Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Part 9

Chapter 93,669 wordsPublic domain

Dagli antichi Germani deducono alcuni il rispetto onde la società moderna, a differenza dell'antica, riguarda le donne. Per verità le leggi longobarde ci danno poco argomento di delicatezza verso di esse, contandole solo come fattrici di guerrieri: e l'uccidere una quand'è atta a figliare, scontasi con seicento soldi; con ducento, se prima o dopo l'età nubile. Nuove però sono le leggi introdotte dal pudore in quel codice, tanto precise, che spesso il ledono per proteggerlo. Il libero che preme il dito d'una libera, sborsi seicento denari; doppio, se il braccio; se sopra il gomito, millequattrocento; milleottocento se il petto. Chi per istrada tenti una libera, componga in novecento soldi; altrettanto chi sforza una donna a sposarlo; multato chi tarda due anni a menarla dopo gli sponsali. Gli adulteri possono essere uccisi dall'oltraggiato qualora non siano puniti dalla legge; nè francheggiano la peccatrice il consenso o il comando del marito. Nefario è chi dica meretrice o strega ad una libera; giuri su venti testimonj averlo fatto per impeto di collera, e compensi in venti soldi, o sostenga il suo detto col duello; nel quale se soccomba, paghi la multa impostagli dal giudice[112].

La donna non usciva mai del mundio; tutelata dal padre, dallo zio o dal fratello, sinchè _in capelli_, cioè fanciulla; poi dal marito; e vedova, dal più prossimo a questo[113]. Qualora la donna non avesse consanguinei, o dopo vedova si fosse riscossa dalla tutela col restituire metà della dote, o il tutore l'avesse accusata d'impudicizia, o voluto costringerla a nozze sgradite o prima de' dodici anni, o attentato alla vita e all'onore di essa, o chiamata strega, ponevasi sotto il mundio del re, il cui gastaldo percepiva il prezzo se si maritasse, e porzione dell'eredità se morisse. Perchè i mondualdi non abusassero della debolezza del sesso, Liutprando statuì che, quando una donna vendesse alcun suo possedimento coll'assenso del marito, intervenissero al contratto due o tre parenti di essa per cansare ogni frode o violenza[114].

Il mondualdo vendeva la donna al marito, il quale così diventava erede di essa, e percepiva le tasse inflitte a chi la offendesse. Dote propriamente non era costituita ma ne tenevano vece il _faderfio_, il _mefio_ e il morghengabio. Il primo significa eredità paterna (_vater-erde_), e davasi dal genitore e dai fratelli a piacer loro alla sposa, per quetarla d'ogni pretensione al retaggio. Il mefio (_medio, metà_) era un libero donativo del marito avanti le nozze, consistente per lo più in campi o servi; diverso dal mundio, prezzo stipulato per ottenere la tutela della donna, e che davasi al mundualdo. Questo talora giungeva sino a venti soldi; ma Liutprando limitollo a tre[115], mentre egli medesimo restrinse il mefio a quattrocento denari pei giudici ed altri magnati, trecento pei nobili, gli altri quel di meno che volessero. Il morghengabio, o dono mattutino, facevasi dallo sposo dopo la prima notte: ma poichè i primi trasporti recavano taluni a donare fin l'intiera facoltà, e questa rimaneva alla donna se sopravvivesse, Liutprando sancì che lo sposo non potesse obbligare più d'un quarto dell'aver suo[116], e vietò il far altri regali oltre i predetti.

I Longobardi non permettevano le nozze alle donne avanti dodici anni, quattordici ai maschi, nè in generale fra età sproporzionate: contratte più non si scindevano. Per quanto il marito bazzicasse altre donne, la moglie non poteva dargli querela; ma se ella peccasse, restava abbandonata alla vendetta del consorte come il seduttore. Che in questi fatti poco migliorassero i Longobardi in Italia, lo rivela la lunga legge di Liutprando contro i connubj criminosi; un'altra contro i mezzani e i mariti che vendono le proprie mogli, e le monache che prendano marito[117].

Il punto d'onore, qualità che i moderni distingue dagli antichi, si rivela ne' castighi apposti a ingiuriose parole. Chi dice infame a un altro, paghi cenventi denari; chi vile, il doppio; se spia, seicento; la donna che chiami bagascia un'altra senza poterlo provare, soldi quarantacinque; il tutore che dica villania alla sua tutelata, ne perda il mundualdo.

Cogli schiavi la legge di Rotari è fiera quanto la romana, pareggiandoli a cose; ma poi anche i Longobardi tolsero al padrone l'arbitrio sulla vita di quelli, eccetto i casi determinati dalla legge. Il padrone che adultera con un'aldia, perde ogni ragione su lei e sul marito; chi sforza la fidanzata d'un servo, paga la pena allo sposo, il quale può anche sul fatto uccider lei e il corruttore. L'offesa ai servi vale un quarto di quella ai liberi: chi prende per la barba o pei capelli un rustico altrui, gli paghi un soldo: il servo battuto dal padrone per essersi richiamato contro di lui, rimane franco. Se ad uno schiavo rifuggito in chiesa il padrone promette sicurtà, poi non attiene, è multato in soldi quaranta. Se il padrone disposto a dare la libertà venga a morte, lo schiavo rimane libero senza pur pagare il compenso, «massima lode a noi sembrando (dice Astolfo) se dal servigio traggansi gli schiavi a libertà, perchè il Redentor nostro degnò farsi servo per dare a noi libertà»[118].

Queste leggi, da chi giudicate pessime, da chi stupende, secondo il vario punto di vista[119], sopravvissero lungamente nelle consuetudini italiane[120], ed offrono il migliore ritratto de' costumi de' Longobardi. Il vederle dettate in latino, benchè concernessero solo i vincitori, mostra come questi fossero digiuni di lettere a segno di dover valersi dei nostri per compilarle. Ma i nostri pure dovevano aver perduto ogni tradizione elevata di ragione giuridica, poichè non seppero appoggiarsi sovra punti complessivi, e provvidero a casi particolari con una minuzia fin puerile.

Gente che si spicca dalla patria, perde gran parte degli affetti più teneri e morali: or chi vorrà credere alla vantata bontà e costumatezza di Barbari, mescolati di genti diverse, e sì tenuemente legati al loro capo? I nostri padroni rozzamente abitavano; e gli _armadj_ ove riponevano le armi, e le _banche_ da cui presero nome i banchetti, erano tagliati grossolanamente. Semplici nel vivere ordinario, sfoggiavano ne' conviti, ove l'ilarità era stimolata dal vino, bevuto in giro dal corno dorato o talvolta dai cranj de' vinti nemici; e l'eroismo da giuochi scenici o da bardi che cantavano le imprese di Teodorico o d'Alboino. La scipita, eppur da tutti letta istoria di Bertoldo, d'origine antica e tedesca[121], ci fa vedere Alboino nella regale Pavia piacersi de' buffoni. I giojelli da Agilulfo e Teodolinda regalati al San Giovanni di Monza chiariscono com'essi sapessero largheggiare: ma un bastone a oro e argento da re Cuniberto regalato al grammatico Felice[122], è l'unico favore che leggiamo concesso a letterati da Longobardi; e forse Rachis tenne in palazzo una scuola, dalla quale uscì Paolo Diacono[123]. Dopo le prime devastazioni, molti di quei re fecero anche fabbricare, massimamente chiese e monasteri, e credesi vederne a Pavia e a Brescia, certamente a Lucca. Nel San Giovanni di Monza erano ritratte le geste dei Longobardi; i quali vi comparivano colle prolisse vesti di lino a lembi di color vario; le gambe ravvolte in una singolar foggia di usatti, e in piede calzari sparati alla sommità del pollice e con legacci di cuojo, finchè vi sostituirono gli stivali[124]; lunghe barbe, da cui forse presero il nome; la cervice rasa fin alla nuca; davanti, la chioma prolissa fin alla bocca con una drizzatura sulla fronte. Forse il sudiciume manteneva fra loro una malattia cutanea, qual ella si fosse, indicata col nome di lebbra; e chi n'era infetto veniva espulso di casa e di città; provvedimento nulla più eccessivo dei tanti suggeriti per pubblica sanità, se non si fosse esacerbata la condizione di quegl'infelici col considerarli per morti, e interdirli non solo del disporre dei proprj beni, ma fino dell'usarne al puro mantenimento.

Giungevano i Longobardi in una società corrotta dal lusso, avvilita dalla schiavitù, pervertita dall'idolatria, senza che il cristianesimo l'avesse ancor potuta riformare; onde ai vizj proprj aggiunsero quelli dei vinti. Tra questa eredità gentilesca erano le pratiche supertiziose, e assurde credenze in apparimenti di morti, patti col diavolo, larve placabili con lustrazioni. Il legislatore rimprovera del credere che certe donne ingojassero gli uomini[125]: ma al tempo stesso egli proibisce ai campioni, ne' duelli giudiziarj, di portare indosso erbe o che che altri malefizj.

CAPITOLO LXIII.

I vinti. Con che legge viveano? Quali la condizione e le arti loro?

Fin qua scrivemmo al modo de' classici, quasi unicamente guardando alla nazione vincitrice: ma che n'era intanto dei vinti?

Il silenzio della legge mostra già come il vincitore non degnasse occuparsi di loro: ma se non è lecito figurare che il Goto o il Longobardo vincesse per rendere felice il Romano, sottrarlo all'oppressura degli ultimi tempi imperiali, e, alleviatolo dalla guerra, lasciar che nella quiete attendesse agli studj e alle arti, non vuolsi però dimenticare che il cristianesimo non permetteva più ai vincitori di conculcare affatto la umana natura.

Se i Barbari, dilagando sulla nostra patria, avessero scontrato tanta patriottica ostinazione quanta Annibale o Pirro, sarebbe nata guerra di sterminio, dove una delle parti avrebbe dovuto soccombere: qual delle due non è difficile il prevederlo, chi avverta come la germanica migrazione continuasse da secoli senza esaurirsi. Sarebbe dunque avvenuto dell'Europa come più tardi dell'Asia e dell'Africa, donde gli Arabi svelsero ogni radice dell'anteriore civiltà. All'incontro i Barbari (eccettuiamo sempre gli Unni, che comparvero, distrussero e si dileguarono) arrivavano in Italia già cristiani, cioè accolti in una fratellanza che dava diritti e imponeva doveri.

Per quanto infelice fosse dunque la condizione cui trovaronsi ridotti i vinti in Italia, non va paragonata a quella che fecero, per esempio, all'Asia i Turchi, o all'America gli Spagnuoli. Qui, oltre il clero, si trovavano nobili, operaj, minuti possessori, coloni e schiavi. Al popolo basso generalmente dovette parere che i Barbari recassero un sollievo da quella concatenata oppressione fiscale. Degli schiavi gran parte nelle prime correrie fu rapita; ai restanti poco caleva a qual signore servissero, fatati alla miseria. Altrettanto dicasi dei coloni, che nulla avevano a perdere, e non di rado vantaggiavano. Della nobiltà patrizia romana aveano già fatto sterminio gl'imperatori; allora i Barbari l'annichilirono, giacchè, non trovandola buona ad alcuna delle arti di cui essi aveano mestieri, non le usavano que' riguardi che agli agricoli ed agli artigiani; sicchè della primitiva conquista rimase levata ogni traccia. Della nobiltà nuova formatasi nelle provincie, alcuni s'appigliarono alla fortuna de' vincitori, per trarne qualche porzione a proprio vantaggio: i più, umiliati, scaduti dalle dignità, spogli in parte o in tutto dei beni, sentivano repugnanza pei conquistatori, e faceano opposizione con quel poco di potere che ad essi era rimasto nelle curie; talvolta anche rimbalzavano contro gli oppressori, come vedemmo tentarsi sotto i Goti; altri si ritiravano nelle vaste e lontane tenute in mezzo a coloni e clienti, sperandosi dimenticati.

La civiltà romana, dovunque arrivasse, si sovrapponeva alle leggi, ai costumi, alla religione, alla lingua nazionale, per modo che pochi secoli di dominio cancellavano quasi ogni orma delle istituzioni dei popoli sottomessi e assimilati. I Germani al contrario, invadendo il nostro paese, sentivano quanto una civiltà sistemata fosse superiore ad una barbarie incomposta; sprezzavano i Romani individualmente, ma concepivano, se non rispetto, almeno meraviglia dinanzi a quei superbi edifizj, agli acquedotti, agli anfiteatri, alla regolare gerarchia de' poteri. Fissandosi poi sulle terre romane, e col diventare proprietarj acquistando relazioni più complicate e durevoli, comprendevano la necessità di regolamenti più estesi; e poichè la legislazione romana glieli offeriva, mentre abbattevano l'ordine politico, vagheggiavano il sociale, ed anche mettendo al giogo i Romani, si confessavano ad essi inferiori, e s'ingegnavano d'imitarli.

Non privavano dunque i vinti della libertà naturale riducendoli schiavi; e talvolta neppure affatto della civile. Questo, che era generosità rara fra gli antichi, qui veniva dall'esercitarsi i due popoli in diverso genere d'industria; nell'armi i vincitori; i vinti ne' campi, nelle arti, negli studj. Teodorico usò in insigni uffizj Cassiodoro, Boezio, Simmaco; altri Barbari si valsero certo dell'opera di Romani; e sebbene de' Longobardi non sia detto, li vediamo però dettare le proprie leggi in latino: queste leggi modificare alla romana; stabilire un sistema fiscale complesso, qual non avrebbero potuto se non col sussidio de' vinti.

Nè per questo il vinto entrava nella società de' vincitori. Adoprato per bisogno non per onoranza, rimaneva escluso dalle armi, e da ciò che fra i Germani n'è conseguenza, la giurisdizione e l'amministrazione; solo per grazia speciale alcuno veniva ammesso fra i vincitori, consentendogli il titolo di convittore del re.

I beni de' natii furono divisi in ragione diversa ne' diversi paesi: i Visigoti tolsero ai possessori due terzi dei campi, degli schiavi, degli animali domestici e degli strumenti di lavoro[126]; i Borgognoni, metà delle corti e dei giardini, due terzi delle terre lavorate, un terzo degli schiavi, lasciando in comune le foreste. Gli ausiliari degli ultimi imperatori chiesero in Italia un terzo de' terreni, e avuto il no, deposero l'ultimo cesare d'Occidente, e ottennero da Odoacre ciò che Augustolo avea negato. Gli Ostrogoti sopragiunti occuparono anch'essi un terzo.

Togliere metà o un terzo dei terreni a gente decimata dalla guerra, ed esonerarla con ciò dal tributo, che sotto i Romani esorbitava a segno da far sovente abbandonare al fisco le tenute istesse, parrebbe tutt'altro che abuso di brutale vincitore. Se fosse poi vero che il Germano, indocile alla fatica dei campi, non esigesse che il terzo dei frutti, sarebbe un sistema più mite di quanto si pratica oggi nella nostra campagna. Ma una partigione fatta da conquistatori sopra gente che non ha armi nè rappresentanza per francheggiare i proprj diritti, può ella immaginarsi altrimenti che come una grande violenza, esercitata parzialmente da ciascun capo nel paese o nel villaggio dove infiggeva la sua lancia?

Inoltre, i Goti toglievano que' possessi dal pubblico dominio, o da possedimenti privati? Se dai privati, come pare, che cosa intende Teodorico quando asserisce un ricco Goto equivalere a un Romano povero? Perchè gl'invasori soprarrivati occupassero i terreni stessi dei conquistatori precedenti, converrebbe supporre i Goti tanti appunto di numero, quanti gli Eruli e i Turcilingi d'Odoacre; e che avessero catasto e misuratori e una regolarità di possessi, affatto inconciliabile colla condizione di Barbari. Poi, se al primo entrare ciascun Barbaro diveniva possessore, come spropriava altri via via che faceasi nuove conquiste? e se la misura non fosse stata equa, come avrebbe potuto richiamarsene il prisco possessore? e davanti a chi? e come tutelava egli i proprj confini? Poi delle proprietà dei Goti cosa avvenne, quando i Greci gli ebbero vinti? e di quelle dei tanti caduti in guerra sì micidiale? Può mai immaginarsi che, fra tanto scompiglio, venissero restituiti ai primi signori? Potrebbesi credere che cadessero al fisco; ma nella prammatica di Giustiniano non v'ha motto di oggetto sì rilevante.

I Longobardi occupano essi pure un terzo, ma in peggior ragione: poichè, se i Goti contribuivano alle spese della coltura ne' campi invasi, questi levavano un terzo lordo dei frutti, modo di costringere i più a ridursi servi, se già nol fossero per sistema.

E qui si presenta una controversia famosa sulla bontà de' Longobardi. Il terrore chiamava torrenti e diluvj le invasioni; la compassione esagerava gli sterminj, tanto che papa Gregorio Magno dice, l'umana stirpe, folta in Italia come campo di biada, restò allora guasta ed uccisa, e tutto il paese converso in deserto, popolato solo di fiere. Noi sappiamo storicamente che la popolazione dell'Italia ancora romana era tutt'altro che numerosa; oltre che un fiero contagio l'avea desolata poco prima dell'arrivo de' Longobardi[127]. Per quante poi sieno le violenze particolari, v'è poca ragione di credere a uno sterminio sistematico, dal quale al vincitore non sarebbe derivata altra conseguenza, che di ridurre incolte le campagne.

Tutt'al contrario Paolo Diacono, longobardo e che de' Longobardi scriveva quando n'era appena caduto il regno, sicchè la compassione li faceva rimpiangere e il lodarli sapeva di generosità, non trova espressioni bastanti a loro encomio: «nessuna violenza accadeva, nessun'insidia tendevasi; non era chi angariasse o spogliasse altrui ingiustamente; non furti, non ladronecci; ciascuno andava senza paura ove gli talentasse»[128].

Se i conquistatori, e massime nei primi momenti, rechino tali beatitudini, lo dica chi ha occhi. E se Cicerone, proclamando i doveri della giustizia nel secol d'oro di Roma, stabilisce che coi soggiogati bisogna adoprare fierezza come coi servi[129], aspetteremo noi tanta umanità nei Barbari, che pur spropriarono i natii? Fosse anche vera, quella pittura sarebbe a riferirsi solo al vincitore; non altrimenti da quando i Romani antichi vantavano che nessuno poteva esser torturato e ucciso senza regolari giudizj, mentre stavano all'arbitrio de' padroni e de' magistrati tanti milioni di provinciali e di schiavi.

Lo storico medesimo, quando dal fraseggiar retorico viene ai fatti, racconta che Clefi distrusse la nobiltà, lo che significa i possessori; e che, «sotto i trenta duchi, molti nobili Romani furono uccisi per cupidigia, gli altri partiti fra gli ospiti in modo da divenire tributarj, pagando un terzo de' frutti; spoglie le chiese, trucidati i sacerdoti, sovverse le città, sterminata la popolazione»[130].

A questo strazio fu dunque mandato il fiore della gente italica. Pertanto, comunque andasse il fatto nei primi momenti, in appresso i soggiogati ebbero, non soltanto a dimezzar le terre d'ogni circondario, come avevano fatto cogli _ospiti_ Eruli o Goti, per costituirne le corti signorili e libere; ma furono spossessati, e costretti a dare il terzo del ricolto; e non più allo Stato, ma a ciascuno de' Longobardi, cui ciascun Romano era toccato. Ridotti ad _aldj_, cioè manenti o terziatori o coloni, in somma tributarj, la qual condizione era per essenza opposta a quella di libero, più non possedevano che precariamente, non potevano sposar donna libera, non militare, non procedere ne' tribunali; chè tanto importava pei Barbari la parola tributario. Nelle altre conquiste i beni delle chiese restarono intatti: ma i Longobardi, essendo eretici, non rispettavano il clero cattolico[131].

Questo totale spossessamento de' nobili, cioè de' possidenti, senza ambiguità asserito dal panegirista de' Longobardi, vien negato da taluni perchè in Gregorio Magno ricorre menzione dei nobili di Milano e d'altre città[132]. Ma oltrechè la curia romana seguiva nelle lettere le formole consuete[133], anche quando aveano perduto il senso, quel pontefice non riconosceva l'occupazione de' Longobardi nè lo spogliamento de' vinti; onde operava siccome una cancelleria de' giorni nostri che continuasse a salutare per regia la stronizzata stirpe de' Borboni; o siccome essa curia romana, che fin oggi nomina i vescovi d'Antiochia o di Laodicea.

Allegasi pure una Teodota, di _stirpe senatoria_, la quale non potè sottrarsi alla libidine di re Cuniberto, e pianse il rapitole fiore nel monastero di santa Maria della Posterla a Pavia. Poi, al cessare della dominazione straniera, compajono ricchi possessori viventi con legge romana, cioè d'origine italica.

Vogliasi però riflettere che, anche dai paesi occupati alla prima invasione, molti natii rifuggirono alle isole, sulle coste, fra i monti; e prima d'uscirne poterono patteggiare coi vincitori, conservando titoli e possedimenti. Più dovette ciò frequentare nelle terre assoggettate in tempi successivi, quando i Longobardi avevano deposto la primitiva fierezza; e i natii nell'arrendersi poterono riservarsi parte degli antichi diritti. Altri ancora si vennero a piantare sulle conquiste longobardiche da terre che mai non erano state soggiogate, massime dappoichè i dominatori si mansuefecero, e che la dominazione passò ai Franchi. Tali accidenti bastano a spiegare la menzione che accade di gente romana, di nobili, di senatori: il qual titolo ad ogni modo poteva indicare soltanto un grado personale, non mai di origine.

Nessuna dunque, o poca gente libera rimaneva sulla campagna occupata, mutandosi i possessori in coloni, e i lavoratori in servi della gleba. Numero maggiore di liberi sopraviveva nelle città, dove, essendo divisi in scuole d'artigiani, non cadeano spicciolati in dominazione di particolari, ma in masse numerose erano distribuiti a duchi e re. Al possessore d'un campo, che caleva di conservare gli uomini a quello affissi? morendo essi, rimaneva il fondo[134], e si poteano trovargli altri cultori; mentre il perdersi degli artigiani deteriorava ed anche distruggeva il frutto che ne traeva il vincitore cui erano tocchi in sorte. Egli dovea dunque far opera di conservarli: pure nulla ne sappiamo di positivo, se non forse che gli abitanti della città furono gravati di doppia imposta, cioè una diretta (_salutes_) ed una sull'industria[135].

Certo è che di questa gente vinta non parlano mai le leggi longobarde: silenzio ingiurioso, eppure da questo volle alcuno argomentare che i Longobardi la lasciassero vivere coll'antica legge patria. Di fatto, tra alcuni germanici conquistatori troviamo che la legislazione non riguardava tutti coloro che abitassero una regione, ma seguiva la persona: e mentre oggi, chiunque si stabilisce in un paese, sottopone sè e l'aver suo alle leggi da cui quello è regolato, poca o nessuna differenza intercedendo da cittadini a forestieri[136]; allora, al contrario, la legge patria serbavasi dall'uomo libero, dovunque egli si trovasse. Tale uso dovette introdursi dai Germani sol quando si sparsero sulle terre conquistate; giacchè sul territorio medesimo trovandosi unite differenti schiatte pel solo accidente dell'essersi drizzate alla medesima impresa, non v'era motivo perchè una stirpe dovesse rinunziare alle consuetudini degli avi, e sottomettersi a quelle d'un'altra. Prova ne sia che in ciascun paese troviamo ammesse tante leggi, quanti erano i popoli invasori.

Così non pare costumassero i Longobardi: anzi talmente furono intolleranti d'ogni altro diritto dopo invasa l'Italia, che obbligarono a partirsene i Sassoni ausiliarj, perchè non vollero acconciarsi all'unità[137]; Rotari impone espresso che «se qualche Romano venga da paesi forestieri, s'uniformi alla legge longobarda, salvo se altrimenti impetri dalla clemenza del re».

Questo cenno non concerne il popolo vinto, ma chi veniva di fuori; e indica che il privilegio non era inusato. Coll'andare del tempo si moltiplicarono i contatti degli invasori coi popoli rimasti; i Longobardi rimisero della primitiva ferità, massime dopo convertiti al cattolicismo; onde allora fu forse consentito ad alcuno avveniticcio di conservare la legge nazionale[138]. Quando poi nel paese nostro si assisero i Franchi e Tedeschi, ognuno conservava il proprio diritto; dal che nasceva grande varietà, e per conseguenza ne' contratti o giudizj si specificava sotto quale vivessero i contraenti o i giudicati. Da ciò le così dette _professioni di legge_[139]: sotto il qual nome di legge non intenderei veruno speciale e prefinito corpo di istituzioni, ma in generale il diritto, le consuetudini, annesse al fondo che i contraenti possedevano.