Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)
Part 35
Ravviluppò quel nodo la morte della contessa Matilde (1115). Non pare che la pia donna sapesse guardarsi dall'arroganza che dà il potere; dal marito Guelfo si separò; a Corrado fe inghiottir fiele: intanto estese la propria autorità, creava a suo talento gli arcivescovi di Milano, proteggeva i sacerdoti, donava con appena credibile larghezza a chiese e a monasteri, e la sua ambizione era lusingata così dall'essere benedetta qual tutrice della Chiesa, come dal tener testa al più potente principe d'Europa. Oltre il marchesato di Toscana, la ducea di Lucca e sterminati tenimenti, possedeva Parma, Modena, Reggio, Cremona, Spoleto ed altre città; ultimamente aveva ricuperato anche Ferrara e Mantova, la quale, alla falsa nuova della morte di lei, si era rivoltata. Di tutti questi possessi ella chiamò erede la santa sede[401]: ma Enrico V pretendeva ai feudi come ricadenti all'Impero col cessare della linea mascolina, e ai beni allodiali siccome prossimo parente della estinta. Era difficile chiarire la vera natura di possessi che stavano incorporati già da molte generazioni, ed ove decreti imperiali avevano talvolta congiunto feudi ed allodj, o ai feudi eransi agglomerate allodiali proprietà: ma Enrico (1116), da re, risolve la questione calando in Italia ed occupandoli, e minaccia tornar prigioniero il pontefice che protestava. Questo, in un nuovo concilio di Laterano, cassa il privilegio di Sutri, conferma quanto aveano operato i suoi legati, e all'accostarsi dell'imperatore ricovera a Montecassino, sotto la tutela dei Normanni.
Della fuga del papa risero ed esultarono i Romani, molti de' quali egli avea scontentati coll'attribuire grandi poteri e il grado di prefetto della città a Pier Leone, imputato d'una colpa che la Chiesa non riconosce, l'esser discendente da Ebrei. Il popolo invece pose a prefetto un fanciullo, i cui parenti tiranneggiavano Roma, e diede mano alla fazione imperiale. Stranissimi fenomeni agitavano in quel tempo le fantasie: per quaranta giorni durarono le scosse d'un tremuoto, quale mai a memoria d'uomini; sicchè a Verona crollarono molti edifizj e perirono persone; a Parma, a Venezia, altrove cascarono castelli e palazzi; a Cremona la cattedrale: insieme si videro nuvole infocate e sanguigne vicinissimo alla terra, ed altri portenti. Dai quali anche l'imperatore sgomentato, desiderò rappattumarsi colla Chiesa; e nol potendo ottenere, mosse guerra ad alcuni castelli pontifizj, il che lo fece applaudire dai Romani; e con donativi amicatisi i magnati, entrò in città, e vi si fece di nuovo coronare (1118). Pasquale dovette fuggire, e morì fuor della sua sede: lodato per saviezza, pietà e mansuetudine.
A Gelasio II succedutogli, Enrico propose riconoscesse il privilegio del 1111; e poichè questi rimise l'affare ad un concilio, Enrico cavalcò di nuovo sopra Roma, e Cencio Frangipane, caporione della setta imperiale, rinnovò la scena d'un altro Cencio, prendendo a pugni e calci il pontefice e trascinandolo pei capelli dalla chiesa al proprio palazzo. Il popolo, che agli eccessi de' rivoltosi si ravvedeva del mal concepito suo odio, guidato da Pier Leone, glielo strappò di mano e lo rimise in onore: ma egli non fidandosi di quegl'instabili, si ritirò. Enrico, non contento della forza, ricorse anche ai cavilli, e fatta da giureconsulti dimostrare illegale l'elezione di Gelasio, assunse papa Maurizio Burdin, arcivescovo di Praga, che prese il nome di Gregorio VIII. Gelasio dovette ancora ricorrere alle armi e al soccorso de' Normanni; certamente bestemmiato da coloro che tacciano d'imbecille chi soccombe alla violenza, e di micidiale chi la ripulsa. Mentre celebrava in una chiesa secondaria di Roma, i Frangipani l'assalsero, altri nobili li contrastarono, e il sangue corse: onde Gelasio stabilì abbandonare _la nuova Babilonia_, in ogni caso preferendo _avere un imperatore solo che tanti in Roma_; e dai Pisani si fece portare in Francia, nella badia di Cluny, dove circondato di venerazione moriva.
I cardinali gli surrogarono Calisto II 1119, che zelatore dei diritti ecclesiastici, ma più destro che i predecessori, maneggiò con Enrico un componimento: non vi riuscì, e avendo l'imperatore tentato arrestarlo, egli scomunicò lui e il suo antipapa. Calisto tornando in Italia, fu ben ricevuto dai Lombardi appunto perchè perseguitato dagl'imperiali; fauste accoglienze ebbe da Roma stessa, donde era fuggito Burdino: passò poi a Benevento, ove gli Amalfitani ostentarono le loro ricchezze parandola di tele e drappi di seta e altre preziosità, mentre in turiboli d'argento e d'oro bruciavano cannella ed altri aromi. Colà Guglielmo duca di Puglia e Giordano principe di Capua vennero a prestare al papa il consueto omaggio e fedeltà contra _ogni uomo_, ed esso gl'investì col gonfalone; trovandosi per tal modo sostenuto dalle forze normanne per combattere le guerre della libertà. E poichè l'antipapa si reggeva in armi, e la campagna era infesta di masnade, dovè venire con un esercito, assediò Sutri, e vi fe prigioniero l'antipapa, che fra indecenti beffe fu ricondotto a Roma, e chiuso in un convento (1122).
La scomunica papale preparava ad Enrico altrettanti guaj che a suo padre; ond'egli prelibandoli chinò la cervice, negoziò un accordo coi baroni che contro lui si erano confederati, e si convenne d'una pubblica pace a Wurzburgo, alla quale tenne appresso quella col papa. La dieta germanica a Worms confermò il concordato, in cui l'imperatore, ribenedetto, rinunziava ad investire i prelati coll'anello e col pastorale, lasciava alle chiese la libera elezione, e prometteva restituir loro le regalie usurpate dopo rotta la guerra. Di rimpatto il pontefice consentiva che i prelati di Germania venissero eletti in presenza dell'imperatore, senza nè violenze nè simonie; dopo eletti accettassero le regalie (oggi si direbbe le temporalità) dall'imperatore mediante lo scettro, e a quello prestassero i servizj dovuti; in Italia, al contrario, l'investitura si dava dopo consacrazione; nè si conservò ai capitoli il diritto di eleggere il proprio pastore.
Qui si chiude il primo atto della guerra delle Investiture, agitata quarantott'anni fra sangue e intrighi. A Calisto II rimase la gloria di quell'accordo, per l'amor della pace che costantemente dimostrò; ma il vantaggio fu tutto del poter secolare, attesochè l'imperatore non recedeva pur da una delle sue pretensioni, e colla presenza veniva a dirigere la scelta, oltre tenersi confermato l'alto dominio. La Chiesa però non aspirava ad acquisti, bensì a restare indipendente nelle cose spirituali, e in ciò trovavasi soddisfatta. Poco poi Lotario II imperatore di Germania lasciossi indurre a rinunziare al diritto di assistere alle elezioni, e fu mutato nel papa quello di decidere le differenze che ne nascessero. Ai principi serbavansi i frutti delle badie e de' vescovadi vacanti, e così lo spoglio de' vescovi e degli abati; ma di queste pure vennero privati poc'a poco.
CAPITOLO LXXIX.
Repubbliche marittime.
Poteva il commercio aver fiore allorchè tanti regni v'erano quanti villaggi, e il mercadante ad ogni guado di fiume, ad ogni stretta di monti trovava l'uom di un barone che esigeva un pedaggio o qualche merce al prezzo ch'egli fissava, se pur non volesse anche svaligiarlo? Le vie di terra sì poco erano sicure, che, mentre Giovanni VIII andava in Francia l'878, a Châlons sulla Saona gli fu rubata parte de' suoi cavalli; a Flavigny la scodella d'argento di san Pietro, di cui i papi usavano; e altro rimedio non ebbe che di scomunicare i ladri. Alquanto men male doveano passare le cose in Italia, atteso l'affluire de' pellegrini per devozione e per affari al centro della cristianità, quando gli affari più importanti erano i religiosi.
Il commercio della Germania con Costantinopoli e col Levante era continuato per la Pannonia sinchè questa rimase sotto la placida dominazione degli Avari; ma dacchè fu invasa dai fieri Magiari, si diresse per la Lombardia. Le relazioni coi Franchi aveano pure dischiuso le due strade pel Tirolo a Verona, e per l'Elvezia al lago di Como.
Ma fu pel mare che acquistarono ricchezze e libertà Pisa, Genova, Amalfi, e quella Venezia che il primo esempio di regolare governo dovea dare alle nazioni moderne. Avanti l'invasione de' Barbari, di cinquanta città fioriva il paese dei Veneti[402], esteso dalla Pannonia all'Adda, dal Po all'alpi Retiche e Giulie. Esposto pel primo alle correrie de' Settentrionali, perdette la prosperità; poi Attila ridusse in cenere Aquileja, Concordia, Oderzo, Altino, Padova. Fuggendo davanti al Flagello di Dio (450), i popoli dell'Euganea e della Venezia ripararono nell'isola di Rivo Alto e nelle convicine. Sfogato quel nembo, molti alla patria desolata preferirono il ricovero sicuro; e poichè, come avviene nelle emigrazioni, i ricoverati erano i meglio stanti, vi cercarono agi alla vita, mentre si esercitavano nelle uniche arti che colà fossero possibili, commercio, pesca, raccoglier sale, e trasportare quanto scendea dai fiumi d'Italia, o dovea rimontarli, per supplire alle biade dei campi sperperati.
Al frangersi dell'imperio romano, poi al venire dei Goti, e forse maggiormente al sopragiungere dei Longobardi, nuova gente accorreva nelle isole per sottrarsi alla servitù. Era naturale che quei primi non accomunassero tutti i civili diritti ai nuovi ospiti, talchè restava formata una nobiltà, non derivante da guerre e conquiste, ma da anteriore abitazione. Allorchè l'impero non sopravisse che a Costantinopoli, la lontananza lentò i legami che con esso avevano conservato i Veneti: mal però si potrebbe determinare fin a qual punto dipendessero dai successori di Zenone, e forse limitavansi all'omaggio, conservato come titolo di difesa contro i vicini, e di privilegiato commercio coll'Oriente.
In Venezia vissero memori della italica civiltà, con poche armi, molto traffico, e col regolamento municipale cui erano avvezzi sulla terraferma. Dapprima ad Eraclea sul lido ove sbocca la Piave, poi a Malamocco isola ora perita, fu la sede del governo, il quale abbracciava le isole e il lembo di terraferma che va da Grado a Capodargine. Pei comuni interessi e per nominare magistrati annuali, varie isole si accoglievano nell'arengo o concione.
Di que' primordj rimangono molte traccie d'agricoltura; una delle isole è detta le Vignòle per le viti, una Bovese pei bovi; a Torcello si stabilisce per _chyrographorum scripta_ di misurare i terreni a jugeri da darsi ai coloni, i quali per ogni jugero di vigna dovranno al vescovo due tralci carichi, e ogni massaro otto denari; e gli abitanti contribuiranno uova, galline o siffatti. Ma già regnante Teodorico, Cassiodoro salutava i Veneziani siccome corridori del mare e dei fiumi. — Simili ad uccelli acquatici, spargeste vostre case sulla faccia del mare; per voi furono congiunte terre divise, opposti argini all'impeto dell'onde; basta la pesca ad alimentarvi, e il povero non è differenziato dal ricco; uniformi gli abitari, non distanza di condizioni, non gelosia fra cittadini; vece di campi vi tengono le saline».
Nell'anno della invasione longobarda, il patriarca di Aquileja, venuto in auge durante lo scisma dei Tre Capitoli, si trasportava dalla distrutta sua città a Grado, e fra un secolo molti de' suffraganei l'imitarono; uno si pose a Caprola, uno in Eraclea, uno nell'isola di Torcello, un quarto al lido di Medoaco, un altro in Equilo. A san Magno vescovo di Oderzo, che fuggiva da re Rotari nelle lagune, apparve la Madonna, e gli additò sette isole, ordinando vi fondasse sette chiese. Un'altra pia tradizione raccontava che l'apostolo san Marco, nel passare da Alessandria ad Eraclea, naufragò a Rialto, e predisse che colà avrebber riposo le sue ossa. Per la fabbrica di San Zaccaria, dovuta a san Magno, fin Leone iconoclasta diede artefici, denaro, reliquie[403]. La chiesa di Torcello già era cadente nell'864, e le parti restaurate in quell'anno e nel 1008 sono di lavoro grandioso e squisito.
Più il dominio longobardo riusciva intollerabile agl'Italiani, e massime al clero, più gente affluiva alle sicure lagune. Ciascun'isola prendeva a capo un tribuno; poi fu formato il Governo comune, restringendo l'amministrazione dapprima ad un tribuno solo, poi a dieci, a dodici, a sette; finchè nobili, popolo e clero adunati elessero un capo unico che, potendo su tutti gli altri, frenasse l'ambizione e la prepotenza. Paoluccio Anafesto di Eraclea, divenuto capo (697) non per tirannica usurpazione, ma per amore di libertà meno tumultuosa, apre la serie dei dogi, magistrato supremo, eppure temperato in modo, che neppur uno arrivò al despotico potere. Erano eletti a vita dal popolo; e ciò non aboliva l'arengo nè il voto universale; in modo che Venezia congiungeva l'avanzo delle forme antiche mediante l'omaggio all'imperatore, il sistema de' governi militari all'uso germanico nell'autorità affidata ai dogi, la futura libertà de' Comuni italiani coll'ordinamento a popolo; e tutto ciò senza codesta trasfusione di sangue settentrionale, che alcuno reputa fosse necessaria a svecchiare la razza italiana.
Gli Schiavoni, occupata la Dalmazia e mal trovando preda in una terra tante volte saccheggiata, si gittarono alla pirateria; onde i Veneziani dovettero opporsi a loro, col che aggiunsero all'industria il valore.
Carlo Magno, rinnovato l'Impero occidentale, fe coll'orientale una pace (804), ove determinava i confini del regno italico comprendendovi l'Istria, la Liburnia e la Dalmazia. Per conseguenza i dogi di Venezia e di Zara avrebbero dovuto omaggio a Carlo; ma fallendo ai patti, Niceforo imperatore spediva per ricuperare la Dalmazia, e benchè tenesse dietro pronta tregua, la ruppe Paolo duca di Zara e di Cefalonìa (807), occupando i porti dalmati, poi ancorandosi fra le isolette ove cresceva Venezia, e tentando pure Comacchio. Respinto dai Franchi, cercò accordi con Pepino re d'Italia; ma li contrariarono i fratelli Obelerio e Beato dogi, temendo non ne fosse prezzo la tradigione della repubblica veneta.
Paolo, vedendosi insidiato, ricondusse l'armata sua a Cefalonìa, e i Veneziani rimasero esposti a Pepino, sdegnato con loro perchè, quando li chiamò ad obbedienza, risposero: — Non vogliamo stare soggetti (δουλοι) che all'imperatore romano», e negarono soccorrerlo nell'impresa di Dalmazia, e ridussero il patriarca di Grado a trasferire sua sede in Pola. Mosso dunque in armi contro di essi, Pepino prese le isole di Grado, Eraclea, Malamocco, Equilo; talchè il doge, per salvare Olivòlo, Caprola e Torcello, promise annuo tributo. I Veneziani, imputandolo di viltà o tradimento, cacciarono Obelerio (809), che con tutta la sua famiglia passò in Oriente.
La discordia agevolò a Pepino la conquista di Chioggia e Palestrina; e gettò un ponte di barche sin a Malamocco, dove allora sedeva il Governo. Angelo Participazio propose si trasportasse tutta la popolazione a Rialto; Vittore d'Eraclea ammiraglio lasciò che le navi nemiche s'inviluppassero fra i bassifondi delle lagune, e quando la marea bassa le impedì d'ogni movimento, i Veneziani avventarono dardi e fuoco, sicchè a gran pena, quando il mare ricrebbe, scompigliate e sdruscite ricoveraronsi nel porto di Ravenna[404].
Con fortuna non migliore la flotta di Pepino campeggiò in Dalmazia, talchè questa provincia rimase ai Greci. Le ostilità avvicendaronsi coi negoziati, sinchè il patrizio Arsafio ad Aquisgrana (810) ricevette di man di Carlo Magno il trattato di pace che cedeva ai Greci le città di Venezia, Trau, Zara e Spalatro: acquisto di puro nome per l'impero greco, mentre a quelle risparmiava il tedio delle pretensioni dei Franchi.
Questo trionfo compensò Venezia dei guasti sofferti; e Angelo Participazio, messo a capo del popolo che avea salvo, mutò la sede del governo a Rialto (811), alla quale si congiunsero presto le isole circostanti di Olivòlo, Luprio, Birri, Dorsoduro, le Gémine. Tosto si diede opera ad imbonire il terreno e sodarlo, un murazzo schermì l'entrata della laguna, in cui Chioggia, Malamocco, Palestrina, Eraclea, risorte dalle ruine, fecero corona al palazzo del doge, con una sessantina d'isolette congiunte per via di ponti, qual simbolo dell'unità morale da cui aspettavano la forza. A quelle isole insieme fu dato il nome dell'antica patria, chiamandole Venezia; unità datale dall'assalto di Pepino: chè sempre dopo attacchi falliti ingrandisce l'indipendenza d'un paese.
Un cittadino di Torcello e uno di Malamocco, andati ad Alessandria con dieci navi (tanto poteano due privati), riuscirono a sottrarre dalla profanazione dei califfi e portare in patria le reliquie di san Marco, nascondendole tra carne di majali, acciocchè i gabellieri musulmani non le rovistassero. Quel santo divenne d'allora il patrono della repubblica veneta.
Un Comune e un santo; ecco gli elementi di cui gl'italiani componevano la loro libertà.
Più che agl'imperatori d'Occidente, aderiva Venezia a quelli di Costantinopoli, che avevano per sè l'opinione d'un'antica primazia, e che le offrivano agevolezze di commercio; e a questi non isdegnava prestare un omaggio apparente, spedire ambasciate e doni, ricevere i titoli di _ipato_ cioè console o di _protospatario_ pel doge, somministrar flotte, come fece principalmente allorchè di sessanta navi accrebbe l'armata (837) venuta a salvare le coste d'Italia dai Saracini. Per richiesta del greco imperatore guerreggiò anche i Normanni di Calabria[405], e n'ottenne in compenso i diritti sovrani sulla Dalmazia. Alessio Comneno assolse la Repubblica d'ogni gabella ne' suoi porti, mentre gli Amalfitani che vi approdassero doveano retribuire tre perperi a San Marco.
Gli Arabi, gente trafficante sin dal tempo di Giacobbe, le natìe abitudini conservarono anche dopo che la conquista li portò fuori di patria; e dalle coste del Mediterraneo negoziavano di legname, pece, lana, canapa, pelliccie, schiavi, e si facevano intermediarj del commercio colle lontane contrade delle spezierie. Con essi teneano vivi negozj i Veneziani, i quali, dove altri accorreva per devozione, andavano a piantare mercati; istituirono fiere nelle proprie città, a Pavia, a Roma, altrove, spacciandovi merci d'Oriente, schiavi, reliquie, tutto, purchè vi fosse da vantaggiare. Conoscevano il lusso degli Arabi, e ne compravano le manifatture, ingegnandosi emularle; non potendo speculare su terreni, compravano armenti che pascolassero nel Friuli e nell'Istria; prendeano in appalto le gabelle d'altri paesi, per disvantaggiarne i loro emuli; le saline del litorale o cavavano per conto proprio, o ne acquistavano il prodotto, come pure il sal minerale di Germania e Croazia; costrinsero un re d'Ungheria a chiudere le sue, e guaj a chi usasse sal forestiere.
Le città della costa illirica appartenevano all'impero greco, che, come soleva ne' paesi lontani, le lasciava armarsi e amministrarsi da sè. La loro situazione divenne pericolosa al rinforzarsi de' Croati e delle altre genti slave piantatesi nella Dalmazia, tra le quali principalmente i Narentini si erano buttati al pirata. Dal paese ove poi Trieste ingrandì, tribolavano essi il commercio de' Veneziani, avventurandosi fin tra le loro isole; e tentarono un'impresa audacissima (935). Il giorno della candelara soleano i Veneziani fare le nozze di cospicue fanciulle nella maggior chiesa, posta sull'isola di Castello, con quel corredo d'allegria e di ricchezze che si suole per siffatte solennità. I pirati si posero in agguato, e come i festanti furono raccolti, gli assalsero, e rapirono le spose e i doni. Scoppiò il dolore universale: ma il doge Pier Candiano, il cui padre era morto osteggiandoli, incoraggiò a far piuttosto vendetta, e armate alla presta quante navi potè, raggiunse i rapitori nelle lagune di Caorle, e ricuperò le donne e il bottino.
Il Candiano vendicò l'insulto col portare guerra a morte ai corsari dell'Istria; anche i Comuni illirici si collegarono per esterminarli, chiedendo capo la repubblica veneta, alla quale convennero di prestare omaggio, e di marciare sotto le sue bandiere. La flotta più poderosa che Venezia avesse ancora armata (997) andò a ricevere l'omaggio della storica Pola, di Parenzo, Trieste, Capo d'Istria, Pirano e delle altre città costiere; poi di Zara in Dalmazia e delle terre fin a Ragusi, e delle isole. Lèsina e Cùrzola preferirono allearsi coi Narentini, onde contro di esse tolsero l'armi i Veneziani, e sterminarono il ricovero de' Narentini.
Il fatto delle spose rapite si solennizzò con perpetuo anniversario, dove la Repubblica dava la dote ad alquante fanciulle, che recavano le donora entro arselle. I cassellieri, cioè falegnami, che aveano somministrato il maggior numero di barche, chiesero in guiderdone che il doge venisse ogni anno alla loro parrochia il giorno della lor festa. — Ma e se piovesse? — Vi daremo cappelli. — E se avessi sete? — Vi daremo a bere. — Sia e sarà sempre». Perciò, anche dopo dismessa la cerimonia degli sposalizj, il piovano andava incontro al doge, presentandogli due cappelli di paglia, due aranci e due fiaschi di malvasia. Tradizioni poetiche, che Venezia custodiva gelosamente, e che fin all'età precedente alla nostra congiungevano il passato al presente.
E tutta poetica è la storia di Venezia, e de' privilegi che concedeva alle varie isole. Le mogli dei nobili di Murano, isola prediletta dalla Repubblica per le manifatture del vetro, poteano sedere pari alle patrizie della dominante. A quei della torre di Bebbe, presso Chioggia fra Adige e Brenta, che mostrarono valore in una guerra per la navigazione di quest'ultimo fiume, fu perdonato il tributo di tre galline, che in tre termini dovea ciascuna famiglia offrire ogn'anno al doge. Gli isolani di Poveglia erano iscritti nel ruolo de' cittadini originarj; esenti da servizio militare, se pur il doge non ne assumesse il comando; esenti da dazj, tasse d'arti e mestieri, imposte, neppur se fossero per lo scavo dei canali interni della città. Giunti a sessant'anni, aveano il privilegio di comprare a un prezzo determinato il pesce che veniva dall'Istria, e venderlo al pubblico mercato. Erano in ispeciale protezione del doge e della magistratura delle _Rason Vecchie_, che trattava le loro quistioni. Il venerdì santo offrivano al doge ottanta passere del peso d'una libbra: all'Ascensione regalavano alla dogaressa una borsa con cinque ducati in rame, perchè la si comprasse un par di pianelle. Quando il doge uscisse alle funzioni nella barca dorata, lo accompagnava una peota, in cui stavano i principali dell'isola di Poveglia che sonavano le trombe: nel giorno dell'Ascensione precedeano il bucintoro che andava a sposar il mare, faceano ala sulla destra del ponte per cui il doge saliva al vascello, e poteano prendergli la mano e baciargliela. La domenica poi seguente a quella festa, i loro capi, guidati dal cappellano che cernivasi dalle famiglie originarie, entravano nell'appartamento del doge, professandogli l'antica devozione, e chiedendogli continuasse a proteggerli e ne mantenesse i privilegi, e gli baciavano la mano e la guancia: poi erano da esso banchettati con servizio d'argento, e poteano portarsene i rilievi della mensa, oltre il regalo di molte confetture e di un garofano.