Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)
Part 37
Neppur frodi mancarono a quella pietà; e i Fiorentini venerarono un braccio di santa Reparata, ottenuto da Teano, finchè s'avvidero ch'era legno e gesso, finzione delle monache per serbarsi intera la loro santa. Più spesso l'ignoranza traeva in errore, e dove si scoprisse un sepolcro con una palma credeasi chiudesse un martire; le sigle _B. M._ esprimenti _bonæ memoriæ_, s'interpretavano _beato martire_; il ruolo d'una legione fu reputato un catalogo di santi; e i dottissimi e devotissimi Papebrochio e Mabillon fecero espungere dal numero dei santi una Argiride martire a Ravenna, un Catervio e una Saturnina a Tolentino, venerati sopra falsa interpretazione d'epigrafi.
In tempi che da una parte predicavasi una morale pura, rigorosa, senza condiscendenze; dall'altra le inclinazioni, non corrette da riguardi, da abitudine, da educazione, e fomentate da sciagurati esempj, portavano ad atti feroci, sentivasi il peccato anche nel commetterlo, e nasceva presto il bisogno d'espiarlo avanti alla giustizia divina. Di qui le penitenze pubbliche e rigorosissime. Un penitenziale di Pisa ci descrive quella che infliggeasi agli omicidi volontarj. Erano condannati a prigionia, e prima doveano da padrini ricevere la penitenza di tutti gli altri peccati; poi con essi padrini venir alla chiesa vescovile, davanti all'arciprete o al canonico penitenziario. Questo domandava al reo se si fosse redento degli altri trascorsi, e se per l'omicidio volesse entrare in carcere; e se affermava, venivagli imposto che tutta la quaresima, eccetto la domenica, digiunasse in pane e acqua, facesse cento genuflessioni, e recitasse cento _Pater_ ogni giorno, cento ogni notte; a nessuno parlare fin all'ora terza nè dopo compieta; non si lavare o asciugare le mani; giacere vestito e sulla paglia, del carcere non uscendo che per le necessità naturali; il sacerdote gli darebbe a mangiare una volta al dì, e d'un cibo solo, nè pesci o anguille; del pane datogli deve sempre far tre elemosine, ma ciascun pane sarà tale che gli avanzi bastino a sostentarlo; dal penitenziere o dal padrino è condotto al disposto luogo della prigionia; ivi depone le vesti solite ed ogni pannolino, per mettersi una tonaca aspra e zoccoli. Seguono le preghiere che si devono recitare su lui, e quali esortazioni fargli[415].
Quelli che per delitti rifuggivano alle chiese, spesso dopo flagellati condannavansi a pellegrinare. In espiazione del fratricidio, uno si strinse al braccio destro la spada micidiale con cerchi di ferro, sicchè la s'incarnò; quando arrivato al sepolcro di san Bononio abate di Lucedio nel Vercellese, di subito que' cerchi si spezzarono. Altrettanto accadde ad altri sulla tomba di sant'Appiano di Pavia in Comacchio e di san Teodebaldo suddetto nel Vicentino[416].
Presso al Mille un conte Ugone dell'Auvergne colla moglie Isengarda pellegrinò alla soglia degli Apostoli per iscontare le gravissime sue colpe: ma quando volle entrare in San Pietro nol potè, spasimando di dolori e rimorsi. Costretto a confessare questi patimenti, ha l'assoluzione da papa Silvestro, e l'obbligo di edificare un monastero. Reduce, alloggiò a Susa presso un amico, al quale raccontò i mali e la penitenza; ed esso l'esortò a dedicare il monastero all'arcangelo Michele, mostrandogli la chiesa, ivi a dodici miglia, ove tanti miracoli questo operava. Ed ecco la notte l'arcangelo stesso appare in sogno, e lo conforta a tal fatto; e così ebbe origine il famoso monastero di San Michele alla Chiusa, ricco di molta storia, e pietoso ai tanti che da quella valle scendeano di Francia in Italia[417].
E in pellegrinaggi furono spesso cambiate le pubbliche penitenze: il che non piaceva a Carlo Magno, perchè incentivo a gabbar gente; e invece d'andar randagi coi ferri e ignudi, pareagli espierebbero meglio i peccati stando fermi in un luogo a lavorare, servire, far le penitenze canoniche[418]. Non valse l'avviso, anzi i pellegrinaggi crebbero, e si dirigevano massimamente ai luoghi della Palestina, dov'eransi compiti i grandi misteri dell'aspettanza e della redenzione. Ivi ogni gleba portava l'orma d'un patriarca o d'un apostolo; i racconti della prima fanciullezza come gli studj dell'età matura erano pieni dei nomi di que' luoghi; i cantici di Salomone, i treni di Geremia, le maledizioni d'Isaia, le istruzioni del vangelo li rendean noti e cari a ciascuno come una seconda patria. Pertanto v'affluiva gente a visitarli fin dai primi tempi del cristianesimo, e sempre più quanto più si convertivano popoli germanici, amanti delle corse lontane e avventurose e infervorati di zelo recente.
Nell'850 un diacono di Spoleto, involontariamente micidiale del fratello, andò a Roma a riceverne penitenza, e cerchiate le braccia e il collo di ferro, fu mandato ai luoghi santi finchè impetrasse perdono. Dauferio, nobile beneventano, per avere ucciso Grimoaldo principe di Benevento, passò a Gerusalemme tenendo in bocca un sasso abbastanza grosso, cui traeva solo per mangiare[419]. Con quel pellegrinaggio vedemmo puniti i concubinarj di Milano, ed Erlembaldo andarvi ad attingere il coraggio di combatterli: a Cencio che l'aveva tratto prigione, Gregorio VII impose di visitare Terrasanta. Ad esortazione di Sergio IV vuolsi che molti Veneziani andassero a Gerusalemme verso il 1009, tra i quali Gherardo Sagredo che colà morì e fu sepolto. Ne ereditò il nome e la pietà il figlio, il quale fatto monaco e priore di San Giorgio Maggiore, volle visitare il santo sepolcro: ma una tempesta lo gettò a non so qual riva, dove un monaco lo persuase andasse piuttosto ad apostolare l'Ungheria. In fatto vi fruttò grandemente in propagar la fede, e vi ottenne un vescovado, poi il martirio; onde ancora in Ungheria e a Venezia è venerato col nome di san Gherardo[420].
Nel Mille, due reduci da Terrasanta, sorpresi da un miracolo, si fermarono in val del Tevere, e fatto un oratorio, vi deposero reliquie, dalla cui devozione originò la città di Sansepolcro. Il monastero di San Vito nel Lodigiano fu fabbricato il 1030 da un Ilderado di Comazzo, nobilissimo, vivente a legge ripuaria, il quale racconta: — Avendo commesso grave misfatto, pensai scontarlo pellegrinando oltremare. Ma il pontefice cui mi confessai, trovando leggera l'ammenda, m'impose di continuare tre volte la visita al santo sepolcro e a cento santuarj, scalzo i piedi, senza cavallo nè bastone, nè uso di moglie, nè fare verun agio alla carne, e mai non passando il giorno ove la notte. Non reggendo io a tanto, gli caddi a' piedi, supplicandolo ad alleviarmi questa penitenza: ed egli impietosito mi ordinò di fondar questo monastero, e offrirgli la decima di tutti i miei possessi»[421]. Quei possessi eran nullameno di quattromila quattrocensessantaquattro pertiche, oltre molti diritti lucrosi: e quel monastero contribuiva ogn'anno un denaro d'oro al santo sepolcro.
Ogn'anno poi da tutta Europa, ma principalmente dall'Italia e da Roma partivano carovane di devoti, che colla schiavina in dosso, il bordone alla mano, un cappello di larghe tese, uno zaino sospeso alle reni, dopo confessi e comunicati, e benedetti colle preci che ancor sono nel Rituale, andavano oltremare, donde portavano palme e conchiglie, che reduci deponeano con solennità alla patria chiesa. Volle partire con una siffatta comitiva Raimondo piacentino dopo perduto ne' traffici ogni aver suo: ma sua madre non sofferse di staccarsene; e udita insieme la messa solenne del pellegrinaggio, e ricevuto il bordone e la bisaccia, si posero in cammino. Visitati i luoghi santi, tornavano per nave quando Raimondo ammalò agli estremi. I marinaj voleano gettarlo all'acqua perchè la sua morte non recasse maluria al vascello; ma la madre li distolse. E guarì, e toccarono terra, ma allora la madre infermò e morì; e Raimondo tornò soletto a Piacenza, ove depose il sacro ramo della palma; e fu sempre nominato il Palmiero.
Coloro che da tutta Europa passavano in Terrasanta, soleano attraversare l'Italia, con guadagno delle nostre città marittime, le quali, oltre il naulo, vantaggiavano alle fiere che le carovane de' Musulmani teneano a Gerusalemme, una delle città sacre anche nella rivelazione di Maometto, e nominatamente sul calvario il giorno dell'Esaltazione della croce; e nei porti di Siria trovavano occasioni di utili baratti. La pietà faceasi un dovere di soccorrere ai devoti; per loro fondavansi ospizj; Bernardo da Mentone ne fabbricò due sul grande e sul piccolo Sanbernardo; un altro erane sul Cenisio; Venezia già nel secolo x avea per essi un ospedale alla Giudecca, poi nel seguente a Sant'Elena, ai Santi Pietro e Paolo di Castello, a San Clemente.
Non di rado era occorso ai pellegrini di doversi difendere colle armi; e quando il furibondo califfo d'Egitto Hakem Bamrillah perseguitò i Cristiani di Siria, papa Silvestro II esortò i nostri a proteggerli (1001), e in fatto Genovesi e Pisani corsero quelle spiaggie[422]. La morte di Hakem sospese le minaccie; i nostri stipularono di pagare un tributo al nuovo califfo (1021) Daher Ledinillah per vivere sicuri in Palestina; e gli Amalfitani ottennero da lui di fabbricare, presso alla chiesa di San Giovanni, uno spedale pei viaggiatori d'Occidente, con ricca dotazione che ogn'anno mandavano d'Europa. Di qui l'origine degli Spedalieri di San Giovanni, durati poi fin alla nostra età col nome di cavalieri di Malta.
Ci fu veduto come i Musulmani avessero occupato la costa settentrionale d'Africa, e di là invaso la Sicilia e l'Italia meridionale, correndo continuamente il Mediterraneo a danno delle navi e del litorale; e come contro di loro operassero Giovanni XIV e i Pisani; e finalmente battuti dai Normanni, non solo rinunziassero a dominare l'Italia, ma anche in Sicilia fossero ridotti a condizione servile.
In altre parti però le minaccie de' Musulmani rinfocarono non solo contro Terrasanta ma contro tutta Europa, quando una nuova gente settentrionale rianimò la foga dei seguaci del Profeta, voglio dire i Turchi Selgiucidi, che avendo invasa la Siria (1078), vi trucidarono i Cristiani e i Musulmani Alidi, rei del pari al loro cospetto di credere che un Dio s'incarnasse. Fu sentito allora il bisogno di prevenire il pericolo coll'assalire i nemici; e Gregorio VII invitò i Cristiani ad assumere le armi, e passar a combattere per Cristo, proponendo condurli egli stesso, appena domi i suoi nemici[423].
Spetta dunque a lui la prima idea delle crociate; ed è notevole che non nomina tampoco il santo sepolcro, titolo d'emozione allora, come adesso pretesto: bensì ne motiva l'estendere il regno di Cristo, respingere l'Islam, restituire all'Impero le provincie tolte dai Selgiucidi, riunirlo alla Chiesa latina siccome prometteva l'imperatore Michele Parapinace, spingersi fino in Armenia regno di Cristiani, e ricacciare i Turchi nel deserto Tartaro. Vittore III continuò quelle esortazioni nel suo breve pontificato, e tenuto coi vescovi e cardinali un concilio, da tutti i paesi d'Italia adunò un esercito cristiano, al quale diede il vessillo di san Pietro e indulgenza plenaria[424]. All'impresa pigliarono principal parte Genovesi e Pisani, che invasero le coste d'Africa (1088), e delle spoglie levatene abbellirono le patrie chiese.
Non era dunque nuovo il grido della guerra santa in Italia, allorchè un Pietro, eremita d'Amiens (1093), andato pellegrino a Gerusalemme, e tocco dalla miseria a cui gl'Infedeli vi riducevano la popolazione cristiana e i devoti avveniticci, corse l'Italia e l'Europa, in nome di Dio invitando i popoli a redimere la santa terra dall'obbrobrio della servitù straniera. In tempo che predominava il sentimento religioso, efficacissima sonò quella parola; tutta cristianità si scosse gridando _Dio lo vuole_, e ne cominciarono le spedizioni note sotto il nome di crociate. Raccolse quel grido popolare papa Urbano II, e convocò un sinodo a Piacenza (1095), al quale intervennero ducento vescovi d'ogni paese, da quattromila cherici e più di tremila laici, talchè le adunanze bisognò tenere all'aperta. Ivi si fecero molti decreti per restaurare la scarmigliata disciplina ecclesiastica e per garantire la tregua di Dio; e furono uditi nunzj dell'imperatore Alessio Comneno che esponeano le desolazioni della Palestina, esortando a dargli soccorso contro gli Infedeli, che spingeano le correrie fin sotto ai baluardi di Costantinopoli, e minacciavano tutta cristianità. Papa Urbano esortò all'impresa, e da molti ne ricevette giuramento: poi nel concilio di Clermont promise (cosa allora insolita) indulgenza di tutte le meritate penitenze a chi assumesse la croce e le armi. — Chi non prende la sua croce e mi segue, non è degno di me» ripeteasi da tutti i pulpiti. — Le cavallette non hanno re, e vanno insieme per bande. — Maledetto chi in viaggio porta il sacco o il bastone! Provvederà Iddio, il quale veste i gigli de' campi. — Dio lo vuole, Dio lo vuole!»
Come poc'anzi aveano tutti creduto alla fine del mondo, così allora tutti credettero al riscatto; ognuno lasciava ciò che più avea diletto, il castello, la sposa, i figliuoli; chi jeri rideva, oggi flagellavasi; i ladroni sbucavano dalle tane; parricidi, adulteri, sacrileghi vestivansi di cilizio, e moveano per fare sconto di loro colpe; v'era chi ferrava i bovi, e sulle benne caricava tutta la famiglia: turbe incomposte d'uomini, fanciulli, donne, senza guida, senza viveri, senz'armi s'avviavano a Gerusalemme, non sapendo ove ella fosse nè come vi giungerebbero, ma fidando nel Dio che aveva pasciuto Israele nel deserto. Con questo entusiasmo che avrebbe creduto colpa il ragionare, la turba, sui passi di Piero Eremita, precipitavasi per la via meno acconcia, cioè per l'Ungheria e la Bulgaria; e per difetto di cibi, o per assalto de' nemici e per vendetta delle popolazioni su cui arrivava devastando, perì a centinaja di migliaja. I baroni di Francia e Lorena mossero con ordine migliore per la Germania: un altro stuolo, con Ugo fratello del re di Francia, Roberto di Fiandra, Roberto di Normandia, Eustachio di Boulogne, passarono per Italia. A Lucca trovato il papa, vollero esserne benedetti; indi rivoltisi su Roma, ne cacciarono l'antipapa Guilberto, che dovette rinchiudersi in Castel Sant'Angelo. Giunti in Puglia quando più non era acconcia la stagione al tragitto, vi attesero la primavera.
Colà Amalfi erasi ribellata a Ruggero duca di Puglia, il quale per domarla si raccomandò a suo zio Ruggero conte di Sicilia; e questi, radunato gran numero di Saracini dell'isola[425] e unitili alle sue truppe e a grossa squadra di navi, assediò la città. Ma ecco in quello spargersi l'arrivo de' Crociati; subito il grido di Dio lo vuole risuona fra gli accampati; l'odio rinfervorato contro gl'infedeli fa parere iniquo l'adoperarlo contro i Cristiani: Boemondo, principe di Taranto e fratello del duca Ruggero, piglia tosto la croce, nella speranza di fare alcun acquisto in quell'Asia dove già egli avea combattuto i Greci; e moltissimi si accingono al passaggio. Così spegnesi l'ira fratricida, e Amalfi conserva la sua libertà.
I Crociati passarono in Epiro (1096); ma i Greci (che del resto mostraronsi sempre tepidi, spesso sleali in una guerra da essi invocata e di loro principale vantaggio) si adombrarono dell'arrivo di questi Normanni che testè aveano provati nemici, e in fatto non tardò occasione di venire all'armi. Boemondo li battè, occupò molto paese, e comparve nella reggia di Costantinopoli con tal fierezza, che Alessio Comneno non trovò migliore spediente che chiamarlo a sè, lasciargli scegliere quante ricchezze volesse, e rimandarlo col solo patto che gli facesse omaggio.
Non è nostro ufficio il divisare quell'impresa, la prima che s'assumesse a nome dell'intera cristianità, e la più magnifica negli effetti, giacchè impedì che l'Europa divenisse musulmana. Diremo solo come i nostri non vi si precipitassero con tanto ardore quanto gli stranieri, attesochè da un lato (al par degli Spagnuoli) non aveano bisogno di cercare fuor di casa la guerra contro gl'infedeli, dall'altro teneano traffici vivi in Siria: pure Folco, poeta di quegli avvenimenti, canta che dalle rive dell'Adige, dell'Eridano, del Tevere, della Magra, del Vulturno, del Crustamino partì gran popolo, Liguri, Italiani (Lombardi?), Toscani, Sabini, Ombri, Lucani, Calabresi, Sabelli, Aurunci, Volsci, Etruschi, Apuli[426]. V'è chi scrive l'impresa essere stata consigliata e ispirata dalla contessa Matilde[427]; ma nessun contemporaneo ne fa motto, benchè all'indole di lei si convenga il credere vi persuadesse e ajutasse gl'italiani, e massime i Toscani.
Fra gli ostacoli dei Greci infidi e dei Turchi nemici, l'esercito procedette fin che prese Nicea ed Antiochia, _occhio della Siria, perla dell'Oriente_ (1097-98).
Repugna all'indole feudale il supporre la spedizione diretta da un solo capitano, come disacconciamente favolò il Tasso: ciascun barone, ciascun uomo passava cogli uomini, colle provvigioni, colle armi, coi consigli che credeva, nulla avendo di comune se non l'intento, ispirati dall'unica idea allora universale, la religione, e col calore che le passioni sogliono acquistare in una moltitudine radunata al medesimo scopo. Fra' baroni andati da Italia si segnalò Tancredi, figlio del marchese Odone Buono e di Emina sorella di Roberto Guiscardo, tipo del valor generoso e devoto; mai non invocato indarno dal debole, fedele a tutta prova, d'un valore che crescea cogli ostacoli e che si nascondeva, cercando meriti pel cielo non acquisti in terra. Fiero ed astuto invece Boemondo suo cugino aspirava più ai regni mondani che al celeste: onde appena fu presa Antiochia, vi si fermò, facendosene un regno.
Dopo lunghi travagli (1099 — 15 giug.) anche Gerusalemme fu espugnata, e si trattò di porne re Tancredi: ma egli preferì consacrare la sua spada a difenderla dai rinascenti Musulmani; e lo scettro fu dato a Goffredo di Bouillon. Al modo che i Barbari aveano fatto dell'Italia, la Palestina fu allora partita fra i cavalieri latini, ciascuno regnandone un brano, difendendolo, estendendolo, governandolo, sotto la nominale primazia del re di Gerusalemme.
Anche i conti di Biandrate e di Savoja campeggiarono colà. De' minori combattenti non si parla, giacchè, se le imprese del medio evo son la più parte anonime, queste ancor più, dove tutti chiedeano ricompense eterne, anzichè glorie mondane. Bensì le tradizioni posteriori accennano a fatti e persone non bene accertati. Padova nomina Aicardo di Montemerlo e Isnardo di Sant'Andrea del Musone, il primo de' quali, nobilissimo giovane e soldato arditissimo, restò morto all'assedio di Nicea. Galvano Fiamma vuole che da Milano un mirabile esercito passasse alla crociata cantando Ultreja: ma il suo genio parabolano, l'esser vissuto due secoli dopo, e il silenzio dei cronisti coevi o vicini, come Landolfo Juniore, gli scemano fede; tanto più che l'abate Uspergese afferma che sin al 1100 i Lombardi aveano sempre mancato al voto di concorrere alla crociata. Pure i cronisti milanesi sanno che il loro arcivescovo Anselmo da Bovisio partì a menare soccorsi ai Crociati, e dinanzi all'immensa turba portava un braccio di sant'Ambrogio in atto di benedirla[428]: era banderajo Giovanni da Ro, e capitano Ottone Visconti, il quale, ucciso un gigante infedele, gli tolse il cimiero, figurante un drago che ingoja un fanciullo, e ne formò lo stemma de' Visconti. La spedizione riuscì alla peggio, e l'arcivescovo stesso vi perì, o combattendo, o a Costantinopoli in conseguenza d'una ferita: e i Crociati che rimpatriarono, istituirono il luogo pio delle Marie e la chiesa di San Sepolcro, alla quale poi annualmente dirigeasi e dirigesi[429] dalla metropolitana lombarda una processione in ricordanza di quel fatto. A Imola i Sassatelli e i Carradori presero la croce, e Vincenzo Cesare de' Carradori vi menò cento compatrioti a proprie spese. A Siena in Bicherna è un quadro che ricorda l'invio di 2000 crociati.
Tarda adulazione inventò un Rinaldo, giovane eroe, dal quale poi derivasse la casa d'Este; ma nella storia non n'è il minimo vestigio. I Fiorentini vorrebbero che Pazzino de' Pazzi montasse il primo sulle mura di Gerusalemme, onde da Goffredo ebbe in dono alcune scaglie del santo sepolcro, colle quali in patria accese il fuoco benedetto. Ne derivò a quella famiglia il privilegio di rinnovare il fuoco al sabbato santo, e correvano a recar la facellina per tutte le vie sopra un carro, che poi s'ingrandì e ornò; ed oggi ancora va in volta mandando la colombina fin al coro della cattedrale, poi dando il volo a molti fuochi artifiziali sul canto dei Pazzi.
Alla prima crociata andarono i Pisani (vuol la tradizione), e Cucco Ricucchi portava un crocifisso, il quale nell'assalto di Gerusalemme voltossi verso i combattenti gridando: «Seguite, o Cristiani, che avete vinto». Quel crocifisso tennero sempre i Pisani in gran venerazione nel loro duomo, caricandolo di doni e voti: e da qui derivò l'uso a Pisa e al restante contado, che nelle processioni si porti il crocifisso rivolto verso i seguaci. Il Trinci fa andare a quella guerra Guido da Buti, Guido da Ripafratta, Ezelino da Caprona, Alfeo Salvucci da Biéntina. Ma mentre alcuni fan principale onore ai Pisani della presa di Gerusalemme, Guglielmo di Tiro li dice arrivati solo alla fine del 1099, condotti dall'arcivescovo Daimberto, che salì patriarca della santa città, e del quale abbiamo la lettera con cui, a nome anche di Goffredo, del conte Raimondo e di tutto l'esercito, dava ragguaglio di quella presa a Pasquale II, che ne scrisse ringraziamenti ai consoli di Pisa.
Accompagnavali la flotta genovese di ventotto galee e sei vascelli, sulla quale montava pure lo storico Caffaro, e vuolsi comandata da Guglielmo Embriaco, il quale avrebbe insegnato l'uso delle torri mobili. Le due genti di conserva assalirono Cesarea; e ricevuta prima la comunione, ed esortati da Daimberto e dal console genovese Malio, la presero d'assalto. Dalle spoglie i Genovesi ottennero il famoso catino, che credeasi uno smisurato smeraldo e donato dalla regina Saba a Salomone, e che ancora si venera come reliquia se non come tesoro. Da Tancredi ottennero un quartiere d'Antiochia dov'egli era principe, e di Laodicea con mercato franco e il libero uso dei porti[430].
Venezia, per non guastare i suoi traffici coi principi di Levante, freddamente avea cooperato alla crociata: come però vide Pisani e Genovesi tornarne carichi di prede, volle partirle, e impedire che quelli preponderassero; e scontrata la flotta genovese, la battè e svaligiò, dando agl'infedeli l'abbominevole soddisfazione di veder Cristiani uccisi da Cristiani.