Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)
Part 36
La feudalità non potea metter radice dove non s'aveva territorio: l'alto clero sceglievasi sempre tra i nobili, onde questi non discordavano dagli ecclesiastici. San Marco fu sinonimo dello Stato, lo che dava a questo un aspetto religioso; il servizio pubblico non importava soggezione ad altr'uomo, ma un obbligo verso quel santo; e più d'un doge depose il cornetto per finire in un monastero una vita logorata a servire san Marco. Pier Candiano III erasi associato il figlio, il quale congiurò contro di lui; ma il popolo stette pel padre, e cacciò il figliuolo, che, protetto da re Berengario II, mosse contro la patria (959), di che il padre morì di crepacuore. Il popolo dimentico elesse quel figlio, che si mostrò crudele nell'interno, prode e vigoroso di fuori, destreggiando cogl'imperatori d'Oriente e d'Occidente; proibì ai Veneziani di trafficare di schiavi coi Saracini, nè di portar lettere a Costantinopoli se non passando per Venezia. Repudiata la veneta Giovanna, obbligandola a farsi monaca, e chierico il figlio, sposò Gualdrada sorella del famoso Ugo marchese di Toscana, che con corteggio di regina gli portò ricchissima dote di beni sodi e di servi. Per difender questi assoldò bande straniere; e inorgoglito del costoro appoggio, cominciò a trattare d'alto in basso la nobiltà veneta, e attaccar liti coi vicini; prese un castello de' Ferraresi, fe devastare Oderzo, e via di questo passo. I Veneziani, perduta pazienza, lo assalsero, e perchè si difendeva co' suoi armigeri, diedero ascolto a Pietro Orseolo, ed appiccarono fuoco al palazzo ducale. La fiamma si dilatò alle vicine chiese di san Marco, san Teodoro, santa Maria Zobenico e a più di trecento case; e il doge fu trucidato con un suo fanciullo.
Gli sottentrò l'Orseolo (976), il tristo consigliatore, eppure uomo di somma pietà, che tutto s'adoprò a restaurare i danni, rifece il palazzo e la basilica Marciana, zelò la giustizia. Sentendo però d'aver nemici, e rimorso della parte presa alla fine del predecessore, raddoppiava atti di penitenza; da Guarino, abate guascone di famosa santità, si lasciò persuadere a ritirarsi nella vita monastica; e segretamente passato in Francia, visse da frate, e dopo morto (978) ebbe onori di santo. Anche Vitale Candiano suo successore, dopo brevissimo comando, si chiuse in una badia.
Sotto Tribuno Memmo succedutogli entrò la peste delle fazioni, fin allora sconosciuta in Venezia, venendo a contesa i Caloprini coi Morosini; e sorti in armi (979), questi furono cacciati. Ottone II stava ancora in rotta coi Veneziani per l'uccisione del doge: ora Memmo gli mandò ambasciadori, coi quali fu concordata la pace, determinando anzi i limiti[406]; ma i Caloprini, per avere il dogato e per nuocere ai Morosini, offersero a Ottone quel destro di sminuire l'impero greco, e a tutte le terre da sè dipendenti proibì di portar vettovaglie a Venezia, nè ai Veneziani di metter piede nel suo impero. Memmo punì i mali istigatori col diroccarne le case; ma quel blocco metteva in gravissima congiuntura la Repubblica, se opportunamente non fosse morto Ottone. I suoi successori diedero a Venezia il privilegio di negoziar soli di sale e di pesce marinato. I Caloprini, per mediazione dell'imperatrice Adelaide, ottennero perdono e giurata sicurezza; ma poco poi, i tre figliuoli di Stefano Caloprino in gondola furono trucidati dai Morosini. Il Memmo finì monaco.
Pietro Orseolo II (991) conta fra' più illustri dogi per avere ampliato la potenza dello Stato; spedì ambascerie ai Saracini, dominanti sulle coste d'Asia e d'Africa; ottenne nuovi mercati da Ottone III e dal vescovo di Treviso; compì il palazzo ducale e la basilica; trovò occasione di sottomettere le città marittime della Dalmazia sottrattesi ai Croati, e Parenzo, Pola, Ausero, Veglia, Arbe, Trau, Spalatro, Curzola, Lesina, Ragusi ed altre, che conservando proprj statuti, riceveano il podestà da Venezia; e il titolo di _duca di Dalmazia per misericordia di Dio_ fu aggiunto a quello del doge.
Questo godeva terre, decime, pesche, caccie, vestiva riccamente, gran treno di servi, in chiesa si cantavano le sue lodi; egli intronizzava i prelati, benediva il popolo, dava l'avocazia delle chiese del dominio, giudicava liti o spediva messi a giudicarle: ma da un lato lo frenava l'aristocrazia, dall'altro il popolo, ancora mobile e rivoltoso. Già dodici dogi erano stati eletti figli di doge ancor vivo; laonde si temeva non si riducesse ereditaria anche quella dignità, come succedeva delle feudali sul continente. E però Ottone Orseolo (1009) succeduto a Pietro fu cacciato dal popolo, e si provvide che nessun doge potesse associarsi verun congiunto, nè designare il successore. L'autorità del doge fu ristretta col volere che non deliberasse se non con due tribuni, poi col togliergli la nomina de' giudici, istituendo il magistrato _del Proprio_. Il doge era però ancora eletto da tutto il popolo, donde frequenti sedizioni fra gli aspiranti.
Venezia nulla risentì della lotta delle Investiture, attesochè il doge non le conferiva; esso nominava il primicerio e i cappellani di San Marco; popolo e clero continuavano ad eleggere i vescovi; il patriarca, più tardi creato, ricevendo il soldo dallo Stato, restava alieno dalle pretensioni feudali dei prelati del continente. I terribili incendj di cui patì, diedero modo a Venezia di attestare le sue ricchezze con fabbriche solide e belle, e che compite quando non aveva nè miniere nè bestiame nè vino od altra produzione, attestano il prosperare de' suoi traffici. In fatto, cresciute le navi per tutela e commercio, Venezia si trovò donna del Mediterraneo, e le costituzioni e le leggi dirizzava ad alta prosperità mercantile, allettando i forestieri con privilegi, sicurezza, buona moneta, pronta giustizia. Il doge poteva essere mercante, e in alcuni trattati si trova stipulata esenzione di gabelle per le merci di lui; ma poi fu stanziato che, salendo al trono, liquidasse i suoi conti.
Premeva alle città marittime l'amicizia di Costantinopoli, centro delle arti, del lusso e dell'eleganza, ed emporio alle merci provenienti dall'India per la via di Alessandria: ma come gli Arabi ebbero occupato l'Egitto, la necessità di più lunghi tragitti le rincarì, sicchè i nostri, invece di comprarle a Costantinopoli, preferirono andarle a raccorre in Aleppo, a Tripoli e in altri porti di Siria, dove erano recate dall'India sul golfo Arabico, poi per l'Eufrate e il Tigri fino a Bagdad, traverso al deserto di Palmira riuscendo al Mediterraneo. Quando poi il soldano d'Egitto riaperse il golfo Arabico, via degli antichi, i nostri posero stanza ad Alessandria, rassegnandosi agli oltraggi e alle gravi esazioni de' Musulmani; e quel che ivi raccattavano, distribuivano poi in tutti i porti del Mediterraneo e della Spagna, e fin ne' Paesi Bassi e nell'Inghilterra.
La politica di Venezia si limitava dunque al Levante; e durava l'uso che i dogi chiedessero la bolla d'oro in segno d'investitura dagl'imperatori di Costantinopoli. Coi quali ebbero talvolta guerra, poi ottennero buon accordo e vantaggi di commercio, e la cessione delle città di Dalmazia e d'Istria, col che ebbero legalizzata la dominazione che già vi esercitavano.
Poco tardò nuova guerra (1171) coll'imperatore Manuele Comneno, a cui fu pretesto il non averlo soccorso contro i Siciliani, ragione i privilegi da esso largiti ai Pisani. Dicono in cento giorni si allestissero cento galee, ciascuna di cenquaranta remiganti, oltre i soldati: ma la sconfitta e la peste distrusse il bello armamento, tanto che sole diciassette tornarono, dopo ottenuta dura pace, e condussero in patria la peste[407]. Questi mali esacerbarono il popolo (1172), che uccise il doge Vitale Michiel II, decimonono sopra i quaranta, di cui il dominio finisse violentemente: ma fu anche l'ultimo.
Venezia non era la sola città prosperante per commercio marittimo. Gli Amalfitani vantavano discendere da cittadini di Roma, che Costantino Magno mandava a Bisanzio, e che naufragati stettero alcun tempo a Ragusi, poi passarono a Melfi, il cui nome applicarono alla nuova patria che si edificarono sul pendio e in riva al golfo di Salerno là dove un tempo era fiorita Pesto. Il ducato formatosi abbracciava le terre del contorno e le isole dei Galli e di Capri, obbedendo ai Greci, la cui lontananza lasciava quasi intera indipendenza. Sicardo principe di Benevento sottomise Amalfi, giovato dalle fazioni che la sovvolgeano, e rubatone il denaro e il corpo di santa Trifomene, costrinse gli abitanti a migrare a Salerno, e con nozze congiungersi a' suoi sudditi, de' cui diritti li fe partecipi[408]. Ma appena Sicardo cadde (840), gli Amalfitani corsero al porto, e le spoglie della saccheggiata città posero sui legni, coi quali tornarono alla patria restaurando le munizioni; e omai indipendenti anche dal catapan greco, si governarono a repubblica con un prefetto o duca, estesero le loro merci in tutto l'Oriente, e le loro leggi marittime divennero canone nel Mediterraneo e nel Jonio, come un tempo quelle di Rodi.
Amalfi non era però così gelosa dell'indipendenza che non cercasse capi stranieri; e nel 1038 si sottopose a Guaimaro principe di Salerno, sempre facendo riserva delle proprie libertà.
Ivi Siciliani, Arabi, Indi, Africani venivano a vendere e barattare[409]; il popolo mostrava sua baldanza con frequenti rivolte, ornava la patria colle spoglie delle terre remote, e a Gerusalemme avea fondato due monasteri e uno spedale per comodo de' pellegrini, e per farvi poi mercato alle grandi solennità. I suoi tarì erano la moneta più diffusa in Levante prima che i Veneti vi portassero i ducati. Nelle galee usava scafi piccoli, corti remi; sicchè volendo far impresa contro una terra, si tirava in secco la galea, e le vele servivano ad accamparsi, i banchi a dare la scalata, i rematori a costruire e movere i tormenti da guerra.
La superba Genova, appiè di sterili montagne, flagellata da un mare poco pescoso, e costretta a cercar vita dalla navigazione, già all'uscire del secolo IX garantiva da sè la propria sicurezza, con un governo semplice, atto a tutelare le franchigie del popolo e affezionarlo alla patria ed agli affari. N'aveano privilegio i nobili, eletti però popolarmente, come era popolare il general parlamento che deliberava de' comuni interessi, e riceveva i conti resi da' magistrati uscenti. Il commercio in grande maneggiavasi dai nobili, forse cadetti delle famiglie che teneano feudi sulla riviera. E poichè guerra continua doveano menare coi Musulmani, e da questi difendere od acquistare gli scali di Levante, univano le professioni dell'armi e della mercatura. Ottenendo considerazione chi potea mettere sulle banche grossi capitali, cessava la distinzione di razze nobili ed ignobili, dividendosi piuttosto i cittadini in compagnie, tribù, maestranze. In queste non si entrava che dato il giuramento; e chi non v'appartenesse invano aspirava a cariche pubbliche, la cui nomina era ad esse serbata. La nobiltà non vi si fondava dunque sui terreni, ma su banchi, sulla navigazione, sul credito, sulle continuate magistrature.
I vivi traffici in Levante faceano Genova emula di Venezia; la postura sul mare stesso la recò prontamente in lotta con Pisa. Questa, già nominata per traffici nell'età romana, anche sotto i Longobardi conservò qualche indipendenza, giacchè Gregorio Magno querelavasi delle piraterie da' Pisani esercitate contro i sudditi dell'impero, ed essi e Sovana di Maremma esortava a spalleggiare Maurizio imperatore. Fu poi sottoposta forse al duca di Lucca, del quale ai tempi di Carlo Magno era incombenza il difendere la spiaggia dalle correrie de' Greci. Ottone II, quando voleva osteggiare i Greci di Calabria e di Sicilia, mandò a chiedere ajuti da' Pisani: e vuolsi che gl'inviati da lui fossero sette baroni dell'Impero, i quali, morto Ottone, si fermarono colà, e diedero origine alle sette famiglie de' Visconti, Godimari, Orlandi, Verchionesi, Gualandi, Lanfranchi, Sismondi; alcuno aggiunge i Caetani e i Ripafratta; e formarono una nobiltà, distinta dall'indigena. I marchesi di Toscana vi risedeano alternamente con Lucca, donde un'invidia, che nel 1003 scoppiò una guerra, che è la prima che si ricordi di città a città in Italia, e dove all'Acqualunga Pisa rimaneva superiore.
Tra essa e il mare estendesi un piano sì poco declive, che vi si formano acquatrini e canneti: l'Arno poi, che allora la lambiva ed ora la fende, non è fiume bastevole a servirle di porto, come fanno il Tamigi per Londra, la Schelda per Anversa, il Tago per Lisbona. Dovette dunque crearsene uno, che fu detto Porto Pisano, a dodici miglia dalla città e vicino a Livorno, in vista dello scoglio detto la Meloria, famoso poi per triste battaglie.
Pisa teneva relazione coi Greci della Calabria, e banco ne' principali porti di quella, e nel suo riceveva mercadanti di paesi lontanissimi[410]. Colle ricchezze acquistate trafficando riducea fruttifero il prosciugato delta dell'Arno, e le rive del Tirreno: i gentiluomini delle colline dal val di Niévole all'Ombrone chiesero la cittadinanza; v'accorrevano quelli che sottraevansi ai marchesi di Toscana; gran signori tenevano palazzi nel suo recinto e castelli ne' contorni; e la nobiltà esercitava l'ingegno governando la patria o i paesi conquistati. Generalmente favoriva agl'imperatori; parzialità che diviene, si può dire, il carattere della sua storia successiva.
Dalla costa, ove possedeva da Lérici a Piombino, salvo alquanti castelli di signori, vagheggiava la Corsica e la Sardegna. Quest'isola, anticamente considerata uno de' granaj di Roma, fu poi a vicenda invasa da Vandali, Goti, Greci; infine Musetto (Mugheid al-Ameri) re moro vi annidò una banda di corsari; mentre i montanari fra le balze conservavano le credenze e i costumi antichi, che non dismisero fino ad oggi. Da quella vicinanza grande sconcio veniva a Pisa, che perciò eccitata dal papa[411], accordatasi con Genova e ajutata dai natii, obbligò Musetto a ritirarsi in Africa. Ogni anno egli rinnovava tentativi di ricuperar l'isola, sicchè i Pisani stabilirono attaccare le coste de' Barbareschi, e presa Bona, minacciata Cartagine, costrinsero Musetto a chieder pace. L'indomito vecchiardo, avuto ajuti dalla Spagna, ritentò l'impresa, e scannate le guarnigioni pisane, ebbe tutta Sardegna, da Cagliari in fuori. Il popolo pisano si scoraggiava a fronte del rinascente nemico, ma i nobili s'accinsero all'ultimo sforzo, e ajutati da Genova, dai Malaspina marchesi di Lunigiana, dal conte Centilio di Mutica in Spagna, allestirono una flotta, che capitanata dal plebeo Gualduccio, prese terra, sconfisse i Mori (1050), fe prigione Musetto, che a Pisa morì in carcere. E l'isola fu tutta de' Cristiani, i quali se la spartirono: ai Genovesi Alghero, al conte di Mutica Sassari, ai Malaspina le montagne, il distretto di Cagliari ai Gherardeschi, di Ogliastra ai Sismondi, di Arboréa ai Sardi, d'Oriserto ai Cajetani. Poco andò che que' signori cessarono ogni dipendenza dalla metropoli, e cinque principalmente prevalsero col titolo di giudici o re di Cagliari, Sassari, Logodoro, Arborea, Ogliastra.
Questi fatti non sono abbastanza accertati, e tanto meno le loro particolarità; vivono però in tradizioni antiche, fra le quali è pure che, mentre i Pisani veleggiavano sopra la Sardegna, Musetto tentò sorprendere la loro città, e già aveva occupato la sinistra dell'Arno, quando una tal Cinzica de' Sismondi chiamò all'armi il popolo e rincacciò i nemici. Il fatto diede nome di Cinzica al quartiere d'oltrarno, e origine alla festa di Ponte, battaglia che si dava sul ponte dell'Arno, finta nell'intento, ma che spesso riusciva troppo da vero.
I Pisani assalsero poi di nuovo gli Arabi in Sicilia (1063), ed entrati nel porto di Palermo, e trovatovi sei navi di carico, cinque abbruciarono, l'altra con ricchissime spoglie condussero in patria, dove se ne valsero per fabbricare il meraviglioso loro duomo[412]. Anche nel 1087 i Pisani strinsero in Mehedia il re Timino, il quale morì nel 1106 lasciando cento figli e sessanta figliuole.
Quando, alla pasqua del 1113, la devota plebe accorreva a Pisa per ricevere la benedizione, l'arcivescovo Pietro fe recare una croce, e con parole di gran forza dipinse le sevizie usate dai Barbareschi corseggiando, e massime da Nazaradech re di Majorca, il quale dicevasi tenesse ventimila Cristiani a penare ne' suoi bagni; sorgessero, vendicassero alla libertà e alla religione quei loro fratelli. Primi risposero all'esortazione i vecchi, memori degli altri trionfi riportati sopra i Saracini; i giovani li secondarono, e dodici cittadini scelti a diriger l'impresa, coi soccorsi di Roma e di Lucca e col legato pontifizio salparono. Fortuna di mare li trasse fuor di corso, e credendosi approdati alle Baleari, cominciarono il guasto: ma chiaritisi ch'erano invece in Catalogna, s'acquetarono e chiesero compagni all'impresa Raimondo conte di Barcellona, Guglielmo di Montpellier, Emerico di Narbona, coi quali s'impadronirono d'Ivica e di Majorca, menandone via gran preda, e re e regina che si battezzarono. Le cronache di Firenze, esalanti municipale gelosia, raccontano che i Pisani, temendo non fosse la loro città molestata dai Lucchesi durante quella spedizione, chiesero ai Fiorentini la prendessero in custodia (1114). Vincitori, domandarono a questi che premio desiderassero fra le spoglie recate da Majorca; se le porte di tallo o due colonne di porfido. I Fiorentini preferirono queste, e i Pisani gliele mandarono rivestite di scarlatto; ma si volle che prima le guastassero coll'affocarle[413]. Sono quelle che ancora vediamo alla porta del bel San Giovanni.
Dello spartimento della Sardegna i Genovesi rimasero scontenti, e tardarono a ritirarsi finchè i Pisani non li cacciarono coll'armi. Di qui erano cominciate invidie e rancori, che poi scoppiarono pel possesso della Corsica: isola importantissima pel legname di costruzione, la pece, il catrame, e perchè assicurava il commercio del mare occidentale. Aveva subìto la dominazione de' Vandali, poi dei Goti, il cui re Teodorico l'avea giovata di provvedimenti, creando anche espresso per lei un conte, acciocchè non fosse costretta a portare fin sul continente le querele. I Longobardi, sprovvisti di flotte, non aveano pensato a sottometterla; sicchè senza contrasto la tennero gl'imperatori greci, e ne fecero pessimo governo, gli sconci del dominio lontano crescendo colle persecuzioni religiose. Fu poi invasa dagli Arabi, della cui dominazione è ancor testimonio il Moro cogli occhi bendati ch'essa porta nello stemma; e la tradizione vorrebbe che un Colonna romano la ritogliesse agli Infedeli, e l'acquistasse in regno. Fatto è ch'essa fu, come ogn'altro paese d'allora, sminuzzata fra varj signori, sui quali i Pisani ambivano aver l'alto dominio per rinforzo al loro partito. La ambivano pure i Genovesi per un compenso o un contrappeso alla Sardegna: ma que' signorotti, mal soffrendo di dipendere da città mercatanti, preferirono il papa, il quale, secondo il diritto del medio evo, ritenevasi sovrano di tutte le isole, e che in effetto ne fu salutato signore, e vi deputò dei marchesi (1077). Ma l'isola era sovvertita da incessanti turbolenze; delle quali infastidito, Urbano II la infeudò ai Pisani (1091) quando maggior bisogno aveva dell'amicizia e del denaro di essi, e i vescovi dell'isola dichiarò suffraganei a quello di Pisa, che fin allora non ne aveva.
Di tutto ciò crebbe la gelosia de' Genovesi, i quali alfine assalsero Porto Pisano con ottanta galee 1126, quattro grosse navi cariche di macchine, e ventiduemila uomini da sbarco, fra cui cinquemila armati di corazza e caschetti di ferro. Tanto poteva una sola città! I mari furono insanguinati, devastate le coste, finchè Innocenzo II li riconciliò (1133); e per equipararne i diritti, eresse Genova in arcivescovado sottraendola al metropolita di Milano, e vi sottopose i vescovi delle due Riviere e tre della Corsica, mentre al pisano suffragavano quei della Sardegna. Da quel punto Genova si professò papale, perchè Pisa stava alla divisa degl'imperatori.
CAPITOLO LXXX.
Crociate. — La Cavalleria.
Le imprese de' Pisani formano quasi il preludio della più segnalata del medio evo, voglio dire le crociate. Antichissimo è l'uso di visitare le tombe de' martiri e i santuarj, principalmente San Jacopo di Galizia, Gerusalemme, ed in Italia il monte Gargano e le soglie degli Apostoli. I devoti che d'ogni paese ed in ogni tempo venivano a queste, ci portavano non soltanto denaro, ma ragguagli di contrade inaccesse; e a vicenda qui attingevano idee d'una civiltà, ben superiore a quella delle loro patrie.
I pellegrinaggi si volgeano principalmente a luoghi di reliquie famose; e massime dopo il Mille si estese questa devozione, fondata non solo su antica tradizione ecclesiastica, ma sulla natural venerazione per gli avanzi di persone care ed onorate. Se ne abusò, e poichè aveansi come un tesoro, si cercavano fin colla violenza o la frode. Ne vedemmo smaniato Sicardo principe di Benevento, che colla guerra obbligò Napoli a cedergli le ossa di san Gennaro, Amalfi quelle di santa Trifomene, Lìpari quelle di san Bartolomeo. Queste ultime eccitarono il desiderio di Ottone III, e i Beneventani non osando disdirgli la domanda, gliele scambiarono con quelle di san Paolino (pag. 368).
Vuolsi che fino dal 653 i monaci di Fleuriac rubassero da Montecassino i corpi di san Benedetto e santa Scolastica. Adalberto marchese di Toscana, osteggiando Narni, ne portò via quelli di san Cassio e santa Fausta, che depose in San Frediano di Lucca. Famoso involatore di reliquie Teodoro vescovo di Metz, militando per tre anni in Italia con Ottone Magno suo cugino, cercò d'averne _quocumque modo potuit_, e Sigeberto ne fa lunga enumerazione. Trovandosi a Roma mentre Giovanni VIII benediceva un convulsionario colla catena di san Pietro, esso la ghermì, giurando non la rilascierebbe, se non gli si tagliassero le mani: e a fatica fu ottenuto s'accontentasse d'averne un anello[414].
Era morto nel 1074 a Solaniga presso Vicenza san Teodebaldo romito della stirpe dei conti di Sciampagna, e i Vicentini ne vollero per forza il cadavere; ma i monaci della Vangadizza presso l'Adigetto riuscirono a rapirlo, e di grandi miracoli egli fortunò la loro badia. Rodolfo fratello dell'estinto venne per richiederlo a calde istanze; ma fu assai se potè ottenerne qualche reliquia. Alcuni mercadanti di Bari, trafficando a Mira nella Licia, macchinarono di rapire gli avanzi di san Nicola, e fra scaltrezze e forza gli ebbero, e in mezzo a miracoli li portarono a Bari, d'allora frequentatissima da devoti. Pure alcun tempo dopo i Veneziani rubavano da Mira stessa un corpo, che asserivano esser quello di san Nicola: pretensioni opposte, che recarono serie emulazioni. Essi Veneziani con lunga astuzia tolsero da Alessandria le reliquie di san Marco (pag. 523): giunte a Venezia, furono murate entro un pilastro della cappella ducale, affidandone il secreto al solo primicerio, al procuradore ed al vescovo: smarritasene poi la memoria, fu per altri portenti rinnovata nel 1094, quando il corpo venne di nuovo riposto con tal segretezza, che fino ai dì nostri non fu più rinvenuto. Attorno al Mille crebbe la smania, l'amore delle reliquie; molte per rivelazione se ne scopersero, e di preziose in santa Giustina di Padova; onde parea, dice un contemporaneo, la risurrezione dei morti.