Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)
Part 10
Il Sannazaro suddetto fece quel che in Portogallo già si usava, il romanzo pastorale in prosa numerosa mescolata di versi; ma versi manierati, a cui volle aggiungere l’inarmonica difficoltà delle rime sdrucciole; e prosa rabberciata di latinismi, a zeppe, a parentesi, a trasposizioni; per quanto vive esprima alcune pitture, e veraci alcuni affetti. Studiò Teocrito, il quale non avea studiato la natura; e figurò i pastori colti d’ingegno e raffinati di sentimento. Poi _alle Camene lasciar fe i monti ed abitar le arene_, inventando le egloghe pescatorie, ancor più artifiziate, sebbene ispirar lo dovessero le spiaggie della sua Mergellina, le più belle che il sole indori.
L’italiano colto era dunque ridesto, ma non vi si tornava coll’ingenuità primitiva, sibbene colla riflessione, collo studio, coll’imitazione; e in conseguenza camminò manierato, pretensivo, anzichè analitico e svelto qual si parla da chi parla bene. Considerata la lingua come una fattura de’ letterati, ne conseguiva che i letterati potessero a voglia regolarla; onde comparvero grammatiche[94] e discussioni e sofisticamenti sull’indole e sugli usi di quella che due secoli innanzi era stata adoperata insignemente. Il Boccaccio, in grazia spesso di quel che n’è meno imitabile, fu preso per canone, posponendo la casta semplicità de’ suoi predecessori ai costrutti singolari e alle eleganti giaciture. Sovra lui sottigliò Pietro Bembo nobile veneto (1470-1547), che chiamarono balio della lingua. Avea quaranta portafogli, dall’un all’altro dei quali passava le sue carte, correggendole man mano; e ci ripetono, — Egli è una prova che può scriversi pretto senz’essere nato sull’Arno». Ma (oltre sapersi che suo padre, letterato dottissimo e operoso magistrato, il portò seco a Firenze in età di otto anni), quel suo non ismontar mai da’ trampoli, non dettar mai naturale, rivela che non ha nativa la lingua; fin le epistole egli lavora a tessello di frasi altrui e strascico di periodi e ricorrenti latinismi, senza vigore mai. Le sue _Regole grammaticali_ ebbero quattordici ristampe, ma trovarono molti contraddittori; il Castelvetro, il Caro, il Sannazaro, gli Accademici Fiorentini le appuntarono, e chiarirono che neppur esso autore vi si atteneva: e di fatto non posano su verun fondamento razionale, nè allargansi a comprensioni generali.
Caterina Cornaro, rinunziato il regno di Cipro alla Repubblica veneta, si ritirò ad Asolo, castello sopra Treviso, alle prime falde dell’Alpi, e fattane signora con un assegno di ottomila ducati, vi spiegava qualche lembo avanzatole del manto regio, alla corte fastosa di ottanta servi e dodici damigelle, e giuliva di mille delizie, aggiungendo la compagnia di letterati e artisti, visitata or da Teodora d’Aragona moglie d’un Sanseverino, or dal marchese di Mantova, ora dal cardinale Zeno, più spesso da Pandolfo Malatesta di Rimini, che venivano a godervi caccie, pesche, corse, balli, o le nozze di qualche a lei prediletta. E v’interveniva giovinetto galante il Bembo, e v’ideava i dialoghi _degli Asolani_ «per esortar i giovani ad amare»; introducendo però un Dardi Giorgio, pio solitario, che dal terreno li solleva all’amor divino. Danno per isquisita la canzone sua in morte del fratello, e i sonetti in morte della Morosini, madre de’ suoi figliuoli: ma il cuore non mel disse. Insomma, di tanti che il lodano, quanti lo lessero? Guarda un’opera sua, tu credi sempre che tanta fama sia dovuta a un’altra; ogni encomio si conchiude nella compassata eleganza: ma a questa si può giungere colla fatica, e perciò molti lo tolsero ad imitare fra que’ tanti che cercavano, non qual cosa dire, ma come dirla.
Non sarà superfluo l’avvertire come gli Italiani, ogniqualvolta peggio soffrivano e si trovavano precluse le disquisizioni politiche, si buttarono sopra quelle della lingua, quasi una protesta della nazionalità che ad essi voleasi strappare. E il fecero allora. Il Giambullari nel _Gello_ tolse a derivar la nostra dall’etrusca, che è ignota, ma che supponeva affine all’ebraica, donde i suoi fautori si dissero Aramei. Celso Cittadini la facea vissuta fin ai tempi di Roma antica; ma la filologia comparata era sì bambina da non recar a distinguere la maternità dalla fratellanza. Peggio litigarono sul nome. Il Trissino vicentino la voleva detta italiana; fiorentina il Varchi e il Bembo; senese il Bargagli e il Bulgarini; toscana Claudio Tolomei; il Muzio, ribattendo l’Amaseo che la rilegava nel trivio, voleva che la lingua fosse desunta da ciascuna città e provincia d’Italia «come un’insalata di diverse erbe e di diversi fiori», asserendo che «non i fiumi toschi, Ma il _ciel_, l’arte, lo studio e ’l santo amore Dan spirito e vita ai nomi ed alle carte»: contro Bartolomeo Cavalcanti, che trovava lo stile del Machiavelli incomparabilmente superiore a quel del Boccaccio, sostenne che questo s’addice ad ogni maniera di componimento: contro il Varchi lanciò deboli ragioni con violenza, e quasi sapesse la lingua meglio di loro, appunta modi del Ruscelli, del Dolce, del Castelvetro, del Machiavelli, del Guicciardini: contro Dante pure s’avventò, nel che lo contraddisse il Cittadini. E su tutto ciò si compilarono libri senza fine, che meglio avrebbero sciolto il nodo adoprando essa lingua ad alcun che di elevato e degno.
Il Salviati[95] rabbuffa il Muzio e il Trissino e gli altri _forestieri_, «i quali pronunziando la loro favella in maniera che scrivere non si possono le loro parole nè senza risa ascoltare, ci motteggiano nella pronunzia, e dannano in noi la virtù che si disperano di poter mai ottenere... A tutte le cose che da coloro contro la nostra lingua si son volute dire, bastata sarebbe questa risposta sola, che essi niuna cosa propongono, niuna ne vogliono provare, che mai allegano uno scrittore che di Firenze non sia. E che nuovo linguaggio, che inaudita rimescolanza, che centauro, che chimera, che mostro sarebbe quello, quando pur anche far si potesse, un mescuglio di vocaboli di forse trenta diverse lingue? E dove mai e quando mai fu veduta scrittura di questa guisa, o come la siffatta dir si potrebbe lingua, se lingua non è quella, la quale o da alcun popolo non si favelli, o la quale alcun popolo per alcun tempo non abbia mai favellata? Chi sarebbe che la intendesse pur mediocremente? dove s’avrebbe a far capo, dove a ricorrere per le proprietà? e in qual guisa maravigliosa andarono questi nostri per tutto il corso della loro vita passeggiando per tutta Italia a prendere cento vocaboli di Romagna, trecento di tutte le terre di Lombardia, altrettanto di Napoli e suo reame, e finalmente dieci di quel paese e quattro di quel castello? Che fatica, che stento, che infelicità convenne che fosse la loro in quel tempo!» Insomma vorrebbe lo scrittore fosse nato in Firenze, poi studiasse in Dante, Petrarca, Boccaccio e negli altri trecentisti la legatura delle parole e lo stile: lo che rese tanto difficile lo scriver bene, all’imitazione degli antichi dovendosi aggiungere l’imitazione dei moderni.
Sono le controversie che si rinnovano di tempo in tempo, discutendo sulle parole, invece d’occuparsi di cose; rimestando la tavolozza, invece di dipingere. Parve poi fatale da que’ primordj fino alla umanità odierna, che contraddittori e apologisti credessero ragioni le villanie, non s’elevassero mai alla natura dei linguaggi e al paragone di ciò che negli altri paesi intervenne, e, per angusto municipalismo, negassero la preminenza ai Toscani quegli stessi che pescano toscane eleganze per parer belli; impugnando così, almeno in teorica, quell’unità della lingua che ad altre unità è scala e suggello.
Già il Tolomei avea proposto di levare l’_h_ da _hora, dishonore, havea_; ma con più senno voleva il Trissino distinguere l’_i_ dall’_j_, l’_u_ dalla _v_, smettere la _ph_ per _f_, il _th_ per _z_; e coll’η, ed ε, coll’ο e ω greci discernere il suono stretto o largo di queste due vocali. Sciaguratamente egli adoprò quest’ortografia in un poema illaudabile, e non essendo toscano, errò nell’applicazione, onde gli si levarono addosso le beffe, massime dal Firenzuola; eterno modo anche questo d’impacciare le cose buone! Alcune di siffatte innovazioni prevalsero, le altre rimangono desiderate.
Particolare attenzione alle regole della lingua si applicò quando cadde la libertà fiorentina, cioè quando cessarono i grandi scrittori; e fu istituita anche una cattedra di italiano per Diomede Borghese, il quale con quarant’anni di studio pretendeva avere ottenuto il titolo di arbitro e regolatore della toscana favella. I malcontenti dei Medici, per avere un pretesto di adunarsi, proposero di emendare il _Decamerone_, guasto nelle varie stampe; e l’edizione fatta dal Giunti nel 1527 è cercata come un lavoro di partito. E perchè il Decamerone si teneva pel libro più utile, ma insieme pericolosissimo al buon costume, fu commesso al Salviati di prepararne una lezione castigata, per la quale gli toccarono i vituperj che al pittore Braghettone.
Continuò quella fratellanza nell’accademia degli Umidi, la quale adunavasi in casa di Giuseppe Mazzuoli, «cittadino (com’egli diceva) senza stato, soldato senza condizione, profeta come Cassandra», che avea combattuto nelle Bande nere, poi all’assedio; poi fatto vecchio, ma sempre sollazzevole ed amoroso dei giovani, molti ne univa, i quali «ancorchè fussino la maggior parte in esercizj mercantili occupati, pure si promettevano tanta grazia dalle stelle e dalla natura, che bastava lor l’animo a render conto dei casi loro in simile professione»[96]. Cosmo, conoscendo l’astuzia del farsi serve le lettere col proteggerle, cominciò a dare a questi giovani il titolo più lauto di Accademia Fiorentina, poi stanza nel suo palazzo, e pubblicità, e prebende, e fin privilegio di fôro; per quanto il Mazzuoli si dolesse di questo voler il duca tirare tutto a sè. Propostosi a studio speciale la lingua, i membri di essa si buttarono a leggere dissertazioni sopra un sonetto, un verso, una parola di qualche classico, e principalmente del Petrarca; e poichè ciascuno voleva avere esordio, perorazione e congrua lunghezza, considerate quanto sciupìo di parole in un secolo già tanto verboso! Saviamente pensando che gioverebbe alla lingua l’esercitarla in traduzioni, il duca ne commise molte ad essi accademici, come di Aristotele al Segni, di Boezio al Varchi, di Platone al Dati, e via là.
Nojati dallo stillar quintessenze, i membri di essa Giambattista Dati, Anton Francesco Grazzini, Bernardo Canigiani, Bernardo Zanchini e Bastiani de’ Rossi fecero scisma, e raccoglieansi ad altre tornate che chiamavano _stravizj_, perchè rallegrate dall’amenità del luogo, da festivo cicalare, da squisite cenette[97]. Pier Salviati gli esortò a dare a quei ritrovi alcuno scopo certo, senza abbandonare l’originaria giovialità; onde formarono un’accademia che per celia battezzarono della _Crusca_, togliendo per emblema il frullone, per seggiole le gerle del pane rovesciate cui serve di spalliera una pala da grano, per sedia dell’arciconsolo tre macine, e ognuno un nome da tali simboli, l’Infarinato, l’Inferigno, il Rimenato, l’Insaccato; Grazzini volle ritenere il titolo suo primitivo di Lasca, perchè questo pesciattolo a friggerlo s’infarina. Continuarono così a mandar fuori cicalate bizzarre, finchè assunsero di compilare il vocabolario della Crusca, sgomento dei pedanti, beffa dei frivoli, che non vogliono conoscerne l’intento e l’uso.
Quantunque persuasi che la favella d’una nazione sia un dialetto elevato alla dignità di lingua scritta, e che in Italia il fiorentino meriti questo vanto, gli Accademici non s’accontentarono (come poi col parigino fecero quelli di Francia) di dare tutte le voci dell’idioma toscano, ma le rinfiancarono d’esempj. I filologi, che allora s’abbaruffavano sopra il valore di parole latine, non poteano risolvere che per esempj scritti; l’illustrazione de’ Classici era l’oggetto di moltissime opere, di moltissime accademie, e singolarmente della fiorentina; il quale andazzo portò i Cruscanti a voler munire ogni voce e i varj significati di essa con testi, credendo dare autorità ai modi, e chiarire il senso degli autori[98].
Ma poichè negli autori non si trova che la minor parte della lingua, i Cruscanti ricorsero a scritture ove abbondano le parole d’uso famigliare, come ricettarj, zibaldoni da bottega, e somiglianti. Di più si fece; e alcuno prese a scrivere componimenti col preciso scopo d’inserirvi voci di cui gli esempj mancassero, quali furono la _Fiera_ e la _Tancia_ del Buonarroti. Non sarebbe tornato più speditivo il mettere a catalogo le voci stesse, quali s’udivano dal popolo? io lo credo; e crederò sempre rimanga ancora questo bel compito a qualche Toscano, che voglia offrire un vocabolario non voluminoso e da pochi, ma usuale e da tutti. Quale però fu fatto dagli Accademici, ha il merito, per quel tempo rilevantissimo, di spiegare i Classici.
In tal lavoro essi errarono spesso, non sempre usarono testi corretti, benchè l’emenda di questi fosse una delle loro applicazioni; non registrarono a pezza tutte le voci neppur d’essi autori; diedero per vivo ciò che era quattriduano, per comune ciò che era d’un luogo o d’un tempo particolare; fin errori e storpiature registrarono, pel proposito di spiegare gli autori. Sovrattutto erano vacillanti nella grammatica, allora in fasce, scarsi nella critica, nata appena. Quindi pecche vere, confessate da essi medesimi nella prefazione, riparate via via nelle stampe successive, ma lasciandone altre che diedero facile messe a chi volle appuntarneli, o supplirne le dimenticanze. Sensatissime e pizzicanti e miniera ai futuri sono le postille che vi pose Alessandro Tassoni, appena uscito il Vocabolario, con frizzo più pungente che non si dovesse aspettare da un accademico. Benedetto Fioretti pistojese (che, con vocabolo composto di tre idiomi, s’intitolò Udeno Nisieli, cioè uomo di nessuno se non di Dio) pose saviissime note in margine a una copia che, comperata a caro prezzo, giovò alle posteriori edizioni del Vocabolario. Il quale resterà come bel monumento storico: e noi, aborrendo le scurrilità lanciategli, lo abbandoneremo solo quando ci abbiano forniti d’uno migliore.
Ma a ciò si richiedono condizioni, che non sono letterarie. E del resto le quistioni della lingua si vincono coll’adoprarla a qualcosa di utile e di grande; e quel secolo abbondò di scrittori che parvero rinfrescare il Trecento, ingentilendolo. Bizzarria, disordine, spirito religioso sopravviveva ancora nei meno accurati, e una fecondità quale di giovinetti appena buttati nel mondo; ma tutto veniva alterato dall’educazione, e poco a poco la coltura sottentrava all’originalità, il lenocinio alla robustezza: la prosa, non più abbandonata al caso e al sentimento, prendeva ordine, e spogliavasi dell’affettazione latina, pur vestendo graziosi costrutti ed eleganti giaciture.
Monsignor Giovanni Della Casa da Mugello (1503-56), il migliore de’ periodanti artifiziosi, scrive qual si conviene a precettore di buone creanze. Di magniloquenza sono tipo le sue orazioni: ma chi in quello strascico cortigianesco può riconoscere il modo di persuadere e di muovere? Aggiungi lo sconcio variare di sentimenti, sicchè nell’una sublima quel medesimo Carlo V[99], che in due altre aveva mostrato peste d’Italia e rovina d’ogni libertà; in quella confonde perfino la giustizia colla volontà di esso[100], in queste ne esagera l’avidità nell’invadere l’altrui; qua predica la libertà d’Italia, altrove esorta a ridur Siena in dominio della famiglia Caraffa.
Orazioni si facevano allora per ogni occasione, ma qual raggiunge l’eloquenza vera? Sonorità di periodi, ridondanza d’epiteti, verbosità, descrizioni, enfasi invece di forza e concisione, nessuna arte di incalzare cogli argomenti, di penetrare l’intimo degli animi per isnidarne il vizio o indur la persuasione. Non un buon predicatore sorse in quel meriggio delle lettere. Per via severa camminò frà Girolamo Savonarola, tutto impeti e con movimenti qua e là di vera eloquenza: ma quella che arte chiamiamo gli manca, e troppo spesso converte il pulpito in tribuna. D’orazioni profane funebri, di complimento, di persuasione, un migliajo rimane, ma chi leggerebbe quel cicaleccio inane, se non per ripescare fra un diluvio di parole qualche notizia?[101]
Vuolsi coraggio a trangugiar quelle di Leonardo Salviati con tanto profluvio di voci oziose, tanto viluppo di membri e membretti. Questa palma mancante all’Italia, pretese cogliere Alberto Lollio con arringhe di assiderante eleganza, sovente sopra soggetti immaginarj, e puntellate di figure retoriche e luoghi topici uno infilato all’altro; talchè somministrano abbondanti esempj ai precettisti, e noja insuperabile ai lettori. Buoni favellatori possedette Venezia, ma scarsi d’arte e di lingua incerta; robuste e spigliate procedono cinque orazioni che si hanno stampate di Pietro Badoero; e lodatissime furono le arringhe giudiziarie di Cornelio Frangipane friulano.
Deh potessimo avere i ragionamenti onde i Fiorentini ed altri repubblicani persuadevano al meglio della patria!; ma quelli intarsiati ai racconti dal Bembo, dal Nardi, dal Varchi e peggio dal Guicciardini, sono esercitazioni compassate, di niuna spontaneità, e guaste spesso dall’imitazione. Bartolomeo Cavalcanti è più vero, e per ciò più robusto. Unite il discorso di Giambattista Busini al duca di Ferrara pei profughi di Firenze perseguitati da Clemente VII, quello di Giacomo Nardi a Carlo V sulle tirannie del duca Alessandro, e se vogliasi l’apologia di Lorenzino; e avrete tutta l’eloquenza politica di quell’età, prima che le fosse tolto il parlare. E il non essere sorto un grand’oratore fu non ultima causa del mancarci una prosa nazionale; prosa svelta, propria, concludente, che in tutti gli scrittori apparisca unica di fondo, variata di colore secondo la materia, la persona, gli studj; prosa approvata dai dotti e insieme gradita al popolo, che vi riscontri le forme sue ma nobilmente atteggiate, le sue parole ma con arte disposte. E restammo fra una lingua colta e morta, usata spesso a materie inette; ed una viva, ma creduta solo acconcia a frivolezze, a commedie, a novelle, che saranno sempre il più ricco tesoro di bei modi, d’animosi tragetti, di frasi calzanti.
Gli storici (t. IX, p. 254) sono i migliori scrittori, ma neppure essi evitano l’espansione smodata e la prolissità, nè le parole rinzeppate o le particelle superflue, che stornando l’attenzione, fanno o meno o male intendere l’idea. Alcuni all’arte unicamente posero pensiero, come Pier Francesco Giambullari, che i fatti generali d’Europa dopo il IX secolo espose con bellissima retorica; caro alle scuole dove si separa il pensiero dalla parola. L’irremediabile amplificare di Francesco Guicciardini, que’ periodi intralciati di tante fila, che dianzi un editore faticò per distrigarli in qualche modo, possono correggere il moderno sfrantumare, ma troppo distano dalla rapidità che il racconto esige[102]. In fatto egli non erasi mai esercitato a scrivere; ma la profonda intelligenza e il buon senso, cui unisce sperienza e calcolo, gli valgono a gran pezza meglio che i precetti.
Bernardo Davanzati mercante fiorentino (1529-86), indispettito dal forestierume che s’infiltrava col commercio e colla Corte, per rimedio suggeriva di «spolverare i libri antichi, e servirsi delle gioje nostre che ci farebbero onore»: preferiva la lingua fiorentina alla comune italica, che «quasi vino limosinato a uscio a uscio, non pare che brilli ne’ frizzi». Ristrettosi a Tacito, Orazio e Dante, maestri dello scolpire i pensieri, egli solo, fra tanto sproloquio in cui smarrivansi i pensieri, propose di mostrare come la nostra favella possa emulare la madre in nervosa brevità; e traducendo Tacito, ridusse più conciso il concisissimo fra gli storici antichi. Che se licenziossi a qualche ribobolo che detrae al signoresco narratore, le più volte l’intende a meraviglia, e lo riproduce colla vera fisionomia, coll’efficace semplicità afferra il punto e picca; e noi lo teniamo inarrivabile modello del vulgarizzare[103].
Rimane sempre vero che i libri più pregevoli di quel secolo sono i meno artifiziati, le lettere del Caro, la vita del Cellini, e quelle del Vasari. Ben hanno preteso i letterati d’aver abbellito queste ultime; ma la storia li smentisce, quand’anche nol facessero esse medesime. Chiarezza, brevità, vigore son lodi costanti dello stile del Machiavelli, più pregevoli quanto al suo tempo più rare; del resto va senz’arte: ne’ periodi zoppica non di rado, mirando unicamente alla forza; è ricco d’idiotismi; ma quei che supposero non sapesse di latino, badino come l’imitazione latina lo traesse a costruzioni o falsate o contorte; e, malgrado i molti difetti, merita gran lodi da chi sappia non solo ammirare ma osservare. Come poeta, oltre le commedie ove mostrò quanto poteva migliorarsene il gusto, stese i _Decennali_, meschina imitazione di Dante, narrando i fatti del suo tempo. Nell’_Asino d’oro_, che solo pel titolo rammenta la spiritosa fatica di Apulejo, finge essersi smarrito in una foresta, ove da’ mostri lo campa una donna, che lo conduce a un serraglio di bestie allegoriche.
Nell’imbratto che fece della lingua di Dante e del Villani, il Boccaccio ebbe troppi imitatori; sicchè i novellieri sentono tutti di quella puzza. D’interesse, di color locale, d’affetto mancano in generale, si dilatano in uno stile spento e languido, e connettono i racconti con filo ancor più tenue che il loro modello. Nella peste del 1374, una brigata d’ogni condizione viaggia per Italia, distraendosi con cencinquantasei racconti, la più parte osceni, tutti incolti, che Giovan Sercambi lucchese raccolse. Dall’Aretino, da Speron Speroni, da Ercole Bentivoglio ed altri, sorpresi dalla pioggia alla pesca, suppongonsi narrate le diciassette novelle dei _Diporti_ di Girolamo Parabosco, musicante piacentino e poligrafo. Cinque uomini e altrettante donne, spinti da egual accidente in una casa, vi ingannano la sera novellando; del che sono formate le _Cene_ del Lasca speziale fiorentino, procedenti con sintassi naturale, periodo disinvolto, espressione tersa propria; e con molta varietà, nè senza tragico interesse, che poi l’autore volge dispettosamente in riso. Egli avea pure composto pungentissimi scherzi e commedie di candidissima dettatura, di scarso intreccio, d’invereconda morale.
Agnolo Firenzuola fiorentino (1493-1548), tutto fiori e grazie, deh perchè quell’insuperabile trasparenza di stile adoprò solo in frivolezze e scurrilità? Era monaco vallombrosano; e appassionato della materiale bellezza femminile, ne stese un trattato fra lubriche particolarità e sogni cabalistici. In una brigata fa ragionar d’amore, e raccontare laide novelle innanzi alla «regina del suo cuore... bella e pudica quant’altre mai». Anche dagli animali fa dare precetti ed esempj; sul soggetto di Apulejo forma un _Asino d’oro_, acconciato ad altre idee.
La _Filena_ di Nicolò Franco fu messa un momento di sopra del _Decamerone_, poi dimenticata. Giovanni Sabadino degli Arienti bolognese dettò neglettamente settanta Novelle Porrettane. Masuccio Salernitano nel _Novellino_ moltiplica avventure a scorno de’ frati e in istile boccaccevole. Delle ottanta novelle latine trivialmente oscene di Girolamo Morlino napoletano si valse Gianfrancesco Strapparola di Caravaggio, che le divise in notti, zeppe di meraviglioso e d’inverosimile, e benchè da postribolo, le suppone esposte da oneste fanciulle. Alle consuete immoralità vollero sottrarsi Sebastiano Erizzo, che fece sei giornate di racconti prolissi, e Giraldi Cintio, che negli _Ecatomiti_, narrati da giovani fuggenti a Marsiglia dal sacco di Roma, pretese insegnar la morale, e non fu letto; eppure somministrò il soggetto a più d’una composizione di Shakspeare.