Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)
Part 40
Paolo Diacono, De gestis Langobardorum, dice che le imprese d'Alboino erano celebrate ne' versi, non soltanto dei Bavari e dei Sassoni, ma di quanti usavano la stessa favella. Vedansi _Origo gentis nostræ Langobardorum_, stampato in capo all'Editto di Rotari, Torino 1846; e Andrea da Bergamo, Erchemperto, Benedetto da Sant'Andrea, e i continuatori di Paolo Diacono, detti Cassinense, Salernitano, Romano, Barberiniano, Andomarense, Fiorentino, Veneto, Trajectense.
PROCOPIO, _De bello gothico_.
ANASTASIO BIBLIOTECARIO, _De vitis pontificum romanorum_.
GREGORIO MAGNO, _Epistole e Dialoghi_.
J. CHRISTIUS, _Origines longobardicæ_.
SCHMIDT, _De Longobardis_.
_Gaillard_, _Mém. historique et critique sur les Longobards_ (Mem. dell'Accademia francese, tom. XXXIII. XXXV. XLIII).
TURCK, _Forschungen auf dem Gebiete der Geschichte_. Rostock 1835.
ASCHBACH, _Gesch. der Heruler und Gepiden_. Francoforte 1835.
FLEGLER, _Das Königreich der Longobarden in Italien_. Lipsia 1851.
RICHTER, _Ueber die Abkunft und Wanderung der Langobarden_. Vienna 1848; _Friaul unter longobardischer Herschaft_. Ivi 1825.
MERKEL, _Die Gesch. des Langobardenrechts_. Berlino 1851.
BETHMANN, _Paulus Diaconus, und die Geschichtschreibung der Langobarden_. Annover 1849.
E tutti gli storici d'Italia, e con qualche novità LEBRECHT e LEO, _Gesch. von Italien_. Amburgo 1829, lib. I; BALBO, _Storia d'Italia_. Torino 1830; e magistralmente TROYA, _Storia d'Italia_. 1841.
[47] DU CHESNE, App. del tom. I. _Rer. Francicarum_.
[48] PAOLO DIAC., op. cit., lib. II. c. 7.
[49] _Cum uxoribus, natis, omnique suppellectili... cum omni exercitu, vulgique promiscua multitudine_. PAOLO DIAC., lib. II. c. 7. 8.
[50] Con Onorato vennero a Genova molto clero e patrizj, il vescovo d'Acqui ed altri ragguardevoli personaggi. I Milanesi vi ottennero una chiesa che dedicarono a sant'Ambrogio, e il brolo di Sant'Andrea, un palazzo, le rendite d'alcuni benefizj, e le pievi di Recco, Auscio, Rapallo, Camogli, colle loro decime e possessioni. Vogliono le cronache che molti della bassa Insubria rifuggissero entro la grande palude, detta mar Gerondio, formata dei fiumi Oglio, Serio, Adda; e quivi sopra un isolotto fangoso, detto _La Mosa_ (_limosa_), fondassero la città di Crema.
[51] La cronologia dei primi diciassette anni de' Longobardi va molto confusa; nè Muratori, Fumagalli, Lupi la rischiararono a sufficienza. L'unico storico cui ci troviamo ridotti, Paolo Diacono, assegnato il tempo che Alboino uscì di Pannonia, prosegue per note indeterminate, servendosi delle indizioni; perchè allora s'era cessato di notare gli anni per consoli, nè ben introdotta l'êra vulgare. Forse s'accomoderebbero le apparenti contraddizioni cambiando l'anno da cui gli storici cominciano il regno d'Alboino, e desumendolo, non dalla presa di Milano, ma dal suo entrare in Italia, cioè dal principio del 569.
Esso Paolo fa solo ai tempi di Autari conquistato Benevento, e primo duca Zottone. Ma la lettera 46 lib. II di Gregorio Magno è diretta ad Arechi (Arigiso) successore di Zottone; e poichè essa è del 592, se si sottraggono i venti anni che, secondo Paolo, Zottone regnò, saliamo ai tempi dell'assedio di Pavia.
[52] Paolo Diacono ce ne conservò l'epitafio, uno degli scarsi monumenti di quell'età:
_Clauditur hoc tumulo, tantum sed corpore, Droctulf,_ _Nam meritis tota vivit in urbe suis._ _Cum Bardis fuit ipse quidem, nam gente suavus;_ _Omnibus et populis inde suavis erat._ _Terribilis visu facies, sed mente benignus,_ _Longaque robusto pectore barba fuit._ _Hic et amans semper romana et publica signa,_ _Vastator gentis adfuit ipse suæ._ _Contempsit caros, dum nos amat ille, parentes,_ _Hanc patriam reputans esse Ravenna suam._ _Hujus prima fuit Brexelli gloria capti;_ _Qua residens, cunctis hostibus horror erat._ _Qui romana potens valuit post signa juvare_ _Vexillum primum Christus habere dedit._ _Inde etiam retinet dum classem fraude Feroldus,_ _Vindicet ut classem, classibus arma parat._ _Puppibus exiguis decertans amne Badrino_ _Bardorum innumeras vicit et ipse manus._ _Rursus et in terris Avarem superavit Eois,_ _Conquirens dominis maxima palma suis._ _Martiris auxilio Vitalis fultus ad istos_ _Pervenit, victor sæpe triumphat ovans._ _Cujus et in templis petiit sua membra jacere,_ _Hæc loca post mortem bustis habere juvat._ _Ipse sacerdotem moriens petit ista Joannem,_ _His reddit terris cujus amore pio._
[53] _Inventæ sunt in eadem insula divitiæ multæ, quæ ibi de singulis fuerant civitatibus commendatæ._ PAOLO DIAC., lib. III. c. 26.
[54] Lo stesso, lib. VI. c. 6. Leo dice: — Nessun re ardì arricchire gli ecclesiastici cattolici, perchè tutti pendevano alla signoria de' Romani». _Vic. della costit. in Italia_, § 10, parte 1ª. Che Rotari fondasse parecchi monasteri, lo prova il documento pubblicato negli _Hist. patriæ monumenta, Chart._ tom. I. p. 7. Di Agilulfo dice Paolo, lib. VI. c. 6, che _multas possessiones Ecclesiæ largitus est_; e sappiamo che regalò beni al monastero di San Colombano a Bobbio. Liberalità de' re successivi indicheremo a suo tempo, e le storie ne son piene.
[55] Porta scritto in giro, AGILULF GRAT. DIVIN. GLOR. REX TOTIUS ITAL. OFERET SCO JOHANNI BATTISTE IN ECLA MODICIA. Se l'iscrizione potesse credersi contemporanea del dono, sarebbe la prima volta che trovasi la formola _per la grazia di Dio_, poi dal franco Pepino introdotta ne' diplomi; e così pare quel _re di tutta Italia_, che, non senza maggior ragione, fu quindi adoperato da Carlo Magno e da Napoleone. Sembra che i Longobardi non coronassero i loro re, ma gl'investissero col metter loro in mano un'asta: pure le loro effigie sulle monete portano corona.
[56] _Excellentissimo filio nostro Adulouwaldo reg. transmiter. philacteria curavimus, idest crucem cum ligno s. crucis Domini, et lectionem s. Evangeli theca persice inclusam. Filiæ quoque meæ, sorori ejus, tres anulos transmisi, duos cum hyacinthis et unum cum albula: quæ eis per vos peto dari_. Non si usava ancora mandare ossa di santi: e Gregorio Magno lo disapprova assai.
[57] JONAS, in _Vita s. Bertulfi_, ap. MABILLON, _Ord. s. Benedict._
[58] _Brexiana civitas magnam semper nobilium Longobardorum multitudinem habuit_. PAOLO DIAC., lib. V. c. 36.
[59] Fredegario e Paolo attribuiscono il fatto a Rodoaldo; ma i: tempi non rispondono. Non occorre venire fino all'odierna civiltà per trovare assurdo questo modo di ragionare. Ai tempi di Lodovico il Pio, Agovardo arcivescovo di Lione scriveva: — Bell'arte a scoprir la verità! e soprattutto quando l'un combattente e l'altro soccombono. Se Dio volesse che in questa vita gl'innocenti fossero sempre vincitori e i colpevoli vinti, Gerusalemme non sarebbe sottoposta ai Saraceni, nè Italia ai Longobardi». _Liber adv. Gundobadum_, cap. XIV. I contemporanei non guardavano dunque per una fortuna l'esser l'Italia vinta dai Longobardi, come fecero alcuni mille anni più tardi.
[60] Burckhard (_Staats- und Rechtsgesch. der Römer_, § 42. Stutrgard 1841) vorrebbe che _oppida_ e _vici_ fossero terre smurate, le quali non formavano Comune da sè, ma erano assegnate a municipj nel cui territorio eran poste.
[61] Diceasi _guidrigild_, compenso privato; ben distinto dall'ammenda (_fried_), che è compenso pubblico.
[62] _De bello goth._, II. 14; III. 34. Una loro migrazione, cantata dallo scaldo di Gottland, componeasi di settanta navi, montate ciascuna da cento uomini.
[63] _Aucto de diversis gentibus, quas superaverant, exercitu._ PAOLO DIAC., lib. I. c. 20.
[64] La storia non parla che dell'isola; ma essa è tanto piccina, ch'è forza credere sotto quel nome comprese le circostanze. A Lenno, terra di quella riva, sono due iscrizioni del 571 e 572, ove l'anno è notato per consoli, e Giustino II è detto signor nostro.
HIC REQVIESCIT IN PACE FAMVLVS CHRISTI LAVRENTIVS VENERABILIS SACERDOS, QVI VIXIT IN HOC SÆCVLO ANNOS IV; DEPOSITVS DIE III NONAS IVLII, POST CONSVLATVM DOMINI NOSTRI IVSTINI PERPETVI AVGVSTI ANNO VI, INDICTIONE IV.
HIC REQVIESCIT IN PACE BONÆ MEMORIÆ CYPRIANVS, QVI VIXIT IN HOC SÆCVLO ANNOS P. M. XXXIII; DEPOSITVS SVB DIE VII KALENDAS OCTOBRIS, INDICTIONE V, POST CONSVLATVM DOMINI NOSTRI IVSTINI PERPETVI AVGVSTI ANNO VII.
[65] In tal senso l'editto di Rotari si dice fatto col consenso _cuncti felicissimi exercitus nostri_.
[66] _Homo qui habet septem casas massaricias, habeat loricam cum reliqua conciatura sua, debeat habere et caballos... Homines qui non habent casas massaricias, et habent quadraginta jugis terræ, habeant caballum, scutum et lanceam... Item de illis hominibus qui negotiantes sunt et pecuniam_ (non) _habent, qui sunt majores et potentes, habeant loricas, scutos, caballos et lanceas; et qui sunt sequientes, habeant caballos, scutum et lanceam; minores habeant coccoras cum sagittas et arcos._ Leggi di Astolfo, pubblicate dal Troya.
[67] ROTARI, leg. 177; LIUTPRANDO, lib. III. leg. 4. Da _fahren_ generare, radice disusata di _Vorfahren_ progenitori; sicchè corrisponde a _gens_ de' Latini. Oggi in Albania _fara_ significa lo stesso.
[68] Nelle leggi; ma Paolo Diacono, lib. I. c. 21, cita gli _Adalingi, sic enim apud eos quædam nobilis prosapia vocabatur_. Forse era sola la razza regia.
[69] _Liberi, ingenui, ingenuiles_, più tardi _boni homines_. Ehre significa onore, ed heer esercito: onde arimanno è uom d'onore o d'arme. Il Troya fa osservare che la voce αριμανες trovasi in Appiano, _De bello mithr._ Ottone I, nel 967, dona a un monastero un borgo _cum liberis hominibus, qui vulgo herimanni dicuntur_ (Antiq. ital., I. 717). Enrico IV, nel 1074, _donamus insuper monasterio... liberos homines, quos vulgo arimannos vocant_ (Ivi, 739). Errano il Sismondi credendo gli arimanni contadini liberi, che oltre le proprie terre avessero enfiteusi dai grandi, e che soli coi nobili potessero intervenire al placito (cap. 2); e Giovanni Müller (_Allg. Geschichte_), credendo che l'arimanno fosse tra' Longobardi il capo militare di ciascuna borgata. _Omnes liberi, qui a dominis suis longobardis libertatem meruerunt, legibus dominorum suorum et benefactorum vivere debeant, secundum qualibet a suis dominis propriis concessum fuerit_. ROTARI, leg. 239. Qui _lex_ è chiaro che significa le condizioni «imposte dai padroni a ciascun emancipato».
* Tutti questi punti furono dibattuti assai in Italia e fuori, massime dopo la pubblicazione dell'opera di Carlo Troya. Carlo Hegel (_Gesch. der italienischen Stadt e Freiheit_. Lipsia 1847) sostiene che sotto i Longobardi esisteva un diritto unico, indissolubile, e i liberi provinciali erano messi nella semilibertà degli Aldj, dalla quale non potevano passare alla libertà intera longobarda se non per una nuova manumissione. Il diritto romano per lungo tempo non fu riconosciuto pubblicamente; dapprima ottenne qualche legalità come diritto di corte, poi come diritto ecclesiastico, non però personale; infine come concessione a singoli stranieri, indi a città e territorj intieri. Suppone che siasi fatta fusione tra i Longobardi e i Romani, prestandosi reciprocamente gli elementi. _Nota del 1862_.
[70] Il Muratori distingue duchi maggiori e minori, ma senza ragione. Paolo Diacono nomina i duchi di Ticino, Bergamo, Brescia, Trento, Forogiulio, Milano; _e oltre questi, altri_ trenta _ne furono nelle loro città_, II. 32. Sarebbero dunque trentasei, forse perchè fra' Longobardi, come fra altri popoli germanici, si usassero due decine diverse, l'una di dieci unità, l'altra di dodici; il che fa che molte volte un numero abbia a intendersi altrimenti da quel che suona. Vedi RUEHS, _Schwedische Geschichte_, vol. I. § 19. In tal caso potrebbe darsi che i duchi longobardi fossero dodici nella Neustria, ed altrettanti nell'Austria e nella Tuscia. Menzione storica abbiamo de' ducati d'Istria, del Friuli, Milano, Bergamo, Pavia, Brescia, Trento, Spoleto, Torino, Asti, Ivrea, San Giulio d'Orta, Verona, Vicenza, Treviso, Ceneda, Parma, Piacenza, Brescello, Reggio, Perugia, Lucca, Chiusi, Firenze, Soana, Populonia, Fermo, Rimini, Benevento.
[71] _Epist._ VI _Stephani II_, ap. MANSI, _Concil._, tom. II.
[72] Della reciproca garanzia rimase un vestigio negli statuti criminali di Milano, ove il cap. 162 è _Qualiter Comunia teneantur pro captis in terra sua_. Anche della costituzione per decine prolungossi la memoria; e fin nel 1500 la valle di Cadore era divisa in dieci _centi_, e ogni cento aveva un capitano, e armava duecento uomini: in caso di pericolo i capitani sceglievano un generale, e questo col _conte_, cioè il comandante veneziano, vegliava sulla valle.
[73] DE PIETRO, _Memorie di Sulmona_, pag. 55, citato dal Leo. Il loro nome deriva da _gast-halter_.
[74] Di questi re egli fa l'enumerazione nel prologo. Un bel codice ne sussiste nell'archivio della Cava, e un altro a Vercelli, con un prologo differente, ove più distintamente sono noverati i re antichi longobardi, e che si capisce esser la fonte de' primi libri di Paolo Diacono, il quale storpiò quei nomi per pedanteria e retorica.
Le leggi longobarde furono pubblicate in due raccolte: la prima è storica, disponendosi coll'ordine onde furono emanate da Rotari sino a Corrado I imperatore; nell'altra, detta _Lombarda_, eseguita dopo Enrico I, sono scientificamente distribuite in tre libri, il primo di 37 titoli, il secondo di 59, il terzo di 40. La migliore e più decisiva recensione delle leggi longobarde, e di tutto ciò che concerne il loro dominio in Italia, è il discorso di Carlo Troya _sulla condizione dei Romani vinti dai Longobardi_; studio profondo e di lunghissimi anni, il quale suscitò (come avviene) un'infinità di articoli e opuscoli improvvisati.
[75] ROT., 167-170, 158-160.
[76] _Et ipse quartus ducat eum in quadrivium, et thingat in wadia, et gisiles ibi sint etc._ ROT., 225. — _Reddat in octogilt, et non sit fegangi_. 375. — _Si servus regis ob eros, vel vecorin, seu mernorphin fecerit_. 376.
[77] LIUTPR., IV. 7. 8. 6.
[78] In una formola del Codice veronese, alla legge 182 di Rotari, il conte si volge ai giudici, e domanda loro il punto legale: _Nunc dicite vos, judices, quid commendet lex_.
[79] _Ad leg._ 53. _lib._ I LIUTPR.
[80] _Ad. leg._ 7. _lib._ II LIUTPR. — Ecco altri esempj: _Petre, te appellat Martinus, quia tu consiliatus es de morte sua, aut occidisti patrem suum. De toto me appellasti. Si dixerit quod consiliatus esset cum rege aut occidisset per jussionem regis, aut approbet aut emendet, secundum quosdam. Secundum quosdam, aliter est: in anima jurare debet. Sed melius est, secundum alios, quod dicat — Non consiliatus sum, nec occidi, quod per legem emendare debeam pro usu._
_Petre, te appellat Martinus, qui est advocatus de parte publica, quod D. levavit sedicionem contra tuum comitem, et occidit suum caballum cum ipsa sedicione; et tu fuisti consentiens in ipso malo._
_Petre, te appellat Martinus, qui est advocatus de parte publica, quod homines de civitate Roma levaverunt sedicionem contra homines de civitate Cremona, vel contra comitem de Mediolano; et tu fuisti in capite cum illis._
_Petre, te appellat Martinus, quod homines de civitate Ravenna levaverunt adunaciones contra homines de civitate Roma; et tu fuisti consentiens in isto malo._
_Petre, te appellat Martinus, quod ipse tenebat cum rege; et tu spoliasti casam suam de tanto mobili, qui valebat solidos centum._
_Petre, te appellat Martinus, quod ipse sponsavit Aldam tuam filiam puellam; et tu dedisti eam alteri in conjugium ante duos annos. — Non sponsasti meam filiam: tunc ille qui appellat, probet. Si dixerit — Sponsasti tu meam filiam, sed non erat puella: tunc ille qui appellat, probet quod erat puella; et si non potuerit, juret ipse qui appellatus est, quia non erat puella_.
[81] Leg. 230. 231.
[82] Leg. 4.
[83] LIUTPR., II. 25.
[84] ROT., 32.
[85] Id., 42.
[86] ROT., 25. 26; LIUPTR., IV. 7. 10; VI. 27; RACHIS, 7. 8.
[87] _Væ tibi terra, cujus rex puer est, et cujus principes mane comedunt._ Eccl., X. 16.
[88] Leg. 364.
[89] ROT., 179; e così 153. 165. 166. 364. 367. 369.
[90] In mezzo al tempio degli Dei Palìci in Sicilia vaneggiavano due crateri stretti e profondi, pieni d'acqua solforosi che zampillava. Quand'uno era accusato di furto o d'altro, dava il suo giuramento scritto sopra una tavoletta, e questa gettavasi nell'acqua: se galleggiava, l'accusato era assolto; se no, era gettato nel cratere. Altre volte l'accusatore leggeva il contenuto nella tavoletta, e l'accusato, cinto di ghirlande e in tunica discinta, e agitando un ramo colla mano, lo ripetea parola per parola, toccando l'orlo dei cratere: se dicea vero, andavasene salvo; se no, periva inghiottito, o perdea la vista. DIODORO SIC., XI. 89; ARISTOTELE, _Mir. ausc._ 58.
[91] _Variar._, III. 24.
[92] ROT., 198. 203. 214. 231; LIUTPR., VI. 64; GRIMOALDO, 7.
[93] _Leg. Othonis_, 1. 2. 5. 6. 7. 9. 11. 12.
[94] ROT., 5. 11. 12. 14. 19. 141. 253. 284. 285; LIUTPR., VI. 81-85.
[95] ROT., 33. 130. 131. 200-203. ecc.
[96] Il soldo dei Longobardi non si sa se fosse d'oro o d'argento, reale o ideale: reale era il tremissis, terza parte del soldo. (_Cum die quodam Alachis super mensam numeraret, unus tremissis de eadem mensa cecidit: quem filius Aldonis, adhuc puerulus, de terra colligens, eidem Alachi reddidit_. PAOLO DIAC., lib. V. c. 39). Forse erano quelle rozze monete, con san Michele da una parte, e dall'altra il busto del re, che si trovano ne' musei, ma tanto logore da non potersene valutare il peso. Delle migliori nessuna eccede la metà d'uno zecchino.
[97] ROT., 129. 136.
[98] Id., 338. 339. Anche la _Lex aquilia_ de' Romani non mette divario tra ferire il servo o la bestia altrui.
[99] ROT., 46. 47. 50. 51. 52. 67.
[100] Id., 147. 317.
[101] Id., 246. 247.
[102] III. 26.
[103] Ivi.
[104] Id., IV. 2.
[105] AULICO TICINESE, cap. XIV.
[106] PAOLO DIAC., lib. I. c. 13.
[107] _Atramento, pinna et pergamena manibus meis de terra elevavi, et Teutpaldi notarii ad scribendum tradidi, per vasone terre et fistuco nodato seo ramo arborum accepi... per coltello et wantone seo aldilaine, et sic per hanc cartula, justa legem saliga, vindo, dono, trado atque trasfundo etc._ Carta lucchese del 983. Arch. Guinigi.
Ugo marchese nel 996, investendo del castello di Caresana e sue appartenenze il vescovo di Vercelli, dice: _Per presentem cartulam offersionis abendum confirmo pro animæ meæ mercede. Insuper per cultellum, fistucam, wantonem_ (_guanto_) _et vasonem terræ atque ramum arboris pars ipsius, episcopo facio tradicionem et vestituram, et me exinde foris expuli, guarpivi et absascito feci....._ Monumenta hist. patr.; Chart. I, pag. 306.
[108] Rotari nella leg. 75 dispose che, se il donato fosse chiesto dal donatore a provare d'aver corrisposto il launechildo, giurasse averlo dato; se no, restituisse il _ferquido_, cioè l'equivalente. Liutprando, lib. VI, leg. 19, dichiarò insussistente la donazione senza il launechildo e la _tingazione_, eccettuati i doni a chiese o a luoghi pii come redenzione dell'anima.
[109] LIUTPR., I. 1-5, II. 8, III. 3, VI. 48; ROT., 157-169.
[110] ROT., 173. 168. 169.
[111] VI. 6.
[112] GRIM., II; LIUTPR., VI. 87; ROT., 186. 178. 179. 198; ASTOLFO, 3. 14.
[113] _Nulli mulieri liberæ, sub regni nostri ditione lege Longobardorum viventi, liceat in suæ potestatis arbitrio, idest sine mundio vivere, nisi semper sub potestate viri, aut potestate curtis regiæ debeat permanere: nec aliquid de rebus mobilibus aut immobilibus, sine voluntate ipsius in cujus mundio fuerit, habeat potestatem donandi aut alienandi._ ROT., 205.
[114] X. 2.
[115] _Mundium non sit amplius quam solidi tres._ II. 3. Il Muratori confonde il mundio col mefio.
[116] II. 1. — _Consentientes mihi suprascripto genitor meus, per hunc scriptum secundum legem in morincap dare videor tibi, Imilla dilecta et amabilis conjus mea... quartam portionem ex integra de omnia et ex omnibus casis et fundis... vel quod in antea Deo adjuvante legibus atquisiero, de omnia ex integra quartam portionem abeas tu jam nominata Imilla dilecta et amabilis conjus in morincap_, ecc. Carta lucchese del 986. Arch. arciv.
[117] II. 6; VI. 59. 68. 76. 78.
[118] _Si quis res alienas, idest servum et ancillam, seu alias res mobiles_... Leg. 232. E vedi LIUTPR., v. 36; ROT., i. 13. 222; RACHIS, 3. 277.
[119] Quando al risorgente diritto romano prestavasi non culto ma idolatria, il celebre commentatore Andrea d'Isernia chiama il longobardo _jus asininum_; Lucca di Penna scrive _longobardicas leges fuisse factas a bestialibus, neque mereri appellari leges sed fæces_. Il Giannone sempre inginocchiato davanti ai regnanti, dice che «splenderà nelle gesta de' loro principi non meno la fortezza e la magnanimità, che la pietà, la giustizia, la temperanza; e le loro leggi e i loro costumi, sebbene non potranno paragonarsi con quelli degli antichi Romani, non dovranno però posporsi a quelli degli ultimi tempi dello scadimento dell'Imperio» (_Storia civ._, lib. III); ed ha un capitolo _sulla loro giustizia e saviezza_. Montesquieu magnifica le leggi longobarde sopra tutte le altre barbariche. Il Sismondi (_Repubbliche ital._, cap. 1) le chiama _saviissime_, e _abbastanza glorioso_ il regno dei Longobardi; eppure soggiunge che _le due nazioni rimasero divise da un implacabile odio_. Per raffaccio alle legislazioni del suo tempo, il Filangeri esaltò di troppo le processure barbariche: «Non è codice dei Barbari, che non regoli l'accusa giudiziaria meglio che le nazioni civili d'oggi. Nessuno niega al cittadino il diritto di accusare; e non pensò a combinar la libertà d'accusare colla difficoltà di calunniare. Nei Capitolari di Carlo Magno si stabilisce che il giudice non possa giudicare alcuno se manca un legittimo accusatore (_Cap. C. M. et Lod._, lib. V. c. 248; _Edict. Theod._, c. 20). L'Editto di Teodorico condanna del taglione il calunniatore (_Edict._, c. 13; _Cap. C. M._, lib. VI. c. 329; lib. VII. c. 180). Teodorico interdisse l'accusa secreta (c. 50). Nei Capitolari di Carlo Magno, che non giudichi il giudice in assenza di una parte (lib. vii. c. 145. 168). Escludeano i Longobardi chi avesse dato prova di mala fede (_Cod. Long._, lib. XI. tit. 51 _de testib._ § 8), o quello che per la condizione e pei delitti avesse perduta la confidenza della legge (_Cap. C. M._, lib. I. c. 45; lib. VI. c. 144 e 298). I testimonj deponeano in presenza dell'accusato: lui presente, il giudice gl'interrogava, e potea interromperli di rispondere. Queste buone costituzioni ponno far vergognare l'Europa d'oggi, che avvolge i processi nel mistero». _Scienza della legisl._, lib. III. c. 2. 3. Nella più recente _Storia d'Italia_, a pag. 351 del vol. I, è detto che «le leggi longobardiche erano ottime tra le leggi barbariche»; a pag. 324, «è indubitato le leggi longobardiche esser le più eque e le meno imperfette di tutte le leggi barbariche»; e a pag. 337, «l'Editto di Rotari è una compilazione disordinata di cadarfrede o consuetudini antiche».