Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 41
[27] _Cronache_ del VENTURA. Di tali miracoli sono piene le cronache delle città. Quando i Cremonesi furono assaliti dai Milanesi il giorno di san Pietro e Marcellino del 1213, uscirono divisi in quattro porte; e intanto le donne e i restanti si raccolsero in San Tommaso, dove sono i corpi di que’ santi. Sconfitta essendo la porta San Lorenzo, si estinse la quarta parte delle lampade accese dinanzi ad essi santi; sconfitta anche porta Natale, si spense un altro quarto delle lampade; e così fu per porta Pertusa. Restavano quei di porta Ariberta, quando dall’arca uscirono due colombe, che volarono all’esercito cremonese, poi tornarono nell’arca stessa; e subito le lampade tutte si riaccesero, e la vittoria fu piena pei Cremonesi.
[28] Chi abbia veduto la valle fra l’Arbia e il Biena, di appena mezzo miglio quadrato, crederà che il Malespini, quando vi fa combattere trentamila pedoni e mille cavalieri della sola lega guelfa, abbia fatto come tutti i gazzettieri e i narratori vulgari; nè che _tutta_ quell’oste potesse rifuggirsi nel castellotto di Monteaperti, ove appena alloggerebbe un reggimento.
[29] Dante colloca Farinata (che pur era del partito suo) all’inferno tra gli Epicurei, cioè tra coloro _che l’anima col corpo morta fanno_. Mostra gran venerazione per lui e per altri seco dannati, i cui onorati nomi dice aver sempre raccolti e ripetuti con riverenza. Farinata gli domanda perchè Firenze durasse così avversa alla famiglia sua in ogni decreto, giacchè gli Uberti restavano sempre esclusi dalle tregue che tratto tratto si faceano. Dante gli rammenta la battaglia dell’Arbia; e Farinata,
Poi ch’ebbe sospirando il capo scosso, A ciò non fui io sol (disse), nè certo Senza cagion sarei con gli altri mosso. Ma fui io sol colà dove sofferto Fu per ognun di tôrre via Fiorenza Colui che la difesi a viso aperto. _Inf._, X.
[30] Si ha la stima dei danni recati dai Ghibellini ai Guelfi, che furono valutati 132,160 fiorini d’oro, vale a dire un milione e mezzo. Delle moltissime case distrutte, alcune sono stimate appena quindici fiorini: palazzi chiamansi quelle che valgono più di trecento.
Anche negli statuti di Calimala è prefisso che «tutti i consoli dei mercanti siano quattro, e il camerlingo sia uno; e tutti siano ad esser debbiano guelfi, e amatori di santa romana Chiesa». § VI.
I Fiorentini nel 1277 faceano statuto, _Quod nullus ghibellinus possit esse in aliquo officio in civitate vel comitatu Florentiæ: et si quis eum elegerit, puniatur in libris XXV: et si talis ghibellinus receperit, puniatur in libris XXV: et sit precisum. Addatur quod nihilominus removeatur ab officio, et possit probari quod sit ghibellinus per publicam famam, et quilibet possit eum accusare et teneatur secrete_.
[31] DATI, _Cron._, pag. 55.
[32] DINO COMPAGNI.
[33] Si leggano nell’_Archivio storico_.
Le famiglie primamente escluse dal Governo furono trentasette; ma nel 1354 erano cresciute; e millecinquecento magnati doveano prestar garanzia al Comune; nel 1415, quando si compilò lo statuto del Comune, le famiglie escluse erano novantatre.
Ser Belcaro Bonajuti nel 1318, per esser posto fra i popolani, espone come esso e i figli o discendenti suoi non aveano alcun titolo o motivo d’essere avuti per magnati, e chiede non vengano _reducti inter magnates, ut consortes sive de domo filiorum Seragli, sed intelligantur esse et sint populares, et tanquam populares civitatis et comitatus Florentiæ, et in omnibus et quoad omnia debeant haberi, teneri et tractari tanquam populares et de populo civitatis et comitatus Florentiæ; non graventur, inquietentur vel molestentur per aliquem officialem communis Florentiæ,_ ecc. Delizie degli Eruditi, tom. VII. p. 290.
[34] Fin dal 1188 il popolo di Carrara otteneva dal vescovo di Luni, antico suo signore, il terreno per fabbricare la borgata di Avenza in val di Magra, a comodo dei carrettieri e marinaj che trasportavano i marmi. Del 1202 si ha un compromesso tra il vescovo di Luni e i marchesi di Malaspina, cui intervennero come garanti i consoli e militi del comune di Carrara.
[35] FOGLIETTA, lib. V; _Ann. Genuenses_, lib. X.
L’ira fra le repubbliche manifestavasi anche in atti diplomatici. Del 1284, 13 ottobre, abbiamo la carta dell’alleanza de’ Genovesi e Lucchesi con Fiorentini contro Pisani, e comincia: _Instante persecutione valida Pisanorum, quorum virus nedum vicinas partes infecerat, verum pene maritimas universas, ita quod per Comunia infrascripta vix poterat tollerari; pro tali zizania de terra radicitus extirpanda, quæ etiam messem dominicam dudum sua contagione corrumpere incoavit, et ipsorum perfidia refrenanda.... quia innocentes tradit exitio qui multorum non corripit flagitia; idcirca, Jesu Christi nomine invocato, et B. V. Mariæ etc.... et B. Sisti, in cujus festivitate civitas Januæ immensum triumphum habuit contra Pisanos, ipsorum Comunium perfidos inimicos... societatem, fraternitatem et pacta quæ in infrascripta societate continentur, fecerunt adinvicem etc._ E seguono otto colonne dei _Monum. Hist. patriæ_.
[36] Moltissimi atti di tutto ciò si hanno nel _Liber jurium_.
La credenza del 1290 prese ordine di far armare cenventi galee, stabilendo che Genova contribuisse due terzi degli uomini; gli altri erano ripartiti sopra il restante territorio, delle cui proporzioni è indizio il numero degli uomini fissato per dieci galee come segue: Roccabruna dovea dare due uomini, Mentone tre, Ventimiglia cinquanta, Poggiorinaldi tre, San Remo e Ceriana sessanta, Taggia venticinque, Porto Maurizio cinquanta, Pietra dieci, Santo Stefano cinque, i conti di Ventimiglia trentatre, Lingueglia e il Castellaro quindici, Triora cinquanta, Diano quaranta, Cervo quindici, Andora trenta, Albenga sessantadue e il suo vescovado quarantacinque, il marchese di Clavesana quaranta, Cosio e Pornassio otto, Finale sessantadue, Noli venticinque e il suo vescovado tre, Cugliano dieci, Savona sessantadue, Albissola sei, Varazze e Celle cinquanta, Voltri cento, Polcèvera settantacinque, Bisagno cento, Recco venti, Rapallo trenta, Chiavari cento, Sestri settantacinque, Levanto venti, Passano e Lagnoto tre, Materana e i due Carodani cinque, Corvara cento, Carpena settantacinque, Porto Venere venticinque, Vezzano diciotto, Arcola dieci, Trebiano tre, Lèrici tre; cioè in tutto millecinquecentoquarantatre.
Il Varagine dice che nel 1203 la Liguria allestì una flotta di ducento galee, ognuna con ducentoventi in trecento uomini, cioè quarantacinquemila combattenti, eppur ne rimasero abbastanza per armarne altre quaranta, senza sguarnire la città e le riviere. Poniamo novemila i rimasti, la popolazione marittima sarebbe stata di cinquantamila teste; e ritenendola un sedicesimo della popolazione totale, porterebbe questa a circa novecentomila abitanti. Nella _Storia delle alpi Marittime_ del GIOFFREDO sono riferiti molti di questi riparti, con assai particolarità della storia genovese.
[37] _Monum. Hist. patriæ_, pag. 190. Leges municipales.
[38] GIOFFREDO, op. cit.
[39] GIOFFREDO, col. 666.
[40] Un comune di signori è indicato nel diploma con cui Enrico III nel 1014 confermava _hominibus majoribus habitantibus in marchia saonensi_ tutte le cose e proprietà del mare sin a metà del monte, e le ville, i livelli, le pescagioni e caccie ch’erano soliti avere; in quel tratto non si fabbrichino castelli, nè si metta alcuna sovrimposta. _Monum. Hist. patriæ_, Chart. I. 404.
[41] _Monum. Hist. patriæ_, pag. 284. Leges municipales.
Nel 1105 al marchese Alderamo che la chiedeva, i consoli concessero la cittadinanza di Genova, promettendo ajutarlo come fosse un cittadino della loro compagnia; salvo che non accetteranno testimonj fuorchè abitanti nel vescovado, in cause concernenti cose poste nel vescovado; se esso cederà i proprj castelli per occorrenza di guerra, essi non glieli torranno; e se per ciò abbia danno o guerra, essi nel rifaranno e ajuteranno; e se, morto lui, la moglie e i figli suoi giurino la stessa convenzione, essi gliela manterranno: la qual convenzione sarà osservata finchè egli l’osservi. Alderamo reciprocamente prometteva esser cittadino di Genova, e abitarvi esso e suo figlio a volontà de’ consoli, e adempiere il giuramento della compagnia del Comune di Genova; darà i suoi castelli al Comune quando invitato per far la guerra che sia decretata dalla pluralità de’ consoli; quando il Comune di Genova faccia guerra, esso andrà in campo con due militi, a proprie spese e a volontà della maggioranza de’ consoli; gli uomini che erediterà, dopo morta sua madre, dal Giovo al mare, sottoporrà al servizio militare pel Comune suddetto; non obbligherà, nè venderà o infeuderà Varazino; terrà immuni nel suo distretto i Genovesi e le cose loro; soltanto si riserva di non dovere far guerra al Comune di Acqui. — _Liber jurium_, pag. 51.
Seguono i patti col conte di Lavagna e con molti altri signori, e n’è pieno il volume stampato nei _Monumenta historiæ patriæ_.
[42] Sotto il 270 gli _Annali genovesi_ dicono: _Januensis civitas cum toto districtu suo in amaritudine morabatur; regnabat enim inter cives et districtuales divisio, quæ adeo succrevit, quod invalescentibus voluntatibus partium venenatis, per villas et loca communis Januæ cædes et homicidia indifferenter committebantur et prœlia. Qua ex causa ex utraque parte banniti sunt infiniti, qui irruentes in stratas publicas, insultabant homines, homicidia committebant, spoliantes nedum inimicos sed etiam quoslibet transeuntes etc._
[43] _Johannes, Dei gratia Venetiarum, Dalmatiæ atque Croatiæ dux, dominus quartæ partis et dimidii totius imperii romani, de consensu et voluntate minoris et majoris consilii sui, et communis Venetiarum, ad sonum campanæ et vocem præconis more solito congregati, et ipso consilio etc._ Vedi tom. VI, p. 264.
Non è senza singolarità che, d’un Governo durato fin all’età nostra, sia così vacillante e oscura la descrizione; ogni autore cambia e l’epoca e le attribuzioni de’ varj magistrati; il Daru peggio degli altri, se si credesse a Giacomo Tiepolo (-1812), il quale lo accompagnò d’un nojosissimo commento; ma il Tiepolo stesso è smentito da posteriori, che neppur essi n’andarono senza contraddizione; ed ognuno taccia l’altro d’ignorante, di negligente, di invido, di denigratore. Certamente il Daru conobbe pochissimo di quel meccanismo complicato; e sebbene, scrivendo sotto il despotismo napoleonico, per allusione disapprovi gli arbitrj altrui e l’onnipotenza della Polizia, però frantende o disama le libertà storiche. Eppure è il solo letto e ristampato: ma come lamentarcene se non facciamo di meglio? il criticare è facile, non tanto il fare.
[44] «Molti capi andavano dal doge e consegier a lamentarse de tal novità et esclusione; dove che poi quelli erano fati passar in una camera segreta, e la notte strangoladi, e poi la mattina attaccadi con la corda al collo al palazzo». Cronaca citata dal Daru. Probabilmente allude alla congiura di Marin Boconio, di cui il Sanuto riferisce che alcuni congiurati erano chiamati in palazzo, e subito, serrata la porta, venivan spogliati e butati nel Trabucco de Toresella e morti.... Poi furono tolti i corpi de alcuni e posti in piazza, facendo comandamento che, in pena della testa, niuno li toccasse. E veduto che niuno ardiva toccarli, conobbero aver il popolo ubidiente».
[45] Una tal Giustina, che abitava in Merceria, gettò dalla finestra un mortajo, che colpì non Bajamonte, come si suol dire, ma il portastendardo, e sgomentò i seguaci. Offertole un premio, ella domandò di poter esporre ogni anno, nel giorno di san Vito, lo stendardo collo stemma di San Marco alla finestra fatale; e la casa dove stava non dovesse mai pagare più di quindici ducati di pigione ai procuratori di San Marco, cui apparteneva. Sulla diroccata casa del Tiepolo fu posta una colonna infame coll’iscrizione:
De Bajamonte fo questo terreno E mo per lo so iniquo tradimento S’è posto in comun per altrui spavento E per mostrar a tutti sempre seno (_senno_).
Sul fine della Repubblica veneta, quando tutto dovea sonare democrazia, taluno propose di ripristinar l’onore del Tiepolo, come benemerito d’aver tentato spezzare quell’oligarchia, di cui non era male che allora non si dicesse, erigergli un monumento, e fargli esequie anniversarie. Vi fu chi osò porre in dubbio i costui meriti; atto coraggioso in tempo che si considera empietà ogni irriverenza agl’idoli del giorno: molto si scrisse pro e contro, e intanto arrivarono i tempi da non curar più nè le infamie nè le glorie passate. La colonna andò poi a smarrirsi in una villa del lago di Como.
[46] Il nome d’_inquisitori di Stato_ venne in uso nel 1600; prima chiamavansi _inquisitori del consiglio dei Dieci_. Dallo spoglio degli archivj si trova che fecero
dal 1573 al 1600 processi 73 dal 1600 al 1700 — 554 dal 1700 al 1773 — 646, cioè sei all’anno.
[47] _Chron. Novalicense_, v. 14.
[48] _Monum. Hist. patriæ_, Chart. I. col. 217.
[49] Tra altri, frà Salimbeni racconta che nel 1216 gelò sì fattamente il Po, che le donne vi menarono un ballo, e i cavalieri una giostra. Il Gennari, negli _Annali di Padova_ al 1302, soggiunge che, sul fine del secolo passato, essendosi gelato il Bacchiglione, quei di Pontelongo vi fecero una festa da ballo, alla quale accorse tutto il vicinato.
[50] In un registro dell’archivio civico di Vercelli sta un curioso catalogo delle robe che, nel 1203, i Pavesi aveano rubate dal castello di Robbio, col rispettivo valore, e di cui si domandava il rintegro: tre cavalli lire novantasei: ventiquattro loriche, trentanove pancere, ventun capironi, quarantuna maniberghe, trentotto canberìe in tutto lire seicentosedici e soldi otto; scudi quarantasei, altrettante spade; schinieri ventiquattro, falcioni sedici; poi dodici botti, quattro bottali, due tini; carraletti due, quattro coltrici, due cuscini, e così via.
[51] Il duca d’Atene proibì ai Fiorentini di portar merci a San Geminiano perchè non volle rimpatriare certi sbanditi. Lo statuto di Chieri vuole che, chi ricetta un omicida, paghi venticinque lire; se non le ha, gli si guasti la casa e tagli la vigna. CIBRARIO, _Economia pol. del medio evo_.
[52] Lo statuto di Mantova a lunghissimo provvede intorno ai cavalli e ai difetti loro. Ivi (lib. IV. rub. 17) è ordinato che in ogni terra di quindici famiglie (_habente XV lares_) siavi un ferrajo e sufficiente quantità di chiovi e ferri pei cavalli d’arme che passassero.
[53] L’irrigazione era già conosciuta dagli antichi; onde il virgiliano, _Claudite jam rivos, pueri; sat prata biberunt_. Columella cita Porcio Catone, che distingue il prato _siccaneum_ e il prato _riguum_, e suggerisce di non farli nè in piano troppo declive, nè in fondo tropo concavo.
Nei conti antichi de’ monaci di Sant’Ambrogio e di Chiaravalle a Milano non occorre cenno de’ formaggi. Al 1494 sono menzionati formaggi da libbre piccole quattordici; il che è appena un decimo de’ presenti.
[54] Gregorio vescovo di Bergamo, nel 1136, concedette ai monaci cistercensi un territorio allo sbocco della valle Seriana, detto Vall’Alta, pel livello di dodici libbre di cera l’anno. I nomi di Cerreto, Cerretina, Gagio, Roncarizio, che ancora vi si conservano, ricordano le boscaglie, addensate ove ora son prati e vigneti. I Cistercensi diedero quelle terre a coloni temporarj obbligati anche a difendere il monastero e la chiesa; e poichè furono dissodate, le concessero a commendatarj, i quali le affidavano a coloni stabili, che finirono col diventare livellarj. GATTI, _St. dell’abbazia di Vall’Alta_. Milano 1853.
[55] Re Astolfo, da Pavia il 10 febbrajo 733, nel privilegio a favore di Anselmo suo cognato, fondatore dell’insigne badia di Nonantola, donava un oliveto posto presso al castello d’Aghinolfo tra Pietrasanta e Massa.
Nel 753 due figli di Walperto, duca dei Longobardi in Lucca, rinunziano al fratello Walprando vescovo di Lucca, per un pezzo d’oro a guisa di torre, la loro porzione di tenuta in Tucciano, con vigne, oliveti e coloni. _Mem. lucchesi_, tom. V. p. I.
Nel 779 un Pistojese, partendo per un viaggio, lascia testando tutti i suoi beni ai poveri, eccetto un oliveto posto in Orbiniano, che assegna al monastero di San Bartolomeo in Pistoja. _Arch. dipl. fiorentino, carte del San Bartolomeo di Pistoja._
Nell’818 le monache di Santa Lucia di Lucca investendo il parroco di San Pietro a Nocchi, gli imponevano di dar loro la metà del ricolto di vino, ghiande, fichi secchi, castagne, olio. Ed oggi pure l’olio eccellente forma la ricchezza maggiore di quella valle. In una carta del 779 si rammenta l’oliveto di Arliano in val del Serchio. _Mem. lucchesi_, tom. IV. p. I.
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_Pratis Longula dives_ _Et virides nutrit oleas, Bacchique liquores_.... _Non est mons alius melius tibi, Bacche proterve,_ _Non alibi tantum placuit sua sylva Minervæ._ MOYSE.
[57] Ai mali che talora portavano carestia, bisogna aggiungere le cavallette, delle quali cade frequente memoria. Andrea prete nell’871 ricorda che si lanciarono sul Bresciano, Cremonese, Lodigiano, Milanese a torme, consumando i grani minuti. Altrettanto narra Giovanni Diacono della Campania e di Napoli; e sono descritte con quattro ale, sei piedi, bocca assai larga, vasto intestino, due denti più duri che pietra, con cui rodeano qualunque solida corteccia, lunghe e grosse quanto un pollice, e drizzantesi verso occidente. S’aggiunge che in quell’anno a Brescia piovve sangue per tre giorni, il che può attribuirsi alle crisalidi di quegl’insetti; come anche quanto Andrea narra che, verso Pasqua, in Lombardia si trovarono le foglie coperte di terra che credevasi piovuta. Stefano III, oltre l’aspersione d’acquasanta, prese il metodo, oggi ancora usato, di pagare cinque o sei denari ogni stajo che i contadini ne portassero. Federico II nel 1231, essendone la Puglia devastata, ordinò che ciascuno, la mattina prima del levar del sole, ne pigliasse quattro tomoli, e li consegnasse ai ministri del pubblico per bruciarli. Linneo le chiamò _acridium migratorium_; ma l’_acridium italicum_ è indigeno e infesta la Romagna, e nel 1825 guastò il Mantovano e il Veronese, e alcuno crede tali guasti dovuti specialmente alla _gamma nottua_. Girolamo Cardano (_De subtilitate_, lib. IX. p. 364) dice che per esperienza si conobbe che il miglior riparo è distruggerne le ova. La maremma toscana ne fu spessissimo devastata, e nel 1716, nelle sole campagne di Massa, Monterotondo, Gavorrano, Ravi, Scarlino, in due mesi se ne presero e bruciarono seimila staja. TARGIONI TOZZETTI, _Relaz. di viaggi_, IV. 162.
[58] TARGIONI-TOZZETTI, ivi, IV. 275.
[59] GALVANO FIAMMA. Il conte D’Arco dice non aver trovato menzione del riso negli ordini mantovani fin al 1481. Nel 1550 i Gonzaga prescrissero, «le risaje non si facessero dentro cinque miglia vicino alla città» (_Economia_, 279). È noto che col riso s’introdussero molte specie palustri, la _leersia_, la _bidens cernua_, l’_ammannia_, il _cyperus difformis_....
[60] Dopo il 1340 vi lavorarono i migliori artisti: Giovanni, Ugo, Nicolino, Antonio da Campione ne fecero le suntuose porte e il battistero che ora è nella cattedrale; Bertolasio Morone il campanile; Bartolomeo Buono e Andreolo de’ Bianchi una croce con statue e bassorilievi d’argento; dal 1363 innanzi vi dipinsero Pasino e Pietro da Nova, e Giorgio da San Pellegrino.
[61] _Rer. It. Scrip._ VIII. 1107.
[62] GENNARI, _Ann. di Padova_ al 1276, 92, 93; e le leggi 1339, 1360 ecc.
[63] GHIRARDACCI, _passim_ e principalmente al 1293.
[64] JACOPO DA VARAGINE.
[65] Registri battesimali non si tenevano. In Firenze, dove unico battistero è quello di San Giovanni, il pievano buttava in un bossolo per ogni maschio una fava bianca, una nera per ogni femmina, e al fin d’anno si contavano. I primi registri sono di Siena nel 1379, di Pisa nel 1457, di Piacenza nel 1466. Il concilio di Trento ne decretò poi la regolare tenuta. Giovan Villani fa al 1280 la popolazione fiorentina di novantamila abitanti, e morirne ottantamila; poi al 1340 pone cenventimila abitanti. Nel 1351 si noverano mille ottocentosettantotto fuochi, che a sette per uno non arriverebbero settantasettemila bocche. Se dice giusto Coro Dati che vi si consumavano cento moggia di grano il giorno, dando uno stajo per bocca al mese, non si passerebbero le settanduemila.
[66] GHIRARDACCI al 1288.
[67] SCIPIONE AMMIRATO, _Storie_, lib. XI.
[68] Gli statuti di Garessio sono del 1278. Vedi _Cronaca di Siena_ di NERI DONATO, nei _Rer. It. Scrip._, XV.
[69] In uno dei tanti incendj di Bologna avvenne che il gesso, di cui erano costruite le case, si cocesse, e gettatavi l’acqua per ispegnerlo, fece una presa maravigliosa. Il fatto fu avvertito, e d’allora si cominciò a usare il gesso cotto per costruzioni, cornici, statue e altro. GHIRARDACCI al 1210.
[70] «Il nostro Comune, per guerra ch’ebbe co’ Pisani per lo fatto di Lucca, si trovò aver accattati da’ suoi cittadini più di seicento migliaja di fiorini d’oro: e non avendo donde renderli, purgò il debito, e tornollo a cinquecentoquattro migliaja di fiorini d’oro e centinaja, e fecene un monte, facendo in quattro libri, catuno quartiere per sè, scrivere i creditori per alfabeto, e ordinò con certe leggi penali, alla camera del papa obbligate, chi per modo diretto o indiretto venisse contro a privilegio e immunità ch’avessono i danari del Monte. E ordinò che in perpetuo ogni mese, catuno creditore dovesse avere e avesse, per dono d’anno e interesse uno danajo per lira, e che i danari del Monte ad alcuno non si potessono tôrre per alcuna cagione o malificio o bando o condannagione che alcuno avesse, e che i detti danari non potessero essere staggiti per alcuno debito nè per alcuna dote, nè fare di quelli alcuna esecuzione; e che lecito fosse a catuno poterli vendere e trasmutare; e così catuno in cui si trovassono trasmutati, que’ privilegi e quell’immunità e quello dono avesse il successore che ’l principale. E cominciato questo agli anni di Cristo 1345, sopravenendo al Comune molte gravi fortune e smisurati bisogni, mai questa fede non maculò, onde avvenne che sempre a’ suoi bisogni per la fede servata trovava prestanza da’ suoi cittadini senz’alcun rammaricamento: e molto ci si avanzava sopra il Monte, accattandone contanti cento, e facendone finire al Monte altri cento, a certo termine n’assegnava dugento sopra le gabelle del Comune, sicchè i cittadini il meno guadagnavano col Comune a ragione di quindici per centinajo l’anno.... Di questi contratti dei comperatori si feciono in Firenze l’anno 1353 e 54 molte quistioni, se la compera era lecita senza tenimento di restituzione o no, eziandio che il comperatore il facesse a fine d’avere l’utile che il Comune avea ordinato ai creditori, e comperando i fiorini cento prestati al Comune per lo primo creditore, venticinque fiorini d’oro, e più o meno come era il corso loro. L’opinione de’ teologi e dei leggisti in molte disputazioni furono varie, che l’uno tenea che fusse illecito e tenuto alla restituzione, e l’altro no, e i religiosi ne predicavano diversamente: que’ dell’Ordine di san Domenico diceano che non si potea fare lecitamente, e con loro s’accordavano i Romitani; i Minori predicavano che si potea fare, e per questo la gente ne stava intenebrata». III. 106.
[71] CIBRARIO, _St. di Chieri_, I. 473.
[72] TRONCI, _Ann. pisani_; AMMIRATO, _Storie_, lib. XIX.
[73] FIAMMA, _Manip. florum_; GATTARO, _Hist. Patav._, in _Rer. It. Scrip._, tom. XVII; MUSSO, _Chron. Placent._ Ivi.
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