlicet tempore Tarantum, fame obsessa, a Saracenis capitur._ Ma non pone data, nè vuole osservare l'ordine del tempi. _Historiola ignoti Cassinensis_, cap. XVII.

[631] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 20, e MS. C, tomo IV, fog. 215 verso, narrando la morte e ricordando i meriti di Abbâs, scrive ch'egli infestò la Calabria e la Longobardia e vi pose colonie di Musulmani. Mi par si debba riferire a questo tempo.

[632] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 198 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 211 recto.

[633] Il titolo di Sultano entrò molto tardi nel diritto pubblico dei Musulmani. Infino alla metà del decimo secolo dell'era nostrale si incontra di rado negli scrittori arabi e sempre per designare un principe di fatto. Cadendo in pezzi il califato, questo nome si onestò verso la fine del decimo secolo; e poi Saladino lo rese illustre.

[634] Confrontinsi: Erchemperti Historia, cap. XX e XXIX; Historiola ignoti Cassinensis, cap. XXII. La tradizione in Francia portò che Lodovico avesse già aperto la breccia a Bari, quando per cupidigia, affinchè l'esercito non saccheggiasse la città, differì l'assalto alla dimane; propose un accordo; e i Musulmani la notte risarciron le mura, sì ch'ei fu costretto a partire. Fola ripetuta in tutti i tempi per dissimulare la diffalta di simili imprese. Veggasi il Muratori, _Annali_, 852, al quale anno è riferita, erroneamente, credo io, questa espedizione.

[635] Veggasi la apposita Dissertazione del Pratilli, _Historia Principum Langobardorum_, tomo III, p. 242, seg.

[636] Veggasi la nota del Pratilli alla _Historiola ignoti Cassinensis_, nella citata raccolta, tomo I, p. 222, 223.

[637] Confrontinsi: _Historiola ignoti Cassinensis_, cap. XXVIII, XXX, XXXIII, le lacune della quale si suppliscano con lo squarcio aggiunto al cap. XXX dal Tosti, _Storia della Badia di Monte Cassino_, tomo I, p. 128; Erchemperti Historia, cap. XXIX; Anastasii Bibliothecarii _Epitome Chronicor. Cassinens_., presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo II, parte I, p. 370; Johannis Diaconi _Chronicon Episcoporum Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 316; Anonymi Salernitani _Chronicon_, cap. LXIX e LXXXII, della edizione di Muratori, LXXVII, XC, di Pratilli; _Chronicon Vulturnense_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 403.

È qui da avvertire che secondo la detta aggiunta del Tosti, la quale risponde alla narrazione di Leone d'Ostia, lib. I, cap. XXXIV, il Monastero di San Vincenzo in Volturno sarebbe stato arso in questa scorreria e rimasto disabitato per trentatrè anni. Ma Erchemperto, contemporaneo e bene informato, e la Cronica speciale del Monastero di San Vincenzo, ne portano espressamente la distruzione verso l'882. Tra coteste due diverse tradizioni l'ultima mi pare più degna di fede; e però suppongo una interpolazione nel MS. della _Historiola_, ch'ebbe alle mani Leone d'Ostia, forse lo stesso che si conserva a Monte Cassino e ch'è servito alla detta pubblicazione del Tosti.

[638] Anonymi Salernitani, op. cit., cap. LXXXIV di Muratori, XCII di Pratilli.

[639] Confrontinsi: _Historiola ignoti Cassinensis_, cap. V, VI, VII; Erchemperti _Historia_, cap. XXXII, XXXIII; Johannis Diaconi _Chronicon Episcoporum Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 316; Reginonis Monachi _Chronicon_, anno 867, presso Pertz, _Scriptores_, tomo I, p. 578; Andreæ Presbyteri Bergomatis _Chronicon_, § 14, 15, presso Muratori, _Antiquitates Italicæ_, tomo I, e presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 236; Adonis Archiepiscopi Viennensis _Chronicon_, presso Pertz, Scriptores, tomo II, p. 323; _Annales Bertiniani_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo II, parte I, p. 554.

[640] _Theophanes continuatus_, lib. V, cap. LIII, LIV, LV, correggendovi molti anacronismi su la venuta dei Musulmani in Italia. Credo che gli assalitori della Dalmazia fossero stati quei di Taranto, poichè Bari era già assediata. Constantinus Porphyrogenitus, _De Admin, Imperio_, cap. XXIX; e _De Thematibus_, lib. II, cap. XI.

[641] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 33 recto, MS. C, tomo IV, fog. 221 recto. Il nome di Gaeta è scritto senza punti diacritici, ma non si può sbagliare. La cagione di quest'atto d'ostilità non detta da alcun cronista, mi sembra evidente.

[642] _Africa_ è posto qui evidentemente come nome di città. Ma la città di Mehdia che i Cristiani chiamavano più comunemente Affrica, fu fondata nel X secolo; nè mai si era dato tal nome a Kairewân capitale dell'Ifrikia ossia _Africa propria_, sotto gli Aghlabiti. Ciò conferma il sospetto che la epistola fosse stata compilata o almeno interpolata e infiorata a modo suo, dallo Anonimo Salernitano, al cui tempo Mehdia era sì celebre nel Mediterraneo.

[643] Confrontinsi: Erchemperti, _Historia_, cap. XXXIII; Anonymi Salernitani, _Chronicon_, cap. LXXXVII a CVIII della edizione del Muratori, CI a CXVI di Pratilli; Johannis Diaconi, _Chronicon Venetum_, l. c.; Johannis Diaconi, _Chronicon Episcoporum Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ_, l. c., _Chronicon Vulturnense_, l. c.; _Chronica Varia Pisana_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo VI, p. 107; Andreæ Presbyteri Bergomatis, _Chronicon_, l. c.; Constantinus Porphirogenitus, _De Administrando Imperio_, cap. XXIX, e _De Thematibus_, lib. II, cap. XI. La _Continuazione di Teofane_, con volontario anacronismo, attribuisce ai Bizantini la presa di Bari, ch'essi occuparono parecchi anni appresso.

Ho cavato molti particolari dalla epistola di Lodovico a Basilio, inserita dall'Anonimo Salernitano e pubblicata dal Baronio e da altri. Io ho ammesso i fatti, quantunque l'epistola mi sembri apocrifa. Li ho ammesso perchè il compilatore, qual ch'ei fosse, li potè avere da tradizione come tanti altri che non cadono in dubbio; o forse que' fatti si trovavano nella epistola autentica di cui egli dà la parafrasi. Parafrasi mi sembra poi questa, sì perchè vi è fatta menzione della città d'Affrica come notai di sopra, e sì per le soverchie dissertazioni filologiche che vi si trovano. Mi pare certamente apocrifa la conclusione dell'epistola, in cui Lodovico per indurre Basilio a dargli aiuti navali, dice ch'ei si propone di ridurre la città di Napoli e conquistare la Sicilia; delle quali la prima riconoscea tuttavia il nome dello imperatore di Costantinopoli, e la seconda in parte era sua, possedendovi Siracusa, Catania, e quasi tutta la regione orientale.

[644] _De Administrando Imperio_, cap. XXIX.

[645] Confrontinsi: Erchemperti, _Historia_, cap. XXXIV; Anonymi Salernitani, _Chronicon_, cap. CIX del Muratori, CXVII del Pratilli; _Theophanes continuatus_, lib. V, cap. LVI, LVII; Constantinus Porphirogenitus, _De Administrando Imperio_, l. c.

[646] _Fasciolam_. Se n'è voluto dedurre che il principe di Salerno portasse una specie di turbante; e non si è pensato ch'ei potesse tornare dal bagno, probabilmente di mare, col fazzoletto che avea tenuto in testa durante il bagno.

[647] Anonymi Salernitani, Chronicon, cap. CX e CXI di Muratori, e XCVIII, XCIX di Pratilli.

[648] Pubblicato dal Muratori, _Antiquitates Italicæ_, Dissertazione XL.

[649] Confrontinsi: Erchemperti, _Historia_, cap. XXXIV; Anonymi Salernitani, _Chronicon_, cap. CIX del Muratori, e CXVII del Pratilli; _Chronicon comitum Capuæ_, cap V, presso Pratilli, _Historia Principum Langobardorum_, tomo III, p. 112, e le autorità citate dal Muratori, _Annali d'Italia_, anni 871 e 872.

[650] Gli scrittori arabi ci dicono quel soprannome e quella indole del principe aghlabita; e, come ho già notato (cap. VII, del presente libro, p. 353, nota 3), la elezione dei due fratelli. I Cristiani danno, con poco divario tra loro, il numero dello esercito musulmano. Di loro, Andrea prete da Bergamo novera a 20,000 quei che combatterono a Capua, e aggiugne che i Musulmani levassero lo esercito quando intesero la espugnazione di Bari, tenendola grande ignominia di lor gente. Erchemperto e l'Anonimo Salernitano portano l'esercito a 30,000.

[651] La data si ricava da Andrea prete di Bergamo. L'Anonimo Salernitano espressamente dice venuto l'esercito per le Calabrie.

[652] _Ut machinam quam nos Petrariam nuncupamus construerent miræ magnitudinis et valde turrim unam quæ nunc dicitur_ Splarata _attererent_, scrive l'Anonimo Salernitano. Veggasi il capitolo seguente, p. 305.

[653] .... _atque in luxuriis et variis inquinamentis fervebat in tantum, ut ille Abdila thorum sibi parari jusserit super sacratissimum altare; ibique puellas, quas nequiter depredoverat, opprimebat. Sed non diu etc._ Ma il prete inventor di questa leggenda non sapea che gli Orientali giacciono sui tappeti stesi in terra; e che Abd-Allah avea sessanta o settant'anni.

[654] Nowairi e il _Baiân_, citati di sopra, cap. VII, p. 353.

[655] L'Anonimo Salernitano chiama il predecessore _Abdila_ e costui _Abemelech_. Si vede che a Salerno, per la frequenza dei commerci coi Musulmani, non si guastavano troppo i nomi proprii.

[656] Confrontinsi: Erchemperti, Historia, cap. XXXV; Johannis Diaconi, _Chronicon Episcoporum Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ_, presso Muratori, _Rerum Italicarum_, tomo II, parte I, p. 317; Anonymi Salernitani, _Chronicon_, ediz. del Muratori, cap. CXI a CXXI, del Pratilli, cap. CXIX a CXXIX; _Chronicon Comitum Capuæ_, cap. V, presso Pratilli, tomo III, p. 112; e presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 205; Andreæ Presbyteri Bergomatis, _Chronicon_, cap. XV, presso Pertz, _Scriptores_, tomo II, p. 236; Johannis Diaconi, _Chronicon Venetum_, che porta la principale sconfitta a Terracina, e il numero degli uccisi a 11,000, presso Pertz, tomo VII, p. 19; e le altre autorità citate dal Muratori, _Annali d'Italia_, an. 871, 872, 873.

[657] _Baiân_, tomo I, p. 109.

[658] _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 42, sotto l'anno costantinopolitano 6380 (871-2).

[659] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 198 recto; MS. C, tomo IV, fog. 211. Questi due fatti sono ripetuti da Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 117.

[660] _Baiân_, tomo I, p. 109.

[661] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 11. Abu-Abbâs, secondo il nome dato dal Nowairi, non era fratello di Ribâh, poichè il Ia'kûb, padre di quest'ultimo, è detto figliuol di Fezâra, e però sembra d'altra famiglia. Ma può darsi che si tratti dello stesso personaggio di cui una cronica saltasse parecchi gradi di genealogia fino al ceppo della famiglia, e un'altra cronica desse il solo nome del padre. Di più, come Nowairi porta il casato e il _Kenîe_, che qui è Abu-Abbâs, non già il nome proprio, è possibile che questo sia stato Ahmed, e il personaggio stesso di cui fanno menzione Ibn-el-Athîr, e il _Baiân_, ll. cc. Il Rampoldi, _Annali Musulmani_, anno 872, dice Abu-Abbâs morto di una caduta di cavallo, e cita Nowairi, che non ne sa nulla.

[662] Nowairi, l. c., dice surrogato ad Abu-Abbâs-ibn-Ia'kûb-ibn- Abd-Allah, un fratello di cui non dà il nome, o almeno nol troviamo nei manoscritti. Da un'altra mano, Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 81 recto, anno 257, senza far motto dei governatori ricordati da Nowairi dopo la morte di Mohammed-ibn-Khafâgia, dice succeduto a costui Ahmed-ibn-Ia'kûb-ibn-Modhâ-ibn-Selma, che secondo questo scrittore “non visse a lungo, sendo morto il 258.” Il _Baiân_, tomo I, p. 109, dopo Mohammed-ibn-Khafâgia porta un Ahmed-ibn-Ia'kûb, fratello dello emiro della Gran Terra; ma non va più oltre nella genealogia, e il dice morto il 258, e sostituitogli il figliuolo Hosein. Abulfeda, _Annales Moslemici_, anno 257, porta anche surrogato direttamente a Mohammed-ibn-Khafâgia Ahmed-ibn-Ia'kûb.

Tra questa discrepanza di compilatori, sembra che il Nowairi, più diligente nelle inezie, abbia notato tre governatori, trascurati da Ibn-el-Athîr e dal _Baiân_ per essere rimasi in uficio brevissimo tempo; e che l'Ibn-Ia'kûb, di cui Nowairi non dà il nome proprio, sia appunto l'Ahmed di quegli altri due, come notai di sopra. Debbo aggiungere che stando strettamente alle lezioni dei compilatori tre varie famiglie avrebbero tenuto in men d'un anno il governo della Sicilia, quelle cioè di Ia'kûb-ibn-Fezâra, di Ia'kûb-ibn-Abd-Allah, e di Ia'kûb-ibn-Modhâ; ma è più probabile che vi sieno errori nei nomi o salti nelle genealogie. Dubito inoltre della lezione di Ibn-el-Athîr, perchè Ibn-Abbâr, che in questa materia fa più autorità, parla (MS., fog. 35 recto) di un Ia'kûb vivuto nel tempo di cui trattiamo e figliuolo di Modhâ-ibn-Sewâda-ibn-Sofiân-ibn-Sâlem, di Sâlem, dico, padre di Aghlab e avolo del fondatore della dinastia. Ia'kûb era dunque cugino di Kafâgia emiro di Sicilia. Era stato anco uomo di molto séguito a corte del principe aghlabita Mohammed-ibn-Aghlab di cui già si parlò, e i suoi discendenti furono detti, da lui, _Ja'kûbîa_ “Giacobini:” nome che allor non portava pericolo. Mi pare probabilissimo che l'Ahmed nominato da Ibn-el-Athîr sia stato figliuolo di costui, e Modhâ non figliuolo di Selma, ma bisnipote di quel Sâlem progenitor comune di questa famiglia e degli Aghlabiti.

[663] _Baiân_, l. c.; Nowairi, l. c.

[664] Nowairi, l. c., lo chiama erroneamente Abd-Allah-ibn- Mohammed-ibn-Ibrahim-ibn-Aghlab, facendolo supporre discendente in linea retta dal fondatore della dinastia; quando ei non era che figliuolo del figlio del costui fratello. Chiarisce tale genealogia Ibn-Abbâr, MS., fog. 35 recto, il quale dà anche: 1º l'anno della elezione al governo di Sicilia, corrispondente a quello del Nowairi; 2º la notizia de' suoi meriti letterarii e degli oficii esercitati prima e dopo del governo di Sicilia; e 3º i versi che indirizzò a un intimo amico, dolendosi di doverlo lasciare, quando fu promosso a tal governo.

[665] Nowairi, l. c.

[666] Veggansi qui appresso i nomi del capitano di Sicilia al tempo che fu presa Siracusa, e degli altri che gli succedettero per venti anni. Perciò è manifesto errore di Nowairi che l'Abbissinio reggesse la Sicilia per ventisei anni continui. Al più si potrebbe credere deposto verso l'876, e rieletto verso l'896, quando Ibn-el-Athîr fa menzione del suo nome.

[667] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 86 recto; _Baiân_, tomo I, p. 109.

[668] _Theophanes continuatus_, lib. V, cap. LXIX, p. 309. Portando con anacronismo l'assedio di Siracusa dopo le vittorie del capitano bizantino Nasar in Sicilia ed in Calabria, lo scrittor palatino comincia il capitolo così: “I Barbari Cartaginesi, per la sconfitta che avean toccato, temendo che l'armata romana non li assaltasse in casa loro, allestirono anch'essi molte navi; e com'e' seppero che in primavera non fossero uscite le forze imperiali, credendole distolte da altra guerra, mossero con lor navilio alla volta di Sicilia. Giunti alla capitale dell'isola (cioè Siracusa), la cinsero d'assedio.” Le sconfitte dei Musulmani d'Affrica, alle quali si allude, non erano al certo quelle date da Nasar, che seguirono dopo la espugnazione di Siracusa.

[669] Ancorchè gli scrittori musulmani non parlino di forze mandate dall'Affrica, si può creder questo alla _Continuazione di Teofane_. Si vedrà in appresso, per testimonianza del _Baiân_, che in questo tempo erano ritenuti prigioni in Palermo, senza dubbio per comando di Ibrahim-ibn-Ahmed, due suoi congiunti.

[670] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 104 verso; e MS. di Bibars (che è copia d'Ibn-el-Athîr) nella Biblioteca di Parigi, Ancien fonds arabe, nº 669, fog. 43 recto. Leggo chiaramente in quest'ultimo MS., e con poco dubbio nel primo, il nome di Rametta.

[671] Ibn-el-Athîr, l. c., dice “occupato alcun sobborgo” di Siracusa. La _Continuazione di Teofane_, lib. V, cap. LXIX, p. 309, similmente porta dato il guasto “alla campagna ed ai sobborghi” (τὴν κώραν καὶ τά προάστεια.)

[672] Veggasi il capitolo III del presente Libro.

[673] _Cum turris juxta mare, ad ipsum portum majorem ædificata, ubi dextrum cornu (κέρας) oppidi protenditur_ ec. Così nella versione di M. Hase. La penisola d'Ortigia è bislunga. Quel dei lati maggiori che guarda a ponente mette fuori due braccia, l'uno dei quali dritto verso mezzodì, e ristringe l'entrata del porto maggiore; l'altro, storcendo in su verso Maestro, forma l'istmo. Il lato di ponente che risponde al porto maggiore va detto dunque fronte della città; e l'istmo, ala o corno dritto.

[674] L'istmo è largo circa un ottavo di miglio siciliano, ossia da 186 metri.

[675] Ἑλέπολις, nel testo. Si sa da Ammiano Marcellino ch'era una tettoia di assi, coperta di vimini e argilla, congegnatovi sotto una trave armata di ferro da percuotere il muro. Risponde perciò al montone, gatto, ec., come si chiamò dalla foggia del ferro che stava in cima alla trave. Veggasi il _Thesaurus linguæ græcæ_, di Enrico Etienne, edizione di Hase e Dindorf, tomo III.

[676] Χελώνη, tettoia minore che gli antichi faceano talvolta con gli scudi. Qui pare quel che poi si chiamò mantelletto per proteggere gli artefici che lavoravano a scalzare il muro.

[677] Teodosio Monaco, l. c.

[678] Teodosio dice soltanto che una parte della torre sul porto grande e indi un pezzo della cortina crollassero pei tiri dei mangani. Ciò non potea avvenire se i proietti non correano per curva assai lieve, da potersi chiamare linea retta ove non si parli tecnicamente. Delle macchine servite dai Saraceni di Lucera feci menzione nella _Storia del Vespro Siciliano_, capitolo X, p. 226, e nota a pag. 228, ediz. Le Monnier. Gli altri esempii ai quali ho accennato, occorrono nella presente Storia.

[679] Ibn-el-Athîr, l. c.

[680] Βραχιόλιον. Teofane, nella _Chronographia_, usa questa voce, prima in significato di braccialetto propriamente detto, ossia ornamento del braccio (tomo I, p. 225 e 491); e poi (p. 541), di fortificazione attenente alla Porta d'oro di Costantinopoli, negli assalti che diè l'armata musulmana nel famoso assedio del 673. Il testo di Teodosio dice nel presente luogo: Τὰ ὰμφὶ τοῖν λιμένοιν τείχη, ἂ δη βραχιόλια ὺνομάζουσιν; e la versione di M. Hase: _Mœnia circa utrumque portum quæ brachiolia vocant_. Parmi che τείχη si debba prender qui nel senso di fortificazione in generale, e ὰμφὶ di _presso_ piuttosto che _intorno_. E veramente quelle due voci si trovano talvolta adoprate in questi significati; e basta guardare una pianta topografica, e considerare che il porto grande gira da sette miglia, per capacitarsi che non si tratti di muro intorno intorno.

[681] Χρυσίνος. Ho posto il nome che dettero a questa moneta gli occidentali. Il valsente in peso di metallo, spessissimo alterato, è di 13 lire incirca.

[682] Νομίσμα, voce usata nello stesso significato di χρυσίνος.

[683] Τέτανος.

[684] Ὁς ὰσκὸν.

[685] Così è da supporre, leggendosi nel testo: καὶ τούτοις πολυμερῶς διατρήσασα; e nella versione di M. Hase: _multis ex partibus terebratos_.

[686] Colpiti di ήμιπληξία, dice il testo qui al certo inesatto, poichè “emiplessia” significa “paralisia di un lato.” Fin qui mi riferisco sempre alla epistola di Teodosio.

[687] Georgius Monachus, _De Basilio Macedone_. § 11, p. 843.

[688] _Theophanes continuatus_, lib. V, cap. LXIX, LXX, p. 309 seg.

[689] Se meritasse maggiore fiducia la traduzione latina che pubblicò il Gaetani di certi versi di Teodosio indirizzati a un Beato Sofronio, che pare sia l'arcivescovo di Siracusa, si potrebbe affermare che il grosso dell'esercito musulmano si fosse ridotto alle stanze nell'inverno. Ma come farvi assegnamento, se la narrazione in prosa non ne parla, e se la traduzione dei versi è del tenor seguente?

_Genus Ismael ascendit_ _Syracusanorum in urbem,_ _Ambitu ambiens hanc;_ _Aggressus devicit_ (devicitur?) _Dolose supervenit extemplo_ _Per annum etiam navigavit_ _Post decem autem menses excidit_ _Obsidio urbem_.

[690] Sappiamo da Ibn-el-Athîr che l'assedio di Siracusa fa cominciato da Gia'far-ibn-Mohammed, governatore dell'isola; e leggiamo nel _Baiân_, dopo la espugnazione di Siracusa, che costui fosse ucciso in Palermo lo stesso anno 264. Da un'altra mano, Teodosio chiama il capitano dello esercito vincitore _Busa amiræ Chagebis filius_, e lo dice diverso dall'emiro supremo ch'era in Palermo, al quale fu condotto il narratore insieme con gli altri prigioni. Attagliandosi l'una all'altra coteste due testimonianze, possiamo stare a quelle, e mettere da parte il Nowairi che ne discorda. Costui nella storia di Sicilia non parla della espugnazione di Siracusa. In quella d'Affrica, pubblicata de M. De Slane in appendice a Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, p. 425, attribuisce la vittoria ad Ahmed-ibn-Aghlab; forse senz'altra ragione che di supporlo in quel tempo governatore della Sicilia, come abbiam notato nel presente capitolo.

Quanto al nome del vincitor di Siracusa, che Teodosio non poteva ignorare, mi par che vada letto Abu-l'sa, figliuolo dell'_hâgeb_ ossia ciambellano di Ibrahim-ibn-Ahmed; poichè le due lettere latine ch sono trascrizione ordinaria della greca χ, come questa dell'_ha_, 6ª lettera dell'alfabeto arabico, con la quale comincia la voce _hageb_; e le lettere _g_ e _b_ similmente rispondono alle arabiche. È maraviglia a trovare sì intatta quella parola passata per mano di varii copisti e d'un traduttore; poichè di questo squarcio il testo greco si è perduto. Debbo qui avvertire, per render testimonianza al vero, che M. Famin, nella _Histoire des Invasions des Sarrazins en Italie_, Paris 1843, della quale è uscito solo il primo volume, e la quale avrò poche altre occasioni di citare, ha colto nello stesso segno mio, tirando a un altro. La voce _Châgeb_ gli parve corruzione del nome patronimico di Mohammed-ibn-Kohreb; e ne disse le male parole a Teodosio, anche per aver chiamato costui emiro, e conchiuse doversi correggere il nome _Mouça fils de l'émir Khareb_; cioè Mohammed-ibn-Kohreb, che per caso si trova appunto lo hâgeb del principe aghlabita in questo tempo.

[691] Fo questo conto su quello degli uccisi quando fu presa la città.

[692] _Theophanes continuatus_, lib. V, cap. LXX, p. 511.

[693] Teodosio Monaco, l. c.

[694] _Die prima post vigesimam mensis maij, quarta vero ab eo die quo murus corruit_; dice la versione pubblicata dal Gaetani. Ma quel quarto giorno dopo la caduta del muro non risponde al conto fatto poco prima. Perciò credo inesatta la versione, e che si debba intendere _quarta feria_, ossia mercoledì, il giorno appunto della settimana che notano concordemente la _Cronica di Cambridge_ e il _Baiân_.

[695] Questo nome non è dato da Teodosio; ma il Gaetani crede su buone ragioni che così si chiamasse l'arcivescovo.

[696] La _Continuazione di Teofane_ nota espressamente che fossero uccisi tutti i soldati, e fatti schiavi i cittadini.

[697] Teodosio.

[698] Questo passo si trova nella parte di cui è perduto il testo greco.

[699] Ibn-el-Athîr.

[700] Le autorità bizantine sono: Theodosii monachi atque grammatici, _Epistola de expugnatione Siracusarum_, versione latina che fece un monaco basiliano, per nome Giosafà, sopra un MS. del monastero del Salvatore di Messina; e fu pubblicata dal Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, in appendice; poi dal Pirro, ec. Il MS. andò a male con tanti altri, perduto nei monasteri di Spagna o sepolto nella Vaticana, ove è da sperare che un giorno si trovi. Intanto abbiamo uno squarcio del testo in un MS. di Parigi, il quale sventuratamente non arriva nè anco a metà della epistola; ma capitò in ottime mani, poichè M. Hase n'ha fatto una versione latina, e pubblicatala con l'originale greco, in appendice alla _Leonis Diaconi Caloensis Historia_, Parigi, 1819; su la quale edizione fa ristampato a Bonn, il 1828. La pubblicazione di M. Hase ci ammonisce a non fidarci troppo della prima versione latina, che talvolta sbaglia il significato, e per lo più si perde in parafrasi. — _Theophanes Continuatus_, lib. V, cap. LXIX, LXX, p. 309, seg., oltre i cenni che si trovano in Georgius Monachus, _De Basilio Macedone_, cap. XI, p. 843; Symeon Magister, _idem_, p. 691; Nicetæ Paphlagonii, _Vita Sancti Ignatii_, presso Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tomo VIII, p. 1238.

Degli autori arabi ne trattano: Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc.; _Baiân_, tomo I, p. 110; aggiungasi la _Cronica di Cambridge_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 42.

La data della espugnazione, il 21 maggio, si trova al paro in Teodosio nella _Cronica di Cambridge_, e nel _Baiân_. L'anno 878 è determinato da queste ultime due autorità. Manifesto l'errore di coloro che, seguendo la _Continuazione di Teofane_, han detto presa Siracusa l'880.

[701] I titoli di queste due elegie sono stati rinvenuti dal dotto ellenista siciliano Pietro Matranga. Veggasi _Spicilegium Romanum_, tomo IV, Romæ, 1840, p. xxxix.

[702] I cronisti musulmani affermano precisamente che l'esercito vincitore andasse via da Siracusa dopo due mesi. Teodosio scrive essere rimaso prigione per trenta dì; nel qual tempo i Musulmani ardeano e guastavano la città: e poi mandarono lui e gli altri prigioni in Palermo sotto la scorta dei negri; ma non che marciasse con tutto lo esercito. Queste due testimonianze perciò non si contraddicono punto.

[703] _Solarium_, nella versione; manca il testo greco.

[704] _Demosterium_; certamente il testo portava δεσμωτήριον.

[705] Si celebra il 10 del mese di dsu-'l-haggi, che quell'anno cadde nel 12 agosto 878, secondo il conto degli astronomi musulmani, e il 13, secondo il conto comune.

[706] _Ex iis qui populo præerant_. Qualche _fakîh_ o _sceikh_.

[707] _Non enim hoc fas esse_, leggiamo nella versione latina. I Musulmani d'altronde non fecero mai sagrifizii umani, come par che pensasse Teodosio; e la legge risparmiava la vita ai preti cristiani.

[708] Tutto ciò da Teodosio, l. c.

[709] _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 43, dice venuto a posta un che ricomprò i prigioni di Siracusa l'anno 6393. Il Rampoldi, _Annali Musulmani_, an. 886, al solito senza citare, scrive che fossero riscattati 4253 prigioni che si trovavano “nel solo ergastolo di Siracusa,” e quasi altrettanti al Kairewân. Ma Siracusa era distrutta; i prigioni condotti in Palermo, come dice Teodosio, che dovea saperlo; e il numero non potea essere stato sì grande, che il quinto appartenente al governo sommasse ad ottomila e più, quanti si dice che ve ne fossero tra Kairewân e lo ergastolo di Sicilia. Perciò la compilazione orientale, da cui il Rampoldi par che abbia cavato quelle cifre, o è favolosa o erronea.

[710] Il Gaetani, non trovando altra memoria di loro, chè la _Cronica di Cambridge_ per anco non si conoscea, e volendo accrescere il catalogo dei martiri siciliani, suppone che Sofronio e i compagni fossero morti per la Fede.

[711] _Baiân_, tomo I, p. 110. Quivi non leggonsi i gradi della parentela con Ibrahîm-ibn-Ahmed, ma si argomentan dai nomi. Traduco a caso il soprannome, ch'è scritto senza vocali, onde si potrebbe leggere _Kherg-er-ro'ûna_, “Nugolo di pazzia.” ed è suscettivo d'altre lezioni e interpretazioni. Nel Baiân quest'omicidio è scritto dopo la presa di Siracusa. Ma ciò non prova che accadesse dopo: e le conseguenze del misfatto, riferite dal _Baiân_ tutte nello stesso anno, fan supporre o ammazzato Gia'far nei principii, ovvero che l'autore non osservi rigorosamente la cronologia.

[712] _Baiân_, l. c. Quivi si legge Hosein-ibn-Riiâh. Correggo Ribâh per essere famiglia illustre della colonia, e per trovarsi appo Nowairi un Hosein-ibn-Ribâh governatore della Sicilia nell'872, come si è detto a p. 391.

[713] _Baiân_, tomo I, p. 110.

[714] Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 15. Il nome nel MS. si trova senza punti diacritici, fuorchè su l'ultima lettera; ma credo che gli editori si fossero bene apposti nel supplire i punti che mancano. Va trascritto Khrîsâf. Il diploma del XII secolo al quale alludo, si legge in Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 390. Nata contesa intorno i confini di un podere nel territorio di Cagliano, re Ruggiero, il 1142, deputò a deciderla un conte Simone e il famoso Giorgio di Antiochia; i quali intesero varii notabili, e tra gli altri un Crisafi di Troina. Fa anco menzione di questa famiglia il Bonfiglio, autore messinese del XVII secolo, e dà lo stemma gentilizio di quella, presso Burmanno, _Thesaurus Antiquit. Siciliæ_, tomo IX, p. 117. Un marchese Crisafi e un suo fratello, cavaliere gerosolimitano, usciti di Messina per cagion della rivoluzione contro gli Spagnuoli e rifuggiti in Francia, segnalaronsi dopo il 1691, sotto le bandiere francesi, nell'America settentrionale. Dei quali il cavaliere, audace uom di guerra e di stato, si dice sia morto di crepacuore non vedendosi punto rimeritato dalla corte di Francia; e l'altro governò il distretto delle _Trois Rivières_, come si legge in Charlevoix, _Histoire de la nouvelle France_, tomo II, p. 95 seg. Questa famiglia, dopo mille anni di nobiltà, si è estinta in Messina, come mi si dice, verso il 1840.

[715] L'autore è anonimo. La leggenda fu tradotta dal gesuita siciliano Fiorito, sopra un MS. greco del monastero del Salvatore di Messina. Pubblicò questa versione il Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 63, seg., e l'hanno ristampato i Bollandisti, _Acta Sanctorum_, 17 agosto.

[716] Epistola di Giovanni VIII papa, di nº CCXL, data il 19 nov. 879, presso Labbe, _Sacrosanta Concilia_, tomo IX, p. 184. Il Muratori, _Annali_, an. 880, confonde questa vittoria con l'altra che siamo per narrare, significata da papa Giovanni a Carlo il Calvo per una epistola del 30 ottobre 880, nº CCLV (stampato per errore CCXLV).

[717] _Theophanes continuatus_, lib. V, cap. LIX-LX-LXI, p. 298, seg. Queste fazioni e le altre dell'armata bizantina in Sicilia e Calabria son riferite innanzi la espugnazione di Siracusa. Ma l'anonimo compilatore confessa (cap. LXXI, p. 313) non esser punto certo della cronologia. Io l'ho corretto con la scorta delle autorità musulmane e italiane che citerò nelle note seguenti.

[718] _Theophanes continuatus_, lib. V, cap. LXII, p. 303. Che sia la stessa armata veduta da Elia nel porto di Palermo mi par supposizione necessaria.

[719] _Baiân_, tomo I, p. 110.

[720] La _Continuazione di Teofane_ dà il solo nome Nasar. Nella _Vita di Santo Elia_ l'ammiraglio è chiamato Basilio Nasar; ma dubito che il nome di Basilio sia quello dell'imperatore, aggiunto a Nasar per errore del MS. o della versione. Nasar è nome semitico. Da ciò, e dall'avere l'ammiraglio chiesto rinforzi di Mardaiti, argomento che appartenesse a questa gente, così chiamata dagli Arabi perchè si ribellò da loro. Erano Cristiani del Libano, della setta che si addimanda Maronita.

[721] Di questa sconfitta dell'armata musulmana d'Affrica e di Sicilia abbiamo testimonianze diverse, che non è difficile a mettere d'accordo.

La _Continuazione di Teofane_, l. c., cap. LXII, dà il numero delle navi africane; il tempo vagamente e con errore; il luogo anche vagamente; ma dice che il nemico scorresse i mari di Cefalonia e Zante, e che Nasar uscisse da Modone, e tornassevi dopo la vittoria, e poi, chieste istruzioni a Basilio, venisse in Palermo. La epistola di Giovanni VIII, del 30 ottobre, 19ª indizione (dal 1º sett. 880 al 31 ag. 881), dando a Carlo il Calvo le nuove dei Greci e Ismaeliti, dice: _quia Græcorum navigia in mari Israelitarum victorisissime straverunt phalanges_; ed è evidente che debbasi leggere _Ismaelitarum_. Nella _Cronica di Cambridge_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 43, troviamo: “L'anno 6388 (1º settembre 879 a 31 agosto 880), i Bizantini presero le navi dei Musulmani in un luogo che s'addimanda Ellada.” Questa voce precisamente si legge, nel MS. con la l raddoppiata e la _d_ con un punto diacritico, con la quale per lo più gli Arabi trascrivono la _d_ greca o latina, perchè la loro _d_ senza punto si confonde spesso con la nostra _t_. Ellade è appunto il nome del _tema_ della Grecia propria, che stendeasi dall'uno all'altro mare, compresavi l'isola di Negroponte, che sta a levante, ma non Cefalonia e Zante, che giacciono a ponente; e confinava a settentrione col _tema_ di Tessalonica, a mezzodì con quello del Peloponneso. Tal nome è scritto ordinariamente dai Bizantini Ἑλλάς, all'accusativo Ἑλλάδα, con le medesime lettere e accento della trascrizione arabica. Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 109 verso; e. MS. di Bihars, fog. 49 recto, anno 266 (22 agosto 879 a 10 agosto 889), riferisce la battaglia ne' mari di Sicilia; presa la più parte delle navi musulmane, e salvatisi gli avanzi in Palermo. Il _Baiân_, tomo I, p. 110, dice portata la guerra dal governatore di Sicilia ai Bizantini, che fecero uscire 140 navi; scontratesi le due armate; prese le navi della musulmana; e passati i vincitori a Palermo. Ciò nel 266. Finalmente la _Vita di Santo Elia_ dà allestita l'armata in Palermo contro Reggio al tempo dello imperatore Leone; mandato da costui Basilio Nasar con 45 navi; ito Santo Elia di Palermo a Taormina ed a Reggio, ove confortò i cittadini che non fuggissero, e Nasar che fidasse nella vittoria; uscito Nasar contro i Musulmani, cui ruppe, messe in fuga, affondò in mare, o fe' prigioni. In questa narrazione può star la data dell'880, poichè Leone, che regnava solo quando fu scritta la biografia, era già associato al padre innanzi l'880, e probabilmente, come lo accennai di sopra, il nome di Basilio nel testo va aggiunto a quel di Leone, e non dato come nome di battesimo di Nasar. Però non han luogo le conghietture cronologiche del Gaetani, op. c., p. 68, e dei Bollandisti, vol. c., p. 483. Quanto al luogo della battaglia, o fu confuso nella memoria di Elia che vecchio narrava questi casi, o dalla penna dell'agiografo, ovvero seguì un novello scontro di 45 navi bizantine con gli avanzi dei Musulmani, che uscissero di Palermo, vedendosi assaliti nelle case loro.

Dopo il detto fin qui, i fatti mi sembrano provati abbastanza. Così anche la data, non ostante una difficoltà che non voglio tacere, cioè che Giovanni VIII avesse differito sino al 30 ottobre a significare a Carlo il Calvo una sì importante sconfitta dei Musulmani seguita nei primi di agosto. Ma questa data di agosto 880 calza sì bene con tutte le memorie; e d'altronde le comunicazioni tra la Sicilia e Roma erano sì incerte, e sopratutto sì poca la voglia di papa Giovanni a dare quella nuova, a Carlo, dal quale sollecitava sempre aiuti contro i Musulmani, che ben si possono supporre passati due mesi e mezzo. Infine è da considerare che il papa non scriveva apposta quest'avviso, ma per incidenza, e rispondendo a Carlo il Calvo che gli avea domandato, forse maliziosamente, che si dicesse dei Greci e dei Saraceni.

[722] _Theophanes continuatus_, lib. V, cap. LXIV, p. 304-305. L'obolo rispondeva a 1/210 del bizantino, ossia circa 0,06 di lira italiana.

[723] Ibn-el-Athîr, l. c.

[724] Si confrontino: _Theophanes continuatus_, l. c., e _Baiân_, tomo I, p, 110.

[725] Non mi par dubbio che la divisione di quei legni sottili vi rimanesse dopo la partenza di Nasar. Il porto dovea essere Termini o Cefalù; poichè le schiere si spingeano su la parte delle Madonie che sta a cavaliere a quella spiaggia.

[726] Si confrontino: Leonis Grammatici, _Chronographia_, p. 258, e Georgii Monachi, _De Basilio Macedone_, cap. XX, p. 845. Secondo quest'ultimo ho soppresso il nome di Musulice, che Leone dà anche a Euprassio, e che sembra nome del capitano che gli succedette.

[727] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 25 recto, e MS. di Bibars, fog. 62 recto, sotto l'anno 368 (881-882), dice presa dai Musulmani una fortezza “che i Greci aveano fabbricato di recente, e chiamatala la Città del Re.” — “Di recente” qui si deve intendere l'880, perchè prima erano vincitori e padroni i Musulmani in quelle parti. Quanto a Polizzi, oltre il sito ch'è designato da tutte le fazioni di guerra dell'882, accenna a quella città anco il nome, che necessariamente doveva esser greco, Βασιλεόπολις, o soltanto Πόλις, e Pólis esattamente si pronunziava nel XII secolo, come il prova la trascrizione arabica di Edrisi. Però è caduto in errore il Wenrich, il quale, lib. I, cap. XI, § 96, p. 128, ha creduto di trovare la “Città del Re” in Castroreale, senza riflettere che il nome non potea essere latino, e senza sapere che Castroreale fu fabbricata dagli Aragonesi nel XIV secolo, come si scorge dal Fazzello, deca I, lib. X, cap. I, e da Amico, _Lexicon Topographicum_.

[728] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 120 recto; e MS. di Bibars, fog. 59 recto, anno 267; _Baiân_, tomo I, p. 111; e Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 21 verso, con lo errore di Iliâs in luogo di Abbâs. Questo nome patronimico è scritto El-Miâs in Ibn-Wuedrân, MS. § 6, versione francese nella _Revue de l'Orient_, déc. 1853, p. 429.

[729] Ibn-el-Athîr, l. c.

[730] Confrontinsi: _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 43; e _Vita di Santo Elia da Castrogiovanni_, presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 68, e presso i Bollandisti, _Acta Sanctorum_, 17 ag., p. 483. Nella cronica si legge sconfitto a Taormina Barsâs; la _Vita di Santo Elia_ dice Barsamius che mi pare migliore lezione. Infatti il nome di _Barsemius_, trascrizione del siriaco _Barsuma_, si trova in Mesopotamia dal secondo al quinto secolo dell'era volgare, com'io l'ho accennato nelle note al _Solwân-el-Mota'_, d'Ibn-Zafer, nota 44 al capitolo V, p. 336. Il Wenrich, lib. I, cap. XI, § 96, dice uccisi 3000 Cristiani; e cita nella nota 144 Ibn-el-Athîr. Così confonde questa fazione con quella che seguì nell'882.

[731] Ibn-el-Athîr, l. c. Nel MS. si legge chiaramente _Bekâra_, che parrebbe trascrizione di _Biccarum_, come troviamo scritto il nome dell'odierna Vicari nei diplomi latini dell'XI secolo; ed è terra lontana 30 miglia da Palermo, e circa la metà dalla spiaggia del Tirreno. Ma in Edrisi il nome di Vicari è trascritto _Bikû_, che risponde esattamente al Βοικὸς di un diploma greco dell'XI secolo, pubblicato da Buscemi, _Giornale Ecclesiastico per la Sicilia_, Palermo 1832, tomo I, p. 212 e 213. Dippiù, Edrisi parla di un altro castello, nelle vicinanze al certo di Gangi, terra a 14 miglia da Polizzi, il nome del quale castello nella _Geographia Nubiensis_ è scritto _Mekâra_, così anche nel MS. di Edrisi d'Oxford, e _Nakâra_ in uno dei MSS. di Parigi; nell'altro, che è il migliore, _Bekâra_: varianti, tra le quali è da preferirsi _Mekâra_, supponendosi con fondamento che fosse appunto presso Gangi la _Imacara_ di Plinio e la _Megara_ di Tolomeo. Posto ciò, rimane in dubbio se vada fatta ad Ibn-el-Athîr la stessa correzione di _Mekâra_, ovvero debba supporsi che la cronica nella quale ei lesse _Bekâra_, avesse così trascritto, in modo diverso da Edrisi, il nome di _Biccarum_. È dubbio insignificante ed impossibile a sciorre, poichè entrambi i siti di Vicari e di Gangi poteano essere occupati dai Bizantini in quella impresa. D'altronde i nomi di Biccaro, Vaccaro, Vico, Bica ec., doveano essere frequenti in Sicilia; e tanto più facilmente si poteano confondere, quanto _bekkâr_ in arabico risponde al greco βοιχὸς e all'italiano “boaro” e “vaccaro.”

[732] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 123 recto; e MS. di Bibars, fog. 62 recto, anno 268.

[733] “Kalat-abi-Thûr,” in Edrisi; “Calatabutor, Galatabutur, ec.,” nei diplomi latini dell'XI e XII secolo.

[734] Nicetæ Paphlagonii, _Vita Sancti Ignatii_, presso il Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tomo VIII, p. 1247.

[735] Parlando familiarmente, gli Arabi chiamano più tosto del soprannome che del nome o casato.

[736] _Riadh-en-nofûs_, MS. di Parigi, fog. 79 verso. La versione mia è fedele, non litterale.

[737] Egli adopera i due sostantivi, _hesced_, “ragunata,” e _gem_', “turba.”

[738] Ibn-el-Athîr, l. c. Il _Baiân_, tomo I, p, 111, sotto l'anno 268, accenna solo lo scambio del governatore, dando esattamente gli stessi nomi del deposto e dello eletto. La Impresa di Mohammed-ibn-Fadhl si dee riferire all'882, poichè il guasto delle mèssi determina la stagione.

[739] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 135 verso, anno 269; e MS. di Bibars, fog. 72 recto. Questo capitoletto con alcuni altri è stato dato da M. Des Vergers, in nota nell'_Histoire de l'Afrique et de la Sicile par Ibn-Khaldoun_, p. 132, seg. Vi si sostituisca Rametta a Rita su l'autorità del MS. di Bibars. Così ancora nel capitoletto del 271.

[740] Ibn-el-Athîr, con frase vaga o mutilata dai copisti, scrive: “Mosse con grande esercito verso la città di Catania, e distrusse quanto era in quella.”

[741] Il _Baiân_, tomo I, p. 113, dà i soli nomi del governatore morto e del rifatto; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 140 recto, e MS. Bibars, fog. 83 recto, anno 271, narra le fazioni di guerra e lo accordo; il _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 43, dice del solo accordo. Ecco le parole delle due croniche. In Ibn-el-Athîr leggiamo: “.... e incalzava la città, quando vennero a trovarlo oratori del patrizio dei Rûm, chiedendogli la tregua e lo scambio dei prigioni, ec.” La _Cronica di Cambridge_ ha: “Il ûi ti recò il riscatto, e fe' uscire i prigioni di Siracusa;” come va corretta la versione latina. Quel nome, ove mancano i punti diacritici di due lettere, è stato letto _Buliti_, e il Di Gregorio sagacemente ha riconosciuto in questa voce la greca Βουλευτίς (o meglio Βουλευτὴς), che si pronunziava _Vulevtis_; dandosi dai Greci il medesimo valore della nostra v alla β e alla υ. Perciò nel supplire i punti diacritici al testo correggo _Bûlebtî_. Parmi sia questo il plurale Βουλευταὶ, che nella lingua dei mezzi tempi significava _Decurioni_, ossia, collettivamente, _la Curia_.

Parmi che gli annali musulmani abbian mutato cotesti magistrati municipali in oratori del capitano bizantino. Potrebbe essere ancora che il capitano del presidio abbia fermato l'accordo, e alcuni decurioni siansi recati poi in Palermo a togliere i prigioni cristiani, recando i musulmani, che forse non erano a Taormina. In ogni modo, il fatto, e la voce usata da Ibn-el-Athîr, mostrano che si trattasse di scambio, e non di mero riscatto di Cristiani.

[742] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 161 verso; MS. di Bibars, fog. 85 verso, anno 272; _Baiân_, tomo I, p. 113.

[743] Ibn-el-Athîr e _Baiân_, ll. cc.

[744] La guerra civile tra i Berberi e il _giund_, ossia le milizie arabe, si legge nella _Cronica di Cambridge_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 43; il rimanente nel _Baiân_, tomo I, p. 114. In quest'ultimo, con la data del 273 (7 giugno 886 a 26 maggio 887); nella _Cronica di Cambridge_, del 6395 (1 settembre 886 a 31 agosto 887). Nel Rampoldi, _Annali Musulmani_, anno 887, si legge: “L'autore del _Nighiaristan_, dice che in Sicilia ebbero luogo forti combattimenti tra quei Cristiani e i Musulmani, con riportarne a vicenda qualche vantaggio.” Non sarebbe impossibile che il compilatore persiano, o lo italiano, abbia così interpretato i casi della guerra civile; o che il Rampoldi, per errore, abbia tolto questa notizia dalla _Cronica di Cambridge_, e citato il _Nigâristân_.

[745] Così lo chiama Erchemperto.

[746] Il _Baiân_, tomo I, p. 114, sotto l'anno 275, dice della “tremenda battaglia” vinta dai Siciliani, e che perissero dei nemici più di 7000 ammazzati, e da 5000 annegati. Forse il compilatore lesse male i testi, che riferissero due tradizioni diverse, ovvero portassero il numero dei morti in battaglia, e poi il totale, compresivi i prigioni; o che so io. Si accenna inoltre la fuga dei Cristiani dalle terre vicine ai Musulmani, che si deve intendere delle Calabrie, e sopratutto di Reggio, secondo le testimonianze della _Cronica di Cambridge_ e di Erchemperto. _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 43; ove si porta a 5000 il numero degli uccisi, la battaglia a Milazzo e la data del 6397 (1 settembre 888 a 31 agosto 889). Similmente, Ibn-Abbâr, nello squarcio di cui si farà menzione nella nota seguente, parla della “battaglia di Milazzo.” Erchemperto, _Historia_, cap. LXXXI, la suppone nello stretto di Messina. Il Rampoldi, _Annali Musulmani_, anno 888, scrive così: “Terminò i suoi giorni in Palermo l'emir Iakoub figliuolo di Ahmed, della casa di Aghlab, uno dei comandanti generali in Sicilia, e governatore di Messina. Aaroun el Khams gli succedette nel governo dei Musulmani di quella città.” Ignoro donde egli abbia potuto trarre questa seconda notizia. La prima mi pare arbitraria correzione di ciò che scrisse erroneamente il Nowairi.

[747] Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 36 recto.

[748] In miglia siciliane secondo la carta geografica. È notevole che Edrisi dà appunto la stessa distanza in miglia arabiche che rispondono alle siciliane. Nel secolo passato, la distanza si ragionava 13 miglia, certamente per altra strada meno malagevole. In oggi, la strada del corriere, che passa per Spadafora facendo un lungo giro, è di 24 miglia.

[749] Ibrahîm suo padre era fratello di Khafâgia emiro di Sicilia, del quale si è detto. Sofiân, ceppo di questa famiglia, era fratello di quell'Aghlab da cui prese nome la dinastia.

[750] Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, l. c. Il nome dello ammiraglio greco si trova nella _Vita di Santo Elia da Castrogiovanni_, presso il Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 72, se pur la vittoria dell'ammiraglio Michele fu riportata nello stesso scontro in cui presero Mogber. Il Conde, _Historia de la Dominacion de los Árabes en España_, parte II, cap. LXXV, senza citare Ibn-Abbâr, ha dato una versione poco esatta dell'articolo biografico sopra Mogber.

[751] Baiân, tomo I, p. 115, anno 276.

[752] _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 43. Questa cronica non indica al certo col nome di Siciliani i Cristiani, i quali chiama sempre Rûm, ma sì bene i coloni di Sicilia; come tutti gli scrittori arabi dicono Sirii, Egiziani, Spagnuoli ec., i coloni di lor gente in que' varii paesi.

[753] Si conferma questo significato della voce “Affricani” dal seguente passo della _Cronica di Cambridge_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 43: “L'anno 6406 i Berberi assaltarono il giund, e consegnarono agli Affricani Abu-Hosein e i suoi figliuoli.” Gli Affricani dunque non erano nè i Berberi nè gli Arabi d'Affrica venuti in Sicilia al conquisto, e scritti nei giund, ma le soldatesche mandate da Ibrahim-ibn-Ahmed.

[754] _Baiân_, tomo I, p. 116, anni 278 e 279.

[755] Questo fatto è riferito dal solo Nowairi, nella _Conquête d'Afrique_, ec., pubblicata da M. De Slane, in appendice alla _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tomo I, p. 428. Quivi, dopo il supplizio dello hâgib Ibn-Semsâma, si legge: “L'officier qui le remplaça, et qui se nommait El-Hacen-ibn-Naked, avait exercé d'autres charges, dont l'une était le gouvernement de l'île de Sicile.” Ma il testo arabico veramente dice: “E pose in sua vece Hasan-ibn-Nâkid, e unì in persona di costui parecchi oficii, tra i quali lo emirato di Sicilia.” La frase che rendo “unì in persona di costui” non lascia luogo a dubbio; poichè si compone del verbo _dhâf_ alla quarta forma, costruito con la preposizione ila; onde significa “aggregare, congiungere.” Al par di me lo aveva interpretato M. Des Vergers, dando questo squarcio in nota a Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 130. M. De Slane, ch'è padrone della lingua arabica e che spesso è necessitato a correggere le espressioni inesatte di quegli scrittori, si è ingannato nel presente caso da uomo erudito; sapendo che non si poteano esercitare a un tempo un oficio in Affrica e il governo di Sicilia. Ma in questo appunto consistea lo abuso di autorità narrato dal Nowairi, o piuttosto da alcun antico cronista ch'ei copiava. Egli è evidente che Ibrahim-ibn-Ahmed voleva accentrare l'autorità in persona del suo primo ministro; al quale dava la missione di domare la rivoluzione scoppiata in Affrica, e sempre desta in Sicilia.

[756] _Chronic. Cantabrigiense_, l. c. Leggiamo qui la data del 6404 (1º settembre 895 a 31 agosto 896), e nel _Baiân_, tomo I, p. 123, del 282 (1º marzo 885 a 17 febbraio 896). Così il fatto è limitato ai sei mesi che corsero dal 1º settembre al 17 febbraio.

[757] Johannes Diaconus, _Translatio Sancti Severini_, presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 60; e presso Muratori, Rerum _Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 269.

[758] _Baiân_, tomo I, p. 125, anno 282.

[759] Severino Bini, in un'annotazione alla vita di Giovanni VIII, presso il Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tomo IX, p. 2, riprende con tal motto il papa del favore dato a Carlo il Calvo; e con teologica baldanza afferma che Iddio nel punì, facendogli pagar tributo ai Saraceni. Come se il tributo si fosse pagato col sangue del papa, non col danaro dei popoli!

[760] _Annales Ecclesiastici_, anno 879.

[761] Confrontinsi: Erchemperti _Historia_, cap. XXXV e XXXVIII; Anonymi Salernitani _Chronicon_, cap. CXXXI del Pratilli; Johannis Diaconi _Chronicon Venetum_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo VII, p. 20; Andreæ Presbyteri Bergomatensis _Chronicon_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 237; _Chronicon Vulturnense_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 403.

[762] Confrontinsi Erchemperti _Historia_, cap. XXXVIII, XXXIX; Anonymi Salernitani _Chronicon_, cap. CXXXI del Pratilli, la qual cronica in questo e nei tempi vicini è copia di Erchemperto; _Chronicon Vulturnense_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 403, che poco ne differisce; Lupi Protospatharii _Chronicon_, anno 875; _Chronicon Sanctæ Sophiæ Beneventi_, anno 875.

[763] _Theophanes continuatus_, lib. V, cap. LVIII. Altrove ho notato che, alla fine dei fatti d'Occidente, in questo tempo, lo autore confessa la incertezza della cronologia, e, avrebbe dovuto aggiungere, anche dei particolari. Ei narra quel generoso sacrifizio dell'ambasciatore in modo da non sapersi se si debba riferire a un assedio di Capua o di Benevento; ma piuttosto parmi si tratti di altro castello, il cui nome sfuggì al compilatore.

[764] _Theophanes continuatus_, lib. V, cap. LXV.

[765] Confrontinsi: _Theophanes continuatus_, lib. V, cap. LXVI; Lupi Protospatharii, _Chronicon_, anno 880; _Chronicon Barense_, anno 880. Secondo questa cronica, che Lupo ha copiato, i Musulmani “uscirono di Taranto,” nè si parla di prigioni.

[766] _Theophanes continuatus_, l. c.

[767] _Theophanes continuatus_, lib. V, cap. LXXI.

[768] Confrontinsi: _Theophanes continuatus_, l. c.; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 161 verso; e MS. di Bibars, fog. 85 verso, anno 272; e _Baiân_, tomo I, p. 113. La cronologia dei Musulmani risponde esattamente al tempo assegnato da' Bizantini cioè gli ultimi anni della vita di Basilio. I nomi anco si riconoscono agevolmente: Ingifûr presso Ibn-el-Athîr, e M h fûr nel _Baiân_, per Niceforo; o, secondo la pronunzia greca, Nikifóro (Νικηφόρος); S b z na, per Severina; e, per Amantea, M f nlia, che, correggendovi i punti diacritici, si può leggere benissimo Mantîia. Debbo avvertire che questo capitoletto di Ibn-el-Athîr, cavato dal MS. A, è stato pubblicato da M. Des Vergers, in nota ad Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 136.

[769] _Theophanes continuatus_, l. c.

[770] Cedrenus, vol. II, p. 354. Si allude alla moderazione civile di Niceforo nella Tattica dell'imperatore Leone, testo greco e versione latina, § 38, p. 742, e versione francese del Maizeroi, parte II, p. 16.

[771] Leonis Imperatoris _Tactica_, l. c.

[772] Ibn-el-Athîr lo chiama così due volte che parla di lui nei capitoli degli avvenimenti diversi, del 268 e del 270. MS. A, tomo II, fog. 123 verso, e 128 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 259 recto.

[773] _Theophanes continuatus_, lib. V, cap. XI e LXXV.

[774] Erchemperti _Historia_, cap. LXXXI.

[775] _Chronica Sancti Benedicti_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, p. 203. Questo capitolo è di quelli che gli editori alemanni hanno aggiunto al testo pubblicato dal Pellegrino e dal Pratilli; aggiunte cavate da un MS. Vaticano.

[776] Veggasi Lib. I, cap. VIII, p. 187, seg.

[777] Giovanni VIII scrivea a Landolfo vescovo di Capua, com'e' pare in settembre 876, essere stata a lui commessa particolarmente quella terra dallo imperatore; presso Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tomo IX, p. 8, epistola IX. Eutropio, prete lombardo vivuto un secolo appresso, pretese aggiungere alla dominazione di Capua la sovranità temporale di Roma, il Sannio, le Calabrie, il Ducato di Benevento, e Arezzo e Chiusi in Toscana. Veggasi Saint-Marc, _Abrégé chronologique de l'Histoire d'Italie_, a. 875.

[778] Erchemperti _Historia_, cap. XLVII.

[779] Erchemperti _Historia_, cap. XLVII.

[780] Ciò si potrebbe inferire dalle parole di Erchemperto, cap. XXXIX, “che Salerno, Napoli, Gaeta e Amalfi, sendo in pace coi Saraceni, gravemente affliggevano Roma con le scorrerie marittime; onde Carlo il Calvo, presa la corona dello impero, diè in aiuto al papa Lamberto e Guido di Spoleto, co' quali il papa andò a Capua e a Napoli.” Ma Erchemperto suol confondere sempre l'ordine dei tempi; e qui par che lo confonda, ritraendosi che Carlo fu coronato imperatore a Roma il 25 dicembre 875, e sapendosi dalle epistole di Giovanni VIII, citate nel séguito del presente capitolo, che i Musulmani infestavano la Campagna di Roma nella state dell'876, e che il papa andò a Capua e Napoli in novembre del medesimo anno. Perciò è probabile che le incursioni verso Ostia fossero incominciate lo stesso anno 876, anzichè il precedente.

[781] Veggansi le epistole di Giovanni VIII, dal nº I al XXXV, presso il Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tomo IX, p. 1, seg., e presso il Duchesne, _Historiæ Francorum Scriptores_, tomo III, appendice, nri I a XIV. Si riscontri Erchemperto, l. c.

[782] Secondo il passo d'Erchemperto, già citato a p. 444, nota 3, parrebbe venuto il papa a Napoli e Capua in primavera dell'876 al più tardi. Il Muratori, _Annali d'Italia_, ha assegnato a quel viaggio la data di gennaio 877, argomentandola dalle parole di Giovanni VIII, il quale a dì primo febbraio si dolea con Aione vescovo di Benevento che: _nostro itineri Neapolim nobis..... nuper advenientibus non adhæseris_. Ma il _nuper_ non si dee pigliare in senso così stretto; poichè si sa da Erchemperto che Salerno si spiccò dai Musulmani dopo la venuta del papa a Napoli; e da una epistola di Giovanni VIII al principe di Salerno, data il 17 novembre 876, si vede esser lui già d'accordo col papa. Perciò parmi di fissare il viaggio alla prima metà di novembre. Ma è da avvertire che cotesti diplomi non danno la certezza che ce ne dovremmo aspettare, poichè non sono in buon ordine cronologico; ad alcuni manca la data del giorno e mese; a tutti quella del luogo; e d'altronde la abituale simulazione di Giovanni VIII guasta sempre l'ordine e la proporzione dei fatti.

[783] Erchemperti _Historia_, cap. XXXIX. La pratica della consagrazione di Atanasio vescovo si ritrae dalle epistole di Giovanni VIII, presso Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tomo IX, nri V e XLI, p. 5 e 35.

[784] Epistole LV, LVI, e LVII di Giovanni VIII, e Atti _del Sinodo di Ravenna_, presso il Labbe, vol. c., p. 45 a 47, e 299 a 304. Il sinodo si tenne in agosto 877, e vi fu presente il papa, come si ricava da un diploma soscritto da lui il _sexto kalendas decembris_, che il Labbe giustamente corregge _septembris_.

[785] Epistole XXXVI, XXXVIII, XXXIX, XL, LIX, LXIX, presso il Labbe, vol. c., p. 32, seg.

[786] Ibidem, epistole LXIX, LXXIV.

[787] Epistole LXVI, LXVII, presso il Labbe, 1. c. Confrontinsi: Erchemperti _Historia_, l. c.; e Anonymi Salernitani _Chronicon_, cap. CXXXI della edizione del Pratilli.

[788] Le lagnanze contro Lamberto si veggano nelle epistole di Giovanni VIII, nri XX, a XXVII, presso Duchesne, _Historiæ Francorum Scriptores_, tomo III, p. 880, seg.

[789] Epistola di Giovanni VIII, nº LXXXIX, presso Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tomo IX, p. 74.

[790] Erano tutti figliuoli dei fratelli del vescovo, per nome: Pandone, Landone I e Landonolfo.

Pandonolfo, figliuol di Pandone, ebbe il titolo di conte e i feudi di Teano e Caserta;

Landone, figliuolo di Landone I, ebbe Sessa e Berolais, ossia Capua vecchia;

Landone, figliuolo di Landonolfo, ebbe Calinio e Caiazzo;

Atenolfo, figliuolo di Landonolfo, ebbe il feudo di Calvo.

Veggasi Erchemperto, cap. XL, e la genealogia dei conti di Capua per Camillo Pellegrino.

[791] Ciò è attestato da Erchemperto, cap. XLVII; e Leone d'Ostia, lib. I, cap. XLIII, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo IV, p. 316.

[792] Si scorge dalla epistola di Giovanni VIII, data il 5 aprile, 12ª indizione, presso Labbe, op. c., tomo IX, nº CLXVIII, p. 109.

[793] Ibidem, nri CLXXII, CLXXVIII, CLXXIX, CLXXXVI, CXCVII, CCXVI.

[794] Ibidem, nri CCIX, CCXXV, CCXXVII.

[795] Ibidem, nº CCXLII.

[796] Leo Ostiensis, lib. I, cap. XLIII, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo IV, p. 316.

[797] Epistole CLIX a CLXI di Giovanni VIII, presso il Labbe, vol. c., p. 105 e 106.

[798] Ibidem, epistola CCXLI, p. 171.

[799] Ibidem, epistola CCXL, p. 171.

[800] Baronius, _Annales Ecclesiastici_, anni 879, 880.

[801] I confini di Spoleto arrivavano sino a Sora e al Lago di Celano.

[802] Erchemperti _Historia_, cap. XLIV, copiato dall'Anonimo Salernitano, cap. CXXXVI della edizione del Pratilli. Erchemperto non porta data, ma scrive questo fatto dopo un assedio di Capua che si dee riferire all'880.

[803] Anonymi Salernitani _Chronicon_, cap. CXXXVI, ediz. del Pratilli.

[804] Erchemperti _Historia_, cap. LXXIX; e Anonymi Salernitani _Chronicon_, cap. CXLVII della edizione del Pratilli. La data si scorge dall'ordine in che questo fatto sta con altri più noti.

[805] Erchemperti _Historia_, cap. XLIV. L'autore non potea dimenticare questa data, perchè ei medesimo fu fatto prigione al castel Pilano, preso dai Napoletani dopo l'assedio dell'anfiteatro di Capua, il 23 agosto 881.

[806] Erchemperti _Historia_, cap. XLVII.

[807] Giovanni VIII, epistole CCLXV e CCLXX, presso il Labbe, vol. c., p. 191, 195; e la seconda anche appo il Baronio, _Annales Ecclesiastici_, anno 881, § 2.

[808] Erchemperti Historia, cap. XLIX, copiato dall'Anonimo Salernitano, cap. CXL, stampato per errore CL, nella edizione del Pratilli. Ritraggo la tradizione popolare dal Caraccioli, il quale ricorda qui il proverbio che si serbava ai suoi tempi: “Quattro sono i luoghi della Saracina: Portici, Cremano, la Torre, e Resina.”

[809] Erchemperto, l. c.

[810] Baronio, _Annales Ecclesiastici_, anno 882, § 2.

[811] Giovanni VIII, epistola CCXCIV, presso il Labbe, vol. c., p. 210; e presso il Baronio, _Annales Ecclesiastici_, anno 881, § 6.

[812] Erchemperti, _Historia_, cap. XLIX.

[813] Baronio, l. c.: _aliquantos utiles et optimos Mauriscos cum armis, quos Hispani cavallos alpharaces vocant_.

[814] Pietro Suddiacono, continuatore di Giovanni Diacono di Napoli, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 316.

[815] Leonis Ostiensis, lib. I, cap. XLIII, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo IV, p. 316, 317. Non si sa ond'egli abbia tolto questo racconto, d'altronde verosimile e non sospetto. Non lo cavò certo da Erchemperto, nè dalla Cronica di San Michele in Volturno, citati per errore dal Wenrich, _Commentarii_, lib. I, cap. X, § 88. Leone dice espressamente che i Musulmani venissero di Agropoli; il che porterebbe la fermata loro a Itri verso l'autunno dell'882, e quella al Garigliano un poco appresso, forse nell'883, dopo la morte di Giovanni VIII.

[816] Erchemperti _Historia_, cap, LI.

[817] Erchemperto, cap. XLIV, e l'Anonimo Salernitano accennano appena l'arsione del monastero; al solito loro, senza data. La Cronica del monastero, pubblicata dal Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 404, seg., racconta, com'è naturale, molti particolari; ma l'autore visse tra la fine del decimo e il principio dell'undecimo secolo; la sua narrazione pare esagerata, almeno nel numero dei frati uccisi, ch'ei porta a 500 o 900; e vi troviamo in due luoghi diversi due diverse date del fatto; cioè a p. 332 l'anno undecimo di Basilio Macedone (878), e a p. 400, l'anno 882, indizione 15ª. Si vede dunque che le memorie ch'ebbe alle mani il compilatore, com'ei medesimo confessa, non si accordavano punto. Io mi sono appigliato alla data dell'882, sapendosi che passò poco tempo tra la distruzione di questo monastero e quella di Monte Cassino.

[818] Tra le varie date che si assegnano alla distruzione di Monte Cassino, mi sono appigliato a quella dell'883, che risponde alla 2ª indizione, notata da Leone d'Ostia; e che d'altronde si legge nell'Anonimo Salernitano, il quale ebbe alle mani al certo buoni esemplari di Erchemperto. La riedificazione ricominciò l'886, secondo Erchemperto, e l'884, secondo l'Anonimo. Si confrontino: Erchemperti _Historia_, cap. XLIV e LXI; Anonymi Salernitani _Chronicon_, cap. CXXXVI, e CXLIV della edizione di Pratilli; _Chronicon Vulturnense_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 405; Leonis Ostiensis _Historia_, lib. I, cap. XLIV, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo IV, p. 317. Merita d'esser letta a questo proposito un'opera moderna, la _Storia della Badia di Monte Cassino_, di Don Luigi Tosti, dotto monaco, il quale aggiunge alcuni particolari cavati da una vita manoscritta di Bertario, e li abbellisce con zelo lodevole in lui, e con pulito e dignitoso stile; tomo I, p. 65, seg.

[819] Erchemperto, cap. LI.

[820] Erchemperto, cap. LIV.

[821] Erchemperto, cap. LVI, LVII; Anonimo Salernitano, cap. CXLII, edizione di Pratilli.

[822] Veggasi per costui la nota 1, p. 452

[823] Erchemperto, cap. LV; Anonimo Salernitano, cap. CXLII, edizione di Pratilli.

[824] Erchemperto, cap. LVIII; Anonimo Salernitano, cap. CXLIII, edizione di Pratilli.

[825] Veggasi per costui la nota 1, p. 452.

[826] Erchemperto, cap. LXXIX.

[827] _Chronicon Vulturnense_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 407.

[828] Erchemperto, cap. LXVI; Anonimo Salernitano, cap. CXLV, ediz. di Pratilli.

[829] Anonimo Salernitano, cap. CXLV, edizione di Pratilli.

[830] Erchemperto, cap. LXXIII.

[831] Erchemperto, cap. LXXV, LXXVII; Anonimo Salernitano, edizione di Pratilli, cap. CXLVII.

[832] Erchemperto, cap. LXXVI; Anonimo Salernitano, edizione di Pratilli, cap. CXLVII.

[833] Questo fatto si legge nello Anonimo Salernitano, cap. CLVI, ediz. di Pratilli.

[834] Così penso, perchè al tempo di Edrisi (1154) il Val Demone arrivava a Caronia; il qual confine va attribuito a cagione politica più tosto che a necessità di geografia fisica. Nel XIV secolo il Val Demone fu esteso verso ponente; assegnatogli un confine naturale, cioè l'Imera settentrionale, detto altrimenti Fiume Grande.

[835] Veggansi questi ricordi qui appresso p. 468, nota 4.

[836] Le autorità citate dal Di Gregorio, _Considerazioni su la Storia di Sicilia_, lib. II, cap. II, note 24, 25, 26, fanno menzione del Val di Milazzo, Val di Mazara, Val di Noto e Val di Agrigento, oltre il Val Demone. Il Di Gregorio, che non vide chiaro negli ordini anteriori ai Normanni, supponea che la divisione in tante valli “ch'era forse solamente geografica” fosse stata adottata da re Ruggiero come divisione politica. Pochi righi appresso si contraddice, affermando che re Ruggiero istituiva i tre giustizierati di Val Demone, Val di Noto, e Val di Mazara; il che mostrerebbe che le province di Milazzo e Agrigento non fossero entrate nella divisione politica. A me la spiegazione più semplice pare, che la voce _vallis_ debba intendersi nei detti diplomi col significato indistinto di territorio, da potersi adattare a città o distretto o provincia; come appunto la voce arabica _iklîm_, che probabilmente si leggea nei registri dell'azienda pubblica, e fu tradotta bene o male _vallis_. Può anche darsi che la divisione in tre province fosse stata adoperata dagli Arabi in alcuni rami di amministrazione, e in altri rami un'altra. Per esempio, nulla toglie che gli _iklîm_ di Milazzo e Agrigento fossero stati due circoscrizioni di beneficii militari, assegnate ciascuna ad un _giund_.

[837] È bene qui ricordare che nella prima metà del XIII secolo, Federigo imperatore tornò alla divisione romana in due province; la quale durò almeno fino alla rivoluzione del Vespro. Poi veggiamo ricomparire i giustizieri delle valli di Milazzo, Castrogiovanni e Demona. (Diploma del 1302, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 410.) Nei principii del XV secolo la Sicilia fu divisa in quattro valli: Demona, Noto, Castrogiovanni, e Girgenti. (Censo feudale del 1408, presso Di Gregorio, _Bibliot. Aragon._, tomo II, p. 490.) In fine si tornò alle tre valli.

[838] La mutazione del nome di Lilibeo in Porto di Ali, fa supporre che quella città fosse stata distrutta al tempo del conquisto musulmano, o forse prima. Le città non abbandonate, assai di rado presero novelli nomi.

[839] _Theophanes continuatus_, lib. V, cap. LVIII, p. 297. Καὶ τὸ ὰπὸ τούτου διέμειναν πιστοὶ βασιλεῖ τοιοὺτων έξηγούμενοι κάστρων. Questa voce si trova anche nel Nuovo Testamento, Luca, XXII, 28.

[840] Il participio presente del verbo διαμένω (_permaneo_, _perduro_) al genitivo plurale farebbe τῶν διαμενόντων, che l'uso volgare forse contrasse in _Ton Demenon_.

[841] L'arabico _welâia_ significa territorio, giurisdizione o uficio di _wâli_; e wâli si dice di varii magistrati preposti a province, ovvero a rami speciali di amministrazione pubblica.

[842] Ecco in serie cronologica gli scritti ove occorre Demona con le sue varianti, prima come nome di città, poi di provincia:

I. Anno 902. Assedio e presa di _Dimnsac_ (con la terminazione nel suono che daremmo alla _s_ e alla _c_ unite dinanzi una _i_, ossia quello della _ch_ in francese e _sh_ in inglese). Veggasi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 92 e 167 verso; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; e MS. di Bibars, il solo ove si legga correttamente. Ibn-el-Athîr, ancorchè vissuto nel XIII secolo, trascriveva in questo passo ricordi derivati dal IX.

II. Anno 963. Nome di _Dimnasc_ dato a una gola di monti presso Rametta. Veggasi Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 16, correggendo la lezione secondo uno dei MSS. di Parigi. Valga, per l'antichità del ricordo, la stessa avvertenza che feci di sopra per Ibn-el-Athîr.

III. Verso la fine del decimo secolo, la Biografia di San Luca, abate del monastero di Armento in Calabria, dice costui siciliano di Demena. Presso Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 96.

IV. Malaterra, libro II, cap. XII, scrivendo, alla fine dell'undecimo secolo, del secondo sbarco del conte Ruggiero in Sicilia (1060) dice: _Hic Christiani in valle Deminæ manentes, sub Saracenis tributarii erant._ Presso Caruso, _Bibliotheca Historica_, tomo I, p. 181, e presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo V, p. 539, seg.

V. Anno 1082. Diploma, del conte Ruggiero, che concede al vescovo di Troina..... _in valle Deminæ castrum quod vocatur Achareth_. Presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 495.

VI. Anno 1084. Altro diploma del conte Ruggiero a favor del monastero di Sant'Angelo, _de Lisico Tondemenon_. Presso Pirro, op. c., p. 1021.

VII. Anno 1093. Diploma per lo stesso monastero chiamato qui _Sancti Angeli de Lisico de valle Dæmanæ_. Presso Pirro, l. c.

VIII. Anno 1096. Diploma, nel quale descrivendo i confini della diocesi di Messina, si dice: ..... _usque ad Tauromenium, et respondet ad Messanam, et vadit usque ad Melacium, et respondet ad Demannam, et inde vadit per maritimam usque ad Flumen Tortum, et ascendit per flumen_ ec. Nello stesso diploma si ricorda la donazione del _castellum Alcariæ apud Demennam_. Presso Pirro, op. c., p. 383. È evidente che Demenna in entrambi i luoghi citati sia nome di provincia, poichè da Milazzo in poi non si notano più i nomi di città che sarebbero Patti, Caronía e Cefalù, ma sì il confine della provincia, il quale si sa che terminavasi a Caronía.

IX. Diploma del 1097, per lo quale il conte Ruggiero concedette certi beni al monastero di San Filippo di Demena. Questo diploma è trascritto in uno di Adelasia e del conte Ruggiero Secondo, poi re, dato l'anno 6618 (1110), che il Pirro pubblicò in latino, a p. 1027, con la data erronea del 6628. Niccolò Buscemi ha corretto quella data, stampando il testo greco con una versione italiana, nel _Giornale Ecclesiastico per la Sicilia_, tomo I (1832), p. 113, seg. Ma il Buscemi stampò male la voce Δε-Μεννα; poichè il tratto d'unione, come lo chiamano gli oltramontani, è segno ortografico ignoto ai Greci, e non si trova punto nell'originale, posseduto dal principe di Trabia; diploma di belli e nitidi caratteri, del quale ho depositato un fac-simile nella Biblioteca imperiale di Parigi.

X. Anno 1124. Diploma del medesimo Ruggiero Secondo, a favore di detto monastero chiamato _Abbatia in valle Dæmanis_. Presso Pirro, op. c., p. 1027.

XI. Anno 1131. Diploma del vescovo di Messina, che assoggetta allo archimandrita di quella città parecchi monasteri greci della diocesi; tra gli altri quello di Sanctum Barbarum in Demeno. Presso Pirro, op. c., p. 974.

XII. Anno 1134. Diploma di Ruggiero Secondo, su lo stesso argomento. Vi si noverano i monasteri assoggettati all'archimandrita, e tra quelli _Sanctum Barbarum de Demenna_, e alcuni altri independenti, tra i quali _Sanctum Philippum de Demenna_. Pirro, op. c., p. 975.

XIII. Edrisi, che pubblicò la sua famosa opera geografica il 1154, descrivendo la costiera di Sicilia a dritta di Palermo, pervenuto a Caronía, nota che quindi cominciasse la provincia (_iklîm_) di Dimnasc, come leggiamo nel migliore dei MSS. Edrisi, nella minuta descrizione che fa della Sicilia, non parla di città o castello nominato Dimnasc.

Confrontando le quali testimonianze, e avvisandomi che nei diplomi notati dal nº VI al XII si tratti anco della provincia, io credo provata la esistenza di Demana castello infino al decimo secolo, di Demana provincia dall'undecimo in poi; ma parmi assai dubbio che il castello durasse fino all'undecimo secolo, e certo che a metà del duodecimo fosse abbandonato o avesse mutato nome. Quanto al sito del castello non abbiamo argomenti da determinarlo: se non che il nome topografico, che si legge nella descrizione della battaglia di Rametta (963), dà indizio che Dimnasc si trovasse a ponente di quella città. Forse a quattro o cinque miglia, là dove è oggi Monforte: nome di castello registrato da Edrisi, e nato probabilmente dopo il conquisto normanno; nome anco di feudo nei tempi normanni, come leggiamo nel Dizionario Topografico del D'Amico.

[843] _Hedaya_, tomo I, lib. V, cap. I, p. 435; D'Ohsson, _Tableau général de l'Empire Ottoman_, tomo VI, p. 3; Kodûri, presso Rosenmuller, _Analecta Arabica_, § X, p. 3 del testo.

[844] In sostanza era l'uno e l'altro, cioè assicurazione delle persone e delle proprietà. Le cronache soglion dare al tributo la prima di queste appellazioni; Mawerdi lo denota con la seconda, nel trattato di dritto pubblico intitolato _Ahkâm-Sultanîia_, lib. IV, p. 83; Kodûri, op. cit., § XLVI, p. 12, lo chiama gezîa.

[845] Ibn-Khaldûn, sezione II, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quinquies, tomo II, fog. 181 recto. Il tributo annuale di Cipro, secondo Ibn-Khaldûn, sommò a 7000 dinar, quanti l'isola ne solea pagare all'impero bizantino. Le altre condizioni rispondono in parte a quelle imposte agli _dsimmi_.

[846] Mawerdi, _Ahkâm-Sultanîia_, lib. XIII e XIV, p. 238 e 255, seg.; Hedaya, tomo II, lib. IX, cap. VIII, p. 211; D'Ohsson, _Tableau général de l'Empire Ottoman_, tomo V, p. 95. Secondo Mawerdi, il dritto di proprietà lasciavasi talvolta intero, talvolta si riduceva a mero dominio utile.

[847] _Hedaya_, lib. XLIX, cap. II, e lib. L, nel tomo IV, p. 280 e 332. Nondimeno questo è dei capi lasciati incerti dal Corano e dalla Tradizione, ovvero oscurati dalla logica dei giuristi. Così Mâlek e Sciafe'i combatteano la uguaglianza di pena nei reati contro gli _dsimmi_, al dire di Beidhawi, _Comento del Corano_, testo arabo, tomo I, p. 99, sul versetto 175 della sura II. Dovea parere scandaloso, in vero, che l'uccisore d'una donna musulmana pagasse metà dell'ammenda, stabilita in prezzo del sangue di un uomo musulmano, o dsimmi.

[848] _Hedaya_, lib. LII, cap. I, tomo IV, p. 473.

[849] Mawerdi, _Ahkâm-Sultanîia_, lib. XIII, p. 250, chiama coteste condizioni _mostahekk_, cioè “necessarie,” e nota non esser uopo di stipolarsi espressamente. Le altre che seguono son dette da lui _mostahebb_, ossia “volontarie,” e dipendono da patti espressi.

[850] In peso di metallo tornerebbe a lire 28, 80.

[851] Tratterò largamente questa materia e il diritto di proprietà territoriale nel cap. I del Libro III, abbozzando gli ordini della colonia musulmana di Sicilia.

[852] Tra le condizioni che si dicono stipolate coi figliuoli di Witiza, in premio d'avere tradito Rodrigo alla giornata del Guadalete, si legge che andassero esenti dall'obbligo di alzarsi alla entrata o uscita dei Musulmani. Ibn-abi-Fiadh, citato da Ibn-Scebbât, MS. di M. Rousseau, p. 98.

[853] Il dritto si stabilì in cotesti termini, non ostante che Omar avesse stipolato, com'egli è indubitabile, il divieto della restaurazione.

[854] Su questo diritto veggasi l'_Hedaya_, lib. LII, cap. VI, tomo IV, p. 534, seg.; e D'Ohsson, _Tableau général de l'Empire Ottoman_, tomo V, p. 120, seg. È inutile aggiungere che in oggi tutte le Chiese cristiane in Oriente posseggono beni.

[855] Ho compilato questa esposizione su le autorità seguenti: Accordo di Omar coi Cristiani di Siria, secondo Ibn-Khaldûn, sezione IV, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quinquies, tomo IV, fog. 181 recto, seg.; Mawerdi, _Ahkâm-Sultanîia_, lib. XIII, p. 250, seg.; Kodûri e Sîdi-Ali-Hamdâni, testi arabi pubblicati dal Rosenmuller, _Analecta Arabica_, p. 13, seg., il primo, e 20, seg., il secondo; Statuti promulgati in Egitto l'anno 700 (1300), secondo Ibn-Khaldûn, l. c.; _Fetwa_ (ossia avviso legale), di Ibn-Nakkâsc (scritto Naqquâch), dottore, morto al Cairo il 1362. Una versione francese di questo _fetwa_ è stata pubblicata da M. Belin nel _Journal Asiatique_, série IV, tomo XVIII, p. 417, seg., (1851), e tomo XIX, p. 97, seg., (1852); _Hedaya_, lib. IX, cap. VIII, tomo II, p. 211, seg.; D'Ohsson, _Tableau général de l'Empire Ottoman_, tomo V, p. 104, seg. Ho tolto via le condizioni di poco momento, e quelle che mi sembravano dipendenti da circostanze locali.

Correndo tante copie diverse dello accordo di Omar, ch'è tipo di tutti gli altri, parmi bene fare un sunto esatto del testo che ne dà Ibn-Khaldûn nel luogo citato, il quale mi sembra più compiuto di quanti se ne leggono qua e là, non escluso il testo di Kodûri. Lo credo altresì degno di attenzione per la bizzarra forma diplomatica, e perchè vi si trova il nome dei Cristiani di Egitto oltre quei di Gerusalemme e la assimilazione degli ortodossi agli scismatici.

“Questo è uno scritto indirizzato al Servo di Dio Omar dai Cristiani di Siria e d'Egitto. Quando veniste a noi, vi chiedemmo l'amân per le nostre persone, figliuoli, beni e gente di nostra religione; onde stipulammo di non fabbricare nelle nostre città o nei dintorni alcun novello monastero, nè chiesa, nè romitaggio, nè riparare quelli che andassero in rovina nelle strade abitate da Musulmani. Stipulammo di più di lasciar entrare in quegli edifizii i capi e i viandanti, e dar ospizio e vitto per tre dì ad ogni Musulmano che ce ne richiedesse. Inoltre abbiamo pattuito di astenerci dalle cose seguenti:

“Dare ricetto nelle chiese e case a spie che venissero ad esplorare le faccende dei Musulmani;

“Leggere il Corano ai nostri figliuoli;

“Promuovere la nostra religione facendo proseliti;

“Attraversare i nostri parenti che volessero farsi Musulmani.

“Di più, permetteremo ai Musulmani di sedersi nelle nostre brigate; e alla entrata loro ci leveremo in piè

“Non imiteremo lor fogge di vestimento, berretti e turbanti.

“Non piglieremo lor nomi nè soprannomi.

“Non monteremo a cavallo con sella.

“Non cingeremo spada nè altre armi.

“Non terremo suggelli con leggende arabiche.

“Raderemo i capelli su la fronte.

“Riterremo le nostre attuali fogge di vestire, ove il potremo.

“Cingeremo ai fianchi il zunnar (cintura di cuoio).

“Non mostreremo le croci.

“Non apriremo fogne nelle strade o mercati dei Musulmani.

“Non suoneremo le tabelle in alcuna città abitata da Musulmani.

“Non usciremo coi nostri doppieri, nè i nostri taghût (idoli).

“Non faremo piagnistei pei morti.

“Non li porremo presso i Musulmani.

“Non accenderemo fuochi nelle strade o mercati di Musulmani.

“Non prenderemo appo di noi gli schiavi appartenenti a Musulmani.

“Non cercheremo di guardare entro le case dei Musulmani.

“Non inalzeremo le nostre (più delle loro).”

Omar, lette tali proposizioni, aggiunse: che non battessero alcun Musulmano; che stipulassero per sè e loro correligionarii (solidariamente); e che, accettato l'amân a cotesti patti, chiunque li trasgredisse, non fosse più tenuto come dsimmi, rimanendo fuor della legge. Di più, estese l'amân ai dissidenti (cristiani), e scrissevi: “Omar accorda quanto chieggono.”

[856] Veggansi l'amân di Omar in fine della nota precedente, e il passo di Mawerdi qui appresso, p. 481, nota 1.

[857] Veggasi Depping, _Histoire du Commerce_, etc., tomo II, cap. VII.

[858] _Hedaya_, lib. LI, tomo IV, p. 459.

[859] D'Ohsson, _Tableau général_ etc., tomo V; Hamilton, Prefazione all'_Hedaya_, tomo I, p. XXXIV.

[860] “E quand'essi facciano scisma in religione, o contendano su loro ortodossia, non siano molestati nè costretti a palesare qual credenza tenessero. Nelle cause loro, se adiscano loro _hâkim_ (magistrato in generale) non ne siano impediti; ma se richieggano il nostro _hâkim_, questi giudichi secondo ragion musulmana, e gli accusati subiscano le pene che fossero per meritare. Chi poi abbia violato il patto (di vassallaggio), ne soffra le conseguenze, e sia tenuto come nemico.” Così Mawerdi, _Ahkâm-Sultanîia_, lib. XIII, p. 252.

[861] La giurisdizione dei consoli europei in Oriente è fondata su lo stesso principio del compromesso. L'hanno convalidato ed esteso i trattati; nel medio evo, per interesse commerciale; poscia, per necessità politica dei principi musulmani.

[862] La voce _'abd_, che si adopera in senso mistico, come sarebbe _Abd-Allah_ (servo di Dio), e che nel Corano designa anche gli schiavi, fu poi ristretta dall'uso ai Negri. I Bianchi, oltre le due denominazioni che ho dato, si chiamavano talvolta _gholâm_, che propriamente significa “garzone.”

[863] Libro I, cap. III, p. 63.

[864] _Corano_, sura IV, verso 40.

[865] _Corano_, sura XXIV, verso 33.

[866] _Hedaya_, libro XLIX, cap. I, tomo IV, p. 277.

[867] _Hedaya_, lib. IV, cap. VII, e lib. VI, cap. III, tomo I, p. 332 e 500.

[868] _Hedaya_, lib. V, cap. VII, tomo I, p. 478, seg.

[869] _Mishcat-ul-Masabih_, lib. XIV, cap. I, tomo II, p. 163.

[870] Veggansi l'Hedaya, lib. XLIX, cap. II, tomo IV, p. 279 e 283; e Beidhawi, _Comento del Corano_, testo arabico, tomo I, p. 99, sul verso 173 della sura II, ove si legge che Maometto una volta fe' vergheggiare e bandì per un anno un Musulmano uccisore del proprio schiavo. La ragione non spiegata dai giuristi musulmani, mi sembra pur evidente. La legge non ammetteva azione pubblica per l'omicidio; e l'azione privata, nel caso d'uno schiavo ucciso dal padrone, apparteneva allo stesso omicida.

[871] _Hedaya_, lib. XLIV, tomo IV, p. 126; D'Ohsson, _Tableau général de l'Empire Ottoman_, lib. III, tomo IV, p. 276.

[872] Veggasi D'Ohsson, op. c., lib. VI, tomo VI, p. 58; e su i varii modi e gradi dell'emancipazione tutto il libro V dell'_Hedaya_, tomo I, p. 419, seg.

[873] Nella guerra civile del 938, si vede avvolto un gran numero di città o castella del Val di Mazara. Indi è probabile che in ciascuna stanziassero colonie musulmane, almen da una o due generazioni.

[874] Dall'867 in poi non si leggono scorrerie dei Musulmani in Val di Noto, fuorchè nel territorio di Siracusa; e ciò porta a supporre la condizione di vassallaggio, parendo difficile che città tributarie non avessero tentato di spezzare il freno. Nelle guerre civili della prima metà del decimo secolo non è nominata alcuna città del Val di Noto; ma nella guerra civile del 969 si parla della regione di Siracusa.

[875] S'ignora la data, che in vero non potè essere precisa. L'Assemani, _Italicæ Historiæ Scriptores_, tomo III, p. 475, la riferisce al 737.

[876] Non ricorderò le opinioni messe fuori dal Pirro, _Disquisitio de Patriarca Siciliæ_, nella _Sicilia Sacra_, p. LXXV, seg., e da parecchi altri eruditi palermitani, messinesi e di varie città, che rabbiosamente e puerilmente si azzuffavano a proposito dei sognati metropolitani dell'isola avanti l'VIII secolo. Veggasi bene il Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, dissertazione II, p. 413, seg. L'autore fu indegnamente perseguitato, perchè dimostrò un fatto storico: ma oggi nella Chiesa Siciliana non vi ha chi dissenta da lui.

Il catalogo delle Chiese siciliane e il grado dei metropolitani si ritraggono dall'editto degli imperatori bizantini, noto agli eruditi sotto il titolo di _Dispositio_, e attribuito a Leone il Sapiente, ma di certo pubblicato con vario tenore in varii tempi, dall'VIII al XIII secolo. Io ho messo insieme i nomi che si trovano in due esemplari, probabilmente l'uno del principio, e l'altro della fine del IX secolo, dei quali uno si legge presso il Di Giovanni, op. c., diploma CCXCII, p. 341, e presso l'Assemani, op. c., tomo III, p. 490, e il secondo nello stesso volume dell'Assemani, p. 493. L'ordine delle città, con poche eccezioni, è nel primo diploma quello che incontrerebbe chi girasse la costiera di Sicilia uscendo da Siracusa per a mezzogiorno; e nel secondo diploma, al contrario, di chi movesse per a settentrione. Nel primo, inoltre, manca Lentini, e Triocala è detta Cronio; nel secondo non si leggono nè Lipari, nè Trapani, e Catania va tra i suffraganei di Siracusa. Le varianti di altri esemplari, tratte da moltissimi codici della Vaticana, si leggono presso l'Assemani, op. c. p. 475 a 531.

Sono apocrife le notizie dei metropolitani di Messina e di Palermo nell'ottavo e nono secolo, com'è provato dall'Assemani, l. c., p. 497 seg., e dal Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, p. 399.

Il titolo di arcivescovo di Taormina, dato in alcuni MSS. di omelie a Teofane Cerameo, come si dirà in questo medesimo capitolo, non basta a dimostrare che quella sede fosse stata metropolitana.

[877] Il Buscemi, nel lavoro di cui or ora si dirà, novera 34 MSS. in alcune Biblioteche d'Europa. Non mi par ch'egli abbia notato tutti quelli della Biblioteca imperiale di Parigi, che sono i seguenti: Ancien Fonds 572, 760, 772, 1021, 1183, 1184, 1185, 1185 A, 1206, 1207; Supplément grec, nri 34 e 371 del catalogo MS. di M. Hase, e nº 277 della _Bibliotheca Coisliniana_. Nessuno di questi MSS. è più antico del XIII secolo. Molti non contengono che una sola omelia. Aggiungansi i codici della Biblioteca di Vienna, notati nel Catalogo di Nessel, parte 1, p. 163, 276, 360, 386, nri 82, 189, 257 e 279.

[878] _Filosofo_, era titolo di oficio ecclesiastico, al par che _cantore_. Si trova nei diplomi delle Chiese Siciliane del XII e XIII secolo.

[879] _Sapientissimi et eloquentissimi Theophanis Ceramei_, _Archiepiscopi Tauromenitani_, _Homiliæ_ etc., _Lutetiæ Parisiorum 1644_, in-folio, greco e latino. Il Baronio, il Gaetani e altri eruditi avean dato alcuna di coteste omelie, e alcun'altra era tradotta, ma non pubblicata, quando lo Scorso, col favore di parecchi MSS., corresse e compiè la versione, e la diè alla luce insieme col testo. Le premesse una gonfia dedica alla città di Taormina; una confusa dissertazione biografica e critica; e sparse molta inutile erudizione nelle note.

[880] Cave, _Scriptorum Eccles. Historia Litteraria_, tomo II, p. 132. La data del 1040, che l'autore assegna a re Ruggiero, è sbagliata d'un secolo.

[881] Il Buscemi morì giovane or son pochi anni, dopo avere pubblicato una biografia di Giovanni di Procida e molte dissertazioni, illustrazioni di diplomi, e articoli di giornali, aggirandosi sempre sulla storia di Sicilia del medio evo. Ricercatore infaticabile, esperto a diciferare manoscritti, erudito nelle cose sacre; ma ellenista così così, critico alla grossa, faccendiere, parteggiante, e però di rado imparziale, il Buscemi recò pur molto giovamento agli studii storici in Sicilia, se non altro perchè rimestava i materiali.

Il suo lavoro su Teofane Cerameo, pubblicato nel _Giornale Ecclesiastico di Sicilia_, Palermo 1832, n'empie le prime 48 pagine. Contiene accurate notizie bibliografiche e un indice alfabetico dei principii delle omelie, ove sono messe insieme le pubblicate dallo Scorso e le manoscritte di Madrid, secondo il catalogo d'Iriarte. Del rimanente, il Buscemi non mostra nè buona critica nè gusto in questa monografia. Son lieto d'intendere che Pietro Matranga, dotto ellenista siciliano e Scrittore della Vaticana, abbia preso a fare ricerche e studii su le Omelie di Teofane Cerameo. Così possiamo sperare su questo argomento un lavoro profondo e compiuto.

[882] _Codex Siciliæ Diplomaticus_, p. 316 e 410. Il Di Giovanni bene avvisò che il Teofane monaco, al quale si vede indirizzata una epistola di Fozio, non poteva essere l'arcivescovo di Taormina. Ma troppo facilmente ei suppone due arcivescovi di Taormina, Teofane e Gregorio, vissuti l'un prima e l'altro dopo il conquisto musulmano.

[883] Quelle notate dallo Scorso coi nri 55, 26 e 6, e le inedite del MS. di Madrid, nri 36 e 67.

[884] Fu fondato il 1094.

[885] La 6ª della edizione di Scorso. Il titolo di cantore si legge nel MS. di Madrid.

[886] La 55ª della edizione di Scorso.

[887] Il Buscemi immaginò che Teofane avesse mutato nome quattro o cinque volte, e portato successivamente tutti quelli che si leggono nei MSS. La usanza di prendere altro nome insieme con l'abito di frate, è notissima; ma basta solo a spiegare il primo cangiamento.

[888] Secondo me, tutte quelle di cui si legge nel MS. di Madrid “Recitata dal pulpito dell'arcivescovado,” che sono ventisei pubblicate, e tre inedite. E ciò perchè somigliante avvertenza è fatta per alcune delle omelie appartenenti senza dubbio al IX secolo. Non saprei far conghiettura su l'epoca di molte altre. In alcune si legge soltanto la festa in cui furono recitate; in altre, il nome della chiesa e non della città. La inedita del MS. di Madrid, nº 79, fu recitata a Reggio. La 51ª della edizione dello Scorso fa cenno d'un Musulmano che avesse durato una tempesta insieme con l'autore nello stretto di Messina; ma così fatto accompagnamento potea avvenire nel IX, come nel XII secolo.

[889] Omelia 11ª nella edizione dello Scorso. Quella del MS. di Madrid, nº 40, ha la postilla: “Recitata dal pulpito dell'arcivescovado al ritorno in Sicilia.”

[890] Ἀχειρότευκτον. Forse si tenea venuta dal cielo; reliquia da rivaleggiare con la lettera della Madonna ai Messinesi.

[891] Accenna a Sabbatio, il cui nome troviamo presso gli scrittori bizantini. Tenea costui lo stesso romitaggio di un altro furbo che avea presagito lo impero a Leone l'Armeno. Consultato di nuovo l'oracolo da messaggi di Leone già fatto imperatore, Sabbatio gli mandò a dir villania, e che non sperasse nulla di bene, fin tanto che adorasse gli Idoli. Leone allora volle andare travestito a parlargli; e Sabbatio, che n'avea avuto avviso da un cortigiano, gliene sciorinò tante più; si fece credere ispirato, ec. Veggansi Theophanes continuatus, lib. I, cap. XV e XVI; Symeon Magister, De Leone Armeno, cap. III.

[892] Omelia 20ª, nella edizione di Scorso. L'oratore qui fa menzione della effigie di Maria dipinta da San Luca con la cera e i colori, che si conservava tuttavia in Costantinopoli; p. 129. Il Baronio, _Annales Ecclesiastici_, anno 842, diè uno squarcio di questa omelia.

[893] Omelia 6ª, p. 26, e omelia 40ª, p. 288. Nella prima, il MS. di Madrid nota essere stata recitata dal pulpito arcivescovile. Quivi la invocazione è per gli imperatori al plurale; e nella seconda, al singolare: sembrano dunque composte, l'una avanti, e l'altra dopo l'854.

[894] Omelia 13ª della edizione di Scorso, p. 80. Al tempo di re Ruggiero v'erano tuttavia molte popolazioni musulmane in Sicilia; ma il predicatore li avrebbe chiamato sudditi, non vicini.

[895] Πόλιν ταύρου καὶ μενείας.

[896] Omelia 57ª della edizione dello Scorso, p. 385: Ὁί τε γὰς τῆς ὰσεβοῖς προέχοντες πόλεως, τουτέστιν ὁί επὶ κακία περιφανέστεροι.

[897] Omelia 58ª della edizione di Scorso. Questo linguaggio non si usava certamente dal pulpito sotto il regno di Ruggiero.

[898] Ὀύτε τῆν σκάφησιν. Da questa voce greca par derivata la voce “scalzare” che si pronunzia in dialetto siciliano _squasari_, e si usa particolarmente parlando delle viti. Credo pertanto che l'autore qui alluda alla cultura delle vigne.

[899] La decenza del nostro secolo non permette di tradurre litteralmente la frase di “cavalli θηλυμανείς,” che è tolta da Geremia, cap. V, v. 8.

[900] Infatti, nella omelia 21ª della edizione di Scorso si trovi una ammonizione a cessare i litigii, e non giurare. Nè di questa nè della omelia 62ª si ritrae dove fossero state recitate.

[901] Omelia 62ª della edizione di Scorso.

[902] Tale è il giudizio del Cave, _Scriptorum Eccles. Historia Litteraria_, tomo II, p. 132; del Fabricio, _Bibliotheca Græca_, tomo X, p. 232; per non dir nulla di quello dello Scorso, che assai men vale. Pure il gesuita palermitano, scrivendo egli stesso sì gonfio, riprendea Teofane di ampollosità.

[903] Codice CCXXII della Biblioteca di Torino, e CCXXIX di quella di Vienna, citati dal Buscemi, p. 13, dal quale tolgo questa notizia. Il MS. di Vienna or citato si trova nel catalogo di Daniele de Nessel, parte I, p. 163. _Codd. Theolog._, nº LXXXII.

[904] Così pensa l'Autore della _Continuazione di Teofane_.

[905] Metodio, al dir della _Continuazione di Teofane_, si difese in pien tribunale la questo modo: _Paulum se a throno subrigens, sinumque ad se colligens, verenda nuda ostendit, miraculo arefacta._ Raccontò poi il miracolo; cioè, che sendo a Roma, e pregando San Pietro di liberarlo dagli stimoli della concupiscenza, gli apparve l'Apostolo in sogno, ed _eam tangendo partem, libidinis sensum omnem extinxit_. Sì indecenti erano que' bacchettoni!

[906] Si riscontrino _Theophanes continuatus_, lib. II, cap. VIII; lib. III, cap. XXIV; lib. IV, cap. III, VI, X; Symeon Magyster, _De Theophilo_, cap. XXII, XXIII, XXIV, e _De Michaele et Theodora_, cap. I, III, IV; Georgius Monachus, _De Michaele et Theodora_, cap. I, II, III; _Acta Sanctorum_, 14 giugno, p. 960 a 973, e le altre autorità citate dal Mongitore, _Bibliotheca Sicula_, tomo II, p. 66, seg.; e Le Beau, _Histoire du Bas-Empire_, lib. LXVIII, § 28; LXIX, § 24; e LXX, § 4, 5, 7, 14.

[907] I documenti e scrittori papalini, i soli che abbiamo sul fatto suo, lo chiaman sempre vescovo; non ammettendo la novella dignità metropolitana.

[908] Nicetæ Paphlagonii _Vita Sancti Ignatii_, ec., greca e latina, presso il Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tomo VIII, p. 1199, lo dice “gravato a Costantinopoli di qualche accusa (ὲπ’ ενκλήμασι δὲ τισιν) e condannato da Roma per infrazione ai canoni.” Ma la epistola di Niccolò I, del 13 novembre 866, nello stesso tomo, p. 326, smentisce la seconda asserzione. Simeone, _De Michaele et Theodora_, cap. XXXII, lo dice deposto già dal patriarca Metodio, per avere ordinato (forse vescovo di Taormina) uno Zaccaria, inviato di Metodio alla corte di Roma, e per altri falli. E tal deposizione è smentita da Niceta, che l'attribuisce appunto al patriarca Ignazio. Insomma, alla esaltazione di costui, Gregorio era accusato, e non altro.

[909] Niceta, op. c., p. 1199. Il gesuita tirolese Rader, che scrisse nel decimosettimo secolo, non so per che vezzo, rendea questa frase: _et improbitatem illius probi Siculi_. Il testo ha: καὶ μνησικακίαν τοῦ δεινοῦ εκείνου Σικελοῦ.

[910] Καθηγητὴς καὶ ἱεροτελεστὴς.

[911] Ζωγράφος.

[912] Niceta, op. c., p. 1226. L'autore aggiugne che il volume fu poi preso in casa di Fozio, presentato al Concilio dell'867, e dato alle fiamme.

[913] Si fa menzione di questo appello nelle epistole di Niccolò I, presso Labbe, op. c., tomo VIII, nri VII, VIII, IX, XI, p. 288, 289, 303, 320, 326, 335, 375, e in altri atti pontificii, a p. 1274, 1283, 1295, 1332. Tutti son dati in un tempo in cui la prima accusa contro Gregorio si confondea con quella, assai più grave, di aver fatto parte del concilio di Costantinopoli dell'861. Veggansi anche Niceta, op. c., p. 1199; e Baronio, _Annales Ecclesiastici_, an. 854.

[914] Niceta, op. c., p. 1199.

[915] Questo fatto si legge nel secondo decreto del Concilio di Roma, dell'863, presso Labbe, vol. c., p. 1322; e Baronio, _Annales Ecclesiastici_, an. 863.

[916] Veggasi la epistola nº VIII di Niccolò, presso Labbe, vol. c., p. 298.

[917] Sarebbe inutile di accumulare citazioni sul notissimo fatto dello Scisma, che si ricava dagli atti dei Concilii, dalla Vita di Sant'Ignazio, ec.

[918] Veggansi le loro risposte nelle due diverse compilazioni degli atti di questo Concilio, l'una greca, l'altra latina, presso il Labbe, vol. c., p. 1061 e 1307, 1311, seg.

[919] Niceta, op. c., p, 1258; Baronio, _Annales Ecclesiastici_, an. 878.

[920] Il biografo mette i nomi di San Gregorio Decapolita e di Leone, senza dubbio l'Armeno. Ma questi morì prima che i Musulmani occupassero la Sicilia. Perciò, se non è bugiardo il fatto, van corretti i nomi.

[921] San Niccolò, apparsogli in sogno, gli diè a mangiare uno scritto di squisito sapore, e di tanta virtù, che le catene si sciolsero, le mura si aprirono, e San Giuseppe si vide trasportato per aria a Costantinopoli.

[922] Così dice Symeon Magister, _De Theophilo_, cap. XX.

[923] _Theophanes continuatus_, lib. IV, cap. XXVI e XXVII. L'anonimo cronista riferisce la fondazione a Barda, ma ricorda espressamente che la ristorazione degli studii fosse cominciata prima.

[924] _Theophanes continuatus_, lib. IV, cap. XXIX.

[925] Gibbon, _Decline and Fall_, cap. LIII.

[926] Due compilazioni v'hanno della biografia di San Giuseppe Innografo, pubblicate, l'una dal Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 43, seg., e dai Bollandisti, _Acta Sanctorum_, 3 aprile, p. 266, seg.; l'altra, dai soli Bollandisti, l. c.; e il testo greco della prima, corretto sopra un MS. Vaticano, si trova in fin del volume loro, p. XXXIV. L'originale si crede scritto da un diacono Giovanni, su le notizie che gli forniva un Teofane, discepolo dell'Innografo. Oltre i miracoli, vi ha sbagli madornali di cronologia: seguendo i quali, il P. Gaetani fe' vivere l'Innografo 170 anni. I Bollandisti ne diffalcarono un secolo; ma tuttavia non tolsero la contraddizione del biografo che portava Giuseppe fuggito di Sicilia fanciullo dopo la occupazione musulmana, la quale cominciò l'827, e fatto già sacerdote ai tempi di Leone l'Armeno, che morì l'820. La morte di San Giuseppe Innografo è riferita per conghiettura all'883.

[927] Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo I, p. 128, seg. e Bollandisti, _Acta Sanctorum_, 18 giugno, tomo III (di giugno), p. 596, seg., ove leggonsi pochi frammenti del testo greco. Il Gaetani, seguíto in ciò dai Bollandisti, riferì la composizione dell'inno all'870.

[928] Schoëll, _Histoire de la Littérature grecque profane_, versione francese del 1824, tomo IV, p. 48.

[929] Veggasi Cedrenus, edizione di Bonn, tomo I, p. 4 e nota, nel tomo II, p. 748. Cedreno il chiama ὁ Σικελιώτης, e un altro MS. vi aggiugne διδάσκαλος. Secondo il luogo che gli assegna Cedreno, costui sarebbe vivuto verso la fine del X secolo.

[930] Danielis de Nessel, _Catalogus.... Bibl. Vindobonensis_ (1690), parte I, p. 14, nº X, § 3.

[931] Vossius, _De Historicis Græcis_ (Leyde, 1650), lib. IV, cap. XXI, p. 499; esattamente citato dal Mongitore, _Bibliotheca Sicula_, p. 313.

[932] _Histoire de la Littérature grecque profane_, versione franc. del 1824, tomo VI, p. 370.

[933] Questo elogio funebre, che porta il nome dell'autore, fu tradotto in latino sul testo greco del monastero del Salvatore di Messina, e pubblicato dal Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 52, seg., e con molte correzioni dai Bollandisti, _Acta Sanctorum_, 31 gennaio.

[934] Petri Siculi _Historia de Manichæis_, versione latina di un MS. della Vaticana, nella _Maxima Bibliotheca Patrum_, tomo XVI. Veggansi anco, su le persecuzioni dei Pauliciani, _Theophanes continuatus_, lib. IV, cap. XVI; e Gibbon, Decline and Fall, cap. LIV.

[935] Nella versione pubblicata dal Gaetani si legge Genicus, e si spiega “riscuotitore.” E veramente il verbo _gena_ ha significato di “raccogliere,” e il derivato _genâia_ vale “multa” e “tassa in generale;” come l'ha notato il Quatremère, _Histoire des Sultans Mamlouks_, tomo I, p. 199. _Gêni_ significherebbe appunto _collector_.

[936] Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 59.

[937] Il biografo dice che morisse il 904, ottuagenario; il che significa soltanto che s'avvicinava agli ottanta.

[938] Nella versione latina si legge _fuco et cerussa_. Si sa che questo è il bianco di piombo; l'altra è espressione vaga. Se nel testo greco si trovasse, com'è probabile, φῦκος, indicherebbe il rosso cavato da una specie d'alga.

[939] _Calamistrum._

[940] La leggenda attribuisce l'accusa ai _principali ismaeliti_; dice che fu portata al califo (_ameramnem_), e che contenea due rubriche, 1º dispregio del Profeta e dei suoi vaticinii; 2º “predicare una novella religione, e sostenere il figliuol di Maria coeterno e consustanziale a non so che Spirito e al padre.” Or questo non mi pare nè linguaggio da Musulmani, nè invenzione del biografo. Non ostante qualche difficoltà, che sparirebbe forse se avessimo il testo greco, l'accusa sembra scritta dai fanatici della Chiesa Copta; e però la persecuzione seguita in Egitto. Alla stessa conchiusione porterebbe il fatto della liberazione ordinata dal _governatore della provincia_, non ostante il richiamo al califo.

[941] Cap. X, p. 411, seg.

[942] Leggasi nella biografia citata presso il Gaetani, tomo II, pag. 67, 68.

[943] Il biografo dice che Sant'Elia venne in Palermo; che, partita quinci alla volta di Reggio l'armata musulmana, ei ritenne i Reggini i quali volean fuggire; e poi che da Palermo andò a Taormina. Se non v'ha qualche confusione nel testo, potrebbe supporsi ch'ei fosse tornato in Palermo, forse con l'armata bizantina, e di lì ito a Taormina.

[944] Questo fatto è dato come contemporaneo alla sconfitta di Barsamio presso Taormina che seguì nell'881. Veggasi il Capitolo X, pag. 417.

[945] Così nel testo greco, presso i Bollandisti, agosto, tom. III, p. 508. Nella versione latina si legge _XVI kalendas augusti_, che torna al 17 luglio, e si additerebbe meglio al caso di Tessalonica, seguito pochi giorni appresso.

[946] Vita anonima di Santo Elia il giovane, tradotta sopra un MS. greco del monastero del Salvatore di Messina, e pubblicata dal Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 63, seg., e dai Bollandisti, _Acta Sanctorum_, 17 agosto, p. 483, seg. Non ho atteso alle note cronologiche delle due edizioni, trovando guida più certa nelle date della occupazione del sobborgo di Castrogiovanni e della espugnazione di Tessalonica. Ho tralasciato la ripetizione di molti miracoli, e il minuto ragguaglio della traslazione del corpo di Sant'Elia in Calabria.

[947] Questa biografia latina, cavata da MSS. di Palermo, Mazara e Corleone fu pubblicata dal Gaetani, _Vitæ ec._, tomo II, pag. 80, e dai Bollandisti, con lo aiuto di un MS. di Roma, _Acta Sanctorum_, 1 marzo, pag. 27.

[948] Presso Gaetani, Vitæ ec., tomo II, pag. 84, da un MS. della chiesa palermitana.

[949] Op. cit., tomo II, pag. 86.

[950] Veggasi il capitolo IX di questo IIº Libro.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (Caronia/Caronía e simili; molti nomi arabi, come Abd-er-Rahman/Abd-er-Rahmân), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni elencate a pag. 535 (Aggiunte e Correzioni dell'Autore) sono state riportate nel testo.