Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Part 34

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Bonifazio, conte di Modena, Reggio, Mantova, Ferrara, aveva (1027) dall'imperatore Corrado Salico ottenuto il ducato di Lucca ed il marchesato di Toscana, riuscendo uno de' più potenti signori d'Italia; e s'aggiunga dei più ricchi e munifici. Quando sposò Beatrice di Lorena, tenne per tre mesi corte bandita a Marengo, servendo in piatti d'oro e d'argento quanta baronia vi capitava, mentre tini come pozzi offrivano vino alla giocondità popolare, ravvivata da sonatori, giocolieri, saltambanchi. Non trovando Enrico III buon aceto a Piacenza, e' gliene mandò, ma con barili e vettura d'argento. Di questa cortesia e d'altre non gli seppe buon grado Enrico, anzi, ingelosito di tanta potenza e ricchezza, lo avrebbe voluto mortificare col privarlo de' feudi: ma tolti quelli, tanti beni proprj possedeva, che sarebbe rimasto ancora grande. Ricorse dunque Enrico alla violenza, e tentò arrestarlo coll'ordinare che, venendo alla corte, da quattro sole persone si lasciasse accompagnarlo. Bonifazio menava invece un grossa comitiva, la quale come vide chiudersi le porte sopra i passi del padrone, le sforzò. Il colpo fallito persuase Bonifazio che i Salici aspirassero a toglier via anche dall'Italia le dignità ducali che ne impacciavano il potere; onde si pose fautore spiegato dei pontefici, e avversario degli stranieri. Nelle sue guerre e negli acquisti avea recato danno alle chiese; lo perchè ogn'anno conducevasi alla Pomposa a confessarsi in colpa, e i monaci _lavavano_ i suoi peccati. E poichè, al modo de' signori d'allora, conferiva titoli e benefizj per denaro, l'abate (1052) il flagellò nudo avanti all'altare della Madonna, finchè non promise astenersi dal sacrilego mercato. Alfine fu assassinato mentre da Mantova passava a Cremona, e il popolo credette che in quel luogo più non crescesse erba.

La sua vedova fu cercata moglie da Goffredo di Lorena, il quale combinò insieme le nozze del suo figlio d'egual nome con Matilde, fanciulla di Beatrice (1063). S'adontò l'imperatore che di sì vasti possedimenti si disponesse senza sua partecipazione, e tanto più a favore d'una Casa che gli era avversaria in Germania; sicchè nascea pericolo che l'Italia si staccasse dal regno. Scese dunque sbuffante dalle Alpi, tenne come statico Beatrice, andata a supplicarlo: ma vedendo Goffredo con Baldovino suo cugino fare allestimenti in Germania, e temendo s'accordasse coi Normanni per sottrargli tutta Italia, s'indusse a dissimulare; e quegli continuò a governare sì gran parte della penisola. Quando poi suo fratello fu assunto papa col nome di Stefano IX (1057), si disse che questi avesse in idea di mutar la corona imperiale sulla testa di Goffredo, e snidare d'Italia e Normanni e Tedeschi; ma pronta morte dissipò que' disegni. Goffredo parteggiò con papa Alessandro II contro Cadolao, e prestò il braccio onde reprimere Ricardo normanno, che, invase alcune terre pontifizie, pretendeva il titolo di patrizio di Roma. Morto lui (1076), poi anche la madre, e l'indegno marito Goffredo il Gobbo, Matilde si trovò signora de' vastissimi dominj paterni, e d'assai terre dell'alta Lorena, spettanza materna; e ne usava a larghissime beneficenze.

La Toscana è piena di tradizioni intorno a questa insigne donna, attribuendo a lei un'infinità di castellari, di ponti, di chiese; a lei i bagni di Casciano in Valdera, altri bagni a Pisa e il castello di Montefoscoli, a lei la grandiosa chiesa di Sant'Agata al Cornocchio nel Mugello, a lei l'ospedale d'Altopascio, e il palazzo e castello di Nozzano presso Lucca, la quale città cinse di mura e dotò di fondazioni pinguissime. Dante, così avverso alla dominazione papale, pure la immortalò collocandola alle soglie del suo paradiso. Intorno ai costumi di lei varia corre la fama, ma concorde sulla coltura sua, il coraggio, la perseveranza e la devozione verso la sede pontifizia. Devota, pur resiste alla tentazione del chiostro, allora comune, onde versarsi nell'attività del secolo, e malgrado il debole temperamento vi riesce, mercè l'assistenza divina e la forza del suo carattere. Combatte in persona, parla la lingua di tutti i suoi soldati, ha corrispondenza con nazioni lontane, raduna una biblioteca[394], e fa da Anselmo raccogliere il Corpo del diritto canonico, e quel del diritto civile da Irnerio, che per sua cura aperse in Bologna la prima scuola di leggi. Tanta grandezza abbelliva coll'umiltà, e la sua sottoscrizione era _Mathilda Dei gratia si quid est_.

Mostrò ella speciale devozione a Gregorio VII; e se Bennone, gran nemico di Gregorio, tentò denigrare quell'amicizia, niun contemporaneo, nè il concilio di Worms vi danno piede; e tutta la storia la mostra innamorata non del papa ma del papato, cui restò fedele per sei pontificati successivi[395].

Nel castello di Canossa, che a mezzogiorno di Reggio sorge inespugnabile fra gli squallidi valloni dell'Appennino, sede allora di tanta civiltà, or rovina deserta e quasi ignorata, ricoverò Gregorio presso Matilde quando temette che il favore de' Lombardi non tornasse l'ira allo sbaldanzito Enrico IV: ma questo interpose essa Matilde sua parente, Adelaide di Susa, il marchese guelfo Azzo ed altri primati d'Italia per essere assolto d'una scomunica che lo portava a perdere anche la corona. Di segnalati delitti voleva il papa segnalata la riparazione, sgomento ai baldanzosi, soddisfazione ai deboli che l'aveano invocato. Esigette pertanto venisse a lui in abito di penitenza, consegnandogli la corona come indegno di portarla (1077); ed Enrico, deposte le regie vesti ed i calzari, e coll'abito consueto de' penitenti potè entrare nella seconda cerchia del castello, ed ivi attendere la decisione. Intanto le celle del castello erano occupate dai vescovi di Germania, venuti a penitenza e trattati a pane e acqua; e i signori lombardi stavano attendati nelle valli circostanti. Poichè tre giorni l'ebbe lasciato all'intemperie (18 mag.), Gregorio ammise Enrico al suo cospetto e l'assolse, patto si presentasse all'assemblea de' principi tedeschi, sommettendosi alla decisione del papa, qual essa si fosse; frattanto non godesse nè le insegne nè le entrate nè l'autorità di re. Promesso, dati mallevadori, Gregorio prese l'ostia consacrata, e appellando al giudizio di Dio se mai fosse reo d'alcuno degli appostigli misfatti, ne inghiottì una metà, e porse l'altra ad Enrico perchè facesse altrettanto se si sentiva incolpabile. Potere della coscienza! Enrico non s'ardì ad un atto che avrebbe risoluta ogni quistione, e si sottrasse al giudizio di Dio.

Il secolo nostro che, idolatro della forza, s'inginocchiò al brutale insultatore d'un papa supplichevole, è giusto che raccapricci al vedere un imperatore, violator delle costituzioni, supplichevole ad un papa tutore dei diritti de' popoli.

Ma a quell'umiliazione mancava il merito espiatorio per parte d'un principe che minacciava e piegava, prometteva e mentiva; sicchè gl'italiani lo tolsero in dispregio, e al ritorno gli chiusero le porte in faccia, e discorrevano di deporlo e surrogare Corrado suo figlio. Enrico, indispettito, svergognato, coll'abituale sua precipitazione, ed istigato anche da Guiberto arcivescovo di Ravenna perpetuo avversario di Roma, si pose coi nemici del papa, cercò prender questo, in una conferenza arrestò il vescovo d'Ostia da lui deputatogli, negò presentarsi alla dieta; sicchè i Tedeschi lo deposero come contumace, e gli nominarono successore Rodolfo duca di Svevia. Gregorio riconobbe questo; e pare divisasse unire la media Italia e la settentrionale in un regno, che rilevasse dalla santa sede, come ne rilevavano i Normanni nella meridionale; e a quel regno fosse subalterna la Germania. La nazionale idea non potè incarnarsi, giacchè Enrico, dando e promettendo, e operando risoluto quando il papa procedea circospetto, s'era procacciato amici assai, massime fra i vescovi realisti, come Tedaldo di Milano, Sigefredo di Bologna, Rolando di Treviso, Guiberto di Ravenna, involti nella scomunica; e raccolto un esercito e concilj, fece deporre Gregorio e sostituirgli esso Guiberto, nominato Clemente III (1080).

Allora guerre con varia fortuna: l'anticesare Rodolfo di Svevia in Germania restò ucciso; un esercito raccolto dalla contessa Matilde per isnidare di Ravenna l'antipapa, fu sconfitto presso la Volta Mantovana dai Lombardi; talchè Enrico rassicurato calò in Italia, e a Milano fe coronarsi con solennissima pompa (1081). I suffraganei di quell'arcivescovo in gran pontificale vennero sin al palazzo regio, donde condussero a Sant'Ambrogio il re, con duchi, marchesi, nobili, in mezzo a preci, inni, antifone, e l'introdussero ai gradi dell'altare su cui erano deposte le regie insegne. L'arcivescovo lo interrogò sulle verità di fede, indi se si sentisse disposto di serbare le leggi e la giustizia; e poichè il re ebbe assentito, due vescovi andarono ad interrogare il popolo se fosse contento di stargli soggetto. Avuto il sì, cominciò la cerimonia; e il re prostrossi in croce davanti all'altare, e così i vescovi, tanto che cantaronsi le litanie; quindi il metropolito gli unse d'olio le spalle, e dato che i vescovi gli ebbero la spada, esso gli porse l'anello, la corona, lo scettro, il bastone, e lo assise sul trono, consegnandogli il pomo d'oro e spiegandogli i doveri di re; infine gli diede la pace. Andò poi a prendere la regina, e l'accompagnò all'altare, dove essa fece la preghiera; indi consacrò lei pure versandole olio sulle spalle, e le pose l'anello e la corona. Nella messa il re offerse il pane all'arcivescovo, e da lui ricevette la comunione[396].

I Lombardi continuarono a devastar le terre della contessa Matilde: Lucca, cacciato il santo vescovo Anselmo, che avea scritto a favore di Gregorio VII, ne elesse uno fautor dell'Impero, e si ribellò a Matilde; ma le rôcche di Canossa, Bibianello, Carpineta, Monte Baranzone, Montebello, e l'altre di cui erano seminate le alture di Modena e Reggio, offrivano ad essa insuperabili ripari; poi sotto quella di Sorbara nel Modenese riportò segnalata vittoria, facendo prigione il vescovo di Parma, sei capitani, cento militi, più di cinquecento cavalli.

Enrico intanto aveva condotto a Roma il suo antipapa; ma la mal'aria e la resistenza de' Romani, a lui avversi quant'erangli favorevoli i Lombardi, gli impedirono di espugnarla. Però egli corruppe i signori, principalmente guadagnò vescovi, profuse cenquarantaquattromila scudi d'oro e cento pezze di scarlatto che l'imperatore di Costantinopoli gli avea mandate onde indurlo a far guerra a Roberto Guiscardo; alfine dopo tre anni fu ricevuto in Roma (1084), e vi si fece consacrare dal suo Clemente III, mentre Gregorio era chiuso in Castel Sant'Angelo. «Trista città questa Roma! (esclamava Gaufrido Malaterra) le tue leggi son piene di falsità; ogni cattiveria signoreggia in te, e lussuria e avarizia e niuna fede, ordine niuno; la peste simoniaca serpeggia in ogni dove, tutto vi è vendereccio; il sacro Ordine ruina in grazia di te, da cui prima ebbe incremento; non contenta d'un papa, vuoi doppia tiara, e varii di fede secondo il denaro; mentre l'uno sta, batti l'altro; se quello cessa, richiami questo, e l'un con l'altro minacci; e così riempi le tasche»[397].

Abbiam detto come i Normanni si facessero vassalli della santa sede; e Roberto Guiscardo fu adoperato tosto da Nicola II a sfasciare Palestrina, Tusculo, Nomento, Galeria, per isvellere la lunga tirannia che i conti Tusculani esercitavano. Ma poi nella sua ambizione non risparmiò tampoco le terre pontifizie, onde fu scomunicato. Mal badando ai mezzi purchè giungesse a consolidarsi, avea tenuto intelligenze con re Enrico: ma insieme spiava l'occasione di rendere qualche segnalato servigio al pontefice. Stava egli assediando Durazzo, quando, inteso l'oltraggio fatto a Gregorio, interruppe l'impresa, e corso in Italia, con un pugno de' prodi suoi Normanni e con Saracini di Sicilia venne a Roma, e trascorrendo a saccheggi e incendj non men di quello che avesse fatto Enrico, liberò Gregorio e il ricollocò in Laterano. Di quivi il pontefice scomunicò Enrico e l'antipapa, indi in mezzo alle armi v'avviò verso il mezzodì. Per via cercò consolazioni sulla tomba di san Benedetto a Montecassino, la propria vita tempestosa paragonando a quella solitaria pace: a Desiderio abate vaticinò gli sarebbe successore, presentendo necessaria la conciliazione dopo la lotta. A Salerno consacrò la magnifica cattedrale erettavi dal Guiscardo, e vi ebbe le maggiori onoranze. Ma accorato dal veder rivoltosi i proprj cittadini, egli che tanti popoli aveva sollevati contro i sovrani; espulso dalla propria cattedra sè che tanti vescovi avea rimossi; scissa la Chiesa ch'egli aveva tanto faticato a risarcire; e venir meno tanti suoi amici, e declinare la causa in cui mai non eragli mancata la fede, morì esclamando: — Amai la giustizia, e odiai l'iniquità; perciò finisco in esiglio» (1085).

E già ad Alfonso di Castiglia egli scriveva: — Il livore de' miei nemici e gl'iniqui giudizj sul conto mio non vengono da torto ch'io abbia loro recato, ma dal sostenere la verità e oppormi all'ingiustizia. Facile mi sarebbe stato rendermi servi costoro, e ottenerne doni più ricchi ancora che i predecessori miei, se avessi preferito di tacere la verità e dissimulare la loro nequizia: ma, oltre la brevità della vita e lo sprezzo che meritano i beni del mondo, io considerai che nessuno meritò nome di vescovo se non soffrendo per la giustizia; onde risolsi attirarmi piuttosto il livore de' ribaldi coll'obbedire a Dio, che espormi alla sua collera compiacendoli con ingiustizie». Così prevedeva gli odj d'una posterità adoratrice della forza, e che chiamò arroganza l'aver egli osato fiaccare la burbanza dei re[398].

Poco di poi morivano anche Roberto Guiscardo e Guglielmo di Normandia nuovo anticesare; sicchè pareva Enrico trionfasse de' suoi nemici, e che, corretto dalle contrarietà e dagli anni, si rimettesse a moderazione, e si conciliasse i principi tedeschi. Successore a Gregorio VII volea darsi Desiderio abate di Montecassino, che avea spiegata molta virtù e prudenza nei precessi tumulti: un anno intero egli durò al niego, finchè vinto dalle lagrime de' cardinali e dalle promesse dei signori romani che il sosterrebbero contro gl'imperiali, accettò col nome di Vittore III (1086), e potè fra non molto recuperare Roma coll'ajuto di Matilde. Ma non potè sostenersi che coll'armi contro quelle dell'antipapa, e ben presto morì. Un concilio (1088) radunato in Terracina sotto gli auspizj della contessa nominò Urbano II francese, infervorato nelle idee di Ildebrando, e capace di sostenerle. Alla contessa Matilde (1089), invano chiesta da Roberto figlio di Guglielmo il Conquistatore d'Inghilterra, persuase egli di sposare Guelfo II, figlio del duca di Baviera, avverso all'imperatore. Questi, indignatone, occupò tutti i castelli di Matilde in Lorena, poi, ripassate le Alpi, ebbe a tradigione Mantova, devastò altri possessi di lei nel Bresciano, nel Ferrarese, nel Modenese, e le intimava riconoscesse il suo papa Clemente. Accordarsi cogli scismatici parea peccato alla contessa, che ne volle il parere di un'adunanza di vescovi; ed Eriberto vescovo di Reggio le insinuò d'accondiscendere, onde risparmiare la guerra, di cui al vivo dipingeva gli orrori. Stava l'intenerita per cedere, quando un Giovanni, austero eremita, s'affacciò nell'adunanza, rimbrottandola di poca fede perchè esitasse a sagrificare i proprj Stati per la causa della Chiesa: ond'essa tenne saldo, e l'esito smentì la prudenza umana.

Qualche migliore avviamento prendevano intanto le cose religiose; man mano che moriva qualche vescovo scismatico, i popoli, stanchi di rimanere sconnessi dalla Chiesa romana, procuravano ne fossero eletti di migliori. Vero è che tratto tratto gli scismatici rivalevano, e a Piacenza cavarono gli occhi e tagliarono a pezzi il vescovo Bonizone. Poi nella contesa che aveva sbrancato ogni città fra amici del papa o dell'imperatore, una delle fazioni era prevalsa in ciascuna, e le città papaline faceano leghe tra sè e guerra contro le imperiali: ed inebbriate sulla battaglia, persuasero Corrado figlio d'Enrico a ribellarsi al proprio padre. Se le cronache dicessero vero, Enrico era divenuto sleale anche alla nuova sua moglie Adelaide, e imprigionolla a Verona, donde fuggita a Matilde, le narrò com'egli n'avesse esposto il corpo agli oltraggi di molti, e persino del figlio Corrado. Il quale, campato di carcere, scese in Italia, dove grandissimi beni in Piemonte possedeva, ereditati dalla contessa Adelaide sua ava, e fu coronato in Milano (1091), sostenuto dai Bavaresi e da Matilde.

Sì al vivo sentì Enrico la ribellione del figliuolo, che fu per uccidersi, tanto più che le sue armi ebbero la peggio in Italia; e sconfitto di nuovo dalla contessa sotto Nogára, fu costretto ripassar le Alpi, lasciando ad una donna il vanto d'una delle maggiori vittorie che Italiani riportassero sopra stranieri[399]. Alfine egli conchiuse pace (1097) cogli avversarj suoi in Germania, i quali dichiararono Corrado indegno della corona. Costui, lodato di moltissime virtù, ma contaminato dal più nero delitto, sprovveduto di vigor naturale, visse in balìa della fazione che lo aveva eletto, e massime di Matilde, che ormai potea dirsi regina d'Italia, e morì nell'abbandono a Firenze (1101), vollero dire avvelenato dalla gran contessa.

Era designato al trono di Germania il minor fratello Enrico, ma questo pure maturò la ribellione sotto pretesti devoti[400], e tenne cattivo l'imperatore. Il quale liberato si presentò ad un'assemblea in Magonza, confessandosi in colpa, chiedendone perdono, e cedendo la lancia e lo scettro per aver l'assoluzione del legato papale. Si prostrò anche ai piedi d'Enrico dicendo: — Figliuol mio, figliuol mio, se il Signore vuol punire i miei trascorsi, non contaminare il nome e l'onor tuo; poichè natura non soffre che il figlio si eriga giudice del padre». Il figlio neppur gli badò, e il padre andò spargendo e scrivendo miserabili gemiti, finchè morì (1106) a Liegi dopo cinquant'anni di regno. Le sue prosperità furono disonorate dai peggiori vizj d'uomo e di re: che se le sciagure che glie ne conseguitarono fecer qualche volta dimenticare i misfatti con cui le meritò, potremo dimenticare quanto sangue fe spargere coll'ostinarsi nello scisma?

L'antipapa Guiberto, pentito più volte d'essersi così male imbarcato nella nave di Pietro, non ebbe mai il coraggio di sottomettersi; ed or tutta Roma, or tenne solo il castello, ora la campagna, turbando il paese e le coscienze finchè morì improvviso e impenitente, e Pasquale II ordinò che le sue ossa a Ravenna fossero dissepolte e gettate al vento (1100). Esso papa in Guastalla tenne nuovo concilio, fulminando le investiture date da secolari, depose alcuni vescovi, alcune chiese riconciliò, e per umiliare quella di Ravenna ne sottrasse le chiese di Bologna, Modena, Parma, Piacenza, Reggio.

Enrico V, che erasi ribellato al padre col pretesto ch'egli fosse scomunicato, appena si trovò re cominciò guerra al papa, pretendendo poter dare l'investitura; ed esigere l'omaggio ligio dai prelati. Per sostenerlo passò le Alpi; ricevuto orrevolmente dalle città lombarde (1110 agosto), eccetto Milano, e da quelle fornito di denaro e truppe, distrusse Novara e altre terre renitenti; a Roncaglia passò in rassegna ben trentamila soldati scelti a cavallo, oltre gl'Italiani; viaggiò per Pontremoli, la quale dovette pigliar di forza; abbattè Arezzo; arrestava preti e monaci quanti potesse, o li cacciava dalle lor sedi, onde era chiamato sterminatore d'Italia. Di tal passo avanzò fin a Sutri.

La Romagna era sempre sossopra, e Stefano Corso ribellò la Marittima, fortificandosi in Ponte Celle e Montalto, sicchè il papa dovette osteggiarlo. Roma stessa non quetò, sebbene Pasquale vi rientrasse; ogni giorno tumulti, ladronecci, omicidj; una fazione si teneva in armi verso Anagni, Palestrina e Tusculo; una ribellava la Sabina; Pietro Colonna e l'abate di Farfa intercideano le vie verso il Napolitano. Pasquale faticò assai in recuperare le terre al patrimonio; poi, all'udire la venuta d'Enrico V, si fe promettere dai duchi di Puglia e dai proprj baroni che lo difenderebbero. Ma viepiù si fidava sulle ragioni che spiegò all'imperatore; e poichè questi negava recedere pur da uno dei diritti esercitati da' suoi predecessori (1111), Pasquale, che voleva appianar le differenze ad ogni costo, arrivò alla più grande mai delle concessioni; vale a dire che gli ecclesiastici cederebbero tutti i possessi temporali, coi vassalli e i castelli avuti dagl'imperatori, non ritenendo se non le decime e le terre ricevute da privati, purchè l'imperatore rinunziasse all'immorale diritto delle investiture.

Ad Enrico non parve vero di poter ricuperare alla corona tanti feudi, dai re concessi agli ecclesiastici quando importava di farne un contrappeso ai signori laici; onde l'accordo fu sottoscritto e dati gli ostaggi, salva l'approvazione della Chiesa e dei principi dell'Impero.

Pieno disinteresse, zelo d'estirpare il mal seme, ricordo dell'apostolica povertà, recavano Pasquale sino a far che la Chiesa rinunziasse ad ogni temporalità: ma non s'accorgeva come impossibile tornerebbe lo spogliare tanti signori ecclesiastici poderosi; mentre anche ai nobili laici spiacerebbe il veder chiusa quella via di collocamento ai loro cadetti. Di fatto, non appena l'accordo si divulga, i nobili ne mormorano e si oppongono; i vescovi ripetono le regalie possedute per concessioni imperiali; Enrico nega rinunziare alle investiture se non venga adempita la condizione: onde invece d'accomodare s'arruffò, e lo scompiglio e il tumulto s'estesero anche al popolo romano, che, scontento dei Tedeschi rozzi e briaconi, cominciò a scannarli. Enrico prende il papa e i cardinali come statichi, e dopo essere stato ferito e scavalcato, esce di città traendoseli dietro, spogli degli ornamenti e in ceppi, e stringe d'assedio Roma.

Il papa, sgomentato da settanta giorni di prigionia (1112), soscrive a Sutri un privilegio, che vescovi ed abati si eleggessero liberamente e senza simonia, ma fosse necessario il beneplacito del re, il quale gl'investirebbe coll'anello e col pastorale, dopo di che verrebbero consacrati. Reciprocamente Enrico promette restituire e conservare tutti i beni alla Chiesa romana. Allora Pasquale rientra in Roma, e consacra Enrico ma a porte chiuse, chè i Romani nol disturbassero: ma non sì tosto fu questi partito, i cardinali, che non avevano dato adesione all'accordo, tentarono distorne il papa, al quale si erano avversati fin a trattarlo d'eretico, sicchè egli andossene da Roma, e depose le insegne, risoluto a vivere in solitudine. Un concilio accolto in Laterano cassò quel privilegio, che i prelati intitolavano _pravilegium_, come estorto a forza; si proibirono le investiture secolari, e quantunque il papa renuisse (2 aprile), si proferì condanna contro l'imperatore, che si trovò involto ne' guaj di suo padre, disobbedienze, ribellioni, guasti.