Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Part 44

Chapter 443,287 wordsPublic domain

_In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Incipiunt capitula, quæ domus imperator Carolus, Hludovici piæ memoriæ filius, una cum consensu et suggestione et reverendissimi ac sanctissimi domini Ansperti archiepiscopi sanctæ mediolanensis ecclesiæ, nec non venerabilium episcoporum et illustrium optimatum, reliquorumque fidelium suorum in regno italico, ad honorem sanctæ Dei Ecclesiæ, et ad pacem ac profectum totius imperii sui, fecit anno incarnationis domini nostri Jesu Christi_ DCCLXXVII, _regni vero sui in Francia_ XXXVI, _imperii autem sui_, I, _indictione_ IX, _mense februarii, in palatio ticinensi_, etc.

[265] Nella lettera CCXXIX ad Anselmo arcivescovo di Milano, nell'882, papa Giovanni VIII si lagna di molte crudeltà usate contro il suo popolo, e massime d'un tal Longobardo, uomo del marchese Guido, che prese ottantatre persone presso Narni, e a tutte tagliò le mani, sicchè molti ne morirono.

[266] Angelberga, vedova dell'imperatore Lodovico II, avea mestato fra quelle turbolenze, poi ricoverò in Santa Giulia di Brescia, asilo di altre spose e figlie di re, e v'avea deposto il pingue suo tesoro; ma questo fu depredato da Berengario del Friuli (_Epist. 42 Johannis VIII_). Ella poi in testamento (ap. CAMPI, _Stor. Eccl. Placent._ lib. VII) al monastero di San Sisto da lei fabbricato in Piacenza lasciò un'infinità di poderi e case in Campo Migliacco nel modenese; Cortenova, Pigognaga, Felina, Guastalla, Luzzara nel reggiano; Cabroi e Masino nel contado di Stazona sul lago Maggiore; Brunago e Trecate (?) nella Burgaria del milanese, ed altri luoghi.

[267] _Annales Lambecii_, palesemente ostili al vescovo.

[268] _Recueil des hist._ tom. IX. p. 293. 294. Dopo narrati tanti guai, il Muratori conchiude all'888: «Mercè del buon governo degli imperatori Carolini, avea la Lombardia colle altre vicine provincie goduta per più di cento anni un'invidiabile pace».

[269] _Latium concessit avitum_. Panegir. Bereng. In quel panegirico per la prima volta si trovano nel nome di Italiani abbracciati tutti quelli che formavano il comune, fosser Longobardi, Franchi o Romani.

[270] Probabilmente la ferrea, allora primamente adoperata;

_His motus precibus, gressum contendit ad urbem_ _Irriguam, cursim Ticini abeuntibus undis,_ _Sustulit heic postquam regale insigne coronam._

[271] Il panegirista di Berengario mette in bocca a un capitano francese dell'esercito di Guido questi versi (lib. II. v. 200):

_Quid inertia pectora bello,_ _Pectora (Ubertus ait) duris prætenditis armis,_ _O Itali? Potus vobis, sacra pocula cordi,_ _Sæpius et stomachum nitidis laxare saginis,_ _Elatasque domus rutilo fulcire metallo._ _Non eadem Gallos similis vel cura remordet,_ _Vicinas quibus est studium devincere terras,_ _Depressumque larem spoliis hinc inde coactis_ _Sustentare._

[272] Lo storico Liutprando, vescovo di Cremona, esclama (lib. I. c. 5): _Hungarorum gentem cupidam, audacem, omnipotentis Dei ignaram, scelerum omnium non insciam, cædis et omnium rapinarum solummodo avidam, in auxilium convocat; si tamen auxilium dici potest quod paullo post, eo moriente, tam genti suæ, quam ceteris in meridie occasuque degentibus nationibus grave periculum, imo excidium fuit. Quid igitur? Zuentebaldus vincitur, subjugatur, fit tributarius, sed domino solus. O cæcam Arnulphi regis regnandi cupiditatem! o infelicem amarumque diem! Unius homuncionis dejectio fit totius Europæ contritio. Quid mulieribus viduitates, patribus orbitates, virginibus corruptiones, sacerdotibus populisque Dei captivitates, ecclesiis desolationes, terris inhabitatis solitudines, cæca ambitio, paras!_ E' non è zotico costui.

[273] Così Liutprando: eppure Aquileja più non era risorta dalla distruzione di Attila.

[274] Nel 912 Berengario concede a Risinda, badessa di Santa Maria della Pusterla a Pavia, _ædificandi castella in opportunis locis licentiam, una cum bertiscis merulorum propugnaculis, aggeribus atque fossatis, omnique argumento ad Paganorum insidias deprimendas_. È il primo esempio in Italia. Anche Adalberto vescovo di Bergamo ottenne dal medesimo re di poter fortificare quella città, minacciata _maxima Suevorum Ungarorum incursione_. MURATORI, al 910. Ai canonici di Verona fu permesso fortificare il castello di Cereta, _pro persecutione Ungarorum_. Il Muratori adduce molte somiglianti concessioni.

[275] Il buon prete Andrea, autore del _Breve Chronicon_ (in MENKEN _Script. Rer. germ._, I, 100), parlando dell'elezione di Lodovico il Tedesco e Carlo il Calvo, dice: _Pravum egerunt consilium quatenus ad duos mandarent regnum_. Ma più esplicitamente uno men vulgare, Liutprando vescovo, dice (I. 20): _Italienses semper geminis uti dominis volunt, quatenus alterum alterius terrore coerceant_.

[276] _Chron. Vulturnense_, Rer. It. Scrip., t. II. p. 415.

[277] Liutprando, v. 15, ci fa intendere alterasse le monete mescendovi molto rame.

[278] _Populosissimam atque opulentissimam;_ FRODOARDO. Liutprando la chiama _formosa_, e sempre coll'enfasi sua propria dice che fra breve risorse in modo da superare le vicine e le lontane città, non inferiore a Roma fuorchè nel non possedere i corpi dei santi apostoli. Tutti i vescovi di Lombardia soleano aver palazzo in Pavia per l'occasione delle diete.

[279] Quel ritmo vuolsi riferire come non infelice saggio della poesia che passava dalle forme antiche alle nuove, giacchè sono versi endecasillabi nostri:

_Nos adoramus celsa Christi numina,_ _Illi canora demus nostra jubila;_ _Illius magna fisi sub custodia_ _Hæc vigilantes jubilemus carmina._ _Divina mundi rex Christe custodia,_ _Sub tua serva hæc castra vigilia;_ _Tu murus tuis sis inespugnabilis,_ _Sis inimicis hostis tu terribilis;_ _Te vigilante, nulla nocet fortia,_ _Qui cuncta fugas procul arma bellica._ _Cinge hæc nostra tu Christe munimina_ _Defendens ea tua forti lancea._ _Sancta Maria mater Christi splendida,_ _Hæc cum Johanne, Theotocos, impetra_ _Quorum hic sancta veneramur pignora,_ _Et quibus ista sunt sacrata mœnia,_ _Quo duce victrix est in bello dextera_ _Et sine ipso nihil valent jacula._ _Fortis juventus, virtus audax bellica,_ _Vestra per muros audiantur carmina;_ _Et sit in armis alterna vigilia,_ _Ne fraus hostilis hæc invadat mœnia_ _Resultet echo comes: eja vigila!_ _Per muros eja! dicat echo vigila!_

È del tempo e della circostanza stessa una preghiera dei Modenesi a san Geminiano:

_Ut hoc flagellum, quod meremur miseri,_ _Cælorum regis evadamus gratia._ _Nam doctus eras Attilæ temporibus_ _Portas pandendo liberare subditos._ _Nunc te rogamus, licet servi pessimi,_ _Ab Ungarorum nos defendas jaculis._

[280] DANDOLO, _Chron._ È difficile e superfluo il fissare la cronologia di questi fatti.

[281] Gl'insigni doni ch'e' fece alla basilica di Monza, lasciano supporre vi fosse incoronato. V. Frisi. Siamo fra le diatribe di Liutprando suo nemico personale, e le esagerazioni del panegirista. Liutprando fu segretario di Berengario II, e trae la narrazione fino al 948, e non vale nulla più che le nostre gazzette: ma che fare, se siamo ridotti quasi a lui solo?

Eppure su questi scarsissimi ricordi esercitò la retorica P. F. Giambullari nella _Storia dell'Europa_. Ch'egli sia caro ai maestri di retorica, che un retore nostro contemporaneo l'abbia chiamato _la più compita prosa del Cinquecento_, passi: ma è strano che alcuno se ne serva per raccontare ai giovani la storia d'Italia. Com'egli inventi le circostanze per amplificare, lo mostri questa descrizione della morte di Berengario: «Flamberto sollecitò i compagni tanto, che la notte seguente vennero armati dove lo innocentissimo re, senza guardia alcuna, tutto sicuro si riposava allato alla stessa chiesa dove fu preso il re Lodovico; essendo solito levarsi la notte all'ora di mattutino, ed entrare co' religiosi a lodare il suo creatore. Il che eseguendo ancora quella notte al solito suo, giunse Flamberto coi suoi seguaci; i quali per essere non pochi facendo pure qualche strepito, venne il re sulla porta a vedere che cosa era questa. Veduto dunque cotanti armati, e Flamberto con esso loro, lo dimandò che cosa e' cercavano a quell'ora e in quella guisa. Il traditore, per cavarlo fuori della chiesa, avvicinatosi più a lui, — State (disse) di buona voglia questi sono amici e servitori vostri, che sapendo come voi state qua su senza guardia alcuna, per lo amore che vi portano sono venuti armati da voi per guardia e sicurtà vostra, apparecchiati, se malignitate alcuna apparisse, a combattere contro a ciascuno che pensasse volervi offendere; e però sarà bene che voi meco li conosciate, e riceviateli allegramente. — Il re da queste parole ingannato, uscì lieto verso di loro; ed entrando sicuramente tra essi per dimesticarsi con tutti e per ringraziarli, lo scellerato Flamberto fattogli strada, lo lasciò trapassare avanti, e rivoltosegli poi alle spalle con un partigianone che egli aveva, lo passò dalle reni al petto, e così gli tolse la vita».

[282] Quando l'elezione di Carlomanno a re d'Italia era in pratica in Lombardia, il papa scriveva ad Ansperto arcivescovo di Milano sconsigliandolo da questo malaticcio, e soggiungeva: — Nessuno voi dovete ricevere senza nostro consenso, perchè quegli che dev'essere da noi ordinato imperatore, da noi primamente dev'essere eletto». LABBE, _Concil._ VIII. 103. È notevole la formola dell'elezione di Carlo Calvo, usata da Giovanni VIII, negli atti del concilio di Roma l'887: «Noi l'abbiamo eletto secondo giustizia, ed approvato col consenso e il voto dei vescovi fratelli nostri e degli altri ministri della santa Chiesa romana, dell'illustre senato, di tutto il popolo romano, e dell'ordine de' cittadini; e giusta l'antico costume l'abbiamo solennemente elevato all'impero e decorato del titolo d'augusto».

[283] Spiego in questo senso le parole _inventum est, ut omnes majores Romæ essent imperiales_, di Eutropio prete longobardo, avverso molto alla Corte romana.

[284] Il religiosissimo Baronio esclama: _Quam fœdissima Ecclesiæ romanæ facies, quum Romæ dominarentur potentissimæ æque ac sordidissimæ meretrices, quarum arbitrio mutarentur sedes, darentur episcopi, et, quod auditu horrendum et infandum est, intruderentur in sedem Petri earum amasii pseudopontifices, qui non sunt nisi ad signanda tantum tempora in catalogo romanorum pontificum scripti._ All'anno 912, nº 14. Ma forse, nel credere tante iniquità, egli fidò soverchiamente in Liutprando, satirico od enfatico. Il Muratori, non sospetto di papista, trova ragionevoli objezioni a fargli: e dopo lui fu scoperto un poemetto _De romanis pontificibus_ che un Frodoardo scriveva al tempo di Leone VII, dove a molti d'essi papi sono attribuite lodi di gran virtù. Al Baronio, ostilissimo a Sergio, il Muratori oppone argomenti non deboli. Il suo epitafio è di non infelice latino.

_Limina quisquis adis Petri metuenda beati,_ _Cerne pii Sergi, exuviasque Petri._ _Culmen apostolicæ sedis is, jure paterno_ _Electus, tenuit ut Theodorus obit._ _Pellitur urbe pater, pervadit sacra Johannes,_ _Romuleosque greges dissipat iste lupus._ _Exul erat patria septem volventibus annis,_ _Post multis populi urbe redit precibus._ _Suscipitur papa; sacrata sede recepta_ _Gaudet. Amat pastor agmina cuncta simul._ _Hic invasores sanctorum falce subegit_ _Romana ecclesiæ judiciisque patrum._

[285] Durante quell'assedio, nacque nell'isola d'Orta Guglielmo, che poi fu abate di Digione, rinomatissimo nella storia monastica d'allora per le sue virtù, e per avere fondati molti monasteri e riformatine assai più.

[286] _Walperto mysteria divina celebrante, multis episcopis circumstantibus, rex omnia regalia, lanceam in qua clavus Domini habebatur, et ensem regalem, bipennem, baltlieum, clamydem imperialem, omnesque regias vestes super altare beati Ambrosii deposuit, perficientibus atque celebrantibus clericis, omnibusque ambrosianis ordinibus divinarum solemnitatum mysteria. Walpertus magnanimus archiepiscopus, omnibus regalibus indumentis cum manipulo subdiaconi, corona superimposita_ (la corona ferrea senza far menzione del chiodo), _adstantibus beati Ambrosii suffraganeis universis, multisque ducibus atque marchionibus, decentissime et mirifice Othonem regem collaudatum et per omnia confirmatum induit atque perunxit._ LANDULPH. SEN., _Hist. Med._, lib. II. c. 16.

[287] _Decret. Grat._, dist. 63. par. I. c. 23.

[288] L'epitafio di Leodinio, vescovo di Modena, dell'892 dice:

_His tumulum portis et erectis aggere vallis_ _Firmavit, positis circum latitantibus armis,_ _Non contra dominos erectus corda serenos,_ _Sed cives proprios cupiens defendere sectos._

Quel di Ansperto, arcivescovo di Milano, morto l'881:

_Mœnia sollicitus commissæ reddidit urbi_ _Diruta._

Gualdone, vescovo di Como nel 964 espugna l'isola Comacina, e ne smantella le fortificazioni. Amulone, vescovo di Torino al tempo di re Lamberto, _ejusdem civitatis muros et turres perversitate sua destruxit. Nam inimicitiam exercens cum suis civibus, qui continuo illum a civitate exturbarunt..... pace peracta reversus et manu valida cinctus, destruxit sicut diximus. Fuerat hæc siquidem civitas condensissimis turribus bene redimita, et arcus in circuitu per totum deambulatorios cum propugnaculis desuper atque antemuralibus_. Chron. Novaliciense, _Rer. it. scrip._, tom. II. p. II. San Poggio, vescovo di Firenze, cinse di mura molte ville.

[289] SCHMIDT, _St. dei Tedeschi_, lib. III. pag. 423. Anche Enrico VII, morto a Buonconvento, fu fatto cuocere a Suvereto, per portarne le ossa a Pisa (_Rer. It. Scrip._, tom. XV. _Chr. Pis._); e dopo la battaglia di Montecatino, nel castel di Buggiano si cossero i capitani morti in quel fatto, e se ne portarono le ossa a Pisa. LELMI, _Diario Sanminiatese_.

[290] Se pure non è tutt'uno con Benedetto VI, che si fosse creduto morto in prigione. Tra quei disordini la serie dei papi riesce avviluppatissima.

Allora Roma contava quaranta monasteri d'uomini, venti di femmine, tutti benedettini, e sessanta chiese con canonici.

[291] _Non dubium est ut romana ecclesia, quæ mater et caput ecclesiarum est, per tyrannidem debilitetur_. Ap. BARONIO al 992.

[292] La storia di quel secolo ne offre un'altra prova. L'imperatore Lotario che stava in guerra con Lodovico Pio suo padre, mandò dei nobili ad invitare a sè Angelberto arcivescovo di Milano. Andò questo, e lo salutò colle parole e con chinar il capo, ma non volle prostrarsegli per onor della Chiesa. L'imperatore gli disse: — Tu fai come se fossi sant'Ambrogio»; e l'arcivescovo; — Nè io sant'Ambrogio, nè tu sei il signore Iddio». Pregato che andasse a ottenergli pace dal padre, si portò in Francia, fu ricevuto a grand'onoranza, e Lodovico Pio, uditane la domanda, — Buon arcivescovo, cosa deve far uno del nemico suo?» Quegli rispose: — Il Signore ha detto nel Vangelo, _Amate i nemici vostri, fate bene a chi vi fece male._ — E se nol facessi?» ripetè Lodovico; e quegli: — Non avresti la vita eterna, se morissi nell'odio». L'imperatore ne imbizzarrì, e lo invitò a sostenere questo asserto davanti ai sapienti. Radunati i quali, l'arcivescovo parlò: — Sapete che siam tutti fratelli, liberi o servi, padri o figli? Ebbene, san Giovanni scrisse, _Chi odia il fratel suo è omicida, e nessun omicida ha in sè la vita eterna_». Tutti dovettero assentirgli; e l'imperatore, posta la mano per terra, chiese perdono, e restituì la grazia al figliuolo. PRESBYTERI ANDREÆ _Chronicon_. Semplici ragioni, ma che non seppero i successori suoi intonare ai potenti nei secoli della ostentata libertà.

[293] Non già Stefania, nome inventato dal milanese Arnulfo, come anche la storiella dell'avvelenamento.

[294] ADELBOLDUS, _Vita s. Henrici_. Quei che della storia fanno allusioni, in quest'anni passati esaltarono Arduino come fosse un instauratore della nazionalità italiana, un predecessore e modello di Carlalberto.

[295] _Arduinus juxta posse ultionem exercet in perfidos_. ARNULPH., _Hist. Med._, lib. I. c. 16.

[296] _Marchiones et episcopos, duces et comites, nec non etiam abbates, quorum prava erant itinera, corrigendo multum emendavit. Marchiones autem italici regni sua calliditate capiens, et in custodia ponens, quorum nonnulli fuga lapsi, alios vero, post correctionem, ditatos muneribus dimisit_. Chron. Noval.

[297] Nelle _Antichità Estensi_, par. I, c. 13, è recato un bel documento del 1014, ove Enrico imperatore adduce che il conte Oberto, il marchese Oberto, i figli suoi, e Alberto nipote (Estensi li crede il Muratori) dopo che lo _elessero_ re ed imperatore, e gli _dieder le mani_ e prestarongli il giuramento, favorirono Arduino nemico suo, e fecero prede e devastazioni. Siccome essi vivevano a legge longobarda, e in questa è scritto che «se alcuno trama contro la vita del re, perda la propria e gli siano confiscati i beni»; perciò esso Enrico confisca i possessi di quei signori, e li dona alla chiesa di San Siro in Pavia, in compenso de' guasti sofferti.

[298] MONACI WEINGART nelle _Ant. Estensi_, p. 6.

[299] Guglielmo scriveva a Maginfredo che il fatto non gli pareva _neque utile neque honestum, gens enim vestra infida est. Insidiæ graves contra nos orientur_. FULBERT, ep. 58. E Ademaro monaco dice che _in ducibus Italiæ fidem non reperiens, laudem et honorem eorum pro nihilo duxit._

[300] L'abate di San Giustiniano di Falesi nel 1115 vende all'opera della cattedrale di Pisa _tres partes integras de castello et rocca Plumbini_ (questa è la prima menzione di Piombino); e nel 1135 baratta coll'arcivescovo di Pisa due altre intere parti del castello e della rôcca di Piombino. _Anno dom. Inc._ MLXXVIII, _ego Ermengarda... concedo ecclesiæ Sancti Donati integram partem, quod est quarta pars de sextadecima parte de castello de Polciano etc._ Ant. Estensi, part. I. c. 18. Massa Marittima nel 1254 compra metà del Monterotondo dai figli del fu conte Rainaldo condomini; poi nel 62 l'altra metà da diversi altri; e vedansi nel _Dizionario_ del Repetti le sminuzzate compre fatte da quel Comune. Nel 1212 l'abate di San Antimo cede ai Sienesi un quarto di Montalcino. Siena stessa compra a pezzi e bocconi il castello di Montorsojo dopo il 1255; e nel 1181 dal vescovo di Volterra un quarto del castello e distretto di Montieri e sue argenterie. Alla dieta di Roncaglia del 1058 il vescovo di Luni disputava contro Gandolfo lucchese pel possesso di parte del castello d'Aghinolfo nella Versilia. Gli archivj sono pieni di queste vendite e donazioni parcellari.

[301] CIBRARIO, _Monarchia di Savoja_, II. 6. La gradazione delle persone è così designata da Laurière sopra un manoscritto antico presso HALLAM, cap. 5: «Duca è la prima dignità, poi conti, visconti, baroni, indi castellano, valvassore, cittadino, in ultimo villano». Nelle Assise di Gerusalemme, tradotte ad uso de' possedimenti veneziani in Levante, il _suzerain_, è detto _caposignor; uomini degli uomini_ i valvassori; le _corvée_ servizio di corpo, angheria, servizio personale, che in altri autori si dicono _comandate_ o _manopere_; così _far ligezza, chiamarsi di uno_, ed altri modi che sarò obbligato ad usare, non essendovi o non conoscendo io libri classici per lingua, che di proposito trattino di cose feudali.

[302] Intorno alla seconda crociata, alcuni principali cittadini si ritirarono a vivere nei loro castelli; ma due volte al mese doveano convenire a consiglio in Belluno, oltrechè vi mandavano i loro servi per le occorrenze. Cominciarono dunque a dire semplicemente Cività per Belluno; il qual nome trovasi primamente in un atto del 1144, riportato dal Piloni, lib. II, p. 76. e Cividade è in un documento del 1349, riferito dal Verci, vol. XII, p. 129; poi Cividale.

[303] _Antiq. M. Æ._, I. 650.

[304] Questo diritto di naufragio, certo antichissimo, dai Rodj passò ai Romani, e divenne fiscale; ma poi Gregorio VII nel concilio Romano del 1078, ed Alessandro III nel Lateranese, scomunicarono chi ne usasse; Federico II il vietò per la Sicilia, altri il proibirono con leggi severissime; eppure iniquità siffatta si prolungò fino ai giorni nostri. Vedi avanti al Cap. CXXIV.

[305] DIEGO ORLANDO, _Feudi di Sicilia_. Palermo 1847.

[306] _Constit. regni Siciliæ_, lib. III. tit. 26. 27.

[307] Vol. I. p. 115, ed. Morel.

[308] Lib. VII. tit. 2.

[309] Il _Codice Giustin._, lib. VII. tit. 6, la _Novella_ XXII. c. 12 dichiarano liberi gli schiavi che il padrone avesse abbandonati infermi, mentre potea metterli in _xenonem_ se non avesse mezzi di curarli.

[310] _Si quis res alienas, idest servum aut ancillam seu alias res mobiles_.... Leg. 232.

[311] ASTOLFO, XIV; RACHIS, I. 3. 277.

[312] Che i villani fossero servi lo attesta la legge 284 di Rotari dicendo: _Si servi, idest concilium rusticanorum, manu armata in vicum intraverint etc._ Da questo testo alcuno volle dedurre, primo, che esistesse qualche forma di Comune tra i villani; secondo, che anche questi avessero il diritto delle armi sotto i Longobardi. V. FLEGER, _Das Königsreich der Langobarden etc._ Lipsia 1851. Sarebbe la più strana anomalia in un governo barbaro. _Concilium_ non mi suona altro che intelligenza, congiura: e gli schiavi delle colonie americane, quante volte afferrano le armi contro i padroni! e le afferrò Spartaco.

[313] ROT., 225. 226. Oggi in olandese _volvry_ vale pienamente libero. Il semplice liberto diceasi _widerborn_, quasi rinato, _widergeboren_.

[314] PAOLO DIAC., lib. I. c. 13.

[315] _Eam pergat partem, quamcumque volens canonice elegerit, habensque portas apertas etc._ Formulæ LINDENBR. 101.

[316] _Qui per impans, idest in volum regis, dimittitur._ ROT., I. 225.

[317] LIUTPR., IV. 5.

[318] _Leg._ IX.

* Carlo Hegel (_Storia della costituzione dei municipii italiani dai Romani fin all'aprirsi del secolo_ XII) sostiene che anche la popolazione romana era indissolubilmente sottoposta all'unico diritto, nella qualità di aldj, dalla quale non poteano passare alla piena libertà longobarda se non per una nuova manomissione. Il diritto romano non fu punto riconosciuto per gran tempo, da poi entrò come diritto di Corte, indi come diritto ecclesiastico, non però personale. Più tardi fu concesso a singoli stranieri per privilegio, infine a città e territorj interi. Nella legislazione di Liutprando la voce _Langobardus_ abbraccia vincitori e vinti.

[319] ROT., 222.

[320] _Leg._ V. 19.

[321] _In venalitate hominum ad Paganas venumdantes gentes._ FANTUZZI, _Monum. ravenn._, tom. V. dipl. 19.

[322] Il valore dei servi era in proporzione della capacità. Secondo carte dell'archivio di Sant'Ambrogio di Milano, uno nel 721 è venduto tre soldi d'oro; nel 725 una donna vende un fanciullo per dodici soldi d'oro; nell'807 Totone, due fanciulli per trenta soldi d'argento; nel 955 un fanciullo è valutato quanto un fondo di pertiche quindici, tavole otto, che Valso negoziante cedeva ad Aupaldo abate di Sant'Ambrogio. FUMAGALLI, _Delle istituzioni diplom._, II. 520.

Nell'archivio diplomatico di Firenze è l'apografo della vendita d'una schiava col bambino, del 15 maggio 763, che reco per esempio:

_In Christi omnipotentis nomine, regnantes domini nostri Desiderio et Adelgis, præcellent. regibus, anno regni eorum septimo et quinto, quintadecima die mensis magii, ind. prima, scripsi ego Aboald notarius rogatus ab Candidus, viro honesto et venditore, ipso præesente, michique dictante, et subter manus suas signum sanctæ crucis facientes, et testis qui subscriverent aut signa facerent, ipse rogavit._