Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Part 38

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Durava ancora l'uso che i dogi chiedessero la bolla d'oro in segno d'investitura dagli imperatori di Costantinopoli. Domenico Michiel, elevato a quel posto (1117), mandò impetrarla da Giovanni Comneno; e questo, pretessendo qualche insulto fatto dai Veneziani, non solo ricusò, ma fe staggire quanti legni ancoravano ne' suoi porti (1123), finchè la Repubblica desse soddisfazione. La soddisfazione fu che esso doge menò a Rodi la flotta, dianzi vincitrice dei Turchi, saccheggiò quell'isola ed altre, sinchè composero pace ad istanza di Baldovino, secondo re di Gerusalemme. Allora ducento navi veneziane, su cui Arrigo Contarini vescovo d'Olivolo, veleggiarono verso Levante, e colata a fondo la flotta egizia di sessanta galee oltre i legni minori, approdarono in Siria, patteggiando coi Crociati di soccorrerli, purchè d'ogni città conquistata ottenessero una via franca, una chiesa, e bagno e forno e tribunale proprio, e immunità da gravezze, oltre un terzo della città contro cui campeggiassero, e trecento bisanti sulle rendite di essa. Sopra Tiro si concentrò lo sforzo; e il doge Vitale Michiel II, come vide che l'esercito di terra esitava nella paura d'essere abbandonato dalla flotta, depose il sartiame sulla spiaggia, distribuì centomila ducati fra i combattenti, e mostrò voler salire la breccia co' suoi marinaj, armati non d'altro che di remi. L'esempio incuora, la città è presa, al doge s'offre fin la corona di Gerusalemme; ma egli preferisce il berretto dogale, e rimena l'armata trionfante a Venezia, la quale in una sola campagna ebbe acquistato potenza e spoglie maggiori, che non Pisa e Genova in tanti anni. Poi nel 1130 da re Baldovino ottenne d'aver un quartiere indipendente in ciascuna città del reame di Gerusalemme, dove i gabellieri non potessero impacciare la libertà de' suoi traffici[431]. Anche Genova all'assedio di Tolemaide patteggiò le si concedesse un terzo del bottino, e nella città una chiesa, un banco, un tribunale della propria nazione.

Ma i Musulmani dal primo abbattimento presto risorsero, e minacciavano cacciare i Cristiani dai loro nuovi stabilimenti, onde fu duopo rinnovare le spedizioni, sempre con men fervore e più meditati provvedimenti. San Bernardo (1147) eccitò Luigi VII re di Francia e Corrado III imperatore di Germania alla seconda crociata, «mal convenendo che il re del Cielo perdesse una porzione del suo regno in terra»; e sull'esempio di regina Eleonora di Guienna, ricchi e signori presero la croce, e si mandava fuso e conocchia a chi tardasse: i poeti eccitavano al valore, i frati vi spingeano i ribaldi come a via di salvamento. Molti Italiani v'ascoltarono, fra cui Amedeo duca di Torino, Guglielmo marchese di Monferrato, Guido di Biandrate, Martin della Torre milanese che vi fu preso e ucciso, Ezelino il Balbo da Romano. Ai Crociati raccolti a Etampes Ruggero di Puglia mandò offrire navi, vitto e il proprio figliuolo, purchè volessero prendere la via di mare. Sventuratamente non gli diedero retta; e per terra camminando, si trovarono esposti ai multiformi tradimenti dei Greci; sicchè l'impresa fallì, ducentomila Cristiani vi perirono, e tardi si vide quanto saviamente gl'Italiani consigliassero, non di fare soltanto una punta sovra Gerusalemme, ma di piantare colonie tutto lungo le coste e nell'Asia Minore: provvedimento che avrebbe tanto operato sull'avvenire dell'Asia, e prevenuto le minaccie che poi i Turchi recarono all'Italia.

In quel tempo Ruggero di Sicilia occupava Corfù (1149); e l'imperatore greco Manuele Comneno invocò i Veneziani per combatterlo. La loro flotta imbattutasi in Luigi di Francia che tornava di Gerusalemme, lo prese; ma l'armata di Ruggero poco dopo il liberò: e i Veneziani devastarono la Sicilia, non tanto per far grato all'augusto bisantino, quanto per isfogo di rivalità.

Così in Asia si agitavano le passioni e gl'interessi italiani. Il normanno Boemondo duca d'Antiochia, dopo rimasto lungo tempo prigioniero dei Turchi, girò Francia e Italia concitando i Cristiani a mandare soccorsi a Terrasanta; e dal suo principato di Táranto cavò molta gente, sicchè da Brindisi (1107) potè salpare con ducencinquanta navi, quarantamila fanti e cinquemila cavalli. Invece però di volgersi sulla Palestina, prese la Vallona e assediò Durazzo, appartenenti all'impero greco, finchè Alessio Comneno non ne comprò la pace colla promessa di più non molestare i Crociati. Poco stante Boemondo morì.

Era pur morto il conte Ruggero di Sicilia, lasciando un fanciullo del nome stesso, per cui governava Adelaide sua madre. Baldovino II di Gerusalemme credette opportune ai gravissimi suoi bisogni le ingenti ricchezze di lei, e la domandò sposa. Ella assentì, patto che, se non generasse altri figli, il regno di Gerusalemme verrebbe al suo Ruggero; e passò in Terrasanta con grosso tesoro e fra grandi feste. Ma dopo alcun tempo Baldovino essendosi gravemente malato, le confessò d'avere un'altra moglie, onde Adelaide fu rimandata senza le ricchezze. Suo figlio Ruggero ne concepì tale dispetto, che più non volle soccorrere i Crociati, per quanto li sapesse in bisogno.

Serve a paragone e chiarimento degli ordini feudali che trovammo in Italia, il rammemorare come i signori stabiliti in Terrasanta eleggessero diversi uomini savj _ad inquirere e sapere da la gente de diverse terre che erano lì, le usanze de le loro città; e tuttociò che quelli, li quali elesser a questo effetto, hanno possuto saper et apprendere, el feceno mettere in scriptis_, appunto come Rotari faceva scrivere le precedenti usanze del suo popolo. E ne venne il codice, detto _delle Assise_, non estraneo agli Italiani perchè regolò tanti possessi di questi in Levante, e specialmente Candia, colonia dei Veneziani, i quali ad uso di essa le fecero tradurre in loro dialetto, e ve le applicarono come legge comune.

Le Assise, come tutti i codici e statuti del medio evo, si occupavano soprattutto del rendere giustizia; al qual uopo v'avea due corti secolari. Dell'alta corte era capo il re, e davanti ad essa si dibattevano le cause fra la corona e i baroni, o di questi fra loro o coi loro sudditi o vassalli; onde le Assise trattano a lungo dei diritti feudali, dei modi di possedere, investire, spropriare, e principalmente de' giudizj per mezzo del duello: sicchè non potrà dire di conoscere le ragioni feudali chi in quelle non abbia studiato. Alla seconda corte della borghesia presedeva un visconte nominato dal re, e vi si controvertevano le cause fra i semplici borghesi, cioè non investiti di feudo, nè cavalieri o soldati, ma mercanti, o persone franche, o sudditi indigeni o schiavi. Qui pure discuteasi per prove e testimonj, e spesso si ricorreva al duello, e più ancora alle prove del ferro rovente, dell'acqua o simili.

La corruzione non tardò ad entrare nel regno di Gerusalemme; i Musulmani si rinforzarono, il generoso Saladino li ricondusse contro la città (1187) che è santa anche per essi, e in breve l'Europa intese che Dio avea perduto il suo patrimonio in terra, e Gerusalemme e il santo sepolcro eran novamente preda ai cani. I popoli tutti, cui quella era come una patria comune, levarono il pianto, e chiesero armi, armi (1189). Mentre Ricardo Cuor di leone re d'Inghilterra, Filippo Augusto di Francia, Federico Barbarossa di Germania vi si accingeano, Genova, Pisa, Venezia, dimenticati per poco i dissidj, correano a sostenere Tolemaide assediata, alla guida degli arcivescovi di Pisa e di Ravenna: Piacenza vi mandò seicento guerrieri, Cremona una grossa nave, duemila uomini i Bolognesi[432]: i Pisani due volte sconfissero la flotta musulmana: i Genovesi portavano ambasciadori a tutte le potenze, e a Ricardo d'Inghilterra esibirono stanza in città, ricovero in porto, e quanti trasporti per mare occorressero; ed egli gradì l'offerta; poi combattendo al loro fianco in Palestina, imparò a stimarne il valore, e com'essi adottò per insegna navale la croce rossa in campo bianco, e san Giorgio per patrono.

Mercè degli Italiani Tiro fu salva: ma tosto le discordie rivalsero, e i Cristiani combatterono fra loro, per modo che Corrado marchese di Tiro dovette obbligare i Genovesi a ritirarsi (1193). Anche i re crociati furono presto a litigi ed alle armi, talchè la terza spedizione sortì infelice termine.

Alla quarta già l'ardore devoto erasi intepidito a segno, che fu duopo esibire denaro perchè il popolo s'armasse, e l'imperatore Enrico VI prometteva trenta oncie d'oro a chiunque si crociasse: ma costui non badava tanto al ricupero di Terrasanta, quanto ad assicurare a sè colle armi pietose il regno di Puglia, siccome vedremo (Cap. LXXXVII).

Meglio che pei fatti particolari, sono memorabili a noi pure le crociate per la generale influenza esercitata da quel movimento dell'intera popolazione, dal rimescolamento delle idee, dall'esaltazione degli spiriti. Per due secoli il crociarsi fu guardato come un debito, di cui ognuno fosse tenuto a Cristo; le città spedivano torme di prodi; il principe levava somme a prestanza, mettendo a pegno i possessi; l'ecclesiastico i benefizj; il barone alienava i feudi; il poeta ne sperava un non caduco alloro; il monaco la palma della perseveranza nella fede; la fanciulla, il vecchio, la monaca non si sgomentavano innanzi a pericoli sì diversi. Ai Crociati perdonavansi i pedaggi: nei contratti di nozze i nobili si riservavano la libertà di crociarsi: poteva la moglie impedire al marito di chiudersi in un convento, ma non di prender la croce[433], quand'anche le lasciasse dei bambini. Uno non sapeva come schermirsi da un nemico mortale? crociavasi; uno voleva dalla Chiesa indulgenza de' suoi delitti? crociavasi. Ricchi e grandi credevano crescere di merito quando in que' disagi si mettessero a paro co' più abjetti: migliaja giuravano di più non tornare in patria, che non avessero riscattata Terrasanta; e chi al voto fallisse, non era più dalla Chiesa riconosciuto per figlio, restava vile agli occhi degli uomini d'onore. I pellegrini, mantenuti dalla pubblica carità, cantavano lietamente la terra promessa, la patria del Salvatore, la genitrice de' santi padri, il teatro della riconciliazione con Dio: perivano mille di mille segnati? benedicevasi il Signore che tanti nuovi testimonj di sua fede fossero saliti al cielo. Voleasi dopo morte esser involti nella tonaca che si tenea in dosso nel visitare il santo sepolcro; i Pisani trasportarono di Palestina la terra di che empire il loro cimitero, per potere così dirsi sepolti in terra santa.

Le crociate fecero pure dalla feudalità e dall'importanza personale germogliare la Cavalleria, per la quale il nobile tenevasi obbligato ad usare il massimo valore nelle prove più difficili, cercarle anche a bella posta, fosse ne' tornei ed in finti armeggi, ovvero in lontani paesi e in assalti rischiosissimi, e sovrattutto a difesa del bel sesso, degli ecclesiastici e del proprio signore: della patria non si parlava ancora. La maggior forza di corpo, il miglior cavallo, l'elmo, la corazza e la spada meglio temprati erano il vanto del cavaliero, che doveva non conoscer paura, non rifiutare cimento per quanto disuguale, non ritirarsi mai da un voto per quanto difficile, non mai mancare a data parola per quanto gli costasse. Un altro prode, e più specialmente qualche principe armava il cavaliero, ponendogli i distintivi di quel grado, cioè l'elsa e gli sproni dorati e il cingolo, e dandogli la guanciata come s'usa nella cresima, oppur battendolo sulla spalla colla propria spada.

Il corredo delle prove e delle iniziazioni, e le cerimonie dell'inaugurazione, precedute dalla veglia dell'armi, nacquero poc'a poco quando si volle ridur la Cavalleria ad una specie di condizione privilegiata, com'erano tutte l'altre di quei tempi. Allora s'introdussero differenti specie di cavalieri: e in Italia si conosceano cavalieri del bagno, che con solennissime cerimonie si astergeano il corpo a indizio della purificazione dell'anima; cavalieri di corredo, vestiti verdebruno e con ghirlanda dorata; cavalieri di scudo, fatti da popoli e signori, e che pigliavano l'ordine colla barbuta in capo; cavalieri d'arme, investiti sul campo senz'altra cerimonia che dar loro la spada, la guanciata, l'abbraccio e il giuramento di lealtà[434].

Così fatti si moltiplicarono, e per pompa non per merito: Ruggero di Sicilia, facendo cavalieri i suoi due figliuoli Ruggero e Tancredi, ne insignì con loro quaranta; nel 1294 Azzo d'Este aprì corte bandita per ottenere il cingolo da Gherardo di Camino, e avutolo, armò di propria mano cinquantadue militi; trecento ne armò Carlo Martello quando fu coronato re di Napoli il 1290: poi se n'abusò a segno, che Carlo IV imperatore nel 1355 commise al patriarca di dichiarar cavalieri tutti quei che venuti erano per ciò a Siena; onde coloro i quali aspiravano ad un onore che cessava d'esser tale dacchè rendeasi vulgato, ma che rincresceva di non possedere appunto perchè vulgato, raccomandavansi a quei ch'erano attorno al patriarca, «e quando erano a lui nella via, lo levavano in alto, e traevangli il cappuccio usato, e ricevuta la guanciata in segno di cavalleria, gli mettevano il cappuccio accattato col fregio d'oro, e traevanlo dalla pressa, ed era fatto cavaliere»[435]. Quando poi Carlo V fu coronato a Bologna, «colla spada toccava la testa di chi voleva esser cavaliere, dicendogli Esto miles; e tanti s'affollarono chieditori intorno a lui, dicendo Sire, sire, ad me, ad me, che egli stanco e sudando, e dicendo ai cortigiani No puedo mas, inchinò sopra tutti la sua spada, soggiungendo Estote milites todos todos; e così replicando, gli astanti si partirono cavalieri e contentissimi»[436].

Ottimo modo di svilire un'istituzione! e il farlo ben conveniva a cotesti superbi stranieri, che colla spada venivano a radere le gloriose memorie dell'Italia, e ai sentimenti nobili e generosi surrogare il calcolo e l'obbedienza incondizionata. E per verità allora la Cavalleria avea passato stagione, ma già avea prodotto gli effetti, che non furono pochi. In mezzo a gente armata, a un diritto universale della forza, si udì per essa proclamare la lealtà e la generosità: il braccio del prode fu armato a tutela del debole e a terror del prepotente; la vedova, il pupillo trovarono chi ne sosteneva i diritti, chiamando al duello giudiziario l'usurpatore de' loro beni: il castellano dal suo covile udiva squillare il corno del cavaliero, che lo sfidava alla prova dell'armi, per dimostrargli ch'era un villan traditore, un sanguinario. Istituzione mirabilmente opportuna quando verun potere sociale bastava a imporre un ordine interiore, o a proteggere gl'individui; convertiva l'educazione militare in poderoso stromento di sociabilità, facendo ancora, al contrario di ciò che stabiliva il feudalismo, alla nascita prevalere il merito per mezzo d'una nobiltà, diversa dalla germanica e feudale, e creata per valore dapprima, sempre per meriti personali; alla potenza stazionaria e inumana de' possidenti ne opponeva una mobile e generosa, con sentimenti elevati, colla passione della gloria e il puntiglio della lealtà: l'inviolabilità della parola e la squisitezza del punto d'onore davano una dignità, esagerata talvolta, ma che divenne carattere de' tempi moderni.

Questa comunanza, non forse di simboli e riti quanto alcuno vorrebbe, bensì di sentimenti, affratellava uomini di disparatissime nazioni, che cessavano di guardarsi per nemici dacchè erano cavalieri. Una gioventù, che cercava la fatica dei combattimenti e il riposo delle cortesie, che per istituto consacrava il coraggio alla giustizia e alla religione, crebbe l'amor delle pompe, de' tornei, delle corti bandite, ch'erano pure un nuovo riposo fra lo strepito dell'armi; introdusse il culto della donna, venerata come auspice della Cavalleria, e chiesta giudice e premio delle prodezze e delle tenzoni: onde il braccio del forte fu sottomesso all'irresistibile potenza della debolezza; e i nobili, inorgogliati soltanto della forza, rendevansi gentili; e mettendosi a contatto con altri, e a brillare nelle corti, alla selvatichezza surrogavano quelle maniere che da ciò appunto trassero il nome di _cortesia_.

I primi Crociati disegnavano sullo scudo la croce, che per tutta la vita attestava le devote loro prodezze, poi conservato nella famiglia, diveniva una testimonianza ai posteri. Quel semplice carattere venne poi complicato con altri segni, che esprimevano con nuovo linguaggio le imprese; e quegli scudi, sospesi ne' castelli paterni, trasmettevansi come illustrazione delle famiglie, divenendo così un distintivo delle case, mentre prima non n'era altro che il nome del feudo, e consolidando la società coll'attaccarla alle memorie.

Dalla Cavalleria e dalle crociate vennero pure gli Ordini cavallereschi militari. Uno di Spedalieri troviamo fin dal 952 all'Altopascio in Toscana, coll'uffizio d'accogliere i pellegrini, assistere i viandanti, mantenere le strade e i porti[437]. Dalla magnifica torre donde tutto si domina il val di Nievole, sonava la sera una squilla per avviare sulla bruna quei che ancora non avessero attraversato le palustri selve della Cerbaja.

All'ospedale di San Giovanni a Gerusalemme, che dicemmo fondato dagli Amalfitani, era affisso un Ordine di Spedalieri, il cui priore Gerardo della Scala, al tempo delle crociate, armò i suoi frati per ajutare l'impresa; e così venne alterata la loro natura, conservando la cura degl'infermi e dei pellegrini, ma più combattendo gl'Infedeli, e ne uscì quell'Ordine nobile che fu poi famoso col nome di Giovanniti e di cavalieri di Rodi e di Malta. Seguirono i Templari, i Teutonici ed altri estranei all'Italia. Per noi fa l'indicare i cavalieri di San Lazaro, segnati dalla croce verde, e dediti a curare i lebbrosi e difendere i sacri luoghi; che poi trasferiti in Francia, e nel 1572 con autorità di Gregorio XIII uniti all'Ordine di San Maurizio fondato da Amedeo VIII di Savoja il 1434, si conservarono fin ad oggi in Piemonte.

Particolari all'Italia furono i Frati Gaudenti di Santa Maria Gloriosa, istituiti nel 1204 da Loderingo di Andalò, con Gruamonte Caccianemici e Ugolino Capreto de' Lambertini nobili bolognesi, un Reggiano, il modenese Ranieri degli Adelardi ed altri, per insinuazione di frà Bartolomeo Breganze, vescovo di Vicenza, poi santo; ed approvati da Urbano IV[438]. Dovevano esser nobili per padre e madre; e seguivano la regola dei Domenicani senz'obbligo di celibato e di convivenza; e portavano mantello bianco, e su campo simile croce vermiglia sormontata da due stelle. Assumeano di protegger vedove e pupilli, orfani e poveri, e intromettersi delle paci: il comune di Bologna gli esentò da tutti i pesi reali e personali, ed altrimenti li privilegiò; e sovente le città d'Italia affidavano a loro la riscossione delle gabelle. Ma (dice Giovan Villani) troppo presto seguirono al nome i fatti, cioè d'intendere più a godere che ad altro.

Luigi di Táranto, secondo marito che fu di Giovanna regina di Napoli, in memoria della sua coronazione inventò l'ordine del Nodo (1347), i cui cavalieri giuravano ajutare il principe in qualunque occorrente; dovevano portare sull'abito un nodo di qual colore volessero, col motto _Se a Dio piace_; il venerdì prendevano cappa nera con nodo di seta bianca, senz'oro nè argento o perle, a memoria della passione. Se il cavaliero avesse dato o ricevuto ferita, il nodo doveva restare sciolto finchè avesse visitato il santo sepolcro; reduce dal quale, poneavi il proprio nome e il motto Piacque a Dio. A pentecoste, congregatisi in Castel dell'Ovo, biancovestiti, rendeano conto de' fatti d'arme più notevoli nel _Libro degli avvenimenti de' cavalieri della compagnia dello Spirito Santo dal dritto desìo_. Chi fosse imputato d'azione indegna, dovea quel giorno presentarsi con una fiamma sul cuore, e attorno scritto _Ho speranza nello Spirito Santo di riparare mia grand'onta_: mangiava in disparte nella sala, ove il principe e i cavalieri banchettavano. L'Ordine morì coll'istitutore; ma il Libro degli avvenimenti e degli statuti venne alla repubblica di Venezia, che ne fece dono ad Enrico III quando passò d'Italia il 1573; ed egli ne tolse norma per fondare poco poi l'Ordine del Santo Spirito in Francia.

Si pretese che Costantino Magno, a commemorare la vittoria sopra Massenzio, istituisse l'Ordine di San Giorgio o Costantiniano. Certo i Flavj Comneno, discendenti degl'imperatori di Costantinopoli, possedettero lungo tempo il granmaestrato di questa sacra milizia, e Giannandrea, ultimo di essi, lo lasciò a Francesco Farnese duca di Parma. Competeva esso ai Farnesi come duchi di Parma, o come retaggio domestico? punto che i recenti trattati lasciarono irresoluto; onde continuò a distribuirsi dal duca di Parma non meno che dai re di Napoli succeduti ai Farnesi, finchè non furono spossessati.

Vorrebbero connettere alle crociate anche l'Ordine savojardo dell'Annunziata, istituito, dal conte Verde il 1362, la cui collana è composta di lacci d'amore, colle lettere Fert, che si favoleggiano iniziali di _Fortitudo Ejus Rhodum Tenuit_. Amedeo VIII gli diede nuovi statuti nel 1409; Carlo III, il nome e l'immagine della ss. Annunziata nel 1518: e venti soli ne vanno decorati.

Quando i Turchi minacciavano la Germania e l'Italia, Pio II istituì l'Ordine della Madonna di Betlem e quello de' Gesuiti, d'effimera durata. Pio IV istituì lo Speron d'oro (1560), proprio de' pontefici, che davasi a tutti gli ambasciadori venuti a Roma, e potea conferirsi anche dalla famiglia Sforza Cesarini, dal maggiordomo del papa, dal governatore di Roma e dai nunzj; la quale comunicazione d'un diritto sovrano lo abjettò tanto, che Gregorio XVI (1831) ne mutò il nome e le divise.

L'arte trovò nella Cavalleria un nuovo campo, esteso quanto quello della devozione, dalla quale del resto era indivisibile. E ben presto anche l'Italia fu inondata da romanzi di Cavalleria, tradotti anche in vulgare; e se noi non contribuimmo verun originale ai periodi della Tavola Rotonda, de' Paladini di Carlo Magno, del Santo Graal, avemmo la più splendida esposizione della vita cavalleresca nell'Ariosto, e la più toccante nel Tasso.

Il primo veniva in tempi di critica, talchè della Cavalleria non presentò che il lato beffardo, e imprese che, a forza d'essere esagerate, diventano ridicole; paladini che uccidono migliaja d'uomini; armi incantate che rivestono eroi invulnerabili; spade che tagliano le armadure più robuste; scudi che abbagliano; lancie che col solo tocco scavalcano; e tutto il corredo della magìa, e di castelli incantati e cavalli volanti e foglie converse in navi...; e il cercare imprese folli e contro potenze sovrumane, e la religione volta in celia e in empietà, e l'amore inebbriantesi nella spensierata voluttà. Pure la vita cavalleresca ci è mostrata in quelle armadure a tutta botta, in quelle spade famose quanto i loro eroi, come la durlindana d'Orlando, la belisarda di Ruggero, la fusberta di Rinaldo, «che fa l'arme parer di vetro frale»; in que' cavalli rinomati, il Bajardo di Rinaldo, il Brigliadoro di Orlando, il Frontino di Ruggero; in quella fedeltà alla parola, per cui Zerbino protegge anche la scellerata Gabrina; in quella riconoscenza, per cui Ruggero combatte invece dell'imperatore Leone fin contro la propria amante; in quella difesa del debole oppresso, assunta da Rinaldo, da Bradamante, da Sansonetto; in quell'amore d'Isabella, che per serbar fede all'estinto sposo subisce la morte; in quella devozione di Orlando, che, qualora non sia impazzito d'un amor puerile, combatte incessante per l'imperatore e per Dio, e raccomanda l'anima al moribondo Brandimarte, «che de' suoi falli al re del paradiso può domandar perdono anzi l'occaso».