Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Part 5

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Vitige, ridotto in Ravenna, mandò a trattare con Giustiniano, che, assalito da Cosroe verso oriente e qui dai Franchi, gli consentì di conservare parte del dominio pagando tributo: ma Belisario, sapendo che Ravenna era agli estremi, dispettoso di vedersi strappare la sicura vittoria, protestò voler menare Vitige prigioniero a Costantinopoli. Allora i capi goti sollecitarono Belisario a vendicarsi dell'imperatore pigliandosi la gotica corona; e poichè egli mostrò accettarla, gli apersero le porte. «Quando io vidi (dice Procopio) entrar l'esercito in Ravenna, conobbi e certo fui che nè per virtù nè per forza o quantità di uomini si compiono le imprese, ma la man di Dio dispone secondo a lui piace, senza che ostacolo tenga contro la sua volontà. I Goti sorpassavano i Romani in numero e prodezza; nessuna battaglia fu data dopo schiuse le porte della città; nè i Goti aveano sott'occhio cosa che gli atterrisse: eppure piegarono il collo al giogo imposto da un pugno di persone, non temendone infamia. Le donne, che avevano udito meraviglie della forza de' Romani, quand'ebber visto il vero, andavano a sputacchiare i loro mariti, rinfacciando la viltà ad essi, che le tenevano chiuse nella casa e soggette a sì spregevoli nemici».

Tutti i Goti si sottoposero a Belisario, il quale non accettò la rinnovatagli offerta della corona, o fosse lealtà, o sentisse impossibile il mantenerla fra una nazione divenuta sì presto decrepita, senza vigore, senza unità. Questo gran generale, che diffonde un lampo di luce sulla languida agonia dell'impero greco, adorato dall'esercito, non esecrato dai nemici, casto nel costume, cavallerescamente disinteressato, favorito nelle imprese dalla virtù e dalla fortuna, fu continuo zimbello alle brighe cortigianesche. Teodora, che, dal postribolo elevata al talamo di Giustiniano, menava il marito a sua voglia, e alzava o deprimeva altrui secondo il capriccio o l'avarizia, per somiglianza di lubricità favoriva Antonina, moglie di Belisario, e a costei senno ne secondava o impediva le imprese. Ed egli o non ne vedeva le turpitudini, o dovea dissimulare, costretto persino a chiederle scusa qualvolta fu ardito di rimproverarla. Bersagliato da lei e dagli invidiosi, Belisario era messo da banda non appena cessasse d'essere necessario; eppure al rinascer de' pericoli egli tornava a mettere il suo valore a servigio degl'ingrati. Anche nell'impresa d'Italia gli s'erano stentati i sussidj: poi fu spedito qui l'eunuco Narsete, con autorità bastante per impacciare le imprese di lui o dividerne il merito: infine gli fu ordinato di abbandonar l'Italia, superflua essendovi omai l'opera sua. Belisario, con settemila prodi al suo stipendio, nerbo di quella guerra, avrebbe potuto dire un no e sostenerlo; ma incapace di disobbedire, anzi pur d'indignarsi al suo signore, tornò prontamente a Costantinopoli colle spoglie, testimonj del suo valore, e conducendo prigioniero Vitige, che vi fu tenuto in cortese prigionia e intitolato patrizio; e il fior de' giovani goti, che fu messo a servizio dell'imperatore.

Belisario avea lasciato l'esercito e il governo a undici generali, i quali operando discordi, non erano riusciti a ridurre al nulla i nemici, le cui reliquie eransi ritirate dietro al Po, concentrandosi sopra Pavia alla guida di Uraja (540), per cui consiglio nominarono re il prode Ildebaldo. A questo i soprusi de' Greci crebbero fautori, e avute tutte le città alla sinistra del Po, colle vittorie le saldò in devozione. Ma sua moglie, indispettita dal maggiore sfarzo della moglie di Uraja, indusse il marito a toglier dal mondo questo valoroso. Ne provarono immenso disgusto i Goti; e il gepido Vila, guardia del re, offeso perchè questi avesse maritata ad altri la sua fidanzata, in un convito gli tagliò di netto la testa.

I Rugi, che coi Goti erano scesi in Italia, ma non s'univano a quelli nè d'armi nè di nozze, vollero eleggere Erarico; ma poco appresso i Goti l'uccisero (541), e nominarono Totila Baduilla, nipote d'Ildebaldo, e governatore di Treviso. Accinto agli ultimi sforzi, egli respinse i Greci da Verona; presso Faenza riportò segnalata vittoria, poi nel Mugello; e avute Cesena, Urbino, Montefeltro, Pietrapertusa e tutta la Toscana, senza toccar Roma si spinse fino a bloccar Napoli. La ebbe a patti e trattò coi riguardi di tempi civili, facendo dispensare il cibo con misura, affinchè la voracità non pregiudicasse agli estenuati; poi ne diroccò le mura. Avendo un Goto della sua guardia violata una fanciulla calabrese, per quanto i commilitoni allegassero la costui valentìa, Totila il volle esemplarmente punito, e i beni di esso donò all'oltraggiata. Ai Romani che vi trovò, lasciò arbitrio di andarsene, scortati da Goti, fino a Roma, e forniti di viveri e di somieri. Assoggettata l'Italia meridionale, ripiegò sopra Roma, ed accampò sui deliziosi colli di Tivoli.

Fermo ed umano, destro nella ragion di Stato non meno che nell'arte dei campi e degli assedj, temperante nella sua condotta, spargeva proclami fra gli Italiani, mostrando quanto avessero sofferto nei tre anni del dominio greco: — Un imperatore cattolico ha rapito il vostro papa, e lasciatolo morire in isola deserta; undici tiranni fanno a chi peggio disonesti e smunga le città; lo scriba Alessandro, ministro del fisco, è detto psalliction, cioè forbici, per l'abilità sua nel tosare le monete. Io invece perdono e quiete; voi proseguirete i fruttiferi lavori, io vi difenderò coll'armi». Traeva alle sue bandiere prigionieri, disertori e schiavi fuggiaschi; restituì senza riscatto le mogli dei senatori côlte in Campania; manteneva in disciplina l'esercito; e una dietro l'altra recuperava le città, tosto smantellandole per evitare gli assedj futuri.

A Belisario, che nella domestica e cittadina servitù scontava la gloria acquistata sul Tevere e sull'Eufrate, dovette allora ricorrere la Corte bisantina, qui destinandolo, a patto che armasse a proprie spese: tant'erasi arricchito! Obbedì, e soldando quanti scapestrati trovava, raccolse una flotta a Pola e la menò nel porto di Ravenna, spargendo anch'egli manifesti e promesse; ma scriveva a Giustiniano: — Senza uomini nè cavalli nè armi nè denaro, è egli possibile condur la guerra? Scorsi la Tracia e l'Illiria per far leva, e ben pochi potei raccozzare, nudi d'armi, di coraggio, di sperienza. Quelli che trovai qui non sanno che lamentarsi, e tremano d'un nemico che spesso li sconfisse, e per evitare gli scontri abbandonano armi e cavallo. Dall'Italia non posso cavar denaro, dominandola i Goti; sui guerrieri perdo autorità, perchè non posso pagarne i soldi. Se basta che Belisario venga in Italia, ecco ci sono; ma se volete vincere, altro ci vuole. Mandatemi i miei soldati, e molti Unni e altri Barbari, e soprattutto denaro».

Mal esaudito, non potè impedire che Totila bloccasse l'antica capitale dell'impero, dove tagliò gli acquedotti. Il valoroso ed avaro Bessa che la difendea, speculava sulla fame, spinta a tale, che un padre, raccoltisi attorno i cinque figli chiedenti pane, s'avviò al Tevere, e con essi gettossi al fiume in taciturna ed imitata disperazione.

Papa Vigilio, dalla Sicilia dov'erasi ricoverato, mandò molte navi cariche di grani, ma furono catturate dai Goti coi Romani che le montavano. Il diacono Pelagio venne a impetrar almeno tregua di pochi giorni; ma Totila gli significò, di tre cose non gli parlasse: di conservar le mura di Roma, colpa delle quali non potea combattere i nemici all'aperta; di perdonare ai Siciliani; di restituire gli schiavi romani arrolatisi tra le sue file.

Belisario, tenuto inerte dalla insufficienza di forze, appena n'ebbe unite alquante, sbarcò al Porto Romano (546), e accampò sul Pincio, ma per veder presa Roma, cui soltanto le suppliche dei sacerdoti e la clemenza di Totila, che per la prima cosa andò a prostrarsi sulla tomba degli Apostoli, salvarono dal macello e dal disonore. A Bessa fu lasciato campo di fuggire. Rusticiana, figlia di Simmaco e vedova di Boezio, che aveva speso ogni aver suo per alleviare i mali di quell'assedio, come esortatrice di abbattere le statue di Teodorico sarebbe stata menata a strapazzo, se Totila non avesse saputo rispettarne la virtù, e compatirne la vendetta. Ai suoi egli ricordava come da ducentomila fossero ridotti a picciol numero, e a poche miglia stesse il nemico; nella presa di quella città vedessero il castigo di Dio, e si guardassero dal provocarlo sopra di sè: ai senatori convocati rinfacciò l'ingratitudine verso Teodorico, ma si lasciò placare, e concesse anche a loro perdono. Ma dovendo accorrere nella Lucania contro i Greci, espulse i cittadini da Roma, e i senatori menò ostaggi.

Appena ne uscì, Belisario con un pugno di gente ricuperò Roma, munì alla meglio con forza e palificate il vasto recinto, in cui appena cinquecento abitanti vagavano; onde, allorchè fra venticinque giorni Totila fu di ritorno, tre volte il respinse sanguinosamente, e l'avrebbe disfatto se intrighi di palazzo e dispute teologiche e circensi non avessero mutato la politica di Costantinopoli.

— Se l'imperatore intende davvero salvarci, perchè non manda esercito sufficiente?» diceano gli Italiani, vedendo or trecento, or ottanta uomini capitare di Grecia: nè Belisario comandò mai meglio di ottomila uomini, ragunaticci e obbedienti a uffiziali emuli e indipendenti; sicchè per cinque anni avea sparpagliato il sapiente suo valore in lenta guerra e irresoluta. Poi per procacciarsi denari doveva angariare i popoli, fin al punto di moverli a ribellione; e poichè s'ebbe veduto per non sua colpa sfrondare l'alloro, stanco di udire le sfide baldanzose del nemico nè poterle ributtare, chiese ed ottenne lo scambio. Gli applausi con cui la plebe l'accolse nel tornare a Costantinopoli furongli imputati a colpa; e pigliando di quei pretesti che mai non mancano, fu spogliato dell'autorità, degli onori, delle ricchezze; alcuno disse perfino accecato, e che in miserabile vecchiaja andasse mendicando un obolo dai popoli che aveva colla sua spada o salvati o vinti.

Totila riprese le perdute città e Roma stessa, vi richiamò i senatori, raccolse viveri, e celebrò i giuochi, diletto del popolo anche fra tante sciagure. Stese il dominio fin al Danubio, saldandovi le fortezze erette contro Gepidi e Longobardi; spogliò la Sicilia dei metalli preziosi, dei grani, degli armenti; sottomise Corsica e Sardegna (548); con trecento galee insultò le coste di Grecia, sbarcò a Corcira, giunse fino all'ammutolita Dodona.

Fra le vittorie continuava a proporre pace a Giustiniano: ma questi, non che accettarla, affidò nuova impresa all'eunuco Narsete. Educato al fuso e ai ginecei, costui in corpo affralito avea serbata anima vigorosa: imparò nel palazzo l'arte d'infingersi e di persuadere; onde allorquando accostossi all'orecchio di Giustiniano, il fece meravigliare coi virili suoi concetti, e ne fu adoprato in ambascierie, poi in guerra, tanto da parer degno di emulare Belisario. Seppe ispirar terrore ai nemici, rispetto ai suoi, a segno che un prode suo capitano, circonvenuto dai Franchi, ricusò di fuggire, dicendo: — La morte è meno terribile che l'aspetto di Narsete corrucciato».

Egli negò assumersi di liberar l'Italia se non con forze sufficienti a garantire la dignità dell'Impero. Fornito a denaro, nerbo d'ogni guerra, confermò gli antichi, reclutò nuovi soldati; ebbe soccorsi dai Longobardi, che allora vennero a fare il primo saggio dell'Italia, da Eruli, Unni, Slavi ed altri Barbari, coi quali passò le Alpi. Forse i Franchi aveano occupato Treviso, Padova, Vicenza, giacchè è detto che ad essi domandò il passaggio, e n'ebbe il no. Totila poi avea spedito Teja, valoroso capitano, a difendere Verona, talchè per di là era impossibile avanzarsi, nè facile varcar il Po quando s'impaludava su tanta parte del Ferrarese. Ma Narsete fece via lungo il litorale adriatico, con barche per far ponti; e così pervenne a Ravenna e a Rimini. Sentendo quanto breve potrebbe durare lo sforzo dell'Impero e l'unione degli ausiliarj, affrettossi a una battaglia che si combattè a Tagina (Lentagio) presso Nocera. Totila apparve sul campo, vestito delle splendide armi che allettano gli animi rozzi e fieri; e sventolando la purpurea sua bandiera, galoppato tra le file, palleggiò un lancione, l'afferrò colla destra, lo passò nella manca, rovesciossi tutto indietro, poi si ricompose sulla sella, caracollando in varii modi s'uno sbuffante puledro; messosi poi da semplice soldato, combattè come eroe, ma ferito a morte, non potè impedire che i suoi andassero in piena rotta (552). Giustiniano esultò ricevendo il gemmato cappello e l'abito cruento del prode re dei Goti; e Narsete, licenziati i Longobardi, ausiliarj più pericolosi che i nemici, passò in Toscana e occupò Roma, che presa per la quinta volta in quella guerra[44], e sommersa da nembi e tremuoti, giunse all'ultimo della calamità.

I Romani fuorusciti esultarono della liberata patria, i senatori v'accorsero dalla Campania: ma che? le guarnigioni gotiche li colsero in via e li trucidarono; ne trucidarono i Barbari che militavano con Narsete; trecento nobili giovani, che Totila avea scelti dalle città in aspetto d'onore, ma in realtà come ostaggi, furono scannati. Lo sterminio dei senatori cancellò quasi del tutto quell'assemblea, che ai re stranieri era parsa un concilio di numi.

I Goti, non ancora disperando, diedero la corona a Teja, che profuse per comprare l'alleanza dei Franchi, i quali però voleano versar il sangue solo per la gloria propria, cioè per i proprj furti: e sceso lungo l'Italia disperatamente trucidando quanti Romani incontrava, si sostenne due mesi presso Cuma. Perduta una battaglia, i suoi Goti offersero a Narsete, giacchè Dio s'era dichiarato per lui, li lasciasse andare dall'Italia; deporrebbero le armi, solo portandosi il denaro che ciascuno avea riposto ne' presidj. Il patto fu aggradito, ma poi i Goti tornarono sull'armi; e Teja, abbandonato dalla flotta, alle falde del Vesuvio avventavasi sopra i nemici coi più prodi, deliberati a vender cara la vita; combattè tutto il giorno, e quando il suo scudo era coperto di lancie confittevi, lo cambiava. In quest'atto scopertosi, restò trafitto (553), e con esso perì il regno degli Ostrogoti.

Più d'un anno si sostennero le reliquie loro, e in Lucca principalmente. Narsete fece condurre presso le mura gli ostaggi datigli, e negando i cittadini d'arrendersi, ordinò ai carnefici di colpirli. Ma nè questa finzione nè il rilascio degli ostaggi li domò; e dovette ancora oppugnarli molti mesi con d'ogni sorta macchine. Anche Cuma, dove si teneva Aligerno, fratello di Teja, si rese, e così Rimini e Pavia. Alcuni Goti furono mandati in Oriente, altri rivalicarono le Alpi, o, mutata la spada in marra, si confusero coi vinti in Italia.

I Goti aveano potuto dire a Belisario: — Nessuna mutazione inducemmo nel governo degli imperatori; ai Romani lasciammo le leggi, gl'impieghi civili, la religione»: ma i nostri aborrivano i fiacchi successori di Teodorico, che nè sapevano mantener pace, nè farsi formidabili in guerra, e colle dissensioni religiose, o col mescolarsi nell'elezione dei pontefici, s'erano resi odiosi. Ora questa contrada, che non si può mai chiamar bella senza aggiungervi infelice, guasta da barbari e da civili, da oppressori e da liberatori, subì una nuova servitù senza nemmanco il riposo: poichè, durante ancora la guerra, nuovo flagello la percosse. L'ingordo Leutari e l'ambizioso Bucellino fratelli, duchi dei Franchi, assunsero in propria testa una spedizione in Italia (553), e con settantacinque mila Alemanni, ancor più barbari dei Franchi, corsero fin al Sannio, devastando ogni cosa: quivi spartitisi, Bucellino andò a guastare la Campania, la Lucania e il Bruzio; Leutari la Puglia e la Calabria, fin dove il mare gli arrestò. Più che la guerra, le malattie cagionate da intemperanza li logorarono, sicchè da se medesimi si strappavano a morsi le carni: e la primavera che venne, Narsete potè sconfiggere e uccidere Bucellino con tutti i suoi presso Casilino, mentre quei di Leutari perivano sul Benaco, presi da pauroso furore, che fu attribuito all'oltraggio fatto alle cose sacre.

Diciott'anni di lenta guerra, tra orde viventi di ruba, micidiali ad amici e nemici, aveano sfinito l'Italia. Nella quarta campagna, cinquantamila campagnuoli perirono di fame nel Piceno; assai peggio nelle provincie meridionali, ove beato chi trovasse ghiande; qualche madre mangiò i proprj parti. Procopio vide una capra porger le poppe ad un bambolo derelitto; due donne, narra egli stesso, intorno a Rimini alloggiavano viandanti per mangiarli, e fin diciassette ne uccisero così: esagerazione che lascia argomentare del vero. Fiera peste ne conseguì, e in tanto spopolamento mancava sino il ristoro di Barbari qui accasatisi: e ai gemiti dei popolani facevano insulto gli stravizj de' soldati, alla cui insania, dice Agatia, non restava che di barattare scudi e cimieri con vino e cetre. A queste scuole imparava l'Italia cosa sieno le liberazioni degli stranieri, ed avvezzavasi ad obbedire a questi o a quelli, in arbitrio della forza.

La patria nostra formò uno dei diciotto esarcati, tra cui, dopo Giustiniano, fu ripartito l'impero romano; Roma divenne secondaria a Ravenna, di dove Narsete resse quindici anni dall'Alpi alla Calabria, cercando porvi qualche ordine, ripopolare le città, fra cui Napoli, dove papa Silverio accolse i fuorusciti delle arse circostanze.

Ad istanza di Vigilio, _venerabile vescovo dell'antica Roma_, Giustiniano diede una prammatica sanzione per gli Occidentali in ventisette articoli, ove confermava gli atti di Teodorico e del nipote, cancellando quanto la forza ed il timore avessero estorto durante l'usurpazione di Totila; nelle scuole e ne' tribunali introdusse la sua giurisprudenza; assegnò stipendj a legisti, medici, oratori, grammatici, reliquie dell'accademia romana; al papa e al senato (parola destituita di senso) lasciò la ispezione sui pesi e le misure. La giurisdizione civile tornò a distinguere dalla militare, contro l'usanza dei Barbari, e solo competente era il giudice civile, salvo se i contendenti fossero persone di guerra. Conti nelle varie città, superiori ai soldati non solo, ma a tutto il municipio, giudicavano in prima istanza delle cause, le quali per appello recavansi a Costantinopoli[45]. Un maestro dei soldati sostenea le veci del duca, e ad esso obbedivano i tribuni o patroni, che erano presidenti alle scuole delle arti, e giudici delle liti agitate fra i membri di queste. Le scuole insieme formavano l'esercito: chi non v'apparteneva, era _popolo_. Ai duumviri o quatuorviri furono surrogati i _dativi_, presidi ai giudizj civili; i consoli ai decurioni.

Adunque si assodò il governo dei municipj, che non tardarono a farsi indipendenti per opera dei duchi e maestri de' soldati; e le dignità si rendevano ereditarie, perchè attribuite generalmente in ragione della ricchezza. Ma l'amministrazione peggiorava, atteso che i prefetti delle provincie, invece di essere deputati dal senato, come sotto i Goti, venivano da Costantinopoli, e avendo comprato la carica, volevano rifarsene; tanto che un governatore della Sardegna, rimproverato perchè avesse permesso di sacrificare agl'idoli, rispose: — Sì caro mi costa l'impiego, che neppure con questo spediente n'uscirò netto». E papa Gregorio esclama: — La nequizia dei Greci trascende la spada dei Barbari; tanto da sembrar più pietosi i nemici i quali uccidono, che non i giudici dello Stato, i quali opprimono con malvagità, frodi e rapine».

Di peggio avvenne quando il debole e violento Giustino II, nipote e successore di Giustiniano, a Narsete surrogò Longino (568), ignorante delle armi e del paese. Dicono che all'avaro ma prode Narsete l'imperatrice Sofia inviasse pennecchi e fusa, dicendogli: — Torna a filare colle mie donzelle». Men generoso o men pusillanime di Belisario, egli rispose: — Filerò una tela, da cui difficilmente si distrigherà l'Impero»; ed invitò i Longobardi a scendere in una terra ove scorrono il latte e il miele, e a cui Dio non ha creato la somigliante. Le nuove rovine che costoro aggiunsero alle rovine d'Italia, non furono vedute da Narsete, morto due anni dopo il suo padrone.

CAPITOLO LXI.

I Longobardi.

Imperante Tiberio, i Romani udirono prima il nome de' Longobardi, «popoli (dice Tacito) cui nobilita l'esser pochi, e che stando in mezzo ad altri potentissimi, non col rispetto si fanno sicuri, ma col cimento e le battaglie». Fossero il grosso della nazione, o piuttosto una banda, abitavano oltre l'Elba, dove poi fu la Marca media di Brandeburgo; combatterono sotto Maraboduo, poi sotto Arminio; Tolomeo li trovava già sul Reno; anche il Danubio varcarono, ma ne furono respinti.

Tradizioni, non accettate dalla moderna critica, traevano tutte le genti nuove dalla Scandinavia; e di là pure i patrj racconti dicevano uscita la coraggiosa e guerresca gente de' Longobardi, dietro alla valckiria Gambara, e ai capitani Ibor e Ayone. Freja e il guerresco Odino erano le loro divinità; e come tutti gli adoratori di questo, riconoscevano una nobiltà d'origine celeste, chiamata degli Adelingi[46], nobiltà guerriera e insieme sacerdotale, per modo che le conversioni fra loro non erano personali, bensì un affare di Stato, bastando il re le decretasse.

Agelmondo, primo lor condottiere, passando da uno stagno dov'erano stati dalla madre gettati sette bambini, natile a un parto da nozze infande, sporse la lancia; un di quelli la afferrò, ed egli il trasse in salvo, e lo nomò Lamisso, cioè figlio della lama, o della palude. Allevato con gran cura, costui si segnalò per valore, e massime vincendo una temuta amazone; e tanto fece che divenne re.

Sotto i suoi successori (la cui serie, conservata gelosamente, più tardi fu collocata in testa al loro codice) i Longobardi tolsero l'antica Rugia agli Eruli, e si piantarono a mezzogiorno del Danubio, nella Pannonia, che pareva la stazione di quanti preparavansi ad invadere l'Italia. Colà si trovarono vicini i Gepidi, i quali, alla morte di Attila che gli avea sottomessi, occupato avevano le terre intorno al Danubio, abbandonate dai Goti quando venivano contro Belisario; e presto ebbero occasione di guerre. Waltari, ultimo degli Adelingi, fu spodestato da Audoino; ma Ildechi, che pretendeva alla dominazione dei Longobardi, cercò ajuto di Gepidi istigandoli a guerra contro i suoi. In quel tempo Turisindo aveva usurpata la corona de' Gepidi a Ustrigoto, il quale a vicenda avea chiesto ricovero e ajuto di Longobardi. Audoino e Turisindo conobbero esser follia il combattere fuori un'usurpazione che ciascuno aveva imitata in casa; uccisero ciascuno l'ospitato rivale dell'altro, e il reciproco delitto saldò la loro pace.

Ma pace non poteva durare fra due popoli fieri, separati soltanto dal Tibisco; e delle incessanti guerre si conservò memoria nelle canzoni, o forse in un poema nazionale, donde, due secoli più tardi, Paolo Warnefrido, diacono del Friuli, trasse un racconto delle geste dei Longobardi. È romanzo piuttosto che storia, ma in difetto d'altri monumenti, vuolsi seguirlo come ritratto dell'indole di esso popolo.