Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)
Part 4
Quanto sia falso il chiamare gotico l'ordine che ha per carattere il sesto acuto, appare da tali edifizj. Chi, dopo essersi, nel monotono viaggio traverso alle paludi Pontine, immalinconito al pensare che ventitre città e ville di suntuosità voluttuosa sorgevano dove ora infesta il deserto, sbocca alfine a ricrearsi nella vista del Mediterraneo, incontra in poggio Terracina, popolosa e lieta un tempo, ora squallida, malgrado le cure di Pio VI. Era essa limite fra il dominio greco e il gotico, e baluardo verso il mare: onde Teodorico ne munì il ricinto, lungo le mura alzando torri alternamente quadrate e tonde; poi a cavaliero della città pose una fortezza o piuttosto un palazzo, che tuttavia si conserva, e donde meravigliosamente spazia la veduta sul Lazio, la Campania e il mare. Ma quelle e queste non diversificano dallo stile della romana decadenza, nè v'ha ombra di architettura puntuta. In Ravenna, un muro che ora forma facciata al convento de' Francescani, e che si suppone avanzo della reggia di Teodorico, nella cattiva disposizione delle colonne alla parte superiore e nelle proporzioni dell'arco, tiene del palazzo di Diocleziano a Spalatro. Così la chiesa di Sant'Apollinare e un battistero per gli Ariani, da Teodorico fabbricatevi, arieggiano a quelli che al tempo stesso ergevansi a Roma, con ornamenti che attestano la continuante declinazione.
Amalasunta pose a suo padre un mausoleo rotondo, con una cupola, dalla quale sorgeano quattro colonne sostenenti un vaso di porfido attorniato da dodici apostoli di bronzo, entro cui riposava il re. Se la descrizione non è favolosa, altro non potrebb'essere che Santa Maria della Rotonda, la quale ad ogni modo sorse tra il fine del V e il principio del VI secolo. Nella distribuzione generale vi sono conservate le buone tradizioni antiche; piano semplice, elevazione di qualche magnificenza: meravigliosa poi la cupola, formata d'un pietrone di metri 10. 4 di diametro, m. 4. 5 dalla base al vertice, m. 1. 14 di grossezza, talchè il masso, qual fu tratto dalla cava, aveva la solidità di almeno metri cubi 495, e pesava 1287 mila chilogrammi: e se, come pare, fu scarpellato prima di trasportarlo dalle cave dell'Istria, aveva ancora il volume di 109 metri cubi e il peso di 283 mila chilogrammi; eppure fu alzato a 13 metri, prova di singolare abilità meccanica[28]. Infelicemente vi sono disposte le decorazioni, di pesante e sgraziato taglio, nè proporzionate fra sè o col tutto; riparti non ben calcolati, profili delle porte dissonanti dal resto; modiglioni irregolarmente distribuiti; piedritti che, invece d'imposta, reggono una mal eseguita cornice.
I peccati dell'architettura del suo tempo conosceva e additava Cassiodoro: altezza smodata, gracili colonne, superflui ornamenti[29], che sono sì i difetti dello stile gotico, ma non l'essenza sua. Somiglievoli forme presenta una medaglia ov'è effigiato il palazzo di Teodorico, con archi voltati sopra esili colonne, ma in tondo. Non era dunque un genere gotico, ma un deterioramento dell'antico gusto: e non ispeciale de' Goti, perocchè anche nel pittoresco ponte sul Teverone, a tre miglia di Roma, ricostruito dal greco Narsete il 565, alla solidità è sacrificata la bellezza[30]. Nè d'introdurre uno stile nuovo sarebbesi brigato Teodorico, che mostrava o affettava tanto rispetto alla civiltà latina. Condottosi a Roma, non finiva d'ammirarne i capolavori, il Campidoglio, il Foro Trajano, i teatri di Pompeo e di Marcello, il Colosseo, stupendi anche dopo i guasti del tempo e de' nemici; gli acquedotti, la via Appia, di cui nove secoli non aveano ancora sconnesso i lastroni; e l'Acqua Claudia che per trentotto miglia veniva dalle montagne sabine fin alla sommità dell'Aventino. Non era perduto il senso del bello e del grande quando Cassiodoro descriveva con tanto esaltamento il fuoco de' cavalli del Quirinale, la vacca di Mirone, gli elefanti di bronzo della via Sacra.
Teodorico vi fu accolto con uno splendore che rammentava alla fantasia di un patrioto i trionfi degli Augusti, a quella di un pio le magnificenze della vera Gerusalemme. Nella sala della Palma d'oro potè ammirare la nobiltà, il decoro, l'ordine della Curia romana, distinta a seconda della dignità[31]: e sfoggiò egli stesso d'eloquenza, ottenendo applausi. Il grano della Puglia, della Calabria, della Sicilia vi si distribuiva ancora al popolo decimato, che poteva nel circo veder le belve combattenti, o parteggiare pei Verdi e i Turchini, e insuperbire allorchè il goto conquistatore ammirava le magnificenze e le portentose comodità, le statue rapite ai vinti e salvate dai vincitori. A quel popolo Teodorico assegnò ventimila moggia di grano ogn'anno, ponendone memoria in bronzo; ristabilì le strade romane che solcavano l'Italia; diede venticinquemila tegoli ogn'anno per riparare i portici di Roma; ordinò che i marmi dispersi fossero riuniti ai palagi da cui erano svelti.
Per riparare all'incolto spopolamento vi invitò i Romani rifuggiti nel Norico, redense prigionieri, trapiantò schiavi. Decio sanò le paludi Pontine; Spes e Domizio quelle di Spoleto[32]: e l'Italia potè avere sì buon mercato di sue derrate[33], da mandarne sin fuori. Ennodio chiama la Liguria genitrice di messe umana, avvezza a numerosa progenie d'agricoltori[34]: intorno a Verona raccoglievasi il vino per la regia mensa, e Cassiodoro non rifina di lodar questo liquore, a cui nulla d'eguale può vantar la Grecia, sebbene medichi i suoi vini con odori e marine misture[35]. Metalli e marmi cavavansi per conto del re, e una miniera d'oro fu aperta nelle Calabrie[36].
Teodorico, tutto che ariano, rispettò la credenza cattolica; sua madre la professava, e molti illustri personaggi vi si convertirono senza scapitare nella grazia di lui; mentre un suo segretario avendo creduto ingrazianirsegli col farsi ariano, fu da lui mandato a morte, dicendo: — Non potrà esser fedele a me chi fu infedele al suo Dio». Al papa e ai vescovi mostrò rispetto e confidenza, valendosene nelle legazioni ai re od all'imperatore: accoglieva le querele dei sacerdoti contro i suoi ministri, e per loro mezzo soccorreva ai calamitosi: contribuì millequaranta libbre d'argento per rivestire la volta di San Pietro, cui regalò pure due candelabri di settanta libbre d'argento: una patena simile di sessanta diede a Cesario vescovo d'Arles, e trecento monete d'oro. Disputandosi il papato Simmaco e Lorenzo, dopo due anni di guerra civile fu rimessa a Teodorico la decisione; ond'egli radunò un concilio. E avendogli il vescovo di Milano rimostrato che tal convocazione non era di sua spettanza, egli asserì averne lettera del papa: e perchè quegli ne dubitava, non esitò a porgliela sott'occhio[37]. Vero è che tenne sempre occhio e mano alle elezioni, dubitando che i papi non favorissero a suo scapito gl'imperatori; e pretendeva esercitare giurisdizione anche sopra gli ecclesiastici, benchè la pena da infliggersi rimettesse al vescovo.
In tale o moderazione o indifferenza non perseverò sino alla fine. Avendo l'imperatore Giustino tolto chiese, cariche e libertà di culto agli Ariani nell'Impero orientale, Teodorico gli spedì papa Giovanni (523) e vescovi e senatori, minacciando pari intolleranza in Occidente. Il papa non potè o non volle distogliere Giustino; onde al ritorno fu messo in carcere e vi morì. Allora sgorgarono gli odj, immortali ne' natii contro lo straniero, e la paura invasò Teodorico; la paura punitrice degli oppressori; la paura che consigliò tre quarti dei regj delitti. Proibì dunque, pena la testa, agl'italiani ogni altr'arma che il coltello per usi domestici; e popolo e re si credettero a vicenda insidiati[38].
Dicemmo come Boezio avesse meritato la confidenza di Teodorico, che il nominò console, patrizio, da ultimo maestro degli uffizj; e i due figliuoli, in tenera età, ne elevò al consolato fra l'esultanza del popolo e le largizioni del padre. Non ligio al principe che lo innalzava, Boezio avea saputo frenarne talvolta gl'impeti e mitigarne il rigore; impedir le rapine dei magistrati, e lenire la condizione degli obbedienti[39]. Non dimentico però di sua nazione, mal soffriva di vederla a giogo straniero, e più quando, aggravato dai sospetti, Albino senatore fu accusato di sperare la libertà romana; e Boezio dichiarò: — Se questo è delitto, io e tutto il senato ne siamo in colpa».
Teodorico, che vedeva colla sicurezza del suo dominio mal combinarsi la conservazione del senato, involse nell'accusa anche il proprio ministro; si citò una lettera sottoscritta da lui e da Albino, che invitava l'imperatore a redimere l'Italia; e in conseguenza Boezio fu chiuso in una torre a Pavia, e il senato firmò il decreto di confisca e di morte. Boezio esclamò: — Possa in quel senato non trovarsi più alcuno reo del mio stesso delitto»; e aspettando l'ora del supplizio, scrisse _Della consolazione della filosofia_, dialogo in una prosa talvolta aspra e barbara, mista di poesie molto migliori, facili, ricche di gentili immagini, governate da una mesta armonia[40] e con nuove intrecciature di metri, mostrando piena cognizione de' migliori antichi, e la musa di Tibullo e la grandiloquenza di Tullio traendo ad esprimere concetti cristiani. La Filosofia, apparendogli, il consola col mostrargli che Dio governa il mondo a disegni di eterna sapienza, inesplorabili al debole mortale; mal dunque lamentarsi dell'incostanza della fortuna, le cui mani altro non possono distribuire che beni futili e perituri; anzi non potersi drittamente chiamar mali quei che da Dio derivano, e la virtù sola rendere felice. Chiude con varie quistioni sul caso e sulla Provvidenza, e sul modo di conciliar questa coll'esistenza del male; eclettico anzi che cattolico in questa scabrosissima tra le quistioni. Ivi dice alla Filosofia: — Se tu mi domandassi di qual misfatto io sia accusato, dicono volli fosse salvo il senato; se cerchi in qual modo, m'imputano d'aver distolto un delatore dal rivelare al re la congiura ordita contro la sua persona per ricuperare la libertà. Che far dunque, maestra mia? che mi consigli? Negherò la colpa? oh come, se veramente io desiderai sempre che il senato fosse salvo, nè mai cesserò dal desiderarlo? Confessar dunque che è vero, e negare d'aver rattenuto la spia? ma chiamerò mai scelleranza l'aver desiderato la salute di quell'ordine? Il quale, pei partiti che prese contro di me, ben meritava che in altra stima io l'avessi: ma l'impudenza di chi mentisce a se stesso non torrà mai che sia lodevole e buono ciò che è tale per sua natura; ed io non reputo lecito nè nascondere la verità negando ciò che è, nè mentire confessando ciò che non è. Delle lettere che dicono aver io scritte per isperanza di tornare in libertà Roma, non farò parola; giacchè la falsità ne sarebbe chiara quando m'avessero, come si dee, conceduto di stare al confronto co' miei accusatori. Perciocchè, qual libertà lice oggimai sperare? E volesse Dio che alcuna sperar se ne potesse! Avrei risposto come Cannio a Caligola, quando questi lo imputava come consapevole d'una congiura: _Se l'avessi saputa io, non l'avresti saputa tu»_.
In fine, strettogli da una fune il capo sin quasi a schizzarne gli occhi, Boezio fu finito a colpi di bastone (524). I suoi coevi lo compiansero come martire e santo: la posterità non gli negherà la compassione che merita la vittima di timida oppressione e di secreto processo. Perchè l'illustre Simmaco, suo suocero, osò compiangerlo, si temette volesse vendicarlo; onde cadde nuova vittima (525) per calmare i sospetti di Teodorico.
Ma non i rimorsi. Nella testa di un pesce imbanditogli, il re credette ravvisare la minacciosa faccia di Simmaco, e preso da ribrezzo, dopo tre giorni spirò (526) nel palazzo di Ravenna; e la vendetta degli oppressi il perseguitò oltre la tomba, dicendo essersi veduti i demonj strascinarlo pel vulcano di Lipari all'inferno. Eppure la posterità deve contarlo per uno dei migliori re barbari; storia e poesia lo immortalarono; e s'egli avesse sortito successori degni, poteva di due secoli avere anticipata la rinnovazione dell'Impero e della civiltà.
CAPITOLO LX.
Fine del regno ostrogoto. — Belisario. — Narsete. Italia Liberata.
I. TEODORICO 475-526 | | Amalasunta m. di | Eutarico | | | | II. ATALARICO 526-534 | | Teodegota m. di | Alarico | | | | Amalarico | | re de' Visigoti | | Ostgota m. di | Sigismondo
Amalafreda sua sorella m. di Trasamondo re de' Vandali | | III. TEODATO 534-536 | | Amalaberga m. di | Ermafrido turingio
_Re elettivi_ IV. VITIGE 536-540. V. ILDEBALDO -541. VI. ERARICO 541. VII. TOTILA -552. VIII. TEJA -553.
Il regno di Teodorico comprendeva l'Italia; la Sicilia, eccetto il capo Lilibeo; la Dalmazia; il Norico; gran parte o tutta l'odierna Ungheria; le due Rezie, che or sono il Tirolo e il canton de' Grigioni; la Svevia o bassa Germania colle città d'Augusta, Costanza, Tubinga, Ulma: nella Vindelicia aveva raccolto molti Alemanni; sicchè confinava a settentrione col Danubio da Ratisbona a Nicopoli, a maestro col Lech, col lago di Costanza e coll'antica Elvezia: aggiungete la Provenza e il litorale fino ai Pirenei, sottoposti a duchi da lui dipendenti, e la maggior parte della penisola spagnuola. Parea dunque il gotico dovesse prevalere agli sminuzzati dominj di Barbari, e sostituirsi all'impero romano; eppure in breve andò a fascio.
Teodorico non avendo figli maschi, per continuare la stirpe degli Amali chiamò di Spagna Eutarico Cillica (515), ultimo rampollo di quella, e sposatagli Amalasunta sua figlia, il fece adottare coll'armi da Giustino imperatore, e applaudire dal popolo con suntuosissimi spettacoli nel circo, e caccie e giostre. Ma l'erede designato gli premorì; e Teodorico, assicurato il regno dei Visigoti di Spagna al nipote Amalarico, il proprio trasmise ad Atalarico, nato da Amalasunta. Costei, bellissima, sperta nel latino, nel greco, nel gotico, eppure senza ostentazione, fedele ai secreti, sollecita d'imitare il padre e ripararne i falli, assunse il governo come reggente, notificando i suoi diritti all'imperatore, quasi a capo supremo, e pregandolo a dimenticare i dissidj paterni[41]; al senato promise non disdire veruna domanda. Ammiratrice dell'antica civiltà, bramava mutare le costumanze dei Goti talmente che non si distinguessero dai Romani; e tre ministri che avversavano quel femminile despotismo, mandò a morte. Anche il figlio educava sotto maestri romani e fra gente di lettere e d'ingegno; e una volta coltolo in fallo, gli diè uno schiaffo. Egli scappò piangendo, e mosse a indignazione i signori goti, i quali si presentarono ad Amalasunta, dicendole, A re guerriero non servire tanti pedagoghi; Teodorico non sapea tampoco scrivere; come sarà prode in campo uom che apprese a tremare sotto lo staffile di un pedante? Anzi sorsero minacciosi, e le tolsero di mano il re futuro per metterlo fra giovani nazionali: dov'egli sguinzagliato si sciupò di modo, che ne morì (534).
Non consentendosi dalle consuetudini gotiche il comando a donna, Amalasunta lo fece attribuire a Teodato suo cugino, in cui l'istruzione non aveva scemata l'avarizia e la pusillanimità. Possessore di gran parte della Toscana, cercava assicurarsela col cacciare i proprietarj confinanti; poi assunto al trono, riuscì spregevole a Romani e a Goti, inetto a finire le discordie di questi, o a cattivarsi l'amore di quelli. Amalasunta, non trovando in lui nè gratitudine nè rispetto, pensava con quarantamila libbre d'oro cercare a Costantinopoli riposo o vendetta: ma Teodato la prevenne, e chiusala nell'isola di Bolsena, la mandò a morte.
Imperava allora a Costantinopoli Giustiniano il legislatore, che mostrò rare virtù, macchiate da vizj e debolezze: favorì grandemente la religione, il degenerante sapere e le arti belle; represse le correrie de' Barbari; guerreggiò prosperamente Cosroe il Grande, re di Persia; annichilando il regno de' Vandali richiamò all'impero l'Africa e la Sardegna. Spiava egli l'occasione di recuperare l'Italia, sollecitato dai nostri che aborrivano dal dominio di stranieri e d'eretici; e volentieri assumendo l'aspetto di vendicatore d'Amalasunta, destinò contro i Goti Belisario, ch'era stato l'eroe della guerra persiana.
Più che a' Pompej o agli Scipioni, patriotici generali, somigliava costui ai condottieri del nostro medioevo, poichè del proprio stipendiava differenti corpi, che giuravano obbedire a lui, e che in lungo esercizio egli indurava ai combattimenti. Con tal espediente venivano ad opporsi Barbari a Barbari, e difendeasi l'Impero coi fratelli di coloro che lo minacciavano. Celebrato appena il suo trionfo sui Vandali, Belisario sbarcò in Sicilia con ducento Unni, trecento Mauri, quattromila confederati di cavalleria, tremila Isauri di fanteria, oltre un corpo di sue guardie a cavallo. Sarebbe stato un inetto sforzo contro ducentomila Ostrogoti in armi, se questi, com'è destino dei padroni odiati, non avessero dovuto vigilare il paese scontento: e Teodato in fatti pensava meno a difendersi che a patteggiare; e con Pietro, legato di Costantinopoli, stipulò, rassegnerebbe ogni diritto sopra la Sicilia, manderebbe ogni anno una corona di trecento libbre d'oro all'imperatore, darebbe tremila Goti a suo servigio qualvolta richiesto, non colpirebbe di morte o confisca alcun senatore o sacerdote senza assenso dell'imperatore, al quale pure ricorrerebbe per promuovere altri a patrizio o senatore; agli spettacoli si acclamerebbe prima il nome dell'imperatore, nè a Teodato si erigerebbero statue se non alla sinistra della imperiale.
Con tali proposizioni lo rimandò, e perchè avessero maggior peso, costrinse papa Agapito a seguirlo a Costantinopoli intercessore, minacciando far morire lui, i senatori e le loro famiglie se non impetrassero la pace; codardo coi forti, minaccioso coi deboli. Poi li richiamò, ora disposto a ceder tutto, or persuaso che l'umiliazione a nulla approderebbe: e poichè Pietro l'assicurava che con ciò torrebbe a Giustiniano ogni ragione di guerreggiarlo, — Tu sei filosofo (gli rispondeva); studii in Platone, e ti recheresti a coscienza d'ammazzar uomini in guerra, benchè tanti n'abbia il mondo: ma Giustiniano, che vuol farla da magnanimo imperatore, nulla ha che lo rattenga dal ripigliare coll'armi le antiche ragioni dell'impero». E conchiudeva: — Se non posso conservare il regno senza guerra, vi rinunzio. A che sagrificherei la dolce quiete per la pericolosa e difficile gloria del regnare? m'abbia io poderi da trarne milleducento libbre d'oro, e tengasi egli i Goti e l'Italia». Ma allorchè Mundo, che conduceva un esercito greco per la Dalmazia, fu sconfitto e ucciso dai Goti, Teodato rimbaldito più non volle udire di patti e promesse. L'imperatore in conseguenza rianima la guerra, riprende Salona e la Dalmazia: Belisario, guadagnato Eurimondo, genero del re che difendeva a Reggio lo sbarco in Italia, e accolto nelle Calabrie come liberatore, assediò per mare e per terra Napoli. Questa, difesa dai proprj cittadini, timorosi sovrattutto di avervi guarnigione barbara, così vigorosamente si sostenne, che Belisario già pensava lasciarla, quando alcuno gli mostrò un acquedotto. Pel quale penetrato nottetempo[42], vide la città mandata a barbaro scempio, per quanto gridasse a' suoi: — L'oro e l'argento a voi; ma risparmiate gli abitanti, cristiani e supplichevoli».
I Goti, vedendo il re inetto ad ogni atto e consiglio vigoroso, lo dichiararono scaduto, e fuggiasco l'uccisero; ed elevarono sullo scudo il prode generale Vitige (536), il quale, per annestarsi in alcun modo alla stirpe degli Amali, sposò Matalasunta, sorella d'Atalarico. Mentr'egli s'accinge a ravvivare il coraggio e rinnovar le prodezze gotiche, Roma riceve Belisario, esulta nel vedersi dopo sessant'anni sgombra da Barbari e da Ariani, resta edificata dalla devozione che Belisario mostra alle reliquie sante e alle gloriose memorie, e proclama la liberazione, parola che in Italia troppo spesso equivalse a mutazione di servaggio. Vitige, ritentate invano nuove proposizioni di pace, e chetati i Franchi col ceder loro quanto possedeva di là dall'Alpi, riuscì a trarre insieme cencinquantamila Goti[43], coi quali assediò il greco generale in Roma, tagliando gli acquedotti, impedendo i mulini, adoprando le migliori macchine. Belisario aveva appena cinquemila combattenti; ma l'indomita sua operosità e lo zelo dei cittadini vi suppliva, dopo avere sul Tevere imbarcato per la Sicilia le bocche inutili. Dall'alto del mausoleo d'Adriano, convertito in fortezza, sono rovesciati sugli assalitori i preziosi fregi, le cornici ammirate, le statue di Lisippo e di Prassitele: perisca l'arte, ma la patria si salvi.
Prodi e generosi entrambi i due campioni; ma l'uno scarso di denaro e di forze, sostenuto solo di sterili voti dagl'italiani; l'altro, contrariato da questi, vede consumarsi l'esercito e il regno senza cascar di cuore. Belisario, temendo non la fame inducesse i Romani a capitolare con Vitige, e sospettando ve li spingesse papa Silverio, il relegò in Oriente, dandogli successore Vigilio, il quale con ducento libbre d'oro s'era acquistato il favore d'Antonina, che comandava al marito Belisario, comandata essa pure da Teodora, moglie e padrona di Giustiniano.
Qualche rinforzo giunto di Grecia ravviva il coraggio dei veterani, che per fare una diversione assaltano le città del Piceno, ed occupano anche Rimini, per tradimento di Matalasunta moglie di Vitige, il quale fu costretto allargar Roma, dopo perduti assaissimi de' suoi per la mal'aria e per gl'incessanti combattimenti. Nè però fiaccato, assedia Rimini, spedisce a sollecitare i Persiani perchè assaliscano ad oriente l'Impero, e i Franchi perchè si calino dalle Alpi. In effetto diecimila Borgognoni unitisi alle truppe d'Uraja (538), nipote di Vitige, drizzarono sopra Milano. Quest'era la prima città dell'Occidente dopo Roma per estensione, popolo e abbondanza; e tollerando di mala voglia i Goti, il vescovo Dazio con molti nobili (ἄνδρες δόκιμοι) era ito a Roma dicendo: — Forniteci di qualche truppa e sbratteremo la Liguria». Belisario mandò in fatti Mondila con mille fanti, che bastarono perchè, levato popolo, i Goti fossero respinti in Pavia, mentre anche Bergamo, Como, Novara e altri luoghi acclamavano Giustiniano. Ma ecco ai rivoltosi sopraggiungere Uraja, e stretta Milano di tal fame che qualche madre mangiò i proprj nati, l'ebbe a discrezione, e fattone scempio, la lasciò un mucchio di pietre. Dazio riuscì a campare a Costantinopoli; i capitani greci furono menati prigioni a Ravenna; e tutta la Liguria tornò al dominio gotico, o piuttosto alle bande ladre.
Dalla vittoria e dal saccheggio invogliati, l'anno dopo scesero per l'alpi della Savoja centomila Franchi pedoni, che passato il Po senza contrasto de' Goti, presero le mogli e i figli di questi, e ne fecero sagrifizio alle loro divinità; poi raggiunto il campo gotico a Tortona, ne cominciarono tal macello, che appena poterono camparsi traversando il campo de' Romani. I Romani se ne rallegravano, ma ecco i Franchi gettarsi anche su loro, e devastar la Liguria, rovinare Genova, con grave apprensione di Belisario non occupassero tutta Italia. Essendo però venuti più ch'altro per saccheggiare, pattuirono e se n'andarono.