Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 16

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Questa lingua vulgare in Italia tenea molta conformità col latino letterale: talchè Gonzone, italiano del 960, dice che nel parlar latino gli era talvolta d’impaccio l’abitudine della lingua vulgare, tanto a quella somigliante. Pure que’ notaj o cronisti molte volte si tengono obbligati a spiegare la parola latina con una più conosciuta, la quale si riscontra identica a quella che oggi usiamo; a modo de’ vulgari italiani sono nominate alcune località indicate in esse carte, o persone e mestieri; il vulgo poi attribuendo, come è suo stile, soprannomi di beffa o di qualificazione, lo facea con parole che diremmo italiane. Talvolta ancora lo storico mette voci vulgari in bocca de’ suoi personaggi, o lasciasi per abitudine cascar dalla penna idiotismi e frasi, quali usavano nel parlare casalingo, e che ritraggono non meno dell’ignoranza dello scrittore, che del paese ond’egli è. Tutte prove che già era distinto il linguaggio nuovo dall’antico.

Il domandare però quando la latina lingua nell’italiana si trasformò, equivale al domandare in che giorno un fanciullo diventò giovane, e di giovane adulto. E come voi oggi vi credete quel di jeri, e di giorno in giorno, restando lo stesso, vi cambiaste pure di bambino in fanciullo, poi in adolescente, in uomo, in vecchio; al modo stesso procede il travaglio delle lingue. Ai pochi scienziati tornava comoda e gradita una lingua comune, per cui mezzo partecipare i loro pensieri anche a quelli d’altra favella; onde coltivarono il latino, negligendo i vulgari. I signori avranno trattato degli affari in dialetti tedeschi; ma quando era da ridurli in iscritto, ricorreano a _cherici_ nostrali, che si servivano di quel gergo da loro chiamato latino; gli strumenti stendevansi da notaj colle formole antiche; in latino erano dettate leggi e convenzioni; nè verun grande interesse spingeva a svolgere le lingue vulgari. Le prediche possiam credere fossero capite dalla gente comune, come sono oggi quelle che, per mezza Italia, si recitano in lingua tanto diversa dai dialetti: qualche volta però il predicatore esponeva in latino, poi egli stesso o un altro spiegava in vulgare. Nel 1189 consacrandosi Santa Maria delle Carceri, Goffredo patriarca d’Aquileja predicò _liberaliter et sapienter_: Gherardo vescovo di Padova spiegò al popolo _maternaliter_, cioè tradusse in vulgare. Nel 1267 assolvendosi il Comune di Milano da censura incorsa per avere aggravezzato beni d’ecclesiastici, vien letto l’atto in presenza di molti congregati, _primo literaliter et secundo vulgariter, diligenter, per seriem de verbo ad verbum_.

Fanciulleggiarono le lingue finchè scarse le comunicazioni e gli affari in cui adoperarle; ma quando anche il popolo, redento dalla servitù feudale, fu chiamato a discutere de’ proprj interessi, dovettero acquistare estensione e raffinamento i dialetti, non volendo l’uomo ne’ consigli parlare altrimenti che nell’usuale conversazione, nè potendo ciascuno avere in pronto il notaro che esponesse i suoi sentimenti.

Non sorgono dunque le lingue nuove per arte e proposito, ma dietro all’eufonia e all’analogia, secondo la logica naturale e quell’istinto regolatore che così meraviglioso si manifesta ne’ fanciulli. Alla parte poetica, educatrice di ciascun dialetto, si univa l’erudizione, cioè gli elementi trasmessi dal mondo antico; e così le lingue moderne, poetiche e popolari di natura, acquistarono coltura sull’esempio delle precedenti.

La separazione dei Comuni e dei feudi avea portato prodigiosa varietà di dialetti: quando si fusero in piccoli Stati, e i piccoli in grandi, un dialetto speciale fu tolto a raffinare di preferenza, e le nazioni acquistarono anche quel che n’è distintivo primario, la lingua.

Ed anche in questa si rivela la condizione politica; e mentre la Francia riducevasi a unità di dominio, e con questa veniva unità di linguaggio; da noi, fra tanto sminuzzamento di Stati, altrettanto se n’ebbe dei parlari, e più d’uno recò innanzi pretensioni di priorità o di coltura.

Un’opinione da scuola vorrebbe che prima in Sicilia siasi parlato italiano. Se fosse, n’avrebbe rinfianco il nostro assunto sulla poca influenza de’ Barbari: ma altro è parlare, altro scrivere; e immiseriscono la quistione quelli che attribuiscono la formazione della lingua ad alcuni, e fors’anche a tutti i letterati, mentre solo dal popolo essa riconosce vita e sovranità. Forse che filosofi o poeti hanno l’intelligenza che inventa, e la possanza che fa adottar le parole? al più, sanno dall’uso arguire le leggi. Per ispiramento ghibellino, e per adulazione a Federico II e sua corte si asserì che in questa siasi primamente sostituita nel poetare la lingua italiana alla provenzale. Ma i pochi frammenti che ce n’avanzano, non differiscono dal toscano che contemporaneamente si usava; e per indurre col Perticari che il buon italiano si parlasse in quell’isola prima che in Toscana, bisognerebbe non avessimo canzoni in dialetto siculo, a gran pezza discosto dalla lingua usata dagli scrittori.

Dante imperiale dice: «Perchè il seggio regale era in Sicilia, accadde che tutto quello che i nostri precessori composero in vulgare si chiama siciliano; il che ritenemmo ancora noi, e i nostri non lo potranno mutare». Ebbene, noi sfidiamo a trovare che altri mai lo dicesse; e solo il Petrarca per condiscendenza d’erudito scrive che il genere della lingua poetica apud _Siculos, ut fama est, non multis ante seculis renatum, brevi per omnem Italiam ac longius manavit._ Ove, del resto, s’intende di poesia, non di lingua; e potrebb’essere che Federico, viste in Germania le canzoni che i minnesingeri ripetevano per le Corti, volesse averne alla sua in lingua italiana. Dante stesso, quando antepone i Siciliani, non vuole intendere del loro parlare; anzi i parlari riprova tutti, e quel della gente media di Sicilia non trova migliore degli altri: ma poichè colà sedevano que’ da lui vantatissimi Federico e Manfredi, e accoglievano il fiore di tutta Italia, al contrario de’ sordidi e illiberali principi del restante paese, gli scrittori riuscivano in nulla diversi da ciò ch’è lodevolissimo. Nè si creda (conchiude) che il siculo o il pugliese sia il più bel vulgare d’Italia, giacchè quei che bene scrissero se ne discostarono.

Dante pone che cose per rima vulgare in lingua d’_oc_, cioè in provenzale, e in lingua di _sì_, cioè in italiano, non siensi dette se non cencinquant’anni prima di lui, lo che riporterebbe al 1150; e lo rincalza il commento di Benvenuto da Imola. Quanto al provenzale, egli è smentito da numerosi documenti; dell’italiano nulla abbiamo di più certa antichità, tardi sentendosi il bisogno di scriverlo, perchè già si possedeva il latino, formato e nazionale. Una lingua che succede ad un’antica, difficilmente sa sciogliersi dall’imitarla, anche dopo che, formata ed ingrandita, viene assunta dagli scrittori. Così avvenne della nostra, ove nel Trecento si riscontra ancora la fisionomia materna nel non restringere l’_au_ in _o_, non mutare la _l_ in _i_ avanti ad _a b c f p_, nè lo _j_ in _g_, nè inserire la _i_ avanti ad _e_.

È conforme alla natura dei vulghi che colla lingua a parola finita, adoprata negli scritti, restasse la parlata a parola tronca. Oltre poi il toscano, che fu elevato a lingua nazionale, io penso che anche gli altri dialetti avessero già allora preso il carattere proprio che tennero dappoi, e che traevano da fonti più lontane. Se il Lombardo pronunzia l’_eu_, l’_u_ e l’_on_ e l’_an_, nasali a modo francese, e contrae l’_au_ in _o_, forse è debito alle immigrazioni de’ Galli, anteriori ai Romani; donde pure i tanti nomi di località, affatto gallici o celti, e l’udirsi dal vulgo nostro voci proferite tal quale si fa colle antiche galliche. Anche in altri dialetti si rinvengono modi non adottati dagli scrittori, e che hanno riscontro con provenzali; prova che sono anteriori alla separazione delle due lingue.

Già le carte venete del XII secolo mutano _g_ in _z_ (_verzene, zorzi_); le bolognesi ci offrono _altare sanctæ Luziae, Cazzavillanus, Cazzanimicus, Bonazunta, rivum Anzeli, Delai de la Bogna, Adam de Amizo, Mulus de Bataja, Arderici de Mugnamigolo_; sull’arco alzato dai Milanesi, quando riedificarono la patria, eran nominati _Settara, Mastegnianega, Prevede_, idiotismi odierni; Boso Tosabò è uno de’ cinque consoli di giustizia che nel 1170 compilarono gli statuti di Milano; frà Buonvicino da Riva, che scriveva nel secolo seguente, ha un dialogo fra la Madonna e un villano, che comincia:

_Chi loga se lumenta lo satanas rumor_ _D’la verzene Maria matre del Salvator;_

e anch’oggi i villani dicono _chiloga_ per qua (_hoc loco_), e _lumentà_ per ricordare, rammentare. Altre voci dei dialetti serbano l’impronto delle dominazioni e comunicazioni forestiere, greche a Ravenna, tedesche e spagnuole in Lombardia, arabe e greche in Sicilia, levantine a Venezia, francesi in Piemonte, mentre nei paesi de’ Volsci, Sabini, Vejenti, Falisci, Sanniti, Marsi e di là dal Tevere, maggiori reliquie sopravivono di romano rustico. Tant’era lontano che tutte le città italiche parlassero il linguaggio stesso; fatto repugnante a natura quand’anche non restassero prove del contrario, e non vedessimo Dante poco di poi riprovare quattordici dialetti, cioè le voci troppo zotiche e troppo municipali, per iscegliere le più acconce _alla poesia_. Ben merita considerazione che que’ primi scrittori (comunque il lor paese natìo parli trinciato, e squarti e scortichi le parole; o sdruccioli sulle desinenze, o le strascichi, o adoperi voci bazzesche e croje quale le lombarde già parevano a Dante, o accumuli frasi sgraziate e villani costrutti), di qualunque parte fossero, ingegnavansi, come oggi ancora si fa, d’accostarsi al dialetto toscano. La quale norma generale, se non si fosse voluta disconoscere da coloro che vennero a ragionar poi sopra ciò che già si praticava, avrebbe schivate deh! quante sofisterie e discussioni, che empirono biblioteche intere per fare avviluppato e controverso ciò che è chiaro e consentito col fatto.

Perocchè il linguaggio è come il diritto. Una logica naturale domina la sua prima formazione, poi qualche alto ingegno ajuta il popolo nel costituirlo; prende il cumulo informe degli elementi di esso, ne trae il bello, e dà norme alla lingua e la fissa. In quell’alto ingegno il popolo non vede un tirannico comando, bensì la fedele espressione del suo modo di essere, pensare, sentire, quantunque nobilitato.

Ma mentre il nostro popolo conservò il titolo di toscana alla lingua, i dotti la chiamarono dapprima vulgare, quasi non conveniente che a vulgo; quando essi l’assunsero, vollero dirla cortigiana, come destinata a blandire le Corti dei signorotti; vergognatine poi, la vollero dotta e letterata, non osando rifondervi la popolare vitalità: di modo che la lingua che, svoltasi prima ne’ paesi meno imbrattati da Barbari e retti a Comune, potè ben presto divenire variata di melodie, dolce di cadenze, ricchissima di passaggi, flessibile ad esporre concetti sublimi con Dante, teneri con Petrarca, vivaci con Ariosto, civili con Machiavelli, ci tocca sentir ancora discutere come nominarla, e quel ch’è più tristo, a quali autorità conformarla.

CAPITOLO CI.

Italiani letterati. Primordj della poesia nostra fino a Dante.

E già la letteratura, che è espressione delle credenze, degli usi, delle passioni de’ popoli, col fissarsi di questi comincia a individuarsi anch’essa: ma la nostra non fu la primogenita fra le neolatine. Il mezzodì dell’odierna Francia, ridotto di buon’ora provincia (_Provenza_) dai Romani, e che conservò traverso alla barbarie la costituzione comunale, e al favore di questa fiorì di commercio e civiltà, subito dopo il Mille intese alcuni poeti, famosi col nome di Trovadori. Di essi sopravivono molti componimenti, ma in generale pieni d’artifizj, di giuochi di parole, di sensi ambigui, di amorose freddure, di dispute fin nella galanteria, di rado o non mai quell’ispirazione che va franca e semplice, non il fervido linguaggio del cuore, nè tampoco l’individualità, avendo e pregi e difetti comuni; e nessuno per avventura meritò durevole lode letteraria. Noi li accenniamo in primo luogo per un’opinione corsa secoli fa, e per brev’ora resuscitata ai dì nostri, che la lingua italica derivasse dalla provenzale[138]; poi perchè molti Italiani, per un precoce spirito d’imitazione, poetarono in quella lingua, molti altri ne imitarono i modi e i pensieri.

Folchetto di Marsiglia genovese fu il primo de’ nostri che _trovasse_ in provenzale; gli tenner dietro a Genova Bonifazio Calvi, Percivalle e Simone Doria, Ugo di Grimaldo, Jacopo Grillo, Lanfranco Cicala; in Piemonte Pier della Caravana, Pier della Rovere, Nicoletto da Torino che disputò con Ugo di San Ciro, e poeticamente morì nel 1255 pel crepacuore di non vedersi corrisposto dalla sua bella; ad Albenga Alberto Quaglia; a Nizza Guglielmo Brievo; nel Monferrato Pier della Mula; a Pavia un Lodovico; a Fossano un monaco; a Venezia Bartolomeo Zorzi, che, preso in viaggio dai Genovesi e tenuto prigione sette anni, avventò un serventese contro Genova, poi liberato, fu messo castellano a Corone, ove morì. Aggiungiamo Siccardo lombardo, che «dà del poltrone a tutti i vicini suoi, ma ad ogni pericolo è il primo a fuggire; s’inorgoglia delle arie grossolane, che adatta a parole prive di senso»[139]. I più sono dunque nell’alta Italia; però troviam ricordati Alberto de’ Malaspina in Lunigiana, Paolo de’ Lanfranchi a Pisa, Ruggerotto a Lucca, Migliore degli Abbati a Firenze, Lambertino Bonarello a Bologna. Tanto comune era quel vulgare, e tanto credeasi opportuno alla poesia più del nostro.

Va distinto Ugo Catola, perchè, in luogo di futili galanterie, elevò il canto a fulminare la corruzione de’ signorotti. Emerico di Peguilain, venuto in Italia verso il 1201, vi rimase oltre cinquant’anni, festeggiato alle corti di Monferrato, d’Este, dei Malaspina, componendo canzoni popolari anche sopra soggetti di stagione, la lotta degl’imperatori coi papi, de’ Guelfi co’ Ghibellini. Largheggiò co’ trovadori Azzo VII d’Este signor di Ferrara; e lui e le figliuole sue, come paragoni di cortesia e di virtù, troviamo spesso cantati da poeti, liberali di lodi a chi era liberale di doni. Carlo d’Angiò nella conquista d’Italia fu accompagnato da Percivalle Doria suddetto, il quale scrisse anche la _Guerra di Carlo re di Napoli col tiranno Manfredi_. Allorchè Corradino periva sotto la mannaja dell’Angioino, Zorzi prorompeva: — Se il mondo cadesse in rovina per catastrofe spaventosa, se quanto luce nell’universo si trovasse sepolto in tenebra, non potrei farne lamento maggiore che dell’aver veduto il giovane Corradino e il duca Federico sì perversamente posti a morte. Oh maledetta mille volte la Sicilia che lasciò commettere tanto misfatto! Oh, le persone dabbene che possono ormai aspettarsi, se non di vivere nell’abjezione? ebbero giammai nemici più spietati che il conte d’Angiò?»

In maggior nominanza rimase Sordello da Mantova, che accoppiò la palma di guerriero, il mirto d’amante e l’alloro di poeta. Strane avventure di lui raccontano, e degli amori suoi con Cunizza, sorella d’Ezelino IV: ma lasciandole al romanzo[140], noi diremo come delle poesie sue le più ricantino d’amore, e in altro modo che non ci aspetteremmo dall’_anima lombarda altera e disdegnosa_; nè pare fosse appo i contemporanei in quella nominanza di eroismo, in cui lo posero le cronache mantovane e l’Alighieri. Si rivela piuttosto buontempone; vantasi de’ trionfi sopra tutte le donne, come un don Giovanni, senza delicatezza cavalleresca nè urbana; invitato da Carlo d’Angiò a crociarsi, — Signor conte (risponde), non esigete da me ch’io vada a cercar la morte. Per coteste acque salse troppo presto si guadagna il paradiso: io non ho fretta d’ottenerlo, e il più tardi possibile voglio arrivare all’eternità». Ameremmo credere che le prime fossero millanterie, profonda ironia le seconde; giacchè altrove Sordello, disdegnoso ed elevato, nè a grandezza nè a potenza riguardando, sfolgora la viltà dovunque gli appaja. Tal è il famoso suo _serventese_ in morte di ser Blacasso, ove con ardimento ingiurioso i pezzi del cuore di quel forte manda ai varj re, a ciascuno rinfacciando il poco cuor suo.

Non vogliamo dimenticate alcune poesie, nelle quali i Valdesi espressero le loro dottrine religiose, in un dialetto che ai Lombardi s’accosta più che non facciano oggi quel di Genova o del Monferrato, sicchè datevi la terminazione odierna e sono italiane[141]. Nè tra noi mancò chi coltivasse il francese, e in esso dettarono Marco Polo, Brunetto Latini, Da Canale e varj romanzieri.

Se tardi fu scritta la lingua vulgare in Italia, non ne inferite che tardi si svolgesse; bensì, considerandosi il latino come lingua nazionale e poco differendo dalla parlata, non v’era perchè i dotti avessero ad affrontare le troppe difficoltà del maneggiare una favella non mai scritta, e per conseguenza incerta e scarmigliata nelle forme, nelle voci, nell’ortografia. Gl’Italiani, come rimpiansero sempre l’antica grandezza di Roma, e, qualvolta poterono di sè, prescelsero ordinamenti consoni agli antichi almen di nome, così più tenaci conservarono la latina lingua ne’ pubblici atti fin al secolo nostro, anche per imitazione della curia romana, cui il far così tornava necessario perchè corrispondeva con tutto il mondo. Più dovettero farlo i padri nostri, anche quando la crescente libertà li recava a trattare più spesso gl’interessi proprj, benchè già il parlare avesse assunto le forme nuove. Ma qual latino fosse, se già non bastassero le carte addotte qua e là, potrà darcene indizio Odofredo, celebre professore dell’università di Bologna, il quale terminando il discorso del Digesto, così congedava gli scolari: _Dico vobis, quod in anno sequenti intendo docere ordinarie, bene et legaliter sicut unquam feci. Non credo legere extraordinarie, quia scholares non sunt boni pagatores; quia volunt scire sed nolunt solvere, juxta illud, _Scire volunt omnes, mercedem solvere nemo_. Non habeo vobis plura dicere; eatis cum benedictione Domini_[142]. In tutte le età le epistole della cancelleria pontifizia furono di gran lunga migliori, per le parole come per le cose. Fra i chiostri sorse qualche scrittore nell’XI secolo, lontano a pezza dai classici, ma più preciso e purgato che non qualche autore della decadenza dell’Impero: molti già ne mentovammo, e non vuolsi dimenticare Arrigo da Settimello, il quale, dal vescovo di Firenze spogliato di un pingue benefizio e ridotto a povertà, se ne spassionò nell’elegia _De diversitate fortunæ et philosophiæ consolatione_, quattro libri di latinità non affatto infelice[143], e saliti a così pronta fama, che vivo l’autore leggeansi nelle scuole. Facilmente si potrebbe rovistarne d’altri: ma chi usa una lingua separata dalla vita attuale, n’ha sempre scapito e al raziocinio e alla immaginazione, forme vecchie traendosi dietro i vecchi pensieri.

Neppure il greco fu dimenticato; e i monaci Basiliani, diffusi nel mezzodì dell’Italia, lo conservavano nell’uffiziatura: nelle crociate poi si cominciò studiarlo anche per uso pratico, e qualche autore fu allora portato dalla Grecia, come portavansi reliquie. Per commissione di Eugenio III e per suffragare all’anima di suo figlio, Burgondione giudice di Pisa mutò in latino alquante omelie del Grisostomo, le opere di Giovanni Damasceno, e la _Natura dell’uomo_ di Gregorio di Nissa.

Crebbe allora anche la messe delle storielle sacre e de’ miracoli o falsi o alterati, massime sulla passione di Cristo, notando di prodigi ogni zolla della Palestina, ogni nonnulla portato di colà: e Jacopo da Varagine pel primo, dopo gli antichi biografi degli eremiti, nella _Leggenda dorata_ raccolse vite de’ santi, zeppe di favole[144]. In reputazione meno rea sono quelle di frà Pietro Calo da Chioggia: ma tra la farragine indigesta e sconcia delle leggende allora comparse, i Protestanti menarono gran rumore del _Liber conformitatum sancti Francisci cum domino nostro Jesu Christo_, di scempia semplicità. Bartolomeo da Lucca, vescovo di Torcello e amico di Tommaso d’Aquino, stese una storia ecclesiastica fino al 1313, copiando quel che trovò, e conservandoci importanti notizie.

Guido delle Colonne, giudice messinese, fu alcun tempo in Inghilterra, ove scrisse _De regibus et rebus Angliæ_, opera lodata, che il cronista inglese Roberto Fabyan usurpò. Nel 1287 già vecchio, da Ditti e Darete cretese tradusse o compilò _De rebus trojanis_, opera divulgatissima, volta poi in tutte le lingue, e nella nostra già nel 1333 da Matteo di ser Giovanni Bellebuoni pistojese, ed una delle prime messe a stampa[145].

Anco furono in uso biblioteche, tesori, specchi o con altro nome enciclopedie di tutto quel che un autore imparasse; libri di opportunissimo soccorso in quella penuria di libri. Il _Catholicon_, o Somma universale di Giovanni Balbi genovese, è una tavola alfabetica e ragionata di quanto allora gli Europei sapevano, e per attestazione dell’autore _valet ad omnes fere scientias_.

Il latino non era soltanto lingua de’ letterati, ma correva tra il vulgo, non altrimenti che oggi il toscano ne’ paesi d’altro dialetto; e Gaufrido Malaterra, nel proemio alla cronaca sua, adduce canzoni da lui composte ad istanza del principe _plano sermone et facili ad intelligendum, quo omnibus facilius quicquid diceretur patesceret_; e quando a re Ruggero nacque Simone poco dopo la morte del primogenito, fece questa:

_Patre orbo_ _Gravi morbo_ _Sic sublato filio,_ _Unde doleret_ _Quod careret_ _Hæreditati gaudio,_ _Ditat prole_ _Quasi flore_ _Superna prævisio._

I quali versi ci presentano la misura e la rima alla moderna, e c’invitano a cercare se sia vero che dai Provenzali noi imparammo il verseggiare.

Come una lingua parlata differente dalla scritta, così ci si fa credibile che, colla poesia metrica, cioè misurata per lunghe e brevi, tra i Romani ne vivesse una ritmica, attenta solo al numero delle sillabe. Tale dovette essere la primitiva dei versi Saturnj e del carme Arvale, e degli altri carmi deprecatorj, medici, magici, che recitavansi _assa voce_, vale a dire senz’accompagnamento musicale, ma con una danza virile, ove col piede marcavasi l’accento[146]; e le canzoni convivali ricordate da Catone, ove al suon della tibia recitavansi le lodi de’ maggiori. Chi abbia intelligenza dell’accento latino, facilmente si persuaderà che ai canti mal potea servire la misura prosodica, bensì la ritmica. E tali noi crediamo durassero i versi Fescennini, lacchezzo del popolo; e tali i canti militari e bacchici e da celia, di cui ci conservò taluni Svetonio, come alcune strofe di Adriano imperatore, indocili alle conosciute misure[147].

L’imitazione greca introdusse i metri dattilici, ma come armonia fittizia, arbitraria, non mai connaturata colla lingua, e preoccupandosi delle convenienze accidentali del metro o di pretese analogie coi modelli greci, anzichè della vera pronunzia; tant’è vero che spesso il tono cadeva sulle brevi, e un gran numero di sillabe rimanevano incerte. Questa melopea tutt’artifiziale rendeva più corruttibile la quantità, che non negl’idiomi dove aveva un’esistenza naturale, come sarebbero il greco e il sanscrito: e per quanto i poeti cercassero crescere armonia ai loro versi sottomettendo a un ordine sistematico i piedi liberi, cioè determinando la successione de’ dattili e degli spondei, e regolando il posto delle cesure e fin la lunghezza delle parole[148], l’armonia non acquistò in Roma nè tampoco la forza d’un’abitudine. I Barbari affluenti colà, introduceano sempre più parole ribelli alla prosodia; e la pronunzia, men rispettosa alle tradizioni letterarie, riconduceva le capricciose differenze di quantità a una specie d’unità: i poeti dapprima variarono le regole prosodiche, poi confessarono d’ignorarle[149], e sul tipo dell’antico esametro si foggiarono versi che sistematicamente s’allontanavano da ogni misura.