Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 18

Chapter 183,679 wordsPublic domain

E bellezza sua originale è quella rapidità di procedere, per cui non s’arresta a far pompa d’arte, di figure rettoriche, di descrizioni, a ripetere pensieri altrove uditi; ma cammina difilato alla meta, colpisce e passa. Insigne nel cogliere o astrarre i caratteri degli enti su cui si fissa, egli è sempre particolare nelle dipinture; vedi i suoi quadri, odi i suoi personaggi. Libero genio, adopera stile proprio, tutto nerbo e semplicità, con quelle parole rattenute che dicono men che il poeta non abbia sentito, ma fanno meglio intravvedere l’infinito, acciocchè ne cerchiamo il senso in noi medesimi. La forza e la concisione mai non fecero miglior prova che in questo poema, dove ogni parola tante cose riassume, dove in un verso si compendia un capitolo di morale[176], in una terzina un trattato di stile[177]; e in eleganti versi si risolvono le quistioni più astruse, come la generazione umana, e l’accordo fra la preveggenza di Dio e la libertà dell’uomo, le quali non apparivano fin là che nell’ispido involucro dell’argomentazione scolastica[178]. Ond’è che Dante opera sul lettore non tanto per quel che esprime quanto per quel che suggerisce; non tanto per le idee che eccita direttamente, quanto per quelle che in folla vengono associarsi alle prime. Capirlo è impossibile se l’immaginazione del lettore non ajuti quella dell’autore: egli schizza, lasciando che il lettore incarni; dà il motivo, lasciando a questo il trovarvi l’armonia, il quale esercizio dell’attività lo fa sembrare più grande.

Ma egli non è un autor da tavolino; _fa parere la sua nobiltà_ scrivendo ciò che vide; laonde con libero genio, non teme la critica, pecca di gusto, manca della pulitura qual richiedono i tempi forbiti; e intese la natura dello _stil nuovo_, che non può reggersi colla indeclinabile dignità degli antichi: ma, come nella società, mette accanto al terribile il ridicolo; donde quel titolo di Commedia[179].

Dell’introdurre tante questioni scolastiche nol vorrò difendere io; ma, oltrechè è natura de’ poemi primitivi il raccorre e ripetere tutto quanto si sa, se oggi appaiono strane a noi disusati, allora si discuteano alla giornata, ed ogni persona colta avea parteggiato per l’una o per l’altra, non altrimenti che oggi avvenga delle disquisizioni politiche.

Neghi chi vuole, ma il maggior difetto di Dante resterà l’oscurità[180]. Locuzioni stentate, improprie; voci e frasi inzeppate per necessità di rima; parole di senso nuovo; allusioni stiracchiate, o parziali, o troppo di fuga accennate; circostanze effimere e municipali, poste come conosciute e perpetue, l’ingombrano sì, che Omero e Virgilio richiedono men commenti; e tu italiano sei costretto a studiarlo come un libro forestiere, alternando gli occhi fra il testo e le chiose; e poi trovi concetti che, dopo volumi di discussioni, non sanno risolversi. Vero è che quel fraseggiare talmente s’incarna col modo suo di concepire e di poetare, da doverlo credere il più opportuno a rivelar l’anima e i pensamenti di esso. Anzi si direbbe che l’allettativo di Dante consista in una virtù occulta delle parole, le quali devono essere disposte a tal modo nè più nè meno; movetele, cambiate un aggettivo, sostituite un sinonimo, e non son più desse: ha versi senza significato, e che pure tutti sanno a memoria: udite que’ terzetti quali stanno, ed eccovi la vanità divien persona, e presente il passato, e figurato l’avvenire.

Con sì stupendi cominciamenti rivelavasi la nostra lingua. Dante nella _Vita nuova_ avea riprovato coloro «che rimano sopra altra materia che amorosa; conciossiachè cotal modo di parlare (l’italiano) fosse da principio trovato per dire d’amore». Ma nelle trattazioni civili ebbe a riconoscere la forza del vulgar nostro, e come «la lingua dev’essere un servo obbediente a chi l’adopera, e il latino è piuttosto un padrone, mentre il vulgare a piacimento artificiato si transmuta»; onde nel _Convivio_ diceva: — Questo sarà luce nuova e sole nuovo, il quale sorgerà ove l’usato (il latino) tramonterà, e darà luce a coloro che son in tenebre e in oscurità per lo usato sole che loro non luce».

Frate Ilario, priore del monastero di Santa Croce del Corvo nella diocesi di Luni, dirigendo la prima cantica a Uguccione della Faggiuola così gli scrive: — Qui capitò Dante, o lo movesse la religione del luogo, o altro qualsiasi affetto. Ed avendo io scorto costui, sconosciuto a me ed a tutti i miei frati, il richiesi del suo volere e del suo cercare. Egli non fece motto, ma seguitava silenzioso a contemplare le colonne e le travi del chiostro. Io di nuovo il richiedo che si voglia e chi cerchi; ed egli girando lentamente il capo, e guardando i frati e me, risponde, _Pace!_ Acceso più e più della volontà di conoscerlo e sapere chi mai si fosse, io lo trassi in disparte, e fatte seco alquante parole, il conobbi: chè, quantunque non lo avessi visto mai prima di quell’ora, pure da molto tempo erane a me giunta la fama. Quando egli vide ch’io pendeva della sua vista, e lo ascoltavo con raro affetto, e’ si trasse di seno un libro, con gentilezza lo schiuse, e sì me l’offerse dicendo: _Frate, ecco parte dell’opera mia, forse da te non vista; questo ricordo ti lascio, non dimenticarmi_. Il portomi libro io mi strinsi gratissimo al petto, e, lui presente, vi fissi gli occhi con grande amore. Ma vedendovi le parole vulgari, e mostrando per l’atto della faccia la mia meraviglia, egli me ne richiese. Risposi ch’io stupiva egli avesse cantato in quella lingua, perchè parea cosa difficile e da non credere che quegli altissimi intendimenti si potessero significare per parole di vulgo; nè mi parea convenire che una tanta e sì degna scienza fosse vestita a quel modo plebeo. Ed egli: _Hai ragione, ed io medesimo lo pensai; e allorchè da principio i semi di queste cose, infusi forse dal cielo, presero a germogliare, scelsi quel dire che più n’era degno; nè solamente lo scelsi, ma in quello presi di botto a poetare così:_

_Ultima regna canam fluido contermina mundo,_ _Spiritibus quæ late patent, quæ præmia solvunt_ _Pro meritis cuicumque suis._

_Ma quando pensai la condizione dell’età presente e vidi i canti degl’illustri poeti tenersi abjetti, laonde i generosi uomini, per servigio de’ quali nel buon tempo scrivevansi queste cose, lasciarono ahi dolore! le arti liberali a’ plebei; allora quella piccioletta lira onde m’era provveduto, gittai, ed un’altra ne temprai conveniente all’orecchio de’ moderni, vano essendo il cibo ch’è duro apprestar a bocche di lattanti_».

Di fatto l’Alighieri osò adoprare l’italiano a descriver fondo a tutto l’universo; e vi pose il vigore, la rapidità, la libertà d’una lingua viva. Che se egli non la creò, la eresse al volo più sublime; se non fissolla, la determinò, _e mostrò ciò che potea_. Togli le voci dottrinali, o quelle ch’egli creava per bisogno o per capriccio (avvegnachè vantavasi di non far mai servire il pensiero alla parola, o la parola alla rima)[181], le altre sue son quasi tutte vive. Se, come alcuno fantastica, egli fosse andato ripescandole da questo o da quel dialetto, avrebbe formato una mescolanza assurda, pedantesca, senza l’alito popolare che solo può dar vita. Forse le prose e i versi de’ suoi contemporanei, quanto a parole, differiscono da’ suoi? Nato toscano, non ebbe mestieri che di adoperare l’idioma materno; e le voci d’altri dialetti che per comodo di verso pose qua e là, sono in minore numero che non le latine o provenzali, a cui non per questo pretese conferire la cittadinanza. Irato però alla sua patria, volle predicare teoriche in perfetto contrasto colla propria pratica; e nel libro _Della vulgare eloquenza_ (dettato in latino per una nuova contraddizione), dopo aver ragionato dell’origine del parlare[182], della divisione degli idiomi e di quelli usciti dal romano, che sono la lingua d’_oc_, la lingua d’_oui_ e la lingua di _sì_, riconosce in quest’ultima quattordici dialetti, simili a piante selvaggie, di cui bisogna diboscare la patria. E prima svelle il romagnolo, lo spoletino, l’anconitano, indi il ferrarese, il veneto, il bergamasco, il genovese, il lombardo, e gli altri traspadani _irsuti ed ispidi_, e _i crudeli accenti_ degli Istrioti; dice «il vulgare de’ Romani, o per dir meglio il suo tristo parlare, essere il più brutto di tutti i vulgari italiani, e non è meraviglia, sendo ne’ costumi o nelle deformità degli abiti loro sopra tutti puzzolenti»; dice che Ferrara, Modena, Reggio, Parma non possono aver poeti, in grazia della loro loquacità[183]. Insomma lascia trasparire che quel che meno gl’importa è la questione grammaticale; ma sovratutto condanna i Toscani perchè _arrogantemente si attribuiscono il titolo del vulgare illustre_, il quale, a dir suo, «è quello che in ciascuna città appare ed in niuna riposa; vulgare cardinale, aulico, il quale è di tutte le città italiane, e non pare che sia in niuna; col quale i vulgari di tutte le città d’Italia si hanno a misurare, ponderare e comparare». Per disservire questa patria, ne _depompa_ il linguaggio; i dialetti disapprova quanto più s’accostano al fiorentino; eppure insulta ai Sardi perchè dialetto proprio non hanno, ma parlano ancora latino: loda invece il siciliano, dicendo che così si chiama l’italiano e si chiamerà sempre; eppure all’ultimo capitolo mette che il parlar nostro, _quod totius Italiæ est, latinum vulgare vocatur_; e semprechè gli cade menzione del parlar suo o del comune italiano, lo chiama vulgare, o parlar tosco, o latino, e neppure una volta siciliano.

A rinfianco del suo sofisma reca poche voci di ciascun dialetto, prova inconcludentissima; e versi di poeti di ciascuna regione, lodando quelli che si applicarono a cotesta lingua aulica, riprovando quelli che tennero la popolare, massimamente i Toscani. Nulla men giusto che tali giudizj, e basta leggere anche solo le poesie da lui addotte, per vedere che le toscane popolesche sono similissime alle cortigiane d’altri paesi: donde deriva che il cortigiano d’altrove, cioè lo studiato, era il naturale e vulgato di Firenze[184].

Malgrado i commenti di eruditissimi, o forse in grazia di quelli, io non so se meglio di me altri sia riuscito a cogliere l’assunto preciso di Dante in questo lavoro; tanto spesso si contraddice, tanto esce ne’ giudizj più inattesi. Chi volesse vedervi qualcosa più che un dispetto di fuoruscito, potrebbe supporre che i dotti avesser mostrato poco conto della sua Commedia, perchè scritta nella lingua che egli avea dalla balia, senza i pazienti studj che richiedeva il latino; quindi egli tolse a mostrare che nessun dialetto è buono a scrivere, ma da tutti vuolsi scernere il meglio. E qui v’è parte di verità: chè chi voglia formare un mazzo, non coglie tutti i fiori d’un giardino, ma i più belli; e quest’arte del _crivellare_ e dello scriver bene non può impararsi se non da chi bene scrive, nè a questi è prefisso verun paese. Ma il giardino dove trovare i fiori più abbondevoli e genuini, qual sarà se non la Toscana? e di fatto egli confessa che fin d’allora _non solo l’opinione dei plebei, ma molti uomini famosi_ attribuivano il titolo di vulgare illustre al fiorentino; nel che dice _impazzivano_, egli che pur credea necessario dare per fondamento alla lingua scritta un dialetto, benchè lo sdegno gli facesse ai Fiorentini, _obtusi in suo turpiloquio_, preferire sino il disavvenente bolognese; egli che asseriva il latino dovere scriversi per grammatica, ma il _bello vulgare seguita l’uso_.

Nella scarsa metafisica d’allora, confondeva la lingua collo stile, giacchè è affatto vero che, adottando quella dei Fiorentini, bisognava poi aggiungervi l’ingegno e l’arte perchè divenisse colta; e poichè a ciò serve non poco l’usare con chi ben parla e ben pensa, Bologna per la sua Università offriva campo a migliorar lo stile, più che non la mercantesca Firenze. L’appunteremo noi se non seppe fare una distinzione, la cui mancanza offusca anc’oggi i tanti ragionacchianti in siffatta quistione? Al postutto egli non argomenta della lingua in generale, ma di quella che s’addice alle canzoni: lo che dovrebbero non dimenticare mai coloro che vogliono di Dante fiorentino far un campione contro quel fiorentino parlare, ch’egli pose in trono inconcusso.

Altri versi dettò, e massime canzoni amorose, delle quali poi fece un commento nel _Convivio_, fatica mediocre, dove maturo tolse a indagar ragioni filosofiche a sentimenti venutigli direttamente da vaghezze giovanili, e vorrebbe che per amore s’intendesse lo studio, per donna la filosofia, per terzo cielo di venere la retorica, terza scienza del trivio; per gli angeli motori di questa sfera, Tullio e Boezio unici suoi consolatori. Ivi esprime di valersi dell’italiano «per confondere li suoi accusatori, li quali dispregiano esso, e commendano gli altri, massimamente quello di lingua d’oc, dicendo ch’è più bello e migliore di questo»: eppure altrove soggiunge «molte regioni e città essere più nobili e deliziose che Toscana e Firenze, e molte nazioni e molte genti usare più dilettevole e più utile sermone che gli Italiani». Locchè vedasi se a que’ tempi potea dirsi con giustizia.

Quella che l’Alighieri creò veramente, è la lingua poetica, che fin ad oggi s’adopera con più o men d’arte, ma sempre la stessa, e per la quale sin d’allora egli era cantato fin nelle strade[185]. La sua prosa invece è povera d’artifizio, pesante, prolissa, con clausole impaccianti, periodi complicati. Quanto più doveva essere ne’ coetanei suoi, eccetto que’ Toscani che s’accontentassero di usarla nell’ingenuità natìa? Pure la prosa su que’ primordj va più originale che non divenisse in man di coloro i quali di poi vollero applicarvi la costruzione latina.

Doveva l’eloquenza ingrandire fra’ pubblici interessi: ma quel gran sintomo dello sviluppo di un popolo, la potenza politica della parola, il talento applicato a governar le nazioni, non ad esilarare gli spiriti, rimase impacciato dall’inesperienza delle lingue. I pochi discorsi riferiti dagli storici non mostrano aspetto d’autenticità; pure sappiamo che, uniformandosi alle consuetudini scolastiche, gli oratori di tribuna si appoggiavano a un testo, sovente plebeo, e su quello ragionavano senz’arte. Farinata degli Uberti, quando, dopo la battaglia dell’Arbia, si alzò a viso aperto contro la proposta di distruggere Firenze, prese per testo due triti proverbj: — Come asino sape, così minuzza rape. Si va la capra zoppa, se lupo non la intoppa». E san Francesco predicando a Montefeltro, tolse un altro motto vulgare: — Tanto è il ben che aspetto, che ogni pena m’è diletto». Que’ predicatori che traevansi dietro le moltitudini, spingevanle alla guerra e, ch’è più mirabile, alla pace, li trovi rozzi e inordinati raccozzatori di scolastiche sottigliezze o di mistiche aspirazioni, lardellati di testi scritturali e di trascinate allusioni, dividendo e suddividendo a modo dialettico, senz’ombra di genio e rado di sentimento. Predicavano forse in latino rustico, e a tanta folla che a ben pochi era dato di sentirli e a meno d’intenderli, sicchè i cronisti ricorrono al miracolo. E davvero l’efficacia portentosa va attribuita al concetto di loro santità, e alla persuasione con cui parlavano, e che facilmente trasfondesi in chi ascolta.

CAPITOLO CII.

Ingerenza francese. — I Vespri siciliani, e la guerra conseguente.

Parve la parte guelfa avesse confitto la ruota della fortuna al cadere degli Svevi e al piantarsi Carlo d’Angiò nelle Due Sicilie (Cap. XCII). Questo avea tributarj il bey di Tunisi e molte città del Piemonte, ligie quelle della Romagna e della Lombardia; vicario della Toscana, governator di Bologna, senatore di Roma, protettore degli Estensi e perciò della marca Trevisana; arbitro de’ papi e del re di Francia suo nipote; da Baldovino II, imperatore spodestato di Costantinopoli, si fa cedere i titoli sull’Acaja e la Morea; il regno di Gerusalemme da Maria figlia di Boemondo IV d’Antiochia; da Melisenda, il regno di Cipro; titoli vani, ai quali sperava ottener realtà facendo dai papi scomunicare Michele Paleologo imperatore bisantino, e allestendo grosse armi per isbalzarlo.

Nel Regno egli non mutò gran fatto della costituzione, conservando i pesi e i freni che la robusta mano di Federico II e i bisogni della guerra v’aveano introdotto; migliorò Napoli di edifizj, fra’ quali il Castel Nuovo per assicurar l’accesso al mare, il duomo, Santa Maria la Nuova con ampio monastero di frati Minori; San Lorenzo, eretto sul Palazzo del Comune, da lui abbattuto; fece lastricare le vie interne; favorì l’Università attribuendole un giustiziere proprio, e determinando i prezzi degli oggetti di consumo per gli scolari, cui esentò dalle gabelle. Estese l’usanza di far cavalieri in tutte le solennità, e con quest’onore si amicò alcuni popolani grassi, come molti signori francesi col distribuir loro i feudi sottratti ad amici degli Svevi. Soltanto gentiluomini, o notevoli per ricchezza o per senno ammise nei _seggi_, ristretti ai cinque di Capuana, Nido, Montagna, Porto, Portanuova; i quali gareggiarono a fabbricare nel proprio quartiere palazzo e teatro; nominavano ciascuno cinque o sei capitani annui, che potessero convocare i nobili per qualunque pubblico affare; e gli Eletti, che governavano la città insieme coll’Eletto della piazza del Popolo. I parlamenti, che si accoglievano or qua or là, allora furono fissati a Napoli, e v’intervenivano la più parte de’ baroni, i sindaci di tutto il regno, e i due ordini de’ nobili e della plebe; i prelati soltanto in qualità di baroni.

Ma la nobiltà antica prendeva in dispetto la nuova; le sventure della dinastia caduta convertirono l’odio in compassione; il popolo fremeva ai supplizj di coloro che non erano stati tanto vili da rinnegare gli antichi benefattori. I baroni, che soleano retribuire soltanto un donativo ne’ casi preveduti dal diritto feudale, cioè per invasione del paese, prigionia del re, nozze della sua figliuola o sorella, e nell’ornar cavaliere lui o suo figlio, erano stati sottomessi da Federico a gravezze regolari, mantenute o aumentate da Manfredi pel bisogno della guerra; e se Carlo avea promesso esoneraneli, si giovò del favore mostrato a Corradino per mancare agli accordi.

Ragioni di popoli e ragioni della Chiesa aveva egli a rispettare, ed entrambe violò. Alla santa Sede avea giurato abolire le esazioni arbitrarie inventate dagli Svevi, e ripristinare le immunità come al tempo di Guglielmo il Buono; poi, per ambizione ed avarizia e per soddisfare l’esercito, introduceva sottigliezze fiscali, tasse sopra ogni minimo consumo; e se non trovasse pubblicani, obbligava qualche ricco a pigliarne l’appalto, come per forza dava in socida i beni del regio dominio, stabilendo a sua discrezione il fitto; estendeva le bandite per la caccia, ripristinava i servizj di corpo, di carri, di navi; arrogavasi ragioni di acque: la prigione era spalancata per ogni ritardo, per ogni richiamo, pur beato chi potesse fuggire, lasciando incolto il campo, deserta la casa, che talora veniva diroccata. Pose in corso la moneta scadente del carlino, minacciando chi la ricusasse di marchiarlo in fronte colla moneta stessa rovente[186], e producendo scompigli nelle private contrattazioni. Che diremo dei delitti di maestà, delle fiere procedure per sospetti, del proibire che i figli de’ rei di Stato non potessero accasarsi senza licenza del re?[187] Il quale pure o gli eredi di pingui feudi condannava al celibato, o le ricche ereditiere maritava co’ suoi stranieri.

Ad esempio di lui soprusavano i ministri, smungeano denaro per ogni occasione, rubavano, poi otteneano connivenza spartendo col re; sopra gente avvezza alle franchigie normanne e alla cortesia sveva, si comportavano con quella sbadata insolenza, per cui i Francesi in Italia non seppero farsi amare se non quando non vi sono.

Più castigata fu la Sicilia quanto più dagli Svevi favorita; fraudata de’ privilegi, posta in dipendenza da Napoli, abbandonata a magistrati violenti o avari, a giustizieri che angariavano le città e le coste; e col pretesto della crociata, smunta con sempre più gravi imposizioni; dei baroni, molti spogliati, molti ritiraronsi ne’ castelli montani. Tutti dunque sospiravano un’occasione di svelenirsi, e se la promettevano dallo sgomento che Carlo eccitava ne’ potentati. Le città del Piemonte, messesi a signoria di lui, se ne riscossero, sollecitate da Guglielmo VI marchese di Monferrato, e dai Genovesi che spesso nel Mediterraneo sconfissero la flotta provenzale. Michele Paleologo, che aveva usurpato e risanguato l’impero d’Oriente, vedeva con sospetto i preparativi di Carlo. E i popoli, ridotti a non avere speranza che nella rivoluzione, s’immaginano d’esservi ajutati da tutti i nemici del loro tiranno.

La leggenda, che sbizzarrì sui fatti di quel tempo, racconta come radunasse in sè i dolori, le passioni, gli anatemi della sua patria Giovanni da Prócida, nobile medico salernitano, che, privato de’ suoi beni come creatura degli Svevi[188], con odio infaticabile girò per tutta Europa cercando nemici agli Angioini: aggiunge ch’egli avesse raccolto il guanto che Corradino gettò dal patibolo, e recatolo a Pietro III re d’Aragona, il quale, per la moglie Costanza, figliuola di Manfredi e cugina di quello, poteva (dicono essi) pretendere alla successione di lui. Fatti incerti: ma potrebbe darsi che Pietro adoprasse alle sue aspirazioni questo Procida, il quale era stato medico di Federico II e cancelliere di Manfredi, poi dei primi a fare omaggio a Carlo d’Angiò, e che forse s’indettava coi baroni siciliani, non per redimersi in libertà, ma per mutare padrone. Al re d’Aragona, signore di piccolo Stato, ma di valore ed ambizion grande e voglioso di vendicare il suocero, non potea che piacere un tale acquisto; ma Corradino avrebbe mai pensato a trasmettere la sua eredità al genero di colui che glie l’aveva usurpata? Il fatto sta che, «come vuolsi a buona guerra, l’Aragonese erasi preparato con amistà, denari, segreto» (MONTANER); e concertatosi coll’imperatore di Costantinopoli, dava voce di voler sbarcare contro i Mori d’Africa; e a chi tentava succhiellarne di più, rispondeva: — Tanto mi preme questo segreto, che se la mia destra il sapesse, la mozzerei colla sinistra».

Il prendere la Sicilia era tutt’altro che facile, dove erano quarantadue castelli regj, pronte alla chiamata le truppe feudali, disposti grossi armamenti per l’impresa di Levante. Il popolo poi, men tosto che al re d’Aragona, volgea gli sguardi al pontefice, come quello che poteva da Carlo ripetere le liberali convenzioni giurate. Clemente IV l’aveva ammonito più volte con norme, che beato il re e i popoli se le avessero osservate: — Chiama i baroni, i prelati, i migliori delle città, esponi ad essi i bisogni tuoi, e col loro assenso determina i sussidj. Di questi poi e de’ diritti tuoi sta contento; del resto lascia liberi i sudditi: ordina col tuo parlamento in quali casi tu possa richiedere la colletta ai vassalli e ai baroni»[189]. Gregorio X, che per ismania della crociata voleva la pace, blandiva l’antico campione della Chiesa, ed erasi limitato a doglianze mansuete e inesaudite; non che secondare le ambizioni di Carlo sull’impero greco, sudò anzi a riconciliare quella Chiesa colla latina; e rimase tradizione popolare che Carlo avvelenasse san Tommaso d’Aquino mentre andava al concilio ecumenico di Lione, ove lo temeva avverso a’ suoi divisamenti[190].