Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15)
Part 11
Però essa trovavasi libera legalmente; e il popolo espose la Madonna di San Marco, come poi fece in ogni gaudio e in ogni sventura: si elesse un Governo provvisorio (23 marzo) con Castelli, Tommaseo, Paleocapa, Camarata, Pincherle, Solera, Paolucci, Toffoli, e a capo Manin, e si proclamò la repubblica, estesa allora nulla più che la piazza San Marco. Ma le città di terraferma non tardarono ad imitarla, cacciando o disarmando i soldati; il generale d’Aspre è costretto abbandonar Padova; il forte di Malghera viene occupato dalle guardie civiche di Mestre, quello di San Felice dai Chiozzotti; quelli di Osopo e di Palmanova si arrendono, e n’è posto comandante il generale Zucchi, che dal 1831 vi rimanea prigioniero. A Verona stava il vicerè, il quale colle promesse tenne a bada i cittadini, e salvò così il nido dove l’aquila rinnoverebbe le penne. Tutte le città si diedero Governi proprj, che poi si fusero nel veneziano. L’esercito austriaco in quei giorni perdè quattromila morti, settemila prigioni e feriti, diecimila prigionieri, oltre i settemila di Venezia.
Anche in Modena si leva rumore, e il duca, istituita una giunta, si ritira sul territorio austriaco, mentre il granduca occupa i territorj di Massa e Carrara. Il duca di Parma (10 marzo), udito la sollevazione di queste città ove combattendo i militari tedeschi, cinque cittadini ebbero morte e molti ferite, ma costrinsero i nemici a deporre le armi, non solo si rammorbidisce come tutti gli altri, e promette lo statuto, ma deplora d’aver subito l’influenza straniera, e dichiara rimettere i suoi destini a Pio IX, Carlalberto e Leopoldo, perchè facciano de’ suoi Stati quel che meglio comple all’Italia, pronto a ricevere egli quel compenso che crederanno conveniente; ed egli se n’andò in Romagna, suo figlio a Milano per offrirsi alla causa italiana, dove invece fu tenuto prigione.
L’insurrezione di Milano erasi sentita dai Piemontesi (19 marzo) con tutto l’interesse di nazione e di vicinanza; e l’intera popolazione fremea perchè si corresse a sottrarre la vicina da uno sterminio inevitabile; già molti vi si spingeano volontarj, malgrado le guardie poste al confine, e vi si mandavano munizioni. Poco prima, Carlalberto, risoluto di mettersi francamente nelle norme costituzionali, aveva chiamati al ministero Sclopis, Franzini, Boncompagni, Desambrois, Revel e i genovesi Pareto e Ricci, sotto la presidenza di Cesare Balbo. La costoro popolarità, le conosciute intenzioni, i voti gridati, anzi intimati a loro dai Genovesi, li faceano scopo a smisurate speranze. E poichè in capo d’ogni speranza stava l’italianità, tutti chiedevansi se il Piemonte trarrebbe la spada per rivendicarla. Non era questo il lungo voto di Carlalberto? non teneva egli in piedi settantamila armati, e riboccanti gli arsenali, e pingue il tesoro, e uno stato-maggiore incomparabile, e tutta l’uffizialità anelante di provarsi cogli oppressori?
Le realtà stavano a gran pezza dai discorsi. Il preconizzato sistema militare del Piemonte appariva disadatto a trasformarsi subitaneamente dal piede di pace in quello di guerra attiva; artiglieria e cavalleria eccellenti ma scarse; le riserve male esercitate, e avvezze al riposo e agli affetti domestici; i soldati coraggiosi personalmente, ma non altrettanto disciplinati tutti insieme; uno stato-maggiore più di comparsa che di valentìa; nessuno poi avea mai fiutato battaglie; nè in quel precipizio più di dodici in quindicimila uomini si potrebbero mettere in campo; e di questi un buon dato eransi spediti in Savoja per impedire un’irruzione dei Voraci, bande comuniste della Francia. Dell’Austria ignoravasi lo sfasciamento; poco si poteva ripromettersi dalla restante Italia, inavvezza all’armi; l’Inghilterra, che a consigliare e moderare l’italico movimento avea spedito lord Minto, non che attizzasse come si spargea, dichiarava essere la Lombardia assicurata all’Austria dai trattati medesimi che assicuravano Genova al Piemonte, e il toccar l’una comprometterebbe l’altra. I soccorsi della Francia metteano ribrezzo or ch’era repubblicana, potendo divenir rovinosi al principato; e il famoso motto attribuito a Carlalberto _Italia farà da sè_ era una protesta contro quegli ajuti sgraditi. D’altra parte i veggenti, persuasi che si consolidano più cause coi temperamenti della prudenza, che non se ne guadagnino colla furia, aveano sempre sconsigliato il Piemonte dalla guerra[65]; ai nuovi ministri era riuscito di consolazione l’accertarsi che l’Austria non minacciasse il Piemonte, il quale potrebbe tranquillamente assodare, svolgere, applicare la donatagli libertà. E in fatti il programma loro esprimeva: fare preparativi se mai l’Austria chiarisse guerra, ma non provocarla: riconoscere la Repubblica francese; allearsi coll’Inghilterra e cogli Stati costituzionali d’Italia purchè non rompessero a ostilità.
Carlalberto, sempre fisso ad un fine, tentennava sui mezzi e sul tempo, e viepiù da che si sentì trascendere dal movimento. — Che si dice sottovoce al Congresso di Genova?» interrogava. — Si dice, _Viva Carlalberto_», gli si rispondeva. Ed egli: — Ma più basso si dice _Viva Mazzini_». In una delle più solenni festività di quel festivissimo tempo, tutte le comunità del regno vennero a solennizzare (25 febbr.) la promessa costituzione, e sfilarono tripudianti di bandiere, di inni, di _Viva_ innanzi al re, e soli mesti e abbruniti noi Lombardi, sfuggiti al carcere e alla legge marziale. Chi l’ha veduta non potrà mai più dimenticare quella giornata, d’accordi non anco turbati, di speranze potenti di tutto il prestigio, d’una libertà di cui nessuno erasi disamorato. Sarebbe stata la più bella della vita di Carlalberto; ma la sera giunse l’avviso della repubblica proclamata a Parigi, e noi gli udimmo dire: — Anche questa vicenda farà il giro d’Europa. Poco mi cale di me: duolmi de’ miei figliuoli; ma non importa purchè il mio popolo sia felice».
Proposizioni a lui erano state rivolte da Lombardi prima della sollevazione; ma non le ascoltò egli direttamente, bensì un suo ajutante: pure, in iscritto confidenziale, ripetè la promessa mandata ai comizj di Casale, che, dato il caso, guiderebbe il movimento patriotico d’Italia. In Milano i proclami animavano alla difesa colla certezza degli ajuti piemontesi; da’ campanili speculavasi il loro arrivare; fin Radetzky vi credette: da cittadini ricchi e reputati si sottoscrisse un invito a Carlalberto perchè soccorresse e prendesse la Lombardia (20 marzo); eppure Carlalberto che l’avea chiesto, esitava ancora, e i ministri davano assicurazione di buona vicinanza all’ambasciadore austriaco. Ma la gioventù freme guerra; i portici di strada Po e la piazza della reggia formicolano di gridanti guerra; guerra vuole l’Università: e quelli che non sanno figurarsi la libertà se non a cavallo d’un cannone. Il re e i ministri sapeano che perde l’autorità chi la sottopone al tumulto: ma e se Milano soccombesse a un nuovo Uraja? qual onta pel vicino armato? E che farebbe Genova, la quale avea gridato _Con Milano, se no, no?_ la compassione non potrebbe prorompere contro il principe, e fino a gridare la repubblica?
Mentre vacillavasi tra i consigli della prudenza ed i precipizj della generosità, ecco giunge (22 marzo) che Milano s’è liberata da sè; che i Tedeschi rotti e scompigliati vanno in pienissima fuga fra le strade rotte e le campagne inondate, incalzati dalle popolazioni, risolute a non lasciarne vivo uno, uno solo[66].
Carlalberto gettò la propria spada sulla bilancia dei ministri, e proclamò che coi suoi proprj figli si metteva a capo dell’esercito, portando alla Lombardia «i soccorsi di fratello a fratelli; di guiderdone non si parli: solo a guerra finita si deciderà delle sorti del paese».
Ammirazione, gioja, affetti si rovesciano allora sopra Carlalberto, il migliore, il più grande dei re, la spada d’Italia; se ne dimenticano i torti, prima ch’egli dichiari dimenticati quelli de’ sudditi; egli si rassegna a venir ricevere sul balcone e per le strade le acclamazioni da cui sempre aveva aborrito; assiste al _Tedeum_ cantato dall’arcivescovo di Torino, a cui quest’atto non risparmia i fischi; passa in rassegna la plaudente guardia nazionale, contento che sui vecchi suoi giorni rifulga quel raggio di speranza, che aveva indorato i vigorosi.
Gli altri paesi d’Italia rispondono a quel grido. A Roma Ciciruacchio mena la folla ad abbattere lo stemma del palazzo d’Austria, e occuparlo a nome della Dieta italiana, della quale s’intima a Pio IX di farsi capo, mentre le campane suonano, i cannoni bombano, il Masi improvvisa, il gigantesco padre Gavazzi bolognese predica, il marchese Patrizj, il principe Ruspoli offrono denaro, i figli, la persona alla causa comune: e Pio IX riconoscendo la mano del Signore in quella vittoria (30 marzo), rammemora che «d’ogni stabilità e prosperità è ragion prima la concordia, e che la giustizia sola edifica, mentre le passioni distruggono»; Leopoldo granduca intuona: — L’ora del risorgimento d’Italia è giunta improvvisa, nè chi ama questa patria comune può ricusarle soccorso. Figli d’Italia, eredi della gloria militare degli avi, non devono i Toscani rimanere in ozio vergognoso, mentre la santa causa dell’indipendenza si decide, ma volare al soccorso de’ fratelli lombardi». Il Ministero napoletano che aveva cercato tenersi saldo contro le dimostrazioni di piazza, fu da queste scomposto; si dovette promettere la guerra santa, capitanata da Pepe, esule da ventisette anni, e un Ministero preseduto da Carlo Troya, esule della stessa causa (aprile); e il re proclamava: — Le sorti della comune patria vanno a decidersi nei piani della Lombardia; ed ogni principe e popolo è in debito di accorrere a parte della lotta che deve assicurare l’indipendenza, la libertà, la gloria. Noi intendiamo concorrervi con tutte le nostre forze di terra e di mare, cogli arsenali, coi tesori della nazione; unione, abnegazione, fermezza, e l’indipendenza della nostra bellissima Italia sarà conseguita; e ventiquattro milioni d’italiani avranno una patria potente, un comune ricchissimo patrimonio di gloria, e una nazionalità rispettata».
Tanto accordo di principi e di popoli che forti di risolutezza, invigoriti di lunghi patimenti anelano alla virile gioja delle battaglie, acciocchè l’Italia sia, non trofeo di altrui vittorie, ma redenta pel braccio dei proprj figliuoli; tutti dimenticando le antiche superbie e gli antichi rancori, e contando soltanto sulla fermezza del proposito, la temperanza delle passioni, la concordia delle volontà, i miracoli dell’entusiasmo.
CAPITOLO CXCII.
Guerra santa. Conquassi.
La vittoria era assai meno facile che il trionfo. Sulle orme del nemico fuggente si cacciarono alquanti, di coraggio risoluto e intelligente; e deh come pareano belli que’ giovani, che alfine avevano qualcosa da fare! come ne’ loro atti sfavillava eroico, incitato, romanzesco il sentimento! Altrettanto deforme e scomposto era l’esercito austriaco; lacero, tutto mota e sangue, famelico, con impotente anelito di vendetta, e temendo da ogni siepe un assalto, sotto ogni ponte una mina, in ogni villaggio barricate e tegoli; che se davanti a quello, scompigliato da tante diserzioni, dall’insolita guerra delle vie, dalla privazione di riposo, dall’incertezza degli avvenimenti viennesi, si fossero abbattute le piante, recise le vie, diffuse acque, lanciata la morte, qual ritornava di là dai monti? Ma Radetzky ebbe ad avvedersi ben presto che il popolo non prendeva parte a quell’insurrezione; i campagnuoli non secondarono l’impulso delle città, nè la bassa rispose alla risolutezza dell’alta Lombardia; sicchè egli, neppure mai attaccato, potè giungere al Mincio, e dentro al formidabile quadro, formato dai monti, dal mare, dall’Adige colle fortezze di Verona e Legnago, dal Mincio con quelle di Peschiera e Mantova, rincorare le truppe, attenderne di nuove, e coi migliori uffiziali allestire la difesa e la riscossa.
Nè alla Potenza austriaca restava allora altro appoggio che quell’esercito e quel capitano, il quale non lasciò di tenersi per guardie i granatieri italiani; mancante del denaro fin per vivere due giorni, pure affacciavasi al balcone a ricevere anch’egli applausi dal vulgo, cui buttava il poco resto de’ suoi quattrini.
L’esercito piemontese si trovò scarso oltre ogni aspettazione e impreparato: i generali confessavano la propria inettitudine, e consigliavano a cercare un maresciallo ai Francesi[67]; ma questi erano sospetti a Carlalberto. Cuore intrepido con incerto consiglio, mancante di quell’attitudine impassibile del comando, che impone alle fantasie popolari e affascina le volontà col supporre nel comandante una profonda persuasione; perchè era spada d’Italia egli credette essere la mano che bastasse a maneggiarla, e ripetè l’ambiziosa parola _Italia farà da sè_, la quale[68], d’effetto drammatico in bocca di letterati e di preti, acquistava tremenda importanza ripetuta da un re che montava a cavallo per darvi realtà.
L’esercito arrivò tardi (29 marzo), ed anzichè precipitarsi su Mantova, mal presidiata, e con cittadini disposti alla rivolta, entrò per Milano e Pavia, e a marcie regolari spintosi al Mincio, valore mostrò (8 e 9 aprile) ai ponti di Goito, Valleggio, Monzambano. Passato il fiume, coll’inutile assedio di Peschiera s’intepidì l’entusiasmo, aspettando il parco che arrivò solo il 15 maggio: e lungo l’Adige distesa una linea di trentasei miglia, cominciossi una guerra di posizioni. Ben presto sessantamila uomini si trovò Carlalberto. Vi si aggiunsero cinquemila Toscani fra volontarj e di ordinanza; diciassettemila Romani avvicinavansi al Po; e quattordicimila Napoletani, oltre innumerevoli volontarj; tremila Parmigiani e Modenesi stavano sul Mincio; cinquemila Lombardi verso il Tirolo; bande di Veneti alle alpi Carniche.
Anfossi, Longhena, Griffini, Manara, Arcioni, Simonetta, Sorresi, Bonfanti, Tololti, Sedabondi, Torres.... capitanavano bande; bande di volontarj polacchi ci erano menate dal gran poeta e mistico Mickiewitz; napoletani dalla principessa Belgiojoso, siciliani da La Masa, altri dal belgio Thamberg, altri ancora dall’attore Modena, la cui moglie ne portava la bandiera, e di più serj dal famoso Garibaldi; nè mancavano preti, e l’eloquente Bassi barnabita, che nel 1836 avea tanto giovato a Palermo durante il cholera, e il padre Gavazzi parevano santificare la causa e meritarle il nome di crociata; i seminaristi medesimi si organizzarono per le armi: nobili impeti, a cui mancavano la disciplina e l’unione, che sole possono dare la vittoria.
Ma improvvida fiducia in noi e improvvido disprezzo pel nemico fecero che, quando ognuno avrebbe dovuto offrire sin l’ultimo soldo e l’ultima stilla di sangue pel riscatto nazionale, si stiticasse sui sacrifizj, e si dissentisse sui mezzi. Come i Lombardi eransi lusingati di vincere democraticamente in tempo che ogni forza sta concentrata ne’ Governi, così i Piemontesi opponevano battaglia di fronte a un esercito di mirabile disciplina ed esperienza; mentre alla vittoria, unico scopo, sarebbe dovuto dirigersi l’impeto nazionale, non si seppe o non si volle effettuare la leva a stormo; si tennero in lieve conto i volontarj che, con ottima sentita, si portarono a difesa dei varchi alpini, benchè si vedesse il nemico avvantaggiarsi dei subitarj, corsi ad ajutarlo dalle scuole austriache o dalle fucine stiriane. Da cinquantamila uomini che si trovavano in Lombardia fra i ventotto e i trentott’anni, che aveano militato; e non furono richiamati istantanemente sotto le armi: seimila trecento ch’erano disertati dagli Austriaci, furono rejetti dall’onor militare, e coperti di quel sospetto che invita a tradire: invece di innestare subito i coscritti nell’esercito piemontese, con camerati esperti, sotto vecchi uffiziali, si volle formare un esercito lombardo, sciupando denaro e tempo, crescendo gli scioperi e quindi gl’intriganti, e non recando ajuto alla gran causa. Giovani baliosi non aveano vergogna di rimanersi a casa a pompeggiare nella guardia nazionale e nelle parate, e poeteggiare sui giornali e nelle canzoni quel coraggio che è si facile allorchè l’occasione è lontana.
In quelle ore procellose dove sono gli avvenimenti che impongono i dittatori, d’ogni città presero il governo le persone che si trovarono o che vollero mettersi in una posizione di molti pericoli e di nessun vantaggio, e ripagata coll’impopolarità. Per accentrare la resistenza e i comandi, il Governo provvisorio di Milano faticò a vincere le gelosie, che sono brina ad ogni fiorire di speranze italiche, e fare che ciascuna provincia gli mandasse un deputato. Vennero scelti non coloro che aveano tramato o intrigato, forse neppure sperato; alcuni anzi già bersaglio della stampa demagogica[69]: sì poco era figlia di congiure quella sollevazione, che traeva nobiltà e forza dall’intento comune e semplice di rivendicare la nazionalità.
Ogni Governo rivoluzionario si trova debole a fronte dei compagni di rivolta, ed esposto ai mille rischi della inesperienza, della precipitazione, del disordine. Il nostro poi, vacillante per inesperienza e incoerente per gli antecedenti, neppure cercossi la sanzione popolare, tanto facile in paese sistemato a municipj. Nei momenti sublimi in cui l’ispirazione viene dalle moltitudini, essa irradia taluni che, cessato quel lampo, devono ricadere nelle tenebre: e caratteri medj, i quali usano riguardo a tutti, carezzano il bene come il male politico, potrebbero mai condurre una rivoluzione, che vive di moto, d’azione, d’audacia? Alla nostra, mentre era nel primo lancio, imposero la formola delle società in riposo, conservare l’ordine; nè tampoco si seppe governare una gente, così facile a governare perchè così facile a illudere; quando tutto era straordinario, operavasi come in occorrenze consuete.
I prestiti volontarj sono uno spediente che piace a leggersi ne’ vecchi repubblicani; si piange d’una fanciulla che offre l’anello di fidanzata, d’una vecchia che dona la tabacchiera d’argento, d’un prete che levasi le fibbie; ma che profittano ora che le forze e il denaro sono concentrati nei Governi. Si abolivano la gabella del sale e il testatico, mentre col sospendere i pagamenti del Monte sconcertavansi tante famiglie; si chiedeano le argenterie domestiche e gli spogli delle chiese, mentre tesori poteano cavarsi annunziando la suprema necessità del vincere.
Pronte nubi offuscarono quel rosato, di cui si colora l’alba d’ogni rivoluzione. I sistemi corruttori pregiudicano l’avvenire col far che, al punto di cambiarli, non si trovino persone capaci a rappresentare la nuova età; e che i vulghi, lusingati di alleviamenti e beatitudini, ricusino gli stenti con cui bisogna conquistarli, e lo spostamento degl’interessi e delle abitudini. In società educate così, le qualità negative prevalgono, e guaj a chi trascende una mediocrità, palliata col nome d’eguaglianza! nome illustre, operosità, esaltazione di nobili sentimenti, influenza riconosciuta divengono pericolosi e denigrati. Se non bastava dunque il trovarci inesperti degli affari, delle armi, della vita politica; se non bastava che Tommaseo e Cattaneo, Gioberti e Rosmini, Cibrario e Brofferio, Carlalberto e Berchet si fossero palleggiati insulti, che poteano mettere in disparte ma non disfare, i generosi restavano elisi dal dispetto proprio o dal sospetto altrui, all’istante che più n’era bisogno.
Gente irritabilissima gli scrittori! E alcuni di essi, che sulle prime esageravano l’eroismo per incitarlo, ripigliarono presto il riso sardonico; altri, che avevano aspirato ad essere primi, non soffersero di rimanere secondi, e sbracciavansi a rivelare gli errori di chi non faceva come loro, e autorizzavano le ire delle fazioni, che sempre gridansi tradite da chi non le serve come esse vogliono. Mentre il riuscire a cose straordinarie allucina in modo da far credere tutto possibile, i tentativi arrischiati cacciano indietro molti spiriti sbigottiti, compromettono ciò che esagerano, ruinando ciò che trascendono. Fra coloro dunque che, per moda o per primeggiare, aveano invocato la tempesta, molti sgomentaronsi al vederla scatenata; e dagli inconditi sussulti di Francia presagendo qui pure la ghigliottina o il comunismo, corazzavansi contro coloro che pur seguitavano a chiamare fratelli.
Mentre tutti credeansi valevoli a proporre, nessuno volea la responsabilità del risolvere; il popolo male obbediva a governanti, dipintigli come spregevoli; e fra le canzoni e la proclamata fraternità nessuno avea fiducia in nessuno. Finchè trattavasi di bruciare in effigie Guizot o Metternich, e di mettere in caricatura Radetzky, molti faceano l’eroe; quando si trattasse di fatti, l’inerzia, che prima si crogiolava nell’impossibilità di affrontare il nemico, dappoi coglieva pretesto dalla facilità della vittoria, tutto asserendo finito colla cacciata de’ Tedeschi.
Ai nuovi reggitori accalcavansi i servidori degli antichi, che cogli antichi non volendo cadere, chiedeano compensi di persecuzioni non sofferte; improvvisati statisti offrivano consigli; speculavasi sulle armi, sugli impieghi, sulla pubblicità, sulla fame; dilettanti del mestiere di delatore e di carceriero continuavano a vedere cospirazioni e delitti, e mentre sovrastava un esercito minaccioso, eccitavano schiamazzanti paure contro spie che non si trovavano, contro contadini che voleano soltanto far chiasso come i cittadini. Vaglia il vero, di que’ tumulti licenziosi che altrove metteano sdegno o terrore, danneggiando le persone e gli averi, qui non fu ombra; ma le dimostrazioni clamorose attestavano che freno d’autorità non v’avea, e i reggitori erano impotenti.
Di fuori ci vennero anche ibridi innesti, e in paese ove il clero sempre era comparso nelle prime file, si urlò contro gli ecclesiastici; in paese che da ottant’anni non conosceva dell’aristocrazia se non la casualità dei natali, si seminò odio ai nobili, anche in ciò snervando col dividere.
Quindi oberate le finanze nella pinguissima Lombardia, e sospesi i pagamenti del Monte; inettissimamente provveduto alla guerra; e nell’inazione si cominciò a disputare del come si governerebbe la nazione, prima d’essere certi che nazione saremmo. La repubblicana parea forma consentanea a paese ribattezzatosi col proprio sangue, dove nè dinastie da rispettare, nè aulica nobiltà da gonfiare; ciascuno avea contribuito alla redenzione, ciascuno conserverebbe la massima porzione di sovranità. I bei ricordi della Lombardia non erano repubblicani? ed ora questa forma dalla Francia iniziatrice non sarà diffusa a tutto il mondo? non ci procaccerebbe volonterosi ajuti da quella sorella? non allontanerebbe le gelosie degli antichi e le ambizioni dei principi nuovi? D’altra parte, gli avversarj più risoluti di essa aveano predicato che da Repubblica a Governo costituzionale poca o niuna differenza intercede[70].
Pure, nel supremo intento della liberazione, la Giovane Italia si era obbligata, già prima dell’insurrezione, a velare il suo vessillo, chè non turbasse i principi rigeneratori. Se Carlalberto al primo entrare in Lombardia avesse assunto poteri dittatorj, e concentrate tutte le forze allo scopo unico, chi avrebbe mosso lamento? Ma ed egli e il Governo provvisorio iteratamente aveano promesso, della forma di governo non si ragionerebbe che a causa vinta, quando liberi tutti, tutti deciderebbero. Or eccoli invece sollecitare il paese a dichiararsi; e nonchè gl’intraprenditori di dimostrazioni e di mozioni, il filosofo nel cui nome si era iniziato il movimento, uscì dai dignitosi suoi studj per vagare apostolando la fusione col Piemonte[71]; con ciò determinando un altro, in cui si personificavano le spasmodiche speranze di diciott’anni, a contrapporvi il grido di repubblica.