Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)
Part 33
Tanta potenza esercitando, riverito come signore dai papi medesimi, da un pezzo Ildebrando avrebbe potuto sedere sulla cattedra di san Pietro, qualora l'avesse ambita; ma celebrandosi le esequie di Alessandro, la folla (1073) invade tumultuosamente la basilica Laterana, acclamando d'ogni parte Ildebrando papa per volontà di san Pietro. Egli accorse al pulpito per chetare quel disordine; tutto invano; nè il gridare ristette finchè i cardinali non ebbero annunziato pontefice l'eletto dal popolo e dall'apostolo. Allora la pompa del nuovo papa e le acclamazioni si mescolarono in modo strano all'apparato funebre e al corteo di suffragio.
Con ciò si preveniva l'intervenzione e la probabile opposizione imperiale, e assicuravasi ai cardinali il contrastato privilegio elettorale: pure Ildebrando ne informò Enrico, pregandolo sottrarlo da quel peso, altrimenti dichiarandosi mal disposto a soffrire i comporti di esso imperatore. Malgrado questa diffida, non avendovi trovato ombra di simonia, Enrico non potè negare l'assenso. Allora col nome di Gregorio VII piglia assunto di guerreggiare la simonia e l'incontinenza, che da due secoli insozzavano la sposa di Cristo; trova che la forza domina dappertutto? e' vuol dappertutto far prevalere il pensiero; trova il pontificato fiacchissimo, robustissimo l'Impero? e' si propone di sottometter questo a quello, come l'anima comanda al corpo, come l'ingegno dirige le braccia. Viaggiò per Italia amicandosi i prelati buoni; e agevole dovunque trovasse docilità, inflessibile coi contumaci, instaurava l'antica disciplina. Abbracciando l'intera cristianità nelle sue attenzioni, dove in persona non giungesse moltiplicavasi per via di legati; non negligeva le minuzie della reggia e della cella; ingiunse che tutti i vescovi nelle proprie chiese facessero insegnare le arti liberali; e non badava a farsi nemici, perchè in ogni atto si proponeva non la superbia umana, ma la salute delle anime.
Divenuto il sacerdozio e le prelature impiego dei ricchi, quest'una cosa mancava, che quelle comodità non si dovessero comprare colle astinenze del celibato, nè il posseder benefizj togliesse i godimenti della famiglia; da ultimo si rendessero patrimonio le dignità, i vescovadi, il papato, introducendo anche nella Chiesa l'assurdità delle cariche ereditarie ch'ella avea sempre rejetta. Ed a questo pure si tendeva; e già in molte diocesi era invalso il matrimonio dei preti, che la prudenza, il decoro, la libertà necessaria al clero aveano fatto vietare. Allora dunque che Gregorio richiamò la trascurata proibizione, si allegavano la consuetudine d'alcune diocesi, i privilegi speciali, i legami di famiglia già contratti, e un lamento levossi per tutta la Chiesa occidentale.
Il clero dell'alta Italia erasi di buon'ora corrotto, e già al tempo de' Longobardi Paolo Diacono deplorava che più nessuno frequentasse il San Giovanni di Monza, in grazia de' suoi preti concubinarj e simoniaci. Ne' contorni di Brescia, al 790, uscì un monaco ad annunziare imminente la fine del mondo, colpa la depravazione dei monaci; e spacciatosi profeta, distribuì i suoi seguaci in cori d'angeli, guidati da arcangeli, e maltrattò i monaci, sinchè non venne mandato a morte[388].
A Milano il mal costume era cresciuto in proporzione delle ricchezze e della potenza del clero; e indarno il concilio di Pavia avea voluto interdire il matrimonio ai preti, che pretendevano appoggiarsi ad una concessione di sant'Ambrogio[389]. Vi serpeva pure la simonia, e fin dall'820 papa Pasquale si lagnava colla chiesa milanese del trafficarvisi d'ordini sacri. Per ciò e per ambizione quel clero stava alieno dalla santa sede, e per due secoli se ne tenne quasi separato, pretendendo che la chiesa di sant'Ambrogio non fosse inferiore a quella di san Pietro. Guido da Velate (1045), postovi arcivescovo per favore del re e contro il privilegio del capitolo[390], vendeva le cariche, scaricava su altri il peso del suo ministero, mentr'egli consumava tempo ed entrate in caccie ed esercizj guerreschi. L'alto clero il favoriva per imitarlo; ma il minore ed il popolo ne prendeano scandalo e nausea, a tal segno che, mentr'egli celebrava, l'abbandonarono tutto solo all'altare.
A capo de' rigorosi stava Anselmo da Baggio, prete della metropolitana; onde Guido lo fece dall'imperatore destinare vescovo di Lucca. Neppur là dimenticò egli la patria; e udito come Guido avesse nominato sette diaconi indegni, corse a Milano, e s'affiatò con Landolfo Cotta ed Arialdo d'Alzate, principali fra i rigoristi, e cominciarono alzar la voce a rischio della vita, più ascoltati quanto più apparivano i vizj del clero. Tosto si formarono due fazioni nella diocesi: una dell'alto clero co' suoi parenti ricchi e titolati e sostenuti da forte vassallaggio, e li chiamavano i Nicolaiti; l'altra detta dei Patarini, poveri e plebei, ma forti nella bontà della causa e nel favore della moltitudine. Fin alle armi si venne; ma trovato chi osa dire una verità, può soffocarsene il suono? Roma sostiene quelli che il ferro dei grandi minaccia e che i sinodi provinciali scomunicano. Pier Damiani e Anselmo da Baggio, spediti legati dal papa in Lombardia, mostrato come fosse ingiusta la pretensione di non dipendere da Roma, tornarono la chiesa milanese all'antica sommessione, e in un sinodo a Roma quell'arcivescovo tenne il primo posto, e ricevette dal papa l'anello, col quale fin allora i re d'Italia erano soliti investirlo. Lasciarono in carica Guido, affinchè il deporlo non mettesse sgomento agli altri, tinti della pece istessa; ai meno colpevoli imposero di digiunare a pane e acqua, per cinque anni, due giorni ogni settimana, e tre nelle quaresime di pasqua e del san Giovanni; a' più rei, sette anni, oltre il digiuno d'ogni venerdì, vita durante; all'arcivescovo per cento anni, dei quali però poteva riscattarsi a prezzo; e dovea promettere di mandar tutti i preti colpevoli in pellegrinaggio a Roma o a San Martino di Tours, ed egli stesso andare a San Jacopo di Galizia e al santo sepolcro[391]. All'eguale effetto riuscirono nel resto di Lombardia.
Mal soddisfatti de' miti provvedimenti, e accorgendosi come gli avversarj dissimulassero solo per necessità, incalorirono l'opposizione Arialdo e Landolfo, poi alla morte di questo il fratello Erlembaldo, ancor più risoluto, e che allor allora tornando dal pellegrinaggio in Terrasanta, aveva infervorato il proprio zelo col visitare le soglie degli Apostoli, dove il papa lo elesse confaloniere della Chiesa. Anselmo da Baggio, salito papa col nome di Alessandro II, favorì di forza gli zelanti, mentre Erlembaldo allettava plebe e giovani (1065), e a capo d'armati strappava dagli altari i preti concubinarj, e correva da Milano a Roma per attingere incoraggiamenti e forza. Di rimpatto il clero istigava la boria patriotica contro Roma, i nobili difendevano colle armi i loro parenti e creati; onde ogni giorno baruffe e sangue: scene riprodotte nelle altre città, come gli scandali che vi davano occasione.
E del furore armato cadde vittima Arialdo con orribili strazj. Il sangue esacerba le ire; Guido co' suoi è cacciato; ed egli vende la dignità a un Goffredo, che d'intesa coi vescovi e coi capitanei di Lombardia, va coll'anello e col pastorale al re di Germania, e gli propone di sterminare i Patarini se lo investa dell'arcivescovado. L'imperatore, desideroso d'umiliare il papa e chi per lui, accondiscende alla domanda, e l'intruso s'accinge all'effetto: ma Erlembaldo piglia le armi, e dopo saccheggi e incendio, rimasto padrone della città, governa con un consiglio di trenta persone, confisca i beni di qualunque prete non possa con dodici testimonj giurare di non aver avuto affare con donne: molti, insofferenti della insolita dominazione, fuoruscirono; più volte si tornò alle mani, intanto che gli uni e gli altri imparavano a governarsi senza nè conte nè arcivescovo, in vera repubblica. Principi e buffoni cuculiano quegl'involontarj divorzj dei preti: i nobili rientrati s'affaticano a screditare i Patarini, e blandiscono il popolo col proporgli una confederazione, allo scopo di assicurare l'integrità della chiesa milanese.
Morto Guido (1071), Erlembaldo fa eleggere arcivescovo un giovinetto Attone; e la fazione contraria si leva in armi, assale il prelato, che non potè salvar la persona se non salendo in pulpito e abdicando: ma Roma lo riconobbe, e scomunicò Goffredo. Erlembaldo continuava guerra ai concubinarj; ma i nobili tornati in armi lo uccisero (1075), e il popolo lo onorò come martire.
Il conte Everardo, uno scomunicato spedito da re Enrico, adunati i signori lombardi a Roncaglia, li ringraziò d'avere ucciso Erlembaldo, proscrisse i Patarini, e fece eleggere un nuovo arcivescovo; in modo che tre persone portavano questo titolo. Ma il popolo, che pativa dalla corruzione del clero, che mal comportava si sperdessero in reo lusso le ricchezze concedute alle chiese per sollievo de' poveri, che dal rigore de' monaci era stato avvezzo a considerare come perfezione il celibato, e che suol pretendere maggiori virtù da chi lo dirige, vigorosamente sostenne il decreto del papa che l'imponeva, maltrattò i renitenti, li respingeva dagli altari o fuggiva dai loro sacrifizj; onde quell'ordine prevalse, dopo quasi un secolo di contrasti. Sciogliendo i sacerdoti dai legami della famiglia, assicurava una milizia, devota interamente al pontefice, e intenta a saldarne la potestà; toglieva che le dignità passassero per retaggio, anzichè essere attribuite per merito; e che divenissero beni di famiglia quelli che erano stati commessi alle chiese come patrimonio universale dei poveretti.
Il patriarca di Aquileja, dopo la quistione dei Tre Capitoli, era rimasto a capo di quanti vescovi reluttavano alle decisioni del pontefice; alfine piegò anch'esso, ed ora nel ricevere il pallio dovette dare un giuramento (1079) che poi si estese agli altri metropoliti e ai vescovi nominati direttamente da Roma; ove s'obbligavano al modo stesso che i vassalli al signore, cioè di serbare fedeltà al pontefice, non tramare contro di lui nè rivelarne i secreti, difendere a tutta possa la primazia della chiesa romana e le giustizie di san Pietro, assistere ai sinodi convocati da esso, riceverne orrevolmente i legati, non comunicare con chi da esso fosse scomunicato: di poi vi s'aggiunse di visitare ogni tre anni le soglie degli apostoli, o mandare chi rendesse conto dell'amministrazione della diocesi; osservare le costituzioni e i mandati apostolici, nè alienare verun possesso della mensa se non consenziente il santo padre.
Resa al clero la potenza che trae dalla virtù, bisognava saldare l'indipendenza col toglier via la pietra dello scandalo, il diritto che i signori laici arrogavansi d'investire coll'anello e col pastorale i prelati; occasione di simonie e di elezioni indegne. — E che! la più miserabile femminetta può scegliersi lo sposo secondo le leggi del suo paese; e la sposa di Dio, quasi vile schiava, dee riceverlo di mano altrui?» così sclamava Gregorio VII, e forte nella propria volontà e nel voto del popolo, al quale si appoggiò in ogni suo atto[392], e dal quale trasse la forza portentosa di superare tanti ostacoli, proibì agli ecclesiastici di ricevere investitura di qualsiasi benefizio per mano di laico, pena la destituzione; e ai laici di darla, pena la scomunica.
Secondo il diritto politico, il capo dello Stato non premineva a' suoi vassalli se non per la superiorità attribuitagli dall'infeudazione; laonde col togliere ai signori d'investire i prelati si sottraevano questi dalla loro dipendenza, e sottometteasi al pontefice forse un terzo dei possessi di tutta cristianità. Se poi la Chiesa rinunziasse ai beni e ai diritti pei quali davasi l'investitura, rimaneva spoglia d'ogni autorità temporale e dipendente dai principi come oggi il clero protestante. Se, al contrario, conservandoli ella si esimesse dal chiedere ad ogni vacanza la conferma secolare, non solo diventava indipendente, ma sarebbesi dilatata in potenza fin a rendere vassalli i principi. Non rifuggiva da queste conseguenze Gregorio, poichè, volendo rigenerare la società per via del cristianesimo, non credea potervi arrivare finchè la sede romana non fosse levata di sopra dei troni. Ne veniva per diritta conseguenza il suo mescolarsi alle cose temporali e al governo de' popoli: ed agli uni vietò il trafficare di schiavi, ad altri rinfacciò i vizj; scomunicò re contumaci, obbligò altri a continuare alla chiesa romana quell'omaggio con cui i loro predecessori ne aveano compensato la tutela; e dove i baroni degradavano gli uomini alla condizione di bestie da soma, egli voleva rialzarli con santità più che umana. In ogni sua opera, nulla pel vantaggio personale, tutto per la Chiesa: inesorabile cogli altri come con se stesso, di fede irremovibile in ciò che credeva disegno della Provvidenza, egli stesso si dà come un abitatore delle regioni dove non penetrano mai la nebbia della paura nè le ombre del dubbio: altri papi aveano gemuto, esortato, negoziato, transatto; Gregorio comanda, ardisce ogni estremo, vuole che la potenza papale non abbia altri limiti che la volontà di Dio e la coscienza, e per correggere gli abusi si colloca di sopra dei re, interessati a conservarli.
Si foss'egli incontrato in principi degni, poteva rigenerare la Chiesa e il mondo: ma in quella vece ebbe a cozzare con malvagi; e il resistere alle arti loro lo portò a metter fuori tutte le armi che gli erano offerte dal suo tempo e dalla sua posizione.
Era succeduto al trono di Germania Enrico IV (1056), re nella cuna, orfano a sei anni. Educato a tracotante idea della regia potenza, e a spregio della disciplina ecclesiastica, ai venticinque era già un tirannello rotto ad ogni bruttura; maltrattò la moglie; le case contaminava colle libidini, spinte fin nelle sorelle. Singolarmente egli offese ne' più preziosi diritti i Sassoni, che i loro unendo ai lamenti di tanti altri, si diressero al pontefice come al repressore d'ogni vizio e tirannide, come all'appoggio d'ogni sforzo contro gli abusi; e l'esortavano a deporre quest'indegno regnante: diritto, io non cerco se giusto, ma riconosciuto in quel tempo non solo dal gius canonico, ma dal civile de' Tedeschi. Gregorio, già disgustato di questo imperatore che facea mercato pubblico delle sacre dignità e tenevasi attorno persone scomunicate, lo citò a giustificarsi davanti a un concilio in Roma. Più sdegno che timore ne prese Enrico, e gli rispose che il deponeva di pontefice.
Ecco dunque due podestà che minacciano a vicenda distruggersi: l'una avea per sè l'opinione popolare, l'altra la violenza; e ciascuna usò le armi sue.
Allora non si pensava che le cose di governo s'abbiano a regolare non colla morale ordinaria, bensì con una particolare equità. Allora (e giovi ripeterlo a costoro che la libertà credono nata jeri) uno non nasceva re, ma doveva essere eletto; cioè condizione del regnare, era l'esserne meritevole; nè i re erano despoti, ma temperati dall'assemblea generale della nazione, e dall'autorità pontifizia che contrappesava la regia, e manteneva la libertà civile. Che se i re non volessero chinarsi a' suoi decreti, un'arma terribile aveva in mano il papa, e propria dei tempi, come n'era propria quella potenza.
Fin dai primi secoli del cristianesimo, la scomunica, oltre escludere dalla sacra mensa e dalle benedizioni, proibiva di abitare, mangiare, discorrere col reprobo, e traeva anche conseguenze civili, come di rimoverlo dagl'impieghi, dalla milizia, dai giudizj. Lentata la devozione, bisognò crescere lo sgomento delle scomuniche con riti e formole tali da spaventare la prepotenza armata; gettavansi per terra candele ardenti, imprecando che a quel modo si spegnesse ogni luce al maladetto; alcuna fiata fu persino scritta la sentenza col sacrosanto vino. Qualora poi si trattasse di un potente, veniva interdetta la città o tutta la provincia dov'egli aveva abitazione o dominio.
Terribile pena! I fedeli restavano privi di quella parola e di quelle cerimonie religiose che dirigono l'anima in mezzo ai turbini, e la francheggiano nelle lotte della vita. La chiesa, monumento ove tanti segni visibili rappresentano la magnificenza del Dio invisibile e dell'eterno suo regno, sorgeva ancora di mezzo alle stanze de' mortali, ma come un cadavere senza sintomo di vita: più il sacerdote non consacrava il pane e il vino per le anime cupide del vivifico nutrimento; non rilevava coll'assoluzione i cuori oppressi dal rimorso; negava l'acquasanta al segno del combattimento e della vittoria. Muto l'organo, muti gl'inni, che tante volte aveano tornato sereno l'animo contristato; muto il solenne mattinare delle suore di Cristo: le campane più non toccano che qualche volta a scorruccio; non più suona la parola di salute dal pulpito, donde l'ultima ora che il santuario restò aperto, lanciaronsi sassi, significando alla turba che in pari modo Iddio l'avea rejetta. Le porte della chiesa del Dio vivente erano chiuse al par di quelle della terrestre: estinte le lucerne tra canti funerei, come se la vita e la luce avessero ceduto luogo alle tenebre e alla morte: un velo nascondeva il crocifisso e le effigie edificanti che parlano al senso interno per via degli esterni. Solo a qualche convento era permesso, senza intervento di laici, a bassa voce, a porte chiuse e nella solitudine della notte, supplicare il Signore a ravvivare colla grazia gli spiriti estinti. La vita non era santificata nelle importanti sue fasi, quasi più non esistesse mediatore fra il reo e Dio; il fanciullo era accolto al battesimo, ma senza solennità, quasi di furto; i matrimonii si benedicevano sulle tombe, anzichè all'altare della vita. Il sacerdote esortava a penitenza, ma sotto il portico della chiesa e in negra stola: quivi soltanto la puerpera veniva a purificarsi, e il pellegrino a ricever la benedizione pel suo cammino. Il viatico, consacrato dal prete solitario, portavasi in segreto al moribondo, ma gli si negava l'estrema unzione e la sepoltura in terra sacra, anzi talvolta ogni sepoltura, eccetto a preti, a mendichi, stranieri e pellegrini. Le solennità, epoche gloriose della vita spirituale, in cui il signore e il vassallo univansi all'altare nella comunanza della gioja e della preghiera, diventavano giorni di lutto, ove il pastore fra il suo gregge raddoppiava i gemiti e i salmi della penitenza universale e il digiuno. Interrotto ogni commercio, questa morte dell'industria scemava le rendite del signore: i notaj tacevano negli atti il nome del principe colpito: ogni disastro consideravasi come frutto di quella maledizione.
Chi non sa immaginarsi quanto effetto dovessero produrre simili castighi in secoli bisognosi di fede e di culto, pensi che avverrebbe se si chiudessero i teatri, i balli, i caffè nella nostra età, bisognosa di divertirsi, di cianciare, di spensare, come quella di credere e di pregare.
Gregorio VII mitigò il rigore delle scomuniche, e mentre dapprima colpivano chiunque avesse a fare collo scomunicato, egli ne eccettuò la moglie, i figliuoli, i servi, i vassalli, chi non fosse abbastanza elevato per dare consigli al principe, e non escludeva dall'usare a questo gli atti di carità. Egli non fu parco di scomuniche a re prepotenti; ed, oltre il polacco Boleslao, ne fulminò il normanno Roberto Guiscardo, che tardava a far della Sicilia omaggio alla santa sede, e che, piegatosi al colpo, le chiese pace e ne divenne protettore.
Cencio, prefetto di Roma, opponevasi all'autorità sacerdotale, e viepiù dacchè il re fu in contrasto col papa, sicchè questo lo scomunicò. Ricco e poderoso quanto iracondo, e sperando così gratificare ad Enrico, penetra costui nella chiesa ove Gregorio compiva le imponenti e affettuose cerimonie della notte di natale, e presolo pei capelli, lo trascina nel suo palazzo (1075). Il popolo, che in Gregorio venerava il proprio rappresentante, unanime si levò a rumore, e assalita la fortezza, lo prosciolse, e sulle braccia recollo a finire a sera la messa interrotta all'alba: nè Cencio sarebbe ito salvo, se Gregorio con magnanimo perdono non avesse mostrato quanto l'uom del popolo sentasi superiore a quel della spada.
L'appoggio della fazione di Cencio avea dato baldanza a re Enrico, il quale raccolse a Worms (1076) un concilio, dove Ugo, cardinale degradato dal papa, lesse una fila di accuse le più insensate e feroci, nessuna delle quali (mirabil cosa in tempi tali e fra tal gente) intacca i costumi di Gregorio; ed essendosi intimato che il non condannare il papa sarebbe un mancare alla fedeltà giurata al re, i prelati dichiararono di più non riconoscere Gregorio. I vescovi lombardi, di cui questo avea frenato l'incontinenza, raccoltisi a Piacenza, approvarono quella decisione; e Rolando da Siena, assuntosi di notificarla a Gregorio, lo fece davanti a un concilio da questo radunato: ma le guardie l'avrebbero fatto a pezzi, se nol salvava Gregorio.
Quei padri, ascoltata l'insultante lettera di Enrico, a una voce lo esclamarono scomunicato; e il papa lo proferì decaduto dai regni di Germania e d'Italia, dispensò dal giuramento prestatogli, sospese i vescovi adunati a Worms, e spedì due legati per distogliere popoli e principi dall'obbedienza. Fu un applauso generale tra' Sassoni e Turingi, che, adottato per grido di guerra _san Pietro_, si misero a ordine per deporre Enrico. Visto il pericolo, questi (come fece Napoleone dopo le sue sconfitte) scarcerò i principi e vescovi che deteneva: ma già la lega contro di lui abbracciava tutta Germania; onde, avvistosi che l'esercito non gli basterebbe contro la volontà del popolo espressa dal papa, scese a trattare; e si convenne di rimettere la causa al pontefice, dichiarando scaduto Enrico se entro un anno non fosse ribenedetto.
Il papa era dunque preso arbitro, onde veniva ad esprimere il voto della giustizia e della nazione. Il medesimo Enrico nol dichiarò incompetente; anzi, per non incorrere nuove umiliazioni, risolse venire a chiedergli l'assoluzione (1077) prima che scadesse l'anno prefissogli. Nello stridore del verno prese la via d'Italia, coll'oltraggiata moglie Berta e con un fanciullo. I nemici gli aveano chiuso ogni valico: solo pel Cenisio sperava passare senza molestia, giacchè vi dominava l'illustre marchesa Adelaide, unica figlia di Maginfredo di Susa, e che per le varie nozze col marchese di Monferrato e col conte di Morienna, alla casa di Savoja potette acquistare importanza anche di qua dell'Alpi. Governava essa allora con gran lode col figlio Amedeo; e come madre che era di Berta, accolse benevola il re, ma nol lasciò progredire se non le cedeva cinque vescovadi d'Italia[393]; al qual patto gli venne anch'essa compagna. Lietissime accoglienze ebbe in Lombardia, vuoi dall'alto clero, uggiato delle papali riforme, vuoi dai baroni, bisognosi dell'appoggio imperiale per opporsi ai popoli che anelavano alla libertà. Nella restante Italia i Normanni appoggiavano Gregorio, sì per lealtà feudale, sì per tema che l'imperatore, fatto potente, minacciasse la loro recente conquista; il basso clero applaudiva alla rintegrata disciplina, i popolani bramavano assodare il governo a comune, e respingere i Tedeschi: ma la fautrice più efficace di Gregorio fu la contessa Matilde.