Storia dei musulmani di Sicilia, vol. I

volume d'Ibn-el-Athîr dal 527 al 583. I signori Dozy, De Frémery e altri

Chapter 131,291 wordsPublic domain

orientalisti han dato in varie opere il testo e la versione di capitoli dello stesso autore che non appartengono al nostro argomento.

[75] _Extraits des Historiens Arabes..... relatifs aux Croisades_, p. XVI.

[76] Edizione Fluegel, tomo V, p. 75, nº 10,057.

[77] Veggansi Ibn-Khaldûn, _Storia dei Berberi_, testo arabo stampato ad Algeri, tomo I, p. 429, seg.; Gayangos, _Mohammedan Dynasties in Spain by Makkari_, tomo II, p. 528, seg., nota 20; e Dozy, _Historia Abbadidarum_, tomo II, p. 46.

[78] Nell'opera: _Relation de l'Egypte par Abdallatif_, appendice, p. 495, seg. 549, seg. Il professore Gayangos, _The History of the Mohammedan Dynasties in Spain_, tomo I, Appendice, p. XXXV e XXXVI, ne ha dato una versione inglese.

[79] Op. cit., p. 478.

[80] Edizione Fluegel, tomo IV, p. 133 e 288, nº 7883 e 8640.

[81] _Kitâb Wafayat al Alyan_, _Vies_ ec. par Ibn-Khallikan, publiées par le B. Mac-Guckin De Slane, Paris, 1842, tomo I, in-4, testo arabo. _Ibn-Khallikan's Biographical Dictionary translated_ ec., tomo I, II, Paris, 1842, 1843. Il terzo volume non è pubblicato; ne ho avuto alle mani parecchi fogli per cortesia del traduttore e di M. Reinaud.

[82] Ibn-Challikani, _Vitæ illustrium virorum_, Gottingæ, 1835, in-4.

[83] _Histoire de l'Afrique et de l'Espagne, intitulée Al-Bayano- 'l-Mogrib_, Leyde, 1848, 1851, 2 vol. in-8.

[84] Série IV, tomo XX (1852), e série V, tomo I, (1853). Raccolti insieme i fogli e stampati a parte, fanno un volume di 290 pagine.

[85] _Annales Regum Mauritaniæ_, Upsal, 1843, 1846, 2 vol. in-4.

[86] _Géographie d'Aboulfeda_, Introduz., p. CL e CLI.

[87] Col titolo di _Annales Moslemici_, Copenhagen, 1789, 1791, 5 vol. in-4.

[88] Veggansi: Hagi-Khalfa, ediz. Fluegel, tomo V, p. 397, nº 14,069; Quatremère, _Histoire des Sultans Mamlouks par Makrizi_, tomo II, Parte II, p. 173; Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_, Introduz., p. CLI.

[89] Secondo la soscrizione che si legge in fine di questo MS., sarebbe autografo. Il barone De Slane la crede bugiarda per cagion di parecchi errori del MS. La stessa soscrizione è in uno dei MSS. di Leyde secondo il Dozy, Catalogo, I, p. 5.

[90] Veggansi: Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, Prefazione al Nowairi; Airoldi, Prefazione al _Codice Diplomatico_ ec., dell'Abate Vella; e Scinà, _Storia Letteraria di Sicilia nel XVIII secolo_, tomo III, cap. VI.

[91] _Histoire de Sicile, traduite de l'arabe du Novaïri par le citoyen J. J. Caussin_, in appendice al _Voyages en Sicile, dans la Grande Grèce et dans le Levant_, par M. le Baron de Riedesel, Paris, an. X (1802), in-8.

[92] _Lettre à M. Hase_ nel _Journal Asiatique_, IV série, tomo IV, p. 329, (1844).

[93] Catalogo del Dozy, tomo II, pag. 148, nº DCCLXIII, seg.

[94] _Rerum Arabicarum_, p. 57.

[95] _Commentarii_ ec., §, VI, p. 8.

[96] Veggasi la prefazione di Adler nel primo volume degli _Annales Moslemici d'Abulfeda_, p. VIII.

[97] I volumi che io conosco del _Mesâlek-el-Absâr_, sono i seguenti:

I. Bibl. Bodlejana, Pococke, 191, già citato. — Geografia.

III. Parigi, Ancien Fonds 583. — Altra parte di Geografia.

XIV. Parigi, Ancien Fonds 1371: British Museum, Catalogo, nº DLXXV, parte II, p. 273. — Antichi poeti arabi.

XV. Escuriale, Catalogo di Casiri, tomo I, p. 68, nº CCLXXXV. — Altri poeti.

XVII. Parigi, Ancien Fonds 1372, già citato. — Altri poeti.

XXIII. Parigi, Ancien Fonds 612. — Storia già citata.

XXIII. (Numero di volume sbagliato o appartenente a una copia divisa altrimenti). Parigi, Ancien Fonds 904. — Mineralogia e Storia antica.

Il Casiri, Catalogo, tomo II, p. 6, nº MCDXXXIV e MDCXXXV, nota un _Kitâb et-Ta'rif_, altra opera del medesimo autore.

[98] Stampato ad Upsal il 1839, un vol in-8.

[99] _Saggi_ di Schultz, inseriti nel _Journal Asiatique_. Questo passo si legge nella serie I, tomo VII, (1835), pag. 293, ove il traduttore ha dato anche il testo arabico di tal frase.

[100] Il baron De Slane, che ricorda spesso con affetto i lavori di questo valente giovane, dice in una nota della _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tomo I, Introduction, p. III et IV, che si erano già stampate 108 pagine di testo e 140 della versione, e che rimangono come carta inutile nei magazzini del tipografo.

[101] Su l'autore veggansi: Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo I. p. 112, seg.; e Quatremère, _Histoire des Sultans Mamlouks de l'Egypte par Taki-Eddin-Ahmed-Makrizi_, tomo I, prefazione.

[102] Catal. del Dozy, tomo II, p. 200, nº DCCCXX.

[103] _Journal Asiatique_, série IV, tomo XIII, (1819), p. 256, seg.

[104] _Lexicon Bibliographicum et Enciclopædicum a Mustapha... Haij-Khalfa_ ec., Lipsia e Londra. 1840, 1852, sei vol. in-4.

[105] _Cronologia historica di Hazi-Halifé-Mustafà_ ec., Venetia, 1697, in-4.

[106] _Historie de l'Afrique de Mohammed-ben-Abi-el-Raïni-el-Kairouani_, Paris, 1845, in-4, che è il vol. VII della _Exploration scientifique de l'Algérie, Sciences historiques et géographiques_.

[107] Diodorus Siculus, lib. XXXIV, XXXV.

[108] Florus, lib. III, c. 9.

[109] Palmieri, _Somma della storia di Sicilia_, vol. I, cap. 14. Ma egli non vede la causa principale del danno là dove pare a me di trovarla, cioè nella proprietà territoriale usurpata dai cittadini romani ai Siciliani.

[110] Diodorus Siculus, lib. V, XXXIV, XXXV, XXXVI, XXXVII. A creder mio, Diodoro giudicò male la prima guerra servile, credendola un imperversare di masnadieri e nulla più. Nella seconda riconosce il malo contentamento dei Siciliani. Ma la Legge Rupilia, alla quale io ho fatto allusione di sopra, sendo stata promulgata dopo la prima guerra, ne prova chiaramente l'indole politica.

[111] Palmieri, l. c., sostiene che il grano prodotto dalla Sicilia al tempo di Verre, non montasse che ad un milione di salme d'oggi (2,753,659 ectolitri); cioè due terze parti della produzione attuale. Di più, crede che tutta la Sicilia allor ne desse appena quanto il solo Stato di Siracusa sotto Gelone.

[112] Gli stadii di Strabone sono ordinariamente di 700 al grado. Il perimetro della antica Siracusa indi torna a 11 miglia e mezzo delle italiane di cui entran 60 in un grado. Ho seguíto in questo passo di Strabone la interpretazione di M. Letronne, _Essai critique sur la topographie de Syracuse_, p. 100, seg., non quella che erroneamente portava Siracusa ristretta da Augusto, come dei nostri tempi, alla sola penisola.

[113] Strabo, _Rerum Geographicarum_, lib. VI, p. 265, seg.

[114] Stefano dà 122 nomi di città e castella, tra le quali alcune poste per errore in Sicilia, ma altre ne mancano. (Stephanus, _De urbibus_, passim). Strabone (l. c.) ne contava 16, tralasciando senza dubbio i luoghi meno importanti. Plinio (_Historiæ Naturalis_, lib. III, cap. 14) ne ha 69, delle quali 5 colonie romane, 13 _oppida_, 3 popolazioni di condizione latina, e 48 tributarie. Tolomeo (Cl. Ptolomei _Geographiæ_, lib. III, cap. 4) novera 64 tra città e castella, accordandosi con Plinio in 47 nomi, e discrepando negli altri, forse perchè il Romano segue la geografia politica, quando Tolomeo, geografo matematico, nota i luoghi non le genti. L'Itinerario (presso Fortia d'Urban, _Recueil des Itinéraires anciens, Antonini Augusti Itinerarium_, numeri XXIII a XXVII, p. 26-29) non vale in questa esamina, perchè dà le sole stazioni di poste; tra le quali 26 in città note.

[115] _Historiæ Augustæ Scriptores_, tom. II, p. 85. Trebellii Pollionis, _Galliani duo_, cap. 4.

[116] Zosimus, lib. I, cap. 67, 71.

[117] Marini, _I Papiri Diplomatici_, numeri XXXII e XXXIII, che si credono frammenti di unico diploma dato il 489. Indi si scorge che Odoacre aveva accordato a un Pierio, forse il conte di tal nome, 690 soldi, dei quali 450 assegnati su certi beni a Siracusa, 200 a Malta, e che per questo diploma concedeva il rimanente di 40 soldi e una frazione, sopra tre fondi diversi posti nella _massa_ Piramitana, nel territorio di Siracusa.

[118] San Gregorio, che non credea certamente a tal fola, pur l'accreditava, con mille altre somiglianti, per promuovere la superstizione; e nel presente caso anco per aizzar la gente contro i Longobardi, barbari e tuttavia Ariani come i Goti. Vedi Divi Gregorii Papæ _Dialogi_, lib. IV, cap. 30.

[119] Caruso, _Memorie storiche di Sicilia_, parte I, vol. II, lib. 5. Il volume che contiene questo passo, uscì alla luce in Palermo il 1716, sotto il dominio della casa di Savoia.

Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, dissertazione 1, p. 405, seg. Il primo volume di questa egregia opera, che non si continuò per cagion d'una acerba e sciocca persecuzione, fu stampato a Palermo il 1743. Dopo mezzo secolo e più, il Di Gregorio (_Introduzione al Diritto pubblico Siciliano_) onorò la memoria dello autore con una timida parola. Domenico Scinà l'ha poi vendicato degnamente (_Prospetto della Storia letteraria di Sicilia nel secolo XVIII_), tom. I, p. 260 e seg.

[120] _Acta Apostolorum_, XXVIII, 12.

[121] Quest'ultimo fatto si potrebbe spiegare altrimenti, supponendo una tratta di schiavi stranieri; ma quel di Tindaro lascia pochissimo dubbio, parlandosi espressamente di idolatri che non si voleano convertire ed erano difesi dai _potenti_. Ciò mostra che si tratti di contadini di Sicilia schiavi dei grandi proprietarii, e che il caso sia simile a quel di Sardegna. Oltre i seguaci del paganesimo greco e romano, qualche famiglia balestrata in quelle provincie dalla servitù prestava culto agli Angeli. Veggansi le epistole di S. Gregorio, lib. II, nº 98, indiz. XI (a. 593), e lib. V, nº 132, indiz. XIV (a. 596); le quali anco si leggono presso il Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, numeri CII e CXXVII, pag. 142 e 175. Per la missione in Sardegna riscontrinsi le epistole di San Gregorio, lib. III, nº 23, 25 ec.

In Sardegna, oltre gli idolatri indigeni, v'era una popolazione detta dei Barbaricini che si mantenea con le armi alla mano; coi quali si trattava di far uno accordo, purchè si convertissero al cristianesimo. V'ha su questo argomento altre epistole di San Gregorio, una delle quali indirizzata al capo de' Barbaricini. Par che si tratti di Berberi, come l'han pensato alcuni eruditi.

La tarda conversione degli abitanti delle campagne in Sicilia è notata espressamente nel panegirico di San Pancrazio scritto nel IX secolo, presso il Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tom. I, pag. 11; e nella raccolta dei Bollandisti, _Acta Sanctorum_, 3 aprile, pag. 237, seg.

In generale si riscontrino Pirro _Sicilia Sacra_, Gaetani, Di Giovanni, Caruso, nelle opere citate, dal I al VI secolo, e il compendio del P. Aprile sì diligente a far fascio d'ogni erba (_Della Cronologia universale della Sicilia_, pag. 442, seg.). Le fonti della storia ecclesiastica di Sicilia nei primi tre secoli, per lo più sono i menologi greci e i Mss. del Monastero di Cripta Ferrata e di quello del Salvatore di Messina. Dei Mss. greci si sa quanto valgano. Gli altri puzzano spesso di XII e XIII secolo.

[122] Veggansi i particolari in Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, Dissertazioni II, III, IV.

[123] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. I, nº 80; presso il Di Giovanni, op. cit., si trova al nº LXXIX, p. 125.

[124] Tre diplomi in papiro dati il 444, risguardanti il maneggio del patrimonio di un Lauricio in Sicilia e il danaro che il suo procuratore avea pagato ai _conduttori_ della Chiesa di Ravenna anche in Sicilia, presso Marini, _I Papiri Diplomatici_, nº LXXIII. Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, presso Di Giovanni, op. cit., nº 211. Agnelli, _Liber Pontificalis_, presso Muratori R. I., tom. II, Parte I, p. 143, ove si dice di un Benedetto diacono, rettore del patrimonio della Chiesa Ravennate in Sicilia. L'autore visse nella prima metà del IX secolo. Il fatto portato da Agnello si riferisce alla metà del VII secolo, e prova la ricchezza di questo patrimonio e la corruzione dei rettori.

[125] Theophanis _Chronographia_, p. 631. Supponendo che si tratti di talenti attici e ragionando il peso in oro puro, i tre talenti e mezzo varrebbero circa 300,000 lire italiane; ragionando i prezzi delle cose, circa un milione d'oggi.

[126] Vedi le autorità citate dal Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, Dissertazioni V e VI.

[127] Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 25, nota del D'Amico.

[128] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. I, nº 39, indiz. IX.

[129] Ibid., lib. III, nº 15, VII, 27, VIII, 65.

[130] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. I, nº 3, indiz. IX.

[131] Lib. I, ep. 1, indiz. IX.

[132] Lib. I, ep. 3.

[133] Epistola di San Gregorio del 16 marzo 591, presso Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, LXVI, pag. 106, la quale manca nella edizione delle opere di San Gregorio che ho per le mani.

[134] Lib. I, ep. 42.

[135] Questo provvedimento è contenuto nella epistola 11, del lib. III, indiz. XII. Si è preteso che riguardasse la elezione delle badesse, non la professione delle suore, e così anche pensa il Di Giovanni, op. cit., p. 154. Ma il testo di San Gregorio mi par sì preciso da non dar luogo alle pie sofisticherie dei comentatori.

[136] Per togliere ai lettori e a me stesso la molestia di troppe citazioni, non mi riferisco qui alla raccolta delle epistole di San Gregorio nella quale sono sparse quelle che toccano la Sicilia, ma piuttosto alla scelta di queste ultime che si trova presso il Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, numeri LX a CCLXVI. Vedi anche la Diss. III del medesimo Di Giovanni; Pirro, _Sicilia Sacra_, nelle notizie dei varii vescovadi dal 590 al 604; e Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tom. I, p. 188 a 224.

[137] Pirro, op. cit., p. 35 a 38; Gaetani, op. cit., tom. II, p. 1 a 4; Anastasius Bibliothecarius, presso il Muratori R. I., tom. III, 142, 145, 147, 174.

[138] _Sce'b_ si chiama il tronco, come sarebbe Adnân; la prima diramazione si dice _Kabîla_; la seconda, _I'mâra_; la terza, _Bain_; la quarta, _Fekhid_; la quinta, _A'scîra_; la sesta, _Fasîla_: imperfette denominazioni e spesso confuse. Più comunemente la tribù vien detta _Kabîla_. Ho seguíto in tal distinzione l'antica e pregevole opera di Ibn-Abd-Rabbih (_Kitâb-el-Ikd_, Ms., tom. II, fol. 43 recto), che cita l'autorità di Ibn-Kelbi.

[139] La _Kufîa_, _Kefía_ o _Keffieh_, che si pronunzia in questi varii modi, è un fazzoletto quadro legato intorno al capo con doppii giri di una funicella di pelo, e scende al collo e alle spalle. Ordinariamente listato a verde e giallo, o tutto bianco. Il professore Dozy, _Dictionnaire des noms des vêtements_ ec., p. 394, sostiene che la origine di questa voce sia italiana. Credo al contrario che gli Arabi l'abbian portato in Italia.

[140] Sâdât è plurale di plurale, come lo chiamano i grammatici arabi, della voce notissima Sâid, signore. Con questo titolo significativo chiamansi i senatori della Mecca di quel tempo nelle antiche tradizioni che raccolse Ibn-Zafer nel libro intitolato _Nogiabâ-'l-Ebnâ_ ossia dei “fanciulli egregii.” Se ne parla a proposito di un aneddoto di Maometto fanciullo di dodici anni, entrato per caso nella sala del consiglio, mentre vi si trattava un alto affare. Vedi il MS. di Parigi, Suppl. arabe 486, fol. 48 verso, e Supp. arabe 487..... La presente citazione si riferisca al solo titolo che non credo sia dato da altro autore. La istituzione e autorità del consiglio è nota.

[141] Ibn-el-Athîr, MS. C., tom. I, fol. 3 recto e verso.

Sul giorno della fuga, gli eruditi non son di accordo; ponendolo chi in giugno e chi in settembre 622. Vedi Caussin, _Essai sur l'histoire des Arabes_, tom. I, p. 16, seg.

In ogni modo il primo anno dell'egira cominciò il giovedì 15 luglio 622, secondo gli astronomi arabi, e, secondo l'uso comune, il 16; contando gli astronomi il principio della giornata da mezzodì, e i magistrati e il popolo dal tramonto del sole. Vedi Sédillot, _Manuel de Chronologie universelle_, Paris 1830, tom. I, p. 340, seg.

[142] Parendomi inutile e noiosissimo di far citazioni in un quadro generale, mi contenterò di ricordare ai lettori le opere principali da consultarsi su la storia degli Arabi avanti l'islamismo e nei primi tempi di quello. Sono: il Corano; le Tradizioni di Maometto, delle quali la raccolta più compiuta che si trovi data alle stampe è il _Mishkat-ul-Masabih_, versione inglese del capitano Matthews; Pococke, _Specimen historiæ Arabum; Universal history, ancient part_, tom. XVIII., _modern part_, tom. I; Caussin, _Essai sur l'histoire des Arabes_.

L'ambasceria degli Arabi a Iezdegerd si legge in Tabari, _Annales regum_, edizione del Kosegarten, tom. II, p. 274 a 281, e se ne trova un compendio nel tom. III di M. Caussin, p. 474, seg., e una versione francese di M. de Slane, _Journal Asiatique 1839_, tom. VII, pag. 376, seg. Sarebbe superfluo lo avvertire ch'io non ho composto il discorso di Mogheira, ma soltanto abbreviatolo, lasciandovi per lo più le parole dell'originale.

[143] Hariri, _Mecamêt_, ediz. di M. de Sacy, p. 34, edizione di MM. Reinaud e Derenbourg, p. 39. Questa tradizione è data nel Commentario. Veggasi anche lo aneddoto raccontato da M. Caussin, _Essai_, tom. III, p. 507.

[144] _Dirhem_ è corruzione della voce greca e latina _drachma_. Significa appo gli Arabi un peso e una moneta di argento. Il valore della moneta così chiamata è stato, come sempre occorre, vario ne' varii tempi e luoghi: spesso moneta di conto, ma non effettiva. I dirhem che abbiamo dei califfi, ancorchè in tempi posteriori ad Omar, tornano in peso d'argento a sessanta centesimi di lira italiana più o meno. Parmi che questo sia stato anco il valore che s'intendea sotto la denominazione di dirhem al tempo di Omar. Si può supporre che una giornata di lavoro presso i popoli stanziali di Arabia tornasse in quel tempo circa a due dirhem; poichè lo schiavo persiano il quale per vendetta uccise quel gran principe, sendo ito a chiedergli giustizia contro il proprio padrone che l'obbligava a pagare due dirhem al giorno, Omar gli avea risposto che mettendo su un molino a vento, avrebbe potuto vivere e soddisfare quel tributo.

[145] Mawerdi, _Ahkâm Sultânîia_, lib. XVIII, ediz. Enger, p. 345 seg. Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. II, fol. 93, seg., sotto l'anno 15. Ibn-Khaldûn, Parte II, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quinquies, tom. II, fol. 171 recto. Ho seguíto a preferenza Mawerdi, antico e rinomato scrittore di dritto pubblico. Le cifre son date con qualche divario da Ibn-el-Athîr e dagli altri compilatori moderni. Ma si ricava da tutti: 1º Che fossero scritti nei divani anche i fanciulli, le donne e gli schiavi; 2º Che vi fosse un _minimum_ come noi diremmo, al quale avea dritto ogni persona di qualunque sesso, età e condizione. Perciò le pensioni più grosse debbono riguardarsi in parte come retribuzione militare, o riconoscenza di meriti particolari, e in parte come quota dei guadagni comuni, appartenente ad ogni associato nella fraternità musulmana.

[146] Omar-ibn-Madî-Karib, interrogato dal califo Omar su la virtù delle varie maniere d'armi, rispondea così per le saette; per la lancia dicea: or è tuo fratello, or ti tradisce, ec. Egli si piccava sopratutto di maneggiar la spada e l'espresse con una parolaccia alla quale il califfo rispose con lo staffile. Ibn-Abd-Rabbih, _Kitâb-el-I'kd_, MS., tom. I, fol. 50 verso.

[147] Ibn-Abd-Rabbih, op. cit., tom. I, fol. 26 verso. Tacito avea scritto: _Velocitas juxta formidinem; contatio propior constantiæ est._ De Mor. Germ. Ciò che dico delle armi e tattica dei Musulmani nei primi secoli dell'islamismo si ricava anche dai varii racconti di lor guerre, non meno che dai trattati di Leone il filosofo, Leonis imperatoris _Tactica_, cap. 18, edizione di Meursius, p. 810, seg., e di Costantino Porfirogenito, Constantini _Tactica_, ibid., p. 1398, seg.

[148] Gli Arabi non han preso mai il nome di Saraceni, nè altro simile; nè avvi nei loro ricordi alcuna gente così chiamata. Questa vocabolo, scritto dai Latini _Sarraceni_ e da' Greci Σαρακηνοὶ, presso Plinio il vecchio, Tolomeo e Stefano Bizantino, denota alcune tribù e picciole popolazioni; Ammiano Marcellino e Procopio l'usano in significato più vasto; e gli scrittori occidentali dopo l'islamismo gli danno la estensione che io ho accennato. Indi si vede come successivamente si allargasse quella denominazione tra il primo e 'l quarto e poi di nuovo tra il sesto e il settimo secolo dell'era volgare. L'etimologia è incerta, ancorchè gli eruditi si siano tanto sforzati a trovarla, cominciando da San Geronimo che facea derivare il nome dei figli di Agar da Sara; e scendendo ai moderni, i quali han creduto raffigurar certi vocaboli arabi che suonerebbero uomini del deserto, ladroncelli e simili baie. Secondo una opinione più plausibile, Saraceni, sarebbe trascrizione della voce arabica _sciarkiun_, al genitivo (sul quale per lo più si costruiscono i derivati in tutte le lingue) _sciarkiin_ che significa orientali; la qual voce i Greci e i Romani non poteano trascrivere nè pronunziare altrimenti che _sarkin_ o _sarakin_, mancando nell'alfabeto loro la lettera _scin_ che risponde alla _ch_ francese e _sh_ inglese. Veggansi Gibbon, _Decline and Fall_, Cap. L, nota 30, con l'annotazione di Milman; Saint-Martin, note a Le Beau, _Histoire du Bas-Empire_, lib. LVI, § 24; Reinaud, _Invasions des Sarrazins en France_, p. 229, 231.

[149] Evagrius, _Historia Ecclesiastica_, lib. VI, cap. 2; Nicephorus Callistius, _Ecclesiasticæ Historiæ_ lib. XVIII, cap. 10; Caussin, _Essai sur l'histoire des Arabes_, tom. II, pag. 133. I due scrittori greci, portando il nome del principe arabo con l'articolo, scrivonlo Alamondar.

[150] Anastasius Bibliothecarius, presso Muratori R. I., tom. III, pag. 140.

[151] Processo di papa Martino a Costantinopoli, presso Labbe, _Sacros. Concilia_, tom. VI, pag. 63, 68, 69.

[152] All'accusa di connivenza con Olimpio il papa rispose che non avrebbe avuto forze da opporsi; e recriminò contro uno degli accusatori il quale s'era trovato in condizioni simili.

[153] Beladori, presso Reinaud, _Fragments Arabes_ etc. _relatifs à l'Inde_, p. 182. I due luoghi di Ibn-Khaldûn, riferiti nella nota seguente, mi inducono a tradurre in questo modo il passo analogo del Beladori.

[154] Ibn-Khaldûn, _Prolegomeni_, nel British Museum, MS. 9547, fol. 143 verso; e Storia, sezione 2ª, MS. di Parigi, Suppl. arabe, 742 quinquies, vol. II, fol. 180 verso. In questi due luoghi si legge in due modi alquanto diversi il motto riferito da Beladori e citato di sopra; se non che è attribuito ad A'mr-ibn-A'si, il quale, interrogato da Omar che fosse il Mediterraneo, rispondeva: “Una sterminata pianura su la quale cavalcano uomini di poco cervello, piantati come vermi in un pezzo di legno.” Nei Prolegomeni lo storico arabo aggiugne riflessioni generali su le armate dei Musulmani. Nell'altro luogo citato, che contiene la storia dei primi califi, narra che Mo'âwia proponesse ad Omar l'impresa di Cipro; che quegli domandasse ragguagli ad A'mr-ibn-A'si capitano d'Egitto, e che, avutane quella risposta, vietasse l'impresa nei termini ch'io ho riferito. Il citato squarcio dei Prolegomeni si legge in inglese, con interpretazione che non risponde del tutto alla mia, nell'opera del Gayangos, _The history of the Mohammedan Dynasties in Spain by Al-Makkari_, tom. I, p. XXXIV.

[155] Le indulgenze che guadagnano i Musulmani combattendo per mare sono annoverate nel _Mesciâri'-el-Asciwâk_, p. 49, seg. Le opinioni contrarie leggonsi presso M. Reinaud, _Extraits etc. relatifs aux Croisades_, p. 370 e 476; e _Invasions des Sarrazins en France_, p. 64 e 67. Tra le altre v'ha che i legisti teneano come stolto, e indi incapace a far testimonianza in giudizio, chiunque avesse navigato due o più volte per cagion di mercatura.

[156] Ibn-Khaldûn, _Storia_, sezione 2ª, MS. di Parigi, Suppl. arabe, 742 quinquies, vol. II, fog. 180 verso.

[157] Ibid., fog. 181 recto.

[158] Gli annalisti musulmani son dubbii su queste date. Le pongo secondo i bizantini citati da Le Beau, _Histoire du Bas-Empire_, lib. LIX, § 35, 36.

[159] Presso Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tom. VI, p. 63, 68, 69. Il papa si discolpava dell'accusa d'aver mandato lettere e danari ai Saraceni, allegando non aver fatto che qualche picciola limosina a servi di Dio andati nel paese che occupavano gli Infedeli: senza dubbio la Sicilia. Gli apponevano inoltre i magistrati bizantini il favore dato all'esarco Olimpio che praticava contro l'imperatore, come pare, quando, rappacificatosi col papa, passò in Sicilia.

[160] Tom. I, p. 532, sotto l'anno del mondo 6155, secondo il conto suo, che, ridotto all'era volgare, risponderebbe al 662. Il passo di Teofane, rettamente interpretato (e posso dirlo con certezza dopo averlo messo sotto gli occhi di M. Hase), è del tenor seguente: “Quest'anno fu occupata parte della Sicilia, e (i prigioni), a scelta loro, furon fatti stanziare in Damasco.” La inesatta versione latina del testo stampato ha portato alcuni compilatori moderni a sognare un volontario esilio di Siciliani a Damasco.

[161] Presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tom. III, p. 140; e Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tom. VI, p. 3, che dà più corretto questo luogo del testo. Parlando d'Olimpio, Anastasio dice: _Qui, facta pace cum sancta Dei Ecclesia, colligens exercitum, profectus est Siciliam adversus gentem Sarracenorum, qui ibidem habitabant. Et, peccato faciente, major interitus in exercitu romano pervenit, et post hoc idem exarchus morbo interiit._ Secondo le correzioni del Pagi al Baronio (anno 649 e seguenti), la passata d'Olimpio in Sicilia si dee riferire al 652; la qual data è determinata con certezza dai noti casi di papa Martino, che succedettero dopo la morte d'Olimpio. Veggasi anche lo stesso Anastasio Bibliotecario, _Historia Ecclesiastica_, anno 22 di Costante.

[162] Beladori, MS. di Leyde, p. 275: “Dicono che abbia osteggiato la Sicilia Mo'âwia-ibn-Hodeig della tribù di Kinda, ai giorni di Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân. Egli il primo portò la guerra in quest'isola; nè posò d'allora in poi l'infestagione, finchè gli Aghlabiti vi occuparono oltre una ventina di cittadi.”...... “Narra il Wâkidi che Abd-Allah-ibn-Kaîs abbia fatto prigioni in Sicilia, e presovi simulacri d'oro e d'argento incoronati di gemme, i quali mandò a Mo'âwia (il califo) che inviolli a Bassora, a fine d'imbarcarli per l'India, e quivi farli vendere con avvantaggio.” Come ognun vede, il Beladori non confonde queste due scorrerie, che veramente furono distinte, ancorchè egli nol dica espresso. Aggiungasi che il Beladori scrive l'impresa di Sicilia immediatamente innanzi quella di Rodi, su la data della quale non v'ha dubbio. Il Wâkidi citato da lui è il cronista le cui opere son perdute, e il nome è stato usurpato dal compilatore moderno di cui feci menzione. Nel testo di Beladori si legge Khodeig in luogo di Hodeig, com'io l'ho corretto, seguendo Ibn-el-Athîr, MS. C., tom. II, fol. 171, seg. E così anco ha fatto sopra altre autorità il dotto editore del _Baiân_, alla p. 9.

[163] La più autorevole ancorchè più recente è il _Baiân_, p. 9 ed 11. Quivi si distinguono le due scorrerie di cui abbiam detto nella nota precedente; ma si attribuisce alla prima una circostanza peculiare della seconda, cioè gli idoli mandati a rivendere in India. Il _Baiân_ pone la prima nel 34 (654-5) e la seconda nel 46 (666-7): date sbagliate l'una e l'altra per lo studio di connettere queste due imprese di Sicilia con quelle d'Affrica, con le quali non ebbero che fare. Sembra che altri compilatori abbiano confuso in una sola le due imprese per la medesima ragione, e perchè supposero che la espressione del Beladori “ai giorni di Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân” significasse mentre Mo'âwia era califo (661-680), più tosto che nel tempo ch'ei governò la Siria (640-661). Cotesti compilatori sono il Bekri, citato da Ibn-Scebbât, MS., p. 7; il Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 1; e Ibn-abi-Dinâr, MS., fol. 10 verso, e traduzione, p. 41. Ibn-el-Athîr non fa menzione nè dell'una nè dell'altra impresa, talchè è da supporre qualche lacuna nel MS.

[164] Dopo i lavori dell'Hamaker e d'altri orientalisti, è nota la falsità del libro del conquisto di Siria attribuito a Wâkidi; sul quale Okley in gran parte compilò la sua storia de' Saraceni, e trasse nel proprio errore Gibbon e parecchi altri. Questo libro e quei dello stesso conio su i conquisti di Egitto etc., contengono insieme tradizioni genuine e fittizie, e son opere di uno o parecchi compilatori. Or tra i molti MSS. del falso Wâkidi che v'hanno nelle collezioni europee, se ne trova uno al British Museum (Bibl. Rich. 7361. Nº CCLXXXVII del catalogo stampato) che contiene lunghe appendici su i conquisti di Cipro, Rodi, Affrica, Sicilia ed Arado. Su queste appendici è da notare in primo luogo che le non sian date, come il rimanente del MS., a nome or del Wâkidi ed ora del _rawî_, ossia raccontatore, ma sempre di quest'ultimo. In secondo luogo si scopre in qual tempo scrisse il _rawî_; perchè parlando dell'Etna (fol. 118 recto) ei cita il racconto fattogli da uno sceikh siciliano per nome Abu-l-Kâsem-ibn-Hakem, che vivea a corte del califo di Bagdad. Per avventura il medesimo sceikh si vede citato da Abu-Hâmid-Mohammed-ibn-Abd-er-Rahîm-el-Mokri nella compilazione di geografia intitolata _Tohfat-el-Albâb_, della quale conosciam la data, cioè l'anno 557 dell'egira (1161): e sappiamo che l'autore si fosse trovato a Bagdad nel 1122 e nel 1160 (Reinaud, _Géographie d'Abulfeda_, tom. I, Introduction, p. CXII). Abu-Hâmid dice aver sentito di propria bocca di Abu-l-Kâsem a Bagdad le notizie ch'ei dà su l'Etna, le quali esattamente rispondono a quelle del falso-Wâkidi (_Tohfat-el-albâb_, MS. di Parigi, Ancien Fonds 586, fol. 66 recto, e Suppl. arabe, 861, 862, 863). Mi par dunque certo che il compilatore dell'appendice sia vivuto nel XII secolo, e ch'egli non abbia preteso punto di attribuir l'appendice a Wâkidi, nel qual caso non avrebbe citato il nome d'un contemporaneo, uomo assai noto. Oltre a ciò le idee e lo stile, sì dell'opera principale e sì delle appendici, tengon bene della esaltazione religiosa, della esasperazione di sentimenti nazionali, e fin della moda di romanzi cavallereschi deste in Oriente dalle Crociate. Trovo finalmente nella appendice su la Sicilia: “Il re dei Rum ha tenuto sua sede dai tempi più remoti infino a questi nostri giorni, in tre luoghi soli, cioè la Sicilia, Roma, e Costantinopoli” (fog. 119 verso); la quale asserzione s'adatta alle vicende dell'impero fino al soggiorno di Costante a Siracusa, e risponde anco più esattamente al duodecimo secolo, in cui i potentati delle provincie italiane e greche erano appunto quei tre: imperatore bizantino, re normanno di Sicilia, e re dei Romani.

Passando alla critica dei fatti, basta a percorrere le appendici per accorgersi di quel miscuglio di vero e di falso che si trova in tutte le opere dello pseudo-Wâkidi; ma è notevole che la sconfitta navale e la uccisione di Costante, e poi il conquisto dell'Affrica, siano raccontati con circostanze più vicine al vero, e in generale senza le novellette che Ibn-el-Athîr e altri rinomati scrittori accettarono come fatti storici. Che se parrebbe sospetta a prima vista la mancanza del nome di chi capitanò questa impresa di Sicilia, ciò può provare al contrario la diligenza del compilatore, poichè i ricordi antichi erano divisi su tal punto, e chi dava l'onore a Mo'âwia-ibn-Hodeig, chi ad Abd-Allah-ibn-Kais. Del rimanente sarà agevole, a creder mio, a scevrare le finzioni dai fatti che il compilatore tolse da autori antichi, forse dal genuino Wâkidi. Perciò non ho avuto scrupolo ad ammettere questi ultimi nella mia narrazione. E perchè il lettore possa rivedere il giudizio mio, gli porrò sotto gli occhi la somma della detta appendice che è questa:

I Musulmani, levata una taglia in Affrica e ritrattisi da quella provincia, volgon la mente al conquisto di Sicilia, una delle antiche sedi dei re romani, vasta isola e ferace. Mo'âwia ne scrive al califo Othman, che assente. Gli Affricani, risapendo questo, ne danno avviso in Sicilia. Il principe della quale isola s'adira del disegno, senza prestarvi molta fede. Scioglie dalla costiera (di Siria) l'armata musulmana, di trecento legni, e improvvisa piomba sull'isola, ove il principe dall'alto del suo palagio la vede venire adorna di bandiere e gonfaloni e piena di guerrieri bene armati. Il principe di Cesarea che s'era rifuggito in Sicilia, quando il cacciarono gli Arabi, consiglia a quel di Sicilia di comporre per danaro. Quei spregia l'avviso, dicendo aver tali forze da far testa agli Arabi in cento scontri e resister loro per un anno intero. Nondimeno, surta che fu all'áncora l'armata musulmana, ei mandava a parlamentare. Viene a lui un oratore musulmano che per via d'interpreti gli propone l'islamismo, il tributo, o la guerra: lungo discorso seguíto da una lunga e sdegnosa risposta del principe di Sicilia. Infine un patrizio domanda all'oratore se alcun arabo voglia misurarsi con lui. “Sì lo faranno gli infimi dell'esercito musulmano;” risponde l'oratore. Descrizione del duello, in cui il patrizio è ucciso. Sbigottito il principe a tal esempio, si chiude in fortezza; e i Musulmani danno il guasto a varii luoghi ed espugnano con lor macchine varie castella. Infine si viene a giornata. Il principe rompe l'ala sinistra de' Musulmani; ma la destra tien fermo, e la battaglia dura in fino a sera. A notte avanzata, i Musulmani lasciano il campo, e rimontati su l'armata vanno ad infestare altre parti dell'isola. Il principe siciliano scrive ai Romani (d'Italia) chiedendo rinforzi; ma essi nè anco gli rispondono. Allora il principe di Cesarea gli suggerisce di tenere a bada il capitan musulmano con simulate proposizioni di pace e mandare per aiuto al principe di Costantinopoli: a che il Siciliano replica: “Mai noi farò quando anche dovessi perdere l'isola.” Così i Musulmani continuano a depredare il paese, finchè il principe di Costantinopoli mandavi secento navi ben munite di guerrieri. Avutone avviso, i Musulmani deliberano di partire immediatamente. Lascian l'isola nottetempo; e, dopo parecchi giorni di navigazione, giungono alla costiera di Siria; dove sbarcato il bottino e i prigioni, li arrecano a Damasco a Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân. Levatone la quinta, Mo'âwia la manda ad Othman, ragguagliandolo del fatto di Sicilia, e che i Musulmani ne fossero usciti sani e salvi. Dopo ciò, i Musulmani combattono l'isola di Arado, che fu l'ultima vittoria loro sotto il califato di Othman, e seguì lo stesso anno della uccisione di lui.

[165] Ibn-Scebbâtt, MS., pag. 50, dice: “Sikillia è anche nome di una _dhía_ (villa o podere addetto a beneficio militare) nella Ghûta di Damasco.” Il _Merasid-el-Ittila'_ MS. di Leyde, ha quest'altro breve articolo: “Sikilliât (al plurale femminino) con tre i e la l raddoppiata, dicono sia nome di luogo in Siria.” Questa opera è compendio del gran dizionario geografico di Jakut, e si attribuisce il compendio allo stesso autore che vivea nel XIII secolo. Vedi Reinaud, _Géographie d'Abulfeda_, tom. I, p. CXXXIII, seg.

[166] Dsehebi, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 746, tom. 1, anni 37 e 38.

[167] Ibn-Abd-el-Hakem, MS. di Parigi, Ancien Fonds 655, p. 430.

[168] Ibid., p. 253. Quest'impresa seguì l'anno 31 (651-52); e come altri due guerrieri di nome riportarono la stessa ferita di Ibn-Hodeig, così gli Arabi chiamarono i Nubii “saettatori delle pupille.”

[169] Beladori, l c.; _Baiân_, p. 9, il quale riferisce l'impresa al 34, mentre Mo'âwia-ibn-Hodeig era in Affrica; e però è costretto a dire ch'egli _mandò_ ad assaltare la Sicilia.

[170] Soprattutto le tre espedizioni ch'egli capitanò nell'Affrica propria gli anni 34 (654-5), 40 (660-1), e 50 (670); l'una delle quali si scambiava con l'altra fin dal tempo dei primi scrittori, come l'afferma Ibn-abd-el-Hakem, che visse nel IX secolo dell'era cristiana. Veggansi Ibn-abd-el-Hakem, MS. di Parigi, Ancien Fonds 655, p. 262, 263, e Ancien Fonds 785, fol. 109 recto e 122, e il _Riadh-en-nofûs_, fol. 9 recto.

[171] Riscontrinsi le citazioni che ho fatto sopra testualmente, e si giudichi se dian prova di tutti i fatti ch'io scrivo. Veggasi del rimanente Le Beau, _Histoire du Bas-Empire_, lib. LX, § 6, 36, con le correzioni del Saint-Martin. Parmi errore del Martorana, _Notizie storiche dei Saraceni Siciliani_, tom. I, p. 28, e, su le orme di lui, del Wenrich, di avere trascurato questa impresa, e tenuto come primo assalto de' Musulmani quello del 669.

[172] Le memorie e i documenti relativi a papa Martino, dalla esaltazione infino alla morte, si leggono presso il Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tom. VI, dal principio alla p. 70. Vedi anche Theophanes, _Chronographia_, tom. I, p. 526 a 531; il Baronio, _Annales_, anni 649 e 651, con le correzioni del Pagi; e Le Beau, _Histoire du-Bas Empire_, lib. LX, § 4, seg. La strana accusa fatta a San Massimo si scorge dagli atti, presso il Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tom. VI, p. 433.

[173] Corano, II, 250.

[174] Ibn-Abd-el-Hakem, MS. di Parigi, Ancien Fonds 655, p. 255 seg. Da lui solo è riferito l'episodio di Bosaisa; Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. II, fol. 185 verso e seg., il quale pone la battaglia sotto l'anno 31, ma dice che secondo altri seguì il 34 (654-5), che è la vera data secondo gli scrittori bizantini, cioè: Theophanes, _Chronographia_, tom. I, p. 528, seg.; Cedrenus, tom. I, p. 756. Il numero di mille navi bizantine è dato da Ibn-Abd-el-Hakem, e da Isidoro de Beja scrittore cristiano di Spagna dell'ottavo secolo, presso Flores, _España Sacrada_, tom. VIII, pag. 282, seg., il quale riferisce la battaglia al 652.

[175] Theophanes, _Chronographia_, p. 525, seg., il quale dice positivamente a p. 532, che Costante si fosse deliberato a trasferire la sede dell'Impero a Siracusa; Anastasius Bibliothecarius, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tom. III, p. 141; Johannes Diaconus, Chronicon, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tom. I, parte II, p. 305. Paulus Diaconus, lib. V, cap. 5.

[176] Questa è la significativa frase del papa, e vi si legge: πλησοφοσηθεὶς, assicurato, fatto pienamente certo. Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tom. VI, p. 19, 20; e Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, N. 272. L'epistola è data del 726, o del 730. Il Gibbon perciò avea piena ragione di dire che Costante fu vittima “di una tradigione domestica, e forse vescovile,” cap. 48. Lo zelo del clero siciliano contro i Monoteliti si vede dal gran numero di vescovi dell'isola che assistettero al concilio di Laterano del 649, e da una epistola di San Massimo presso Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, N. 258.

[177] Ibn-Abd-el-Hakem, MSS. di Parigi, Ancien Fonds 655, p. 258, e Ancien Fonds 785, fog. 120 recto. Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. II, fog. 186 verso, e 228 verso, narrando il fatto due volte sotto due anni diversi, 31 e 35, nota il disparere dei cronisti intorno la data, e cita il Tabari come colui che ponea la morte di Costante nel 35. Veggasi anche Ibn-Khaldûn, MSS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quinquies, tom. II, fog. 180 verso. Ibn-Abd-el-Hakem, al par che Ibn-el-Athîr, dà a Costante il nome di Costantino e lo dice figliuolo di Eraclio.

[178] Theophanes, _Chronographia_, tom. I, 558, seg. Veggasi anche Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXI, § 1, con le note del Saint-Martin, che crede si debba pronunziare Megegi il luogo di Mizize.

[179] Ibn-Khaldûn, MSS. di Parigi, Suppl. Ar., 742 quinquies, tomo II, fog. 181 recto, fa menzione di coteste scorrerie e della morte di Abd-Allah “nella costiera di Marka, terra di Rûm;” cioè Italia o Grecia. Ancorchè quelle che or chiamiamo le Marche non fossero intese allora sotto questo nome, il vocabolo Marca appartiene piuttosto all'Italia che alla Grecia.

[180] Paulus Diaconus, lib. V, cap. 13, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tom. I, parte I, p. 481; Anastasius Bibliothecarius, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tom. III, p. 141; Johannes Diaconus, _Chronicon_, etc., presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tom. I, parte II, p. 305. La seconda impresa dei Musulmani, in Affrica è raccontata da Paolo dopo questa di Sicilia nel lib. VI, cap. 10. Da coteste autorità cristiane, o per dir meglio dall'unica tradizione che ripetono questi e altri cronisti, si sa che l'armata musulmana venisse d'Alessandria, dopo la partenza di Costantino Pogonato da Siracusa, che tornerebbe alla state o autunno del 669.

Le autorità musulmane sono citate di sopra (p. 84, nota 4, e p. 85, nota 1). Tra quelle il solo _Baiân_ assegna una data a questa scorreria, e la fa supporre mossa d'Affrica, per comando di Mo'âwia-ibn-Hodeig che guerreggiasse in quella provincia. La data è del 46 (666-7), nè si deve esitare a correggerla secondo i Cristiani; poichè que' preziosi simulacri ci fan fede della identità della impresa. Replico che il diligentissimo Ibn-el-Athîr non fa molto di que' primi assalti sopra la Sicilia. Trovo soltanto ne' suoi annali, MS. C, tom. III, fog. 42 verso, sotto l'anno 49 (8 febb. 669, a 27 gennaio 670): “Quest'anno seguì la fazione marittima d'inverno alla quale andò O'kba-ibn-Nafi' con la gente d'Egitto.”

Debbo qui avvertire che il Rampoldi, _Annali musulmani_, tom. III, sotto il 668 porta la impresa di Abd-Allah-ibn-Kais, citando Nowairi, e aggiugnendo di capo suo che i Musulmani sbarcassero al capo Pachino. Poi sotto il 673, e come per lo più gli avviene senza citare alcuna autorità, narra il saccheggio delle campagne di Siracusa “per una divisione della gran flotta di Mohammed Ibn Abdallah,” ch'ei nell'anno precedente avea detto uscita “di Siria e d'Egitto” a far preda sul mare Egeo. Suppongo che il Rampoldi abbia veduto questo fatto in qualche moderna compilazione, come credo, persiana, chè non suole egli attingere ad altre sorgenti che a queste o a libri stampati in Europa; e forte sospetto che si tratti della medesima scorreria del 669, portata quattr'anni appresso per errore di cronologia. Han seguíto il Rampoldi, Martorana, _Notizie storiche_ ec., tom. I, p. 29, citandolo, e Wenrich, _Commentarii_ etc., lib. I, cap. 2, § 42, senza citare nè l'uno nè l'altro; e peggio, mettendo insieme questa impresa con una seguíta mezzo secolo appresso, e gittandole entrambe su le spalle del Nowairi, che parla soltanto della seconda.

[181] Della leggenda di San Placido vi ha due compilazioni, fatte entrambe nel XII secolo sotto gli auspicii dell'Abate di Monte Cassino. L'una va sotto il nome del prete Stefano Aniciese, il quale finse di tradurre un testo greco, che, com'è naturale, non si trova; recato, diceasi, da Costantinopoli da un vecchio centenario che capitò a Salerno il 1115, e su le prime fu ributtato dai monaci Cassinesi, o ne fecero le viste. L'altra è di Pietro Diacono, monaco Cassinese, continuatore, come ognun sa, della cronica di Leone d'Ostia, compilatore delle vite degli illustri Cassinesi, e uomo erudito, che fu il principale autore o strumento della impostura di cui trattiamo. Costui dice che per comando dell'Abate ei si fe' a ripulire e racconciare la narrazione, e in fatto v'aggiunse i due episodii del 669 e 905. Leggonsi le due compilazioni presso il Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tom. I, p. 172 a 184, con le _Animadversiones_, p. 145 a 157, dove a p. 157 si trova per tenore il breve di Sisto V. Lo scrittore del breve tradisce un po' il segreto, noverando il rinvenimento delle reliquie di San Placido e Compagni tra le grazie di Dio, _quæ his calamitosis et truculentis temporibus christiano populo in dies largitur_. Il Gaetani e altri han cercato di rattoppare i casi di San Placido e di Mamuca, dicendo che i corsari sbarcati a Messina forse erano Vandali, Goti, Avari ec. Resterebbe a provare come il principe di questi Barbari germanici o finnici si chiamasse in purissimo linguaggio arabo Abd-Allah.

I supposti documenti si trovano presso il Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, p. 374, seg., sotto i numeri 11 a 20 e 22, 23, 26, 27, dei diplomi posti in appendice come dubbii o falsi. Il giudizio del Di Giovanni si vegga nelle note ai detti documenti, e segnatamente a p. 378; que' del Baronio e del Pagi negli _Annales Ecclesiastici_ del primo, anno 541, § 27, 28, 29, e § 8 della Critica, an. 669, § 4; quello del Mabillon negli _Annales Ordinis Sancti Benedicti_, lib. XV, § 73.

[182] Veggasi qui pag. 121, nota 1.

[183] Ibn-Khaldûn, MSS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quinquies, tom. II, fol. 180 recto, dicendo della vera o supposta migrazione delle tribù berbere in Affrica ove dominavano i Romani, e come gli _Afârik_ divennero tributarii dei Berberi, aggiugne “Gli Afârik erano come servitorame e preda dei Romani.” Da ciò si comprende appunto quale popolazione gli Arabi designassero col nome Afârik o Afârika. Il fatto che mutando padroni fossero divenuti vassalli dei Berberi, fu vero in molti luoghi duranti le lotte dei Berberi contro i Romani e i Bizantini. Veggasi anche Ibn-Abd-el-Hakem presso De Slane, _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tom. I, p. 301, in appendice; Bekri, _Notices et extraits des MSS._ etc., tom. XII, p. 511; e il _Baiân_, p. 23.

[184] Prova anche questa opinione una favola che leggiamo nel _Riadh-en-nofûs_, MS., fol. 2 recto, cioè che un Abd-Allah-ibn-Ziâdh- ibn-An'am asseriva aver visto a Cartagine un sepolcro sul quale era scritto in caratteri himiariti: “Io fui Abd-Allah-ibn-Arâsci inviato dall'apostolo di Dio Sâlih al popolo di questa città per chiamarlo alla vera fede: chè io loro arrecava la luce; essi iniquamente mi uccisero; e appartiene a Dio la vendetta.”

[185] Su la origine dei Berberi e del nome loro mi riferisco alle testimonianze degli autori dell'antichità e arabi, e alle opinioni moderne che si ritraggono dai seguenti libri: Ibn-abi-Dinâr (detto nella versione francese el-Kaïrouani), _Histoire de l'Afrique_, p. 22, 28, con le pregevoli note di M. Pelletier; Leone Africano, presso Ramusio, _Navigatione et Viaggi_, p. 2; De Guignes, nella raccolta _Notices et extraits des MSS._, tom. II, p. 152; Pococke, _Specimen historiæ Arabum_, p. 56; Gibbon, _Decline and fall_, cap. LI, nota 162; Reinaud, _Invasions des Sarrazins en France_, pag. 2, 3, 243; Castiglione, _Mémoire géographique et numismatique sur l'Afrikia_, p. 83, e 94 e seg.; De Slane, _Ibn Khallikan's Biographical Dictionary_, tom. I, p. 35; Ibn-Khaldûn, estratti nel _Journal Asiatique_, série II, tom. II (1828), p. 117, seg., e lo stesso autore nel racconto del primo conquisto di Affrica, MSS. di Parigi, Suppl. arabe, 742 quinquies, tom. II, fog. 180 recto; Caussin, _Essai sur l'histoire des Arabes_, tom. I, p. 21, 67, 68; Saint-Martin, note a Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. XI, § 29. Si ricordino oltre a ciò i Barbaricini di Sardegna ai tempi di San Gregorio, dei quali si è fatto parola nel cap. I, p. 18, nota 1.

[186] L'occupazione di Zuâgha, ch'è forse l'antica Sabratha, si ritrae da Tigiani, _Journal Asiatique_, février-mars 1853, p. 125, con la nota dell'erudito traduttore M. Alphonse Rousseau.

[187] Il barone Mac-Guckin De Slane, _Journal Asiatique_, série IV, tom. IV (1844), p. 329, seg. Le autorità da cui si ritraggono le varie narrazioni son citate da lui. Veggansi ancora Ibn-el-Athîr, MS. C., tom. II, fog. 170 recto a 172 verso; _Baiân_, p. 3, seg., dalle narrazioni dei quali mi persuado che M. De Slane abbia accusato a torto il solo Nowairi ed abbia troppo scemato il merito che torna ad Abd-Allah-ibn-Zobeir.

[188] Ibn-Abd-Rabbih, MS. di Parigi, tom. II, fol. 161 recto, seg., dà il tenor di questa orazione o _Khotba_, come la chiamano gli Arabi, in una raccolta di così fatti componimenti; nè veggo alcuna ragione di metterne in forse l'autenticità. Ho aggiunto la vaga parola moneta al numero che scrive l'autore, senza dir se fosse di dirhem, ovvero dinar. Nel primo caso, la taglia posta da' vincitori sarebbe appena arrivata a un milione e mezzo di franchi o lire italiane ragionando il dirhem a 0,60, poichè la somma totale del dividendo torna a 2,500,000. Se poi si trattasse di dinar, contando questa moneta a lire ital. o fr. 14,50 secondo il valore intrinseco dei dinar ben conservati e supposti di oro puro, la somma sarebbe montata a 36 milioni circa. Leggo per conghiettura in questo non buono MS. la parola che ho tradotto “due tanti.” La somma di danaro menzionata nel discorso di Abd-Allah-ibn-Zobeir, sia che si ragioni in dirhem, sia anco in dinar, messa a ragguaglio con le cifre che si danno nel racconto ordinario, presterebbe nuovi argomenti a distrugger ciò che dicono i moderni cronisti. Uno squarcio della detta orazione si legge anche nel _Riadh-en-nofûs_, MS., fol. 3 verso; ma non arriva che alle parole “fino al tramonto del sole.”

[189] Nowairi presso De Slane, _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tom. I, p. 323 in appendice. I quindici mesi debbono contarsi come principiati nell'anno 26, e terminati nel 27 dell'egira, e però comprendono tutto il 647 dell'era volgare. Ibn-el-Athîr pone il principio dell'impresa nel 26.

[190] Bekri, nella raccolta _Notices et extraits des MSS._, tom. XII, p. 500; Tigiani, _Journal Asiatique_, août-septembre 1852, p. 80.

[191] Ibn-Abd-el-Hakem, MS. A, p. 258, narra cotesto ordinamento di Alessandria.

[192] Ibn-Abd-el-Hakem, op. cit., p. 263, 264. L'autore distingue quattro imprese negli anni 34 (654-5), 40 (660-1), 46 (666-7), e 50 (670), delle quali la penultima capitanata da O'kba-ibn-Nafi', e le altre da Mo'âwia-ibn-Hodeig. Lo stesso si ricava dal _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 3 verso, e 4 recto, e 9 recto. Quelle date e nomi son confusi negli altri cronisti, cioè Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. III, p. 43 verso, seg.; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 5 e 12; _Baiân_, p. 8 a 11; Nowairi, presso De Slane, op. cit., p. 327, seg.

[193] È la notissima voce caravana. I lessicografi arabi la credono di origine persiana e che voglia dire comitiva di viandanti ed esercito. Secondo un rinomato filologo arabo di Sicilia, Ibn-Kattâ', citato da Ibn-Khallikân (_Biographical Dictionary_, tom. I, p. 35), Kairewân ha il primo di questi significati e Kairuwân il secondo. Ma Beladori e Ibn-Abd-el-Hakem, de' quali ho già parlato, lo adoperano evidentemente nel senso di campo permanente, come è stato notato dal barone De Slane (_Journal Asiatique_, Série IV, tom. IV, p. 354, 361). Donde pare evidente che tal vocabolo dal nono secolo, quando scrissero que' due cronisti, all'undecimo, quando visse Ibn-Kattâ', era andato in disuso nel significato di alloggiamento e riteneva l'altro soltanto. Forse anco alcune tribù gli davano quel senso e altre no.

[194] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 2 recto.

[195] Ibn-Koteiba presso Gayangos, _The history of the Mohammedan Dynasties in Spain_, by Al-Makkari, tom. I, appendice, p. LVI.

[196] Il _Riadh-en-nofûs_, MS., fol. 4 recto, parla di due colonne rosse che rimasero nella chiesa di Kamunia fino al tempo di Zladet-Allah (817-838) che le trasportò nella sua novella moschea cattedrale.

[197] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. III, fog. 43 verso, seg. e 76 recto, seg., sotto gli anni 50 e 62; _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 4 recto a 5 verso; Baiân, p. 12 segg.; Nowairi, presso De Slane, _Histoire des Berbères_ par Ibn Khaldoun, tom. I, p. 327, seg.; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 10, seg.

I quattro primi danno a un dipresso il medesimo racconto; l'ultimo lo scorcia. Ibn-el-Athîr nota che Wâkidi, Tabari e gli scrittori Maghrebini, o vogliam dire Arabi d'Affrica, discordavano intorno le date dei due governi di O'kba; ed ei s'appiglia ai Maghrebini, com'anch'io ho fatto. La gloriosa morte di O'kba che Ibn-el-Athîr narra il 62 (681-2), avvenne il 63, come s'argomenta dal _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 5 recto, che dice come fuggiti gli Arabi di Kairewân, ch'era stata occupata dal vittorioso Koseila, arrivarono a Damasco il 64, dopo la morte del califo Iezîd.

[198] Si confrontino: _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 5 recto e verso, che porta l'impresa nel 69; Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. III, fog. 77 recto, sotto l'anno 69 (688-9); Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 23, che porta la data del 67 (686-7); _Baiân_, p. 18; Nowairi, presso De Slane, op. cit., p. 337-338. Il Rampoldi, _Annali Musulmani_, tom. II, p. 105, sotto l'anno 685, porta l'assalto dell'armata di Sicilia non a Barca ma a Cartagine, confondendo così due imprese ben distinte.

[199] Si confrontino: _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 5 recto a 6 verso; Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, p. 18 recto, anno 74; Nowairi, presso De Slane, op. cit., p. 338, seg.; _Baiân_, p. 18 a 23, sotto l'anno 78; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 24 a 28, che non porta data della prima impresa e assegna alla seconda il 74; Ibn-Khaldûn stesso, _Histoire des Berbères_, tom. I, p. 198, 208, 213, 214; Tigiani, _Journal Asiatique_, août-septembre 1852, p. 120, 121; Leone Africano presso Ramusio, _Navigatione et viaggi_. Ho seguito piuttosto il _Riadh_ che le altre autorità nel racconto delle due espugnazioni di Cartagine. Trovo nel solo _Riadh_ la divisione del _Fei_ e delle terre ai Berberi musulmani. Veggansi anche Theophanes, _Chronographia_, tom. I, p. 566, 567, (an. 690); Nicephori _Breviarium Historicum_, p. 44, 45, (anno 696); Pagi, note al Baronio, _Ann. Eccl._, anno 691 e 696, che segue Nowairi; Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXII, § 19, seg.; e Gibbon, _Decline and fall_, cap. LI, note 157, 158, 159. Gli Arabi discordano tra loro nella cronologia, come s'è visto, e dai Cristiani intorno gli avvenimenti principali. Io ho preso da Ibn-el-Athîr la data della prima impresa di Hassân, e dai Bizantini quella della seconda, che mi pare determinata con sicurezza dalla rivolta dei soldati d'armata tornati di Cartagine, i quali giunti in Cipro, gridarono imperatore Tiberio II. Così i Bizantini sarebbero rimasi padroni di Cartagine, non un anno come dicono gli scrittori loro, ma tutto il tempo che Hassân soggiornò a Barca dopo la sconfitta del fiume Nini.

Credo abbia errato il Gibbon supponendo un rinforzo di Visigoti a Cartagine, su la sola testimonianza di Leone Africano, il quale (fog. 72 recto) dice che vi si ridussero “i nobili Romani e i _Gotti_.” Il testo Arabo di Ibn-Khaldûn ci mostra con certezza che Leone tradusse Goti la voce _Farangia_; e come lo stesso testo porta che i _Farangia_ insieme coi Rûm furono sottoposti al tributo fondiario quando Hassân ordinò l'azienda pubblica in Affrica, così egli è evidente che non si tratti di soldati stranieri, ma della popolazione germanica rimasta nel paese, cioè dei Vandali.

[200] _Iftitâh-el-Andalus_, MS. di Parigi (in appendice a Ibn-Kutîâ), fog. 51 recto. Questo libro, di antico autore anonimo, dice che Musa liberto degli Omeiadi discendea da una famiglia barbara fatta schiava da Khaled-ibn-Walîd. Perciò era oriundo di Siria o Mesopotamia.

[201] Si confrontino: Ibn-Koteiba, presso Gayangos, _The history of the Mohammedan Dynasties in Spain by Al-Makkari_, tom. I, pag. LIV a LXVI, in appendice; Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 42 verso, anno 89; _Baiân_, p. 24 a 28; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 29, 30; Nowairi, presso De Slane, _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tom. I, p. 343, seg., in appendice; Ibn-Scebbât, MS. p. 38, 39; Ibn-abi-Dinar, MS., fog. 6 recto e 14 verso, e trad. p. 14, 57, il quale riferisce con molta diligenza le varie tradizioni su la costruzione dell'arsenale di Tunis. Al dire di Ibn-el-Athîr e di Nowairi, Musa prese il governo d'Affrica l'89 (707-8); ma è più esatta certamente la data del 79 (698-9) che si trova presso Ibn-Koteiba.

[202] Ibn-Koteiba, presso Gayangos, _The history of the Mohammedan Dynasties in Spain by Al-Makkari_, tom. I, p. LXX a LXXXVIII; Nowairi, presso De Slane, op. cit., p. 353 seg.; Reinaud, _Invasions des Sarrazins en France_, p. 4 a 12; Conde, _Dominacion de los Arabes en España_, parte I, cap. 6 a 19.

[203] _Baiân_, p. 35 a 46; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 31 a 43; Nowairi, presso De Slane, op. cit., p. 356, seg. Ho cavato alcuni particolari su la rivolta di Tanger da Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 82 recto e verso, anno 117, e altri da Ibn-Kutîa, MS. di Parigi, fog. 6 recto e 7 verso.

[204] Veggasi su questa origine dei Rostemidi Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, trad. di M. De Slane, tom. I, p. 242, con le note del dotto traduttore.

[205] Il plurale è _gionûd_; ma adottando la voce _giund_, come ci occorrerà di farlo, useremo sempre il singolare, dicendo al plurale i _giund_.

[206] Cap. III, pag. 68.

[207] _Kâid_ suona etimologicamente _dux_ e condottiero. Poi in Spagna divenne titolo di magistrato civile, e in Sicilia di uficio di corte e di nobiltà.

[208] Ibn-Abd-Rabbih, MS., tom. I, p. 73.

[209] Nowairi, presso De Slane, op. cit., pag. 363, 364; e ancora in nota a Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 39, seg.

[210] Il _Baiân_, p. 68, dice che Iezîd-ibn-Hâtem (771) ordinò i mercati del Kairewân, dando un luogo separato ad ogni arte. Sappiamo d'altronde che ciascun'arte presso i Musulmani facea corporazione, avea moschea propria e componea società di assicurazione per le pene pecuniarie.

[211] Questi fatti ricorrono a ogni momento nelle cronache dell'Affrica dal 740 in poi, presso Ibn-Khaldûn, Nowairi, nel _Baiân_, ec.

[212] Biscir-Ibn-Sefwân della tribù di Kelb, e però di schiatta himiarita, preposto all'Affrica e alla Spagna l'anno 721, avea pieno quei governi di uomini suoi, che furono aspramente perseguitati dal successore O'beida della tribù medharita di Soleim. Un dei perseguitati mandò allora certi versi al califo, rimproverandolo d'ingratitudine contro una gente che avea sparso il sangue per portare al trono i maggiori di lui; e il califo depose subito il governatore. Nowairi, presso De Slane, op. cit., p. 358; Conde, _Dominacion de los Arabes en España_, parte I, cap. 22.

[213] Ibn-Kutîa, MS. di Parigi, fog. 6 verso, 7 recto. Questo antico scrittore è quegli che dice come il corpo di soldati omeiadi si componesse d'Arabi e di liberti. Vedi anche Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 82 recto, seg., anno 117; _Baiân_, p. 41, seg.; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 34, seg.; Nowairi, presso De Slane, op. cit., tom. I, p. 359, seg.

[214] Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 42, seg.; _Baiân_, p. 47, seg.

[215] Ibn-Hazm, le cui parole citate dal _Baiân_, p. 52, sono queste: “Tolti i diwani di mano agli Arabi, gli stranieri del Khorassân occuparono le faccende dello Stato; talchè si venne a una dominazione aspra e Cosroita.”

[216] Oltre il ricordato passo del _Baiân_, e le storie generali, che non occorre di citare, veggansi gli articoli di M. Quatremère, e del professore Dozy nel _Journal Asiatique_, Série II, tom. XVI (1835), p. 289, seg.; e Série IV, tom. XII (1848), p. 499 seg.

[217] Il predominio esclusivo dei Persiani nelle scienze fu notato da Ibn-Khaldûn, e si conferma con le biografie; come si scorge dal bel quadro della storia letteraria dei Musulmani che ha delineato M. De Slane, _Ibn-Khallikan's Biographical Dictionary_, Introduzione, tom. II, p. v, seg.

[218] _Baiân_, p. 61 a 81. — Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 55 a 83. — Nowairi, presso De Slane, _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tom. I, p. 367, seg. — La degradazione del vecchio giund di Siria è riferita da Ibn-Kutîa, il quale dice che il giund del Khorassân rimaneva in Affrica fino a' suoi tempi, MS. di Parigi, fog. 7 recto. Debbo qui avvertire che in un manoscritto di Ibn-el-Athîr, MS. A, tom. I, fog. 20 recto, si dà il soprannome di _Sikilli_, ossia Siciliano, ad un Abd-er-Rahman-ibn-Habîb, di schiatta koreiscita, che fu cacciato d'Affrica per ribellione contro gli Abbassidi il 772, e andò a morire sotto le insegne loro in Ispagna verso il 777. Costui era nipote di quel capitano dello stesso nome che portò la guerra in Sicilia il 740, e poi usurpò l'Affrica, come abbiam detto. Ma il nome di Siciliano, che l'avolo mai non portò e molto meno poteva appartenere al nipote, è dato a costui per errore di copia in luogo di _Saklabi_, ossia Schiavone, come gli diceano per l'alta statura e il colore olivastro del volto: Veggasi Ibn-Kutîa, MS. di Parigi, fog. 94 verso; e Conde, _Dominacion de los Arabes en España_, parte II, cap. XVIII, che sbaglia la data del tentativo di Abd-er-Rahman in Spagna.

[219] Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 9 verso.

[220] Ibn-Ahbâr, MS. citato, fog. 9 verso, narra che i 40,000 uomini passati in Affrica il 761 aveano centoventotto _kâid_ (condottieri). S'intenda che ciascun di costoro capitanasse una parentela, o vogliam dire frazione di tribù. Veggasi anche il _Baiân_, pag. 61.

[221] Confrontinsi, Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 9 verso a 15 recto; _Baiân_, p. 80 a 86; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 59, 60, e 82 a 94; Nowairi, presso De Slane, _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tom. I, p. 374 a 405. Intorno Abbâsia, ossia El-Kasr-el-Kadim, si vegga Bekri, nella raccolta _Notices et extraits_ des MSS. tom. XII, p. 477. L'ambasciata di Carlomagno a Ibrahim è portata all'anno 801 da Einhardo, _Annales_, presso Pertz, _Scriptores_, tom. I, p. 190.

[222] Veggansi Ibn-Khaldûn, Nowairi e il _Baiân_ per tutto il tempo degli Aghlabiti.

[223] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 recto. — Di quest'altra adunata della gemâ' si dirà nel lib. II, cap. II. Basti notar per ora che al dire di Nowairi vi sedeano i _wagîh_ e i _fakîh_, ossia notabili e giureconsulti.

[224] Afferma Ibn-el-Athîr che il rito di Mâlek fosse adottato nell'Affrica propria per comando di Moezz-ibn-Badîs, secondo principe zeirita, MS. C, tom. V, fog. 46 verso, sotto l'anno 406.

Ho lasciato come superflue le citazioni su le vicende dei quattro dottori principi, che sono notissime. Su la giurisprudenza musulmana veggansi le introduzioni di D'Ohsson, _Tableau général de l'Empire Ottoman_; Hamilton, _The Hedaya_; e il testo arabo di Mawerdi, _Ahkâm-sultâniia_. Il barone De Slane ha fatto un bel quadro degli studii legali dei Musulmani nella Introduzione al primo volume della versione inglese d'Ibn-Khallikân, p. XXIII, seg. Veggansi altresì: M. Worms, _Recherches sur la Constitution de la Propriété territoriale dans les pays musulmans_, pag. 1, seg.; e M. Perron, _Aperçu préliminaire_ al trattato di Khalîl-ibn-Ishâk nella raccolta intitolata _Exploration scientifique de l'Algérie, Sciences historiques_, tomo X.

[225] _Baiân_, p. 87; ibn-Khaldûn, l. c., p. 94 a 96; e Nowairi, l. c., tomo I, p. 404. Nowairi, il solo che dia la misura di superficie resa da me _aratata_, dice _coppia arante_. Si tratta al certo di una misura geodetica; e però la ho resa con la voce _aratata_, che non si trova nei vocabolarii, ma ch'era in uso in Sicilia fino ai principii del nostro secolo, e indicava un po' vagamente una vasta estensione di terreno. Ho evitato la nota voce _iugero_, la quale etimologicamente risponderebbe all'arabico _zeug_ del Nowairi, ma denota una misura agraria ben diversa. Il _jugerum_ era la superficie da potersi lavorare in un dì con una coppia di buoi; e risponde a poco più di 25 ari di misura francese. Il _zeug_, detto oggidì in Algeria _zuigia_, e anche _gebda_ (_zouidja_ e _djebda_ in ortografia francese), è misura varia secondo i luoghi, e risponde più o meno al terreno che un giogo di buoi può arare in una stagione. Secondo i cenni che ne dà M. Worms, _Recherches sur la propriété territoriale dans les pays musulmans_, p. 421-422, credo denoti una superficie che varia dai sette ai diciotto _hectares_. Ciò basta a comprendere che si potessero porre 8 dinâr, ossia da 100 lire italiane, sopra ogni aratata di terreno. La voce _zeug_ con questo medesimo significato occorre nelle memorie siciliane del X e del XII secolo, come a suo luogo si dirà.

[226] Si scorge ciò dalle parole di Asad-ibn-Forât riferite da noi nel Libro II, cap. II, su l'autorità del _Riadh-en-nofûs_.

[227] Veggasi il Libro II, cap. II.

[228] _Rhiad-en-nofûs_, MS., fog. 29 recto.

[229] Così dice Sefadi, MS. di Parigi, biografia di Ziâdet-Allah. Sefadi visse nel XIV secolo. Gli scrittori dai quali copiò tal giudizio provano che vale per tutti i popoli il detto d'Ariosto: “Non fu sì santo nè benigno Augusto ec.,” canto XXXV, st. 26.

[230] Ibn-Werdan, MS. di Tunis, § 1. Quest'autore aggiugne che furono spesi nella moschea di Kairewân 86,000 dinar, ossia da 1,247,000 di lire italiane. Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 30 verso, senza far menzione di ciò, narra i particolari dell'opera: che fu abbattuta l'antica moschea; rifabbricata di pietra, marmi e cemento; che il _Mihrâb_, ossia nicchia in dirittura della Mecca, era tutto di marmo ornato di rabeschi e iscrizioni, sostenuto da colonne di bellissimo marmo screziato bianco e nero; e che dinanzi a quello si innalzavano due colonne rosse con fregi di vermiglio vivacissimo, che più belle non se n'eran viste al mondo, e l'imperator di Costantinopoli le volea comprare a peso d'oro. La voce che per analogia ho tradotto _cemento_, _è sahn_, scritta con le lettere 14, 6, e 25 dell'alfabeto arabo d'oriente.

[231] Questo è senza dubbio il significato delle parole del _Baiân_, copiate al certo da più antico scrittore: giund, eserciti (_giuiusc_), e turbe sopravvegnenti (_wofûd_).

[232] Nowairi, presso De Slane, _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, p. 405, seg.; _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 26 recto, 28 recto e verso; Bekri, nella raccolta _Notices et extraits des MSS._, tom. XII, p. 478; Ibn-el-Athîr, MS. A, fog. 120 recto, C, fog. 191 recto; _Baiân_, p. 88 a 95; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 96, 103. Ho corretto il nome di Tonbodsa su l'ortografia che ne dà Ibn-el-Athîr.

[233] Confrontinsi, _Baiân_, p. 28; Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), _Histoire de l'Afrique_, MS., fog. 16 recto, e traduzione francese, p. 63; Pagi, _ad Baronium_, ann. 696; e le autorità citate da Gibbon, _Decline and fall_, ch. LI, note 207, 208, 209.

[234] Mi riferisco per i particolari alle parti 1ª e 2ª dell'accurato lavoro di M. Reinaud, _Invasions des Sarrazins en France_.

[235] Veggasi Ibn-Khaldûn presso Gayangos, _The history of the Mohammedan Dynasties in Spain_, tomo I, p. XXXV, seg.

[236] Confrontinsi Ibn-Kutîa, MS., fog. 21 recto e verso; _Baiân_, tomo II, p. 78, 79, 82; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 106 verso, e 107 recto, sotto l'anno 198; e 139 verso, sotto l'anno 206; Ibn-Khaldûn, MS. di Parigi, Suppl. Arabe 742 quater, tomo IV, fog. 96 verso; _Hollet-es-siiarâ_, presso Dozy, _Notices sur quelques MSS._, p. 38, seg.; Marrekosci, p. 13, 14; Nowairi, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 702, fog. 72 recto; Ed-Dhobbi, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 5 verso; Conde, _Dominacion de los Arabes en España_, parte II, cap. XXXVI. La tradizione che scolpa Hâkem si legge nel _Baiân_, compilazione del XIII secolo. La sorgente primitiva fu senza dubbio qualche cronica dei liberti di casa Omeîade, scrittori la cui servilità è stata notata dal professor Dozy, editore del _Baiân_, Introduzione, tomo I, p. 16, seg.

[237] Ibn-el-Athîr, MS. A, tom. I, fog. 146 recto e 147 verso, anno 210; _Hollet-es-siiarâ_; Ibn-Khaldûn; Nowairi, Conde, ll. cc. Veggasi ancora Renaudot, _Historia Patriarcharum Alexandrinorum_, dalla p. 251 alla 270, che porta i fatti, ma sbaglia la cronologia.

[238] _Theophanes Continuatus_, p. 73 a 77, 79 a 81, §i 20 a 23, 25 a 26 del regno di Michele il Balbo; Symeon Magister, p. 621 a 624, §i 3, 4 del medesimo regno. — La Continuazione di Teofane, ch'è la principale tra queste autorità bizantine, riferisce il primo disegno dell'impresa dei Musulmani sopra Creta al principio della guerra di Tommaso di Cappadocia, che tornerebbe all'821. Su questi e altri riscontri vaghi al paro, i compilatori han posto la occupazione dell'isola nell'824, e l'impresa d'Orifa nell'825. Secondo Ibn-el-Athîr, loc. cit., i Musulmani spagnuoli non partirono d'Alessandria che l'anno 210 (aprile 825 ad aprile 826).

[239] Ibn-Khaldûn, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quater, tom. IV, fog. 21 recto.

[240] Bekri, nella raccolta _Notices et Extraits des MSS._, tomo XII, p. 500. Quest'autore non assegna altra data che il califato di Abd-el-Melik-ibn-Merwân; il quale durò venti anni, dal 685 al 705. Ma senza timor di errore ne possiam togliere i primi tredici anni, quando gli Arabi aveano ben altro da fare in Affrica che perseguitare i rifuggiti di Pantellaria. Non trovandosi ricordato in questa fazione il nome di Musa, è probabile che seguisse prima della sua venuta in Affrica, la data della quale per altro è dubbia. Fa cenno di questa impresa, forse su l'autorità di Bekri, il Tigiani, _Rehela_, nel _Journal Asiatique_, août-sept. 1852, p. 80; e aggiugne essere state allora occupate le isolette vicine all'Affrica.

[241] Ibn-Koteiba, _Ahâdîth-el-imâma_, presso Gayangos, _The history of the Mohammedan Dynasties in Spain_, tomo I, Appendice, p. LXVI.

[242] Le varie opinioni degli eruditi musulmani sono esposte da due diligenti compilatori: Tigiani, _Rehela_, nel _Journal Asiatique_, août-sept. 1852, p. 65 a 71; e Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), _Histoire de l'Afrique_, traduzione francese, p. 1, a 20. — Ho detto “sgomberare” e non, come gli scrittori musulmani, “scavare” il canale, poichè noi sappiamo che questo e la laguna esistevano ne' tempi antichi. Veggasi a tal proposito una nota del traduttore del Tigiani, M. Rousseau, op. cit., p. 69, 70.

[243] Tigiani, op. cit., p. 69, dice che il califo comandò di inviarsi dall'Egitto ad Hassân duemila Copti, tra uomini e donne, perchè si servisse dell'opera loro, e che Hassân distribuì quelle famiglie tra Râdes, presso Tunis, e gli altri porti dell'Affrica. Indi si vede manifestamente che fossero artigiani.

[244] Tigiani, _Rehela_; Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani); e Ibn-Koteiba, _Ahâdîth-el-imâma_, ll. cc.

[245] Lo argomento da ciò, ch'ei mandò in Sicilia mille uomini soltanto, non ostante il cominciato apparecchiamento di sì grande numero di legni, i quali, per piccioli che fossero, doveano portare almeno una cinquantina d'uomini ciascuno, e però una forza totale di 5,000 uomini o più.

[246] Ibn-Koteiba, _Ahâdith-el-imâma_, MS. del professor Gayangos, fog. 69 recto e verso, e versione inglese in appendice al Makkari, _The history of the Mohammedan dynasties in Spain_, tomo I, p. lxvj. L'erudito orientalista di Madrid, mandandomi copia di questo squarcio di testo per lettera dell'11 maggio 1854, ha corretto in alcune parti la detta sua versione. Quanto all'isola assalita, sul nome della quale io gli esposi i miei dubbii, egli crede doversi ritenere la lezione del MS.; perchè pochi righi appresso la voce Sicilia vi è scritta con lettere diverse. Nondimeno io inclino all'opinione contraria, riflettendo che tal variante possa provenire da una delle due sorgenti alle quali par che Ibn-Koteiba abbia attinto questo racconto. In una di quelle il nome di Sicilia potea per avventura essere scritto con la _sin_ in luogo di _sad_ e la _Caf_ (XXII lettera) in luogo di _Kaf_ (XXI lettera); nella qual forma _Sikilia_, facilmente si può confondere con _Silsila_. Io ho veduto appunto Silsila chiaramente scritto su la Sicilia in una ottima carta geografica in pergamena, delineata nel 1600 da Mohammed-ibn-Ali-es-Sciarfi, da Sfax, posseduta dalla Biblioteca imperiale di Parigi.

Mi conferma nel mio supposto la Cronologia di Hagi-Khalfa, MS. di Parigi, ove leggesi, nell'anno 82, una impresa in Sicilia di 'Attâr-ibn-Râfi'; poichè, non trovandosi questo fatto in Ibn-el-Athîr, è verosimile che Hagi-Kalfa l'abbia tolto da alcun MS. d'Ibn-Koteiba più corretto che quello del professor Gayangos.

[247] Ibn-Koteiba, fog. 69 verso, MS. del professor Gayangos, il quale, mandandomi cortesemente copia di questo passo, ha corretto la lezione, da cui risultava un errore nella sua versione inglese posta in appendice all'opera di Makkari, _The history of the Mohammedan Dynasties in Spain_, p. LXVII, seg.; Ibn-Scebbât, MS., p. 38 e 39, che cita, abbreviandolo in su la fine, il medesimo passo d'Ibn-Koteiba; Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), _Histoire de l'Afrique_, traduzione francese, p. 14 e 57, e MS., fog. 6 recto, e 14 verso.

[248] Ragiono il dinâr secondo il valore del metallo, il cui peso medio dà 14 lire e 50 centesimi.

[249] Ibn-Koteiba; Ibn-Scebbât; Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), ll. cc.; ed il _Baiân_, p. 27, citando Ibn-Katân. Ibn-Koteiba porta positivamente la data dell'86, ossia 705 dell'era volgare.

[250] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 47 verso, anno 92; Nowairi, MS. di Parigi, Ancien Fonds 702, fog. 10 verso, e traduzione francese del barone De Slane, _Journal Asiatique_ (mai 1841), p. 575, 576.

Secondo la versione italiana, del Carli, Hagi Khalfa nella _Cronologia_ porrebbe nel 92 la espugnazione di Calabria per Farich figlio di Said. Riscontrato il testo, mi accorgo che si tratti della notissima impresa di Tarik in Spagna. M. Famin, _Histoire des invasions des Sarrazins en Italie_, p. 60, ha seguíto così fatto errore, e aggiuntovi del suo il nome di Tharec, e che “_ses soldats exercèrent des cruautés inouies_;” e si mette francamente a particolareggiarle.

[251] Nowairi, capitolo della Sicilia, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 2, che lo chiama Mohammed-ibn-abi-Edrîs; _Baiân_, p. 35, secondo il quale correggo il nome e la data. Il Nowairi, capitolo dell'Affrica, presso De Slane, _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tomo I, p. 357, in appendice; e Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 31, confondendolo con un altro governatore d'Affrica, lo chiamano Mohammed-ibn-Iezîd. Il Rampoldi, _Annali Musulmani_, tomo II, p. 225, anno 720, citando il Nowairi, aggiugne di capo suo che Mohammed sbarcasse a Marsala, e riportasse in Affrica “alcune centinaia” di prigioni.

[252] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 74 verso, anno 109; _Baiân_, p. 35; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 32; Nowairi, capitolo della Sicilia, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 2; e capitolo dell'Affrica, presso De Slane, _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tomo I, p. 357, in appendice. Il Rampoldi, _Annali Musulmani_, tomo II, p. 229, anno 721, citando Nowairi, aggiugne del proprio che Biscir riportava molti idoli d'argento.

[253] Si argomenta dalle pratiche d'accordo dell'813, nelle quali il governatore di Sicilia ricordava un primo trattato fatto ottantacinque anni addietro. Veggasi il Capitolo X.

[254] Makrîzi, Dizionario biografico intitolato il _Mokaffa_, MS. di Parigi, Ancien Fonds Arabe, 675, fog. 227 recto, Vita di Obeid-Allah. Il caso di Mostanîr è narrato ancora, ma più brevemente, da Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), _Histoire de l'Afrique_, traduzione francese, p. 65, e testo manoscritto, fog. 16 verso. Quest'autore, invece del nome patronimico di Ibn-Habhâb, dà a Mostanîr quello di Ibn-Hârith.

[255] Makrizi, _Mokaffa_, MS. di Parigi, Ancien Fonds Arabe, 675, fog. 227 recto, Vita di Obeid-Allah.

[256] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 81 recto, e 82 recto, anni 116 e 117.

[257] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 82 recto, anno 117; Ibn-Scebbât, citato da Ibn-abi-Dinâr (el Kaïrouani), _Histoire de l'Afrique_, p. 67 e 68, e MS., fog. 17 recto; _Baiân_, p. 38-40; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique_, trad. di M. Des Vergers, p. 34. — Lo scrittore cristiano contemporaneo, Isidoro De Beja presso Flores, _España Sagrada_, tom. VIII, p. 305, dice che 'Okba (Ibn-Heggiâg), governatore di Spagna, udita la sollevazione dei Mori in Affrica, vi passò, uccise tutti i ribelli: “_Sicque cuncta optime disponendo, et Trinacrios (portus) pervigilando, propriæ sedi clementer se restituit_.” Accettando, come par si debba, la lezione di _Trinacrios_ (chè v'ha le varianti _Trimacrios_, _Tinacrios_, _Patrios_), le parole di Isidoro significano che qualche nave spagnuola fosse venuta con Habîb alla impresa di Sicilia. Perchè la rivolta alla quale accenna Isidoro fu al certo qualche movimento anteriore, represso dagli Arabi d'Affrica e di Spagna, non il fatto dell'anno 122, che rese necessaria la ritirata dell'esercito di Sicilia, e che, invece della strage dei ribelli, finì con la sconfitta degli Arabi. Isidoro, del resto, non assegna data a queste fazioni, se non che vanno dopo la destinazione di 'Okba al governo di Spagna, ch'ei pone l'anno 775 dell'era spagnuola, e 18º di Leone Isaurico, cioè il 733 dell'era volgare, ma che Ibn-Khaldûn riferisce al 117 (735), e il cronista seguíto da Conde, _Dominacion de los Arabes en España_, parte I, cap. 26, all'anno appresso.

[258] Confrontisi Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 118 recto, anno 135, e fog. 47 verso, nel capitolo della Storia di Sardegna, sotto l'anno 92; _Baiân_, p. 49 e 53; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 44; Nowairi presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 2, 3.

[259] Veggansi le autorità citate da Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXIII, § 22.

[260] _Baiân_, p. 48. Quivi si dice che corressero in Affrica due specie di moria che chiamansi in arabico _webâ_ e _tâ' un_. La seconda disegna particolarmente la peste. La prima è presa d'ordinario nello stesso significato, ma si estende alle malattie epidemiche in generale. Veggasi una nota di M. Reinaud nel _Recueil des historiens orientaux_, tomo I, p. 133.

[261] Teophanes, _Cronographia_, tomo I, p. 651; e le altre autorità citate dal Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXIV, § 13.

[262] Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo IV, anno 130, dice che infieriva la peste a Bassora; Ibn-el-Giuzi (Jauzi, secondo l'ortografia inglese) citato da De Slane, _Ibn Khallikan's Biographical Dictionary_, tomo II, p. 551, fa arrivare la mortalità a 70,000 persone in un dì, che si deve intendere forse di Bassora stessa.

[263] Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXIV, § 13.

[264] Bollandisti, _Acta Sanctorum_, maggio, tomo II, p. 109, seg., 725, seg., testo greco e versione della Vita di San Giovanni Damasceno scritta da un Giovanni patriarca di Gerusalemme; e Ibidem, p. 731, seg., altro squarcio di agiografia attribuito a un Costantino Logoteta.

[265] Non ho bisogno di ricordare quanto sieno incerti i limiti del territorio, compreso nella donazione di Pipino e di Carlomagno, e come i papi non fossero mai entrati in possesso di molte terre tra quelle che lor erano state donate senza dubbio.

[266] Costantino Porfirogenito, _De administrando imperio_, cap. 27, p, 995, dice che i Longobardi aveano occupato tutta l'Italia, fuorchè Otranto, Gallipoli, Rossano, Napoli, Gaeta, Sorrento, Amalfi. Ciò si deve intendere del tempo in cui l'impero bizantino avea perduto lo esarcato e non ripigliato per anco la Puglia; cioè tra la prima metà dell'VIII secolo e la seconda metà del IX.

[267] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 47 verso, sotto l'anno 92, raccogliendo in un solo capitolo tutte le imprese dei Musulmani sopra la Sardegna, afferma che quest'isola non fosse stata più molestata dal 135 al 323 dell'egira (752 a 935), e che in questo intervallo avesserla tenuta i Rûm, che qui significa la schiatta indigena italiana. Le cronache cristiane più vicine a quei tempi si accordano in generale con tale narrazione; se non che aggiungono alcune sconfitte toccate dai Musulmani in Sardegna e in Corsica. Quanto a questa isola, è falsa evidentemente la dominazione musulmana supposta da alcuni annalisti dei paese. Veggansi Reinaud, _Invasions des Sarrazins en France_, pag. 69; e Wenrich, _Commentarium_, ec., lib. I, cap. III, § 49 in nota.

[268] Epistola di papa Paolo Primo, a re Pipino, _Codex Carolinus_, edizione del Gretser, nº XV; edizione del Cenni, nº XVIII.

[269] _Codex Carolinus_, edizione del Gretser, nº XXIV; edizione del Cenni, nº XXXVIII.

[270] _Codex Carolinus_, edizione dei Gretser, ep. LVI; edizione del Cenni, ep. LXXII.

[271] _Codex Carolinus_, edizione del Gretser, ep. LXIV, LXXIII, XC; edizione del Cenni, LXV, XC; LXXXIX.

[272] La prima di quelle citate nella nota precedente.

[273] _Codex Carolinus_, edizione del Gretser, ep. LIX e LXIV; edizione del Cenni, LVII e LXV. La data del 780, che assegna alla seconda di queste lettere il Cenni, è erronea, e le si dee sostituire il 787, come lo avea mostrato prima il Muratori (_Annali_, anno 787), e vi assente, contro il solito suo, lo Assemani, _Italicæ Historiæ Scriptores_, tomo I, p. 488-489. Le ragioni che allega il Cenni per rifare il verso al nostro grande Annalista son futilissime, e basta a distruggerle il fatto che nella epistola si parla dei nefandissimi Beneventani come di vassalli di Carlomagno; il che non si potea dire innanzi la pasqua del 787. La epistola LIX del Gretser, ancorchè riferita dal Cenni al 776, mi pare scritta poco appresso l'altra, nello stesso anno 787. — Va errato bensì il Muratori, quand'ei scrive che Adelchi fosse in questo tempo patrizio di Sicilia. Ciò nè si può argomentare dalla detta epistola di papa Adriano, come lascia supporre il Muratori; nè è detto da alcun cronista; nè è punto verosimile. Il Muratori fu ingannato dall'assonanza dei nomi di Teodoto e Teodoro; dei quali il primo fu preso da Adelchi, come abbiam detto, e il secondo era il nome dell'eunuco, patrizio di Sicilia, che sbarcò in Italia con Adelchi il 788. L'Assemani, l. c., non manca di notare questo lieve sbaglio del Muratori.

[274] _Codex Carolinus_, edizione del Gretser, ep. LXXXVIII; edizione del Cenni, ep. XCI.

[275] Theophanes, _Chronographia_, tomo I, p. 718 (anno 6281); _Historia Miscella_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte I, p. 167; Einhardus, ed _Annales Laurissenses_, presso Pertz, _Scriptores_ etc., tomo I, p. 174, 175. — Due altre epistole di Adriano inserite nel Codice Carolino, sotto i numeri XC e XCII del Gretser, e LXXXIX e XC del Cenni, e poste dal Cenni nel 778, si debbono riferire, come io credo, a questo tempo. Trattano entrambe delle mene di Adelchi in Calabria; e nella seconda si dice che il patrizio di Sicilia e i due spatarii, sbarcati con esso ad Agropoli del mese di gennaio, erano iti a trovare la vedova di Arigiso a Salerno, e di lì eran passati a Napoli.

[276] Tale supposizione è fondata nel racconto di Sigeberto, cronista dell'XI secolo, il quale mal interpretando la _Historia Miscella_, credè a proposito far morire Adelchi, protagonista da tragedia, piuttosto che il pacifico Giovanni. Non dobbiamo oggi seguire l'errore noi che abbiamo alle mani Teofane, sul cui testo fu fatta la versione compendiata detta _Historia Miscella_.

[277] _Annales Laurissenses_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo I, p. 182, 186.

[278] Theophanes, _Chronographia_, tomo 1, pag. 736 (anno 6293).

[279] _Annales Laurissenses_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo 1, p. 198.

[280] Epistola citata dell'11 novembre 813, presso il Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tomo VII, p. 1114; e presso il Cenni, _Codex Carolinus_, tomo II, ep. IV di Leone.

[281] Epistola del 25 novembre 813, presso il Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tomo VII, p. 1117; e presso il Cenni, _Codex Carolinus_, tomo II, ep. X, di Leone.

[282] Johannes Diaconus, _Chronicon_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 312.

[283] Anonymus Salernitanus, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo II, parte II, p. 209.

[284] Diodorus Siculus, lib. V, cap. VI.

[285] Ve n'era in Palermo, Catania, Girgenti ec., come si scorge dalle epistole di San Gregorio, lib. V, 132; VII, 24, 26.

[286] A coteste famiglie di militari o impiegati venute di passaggio, e talvolta rimaste in Sicilia, par che appartenessero alcuni uomini dei quali il caso ci ha conservato i nomi; per esempio, Conone papa, nato in Tracia e educato in Sicilia; Sergio papa, oriundo d'Antiochia e nato a Palermo.

[287] Veggasi questo medesimo capitolo, pagg. 222 e 223.

[288] Theophanes, _Chronographia_, tomo I, p. 727.

[289] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 33 recto; MS. C, tomo IV, fog. 221 recto.

[290] Constantinus Porphyrogenitus, _De Thematibus_, lib. II, tomo III, p. 58. Sarebbe da approfondire il cenno etnologico di Costantino, relativamente ai Sicoli. Non saprei in quale scrittore antico egli abbia potuto trovare che Liguri fosse il nome generale de' popoli di cui facean parte i Sicoli; il qual nome, secondo la opinione del Niebuhr, non è altro che una variante di pronunzia della voce _Itali_.

[291] Veggasi Torremuzza (G. L. Castelli), _Siciliæ... veterum Inscriptionum_. Ricordisi inoltre la venuta di Porfirio, che scrisse e diè lezioni in Sicilia verso il 300.

[292] Papiro del 444, presso il Marini, _I Papiri diplomatici_; nº LXXIII, p. 108, seg. I nomi sono Zosimo, Caprione, Sisinnio, Eleuterio, Eubudo.

[293] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. VII, nº LXIII, indizione 2ª.

[294] Pirro, Sicilia Sacra, p. 997; Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, dissert. III, p. 423, seg.

[295] Anastasius Bibliothecarius, presso il Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo II, p. 145.

[296] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. VII, nº LXIII, indizione 2ª; e notisi la riflessione del Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 34, a proposito dei matrimonii dei preti.

[297] Diodorus Siculus, lib. I, cap. III.

[298] L'Assemani, trattando la presente questione nel tomo IV degli _Italicæ Historiæ Scriptores_, cap. II, §i 1 a 22, ha sostenuto che sempre prevalesse in Sicilia il linguaggio latino al greco. Ma gli esempii che allega anzi mi rafforzano nella mia opinione. Tra gli altri, v'ha le soscrizioni greche dei vescovi di Sicilia e di Calabria che sedettero nei Concilio di Costantinopoli dell'869-70.

[299] _Codex Theodosianus_, lib. XII, tit. XXXIII, XXXV. — Venticinque iugeri rispondono a un di presso a sei _hectares_ di Francia, e a tre salme e mezza di Sicilia. Ma ricavandosi pochissimo dalla terra, si dovrà quella riguardare come picciola possessione.

[300] Veggansi le autorità citate da Gibbon e dai suoi commentatori Guizot e Milman, cap. II, note 46 a 61.

[301] _Codex Justinianeus_, lib. XI, tit. XLVII, legge 18. Questa legge è scritta in greco, e posta tra quelle d'Onorio e Teodosio, ma senza ripetervisi i nomi di questi imperatori; talchè la data rimane incerta, e si può supporre più recente. Dice che i contadini (γεωργοὶ) altri sono ascrittizii (ὲναπόγραφοι), e i loro peculii appartengono ai padroni; altri, dopo trent'anni, divengono liberi coloni (μισθωτοὶ ἐλεύθεροι) con la roba loro, e sono obbligati a pagar canone e lavorar la terra. _E ciò_, conchiude la legge, _è più utile ed al signore e ai contadini_. Una testimonianza sì diretta non ha bisogno di comento.

[302] Ducange, _Glossarium mediæ et infimæ latinitatis_, voce _Colonus_. Ai tempi di Teodosio si distingueano in originarii e inquilini, cioè i nati nel podere e gli avventizii. Sotto Giustiniano forse questa ultima classe di coloni si diceva ascrittizii: e talvolta son chiamati tributarii ed inquilini, talvolta rustici e coloni, _Codex Theodosianus_, lib. V, tit. X; lib. X, tit. XII; lib. XIII, tit. I.

[303] _Codex Theodosianus_, lib. V, tit. IX, X, XI; Valentiniani, _Novellæ_, nov. IX.

[304] Dei conduttori in Sicilia si fa menzione nel citato papiro del 444, Marini, _I Papiri Diplomatici_, nº LXXIII, e nella epistola di San Gregorio, lib. I, nº XLII, indizione 9ª, che trovasi anco presso Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, num. LXIX, p. 110.

[305] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, ibidem. Oltre I conduttori distinti dai coloni, vi si parla di rustici in modo, che questa voce par sinonimo di coloni, se pur non comprende gli uni e gli altri insieme.

[306] Dei _servi_ dei fondi patrimoniali in Sardegna, e, come pensa Gotofredo, anche in Sicilia e in Corsica, si fa menzione in una legge di Costantino il Grande, _Codex Theodosianus_, lib. II, tit. XXV, data forse il 325. Veggasi anco Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, num. IV, p. 5. In un papiro del 489, risguardante certi poderi nel territorio di Siracusa, leggiamo _inquilinos sive servos_, presso Marini, _I Papiri Diplomatici_, nº LXXXII e LXXXIII, p. 128 e 129.

[307] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. I, nº XLII; e presso Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, nº LXIX, p. 110.

[308] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. X, nº XXVIII: “_sed in ea massa, cui lege et conditione ligati sunt, socientur._”

[309] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. V, nº XII.

[310] Ibidem, lib. III, nº IX; lib. V, nº XXXI e XXXII.

[311] Un fanciullo siciliano, per nome Acosimo, fu donato da lui il 593 al consigliere Teodoro, che avea ben meritato della Chiesa, e non possedea schiavi. Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. II, nº XVIII, indiz, 11ª.

[312] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. VII, nº XVIII, indiz. 2ª.

[313] Anastasius Bibliothecarius, presso Muratori, _Rerum Italic. Script._, tomo III, p. 147: “_Itemque et aliam jussionem direxit ut restituatur familia suprascripti patrimonii et Siciliæ, quæ in pignore a militia detinebatur._”

[314] _Codex Theodosianus_, lib. XI, tit. IX.

[315] _Codex Justinianeus_, lib. XI, tit. XLVII.

[316] Veggasi la legge del _Codex Justinianeus_, lib. XI, tit. XLVII, nº 18, citata di sopra, p. 190.

[317] _Codex Theodosianus_, lib. II, tit. XXV, legge di Costantino il Grande, di data incerta, forse del 325.

[318] _Codex Theodosianus_, lib. XI, tit. XVI, legge di Costanzo e Giuliano Cesare, data il 359. Questa e la precedente si leggono altresì presso il Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, nri IV e X, p. 5, 9.

[319] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, passim.

[320] Il papiro del 444, che ho citato più volte (Marini, _I Papiri Diplomatici_, nº LXXIII), mostra che i sette poderi tra masse e fondi appartenenti in Sicilia a Lauricio, e affittati separatamente, rendeano ogni anno soldi 753, 500, 445, 200, 144, 75, 52.

[321] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, passim.

[322] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. VIII, nº LXIII, indizione 3ª (a. 600-601). Il podere legato da una Adeodata per fondare un monistero di donne al Lilibeo, rendea dieci soldi all'anno netti di tasse; e vi erano tre ragazzi, tre gioghi di buoi, _altri cinque_ schiavi, dieci giumente, dieci vacche, quattro _iastulas vinearum_, quaranta pecore e altro. Si vegga anche il lib. XI, epistola XLIX, indizione 6ª (603, 604), ove si parla della vendita del vino prodotto delle vigne della Chiesa Palermitana.

[323] Beladori, nel _Journal Asiatique_, série IV, tomo IV, p. 365.

[324] Nell'880, come da noi si racconterà nel Libro II, cap. X, le forze navali bizantine venute presso Palermo presero moltissime barche cariche d'olio, certamente non esportato. Nell'XI secolo, Bekri ci attesta la esportazione degli olii da Sfax per la Sicilia e paese dei Rûm, _Notices et Extraits des MSS._, tom. XII, p. 465. Nel XII secolo si mandava grano di Sicilia in Affrica per levarne olio e altre derrate. Diploma del 1134, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 975.

[325] Veggasi il Lib. II, cap. II.

[326] Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, nº III, IV, IX, X, XXI, XXII.

[327] Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, nº XLI, XLII, XLIII, XLIV.

[328] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. IV, nº LXXVII, indizione 13ª (a. 595); e presso Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, nº CXVI.

[329] Theophanes, _Cronographia_, tomo I, p. 631.

[330] Veggasi Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, diss. VII, c. IV, seg.

[331] Veggansi i fatti presso Caruso, _Memorie storiche di Sicilia_, parte I, lib. V; Palmieri, _Somma della Storia di Sicilia_, tomo I, cap. XIV; Di Gregorio, _Discorsi intorno la Sicilia_, discorso XII.

[332] Justiniani _Novellæ_, nov. 75, altrimenti 104, _De præt. Siciliæ_; Savigny, _Histoire du droit romain_, tomo I, p. 226, e 232, cap. V, § 105, 107.

[333] Da questo diritto nacque senza dubbio l'uso che la curia votasse a parte dal clero e dalla plebe nella elezione dei vescovi. Due epistole di San Gregorio ci provano tal modo di votazione in Sicilia, e sono indirizzate l'una _Nobilibus Syracusanis, l'altra Clero ordini et plebi Panormitanæ civitatis_; lib. IV, nº XCI; lib. XI, nº XXII.

[334] _Codex Theodosianus_, lib. XII; Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. VII, nº XI, indizione 1ª, anche presso Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, nº CXLII, p. 188; Gibbon, _Decline and fall_, cap. XVII, con le osservazioni di Guizot e di Milman, alle note 172 e 180.

[335] Confrontinsi i Diplomi seguenti:

del 489 presso Marini, _I Papiri Diplom._, nº XXXII e XXXIII. verso il 504 pr. Di Giov., _Codex Sic. Diplom._, nº XXXVIII, p. 79. del 526-527 ibid. nº XLI e XLIII, p. 82-84. verso il 537 ibid. nº LI, p. 91.

Veggansi inoltre: Justiniani, _Novellæ_, nov. LXVIII; Di Giovanni, op. cit., diss. VI, cap. III, p. 458, seg.; Savigny, _Histoire du droit romain_, cap. V, § 106-108, p. 227, seg., che cita tra gli altri documenti le epistole di San Gregorio, delle quali ho fatto parola (p. 199, nota 3); e un'altra (della quale credo errata la citazione) scritta al vescovo di Tindaro intorno l'accettazione di certe donazioni, nella quale si ricorda essere bisognevoli a ciò le _gesta municipalia_.

Intorno i beni delle città, leggasi nel _Codex Theodosianus_, lib. XV, tit. I, legge 32, il rescritto di Arcadio e Onorio (anno 395) indirizzato ad Eusebio consolare di Sicilia, nel quale, provvedendosi alla conservazione delle città ed _oppida_ dell'isola, è detto: _De redditibus fundorum juris reipublicæ tertiam partem publicorum mœnium et thermarum subustioni_ (corretto da Gotofredo _substructioni_) _deputamus._ Fondi appartenenti alla repubblica, secondo il linguaggio legale che prevaleva in quel secolo, non significa que' del patrimonio imperiale, ma appunto beni comunali, come l'ha spiegato il Di Gregorio nel citato Discorso XII.

[336] Constantinus Porphyrogenitus, _De Thematibus_, lib. II, them. 10 e 11; _De administrando imperio_, tomo III, cap. XXVII, p. 58, 118, 121. Non occorre avvertire che la nuova divisione in temi, ancorchè si ritragga dalle opere di Costantino Porfirogenito, risalisce senza dubbio all'ottavo secolo. Ai tempi di quel povero imperatore (911-959) occupata tutta l'isola dagli atei Saraceni, com'ei li chiama, non rimanea del tema siciliano che la Calabria. Ei lo confessa nell'opera _De Thematibus_, dove prudentemente passa sotto silenzio Napoli e Amalfi ch'eran già repubbliche indipendenti. Nell'altro libro _De administrando imperio_ confonde i temi di Sicilia e di Longobardia, nominando sol questo ultimo, e dicendo che dopo Costantino il Grande vi si mandassero due patrizii, uno dei quali per la Sicilia, Calabria, Napoli e Amalfi, e l'altro che sedendo a Benevento, reggea Pavia, Capua e il rimanente. Soggiugne più innanzi che Napoli era l'antica capitale dei patrizii; e chi comandava Napoli, comandava alla Sicilia; e andato il patrizio a Napoli, il duca di Napoli veniva in Sicilia. Queste parole non provan altro che l'ignoranza dell'augusto compilatore o di chi fece il lavoro per lui. Oltre la discrepanza delle notizie date nell'opera _De Thematibus_, è evidente qui che si prenda per regola generale qualche fatto particolare, e si faccia uno strano miscuglio dei tre sistemi diversi; cioè quel di Costantino, quello dei temi e quello intermedio adottato da Giustiniano dopo il conquisto di Belisario. Al contrario, il nome del tema, la importanza strategica della Sicilia al tempo in cui si adoperò la novella divisione territoriale, e qualche esempio di comandi dati dal patrizio di Sicilia al duca di Napoli, mostrano che la parte primaria del tema fosse l'isola, e la capitale probabilmente Siracusa. Così anche pensa l'Assemani, _Italicæ Historiæ Scriptores_, tomo I, p. 356. Ciò è provato infine da una epistola di Adriano Primo a Carlomagno, nella quale dice che i Napoletani, prima di stipulare uno accordo col papa, voleano andare a chiederne il permesso al loro stratego in Sicilia, _Codex Carolinus_, edizione del Gretser, nº LXIV, edizione del Cenni, nº LXV.

[337] Varii suggelli di piombo danno i nomi e titoli di alcuni governatori e altri officiali pubblici di Sicilia sotto la dominazione bizantina; donde si vede come sovente variasse il titolo del governatore, o fosse data questa autorità provvisionalmente ad officiali di grado inferiore. Da una faccia del suggello si trova sempre il monogramma: [Illustrazione] che significa Κύριε βοήθει τῷ δούλῳ σῷ “Signore aiuta il servo tuo;” e nell'altra faccia si leggono i nomi seguenti:

Gregorio patrizio e stratego di Sicilia. Sergio id. id. Giovanni id. spatario e proconsole. Andrea consolare e stratego Stefano id. e spatario. Anastasio id. id. Giovanni patrizio e protospatario. Teodoro consolare. Gregorio id. e protonotario. Teodoro spatario e cartulario. Leonzio prefetto. Teofilo prefetto imperiale. Leone spatario e logoteta del corso (_posta_). Anatolio conte. Sergio consolare e luogotenente.

Veggasi Torremuzza (Gabriello L. Castelli), _Siciliæ veterum Inscriptionum_, p. 212, seg. I cronisti usano sempre i titoli ordinarii di stratego e patrizio. In una epistola di papa Adriano Primo a Carlomagno del 788 (_Codex Carolinus_, edizione del Gretser, nº XCII; edizione del Cenni, nº XC), si legge: _Cum dioecete, quod latine Dispositor Siciliæ dicitur._

[338] _Codex Theodosianus_, lib. VII, titoli _De Veteranis e De filiis veteranorum_.

[339] Anastasius Bibliothecarius, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo III, p. 147.

[340] Constantini Porphyrogeniti _Novellæ Constitutiones_, p. 1509. _De militaribus fundis._

[341] Si fa menzione particolare della annata di Sicilia nella epistola di Paolo Primo al re Pipino, _Codex Carolinus_, edizione del Gretser, nº XV; edizione del Cenni, nº XVIII; e nella epistola XXIV della prima, e XXXVIII della seconda di coteste edizioni.

[342] Theophanis _Chronographia_, p. 611, seg.

[343] Theophanis _Chronographia_, p. 702 e 705.

[344] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 164 recto, an. 178. Il Saint-Martin, nelle note a Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXVI, §i 27 e 36, registra due imprese di Elpidio nell'Asia Minore, il 791 e il 794, citando per la prima Abulfaragi, per l'altra Ibn-el-Athîr. Ma probabilmente si tratta di un sol fatto, recato da que' due compilatori sotto date diverse.

[345] La importanza della popolazione ebraica in Sicilia, alla fine del IV secolo, si vede da due epistole di San Gregorio, presso il Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, nri CXXVII e CXLVI.

[346] Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 5, 28, dà le traduzioni latine dei versi di San Giuseppe Innografo, e di tre diverse compilazioni della vita di San Leone, le quali mi sembrano dell'XI o XII secolo, e si dicono tratte da Manoscritti della Vaticana, del Monastero di Criptaferrata e del Salvatore di Messina. L'Innografo non cita il nome di Eliodoro; ma sol dice arso un che sturbava gli uditori della divina parola, e accenna a varii altri prodigii del Taumaturgo. Gli eruditi non sono stati di accordo su la età in cui visse San Leone: e alcuni, l'han tirato giù fino al 779. Ma non trovandosi tra que' prodigii alcun cenno della eresia iconoclasta, San Leone ed Eliodoro si debbon porre senza dubbio innanzi il 726, com'ha fatto ii Gaetani. Confrontisi D'Amico, _Catana Illustrata_, parte I, p. 363 a 386. Veggansi ancora queste leggende di San Leone, nella collezione dei Bollandisti, febbraio, tomo III, p. 222, seg. Le due epistole a nome di Lucio governatore di Sicilia, tratte da queste fonti e pubblicate dal Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, nri CCLXXIV e CCLXXV, sono evidentemente apocrife.

[347] D'Amico, _Catana Illustrata_, parte I, p. 363 a 386, parte III, p. 72 a 75, dice chiamato volgarmente il monumento Liodoro. Ma in oggi tal nome si pronunzia Diodoro, e anche Diodro e Diotro. Il Fazello, Deca I, lib. III, cap. I, dà al supposto negromante ambo i nomi: Diodoro e Liodoro. L'innesto dell'obelisco egiziano sull'elefante fu fatto nel 1736, come l'attestano due iscrizioni riferite dal D'Amico, III, p. 386. Quivi si vegga il disegno dell'obelisco, che è dato altresì dal Torremuzza, _Siciliæ veterum Inscriptionum_, p. 307.

[348] Theophanes, _Chronographia_, tomo I, 631.

[349] Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 32. Preferisco la data del 772, seguita da questo scrittore, a quella che altri ha voluto assegnare a San Giacomo di Catania, facendolo morire ai tempi di Leone Isaurico. Veggasi D'Amico, _Catana Illustrata_, parte I, p. 361.

[350] _Theophanes continuatus_, p. 48; Symeon magister, p. 642, seg.; Georgius monachus, p. 811, seg. Si vegga anche la collezione dei Bollandisti, giugno, tomo II, p. 960 a 963; Mongitore, _Bibliotheca Sicula_, tomo II, p. 66, seg.

[351] Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tom. II, p. 49; Collezione dei Bollandisti, aprile, tomo I, p. 266, 267.

[352] Si vegga il Capitolo VII, p. 175.

[353] Veggansi le omelie XI e XX di Teofane Cerameo, nella edizione di Scorso, p. 64, 125, 129 ec., e ciò che noi diciamo di questo sacro oratore nel Libro II, cap. XII.

[354] Theophanes, _Chronographia_, tomo I, p. 631.

[355] Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 611; e Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, dissertazione II, p. 421.

[356] Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, epistola di papa Niccolò Primo dell'860, nº CCLXXXI, p. 318, e dissertazione V, p. 452; Epistola di papa Adriano Primo del 785, _Acta Conciliorum_, tom. IV, p. 93, 94.

[357] Veggasi il Capitolo IV, p. 76.

[358] Paolo Diacono, lib. V, c. XIV. La principessa avea nome Gisa, sorella di Romoaldo signore di Benevento.

[359] Theophanes, _Chronographia_, p. 719, 720. Per esattezza di cronologia conviene notare che l'esilio dei cortigiani seguì il 790, e l'accecamento di Costantino il 797.

[360] Ibidem, p. 727. Teofane spiega il modo: cioè delinear le lettere con punture e versarvi sopra dell'inchiostro. Poco mancò che i carnefici non inventassero la stampa!.

[361] Nella maggior chiesa di Mola sopra Taormina si conserva questa iscrizione, tolta evidentemente da qualche antica fortezza: ΕΚΤΙΣΘΗ ΤΟΥΤΟ ΤΟ ΚΑΣΤΡΟΝ ΕΠΙ ΚΟΝΣΤΑΝΤΙΝΟΥ ΠΑΤΡΙΚΙΟΥ ΚΑΙ ΣΤΡΑΤΗΓΟΥ ΣΙΚΕΛΙΑΣ. Torremuzza (Gabriele L. Castelli), _Siciliæ veterum Inscriptionum_, p. 65.

[362] Tra i ragguagli dell'ambasceria affricana in Sicilia dell'813, troviamo che il patrizio rimproverava ai legati avere il governo di Sicilia pattuito con quel d'Affrica infino da ottantacinque anni, e non si essere mai osservato l'accordo. Indi il primo trattato torna al 728. Cotesti ragguagli leggonsi nella seconda delle tre epistole di papa Leone Terzo a Carlomagno, date il 7 settembre, 11 e 25 novembre 813, pubblicate dal Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tom. VII, p. 1114 a 1117; e nel _Codex Carolinus_ del Cenni, tom. II, ep. VIII, IX, X, di Leone; e le due prime anche dal Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, no. CCLXXVII, CCLXXVIII. La indizione che vi si cita, mostra che il Labbe andò errato a riferire l'epistola dell'11 novembre all'anno 812. Veggansi anche gli squarci di questi documenti presso il Pagi, _ad Baronium_, anno 813, §i 21, 22, 23.

[363] Questo mi sembra il miglior modo di spiegar le parole attribuite agli ambasciatori musulmani nella citata epistola di Leone Terzo dell'11 novembre 813. Scusavansi delle infrazioni loro apposte dal patrizio di Sicilia, allegando che morto il padre dell'_Amiramum_ (principe dei credenti) e rimaso costui bambino, era ita sossopra ogni cosa: liberatisi i servi; gli uomini liberi agognanti al poter supremo; tutti scioltisi a mal fare, come se non avessero principe sopra di sè. Ma in oggi, fatto adulto l'_Amiramum_, soggiugneano gli ambasciatori, ha ripigliato l'autorità, e farà osservare i trattati. Or non adattandosi cotesti particolari nè ai califi abbassidi di quel tempo, che erano signori degli Aghlabiti, nè agli Aghlabiti stessi, è forza supporre la relazione del papa, come pur la dovea essere, mutila e inesatta, e conviene indovinar ciò che vi manchi. A creder mio, vi manca che i legati venivano dai due stati, aghlabita e edrisita, e che quest'ultimo avea commesso le ostilità. Parmi infatti che per le accennate parole degli ambasciatori non si alluda alle guerre civili di Mamûn col fratello, come ha pensato M. Reinaud (_Invasions des Sarrazins en France_, p. 123, 124), ma piuttosto alle vicende della dinastia degli Edrisiti. Il fondator di essa morendo non lasciò figliuoli; se non che una sua donna partoriva due mesi appresso (793) un bambino, per nome anche Edrîs, al quale i Berberi si accordarono di ubbidire; e fu salutato _imam_, ossia pontefice e principe, all'età di undici anni. Al tempo dell'ambasceria ne avea venti; avea fondato la città di Fez, e cominciato a rassodare e allargare il dominio. A questo Edrîs convengono dunque i particolari anzidetti. A ciò si aggiunga che Ibrahim-ibn-Aghlab dopo aver tentato, e forse non da senno, di spegnere questa dinastia rivale dell'abbassida, avea fatto con essa un tacito accordo, che durava ancora dell'813.

[364] Veggansi i cronisti citati da M. Reinaud, _Invasions des Sarrazins en France_, p. 121 e 122, e da Wenrich, _Commentarium_, lib. I, cap. III, §i 46, 47. La principale autorità, fonte delle altre, è quella d'Einhardo, e degli _Annales Laurissenses_, che si veggano meglio in Pertz, _Scriptores_, tom. I, dall'anno 806 all'812.

Ibn-el-Athîr, MS. A, tom. I, fog. 140, sotto l'anno 206 (5 giugno 821 a 25 maggio 822), nota una scorreria del Musulmani d'Affrica in Sardegna, ove fecero preda, e talvolta vinsero, e talvolta furono rotti, ma alfine se ne andarono.

[365] Epistola di Leone Terzo, del 7 settembre, citata a p. 224, in nota.

[366] Einhardus, presso Pertz, _Scriptores_ etc., tom. I, p. 199. Questo cronista, copiato dai susseguenti, riferisce all'812 i raccontati avvenimenti, non esclusa la distruzione “quasi totale” dell'armata che assalì la Sardegna. Ma l'epistola di Leone Terzo dell'11 novembre, citata a p. 224, in nota, porta positivamente il naufragio nel giugno della 6ª indizione, che fu dell'813. D'altronde si può dubitare se gli assalitori di Nizza fossero stati gli stessi di Civitavecchia, e gli uni o gli altri Spagnuoli, ovvero dell'Affrica occidentale.

[367] Nella citata epistola di papa Leone dell'11 novembre, dopo essersi fatto menzione della lettera del cristiano d'Affrica, si aggiugne: _Et hoc factum est mense junio, quando illud signum igneum, tamquam lampadam in cœlo multi viderunt._ Non si ritrae dove si trovassero quei _multi_, e se tutti in una stessa regione.

[368] Epistola di Leone Terzo data il 7 settembre, citata di sopra. In questa gli assalitori son chiamati sempre _Mauri_. Nella epistola seguente si dà sempre il nome di _Saraceni_ ai Musulmani dello stato aghlabita.

[369] Veggasi la nota 1, p. 225.

[370] Secondo la epistola di Leone Terzo, gli ambasciatori erano venuti _in navigio Veneticorum, et sic veniendo combusserunt igne navigia quæ de Spania veniebant_.

[371] Veggasi il presente libro, cap. VI, p. 148-149. Il narratore è un Soleimân-ibn-Amrân, e lo squarcio della narrazione si legge nel _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 recto. La reciproca sicurtà dei mercatanti siciliani in Affrica si suppone dal fatto che un di loro avea scritto al patrizio (si vegga sopra a p. 228). Non fa specie che Soleiman taccia il patto della reciprocità, sendo stato uso costante di tutte le tregue tra Musulmani e Cristiani, che ciascuna delle due parti promulgasse solo i patti favorevoli ai proprii sudditi e tacesse gli obblighi contratti verso i nemici.

[372] Epistola dell'11 novembre 813, citata a p. 224, in nota.

[373] Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tom. I, p. 160, seg., da un MS. greco del monastero del Salvatore di Messina attribuito a Pietro vescovo di Tauriano che visse sotto Leone eretico, e andò a lui, tremando di paura, il terzo anno del suo regno. Dei tre imperatori bizantini ai quali convengono tal nome e tal ingiuria, il Gaetani preferisce, come più antico, Leone Isaurico, senza badare a ciò che questi nel terzo anno del suo regno non si era per anco chiarito contro le immagini. Perciò mi par che si tratti piuttosto dell'Armeno. Il buon vescovo di Tauriano dice aver visto il naufragio della nave musulmana, e narra dopo di quello la sua missione a Costantinopoli. Alcuni versi di San Giuseppe Innografo, citati dal Gaetani, dicono anche del miracolo di San Fantino contro i Musulmani.

[374] Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 35 recto. L'autore, non contento di notare l'anno della egira, aggiugne che questa _scorreria_ fu fatta circa otto anni avanti il _conquisto_ di Ased-ibn-Forât.

[375] Erchempertus, cap. XI, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tom. II, parte I, p. 240.

[376] Leo Marsicanus, lib. I, cap. XXI, presso il Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo IV, p. 296, e presso Pertz, _Scriptores_, tomo VII, p. 596. Nella edizione del Pertz si nota l'errore di cronologia, e che appartenga a Leone, non ad Erchemperto. Aggiugnerei che Leone nel cap. XX porta alcuni fatti dell'827, e che però è possibile che i copisti trascrivendo la data in numeri romani abbiano lasciato indietro la cifra delle unità.

[377] Il Martorana par che abbia dubitato del fatto, poichè nol porta espressamente nel testo, cap. II, tom. I, p. 30; ma sì nella nota 28, nella quale cita Leone d'Ostia e il Curopalata (Giovanni Scylitzes). Il Wenrich confrontò e corresse coteste citazioni. In fatti ei toglie via quella di Scylitzes, che non ha che fare qui, e aggiugne in primo luogo l'attestato di Erchemperto. Ma, trattenendosi a mezza strada, l'erudito tedesco adatta al racconto d'Erchemperto la falsa cronologia di Leone, e così cade anche egli nell'errore di raddoppiare il fatto. Lib. I, cap. IV, § 51.

[378] Fazzello, Deca II, lib. VI, cap. I.

[379] Questa è la giusta ortografia al modo nostro di trascrivere l'alfabeto arabico.

[380] M. Reinaud ha notato ciò nella versione francese della Geografia d'Abulfeda, tom. II, pag. 179. Aggiungo che tra gli strafalcioni di Leone ve n'ha uno, il quale prova non solo che scrivesse di memoria, ma ancora che non avesse buona memoria. Ed è che un califo fatimita d'Egitto abbia mandato Giawher a conquistare la Barbaria; e che, ribellatosi il governatore di questa provincia, il califo El-Kaim abbia scatenato sopra quella gli Arabi d'Egitto. Sarebbe lo stesso a dire che Giustiniano da Roma mandò Belisario ad occupare Costantinopoli; e che Roma fu saccheggiata dalle genti del Bastardo di Borbone per comando di Filippo il Bello.

[381] Ecco questo squarcio dell'opera geografica di Leone Africano sottoscritta di Roma, il 10 marzo 1526, ch'io copio su la edizione del Ramusio, tom. I, p. 69 verso. Detto che sotto la dinastia degli Aghlabiti Kairewân crebbe di grandezza e di popolo, Leone aggiunge che il signore del paese “fece fabbricare appresso un'altra città cui pose nome Recheda, nella quale habitava egli e i primieri della sua corte. In questo tempo fu presa Sicilia dalli suoi eserciti mandativi per mare con un capitano detto Halcama, il quale nella detta isola edificò una piccola città per fortezza et sicurtà della sua persona, chiamandola dal suo nome, la quale vi è sin oggi chiamata dai Siciliani Halcama. Dapoi quest'Halcama fu quasi assediata dalli esserciti che vennero in soccorso di Sicilia; allora il signore di Cairoan mandò un altro essercito più grande con un valente capitano chiamato Ased, il quale rinfrescò Halcama, et tutti si ridussero insieme et occuparono il resto delle terre che rimaseno.” E Leone non ne dice altro.

[382] Veggasi la notizia biografica che dà Leone Affricano dello Esseriph Essachali, com'ei chiama Edrisi. Presso Fabricio, _Bibliotheca Græca_, tom. XIII, p. 278.

[383] _Belgia_ in arabico vuol dir crepuscolo sia mattutino sia vespertino. Su i nomi geografici ai quali accenno, si vegga il capo I del lib. III.

[384] Questi due righi e la esposizione delle testimonianze storiche eran già scritti, quando si pubblicò, il 1845, il lavoro del Wenrich, dove si trova (lib. I, cap. IV, § 52) una frase che a prima vista pare poco diversa e un metodo d'esamina somigliante al mio, ancorchè con altri fatti e altri risultamenti. Non essendo uso a rubare gli altrui lavori, mi basta avvertire il lettore, e lascio la forma del mio scritto com'ella stava.

[385] Veggasi la prefazione del Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tom. I, parte II, p. 287 a 289. La cronica pare scritta verso l'872, e l'autore allude a quella come ad opera giovanile in altri opuscoli assai meno importanti ch'ei dettò verso il 902.

[386] _El-Kadhi_: il cadi Ased-ibn-Forât.

[387] Johannes diaconus, _Chronicon_ etc., presso il Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tom. I, parte II, p. 313.

[388] Anonymi Salernitani, _Paralipomena_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tom. II, parte II, cap. XLV, p. 163, seg.; presso Pratillo, tom. II, cap. LI, p. 119 (che varia il numero dei capitoli), e meglio presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, cap. LX, p. 498. Su l'autore veggansi le prefazioni del Muratori e del Pertz. Il Muratori crede che il nome di lui sia stato Arderico.

[389] Le stesse croniche bizantine denotano Teognosto come autore dei canoni grammaticali: la sola opera che ci rimane di lui, Θεογνοστου κάνονες, presso Cramer, _Anecdota Græca_, tom. II, Oxford 1835.

[390] _Theophanes continuatus_, p. 3, in fine del titolo. A p. 81, § 26, di Michele il Balbo, in fin della impresa di Orifa in Creta si legge: “ed ei ci lasciò la briga di liberare l'isola dagli Agareni. Rimettasi ciò nelle mani di Dio: ma anche noi dobbiamo darcene pensiero; e dì e notte l'animo nostro se ne travaglia.” Queste parole non poteano esser dettate che dallo imperatore.

[391] Veggasi Ducange, _Glossarium mediæ et infimæ latinitatis_, alla parola _Magister_, e _Glossarium mediæ et infimæ græcitatis_, alla voce Μαγίστερ

[392] ..... λαβόντος ἀρχὴν ἄρτι πρῶτον λαοῦ άμαρτίας. κ. τ. λ.

[393] Symeon Magister, nel volume _Theophanes continuatus_, p. 621, 622, § III, del regno di Michele il Balbo. Su l'autore veggasi Fabricius, _Bibliotheca Græca_, tom. VII, lib. V, cap. I, § 10.

[394] Τουρμάρχης τελῶν. Τέλος, che ho tradotto _milizia_, è voce generica e vaga. Non così turmarca, che risponde, negli ordini militari d'oggi, a generale di brigata. Comandava una turma o μὲρος, composta di tre _drungæ_, o μοῖραι, ciascuna delle quali, a un di presso come i nostri reggimenti, variava da 1000 a 2000 uomini. Sopra il turmarca o merarca non era che il generale in capo o stratego: sotto venivano i drungarii o chiliarchi. Veggasi la _Tattica_ dell'imperatore Leone, detto il Sapiente, cap. IV del testo greco, e nella versione francese del Maizeroi, p. 33. Veggasi anche Ducange, _Glossarium mediæ et infimæ græcitatis_, alle voci τουρμάρχης, τοῦρμα, μοῖραι.

Al tempo di Leone, drungario e turmarca eran titoli di capitani nelle armatette provinciali, non già nel navilio imperiale; op. cit., versione del Maizeroi, p, 146. Il Cedreno dà ad Eufemio il vago titolo di Ἑξηγούμενος.

[395] La versione latina del padre Combefis, ristampata nella edizione del Niebuhr, non è molto esatta in questo luogo, nè in parecchi altri. Oso correggerla, afforzandomi dell'autorità di M. Hase, il quale, cortese quanto egli è sapiente ed erudito, si è piaciuto rivedere e postillare la versione mia.

[396] In fatti si trova minacciato questo supplizio nelle _Basiliche_ (Βασιλικῶν, lib. LX, titolo XXXVII, cap. LXXI, LXXIV, LXXV, e _Liber Leonis et Constantini AA._, tit. XXVIII, cap. X, XI, XII), non solo ai seduttori delle monache, ma sì a chi viziasse l'altrui fidanzata, o sposasse la propria comare. Indi si vede la confusione che portavano già nella morale le ubbíe religiose, e come, tra quelle e il dispotismo, si guastava la legge romana.

[397] Συντουρμαρχῶν. Questa voce mal copiata o mal compresa nell'esemplare del Curopalata (Giovanni Scylitzes) ch'ebbe alle mani il Fazzello, gli fece scrivere che Eufemio fosse stato consigliato dalli _Scythamarchi_.

[398] L'autore, supponendo un califo anche in Affrica, e guastando il nome di Emir-el-Mumenin, lo chiama ʾαμεραμνουνῆς. Ho scritto questo titolo secondo la elegante corruzione che ne fecero i nostri antichi.

[399] _Teophanes continuatus_, lib. II, cap. XXVII, p. 81, 82.

[400] Op. cit., lib. II, cap. XXII, p. 76, 77.

[401] Così chiaramente nei MSS. d'Ibn-el-Athîr e d'Ibn-Khaldûn, ancorchè senza vocali brevi. Dei due MSS. di Nowairi, il più moderno (Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds, 702 A), omettendo al solito le vocali brevi, scrive anche _k s n tin_; ma l'altro (Ancien Fonds, 702), autografo, ovvero copiato sopra un autografo, ha una volta _f s n tin_, e tre volte, lasciando la prima lettera senza punti diacritici, sì che possa leggersi _f_ ovvero _k_, la fa seguire da quattro lettere — _s tin_, ovvero da cinque — _s n tin_. La lezione _f s tin_ potrebbe benissimo supporsi copiata dal nome di Fotino; perocchè la s, che v'ha di più, si confonde spesso nei MSS. con un frego di penna orizzontale che servisse di legatura tra due altre lettere. Ve n'ha infiniti esempii nei MSS., e molti nelle iscrizioni lapidari, e in quelle ricamate su drappi o rilevate su metalli.

[402] Il Ducange, _Glossarium mediæ et infimæ græcitatis_, spiega la voce Σοῦδα _fossa sudibus munita_, cioè fosso con palizzata. In Creta si addimandò Suda il luogo ove posero il primo campo i Musulmani. Da χάραξ che significa lo stesso in greco antico, prese nome un vicin promontorio. I Musulmani chiamarono il campo loro, poi divenuto capitale, _Khandak_, che significa la stessa cosa.

[403] Quest'ultima frase è data dal solo Nowairi. M. Caussin de Perceval, padre, che il voltò in francese, e il Di Gregorio che lo ritradusse in latino, rendono quelle parole _un des principaux patrices ed ex præcipuis inter patricios_. Ma la voce del testo _mokaddem_ significa precisamente “posto innanzi a tutt'altri” e indi “condottiero, capo di parte.” La parola seguente dice “dei suoi patrizii” riferendosi il pronome relativo a Costantino. Pertanto mi par che si tratti certamente dei patrizii siciliani. Debbo avvertire che la costruzione grammaticale del testo lascia un po' dubbio se Eufemio fosse il caporione, ovvero _uno dei_ caporioni.

[404] Ciò dal Nowairi. Il Caussin avvertì in nota che talvolta gli scrittori arabi avessero disegnato col nome di Alemanni gli Italiani; e allegò in esempio un passo di Abulfaragi, autore del XIII secolo. Il Di Gregorio non ne volle altro per tradurre a dirittura _quemdam ab Italia oriundum_. Ma tale interpretazione non può accettarsi. Gli scrittori arabi chiamano ordinariamente gli Italiani _Rûm_, che vuol dire anche Bizantini, e talvolta ci danno il nome di _Ankabard_, talvolta di _Franchi_; confondendoci con le varie razze dei dominatori. Non parlano poi dell'Italia come parte dell'Alemagna altri scrittori che que' dei tempi di Federigo II imperatore, come appunto Abulfaragi, ovvero più moderni, come Abulfeda. Questi due, se non m'inganno, sono i soli autori arabi caduti in tale equivoco, che non si può supporre affatto in uno scrittore del X o XI secolo, come quello copiato da Nowairi. D'altronde è probabilissimo che v'abbia un errore nel MS.; sì chè vi leggerei Armeni, non Alemanni. I mercenarii di schiatta germanica non aveano cominciato per anco a venire a Costantinopoli. Per lo contrario gli Armeni erano frequentissimi nell'esercito bizantino. Infine l'ortografia che troviamo in Nowairi non sarebbe corretta se si trattasse di Alemanni; ma aggiugnendovi una r, lettera non legata nella scrittura arabica e perciò facile a sfuggire, si avrebbe il nome di Armeni.

Lo stesso errore si trova nei MSS. di Nowairi, là dov'ei dice venuto in Sicilia l'828 col patrizio Teodoto un esercito, la più parte, di Alemanni. Quivi è evidente che si debba leggere Armeni. Veggasi il cap. III del presente Libro.

[405] Questo nome, mancando di vocali brevi in tutti i MSS. che ho veduto, ha le sole lettere _B lât h_. Credo non debba leggersi _Platâh_ come han fatto M. Caussin e il Di Gregorio; poichè gli Arabi non comincian mai le sillabe con due consonanti, e al certo, volendo trascrivere _Plata_, avrebbero messo avanti una _alef_, dando alla voce la forma di _Iblâtah_. Del rimanente mal potremmo apporci al vero nome. Forse è inesatta trascrizione del titolo di Curopalata, Palatino o simili. La mutazione della _b_ in _p_ va bene, mancando nell'alfabeto arabico la seconda di queste lettere.

[406] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 122 verso; MS. C, tomo IV, fog. 191 recto; Nowairi, presso Di Gregorio _Rerum Arabicarum_, p. 3, 4, e versione del Caussin, p. 10, 11; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 103 a 105.

[407] _Riadh-en-nofûs_, MS., nella vita di Ased-Ibn-Forât, MS., fog. 28 recto e verso.

[408] Εὺφήμιος ed Εὺθὺμιος pronunziati Evfimios ed Evthimios, poichè in tutto il medio evo, come in oggi, e anche nell'antichità, i Greci pronunziavano la η, come la υ e l'ι; le quali lettere si trovano scambiate nella più parte dei MSS. Anche i copisti greci soleano scrivere cotesti due nomi l'uno per l'altro, come si vede dal Cedreno, edizione di Bonn, tom. II, p. 795.

[409] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 26 recto; Ibn-Abbâr, MS., fog. 148 verso.

[410] _Riadh-en-nofûs_, e Ibn-Abbâr, II. cc.

[411] Questo fatto si ritrae da Ibn-Khaldûn, il quale con lieve anacronismo intitola Ased cadi in quel tempo, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, ediz. di M. Des Vergers, testo p. 35, e versione p. 92, dove mi par che debba sostituirsi la voce minacce alla frase _offrir des présents_. In luogo di Mogiâled forse si dee leggere Mokhâled, secondo il Nowairi, _Conquête de l'Afrique_, in appendice alla _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, trad. di M. De Slane, tomo I, p. 400 e 405.

[412] Il fatto della elezione e di chi la consigliava si legge nel _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 recto. Vi si nota altresì che avanti Ased e Abu-Mohriz non si fossero mai visti due cadi a un tempo in una capitale. Parmi che nè anco se ne incontri esempii altrove. Vi furon bene nei tempi posteriori in una stessa città quattro cadi, ma delle quattro scuole diverse che viveano insieme in pace. Il _Baiân_, tomo I, p. 89, porta anco la destinazione di Ased a cadi l'anno 205, e la novità dell'esempio.

[413] Harun-Rascid riordinò la magistratura e istituì il Kadi-'l-Kodâ, ossia cadi dei cadi, supremo giustiziere dello Stato, sedente nella capitale. Verso quel tempo i magistrati e giuristi ebbero una divisa lor propria. Veggasi Hamilton, _Hedaya_, tom. I, p. XXXIV.

[414] Al dire d'Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 29 verso, il califo Mehdi, nella fierissima sua persecuzione contro i Zindîk in Oriente, creò un inquisitore apposta, intitolato Sâheb-ez-zenâdika, l'anno 198 (794-5). Furonvi molti mandati al patibolo e gran copia di libri dati alle fiamme. Zindîk significa in generale miscredente, scettico, ateo; ma par che in principio questa appellazione siasi data ai Manichei, forse anche ai Guebri, e si vuole nata dal nome del linguaggio zend e del libro sacro degli antichi Persiani, il Zendavesta.

[415] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 29 recto. Quivi si nota che i due cadi seguirono la opinione dei giuristi dell'Irak e l'altro consultore quella dei giuristi di Medina. Que' discepoli di Malek si appigliarono dunque alla decisione più mite di Abu-Hanîfa più tosto che a quella del loro maestro. Su la prima veggasi l'_Hedaya_, tomo II, lib. IX, cap. IX, p. 225. La seconda è sostenuta dal compilatore del _Riadh-en-nofûs_, scrupoloso Malekita.

[416] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 verso. Il caso di coscienza era: _an fas esset balneum intrare cum cunctis pellicibus suis nudis._ Abu-Mohriz sostenea esser lecito al signore di guardarle da capo a piè, ma non ad esse _quod vicissim pudenda conspicerent_.

[417] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 recto.

[418] Ibn-Abbâr, MS., fog. 148 verso.

[419] Ibn-Abbâr, loc. cit.

[420] La biografia di Ased si ritrae tutta dal _Riadh-en-nofûs_ e da Ibn-Abbâr, che ho citato. M. Des Vergers, in nota a Ibn-Khaldûn, p. 105, ne ha fatto un cenno preso dalle medesime sorgenti; dal quale se io differisco in qualche parte, è che mi è parso interpretare in altro modo i testi e i fatti. Il Conde, _Dominacion de los Arabes en España_, parte I, cap. 75, ha tradotto, al solito suo con errori, lo squarcio di Ibn-Abbâr. Tra gli altri, ei fa Ased congiunto (deudo) di Ibrahim-ibn-Aghlab.

[421] Ibn-el-Athîr, MS. A, tom. I, fog. 123 recto; MS, C, tom. IV, fog. 191 recto.

[422] _Theophanes continuatus_, lib. II, cap. 27, p, 82.

[423] Si ritrae dalla discussione di dritto riferita nel _Riadh-en-nofûs_; poichè gli ambasciatori dei quali vi si fa menzione non poteano esser que' di Eufemio, sostenendo non essere stata violata la tregua dal governo di Sicilia.

[424] Soleiman-ibn-Amrân, presso il _Riadh-en-nofûs_, fog. 28 recto. Soleiman sedè tanto in questa adunanza, quanto in quella dell'813, nella quale era stata promulgata la tregua. Il versetto del Corano citato da Ased è il 133 della sura III; ma il testo che corre oggidì ha una lezione inferiore d'assai alla variante di Ased, dicendo più rimessamente: “Non vi sbigottite nè vi attristate; chè avrete il primato, se sarete credenti.” Il patto della tregua, come lo riferisce lo stesso Soleiman (veggasi il Lib. I, cap. X, p. 229) portava assolutamente l'obbligazione di lasciare andar liberi dalla Sicilia tutti i Musulmani che il volessero. Tuttavia è probabile che si fosse stipolata, per reciprocità, qualche clausola analoga a quelle della legge musulmana. Secondo questa uno straniero infedele venuto a mercatare come _Mostamîn_, ossia guarentito da una permissione in buona forma, può dimorare un anno senza molestia. Scorso il qual tempo, è costretto a pagare la _gezia_ come gli _dsimmi_, ossiano sudditi infedeli, e dopo qualche tempo può essere al par di quelli ritenuto nel paese. Veggasi Hamilton, _Hedaya_, lib. IX, cap. VI.

[425] Ahmed-ibn-Soleiman, presso il _Riadh-en-nofûs_, fog. 28 recto.

[426] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 4. Il personaggio di cui si parla è diverso dal celebre giurista contemporaneo, Sehnûn-ibn-Sa'id.

[427] Soleiman-ibn-Amrân, presso il _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 recto. Il _Baiân_, tomo I, p. 95, dice più brevemente che Ased si presentò come candidato a Ziadet-Allah, e fu accettato.

[428] Presso il _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 verso.

[429] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 4.

[430] La voce che rendo “signoria” è _wilâia_ e _welâia_, che significa l'autorità del capo di famiglia o tribù, d'indole diversa, come ognun sa, dalla signoria dei baroni nel medio evo. Avrei tradotto “clientela,” se questa voce, posta assolutamente, non ci avesse trasportato a Roma antica, e dato così un significato assai più lontano.

[431] Sceikh anonimo, citata da Abu-'l-Arab, scrittore della prima metà del X secolo, presso il _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 verso.

[432] Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione di M. De Slane, tomo I, p. 277, e testo arabico tomo I, p. 179. Vi è nominato un condottiero di questa tribù che combattè in Sicilia, Zowâwa-ibn-Ne'am-el-Half.

[433] Ciò si ricava dal fatto che ho narrato nel Lib. I, cap. VI, p. 142.

[434] _Baiân_, tomo I, p. 95.

[435] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 4. Il _Baiân_, l. c., dice 700 cavalli, e grandissimo numero di fanti; Ibn-Abbâr, MS., fog. 148 verso, 10,000 uomini, dei quali 700 cavalli; Abu-'l-Arab, citato nel _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 verso, dà ad Ased 10,000 cavalli; Ibn-Wuedran, MS., § 1, e versione francese di M. Cherbonneau, _Revue de l'Orient_, décembre 1853, p. 424, citando Ibn-Rascîk, autore dell'XI secolo, dice che l'esercito sommò a un dipresso a ventimila uomini; Ibn-abi-Dinâr (El-Kaïrouani), versione francese, p. 83, a un dipresso a diecimila.

[436] Abulfeda, _Géographie_, versione francese, tomo II, p. 199; Tigiani, nel _Journal Asiatique_, août 1852, p. 104; Ibn-abi-Dinâr, loc. cit.

[437] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 4. Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn portano la sola data del mese. Nowairi fa cadere il 15 rebi' 1º (16 è errore corso nella versione di M. Caussin e del Di Gregorio) in giorno di sabato. Fu veramente un giovedì. Il Rampoldi fa combattere due battaglie navali in questo passaggio; la origine del quale errore si vegga nel capitolo seguente, p. 287, nota 2.

[438] Nowairi, loc. cit.

[439] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 verso; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, pag. 106. M. Des Vergers, secondo il MS. di Parigi ha tradotto questo passo: “Les Arabes se tenaient d'abord (par défiance) a l'écart du chef de l'île et des Grecs de son parti; mais s'étant ensuite réunis, ils mirent en fuite Palata et son armée, dont ils pillèrent tous les bagages.” Ma la lezione del MS. di Parigi è manifestamente erronea, e va corretta con quella di un MS. di Tunis, del quale io ho alcuni estratti. Indi convien tradurre: “Il Palata venne alle mani con gli Arabi; i quali fecero mettere in disparte il capo (Eufemio) e tutti gli altri Greci che (insieme con lui) li avean chiamato in aiuto contro il Palata e sua fazione. Sconfitto il Palata e i suoi, gli Arabi fecero bottino della roba loro, e il Palata fuggissi.”

Ibn-el-Athîr e Nowairi dicon solo del comando dato di mettersi in disparte: e l'ultimo aggiugne che Ased “non volle aiuto da lui.” Questa è la frase che il Di Gregorio, guastando testo e versione francese, rese in latino: _eorum etenim fidem expertus non fuerat._

Secondo il _Riadh-en-nofûs_, la divisa fu un poco di Hascisc, che in generale significa “erba secca,” e anche pianta.

[440] Soleiman-ibn-Sâlem, presso il _Riadh-en-nofûs_, loc. cit., con la salvaguardia d'un “si dice.” Replicarono questa esagerazione. Ibn-Rascîk, citato da Ibn-Wuedran e Ibn-abi-Dinâr che lo copia.

[441] Nowairi, loc. cit. Moltissimi luoghi in Sicilia chiamansi _Balata_, che è la voce latina _platea_, guasta dagli Arabi nel suono e nel significato, e in oggi nel dialetto dell'isola significa “pietra da lastrico,” e altresì “pietra viva e liscia, non tolta per anco dal monte.” Pertanto, non sapendosi nè donde venisse il Palata, nè a quanta distanza l'andasse a incontrare Ased, sarebbe difficile determinare il luogo della battaglia, anche supponendo che ritenga tuttavia il nome. Nondimeno v'ha a sei miglia da Mazara un promontorio, detto da Edrisi _Râs-el-Belât_, e in oggi capo Granitola o punta di Sorello, che si stende in una vastissima pianura in parte paludosa, _margiu_, come noi diciamo in dialetto. La uscita di Ased da Mazara in ordinanza e la ritirata dell'esercito siciliano verso Castrogiovanni convengono benissimo ad una battaglia data in quella pianura. M. Famin, _Histoire des Invasions des Sarrazins en Italie_, tomo I, p. 150 in nota, promette dimostrare in appresso che la battaglia si diè a Platani, castello distrutto. Gli argomenti suoi, che non conosciamo per anco, possono esser due: la vicinanza del luogo e la somiglianza del nome. Ma il luogo è lontano da Mazara cinquanta miglia, e secondo Edrisi dovrebbe dirsi 70; il che non si accorda con la marcia in ordinanza. Il nome è diverso; poichè gli Arabi, Nowairi con gli altri, nominando quel castello di Platani che si arrese ai Musulmani l'840, scrivono Iblâtanû, non già Belât.

[442] Il testo del Nowairi dice che Ased uscì di Mazara _'alâ ta'bia_ per andare a trovare il Palata nella pianura Palata o Balata. M. Caussin, padre, prese _ta'bia_ per nome di luogo, e tirossi dietro il Di Gregorio, che per giunta soppresse nel testo la preposizione _'alâ_, che vuol dire: “sopra, in, in stato di.” Indi tradussero, l'uno: _marcha vers Taabia_; e l'altro: _progressus exinde fuit ex Mazara ad Taabiam_. Ma _ta'bia_ significa “schiera, ordinanza, ordine di battaglia;” e il Nowairi un rigo sotto replica il verbo _'aba_, dal quale viene tal voce; oltrechè se si trattasse di nome di luogo qualunque arabo gli avrebbe messo innanzi la preposizione _ila_, “verso, alla volta di,” e non già _'alâ_. Ibn-el-Athîr usa anch'egli in altro caso della guerra di Sicilia la voce _ta'bia_ nel senso di schiera, ordinanza. Però non v'ha il menomo dubbio alla correzione che io fo: “Indi Ased cavalcò in ordinanza da Mazara per andare a trovare il Palata, il quale stava in una pianura che ebbe lo stesso nome di lui.”

[443] Così pare, poichè sappiamo dai Musulmani lo sbarco il 13 giugno, e la _Cronica di Cambridge_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 41, porta la occupazione dell'isola a mezzo luglio 6335, notando, com'è probabile, lo evento più segnalato, che fu questa battaglia.

[444] Oltre i molti esempii nelle battaglie, questa usanza è attestata nella Tattica dell'imperatore Leone, versione francese, p. 122.

[445] Presso il _Riadh-en-nofûs_, l. c. L'autore aggiugne il comento che “Barbari della costiera” alludesse a que' che avean preso la fuga nella prima battaglia data da' Musulmani in Affrica. Forse fu questa ricordanza che suggerì di dare 150,000 uomini al Palata, come se n'erano supposti 120,000 nell'esercito di Gregorio.

[446] La ritirata del vinto a Castrogiovanni è riferita dal Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 5. Il rimanente da Nowairi stesso; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 recto; MS. C, tomo IV, fog, 191; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 106.

[447] Il solo Nowairi, l. c., indica il cammino tenuto dall'esercito musulmano pria che giugnesse ad Acri. Ei ne nomina due luoghi soli, il primo dei quali basta al proposito nostro, poichè si dice espressamente posto sul mare. E veramente il più breve e facile viaggio da Mazara a Siracusa corre lungo la marina fino a Terranova, e di là continua tra i monti quasi in linea retta. Secondo l'Itinerario d'Antonino, questo viaggio seguirebbe in parte il primo, e in parte il secondo dei sentieri di posta dei Romani tra Girgenti e Siracusa; l'uno dei quali costeggiava sempre il mare, e l'altro mai nol toccava. Il punto di ravvicinamento di questi sentieri era nelle poste di _Plaga Calvisianis_ del primo, ed _Hybla Haerea_ del secondo, situate l'una presso Terranova, e l'altra presso Chiaramonte; tra le quali due stazioni l'Itinerario non segna strada; ma v'ha oggi, e di certo non mancava al tempo dei Romani.

Determinata così con certezza la marcia di Ased, ci rimane a trovare i due punti di questa linea nominati dal cronista. Dell'uno ei dice che fu “la Chiesa di Eufemia, quella ch'è in sul mare.” Qui in luogo di Eufemia leggerei Finzia; perchè questo nome nella scrittura arabica differirebbe poco dal primo; e sopratutto perchè la stazione più notabile del detto viaggio era appunto Licata, l'antica Phinthia, fabbricata sopra una rupe ch'esce in penisola alla foce del Salso.

Il secondo nome geografico si legge in vario modo nei due MSS. di Nowairi; dei quali il più corretto ha: “La Chiesa di _elm s l kîn_” (senza vocali brevi), e l'altro di: “_elsci l kîn._” Invano ho cercato nella geografia antica, arabica, o moderna, qualche nome che somigli a cotesto. Pur dalla narrazione di Nowairi argomenterei volentieri che il sito fosse il promontorio ch'or si chiama la Pietra di San Nicola, tra Licata e Terranova, il quale nello Itinerario d'Antonino è chiamato _Refugium Gelæ_, e posto a cinque miglia romane a levante da Licata, e in Edrisi ha nome di _Marsa-es-Sceluk_ ad otto miglia arabiche dalla foce del Salso. Non manca qualche debole assonanza tra i nomi.

La conghiettura che si trattasse di Sciacca non mi par che regga. Oltrechè questo nome è al certo arabico, e però posteriore all'evento; e oltre ch'è assai diverso da quello dei MSS., Sciacca si trova troppo presso al luogo donde partiva Ased, e troppo lungi da Siracusa. D'altronde, il solo autore di quella conghiettura, M. Caussin padre, la ritrattò nella versione francese del Nowairi, pubblicata da lui stesso. Veggasi la p. 14 di quell'opuscolo.

[448] Nella più parte dei MSS., ove si dice di questa fortezza, il nome è scritto variamente. Dei due esemplari di Ibn-el-Athîr, il MS. A mostra (al solito senza vocali brevi) le lettere _elk râ_, e in fine una senza punti diacritici, che si potrebbe leggere _b_, _t_, ovvero _th_. Il MS. C ha _elk rrâth_ assai nitidamente; ma la chiarezza può venire benissimo dalla ignoranza di chi scrivea questo nome geografico, come il noto vocabolo _kerrâth_, che significa “porro,” e ch'è altresì nome di luogo; e tra gli altri d'un isolotto alla punta di Capo Passaro, detto anche oggi l'isola dei Porri: nudo scoglio del quale al certo non si tratta nel caso presente. Passando a Ibn-Khaldûn, il testo pubblicato da M. Des Vergers secondo il MS. di Parigi ha _elk râd_; e quello di un MS. di Tunis (il quale mi par migliore) ha _elk rat_. Questa ultima lezione anche troviamo in entrambi i MSS. del Nowairi; sendo errore della edizione del Di Gregorio la lettera _hé_ (26ma dell'alfabeto arabico d'oriente) sostituita alla _t_ (terza lettera).

Or la lezione del Nowairi e del MS. tunisino d'Ibn-Khaldûn mi par che renda quasi esattamente il nome di Acri: città notissima nella Sicilia antica; rimasta in piè certamente infino al quinto secolo, come lo mostrano lo Itinerario d'Antonino, le tavole di Peutinger e gli emblemi cristiani trovati nel nostro secolo tra le sue rovine; e di più, importante per lo sito, e posta proprio su la strada che dovea fare Ased. La terminazione in arabico col suono di _Kerât_ non sarebbe più viziosa di tante altre che ne conosciamo di nomi geografici greci e latini storpiati dagli Arabi, e viceversa. Per altro ad aggiustarla basterebbe togliere la lettera _l_ dell'articolo arabico, ovvero aggiungere dopo quella una _a_, di modo che facesse _Akrât_ ovvero _el-Akrât_. La desinenza _ât_, appartenendo al plurale femminino della lingua arabica, renderebbe appunto la forma analoga αὶ Ἄκραι ed _Acrae_ che usavano nel nome di questa città i Greci e i Latini, insieme con altre meno esatte, come Ἄκραιαι ed _Agris_.

Il Di Gregorio in nota al Nowairi, l. c., ha ricordato, a proposito di questa fortezza, il nome di _Alcharet_, che leggesi in un diploma del 1082; ma poco ci giova, poichè il sito di _Alcharet_ si ignora, e forse si dee cercare ad Alcara delli Fusi, su le montagne che sovrastano alla costiera settentrionale. Meno lungi da Siracusa, ma pur troppo pel caso nostro, sarebbe Valguarnera Caropini (leggasi Caropipi), terra presso Castrogiovanni, alla quale pensò M. Des Vergers, p. 106 della versione di Ibn-Khaldûn, credendo preferibile alle altre lezioni quella del MS. A di Ibn-el-Athîr, e leggendovi _elk râb_.

[449] Ibn-el-Athîr; Ibn-Khaldûn; Nowairi, ll. cc.

[450] Johannes Diaconus, _Chronicon Episc. Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 312, dice pagato il tributo di 50,000 soldi dai Siracusani prima della occupazione di Palermo. Dalla serie del fatti si vedrà che il pagamento non potè aver luogo dopo il tempo in cui l'ho messo. Ibn-el-Athîr narra le dette pratiche in modo da far supporre che fosse stata pagata una parte della taglia.

[451] Il testo dice precisamente _haul_ “in giro.”

[452] Veggasi il capo X del presente libro. Questo quartiere era stato, probabilmente, ristorato ai tempi di Augusto.

[453] Ibn-el-Athîr, l. c., narra l'occupazione delle caverne e l'assedio di Siracusa cominciato per terra e per mare; il _Baiân_, tomo I, p. 95, l'assedio per terra e per mare, l'arsione delle navi degli assediati, e l'uccisione di lor gente. Queste due croniche ed altre dicon che _poi vennero_ gli aiuti d'Affrica; e mi pare evidente che Ased li avesse richiesto.

[454] Questi pare il Sehnûn-ibn-Kâdim che avea sconsigliato l'impresa. Veggasi a p. 260.

[455] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 verso, racconto di Soleiman-ibn-Sâlem. Quivi non si porta data; ma la condizione dell'esercito affamato e la conchiusione del racconto non lascian dubbio che il fatto debba riferirsi al lungo assedio di Siracusa.

[456] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn fanno menzione soltanto di rinforzi d'Affrica; ma Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 5, e il _Baiân_, tomo I, p. 95, parlano espressamente di Affricani e di Spagnuoli. Credo che questi ultimi venissero di Creta; perchè non è probabile che gli Omeîadi di Spagna mandassero l'armata loro insieme con l'affricana, e perchè il Marrekosci, testo arabo, edizione di Dozy, p. 14, dice che alcuni Spagnuoli di Creta passarono in Sicilia.

[457] Johannis Diaconi, _Chronicon Venetum_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo VII, p. 16, sotto l'anno 827.

[458] Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicilie_, p. 43 del testo, e 106, 107 della versione, narra che, mentre Ased stava a campo a Siracusa, gli aiuti di Affrica assediarono Palermo; che i Greci assalirono Ased e furono rotti; e che Ased, morto del 213, fu sepolto a Palermo. Nella pagina seguente, Ibn-Khaldûn dice presa Palermo il 217. Vi ha dunque una manifesta confusione di tempi. Il nome di Palermo fu messo al certo per errore nella guerra del 212 e 213, e l'errore nacque dalla menzione che Ibn-el-Athîr, o altro cronista più antico, avea fatto del governatore di Palermo, intendendo del bizantino non già del musulmano. L'assedio di Palermo nel 213 è inverosimile o piuttosto impossibile. Da un'altra mano il Nowairi, senza fare menzione della battaglia, dice arrivati i navilii d'Affrica e di Spagna, e indi rincalzato l'assedio di Siracusa. Il _Riadh-en-nofûs_, all'incontro, senza parlare di aiuti, attribuisce ad Ased una seconda strepitosa vittoria. Parrebbe da tutto ciò che la battaglia fosse combattuta sotto Siracusa.

[459] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 recto e verso; MS, C, fog. 191 verso. Veggasi anche Ibn-Khaldûn, l. c., il quale nel testo dice che gli assediati respinsero i Greci venuti ad assalirli sotto Siracusa.

[460] L'assedio par che cominciasse verso la fine di luglio 827.

[461] Il Nowairi, l. c., scrive che i Siracusani chiedeano l'_amân_, che Ased lo voleva accordare, e che i Musulmani si ostinarono a continuare le ostilità. Credo più tosto un errore di questo compilatore, che mutata improvvisamente l'indole di Ased.

[462] Veggasi qui appresso la fuga degli statichi che erano nel campo musulmano. Il _Riadh-en-nofûs_, MS. fog. 26 recto, nel narrare la morte di Ased, dice delle molte vittorie riportate e città soggiogate.

[463] Secondo il _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 26 recto, morì di ferite, di rebi' secondo del 213 (tra giugno e luglio 828) e fu sepolto nel campo; lo stesso dice Ibn-Rascik, citato da Ibn-Wuedrân, § 1, senza spiegare la causa della morte; così anche Ibn-abi-Dinar (el-Kaïrouani), _Histoire de l'Afrique_, p. 85; e testo, MS., fog. 20 verso. Il _Baiân_, tomo I, p, 95, reca la morte dal mese di regeb (tra settembre e ottobre); Nowairi, presso Di Gregorio _Rerum Arabicarum_, p. 5, di scia'bân (tra ottobre e novembre): Ibn-Abhâr, MS,, fog. 148 verso; Ibn-el-Athîr, l. c.,; e Ibn-Khaldûn, l. c., non portano altra data che dell'anno 213. Ibn-el-Athîr lo dice morto della pestilenza; il Nowairi, in generale di malattia.

[464] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 26 recto.

[465] _Baiân_, tomo I, p. 96.

[466] Così dicono espressamente Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 5, e il _Baiân_, l. c. Ibn-el-Athîr, e Ibn-Khaldûn portano senz'altro che Mohammed-ibn-abi-'l-Gewâri succedea nel comando. Questo nome patronimico è dato dai migliori MSS., e in altri sbagliato. In una moneta, della quale ci occorrerà far menzione, è scritto Ibn-el-Gewâri; e però, non ostante l'autorità dei cronisti, mi è parso seguire questa lezione.

[467] Einhardus, _Annales_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo I, p. 217, anno 828; e presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo II, parte I, p. 519. Veggansi gli _Annali_ del Muratori, sotto il medesimo anno.

[468] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 52 verso, senza data. Il giurista Sehnûn, padre di Mohammed, è diverso dal Sehnûn-ibn-Kâdim di cui abbiam detto. Ei si chiamava Abu-Sa'îd-Abd-es-Selâm-ibn-Sa'îd, e gli diceano Sehnûn, per lode o ingiuria. Debbo avvertire che secondo la biografia di Mohammed-ibn-Sehnûn, questi nacque il 202 dell'egira (817); onde il combattimento suo con gli Italiani si dovrebbe supporre diverso da quello dell'828. Invece di raddoppiare questo fatto, mi par più naturale credere a uno sbaglio nella data della nascita di Mohammed. Pare che Mohammed-ibn-Sehnûn fosse officiale delle milizie, leggendosi in fine che da quel dì in poi montò sempre cavalli andando a far la ispezione.

[469] Il ribelle 'Amer-ibn-Nafi' si difese in Tunis fino alla sua morte, che seguì di giugno 829.

[470] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 verso, MS. C, tomo IV, fog. 191 verso; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 107; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 5, 6.

[471] Leggenda della traslazione del corpo di Sant'Agrippina, epitome del martirio e canone acrostico, dei quali il Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo I, p. 18 seg., diè le versioni latine, e i Bollandisti, _Acta Sanctorum_, mese di giugno, tomo IV, p. 458 seg., inserirono le versioni, col testo greco dell'epitome e del canone. Questi al giudizio dei Bollandisti furono scritti nel X o XI secolo in Sicilia. La critica degli stessi dotti editori ha tolto alcuni dubbi del Gaetani, correggendo il tempo del martirio di Agrippina, e mostrando che il supposto miracolo fosse operato contro i Musulmani e non contro gli Iconoclasti. L'epitome, dettata, come parmi, prima del canone, è più castigata: _Agareni vero, cum præsumpsissent depredari propugnaculum templi ejus, omnigena morte interierunt_ (άπολεία παντελεῖ παρεδώθησαν) che meglio si renderebbe: “furono compiutamente esterminati.” Il canone, come scritto in versi, aggiugne un po' di colore, che: Santa Agrippina come una colomba d'oro armata d'una croce distruggea gli Infedeli che di notte assalivano il suo castello, ec.

[472] Ibn-el-Athîr alla fine del capitolo su la prima guerra di Sicilia scrive i nomi delle città più rilevanti, lettera per lettera secondo l'uso degli Arabi. L'ortografia che assegna al nome di questa città è, _mim_, _ia_, _nun_, _alef_, _waw_, cioè Minâw. MS. A, tom. I, fog. 125 verso.

[473] Nel MS. del Beladori della Biblioteca di Leyde, nº 772, del catalogo stampato del Dozy, p. 275, del MS., non si vede il raddoppiamento della n; ma ce lo dà Ibn-el-Athîr, l. c., scrivendo: _kaf_, _sad_, _ra_, _ia_, _alef_, _nun_ raddoppiata, _he_.

[474] Ho messo insieme i particolari di questo misfatto, riferiti variamente dal Nowairi presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 6, e dalla cronica imperiale, _Theophanes continuatus_, libro II, cap. XXVII, p. 82, 83. Narra più brevemente quest'assassinio Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 191 verso, e l'accenna appena Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 107. Quivi in luogo di Mazara si legga Mineo, come hanno chiaramente i MSS. di Ibn-el-Athîr e di Nowairi. Quanto al luogo dell'uccisione d'Eufemio, ho seguito i cronisti arabi, non il bizantino che le porta a Siracusa. Nella versione del Nowairi si corregga la frase del Di Gregorio _in terram procubuere manus ipsius comprehensuri_, e si segua quella del Caussin _comme pour se prosterner devant lui_, o meglio si sostituisca: _in atto di baciar la terra innanzi i suoi piè._ Il Rampoldi, _Annali Musulmani_, citando Nowairi, che punto nol dice, fa andare Eufemio ad Enna “con un corpo dei suoi aderenti rinforzato da circa 1000 Affricani.”

[475] Veggasi il I capitolo del presente Libro, pag. 247, nota 1.

[476] Non essendo stato giammai a Castrogiovanni, mi sono affidato alle descrizioni altrui e alle notizie scritte dal diligentissimo D'Amico nel _Lexicon Topographicum Siciliæ_.

[477] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn e Nowairi, ll. cc.

[478] Il simbolo va letto non _Ali_, nè in alcuno degli altri modi mal trovati dai numismati del secolo passato, ma certamente _gheleb_, verbo trilitere che significa “occupa, conquista, vince,” e, preso all'ottativo, “conquisti, vinca etc.” Da questo verbo deriva l'aggettivo _Aghlab_ che era insieme il nome patronimico della dinastia. Indi si capisce la etimologia di tal simbolo, il significato particolare che dava unito alla voce _Ziadet-Allah_, ossia “trionfi la fortuna accordata da Dio,” e il doppio scherzo di parole contenuto nella leggenda.

Veggasi Tychsen _Additamentum I introductionis in rem nummariam Muhammedanorum_, § 1, p. 40, e 41. Nell'esemplare di Parigi il nome el-Gewâri è preceduto dalla voce _bnu_ (figliuolo), non da _abi_ come lesse il Tychsen. La formula in giro della faccia dritta è cavata dalla sura IX, verso 33, del Corano.

Il signor Mortillaro, _Opere_, tomo III, p. 343, non avendo sotto gli occhi che il disegno pubblicato dal Tychsen, credè questo dirhem falsato e “avanzo della impostura di Vella.” Ma basta guardare il bel conio dell'esemplare di Parigi per dileguare ogni dubbio di falsificazione: e basta notare la esattezza delle formule e la correzione dell'ortografia e della grammatica per sincerarsi che l'ignorante Vella non ci ebbe che fare.

Nel Museo di Parigi non v'ha ricordi scritti nè tradizione, da poter affermare o negare che questo esemplare fosse il medesimo di Tychsen.

[479] Scrivo questo nome secondo il MS. A di Ibn-el-Athîr. Nel MS. C, si legge men distinto. Il testo stampato d'Ibn Khaldûn ha “Ibn-'A w n” e un MS. di Tunis del medesimo autore “Ibn-'A w m;” Nowairi, secondo ambo i MSS. “Z h r-ibn-Borghuth.” Ghauth è nome di tribù arabica della schiatta di Kahtân.

[480] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 191 verso; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 108; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 6, 7.

Ho fissato la data ritenendo la morte d'Ibn-Gewâri nei primi del 214, come risulta comparando la leggenda del dirhem e lo attestato di Nowairi, e pigliando dal _Baiân_, il quale è molto preciso, il tempo dell'arrivo dell'armata spagnuola in Sicilia, la quale liberò i Musulmani dall'imminente sterminio. Le vicende della guerra, raccontate da Ibn-el-Athîr con poco divario nella cronologia, stanno benissimo entro questi due termini.

[481] Si pronunzii come se si leggesse in francese Ferghaloûch, o in inglese Ferghalûsh. I nostri antichi lo avrebbero scritto Fergaluscio.

[482] Il _Baiân_, più diligente in questo che le altre croniche, porta l'arrivo di Asbagh e le sue promesse il 214, e l'aiuto efficace suo il 215. Così abbiamo il bandolo da sviluppare i racconti contraddittorii di Ibn-el-Athîr e Nowairi; il primo dei quali fa venire una poderosa armata d'Affrica e nel 214; il secondo, di Spagna e nel 215.

[483] Johannis Diaconi, _Chronicon Venetum_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo VII, p. 16. È incerto l'anno di questa seconda impresa, poichè il cronista assegna data solo alla prima, cioè dell'827, e della seconda dice che fosse mandata dal doge succeduto a Giustiniano Partecipazio, il quale si sa d'altronde che morì l'829.

Si riscontri il Dandolo, lib. VIII, cap. II, §i 1 e 9 presso il Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo XII, e la _Cronica Altinate_, nello _Archivio Storico Italiano_, tomo VIII, p. 20.

Il Rampoldi, _Annali Musulmani_, tomo IV, p. 237, muta le due imprese dell'827 ed 829, o 30, in due “forti combattimenti ch'ebbe a sostenere Ased traversando da Susa a Mazara con una flotta di Veneziani alleati dell'imperatore.” E quel ch'è peggio, egli cita Nowairi, il quale non dice una parola di questi fatti.

Il Martorana, _Notizie Storiche_ ec., tomo I, p. 39, fa venire il naviglio greco l'830, sotto il comando di Teofilo, mandato dal padre Michele il Balbo (ch'era morto l'829), e fa abbottinare contro Teofilo l'armata veneziana. Delle sue citazioni a questo proposito l'una è inesatta, l'altra non vale.

[484] Ibn-el-Athîr.

[485] Ricordisi che Ibn-el-Athîr qui parla solo di aiuti d'Affrica; ma nel progresso della guerra fa menzione delli Spagnuoli in modo da doverli supporre assai numerosi.

[486] Il _Baiân_.

[487] Nowairi.

[488] _Baiân._

[489] Nowairi.

[490] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 recto; e MS. C, tomo IV, fog. 191 verso; _Baiân_, tomo I, p. 96; Nowairi presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 7; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 108; _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, op. cit., p. 41.

Questa sola cronica porta la morte di Teodoto, e la dice seguita l'anno dell'era costantinopolitana 6339, quando fu presa dai Musulmani una città il cui nome nel testo arabico si legge _misawa_. Il Nowairi porta la sconfitta di Teodoto sotto Mineo, e ch'ei si rifuggisse a Castrogiovanni del mese di giumadi secondo del 215, cioè dal 25 luglio al 22 agosto 830, e però pochi giorni innanzi il principio del 6339, che corre dal 1 settembre 830 al 31 agosto 831. Ibn-el-Athîr e il _Baiân_ dicono anche levato l'assedio da Mineo. Or questo nome, scritto in arabico _minâw_, si può scambiare facilmente con quel della cronica di Cambridge confondendovi le due lettere _i n_ sì che rassomiglino ad una _s_. Però ho creduto di correggere l'arbitraria lezione di Messina che si era adottata nelle versioni di detta cronica. Si leggano con questa avvertenza i passi corrispondenti del Martorana, tom. I, pag. 41, e del Wenrich, lib. I, cap. IV, §37. Nell'831, quand'essi registrano la presa di Messina, gli Arabi combatteano ben lungi da quella provincia.

[491] Callonianis è una delle poste di cavalli nella nuova linea che s'era aperta, al dir dello Itinerario, tra Catania e Girgenti. Veggasi la edizione di M. Fortia d'Urbain, _Itinéraires des anciens_, p. 27.

[492] _Baiân_, tomo I, p. 97.

[493] Nowairi presso Di Gregorio, op. cit., p. 7, assegna questa data al principio dell'assedio di Palermo, e la seguo, adattandosi bene alla narrazione d'Ibn-el-Athîr, al quale dobbiamo i particolari dello assedio.

[494] Ibn-el-Athîr, come si dirà a suo luogo, fa cenno delle aspre contese che sorgeano tra Africani e Spagnuoli dopo la reddizione di Palermo. Perciò gli Spagnuoli eran molti; e si dee necessariamente supporre che tutti, o i più, fossero venuti con Asbagh, e non rimasti degli aiuti Spagnuoli che accompagnarono Ased, o sopraggiunsero all'assedio di Siracusa nell'827; dei quali pochissima parte potea sopravvivere alla pestilenza, alle sconfitte di Castrogiovanni, e alla fame di Mineo.

[495] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 recto; MS. C, tomo IV, fog. 191 verso. La cronaca di Cambridge presso il Di Gregorio, op. cit., p. 41, accenna la occupazione di Palermo il 6340, cioè dal 1º settembre 831 al 31 agosto 832. Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 108, riferisce la dedizione di Palermo al 217, scambiando questo fatto con quello di ordinarvi il governo, che veramente seguì nel 217. Il Nowairi, presso Di Gregorio, op. cit., p. 7, prolunga la dedizione fino al mese di regeb del 220 (835), indotto in errore, com'è manifesto, dal supporre che là città si fosse resa a un Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Aghlab, ch'ei, per secondo sbaglio, suppone preposto ai Musulmani di Sicilia in quell'anno.

La cronaca della Cava, nella edizione di Pratilli, _Historia Principum Langobardorum_, tomo IV, p. 391, reca la presa di Palermo l'anno 832; ma questa è manifestamente la notizia della Cronica di Cambridge _interpolata_ dal Pratilli con quella misera frode che si può sospettare dalle sue proprie parole (stesso volume, p. 381), e che ormai è chiarita dopo le ricerche del Pertz e del Köpke, _Archiv für ältere Teutsche Geschichts Kunde_.

[496] Johannes Diaconus, _Chronica episcoporum Sanctæ Neapol. Eccl._, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p. 313, dice presa la città, e liberato col vescovo Luca e pochi altri lo spatario Simeone. Par che questi fosse il governatore.

[497] Ibn-el-Athîr, l. c., scrive che il governatore (_sâheb_) di Palermo chiese ed ottenne l'_amân_ per la propria persona e della sua gente (_ahl_) e per la “sua” roba (_mâl_, ossia beni mobili). La vaga significazione della voce _ahl_ che or s'intende della famiglia o gente di casa, or del popolo, non ci permette di definire questa prima condizione del patto. Ma aggiungendosi che il governatore e i suoi se ne andavano per mare, è da credere che si trattasse di pochi ottimati, non di tutti gli abitanti. Quanto alla seconda clausola, Ibn-el-Athîr dice assicurata la roba “sua,” cioè del governatore, non la roba “loro,” come avrebbe scritto se ciò fosse stato accordato a tutti i cittadini.

Convengono così fatte espressioni con quelle di Giovanni Diacono, citato di sopra: _Ad postremum vero capientes Panormitanam provinciam, cunctos ejus habitatores in captivitatem dederunt. Tantummodo Lucas ejusdem oppidi electus et Symeon spatharius cum paucis sunt exinde liberati._

Come si debba intendere questa cattività sarà detto quando tratteremo in generale della condizione dei Cristiani di Sicilia sotto i Musulmani, la quale non era uguale in tutti i luoghi. Intanto si ritenga che a que' di Palermo non fu lasciato il possesso di beni stabili. Ciò mi par che risalti manifesto dalle parole d'Ibn-el-Athîr e di Giovanni Diacono.

Il Nowairi, non badando alta importanza del passo analogo della cronica ch'egli ebbe sotto gli occhi come Ibn-el-Athîr, dice in generale presa Palermo con l'_amân_, ossia a patti. Da ciò il Di Gregorio suppose accordate _tutte_ le solite condizioni dello amân che si dava alle città; e ne spiegò alcune nella nota (c) al Nowairi, nell'opera citata, p. 7. Ma le condizioni, massime in fatto di proprietà, non erano nè poteano essere uguali in ogni luogo.

[498] Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 42, vita di San Filareto; e la stessa nella collezione dei Bollandisti, _Acta Sanctorum_, dì 8 aprile.

[499] Veggansi presso Francesco Aprile, _Della Cronologia universale della Sicilia_, pag. 487.

[500] Mongitore, _Palerm. santif._, p. 164, che io cito su la citazione dello Aprile. Il Mongitore cavò queste notizie da un MS, del P. Angelo Sinesio, primo abate nel 1352. Della storia del monastero di San Martino presso Palermo v'ha un MS. nella Biblioteca imperiale di Parigi, intitolato _Chronica Monasterii S. Martini de Scalis_ (Saint-Germain-des-Prés, nº 590). Questa compilazione fu fatta in Sicilia nei principii del XVIII secolo, e indirizzata al P. Massuet della congregazione di St. Maur.

[501] MS. A, tomo I, fog. 124; MS. C, tomo IV, fog. 102 recto.

[502] _Baiân_, tomo I, p. 97, nell'anno 216; Ibn-Abbar, MS., fog. 35 recto, porta la data del 217.

[503] Nowairi, _Conquête de l'Afrique_, in appendice a Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione di M. De Slane, tomo I, p. 409. Veggasi anche Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, traduz. di M. Des Vergers, p. 101.

[504] _Baiân_, tomo I, p. 97, nel 217. Leggendosi forse in alcuna delle cronache antiche che il primo luogotenente musulmano di Sicilia fosse stato eletto immediatamente dopo la dedizione di Palermo, Ibn-Khaldûn, versione di Des Vergers, op. cit. riferisce la dedizione al 217, quando venne, non al 216 quando fu eletto, Mohammed-ibn-Abd-Allah (Abu-Fihr). Un doppio errore, di confondere cioè le date delle elezioni e i nomi dei primi governatori, condusse il Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 7, a differire la presa di Palermo, fino al 220, e far cominciare il governo di Mohammed-ibn-Abd-Allah in quest'anno nel quale appunto ei fu ucciso.

[505] Ibn-el-Athîr, l. c.

[506] Negli annali arabi il titolo assoluto di _Sâheb_ è adoperato promiscuamente con _Malek_ (re), e lo dicono degli imperatori di Costantinopoli, dei re normanni di Sicilia, ec. Determinato da una seconda voce, prende altro significato: per esempio _Sâheb-es-sciorta_, “prefetto di polizia;” _Saheb-el-istûl_, “capitano del navilio,” ec. In origine _Sâheb_ significa “compagno.” Chi sa se non vollero tradurre il titolo di _comes_?

[507] Veggasi il Libro I, capitolo VI, p. 147.

[508] _Baiân_, tomo I, p. 98-99. Non si dice il nome; ma par che si tratti dello stesso cadi del Kairewân Abu-Mohriz, del quale si è detto di sopra; certo di un personaggio riverito molto dal principe, e pio o grande al segno da vietare gli onori funebri che si aspettava da costui. Tuttavia dubito di qualche errore, poichè il _Riadh-en-nofûs_ non fa menzione di ciò nella biografia di Abu-Mohriz.

[509] Tychsen, _Additamentum I introductionis in rem nummariam Muhammedanorum_, p. 43. Il rovescio è lo stesso del dirhem del 214, di cui dicemmo a p. 283, 284. Il dritto ha la medesima formola religiosa, il nome di Mohammed-ibn-Abd-Allah, e in giro: “In nome di Dio fu battuto questo dirhem in Sicilia l'anno 220.” Quivi il nome dell'isola, scritto _Iskilîa_, premettendosi, cioè, una _alef_, ricorda la pronunzia maltese, e però l'abate Vella. Nondimeno, senza veder la moneta, non la posso dichiarare spuria; tanto più che il Vella, com'io credo, falsificò poche monete, e molte ne finse che punto non esisteano.

La leggenda di questo dirhem è stata ristampata dal signor Mortillaro, _Opere_, tomo III, p. 344.

[510] Confrontinsi: _Theophanes continuatus_, lib. III, cap. 18, p. 107 a 109; Symeon Magister, nello stesso vol., p. 630 a 632; Georgius Monachus, nello stesso volume, p. 794 a 796; e Leo Grammaticus, p. 216, 217. Il nome patronimico di Alessio si legge Musele, Μουσελέ, ma lo correggo secondo il Saint-Martin, ch'è autorità competente, e lo scrive _Mouschegh_ nelle note a Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXIX, § 21. Mi discosto dai due eruditi compilatori francesi circa il tempo della missione di Alessio in Sicilia, che pongono nell'835; ma Symeon Magister, molto preciso in questo racconto, riferisce la elezione all'anno terzo di Teofilo, e il richiamo all'anno quarto, cioè agli anni 831-32 e 832-33, contandosi alla bizantina dal primo settembre e dalla esaltazione di Teofilo, che seguì il primo ottobre 829.

[511] Confrontinsi Nowairi presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 8, e Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn e gli altri cronisti citati nel capitolo VI del presente libro, nella narrazione della presa di Castrogiovanni.

[512] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso, dove si dicono preposti allo stuolo mandato a Taormina, Mohammed e Sâlem. Credendolo errore del MS., ho corretto Mohammed-ibn-Sâlem. Una parte di cotesti avvenimenti manca nel MS. C, tomo IV, fog. 192 recto. Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 108, 109, dà un cenno della terza fazione di Castrogiovanni e di quella di Taormina. Questo nome d'altronde, che è scritto _Tarmîn_, si trova nel solo Ibn-Khaldûn, e nel MS. d'Ibn-el-Athîr è lasciato in bianco. Il _Baiân_, tomo I, p. 98, parla di una sola battaglia di Abu-Fihr, nel 220, e accenna in generale “molte altre fazioni dei Musulmani in Sicilia e in Spagna, per mare e per terra, combattute il medesimo anno.”

[513] Ibn-el-Athîr, MS. A, l. c., che dà al capitano greco il titolo di patrizio e _Malek_ (re) della Sicilia. Breve cenno in Ibn-Khaldûn, l. c.

[514] Scrivo il nome secondo il _Baiân_, tomo I, p. 104, ove Ibrahim è chiamato principe (_sâheb_) di Sicilia. A p. 98 e 99, questo libro fa menzione di lui col solo soprannome di Abn-'l-Aghlab, che alla p. 98 si legge, al certo erroneamente, Ibn-el-Aghlab.

Il _Baiân_ ci dà il bandolo d'una matassa in cui gli altri annalisti han confuso questo personaggio con altri governatori di Sicilia; ed ecco in qual modo.

Ibn-el-Athîr, citato di sopra, dà Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-el-Aghlab come già esercente la carica di governatore di Sicilia nel 220. Poi narra ch'ei fu ucciso lo stesso anno, ed eletti successivamente dopo di lui, Fadhl-ibn-Ia'kûb ed Abu-'l-Aghlab-Ibrahim-ibn-Abd-Allah. (MS. A, tomo I, fog. 124 verso.) In ultimo, quasi dimenticando cotesti nomi e date, registra nel 236 la morte di Mohammed-ibn-Abd-Allah, governatore di Sicilia, dopo 19 anni di egregio governo; ma egli dubita di così fatta tradizione, aggiungendo la solita frase di scappatoia: “Del resto, la verità la sa Iddio.” (MS. A, tomo II, fog. 2 recto; MS. C, tomo IV, fog. 212 recto.)

Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 120; Abulfeda, Annales Moslemici, ann. 237; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 8, ed Ibn-Abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 20 verso e 21 recto, replicano il nome di Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-el-Aghlab, e la tradizione dei 19 anni di forte e savio governo, finito per morte il 236 o il 237 e cominciato, come dice il Nowairi con evidente sbaglio di computo, il 225.

Ibn-Abbâr, infine (MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 148 verso), porta il nome di Abu-'l-Aghlab-Ibrahim-ibn -Abd-Allah-_ibn-Ibrahim_-ibn-el-Aghlab, che “assestò (dice egli), ed egregiamente resse la Sicilia dall'anno 221 ch'ei vi fu mandato, per tutto il tempo della sua vita.”

Comparando le quali testimonianze, e notando la fede che merita ciascuna, è evidente lo errore di tutti gli altri, fuorchè il _Baiân_, e Ibn-Abbâr; e che Ibn-el-Athîr, seguíto da Ibn-Khaldûn, che il vero nome dapprima, e poi con troppa fretta ripetè lo errore altrui. Lo errore stava nel confondere i tre anni di governo di Mohammed-ibn-Abd-Allah (217 a 220), e i sedici di Ibrahim (220 a 236), e far dei due fratelli un solo personaggio che avesse retto la Sicilia per 19 anni.

Chiarito or questo punto, rimarrebbe un sol dubbio, cioè se il padre di Ibrahim, chiamato Abd-Allah, fosse stato figliuolo di quell'Aghlab, dal quale prese nome la dinastia, ovvero del costui figliuolo Ibrahim primo principe d'Affrica; e perciò se il governatore mandato in Sicilia il 220 fosse stato cugino germano di Ziadet-Allah, ovvero nipote, figliuolo cioè del fratello che avea regnato prima di lui. Rimane il dubbio, io dico, per lo nome di _Ibn-Ibrahim_ che si legge in Ibn-Abbâr, e ch'io ho scritto in corsivo nella citazione; ma come il MS. di Ibn-Abbâr che ho sotto gli occhi è copia moderna e scorretta, così io credo si debba sopprimere questo grado di genealogia, e stare al nome dato dal _Baiân_.

[515] _Baiân_, tomo I, p. 98. La sola data dell'arrivo in Sicilia e il nome del nuovo governatore Abu-'l-Aghlab-ibn-Ibrahim-ibn-Abd-Allah leggonsi in Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso, e Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 109.

[516] _Baiân_, l. c.

[517] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso.

[518] I Bizantini, il cui navilio fu sì formidabile per cagione dei legni incendiarii, non chiamavanli con nome speciale. I _dromoni_, ch'erano lor navi da fila, portavano uno o più tubi di metallo, onde schizzava il fuoco greco alla guisa delle _lance a fuoco_ d'oggidì; e gli artiglieri, drizzando quella lingua di fiamma come voleano, ardean la nave nemica. Aveano oltre a ciò piccioli tubi, pentole e altri artifizii di fuoco da lanciare a mano o con macchine. Veggansi a tal proposito le _Institutions militaires de l'empereur Léon_, versione francese del Maizeroi, p. 136 seg.; e Reinaud et Favé, _Du feu grégeois_, pag. 103 a 112.

Presso i Musulmani il nome di (nave) incendiaria apparisce la prima volta, credo io, verso l'813; facendosi menzione da Ibn-el-Athîr d'una _harrâka_ con la quale il califo Amîn solea andare a diporto sul Tigri. Poi, questa denominazione occorre al tempo delle Crociate nel significato di barca da fiume, battello, gondola; ma tuttavia alcuni scrittori arabi la definivano: “galea con un ordegno da gittar fuoco.” Da tale contraddizione tra il nome e il fatto, è nato disparere su la qualità di nave che si dovesse intendere sotto il nome di _harrâka_; ostinandosi i dotti a credere che si trattasse sempre di una sola qualità di nave: e le varie opinioni su tal punto si leggono nelle note dei signori Reinaud, _Extraits etc. relatifs aux Croisades_, p. 415; ed E. Quatremère, _Histoire des Sultans Mamlouks par Makrizi_, tomo I, p. 143, e tom. II, parte I, p. 24 e 25.

La menzione fatta delle _harrâke_ dei Musulmani, e sopratutto d'una dei Bizantini, nei combattimenti di Sicilia, parmi che tronchi ormai la lite, mostrando come in varii tempi e luoghi si addimandarono così or navi da guerra, or barche da diporto o commercio. In simil guisa le “bombarde” dell'Italia meridionale ritengon oggi lo antico nome, ancorchè le si adoprino a traffico di cabotaggio e siano smesse nella guerra.

Procedendo nelle conghietture, io penso che gli Arabi abbiano costruito navi apposta, o almeno ingegni da incendiare, quando cominciarono ad appropriarsi quel che poteano delle scienze ed arti de' Greci. In questo particolare, come in parecchi altri, gli Arabi fallirono; e forse l'uso delle navi incendiarie fu abbandonato da loro, perchè non seppero mai costruire i dromoni veloci e forti come i Bizantini, e perchè fino al tempo delle Crociate non venne lor fatto giammai di scoprir la vera composizione del fuoco greco. Il nome che trovasi a Bagdad, come ho detto, nell'813, e in Sicilia nell'835, prova che il saggio fosse stato cominciato o continuato nei principii del IX secolo. E il tentativo fatto si può argomentare anco dai ricordi cristiani che abbiamo intorno il fuoco greco: cioè che recollo a Costantinopoli, verso la metà del settimo secolo, Callinico ingegnere di Siria, e che sendosi adoperato con felice successo contro i Musulmani nei due assedii di Costantinopoli, passò tra i segreti di Stato: e la corte spacciò che un angelo lo avesse insegnato a Costantino il Grande; che Iddio serbasse tremendi supplizii a chiunque lo rivelava; e che in fatti un traditore che volle darlo ai nemici fu divorato da fiamme scese dal cielo. Come gli imperatori non trascuravano i mezzi umani di guardare gelosamente quel segreto, e come i chimici musulmani non seppero indovinar bene la composizione prima del tempo delle Crociate, così i saggi di qualche officiale subalterno che passasse dai Bizantini agli Arabi, tornarono tutti vani. Forse le _harrâke_ di Sicilia furono costruite con questo mezzo, e però imperfettamente, e però si disusarono; affidandosi meglio i Musulmani alle spade, alle lance e all'impeto e numero con che andavano all'arrembaggio.

La voce _carraca_, mutata poi in _caracca, carrica, carraque_ ec., dà esattamente il suono della _harrâka_ arabica, pronunziandosi anche così la _h_ nella voce genovese _camâlo_, venuta dall'arabo _hammâl_, e in tante altre. La etimologia da _harrâka_ mi pare assai più naturale che quelle imaginate fin qui, su le quali veggansi Ducange, _Glossarium mediæ et infimæ latinitatis_, alle dette voci; e Jal, _Archéologie navale_, tomo II, p. 211, seg.

[519] Ibn-el-Athîr scrive _harrâka_. Ho messo la denominazione che senza dubbio davano i Greci.

[520] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 109. Questi non parla del luogo della prima impresa navale dei Musulmani, ma sol dice che essi, trovata l'armata bizantina, la saccheggiarono; la quale frase, trattandosi di navi, non è più precisa in arabico che nelle nostre lingue. Nel MS. di Ibn-el-Athîr, al contrario, è lasciato in bianco il nome del paese depredato dalla armata musulmana.

[521] Ibn-el-Athîr, l. c., e MS. C, tomo IV, fog. 192 recto; Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 110.

[522] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 125 recto; Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 110; e il _Baiân_, tomo I, p. 99. Scrivo il nome di Castelluccio, perchè il testo di Ibn-el-Athîr ha _K st l iâsa_, e tra i tanti Castellucci, Castellacci e nomi somiglianti che si trovano nella topografia della Sicilia, il comune chiamato oggi Castelluccio è appunto su la via che dovea scorrere questa schiera di Musulmani. Poichè l'annalista la dice diversa da quella che s'era spinta fino all'Etna, cioè avea tagliato l'isola per lo mezzo; e mi pare probabilissimo che la seconda impresa di questo anno fosse intesa ad esplorare la costiera settentrionale, ove due anni appresso veggiamo assediata Cefalù. M. Des Vergers ha letto questo nome “Catania;” ma oltre l'autorità di Ibn-el-Athîr, che tratta evidentemente della stessa città di cui Ibn-Khaldûn, i MSS. di questo secondo autore portano chiaramente _K t liâna_.

Il nome che ho letto Tindaro si vede scritto _m d nâr_ nel _Baiân_. Trattandosi di una fortezza importante, e su la costiera settentrionale, poichè l'assaliva l'armata reduce dalle isole Eolie, Tindaro mi è parso, tra tutti i nomi antichi e moderni, quel che più si avvicina al testo del _Baiân_. Lo scambio della prima lettera non sarebbe caso straordinario. Edrisi scrive Tindaro _d n dâri_. Tindaro fu città importante fino al tempo dei Musulmani, e si trova noverata tra le sedi vescovili nel IX o X secolo. Durò anco fino al XIV, leggendosi di un Vinciguerra Aragona signore di _Tyndaris_.

È da avvertire, in fine, che il _Baiân_ non dice se questa impresa fosse stata fatta dall'armata o dall'esercito, che la reca nel 222, quando Ibn-el-Athîr la riferisce al 221, e l'attribuisce alle forze navali. Leggiamo in questo autore essere state prese “cittadi e fortezze;” ma la prima parola, in arabico _Modonan_, potrebbe essere alterazione del detto nome geografico.

[523] Confrontinsi Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn col _Baiân_, ll. cc., dei quali il primo pone tutte queste fazioni nel 221, e l'ultimo tutte nel 222.

[524] Legno sottile adoperato per dare avvisi, fare scoperte e simili officii. Ho dato a questa voce la forma italiana del medio evo. I Greci scriveano Χελάνδιον; i Latini dei bassi tempi, _Chelandium_; gli Arabi _s l n d s_.

[525] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 125 recto, dice espressamente che i Musulmani occuparono il solo borgo, e che i Cristiani si difesero nella cittadella. Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 100, narra il fatto più brevemente e vagamente. La ritirata nella fortezza mostra che il campo d'osservazione dei Bizantini questa volta fosse posto nel borgo.

[526] Strabone scrive Κεφαλοίδιον; Tolomeo Κεφαλοιδίς; Κεφαλούδιος i ricordi bizantini del IX secolo; Plinio _Cephaloedis_; altri latini _Cephaludium_ etc. Gli Arabi aveano non meno di quattro lettere per notare il suono della κ greca e della _c_ latina, la quale par abbia avuto il suono di una _k_, per esempio _Cicero_ pronunziata _Kikero_. Se contuttociò gli Arabi resero la prima lettera con una _Gim_ o una _Scin_, ciò prova che la sentivano pronunziare dai Siciliani con lo stesso suono strisciante che diamo in oggi in Sicilia alla c avanti le vocali e ed i. Cefalù era sede vescovile nel IX secolo e però città importante.

[527] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso; MS. C, tomo IV, foglio 192 recto.

[528] Ibn-el-Athîr, l. c., Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 110.

[529] Ibn-el-Athîr, l. c., (sotto l'anno 201); e MS. A, tomo I, fog. 285 verso (sotto l'anno 223); Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 111, 112.

[530] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc.; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 7, 8. Lasciando indietro il secondo che non dà i nomi, è da notare che que' di Platani e Caltabellotta si trovano presso Ibn-el-Athîr e presso il Nowairi. Il nome di Corleone si legge distintamente in ambo i MSS. del primo; e in que' del secondo è scritto Kârûb. Il seguente è scritto in Ibn-el-Athîr _Merw_ (notissima città del Khorâssan), e in Nowairi _M r a_ con una lettera senza punti diacritici tra la r e l'_a_; talchè può essere _b t th n i_; ed io leggo per conghiettura Marineo, confrontandola col nome di questa terra in Edrisi. L'ultima è data dal solo Nowairi, _Harsa_ in un MS., _Harha_ nell'altro; probabilmente _Gerasa_, o _Geragia_. Si riscontrino le note del Di Gregorio in questo luogo. Io rigetto la sua correzione di _Mirta_, perchè _Mirto_ è troppo lontana dalla provincia infestata l'840. Per la stessa ragione e per la diversità delle lettere non assento a leggere _Kewârib_ il nome del Nowairi che risponde al Corleone d'Ibn-el-Athîr

[531] Ibn-el-Athîr, l. c.; ove si trova, il nome di Ghirân, che significa “grotta” o “caverna”, e anche il suo singolare Ghâr; talchè non resta alcun dubbio su questa lezione; Ibn-Khaldûn, op, cit., p. 112. Il MS. di Parigi di Ibn-Khaldûn ha Ghirûn; uno di Tunis, Ghirwân; nella edizione di M. Des Vergers si legge Kairûn, e nella versione _Coronia_.

Il Fazzello, supponendo che il nome di Ἐρβησσὸς ed _Herbesus_ derivasse da ἔρεβος, e che significasse “caverne,” credette riconoscere una delle due Erbesso dell'antica Sicilia nella terra delle Grotte, e l'altra non lungi da Siracusa nel burrone della rupe di Pantalica, ch'è bucherato, in fatti, di simili grotte come un alveare (Deca I, lib. X, cap. III, e lib. IV, cap. I). Veggasi su cotesti giudizii del Fazzello il Cluverio, _Sicilia Antiqua_, lib. II, cap. X e XI. Su le grotte destinate ad abituri o sepolture in varie parti della Sicilia, meritano di esser lette le osservazioni di M. Felix Bourquelot, _Voyage en Sicile_ (Paris 1848), p. 164 e segg. M. Bourquelot ne cita a Castrogiovanni, altre presso il lago Pergusa, altre tra Piazza e Caltagirone, a Vizzini, Spaccaforno, Monte Aperto, Avola, Licodia, Ferla, Valle d'Ispica, e quelle infine di Pantalica, ch'ei descrive minutamente.

Il mio amicissimo Saverio Cavallari, ingegnere e archeologo, ne ha osservato altre a Lentini, Sortino, Palagonia, e crede importanti sopra tutte quelle dette “Le Grotte di San Cono” presso Caltabellotta, e “Le Grotte dei Giganti” tra Bronte e Maletto. Lo ritraggo da una lettera ch'egli ha scritto recentemente al duca di Luynes, della quale il dotto archeologo francese si è piaciuto darmi una copia.

[532] Johannes Diaconus, _Chronicon Episcop. Sanctæ Neapolit. Ecclesiæ_. presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte I, p. 314. Non cito per questo fatto, nè per altri, i _Chronici Neapolitani Fragmenta_, pubblicati dal Pratilli, _Historia Principum Langob._, tomo III, perchè mi sembrano più che sospetti.

Allontanandomi dalla cronologia del Muratori, _Annali d'Italia_, 837, ritengo che questo assedio sia precisamente quello di cui parla l'Anonimo Salernitano; che sia cominciato in maggio 836; e che Sicardo, levando il campo, abbia stipulato l'accordo del 4 luglio, 14ª indizione, pubblicato dal Pellegrino, e indi dal Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo II, parte 1, p. 256. Gli assalti che, al dir di Giovanni Diacono, ricominciava Sicardo dopo la partenza dei Saraceni, presto si terminarono: nè Sicardo, com'io credo, fece mai altra grossa guerra alla repubblica di Napoli.

[533] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 2; MS. C, tomo IV, fog. 212 recto; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 118; Abulfaragi, _Historia Dynastiarum_, p. 237, che è la sola menzione che vi si faccia del conquisto della Sicilia; e in fine Hagi Khalfa, _Cronologia_, MS. turco di Parigi, sotto l'anno 228, e versione del conte Rinaldo Carli, intitolata _Chronologia historica di Hazi Halifé_ ec., dove questo passo si corregga così: “Anno 228, gli Aghlabiti occupano l'isola di Sicilia, cioè a dire Messina.”

Dell'accordo con Napoli e degli aiuti che ne trassero i Musulmani, parla il solo Ibn-el-Athîr. Il nome della città si legge con poca difficoltà in entrambi i MSS., vedendovisi esattissimi gli elementi delle lettere, ed erronei solo alcuni punti diacritici. In ogni modo, non può rimanere dubbio su la lezione; sendo Napoli la sola _città_ cristiana di cui sappiamo che fosse collegata in quel tempo coi Musulmani di Sicilia, e che abbia potuto dar loro un'armata ausiliare. Debbo avvertire infine che secondo la lezione alquanto incerta di un altro passo nel MS. A, l'assedio sarebbe durato oltre due anni.

[534] Ibn-el-Athîr, l. c.

[535] Le condizioni topografiche assegnate a Mihkân nella geografia di Edrisi, non lascian dubbio che il sito sia lo stesso dell'Alimena d'oggidì. Un diploma latino pubblicato dal Di Gregorio, _De supputandis apud Arabes Siculos temporibus_, p. 52, seg., contiene le versioni dal greco e dall'arabico di due documenti del 1175, nei quali si legge il nome del casale _Michiken_, e si vede ch'era posto in quel distretto. Al dire del D'Amico, _Diction. Siciliæ Topogr._, si trovano presso Alimena rovine di antichi aquidotti e sepolcri. Tra questo indizio e tra il nome di _Mehkan_ o _Mihkan_, parmi si possa supporre in quel sito la Ἡμιχάρα di Tolomeo, e _Imachara_ di Plinio.

[536] _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 41

[537] Veggasi il capitolo XII di questo secondo Libro.

[538] Il nome di Χαρσιανιτῶν si riconosce facilmente nella trascrizione arabica _Kharz nîta_ della Cronica di Cambridge, presso di Gregorio, _Rerum Arabic._, p. 42. Quantunque questo non si legga tra i _temi_, ossia divisioni militari, di Costantino Porfirogenito, non è dubbio che un corpo di truppe bizantine portasse questo nome, e che vi fosse stato un tema di tale denominazione, probabilmente unito ad altro al tempo del Porfirogenito. Veggasi _Theophanes continuatus_, p. 181, 183, 273 e 374.

Non credo si tratti delle milizie del duodecimo tema di Oriente, il Chersoneso, cioè, di Taurica e la Crimea d'oggi. Ma il nome di Χερσωνίται, che si dà a que' popoli, risponderebbe ancora alla trascrizione arabica.

[539] _Chronicon Cantabrigiense_, l. c.; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 2; e MS. C, tomo IV, fog. 212 recto. Secondo l'una, seguì la battaglia l'anno 6354 (1 settembre 845 a 31 agosto 846); secondo l'altro, il 229 (29 settembre 843 a 16 settembre 844); ma il numero dei Bizantini uccisi che la Cronica di Cambridge porta a 9000, e Ibn-el-Athîr a più di 10,000, non lascia dubbio su la identità del fatto. Forse questo seguì nell'845. Ibn-el-Athîr assegna come luogo della battaglia _Sciarra_, secondo il MS. A, e un nome non dissimile, ma poco leggibile nel MS. C. Gli elementi calligrafici e la topografia mi portano alla lezione probabilissima di Butera.

[540] Ibn-el-Athîr, l. c.; Ibn-Khaldûn _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 119.

[541] Ibn-el-Athîr, l. c. Egli dà il nome di Marsa-t-tîn che troviamo scritto con la stessa ortografia in Edrisi. A miluogo tra Mondello e Palermo, Edrisi pone un punto chiamato Barca; il qual nome poteva esser dato dagli Arabi, o rimaso dalla impresa di Amilcare. In ogni modo si è dileguato dal duodecimo secolo in qua, e quella picciola cala in oggi si chiama “La Vergine Maria.”

[542] _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabic._, p. 41.

[543] Ibid., p. 42.

[544] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn e la Cronica di Cambridge, ll. cc. Si crede che Ragusa occupi il sito dell'_Hybla Major_ degli antichi.

[545] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 2; MS. C, tomo IV, fog. 212 recto; _Baiân_, p. 104; Ibn-Abbâr, MS., fog. 148, verso; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 120; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabic._, p. 8; Abulfeda, _Annales Moslemici_, an. 228 e 237.

Ho corretto il nome e la cronologia nel modo accennato di sopra, p. 301, nota 1.

Una moneta, battuta in Sicilia sotto il governo d'Ibrahim, non porta nè il suo nome, nè quello del principe aghlabita. È di argento, del peso di grammo 1,10, e perciò del valore di circa venticinque centesimi di lira: moneta sottilissima; e, dove la leggenda non è logora, notabile per la picciolezza e nitidezza dei caratteri. Il diritto ha in giro vestigia di lettere dileguate, e nel campo il simbolo aghlabita, la leggenda religiosa, e una stelletta a sei raggi. Nel campo del rovescio è un'altra formola religiosa; e in giro: “Nel nome di Dio fu battuto questo dirhem nella città di Ba n rm, l'anno 239.” Questa moneta appartiene al Cabinet des Medailles di Parigi, ov'io l'ho studiato. Tychsen ne pubblicò una simile, o forse lo stesso esemplare, nello _Additamentum I Introductionis ad rem nummariam_ ec., p. 44. Il signor Mortillaro ha copiato la leggenda del Tychsen nel suo catalogo, _Opere_, tomo III, p. 346.

[546] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 19 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 215 verso; _Baiân_, tomo I, p. 104; Ibn-Khaldûn, op. cit, p. 120; Ibn-Wuedrân, § 3; Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), MS., fog. 21 recto; e versione francese, p. 84; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 8. Sendo morto Ibrahim di gennaio 851, le prime fazioni di Abbâs debbonsi riferire alla primavera del medesimo anno; quella di Caltavuturo alla state seguente.

[547] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc. In questa frase, secondo la più parte dei MSS. di Ibn-el-Athîr, e di Ibn-Khaldûn che lo copia, il verbo manca dei punti diacritici che indichino la persona. Così resterebbe incerto, a prima vista, se il bottino fosse presentato dai soldati ad Abbâs, o da questi al principe d'Affrica. Nondimeno il senso generale del periodo e la tendenza degli altri fatti portano alla prima di così fatte interpretazioni; e vi assente il solo MS. di Ibn-Khaldûn in cui la detta voce sia fornita di punti diacritici.

[548] Questo è il nome attuale; la giusta ortografia arabica data dai cronisti e da Edrisi è Kala't-abi-Thûr ossia “Rocca di quel dal toro,” soprannome che occorre varie fiate nei ricordi arabi.

[549] Ibn-el-Athîr, l. c.; veggasi anche Ibn-Khaldûn, l. c.

[550] Veggasi il capitolo VIII del presente Libro.

[551] Il _Baiân_, tomo I, p. 104, senza nominare Castrogiovanni nè altro luogo, porta i guasti in Sicilia il 237, e narra nel 238 l'altra impresa ch'è forza supporre in terraferma; poichè il cronista nota che Abbâs prima mandò _in Palermo_ le teste degli uccisi, e poi tornò ei medesimo _in Sicilia_.

[552] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, _Baiân_, Ibn-Khaldûn, ll. cc., badando a togliere il nome di Butera, e sostituirvi Noto, nella versione di M. Des Vergers, p. 121, ed a sostituire, all'incontro, Butera a _Thira_, nello estratto di Ibn-el-Athîr, ch'ei dà in nota a p. 122.

Il nome che ho scritto Camerina si trova nel solo _Baiân_, guasto per altro dalla umidità nel MS., e non facile a deciferare; come ritraggo dal dotto amico mio, il professor Dozy di Leyde. Tuttavia vi si scoprono le lettere _s h rina_, _s m rina_, _sci m rina_, o simili. Tra coteste lezioni io ho preferito l'ultima 1º perchè la cronica dà a questo luogo il titolo di città; 2º perchè altra non se ne trova in Sicilia, antica nè moderna, da potersi adattare quelle lettere al suo nome; 3º perchè Camerina giaceva a poca distanza da Ragusa; 4º perchè, non ostante la nota distruzione di Camerina in tempi antichissimi, sappiamo che i Romani tentarono di ripopolarla, e le vestigia della città non sono per anco dissipate, nè il nome. Il nome di _Camerana_ resta oggidì alla palude, a un fiumicello e ad una torre. Grandi avanzi di fabbriche vi erano tuttavia nel XVI secolo, quando, al dir di Fazello, testimonio oculare, furono tolte per costruire Terranuova. Pertanto mi pare probabile che nell'853 un po' di popolazione soggiornasse, o fosse corsa a rifuggirsi tra quelle rovine, difese dalla palude. Si potrebbe anco aggiungere il ricordo di due vescovi di Camerina nei principii del VI secolo; ma è dubbio se si tratti di Camerino nella Marca d'Ancona, come vuole l'Ughelli, ovvero di Camerina in Sicilia: su di che si vegga il Pirro, _Sicilia Sacra_, edizione del Mongitore, tomo I, p. 510.

Quanto a Butera, la Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 42, la dice non venuta a sì tristo accordo, ma presa; nè tra l'uno e l'altro fatto corre molto divario. La detta cronica lo porta nell'anno 6362, cioè dal 1º settembre 853 al 31 agosto 854, che risponde a un di presso alla data del 239 dell'egira che troviamo nel _Baiân_. Butera è stata creduta la Hybla Hærea, ovvero il Mattorium degli antichi; ma senza buone ragioni, com'ho accennato nel testo, giudicando la epoca delle fabbriche di Butera, su i ragguagli che ne trovo nei libri, e su quel che ne ho inteso. In ogni modo, sono avanzi che meritano molto studio, anche da chi vorrà conoscere la architettura dei tempi musulmani.

[553] Attesta ciò il Nowairi, o per dir meglio il cronista ch'ei copiava, in un passo non ben letto da M. Caussin De Perceval, e pessimamente tradotto dal Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 8: _Tum ipsemet profectus fuit_, ec. Però mi par bene dar una versione esatta di queste parole. Nowairi dice: “Ed egli (Abbâs) or uscendo in persona, or mandando sue gualdane, straziò, afflisse, e guastò le popolazioni e territorii nemici; se non che talvolta comperavan da lui la pace con danari o schiavi.”

[554] Veggasi qui appresso l'accordo di Kasr-Gedîd.

[555] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 19 verso; e MS. C, tomo IV, fog. 215 verso; _Baiân_, tomo I, p. 104, 105, 106; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et la Sicile_, p. 121, dove non parmi esatta la versione “et s'empara même du château neuf de cette ville (Castrogiovanni).” Beladori, MS di Leyde, p. 275, porta nel califato di Motewakkel (an. 847 ad 861) la occupazione di Castrogiovanni e Gagliano, ch'egli scrive appunto come Edrisi; e son queste le due sole città prese in Sicilia, delle quali gli par doversi ricordare i nomi.

Or io credo che il Kasr-el-Hedîd, o El-Kasr-el-Gedîd, non sia altro che un secondo nome della fortezza di Gagliano, perchè non posso supporre che gli altri cronisti abbiano trascurato questa notabile vittoria ricordata dal Beladori; e perchè il detto Kasr è la sola piazza d'importanza ch'essi dicono presa nel califato di Motewakkel senza che se ne ritrovi il nome nella geografia di Sicilia. Debbo avvertire nondimeno che Edrisi pone su la costiera tra Termini e Cefalù una _Sakhrat-el-Herîr_, o, secondo il MS. d'Oxford, _El-Hedîd_, che significherebbe la _Rupe della Seta_, o _del Ferro_; valida fortezza ai suoi tempi, ch'è il _Castrum Roccellæ_ dei diplomi siciliani del medio evo; ed oggi ne rimangono le vestigia e il nome di Rocella, il quale si dà anco a un picciolo villaggio dentro terra, detto altrimenti Campofelice. Ma quantunque vicina a Cefalù, che fu presa lo stesso anno; e quantunque convengano nel suo nome le lezioni di alcuni MSS., non credo che questa fortezza abbia potuto mai contenere la grossa popolazione che si volea riscattare con 15,000 dinar, ec. Infine par che non si tratti di Castronovo, che sarebbe versione della lezione _El-Kasr-el-Gedîd_, poichè questo nome si trovava scritto in Edrisi _Kasr-nubu_.

[556] _Baiân_, tomo I, p. 106. Il nome è scritto _S l 'ûda_, con errore di ortografia che occorre anco in alcuni MSS. di Edrisi.

[557] Di Giovanni detto il Cretese, prefetto del Peloponneso, si fa menzione nella continuazione di Teofane, cap. LXII, p. 303; ma non si vede in che occasione abbia avuto quel soprannome, nè altrove si parla di lui.

[558] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 19 verso, e 20 recto; MS. C, tomo IV, fog. 215 verso; _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabic._, p. 42; _Baiân_, tomo I, p. 106; Nowairi, presso Di Gregorio, op. cit., p. 9; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 121.

La battaglia navale seguì innanzi il 31 agosto 858, poichè la Cronica di Cambridge la nota nell'anno 6366.

Ritraendosi da Ibn-el-Athîr che il navilio combattuto di Ali appartenesse ai Rûm, ossiano Bizantini, cade la conghiettura di M. Caussin De Perceval, _Histoire de la Sicile.... du Nowairi_, p. 19, che il Cretese fosse Abu-Hafs-Omar. Pertanto correggasi ciò che ne hanno scritto il Rampoldi, _Annali Musulmani_, tomo IV, p. 315; e il Martorana, _Notizie Storiche dei Saraceni Siciliani_, tomo I, p. 43. Il Wenrich, _Commentarii_, lib. I, cap. VIII, § 79, scansa quest'errore, ma cade nell'altro di dir seguita la battaglia navale dinanzi Siracusa; il che non si trova punto nel testo d'Ibn-el-Athîr da lui allegato sopra una citazione di M. Des Vergers.

[559] Nowairi il dice “barbaro” che significa “non arabo,” ma non se ne sogliono servire per indicare i Rûm, ossiano Bizantini e Italiani; Ibn-el-Athîr lo chiama a dirittura Rûmi.

[560] _Gebel-el-Ghadir_, scrive Nowairi. La voce che rendo stazione è _Merhela_ che risponde alla nostra “posta.” La lunghezza del tratto di strada così chiamato, variava secondo i luoghi. Edrisi conta 18 miglia tra Caltanissetta e Castrogiovanni, e 12 tra questa e Pietraperzia. Caltanissetta poi è equidistante dal lago Pergusa e da Castrogiovanni; ma Pietraperzia, come situata a mezzogiorno libeccio, si avvicina più al lago che alla città.

[561] Nowairi, dice un finestrino dal quale entrava l'acqua; Ibn-el-Athîr, una porticina dalla quale entrava l'acqua e si gettavano le immondezze.

[562] Confrontasi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 20 recto; MS. C, tomo IV, fog. 215 verso; _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabic._, p. 42, Nowairi, ibid., p. 9, 10; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de le Sicile_, p. 121, 122; Abulfeda, _Annales Moslem._, erroneamente sotto l'anno 237 dell'egira; Ibn-abi-Dinâr, MS., fog. 21 recto, e versione francese, p. 85, nella quale in luogo di Castrogiovanni si legge “il castel di Bona;” Ibn-Wuedran, §3, con l'errore del 237 come in Abulfeda.

Ibn-el-Athîr e Nowairi, con altro errore, dicono che il giorno della occupazione fosse stato un giovedì, quando il 15 scewal 244, al par che il 24 gennaio 859, caddero in martedì.

[563] Infatti è una delle due città prese in Sicilia, delle quali diè i nomi il contemporaneo Beladori, MS., p. 275.

[564] Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 116.

[565] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 20; MS. C, tomo IV, fog. 215 verso. Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 123, compendia il primo, e sbaglia la data. La Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, _Rerum Arabic._, p. 42, dice soltanto: _Anno 6368 descenderunt Fendanitæ_; data e nome, su i quali è necessario un po' di comento. Principiando dal nome, dirò che nel MS. è composto di sei lettere, senza contarvi l'articolo, tra le quali non si trova che un sol punto diacritico. Perciò si può leggere in cento maniere diverse, e le più strane sono al certo quelle a che s'appigliarono gli editori, cioè _Fendanitæ_ con la variante _Effenditæ_. Parendomi evidente che tal nome etnico si debba cercare tra i popoli che allor militavano sotto le bandiere bizantine, non esito a leggere _k b d kia_, con che non si alterano gli elementi di alcuna lettera del MS., ma solamente si correggono i punti diacritici, e si trova il noto nome di Cappadocia; i soldati della quale provincia sono ricordati appunto in questo tempo nelle guerre d'Oriente.

Quanto alla data, che corre dal 1º settembre 859 al 31 agosto 860, la va a capello coi fatti ricordati da Ibn-el-Athîr; il quale al certo non segue rigorosamente la cronologia, quand'ei narra lo sbarco e la sconfitta del patrizio nello stesso anno 244, di cui non avanzavan che due mesi dopo la presa di Castrogiovanni.

[566] Grossa terra in Val di Mazara; oggi in provincia di Girgenti. Ha vestigia di un forte castello poco distante dal sito attuale della città. Il nome ai trova in Edrisi con lezione poco diversa. È evidentemente greco; forse dei tempi cristiani.

[567] L'un dei MSS. di Ibn-el-Athîr ha _Ab ta_; l'altre _Aita_; potendo bensì in entrambe mutarsi la prima a in qualsivoglia altra vocale. Cercando i nomi geografici che possano adattarsi a quei suoni, occorre in prima la classica voce d'Ibla, chè varie città di tal nome ebbe la Sicilia antica, nella regione tra levante e mezzodì, ancorchè di nessuna si conosca appunto il sito. Viene poi Avola, terra presso Siracusa, ch'è per certo l'_Abola_ d'un diploma del 1149, e forse la Ἀβόλλα di Stefano Bizantino. Ma non so comprendere la sollevazione di questa sola terra in Val di Noto, mentre tutte le altre che scossero il giogo stavano in un gruppo nel Val di Mazara, e Caltavuturo non era troppo lontana. Però vorrei aggiugnere una lettera, mutare i punti, e leggere _Entella_, fortezza antichissima di cui si veggono gli avanzi; e i Musulmani di Sicilia nel principio del XIII secolo vi si difesero lungamente contro Federigo II imperatore.

[568] Non trovo questo nome in Edrisi, nè alcuno somigliante, sia nei diplomi sia nella geografia d'oggi. Dal seguito della narrazione si vede ch'era in Val di Mazara. Significa la “Rocca di Abd-el-Mumîn” nome proprio d'uomo.

[569] Il solo Ibn-el-Athîr dà il nome di queste _Ghirân_, ossiano “Grotte,” scritto in ambo i codici senza vocali, nell'uno coi punti diacritici, nell'altro senza; sì che nel primo si dee leggere _k r k na_, nel secondo si può sostituire la _f_ ad una delle _k_ o ad entrambe. Avrei letto _Caucana_ supponendo mutata la _w_ in _r_, per errore non insolito nei MSS. arabi, se il sito dell'antica Caucana, ove stette Belisario con l'armata prima di passare al conquisto d'Affrica, fosse più certo e non si trovasse sulla riva del mare, che non era la strada di Abbâs reduce a Palermo. Le grotte, ossia i gruppi di grotte scavate in parte dalla man dell'uomo, son troppo frequenti in Sicilia perchè questa indicazione valga a determinare il luogo senza lo aiuto del nome. Perciò non si arriverà a sapere la vera lezione del nome dato dall'annalista, che quando si studieranno questi antichissimi monumenti. Intanto le conghietture posson cadere su le grotte presso Palazzolo, quelle tra Piazza e Caltagirone, o le altre tra Bronte e Maletto, o quelle di Macara presso il porto Vindicari, che ben potrebbe essere la Caucana di Procopio a 200 stadii da Siracusa. Veggansi, per le grotte che ho nominato, il Fazzello, deca I, lib. IV, cap. II, e lib. X, cap. II; Bourquelot, _Voyage en Sicile_, p. 183, e la mia nota al capitolo precedente, p. 310-311.

[570] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 20, e MS. C, tomo IV, fog. 215 verso; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 123. Parmi errore del MS. di Ibn-Khaldûn che Abbâs assediava _Kalat-er-Rum_ ossia “la Rocca (detta) dei Bizantini.” Si dee leggere più tosto _Kalat-lir-Rum_ “una rocca dei Bizantini.” Accennano senz'altro la morte di Abbâs, e alcuni con divario di data, Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabic._, p. 10; il _Baiân_, tomo I, p. 106; Abulfeda, _Annales Moslemici_, sotto l'anno 247, § 3; Ibn-Wuedran, § 3 del testo, e versione francese di M. Cherbonneau nella _Revue de l'Orient_, décembre 1853, p. 427; Ibn-Abi-Dinâr, MS., fog. 21 recto.

[571] Beladori, MS., p. 275, dice espressamente che gli Aghlabiti avessero preso in Sicilia _oltre venti città, le quali erano tuttavia in mano dei Musulmani_, quando occuparono Castrogiovanni e Gagliano. Tal numero risponde a un di presso a quello de' nomi che ricaviamo dagli altri annalisti. Ma egli è certo che dei luoghi ricordati da costoro, alcuni, come Mineo e Lentini fossero stati abbandonati; altri al contrario come Platani, Ragusa, Sutera, meramente assoggettati al tributo. Però mi sembra che non ostante la casuale coincidenza del numero, le terre di cui parla Beladori, siano le città o castella ove faceano soggiorno i Musulmani. La appellazione sua di città (_medina_) non si dee prendere qui in senso troppo rigoroso.

[572] I due rami discendeano da Sâlem; l'uno per Aghlab, Ibrahim (fondatore della dinastia), e Aghlab padre del principe regnante Mohammed; l'altro per Sofiân, Sewâda, e Sofiân padre di Ahmed e di Khafâgia. Questa seconda genealogia è data da Ibn-Abbâr, MS., fog. 35 verso. Veggansi, su le vicende del regno di Mohammed, il Nowairi, _Conquête de l'Afrique_ ec., in appendice a Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione di M. De Slane, tomo I, p. 417, seg.; Ibn-Abbâr, l. c.; Ibn-el-Athîr, sotto l'anno 233, capitolo degli avvenimenti diversi.

[573] Questi importanti particolari della riforma dell'esercito si leggono nella continuazione di Teofane, p. 265. Per gli altri della vita di Basilio, non occorrono citazioni.

[574] _Baiân_, tomo I, p. 106; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabic._, p. 10. Ibn-el-Athîr non fa menzione di questo breve governo.

[575] Nowairi, l. c.; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 33 recto, MS C, tomo IV, fog. 221 recto; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 124; Ibn-Abi-Dinâr, MS., fog. 21 recto, e vers. franc., p. 85; Ibn-Wuedrân, MS., § 3, e versione di M Cherbonneau, _Revue de l'Orient_, décembre 1853, p. 427, Abd-Allah lasciò il governo, dopo cinque mesi, in giumadi 1º del 248 (4 giugno a 3 luglio 882).

[576] Confrontisi, _Baiân_, tomo I, p. 106, e Ibn-el-Athîr, l. c. Il nome e il caso di Ribbâh sono riferiti dal solo _Baiân_, il quale non porta in quale provincia si combattesse. Per certo in Sicilia; poichè il _Baiân_ dice presa la città di Gibel-Abi-Malek, il qual nome si trova appunto in Ibn-el-Athîr insieme con que' di Kalat-el-Armenîn e Kalat-el-Mosciâri'a. Di nessuna delle tre so indovinare il sito.

[577] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, 1. c., Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 124; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 10; Abulfeda, _Annales Moslemici_, an. 247; Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), MS., fog. 21 recto; e versione francese, p. 85. Ibn-Wuedrân chiama il morto Abbâs-ibn-Fadhl, _sâheb_ (principe) di Sicilia, e dice Khafâgia _emiro_ venuto in Sicilia dalla parte del principe aghlabita di Kairewân in luogo di Abd-Allah-ibn-Abbâs, che era stato eletto dalla colonia. Il _Baiân_, tomo I, p. 103, narra una vittoria di Khafâgia nel 236 (850-851) sopra certi sollevati di Tunis.

[578] Confrontinsi Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc. Il secondo dei quali dice vincitore Mahmûd sotto Siracusa; ma parmi errore del compendio ch'egli faceva troppo sbadatamente degli annali dell'altro; poichè in questi si legge senza equivoco la vittoria dei Cristiani. Ibn-el-Athîr, nel medesimo luogo, nota che secondo alcuni cronisti si arrendè, quest'anno 248, Ragusa occupata poi certamente il 252; ond'egli è in forse se il fatto del 248 sia portato per errore di data. Erroneo io il credo, leggendosi nella Cronica di Cambridge che Ragusa fu occupata la prima volta l'anno 6356, che risponde a un di presso al 233 dell'egira e 847-48 dell'era nostrale; e la seconda, l'anno 6375 che coincide in parte col 252 dell'egira e l'866-67 di Cristo. Della prima dedizione di Ragusa avea già parlato Ibn-el-Athîr stesso, da noi citato a suo luogo.

[579] MS. A, tomo II, fog. 38 recto, tra gli avvenimenti diversi del 248. Ma parmi evidente che si debba riferire al 249.

[580] _Baiân_, tomo I p. 107, sotto l'anno 249. Secondo questa cronica e quella di Nowairi, Ziadet-Allah era fratello; secondo Ibn-Khaldûn, figliuolo del predecessore Ahmed. Veggasi Nowairi, presso De Slane, _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tomo I, p. 422, in appendice.

[581] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 33 recto, e MS. C, tomo IV, fog. 221 recto. Veggasi Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 124, dove si legga Noto in vece di Butera.

[582] _Baiân_, tomo I, p, 107. Vi si legge, come in altri luoghi di questa compilazione, _Kasrbâna_, e si dee correggere senza dubbio _Kasriânna_. Non si tratta di Castelbuono, nè di Castelnuovo, nè di Castronovo; poichè la lettera su la quale cade l'accento è una _u_ non un'_a_; l'una delle quali non può confondersi con l'altra nei MSS. Badisi che il _Baiân_, per evidente lacuna, tace la presa di Castrogiovanni.

[583] Rampoldi, _Annali Musulmani_, tomo IV, p. 353, senza citazioni. Il gran lavoro del Rampoldi è a un di presso inutile, per questo vezzo del non citare e di aggiugnere del proprio le circostanze che gli sembravano opportune a raffazzonare gli avvenimenti. Così leggiamo nello stesso